Arriva l’onda Next Gen. Berrettini è il faro delle speranze italiane (Crivelli). Next Gen, il futuro del tennis sbarca a Milano (Facchinetti). Tennis del futuro. Inizia Milano 3 (Crivelli)

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Arriva l’onda Next Gen. Berrettini è il faro delle speranze italiane (Crivelli). Next Gen, il futuro del tennis sbarca a Milano (Facchinetti). Tennis del futuro. Inizia Milano 3 (Crivelli)

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Arriva l’onda Next Gen. Berrettini è il faro delle speranze italiane (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ne resterà solo uno. E se anche non dovesse diventare un Highlander del tennis che verrà, porrà sempre rivendicare con orgoglio di essere stato il primo italiano protagonista delle Next Gen Finals, il Masters Under 21 che debutta quest’anno e che fino al 2022 avrà Milano come sede. A gennaio, quando la Federazione italiana decise di attribuire una wild card per il torneo a un azzurrino, c’era una situazione contingente abbastanza nebulosa: nessuno dei nostri era tra i primi 200 della classifica, e per questa ragione si pensò a quella sorte di paracadute, arricchito da una proposta suggerita dall’Atp e condivisa dalla Fit. Cioè quella di legare l’assegnazione dell’invito a un torneo con i migliori otto italiani dell’apposita Race, così da premiare davvero il migliore. Poi è accaduto che Matteo Berettini, con costanza e classe, si è issato al numero 120 del mondo, di gran lunga miglior under 21 nostrano, 177 posizioni davanti al secondo, l’eterna promessa Gianluigi Quinzi. La sua stagione, con il senno di poi, avrebbe meritato il premio, ma anche cosi il torneo di qualificazione al via il 3 novembre allo Sporting Milano 3 conserva quel fascino che solo i derby possono regalare, mettendo comunque in vetrina il meglio tra i giovani talenti italiani. Si giocherà su tre giorni con le nuove regole introdotte anche per le Finals, quindi set a 4 con tie break sul 3-3, killer point sul 40-40 con il battitore che sceglie da quale parte servire e net valido anche sulla battuta, ma senza Occhio di Falco su tutte le righe del campo, che invece ci sarà alla Fiera di Rho per i migliori del mondo. E Berrettini resta il favorito principe, come conferma anche Stefano Pescosolido, oggi tecnico federale e collaboratore dello Sporting: «Matteo è molto ben allenato, è un ragazzo ambizioso ma con la testa sulle spalle. Inoltre mi sembra il più adatto alla superficie e alle condizioni di gioco, anche se le insidie di un torneo possono sempre celare sorprese». Diego Nargiso, che a Basiglio trasferirà temporaneamente la sua Accademia, allarga gli orizzonti: «Quinzi da tre anni resta attorno al 300 del mondo e non progredisce, sicuramente c’è qualche problema ma resta un patrimonio, a me piacciono molto anche Pellegrino e Balzerani, ma spenderei una parola per Caruana: si sente poco perché ha scelto l’America per allenarsi, ma ha un gioco moderno ed è completo». Certo, mentre altri paesi si presenteranno con giocatori già vicini ai top player (Zverev a parte, che è un fenomeno, ieri si sono qualificati Rublev e Khachanov), noi scontiamo ancora un indubbio ritardo: «Non è un problema tecnico — sottolinea Nargiso — ma di programmazione e di testa: in Italia si giocano 50 o 60 tornei all’anno tra Challenger e Futures e per i nostri ragazzi è più facile rimanere qui che assaggiare il pane duro delle trasferte, con cibo scadente e letti scomodi ma tante lezioni di vita. E poi io credo ci si debba creare una base tecnica con quelli del proprio livello e poi salire gradualmente. Perciò i nostri ci metteranno tre o quattro anni in più, ma da molti di questi otto sono sicuro che avremo soddisfazioni». Speriamo sia buon profeta.

