Next Gen: biglietti cari ma esperimento riuscito. Impegno e spettacolo

Editoriali del Direttore

Next Gen: biglietti cari ma esperimento riuscito. Impegno e spettacolo

MILANO – Il pericolo viene dallo sciopero dei trasporti. Come tornare indietro da Milano Fiera-Rho? Le idee chiare di Andrey Rublev

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Due russi, un croato, un coreano. Sono i superstiti in semifinale della Next Gen e c’è mancato poco che i russi fossero tre su tre perché Khachanov vinceva due set a zero contro il croato Coric prima di subirne la rimonta. Ieri erano in cinque a lottare per tre posti in semifinale, perché il coreano Hyeon Chung era già sicuro del suo posto. Dopo i risultati di ieri alla fine avremo stasera due semifinali con Chung vs Medvedev (ore 19) seguita da Coric e Rublev (che ha battuto il beniamino del pubblico Shapovalov dopo cinque mini-set molto combattuti nel match forse più bello del torneo… anche se il canadese lo ha concluso con un tiebreak da dimenticare). Chung e Coric hanno chiuso il round robin vincendo tutti e tre i loro incontri, lasciando per strada soltanto tre set. Ad aver perso tutti e tre i match, e quindi ultimi dei loro gruppi, Quinzi e Donaldson, ma l’italiano cinque set li ha vinti – oltretutto due con Chung, anche se è vero che il coreano era già qualificato e quindi meno motivato – e non sono pochi considerato il divario in classifica e anche il fatto che con Baldi nella finale delle qualificazioni dello Sporting Milano 3 aveva perso i primi due set, mentre l’americano ne ha conquistato appena uno. Un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

LE MIE IMPRESSIONI FIN QUI

Ma al di là dei risultati mi preme sottolineare alcuni aspetti di questo torneo. In tanti si temeva che sarebbe stata una cosa poca seria, una sorta di esibizione con una miriade di regole stravolte e insopportabili. Un circo. Non è stato così. Merito dei giocatori, in primis. Si sono tutti battuti al massimo. Volevano vincere, non erano a Milano per dare spettacolo, per narcisismo. È un buon segno anche in prospettiva: questi ragazzi, oltre a essere i migliori prospect del mondo, sono seri, determinati, orgogliosi. A perdere non ci stanno. Non c’erano – e non potevano esserci – punti ATP in palio, ma l’impegno di tutti è stato massimo. Non sono sicuro che fosse per via dei tanti, tantissimi soldi in palio, più di quanti quasi tutti avessero mai guadagnato in un solo torneo. Forse ci avranno pensato, legittimamente sollevati, i genitori, i coach, ma i ragazzi forse non ci hanno nemmeno troppo pensato.

 

Credo, a questo proposito, che il solo Rublev grazie ai quarti di finale dell’US Open, avesse intascato un premio più “pesante”. Certo con il vincitore che porta 225.000 dollari, il finalista 125.000, il semifinalista che vince la finale del terzo posto 75.000 (e non c’è niente di più triste per un tennista di una finale per il terzo posto… quella sì che l’abolirei!) e il perdente 50.000, cui vanno ad aggiungersi i 50.000 dollari che spettavano a tutti gli otto in tabellone. Mi sarebbe piaciuto sapere se Quinzi e Baldi si erano accordati per dividersi i 50.000 dollari in due. Per giocare un po’ più tranquilli, senza un eccesso di pressione. E per aver comunque garantito del… fieno per farsi un po’ più tranquilli la stagione 2018. Ricordo che spesso fra tennisti di pari livello anni fa accordi del genere venivano fatti (anche se non rivelati). Anche quando gli americani lanciarono le famose sfide “The winner takes all”, in realtà non era così. Vabbè era una curiosità che non verrà mai soddisfatta.

Oltre all’agonismo in questo Next Gen direi che c’è stato anche spettacolo. Abbiamo visto bei match, tecnicamente interessanti, direi perfino più che all’ultimo US Open, se non fosse che ogni tanto si vede che questi sono ragazzi capaci di commettere anche errori piuttosto ingenui per il desiderio di strafare, per quel coraggio dell’incoscienza che ha però loro permesso anche di tentare colpi straordinari riuscendo nell’intento. Certe angolazioni di rovescio di Shapovalov lasciavano davvero esterrefatti, ricordavano a qualcuno il McEnroe che sembrava giocasse demi volée da fondo, ai più anziani addirittura il mitico Rod Laver. Con molta meno continuità, naturalmente, tant’è che ha perso contro Rublev che senza essere ancora un tennista maturo, sembra più in grado però di distinguere i punti importanti (tipo quelli dei tiebreak) dagli altri.