 

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Next Gen, il futuro del tennis sbarca a Milano (Andrea Facchinetti, Il Giorno)

Sarà l’incantevole cornice dello Sporting Milano 3 Basiglio ad ospitare il gustoso antipasto della prima edizione del Next Gen Atp finals, il master di fine stagione riservato ai migliori otto under 21 del circuito mondiale in programma dal 7 all’11 novembre presso il polo fieristico di Milano-Rho. Il Club alle porte di Milano assegnerà dal 3 al 5 novembre una wild card in un mini torneo fra gli otto emergenti italiani meglio piazzati nella graduatoria Atp. «È un torneo, quello riservato agli italiani, che abbiamo fortemente voluto fin da quando abbiamo avuto i primi contatti con l’Atp – ha rivelato Sergio Palmieri, direttore del torneo -. Avevamo espresso la volontà di riservare un invito a un giocatore italiano, e proprio con l’Atp abbiamo convenuto che fosse questa la soluzione migliore». Si giocherà sui campi indoor della struttura di Basiglio: «E si giocherà – ha precisato Palmieri – con tutte le nuove regole che caratterizzeranno le Next Gen Atp Finals». Unica differenza? La presenza dei giudici di linea. «Qui non c’era la possibilità strutturale per allestire il campo con la nuova tecnologia che ne permette l’abolizione totale, come avverrà per le Next Gen Atp Finals. Dove, tra l’altro, per lo stesso motivo potremo fare anche a meno dei challenge da parte dei giocatori». Al momento hanno acquisito il diritto a giocare il torneo cadetto Matteo Berrettini, Gianluigi Quinzi, Liam Caruana, Andrea Pellegrino, Cristian Carli, Raul Brancaccio, Riccardo Balzerani e il vigevanese Filippo Baldi, ma la lista definitiva sarà stilata con la classifica di lunedì 30 ottobre. Ad accompagnare la manifestazione ci saranno una lunga serie di novità regolamentari che verranno sperimentate per la prima volta in assoluto: si aggiudica il set il primo giocatore che conquisterà 4 games (ed eventuale tie-break sul 3-3) senza vantaggi. Il set più breve è stato pensato per aumentare il numero di momenti-chiave nel corso degli incontri. In caso di parità nel game, non si giocheranno i vantaggi ma un punto secco (no-ad). La regola del no-let si applicherà a tutti i servizi, il che aggiungerà un elemento di imprevedibilità in avvio di ogni punto. In questo modo l’incidenza del nastro sul servizio verrà equiparata a quella negli altri momenti del gioco. Il programma prevede venerdì 3 novembre (dalle ore 12) i quarti di finale, sabato 4 le semifinali a partire dalle ore 15 e domenica 5 novembre la finale alle ore 18. Il montepremi delle qualificazioni raggiungerà la ragguardevole cifra di 20.000 euro: wild card al vincitore, 7 mila euro al finalista, 3.500 ai semifinalisti e 1.500 per chi arriva ai quarti.

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Tennis del futuro. Inizia Milano 3 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport – Milano)

Una finestra sul futuro. E non solo perché le Qualificazioni Next Gen Italia regaleranno al vincitore la wild card per le Next Gen Finals della settimana successiva con i più forti under 21 del mondo, ma anche perché il pubblico dello Sporting Milano 3, sede del torneo dal 3 al 5 novembre, potrà godersi in quei giorni i migliori otto giovani talenti del movimento azzurro. Quando a gennaio la Federazione italiana decise per una wild card a un italiano per il cosiddetto Masters under 21, l’Atp suggerì che l’assegnazione seguisse un vero e proprio torneo a otto, a eliminazione diretta, così da premiare davvero il più meritevole. E fu allora che lo Sporting Milano 3 di Basiglio avanzò la sua candidatura a ospitare l’evento. Che ieri ha presentato con orgoglio, come traspare dalle parole dell’amministratore delegato Emanuel Stilo: «Siamo felici che la Federazione sia riuscita a strappare una manifestazione di questo livello alla concorrenza di altre città agguerrite. Noi confidiamo di poter ospitare questo torneo anche per i prossimi cinque anni, cioè per tutto il periodo dell’accordo tra l’Atp e la Federazione italiana. In sole tre stagioni di attività siamo riusciti ad arrivare a un evento così . E questo ci rende ancora più fieri». Lo Sporting, già sede di un Challenger negli anni passati, vanta adesso una scuola tennis con ben 200 allievi iscritti e la collaborazione di Stefano Pescosolido e Diego Nargiso, ma dopo le Next Gen sogna in grande: «Non nascondo — prosegue Stilo — che l’obiettivo è di riuscire a portare da noi anche un match di Coppa Davis: vediamo cosa succede a febbraio con l’Italia in Giappone e poi ne riparliamo. Non faccio fatica a dire che quando mi capita di andare al Tennis Club Milano, le fotografie di sfide di Coppa del passato mi danno un’emozione incredibile. Sono eventi che restano nella storia». Al palazzetto coperto del Club, sui campi in sintetico indoor, si giocherà con tutte le nuove regole delle Next Gen Finals, come ricorda il direttore del torneo Sergio Palmieri: «Partite 3 su 5, set ai 4 game con tie-break sul 3-3. Niente vantaggi, si giocherà un punto secco sulla parità e il battitore sceglierà da che lato servire. In più net valido anche sul servizio e timer per riprendere il gioco entro i 25 secondi previsti dal regolamento Atp. Un antipasto succosissimo per le Next Gen Finals che partiranno due giorni dopo, il 7 novembre, all’arena appositamente allestita alla Fiera di Rho: «Abbiamo 11 giorni di tempo per preparare il padiglione del polo fieristico — ricorda Palmieri — 200 metri per 80 da riempire e completare con tre campi da tennis, tribune da 4500 persone, sala stampa, ristorante e tutto il necessario». Poi, dal 2018 e per altri quattro anni, sarà il Palalido a diventare la casa dell’evento, facendo di Milano la capitale del tennis giovanile mondiale. La Federazione italiana ha anche un’opzione per i cinque anni successivi. Insomma, i futuri dominatori passeranno tutti da qui.

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Fognini torna…argentino (Mastroluca)

La rassegna stampa di mercoledì 25 novembre 2020

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Fognini torna…argentino (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una nuova partenza. Un nuovo inizio. Il “Day One” postato su Instagram ha annunciato l’avvio della collaborazione di Fabio Fognini con il coach argentino Alberto Mancini. Ex numero 8 del mondo con un nonno italiano, Mancini ha vissuto il suo anno migliore nel 1989. Vinse allora il titolo a Montecarlo, in finale su Boris Becker e gli Internazionali d’Italia di Roma salvando un match point ad Andre Agassi. Dopo i quarti di finale al Roland Garros e una serie di cinque finali perse, si ritirò a soli 25 anni. Da allenatore, ha avviato la carriera di un giovane Guillermo Coria, futuro finalista a Roma, ha seguito l’ecuadoriano Nicolas Lapentti, la statunitense Varvara Lepchenko e da ultimo l’uruguagio Pablo Cuevas fino allo US Open 2019. Dal 2006 al 2008, ha guidato da capitano la nazionale argentina di Coppa Davis. Due dolorose finali perse incorniciano il suo triennio, prima contro la Russia e poi contro la Spagna senza Rafa Nadal in casa a Mar del Plata. Termina, dunque, il rapporto con Corrado Barazzutti che manterrà il ruolo di capitano azzurro in Davis. «E’ stata una scelta condivisa – ci spiega via telefono – penso che fosse la cosa migliore per lui avere un team dedicato. Io resterò comunque a disposizione, come lo sono stato in passato per Francesca Schiavone e per tutti gli azzurri». Fognini torna così ad affidarsi a un allenatore argentino dopo Jose Perlas, con cui ha lavorato dal 2011 al 2016, e Franco Davin, con cui ha conquistato cinque titoli, compreso il trofeo più prestigioso nella sua bacheca, il Masters 1000 di Montecarlo nel 2019. Alla fine dell’anno scorso, l’annuncio della separazione decisa in autunno durante il torneo di Shanghai. Fognini sta preparando il 2021 al Tennis Club Sanremo con un occhio all’Australia, anche se le date del calendario della prossima stagione restano ancora tutte da decifrare. Proprio i tre turni superati un anno fa a Melbourne rappresentano il punto più alto di una stagione non certo accompagnata dalla luce della buona sorte. Fognini ha approfittato del lockdown per un doppio intervento chirurgico alle caviglie, è rientrato sulla tersa rossa in autunno vincendo una partita su quattro poi, alla vigilia del Forte Village Sardegna Open a Santa Margherita di Pula ha ricevuto il verdetto più temuto in questo 2020: la positività al test anti-Covid. Fognini riparte, con nuovi orizzonti e ambizioni in una stagione che promette magnifiche sorti per tutto il tennis italiano.