Direi che fin qui il torneo si è rivelato uno spettacolo gradevole. Non c’è stato il pienone perché i prezzi, troppo elevati, sono stati sbagliati. Ieri sera c’era gente che aveva pagato 72 euro il biglietto. Per una coppia 144 euro è troppo: mica eravamo al Roland Garros, con tutto il rispetto per la “rivisitazione” della Scala, mica giocavano Federer e Nadal. I ragazzini, tanti, si sono sicuramente divertiti, magari anche con la musica assordante e un po’ cheap sparata a tutta bomba ai cambi campo – quella gli spettatori meno imberbi non hanno mostrato di gradirla troppo – però i genitori che ce li hanno portati hanno dovuto svuotarsi il portafogli. Non so se sia stata l’ATP ad imporli. Forse il CEO Chris Kermode ha pensato che la sterlina e l’euro fossero la stessa cosa, che le finali della 02 Arena e queste valessero la stessa cosa.

Sottolineata quindi la pecca dell’esosità dei biglietti, soprattutto trattandosi dell’esordio di un torneo e di una formula in una sede scomodissima da raggiungere e… soprattutto da lasciare con la metro, che fa partire l’ultima corsa da Fiera Milano-Rho a mezzanotte e dieci quando a volte la seconda partita non è nemmeno finita, però lo scenario coreografico è piacevole. Se si pensa che è nato in un padiglione fieristico “nudo”, va detto che è stato fatto un bel lavoro. In soli undici giorni non era semplice farlo. Infatti c’è stata una mezza giornata di ritardo, che per chi organizzava questa cosa per la prima volta in questo strano teatro poteva essere scusabile, ma agli occhi di chi aveva scucito tanti soldi per biglietti salati un po’ meno. Sarebbe stato più furbo, e forse anche più redditizio, emettere biglietti meno cari e fare il pienone alla “prima” del tennis rivoluzionato. Tuttavia mi sono sorpreso nel sentire anche tanti spettatori di non più primissimo pelo dire che le nuove regole avevano contribuito a rendere piacevole la giornata a Rho. C’era da aspettarselo per i più giovani, non per gli altri. Invece l’esperimento deve considerarsi complessivamente riuscito.

LE IMPRESSIONI DI RUBLEV

Personalmente ho trovato interessante il punto di vista di Rublev: Non mi piacciano le regole che modificano il gioco, il killer point sul vantaggio pari, i set con il tiebreak sul 3 pari, il let, ma tutto quello che è al di fuori del gioco e non lo snaturano (l’orologio, le chiamate elettroniche, un solo time-out, il riscaldamento abbreviato) potrebbero essere regole interessanti da applicare anche nel circuito maggiore. Ma in generale mi è sembrato che con questa formula si livellino un po’ troppo i valori. Il divario si assottiglia. Possono vincere anche i giocatori meno forti. E io invece preferirei che vincesse sempre chi gioca meglio, chi lavora e lo merita di più, non chi magari più fortunato”. Curioso che queste sagge considerazioni siano venute con toni quasi tradizionalisti, da un ragazzotto spesso presentato dai media come un tipo assai anticonformista. Che non ha avuto paura di dire quello che pensa, pur sapendo che questo torneo con questo grande montepremi e queste regole “test” è stato voluto e fortemente promosso dall’ATP, con notevole dispendio di mezzi. Rublev rimpinguerà il suo conto in banca, ma non rinuncia a esprimere le sue perplessità.

Oggi sul torneo aleggia una grossa incognita, quella dello sciopero nazionale dei servizi del pubblico trasporto, dalle 8,45 alle 15 e dalle 18 al termine del servizio. Arrivare prima delle 18 può essere un’idea, ma tornare? Tornare da Rho alla sera tardi può volere dire essere obbligati a prendere un taxi da 40 euro. Roba che con un volo low cost vai nel nord Europa. Temo che ci saranno molte defezioni sugli spalti. Speriamo non sia così. Sarebbe un peccato.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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