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Bertolucci). Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Piccardi)

La rassegna stampa di martedì 24 novembre 2020

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Chi sarà il numero 1? “Medvedev e Thiem pronti a scalzare i mostri sacri” (Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

Quante volte ci siamo affannati nella ricerca spasmodica di un cambio generazionale al vertice del tennis mondiale che rivoluzionasse la classifica Atp? Da anni la cosiddetta Next Gen sta provando ad alzare la voce per imprimere una svolta. Fino a questo momento, però, anche se i Fab 4 hanno perso un pezzo grosso con l’uscita di Andy Murray dai palcoscenici importanti, a causa della doppia operazione alle anche, i giovani solo in rare occasioni si sono seduti al tavolo dei big. I paladini del cambiamento sono stati in particolare i vincitori delle ultime tre edizioni delle Finals, il torneo di fine stagione riservato agli otto giocatori migliori dell’anno tennistico: Grigor Dimitrov, Sascha Zverev e Stefanos Tsitsipas. Il bulgaro aveva illuso ma poi si è smarrito nell’anno successivo, tanto da retrocedere di parecchie posizioni della classifica mondiale senza mai più ritrovare lo splendore di quei giorni. Zverev, campione ad appena 21 anni due anni fa in finale contro Djokovic, si è poi complicato la vita creandosi troppe aspettative, cambiando diverse guide tecniche, compreso Ivan Lendl, e cacciandosi nei guai con problemi personali che esulano dal campo di gioco. Il greco, che si presentava quest’anno a Londra come campione in carica, anche a causa di questa particolare stagione stravolta dalla pandemia di Covid, è sembrato troppo impulsivo nella continua ricerca dell’affondo vincente e i risultati non sono stati pari alle attese. A trionfare alle Finals di quest’anno è stato Daniil Medvedev al termine di una edizione particolarmente accesa e ricca di partite che hanno tenuto con il fiato sospeso gli appassionati. Il russo, da sempre abituato a strisce vincenti, dopo una stagione altalenante è entrato in forma proprio nelle ultime fasi, sbaragliando il campo e alzando i due trofei annuali più prestigiosi a livello indoor: Parigi Bercy e, appunto, il torneo dei Maestri. Medvedev è in possesso di un gioco che può non catturare l’occhio, e che va osservato con attenzione per coglierne l’essenza. I suoi tentativi non sono mai scriteriati e poggiano su basi solide, costituite da affidabili colpi di rimbalzo dove, al preciso e ficcante rovescio, affianca uno scomposto ma solido dritto. Ricava molto dal servizio e non si tira indietro nella fase difensiva mostrando umiltà e capacità di resistenza. Pronto, quindi, per dire la sua il prossimo anno insieme a Dominic Thiem che si è costruito una carriera da giocatore completo e affidabile e già siede al terzo posto del ranking mondiale. Saranno quindi loro a guidare la pattuglia degli inseguitori che cercheranno di scalzare, se non di mettere ancor più pressione a suon di successi, a quei tre mostri sacri autori di una meravigliosa storia che sembra non finire mai […]

Smith primo maestro: “Impressionato da Sinner” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Per la generazione dei millennials è la scarpa da ginnastica più famosa del pianeta, per gli appassionati di tennis meno giovani una leggenda che orbita intorno a pochi titoli, ma buoni. Stan Smith, californiano di Pasadena, 74 anni, è stato un sublime interprete dell’arte dimenticata del doppio (con il partner Bob Lutz) e un eccellente portatore sano di gesti bianchi (due titoli Slam). […] Sono passati dieci lustri: qual è il ricordo più vivido del Master di Tokyo, Stan? «Un’enorme palestra gelata che aveva ospitato la ginnastica ai Giochi ’64 e un campo di plastica che va letteralmente in pezzi mentre gioco con Rod Laver davanti a 10 mila giapponesi. Il 14 dicembre ’70, giorno del mio compleanno, affronto Rosewall nel match decisivo (la formula era a round robin) e ricevo la cartolina di chiamata alle armi! Tanta roba tutta insieme per un ragazzo di 24 anni…». Ha conservato del cimeli? «Una bottiglia di Pepsi, che sponsorizzava il torneo: il primo premio era di 15 mila dollari, una cifra più che decente per l’epoca». Chi è stato il più forte, tra i suoi avversari? «Penso che siamo tutti d’accordo nel dire che, per conquistare due volte tutti e quattro gli Slam nello stesso anno solare, devi essere un po’ speciale. La risposta, quindi, è facile: Laver». C’è unanimità anche sul nome del più grande di sempre, Federer, secondo lei? «Oh sì. In una mia classifica di ogni tempo dopo Roger metto Rod, Djokovic e Nadal a pari merito, Sampras e Borg». Arthur Ashe, benché non abbia stravinto, è stato un personaggio rivoluzionario. Ci racconta il suo Ashe? «Molto volentieri. Arthur era un gran tennista e una persona, se possibile, ancora migliore. Il padre Arthur senior gli aveva insegnato il rispetto e lui era incapace di giudicare gli altri. Aveva carisma, empatia. A Houston non gli permisero di entrare in spogliatoio in quanto nero: lui si cambiò nel corridoio e giocò, senza un lamento. Non era accettato ma accettava le diversità». Diversità tipo le follie di quel pazzo di Nastase? «Ilie in campo faceva diventare matto anche me, poi si andava a bere una birra. Arthur marciò a Washington contro le ingiustizie, studiò perché sapeva che l’istruzione era vitale, soprattutto per lui. Un leader nato». II cambiamento più grande rispetto ai suoi tempi sono le racchette, mister Smith? «Insieme al business che ruota intorno al tennis e alla televisione, senza dubbio. Con la racchetta di legno il gioco è per forza diverso, meno potente e più lento: se non colpivi la pallina al centro perfetto dell’ovale, erano guai. Io credo che l’unico che sarebbe altrettanto vincente con il legno sia Federer. Roger gioca come giocavamo noi. Pulito». Ha sentito parlare di un certo Jannik Sinner, the Italian sensation? «Certo che sì, l’ho anche visto in azione alla tv: a New York e Parigi. Ha un tennis a tutto campo che mi ha impressionato e un buon atteggiamento. Ora che ha vinto il primo titolo Atp e che l’Italia fa il tifo per lui, determinante sarà come gestisce il successo e le attenzioni. La testa, nel tennis, è tutto. Ma non sarà una meteora: su questo mi sento di sbilanciarmi». Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto? Anche boicottare Wimbledon ’73? «Sì. A quel tempo pensavo che fosse la cosa giusta da fare e ne sono convinto ancora. Ha contribuito a far diventare il tour Atp quello che è oggi. Ma ci sono cose del mio passato che, potendo, cambierei: mi prenderei più cura del mio corpo, portandomi dietro un fisioterapista al tornei (cosa che non usava assolutamente: si viaggiava da soli) e giocherei meno. Da numero uno del mondo, nel ’72, chiesi troppo al mio fisico» […]

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Medvedev batte tutti. È il nuovo maestro (Crivelli). Medvedev, rimonta e trionfo tra i maestri (Scanagatta). La rivoluzione non russa. Medvedev nuovo maestro. E adesso tocca a Torino (Piccardi). Medvedev, rimonta da grande. Thiem non ha scampo (Mastroluca). È Medvedev il Maestro della rivoluzione. Trionfo con vista su Torino (Semeraro)

La vittoria di Daniil Medvedev alle ATP Finals nella rassegna di lunedì 23 novembre 2020

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Medvedev batte tutti. È il nuovo maestro (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Vazioni e musica per il nuovo Maestro. Sette giorni di lezioni di russo, una cavalcata trionfale da cosacco senza macchia e senza paura: le Finals sono di Daniil Medvedev, con il trionfo che richiama il romanticismo dei grandi romanzieri del suo paese. Perché nel 2009, quando il Masters si giocò per la prima volta alla 02 Arena di Londra, si impose Davydenko: 12 anni dopo, il torneo saluta l’ultima edizione sulle rive del Tamigi (l’anno prossimo approderà a Torino) regalando la seconda perla alla Grande Madre Russia. Apertura e chiusura. Giusto così: come un abilissimo giocatore di poker, il moscovita che a 16 anni ha messo radici in Costa Azzurra per seguire la sorella che aveva trovato lavoro in Francia, ha smascherato tutti gli avversari. Che impresa: per toccare il paradiso, Daniil ha battuto il numero uno del mondo Djokovic nel round robin, il numero 2 Nadal in semifinale e il numero 3 Thiem per il titolo. È solo il quarto di sempre dopo Becker, lo stesso Nole e Nalbandian, che però ci riuscirono in contesti meno competitivi. Un anno fa, alla prima qualificazione alle Finals, Medvedev perse tutte le partite

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La profezia A Thiem, sconfitto dopo una battaglia durissima che ha scavallato di 42 minuti le due ore, forse saranno risuonate beffarde le parole che riservò al russo quando si affrontarono la prima volta, nel 2011, in un torneo giovanile, con lui diciottenne e fresco finalista del Roland Garros juniores e l’altro appena quindicenne con un atteggiamento da moccioso: «Forse avrai un grande futuro, ma hai bisogno di rimanere un po’ più calmo». Il futuro è adesso, in un match comandato all’inizio da Dominator, più concentrato e meno farfallone (Daniil subisce il break decisivo del primo set da 40-0), e poi sfuggitogli dal controllo quando il russo comincia a sbagliare di meno e soprattutto sfrutta la strategia a sorpresa di occupare spesso la rete (addirittura 37 attacchi), mentre da fondo la solita ragnatela scava pian piano nelle certezze dell’austriaco, che non sfrutta un paio di facili occasioni per strappare il servizio al rivale nel secondo set e allungare per la sentenza definitiva. Il tie break di Medvedev è un capolavoro (sette punti di fila da 0-2) e il terzo set diventa un’apoteosi con Thiem sempre più stanco e sfiduciato. Medvedev chiude imbattuto il mese di novembre (10-0), cogliendo il fiore fin qui più profumato della sua carriera: «Una delle più grandi emozioni della mia vita, contro un avversario formidabile che quest’anno ha vinto uno Slam. Spero che con lui ci saranno tante altre partite come questa».

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Intanto, l’augurio è che le Finals non diventino per Daniil ció che al momento sono state per Dimitrov, Zverev e Tsitsipas dopo le rispettive vittorie: una sorta di maledizione che ne ha ridotto il rendimento. Del resto, che tra i possibili dominatori del decennio entrante si potesse annoverare il dinoccolato moscovita appariva piuttosto improbabile fino a tre anni fa

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Ci deve pensare coach Gilles Cervara ad annacquare la doppia personalità del pupillo, con lunghe partite a scacchi oppure alla playstation e con un questionario da compilare due volte al giorno in cui Daniil deve segnare le cose che funzionano e quelle che non vanno. È vero, a Wimbledon nel 2018 Medvedev ne combina un’altra, mimando di lanciare delle monetine a una giudice di sedia accusandola di essere venduta, ma è l’ultimo colpo di testa certificato. Lo aiuta il matrimonio con Daria, la fidanzata di una vita sposata l’anno scorso e poi il ricorso a uno psicologo. In fondo, bastava un clic e dall’agosto del 2019 il cammino dell’Orso (il suo cognome significa quello) è semplicemente formidabile, con quei suoi colpi piatti e quasi ritardati difficilissimi da leggere e un servizio miglioratissimo grazie ai test svolti in un laboratorio universitario di Rennes. Non sarà un mostro di eleganza, ma nel club dei fenomeni in pectore da ieri si è iscritto pure lui.

Medvedev, rimonta e trionfo tra i maestri (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Le finali Atp salutano un nuovo Maestro, il 51esimo della storia del tennis, in Daniil Medvedev, il russo di 24 anni, alto un metro e 98cm, che ha battuto Dominic Thiem 46 76 64 dopo un match di quasi due ore e tre quarti. Medvedev è il sesto “Master” diverso dal 2015 quando Djokovic vinse per il secondo anno consecutivo (ed era il suo quinto trionfo) prima di Murray, Dimitrov, Zverev e Tsitsipas.

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La finale fra i due giovani killer in semifinale degli Old-Fab 2, Djokovic e Nadal, è stata all’altezza delle due splendide semifinali soprattutto per la sua incertezza, fino all’ultimo punto di un match che Medvedev, efficace quanto sgraziato, ha fatto suo dominando nel terzo set i game di servizio, ben al di là di una dozzina di ace. E’ stato un match molto tattico da parte di Thiem che ha insistito molto nel giocare rovesci tagliati per costringere l’altissimo russo a piegarsi fino a terra e soprattutto per evitare di dargli ritmo. L’austriaco, 27 anni e campione all’Us Open, nonché finalista battuto lo scorso anno da Tsitsipas, avrebbe potuto vincere in due set non si fosse mangiato una delle due palle break avute sul 3 pari del secondo set. Giocando così ha però un po’ snaturato il suo gioco. E infatti nel terzo set Medvedev ha trovato le contromisure e tutte le migliori occasioni le ha avute lui, fino a che dopo 7 pallebreak non sfruttate ha trasformato l’ottava per salire sul 4 a 2 e per non farsi più riprendere. Medvedev ha vinto tutti i match del Masters ed è il secondo russo a vincere le finali Atp dopo Davydenko nel 2009, prima edizione del torneo all’02 Arena. In questo torneo ha battuto tutti i primi 3 tennisti delle classifiche mondiali negli ultimi anni, nel round robin Djokovic, in semifinale Nadal, e in finale Thiem.

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Per Medvedev, n.4 Atp è il nono torneo vinto in carriera e certo il più importante. Thiem, n.3, aveva vinto la semifinale dell’Us Open, Medvedev aveva perso in 3 set e gli ultimi due al tiebreak dopo che però il russo aveva servito per il set.

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La rivoluzione non russa. Medvedev nuovo maestro. E adesso tocca a Torino (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Dasvidania, Londra. II maestro è russo, imprevedibile, ancora rovente dopo il successo di Parigi indoor. E ingiocabile. Daniil Sergeyevich Medvedev da Mosca, 24 anni, figlio di Sergey e Olga, economista mancato trapiantato ad Antibes, in Costa Azzurra, perché in riviera coltivasse il suo talento per il tennis, scioglie in tre set (4-6, 7-6, 6-4) l’acciaio temperato di Dominic Thiem e chiude l’era delle Atp Finals a Londra. Undici anni dopo (2009-2020), a cinquant’anni di distanza dal primo trionfo nel Master di fine anno dell’antenato Stan Smith (che si complimenta con il vincitore da Hilton Head, Carolina del Sud), Medvedev si mette in tasca il torneo riservato ai migliori otto del ranking battendo il numero uno Djokovic nel girone, il numero due Nadal in semifinale e il numero tre Thiem nell’ultimo atto.

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Il russo Davydenko aveva aperto l’era londinese e il russo Medvedev la chiude premiato da Andrea Gaudenzi, presidente italiano dell’Atp e di un tennis che ha trovato in Dominic (re dell’Us Open) e in Daniil (fresco numero 4 del ranking), più Jannik Sinner the italian sensation (che chiude la stagione n.37 del mondo a 19 anni), gli uomini in grado di aprire qualche crepa nell’epopea degli Immortali.

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Sotto i coriandoli di Londra, aspettando il primo Master italiano a Torino nel novembre 2021, si chiude una stagione frenetica e compressa, amputata di quattro mesi dal virus che ha costretto uno sport globale, ad alto tasso di voli intercontinentali, a terra. Ancora non si sa quando e dove comincerà il 2021: lo stato di Vittoria, appena uscito da un lungo lockdown, non aprirà le frontiere dell’Australia prima del primo gennaio e costringerà tutti, tennisti e staff, a una quarantena di due settimane.

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Le parole del premier Daniel Andrews, inoltre («Sono ottimista: l’Open d’Australia verrà giocato nella prima parte della prossima stagione»), lasciano supporre lo scenario di uno spostamento del primo Slam a marzo o aprile, quando le misure anti Covid, grazie al vaccino, forse saranno allentate. In questa incertezza, ognuno a casa sua. Rafa Nadal a pescare tonni a Maiorca, Novak Djokovic tra Montecarlo e Belgrado, Matteo Berrettini (se qualcuno se lo fosse scordato, il romano è sempre numero 10 del mondo) a meditar vendetta dopo un anno storto, Jannik Sinner ad irrobustire il titolo di Sofia, il primo della carriera, con una solidità in grado di competere con tutti i top-10. E Roger Federer in Svizzera a riprendere confidenza con la palla in vista di un’annata che, a 39 anni abbondantemente compiuti, somiglierà più alla tournée d’addio di una rock star che alle splendide campagne vincenti di un tempo: l’attempato maestro, operato due volte al ginocchio, non gioca un match ufficiale dalla semifinale a Melbourne persa con il Djoker.

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Medvedev, rimonta da grande. Thiem non ha scampo (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ha sette vite, Daniil Medvedev. Si insinua nelle pieghe di una partita e la cambia un po’ alla volta. Quando l’avversario se ne accorge, è troppo tardi. Alle ATP Finals, ha sconfitto così in finale Dominic Thiem 4-6 7-6(2) 6-4. Prima, aveva battuto così Novak Djokovic e Rafa Nadal. E’ il primo a superare i primi tre giocatori del mondo in una stessa edizione delle ATP Finals. In uno stesso torneo, ci erano riusciti solo in tre prima di lui: Boris Becker nel 1994 a Stoccolma, Novak Djokovic a Montreal nel 2007 e David Nalbandian nello stesso anno a Madrid. «Che partita! E’ stata una delle mie vittorie migliori – ha detto il russo durante la cerimonia di premiazione – Ho giocato due ore e 42 minuti contro un avversario formidabile. Spero che avremo ancora match così in futura». Lo spera anche il pubblico del tennis, che ha ammirato una sfida in cui si sono visti tutti i tipi di colpi, tutte le variazioni e le sottigliezze che rendono così affascinante questo sport. LO SHOW DEI RECORD.

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Il russo ha chiuso con 37 vincenti contro 29 e più errori dell’austriaco. Ha vinto più punti, anche se di poco, negli scambi brevi e nelle battaglie più lunghe. Considerato un giocatore soprattutto difensivo, Medvedev ha preso il controllo del gioco con servizio e risposta, con le discese a rete e le accelerazioni lungolinea, molto più frequenti di quelle dell’austriaco. I 12 ace hanno fatto il resto. «Ho sempre detto prima di questo torneo che vincere a Londra sarebbe stato straordinario per me. E’ una storia incredibile – ha detto Medvedev – E’ l’ultima edizione, dopo undici anni a Londra. Qui un russo ha vinto per la prima volta, e un russo ha vinto l’ultima». La storia londinese, infatti, è iniziata con il trionfo di Nikolay Davydenko nel 2009.

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Thiem si ritrova per il secondo anno consecutivo ad accettare il premio di consolazione per il finalista sconfitto alla 02 Arena. Sognava di diventare il primo austriaco nell’albo d’oro, ha invece nuovamente scoperto quanto avesse avuto ragione anni fa. Dopo averlo battuto in un torneo junior in Croazia, infatti, diede un appropriato consiglio all’allora quattordicenne Medvedev: «Se cambi atteggiamento, avrai un grande futuro». Il russo si è calmato, ha incanalato il disordine del genio, e ha vinto. È diventato il settimo giocatore a trionfare alle ATP Finals prima di vincere uno Slam, il sesto vincitore diverso negli ultimi sei anni.

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È Medvedev il Maestro della rivoluzione. Trionfo con vista su Torino (Stefano Semeraro, La Stampa)

Gioiamo: c’è vita oltre Federer (e Nadal, e Djokovic). La buona novella arriva da Londra, dove le giocate incendiarie di Daniil Medvedev – la cosa più simile ad un antieroe dostoevskiano mai prodotta dal gioco – hanno stroncato in finale il taylorismo tennistico di Dominic Thiem (4-6 7-6 6-4). Daniil l’Orso – la traduzione del suo nome – è il sesto diverso Maestro in sei anni, in un torneo dove l’ultimo dei Fab Four ad alzare il trofeo è stato Andy Murray, nel 2016, ed è bizzarro, ma forse segretamente coerente – come ha riconosciuto lo stesso Medvedev durante la premiazione – che a chiudere l’era londinese delle Finals sia stato un russo, come russo era stato il primo a salire in cattedra alla 02 Arena, Nikolay Davydenko, vincitore nel 2009.

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La premiazione di Gaudenzi. Medvedev, con il suo efficientissimo caos biomeccanico, il rovescio da unto del signore e il fascino maudit di molte sue uscite (vedi la rissa seriale con il pubblico di New York l’anno scorso agli Us Open) ha l’aria di un apripista, di un messaggero del futuro. Non a caso a Londra, da n. 4 Atp, ha seccato tutti i tre che lo precedono: Djokovic, Nadal – in una carambolesca semifinale in cui Rafa sabato ha servito per il match – e Thiem.

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Dall’anno prossimo e per cinque anni il torneo si trasferirà a Torino, e ieri in campo si è già vista un’avanguardia italiana, Andrea Gaudenzi, presidente dell’Atp che ha officiato una premiazione un po’ desolante, viste le tribune vuote. Ma che nel 2021 spera di dover amministrare un’annata meno tragica e che sotto sotto sogna di consegnare una coppa ad un compatriota: magari Matteo Berrettini, che dopo il debutto del 2019 quest’anno era a Londra da riserva, o magari Jannik Sinner, che – lampo profetico? – ieri sera proprio durante la finale è apparso in tv da Fazio. Medvedev è piombato come una furia sulla stagione indoor, vincendo prima a Bercy e poi le Finals, dieci vittorie filate. Ha tremato con Nadal, dimostrando però corazon da rivoluzionari, e anche con Thiem in finale ha saputo rimontare con grinta.

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