La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il Masters

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Il Masters

Asciutto come un referto, incalzante come una radiocronaca, preciso come un bisturi. (Quasi) mezzo secolo di Masters in un solo libro

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Borgatti R., Il Masters – Storia del più atipico torneo di tennis (prefazione di Stefano Semeraro) – Effepi Libri, 2017, pag. 351

“Il Masters” di Remo Borgatti è un libro atipico, come atipico è il torneo di cui parla. Eppure il “Masters” o le “Finals”, come vengono oggi definite, fanno parte integrante del mondo del tennis professionistico e da molti sono considerate, per importanza, seconde solo ai tornei del Grande Slam. Atipico il libro di Borgatti perché la suddivisione in capitoli corrisponde agli anni in cui il torneo si è disputato (e si disputa), ovvero dal 1970. Quarantasette capitoli di cronaca puntuale e accattivante, scritta con un ritmo incalzante che non lascia spazio a pause ma cattura l’attenzione e suscita entusiasmi per quel tennis che fu (le racchette di legno, il serve&volley) e per il tennis di oggi (potenza fisica, gioco da fondocampo, cambio dei materiali, tennisti che a trentasei primavere vincono due Slam in un anno, senza fare nomi …). Una cavalcata attraverso mezzo secolo di storia tennistica.

La prima edizione prende il via, dunque, nel 1970. Rod Laver, Arthur Ashe, Ken Rosewall, Stan Smith, Zeljko Franulovic e Cliff Richey sono i primi sei campioni che si giocano il titolo di Maestro. Già, all’inizio erano in sei e fu un “tutti contro tutti”. Ma su questo ritorneremo più avanti. Ora vorrei sottolineare l’andamento implacabile del libro, che capitolo dopo capitolo, anno dopo anno, fa sfilare davanti ai nostri occhi nomi noti e meno noti che si sono avvicendati nell’Olimpo tennistico, mettendo in evidenza come sono stati tanti i tennisti oggi dimenticati ma che, ai loro tempi, furono parecchio famosi. Chi si ricorda, oggi, dite la verità, di Franulovic o di Richey? Forse del primo qualcuno avrà sentito parlare, ma più per essere il direttore del torneo di Montecarlo che per il suo passato nel mondo della racchetta. Fra le tante cose interessanti che si possono scoprire durante la lettura, o ricordare se dimenticate, ci sono gli exploit di giocatori che parevano dei predestinati al top ma che, in carriera, hanno racimolato ben poco rispetto al proprio potenziale. Chi si ricorda, infatti, che James Blake, promessa del tennis a stelle e strisce ha disputato addirittura la finale, poi persa contro Federer, nel 2006?

 

Atipico, come ribadisce il sottotitolo del libro, è anche e soprattutto il torneo. Caso unico nel circuito, la competizione non prevede (con poche eccezioni in passato) l’eliminazione diretta. Ecco, proprio in apertura, Borgatti racconta (prima edizione, anno 1970): “Trattandosi, nell’intenzione degli organizzatori, di un evento particolare, anche la modalità di svolgimento si differenzia da quella classica a eliminazione diretta. Viene così introdotta la formula del round-robin, in base alla quale ogni partecipante affronterà tutti gli altri con match al limite dei tre set ed eventuale tie-break nell’undicesimo gioco con il punto decisivo sul 4-4. Tutti contro tutti, dunque, e il trofeo finirà nelle mani di colui che avrà vinto più incontri. In caso di arrivo alla pari tra due partecipanti, prevarrà quello che si è aggiudicato lo scontro diretto mentre se saranno tre o più si guarderanno i set e, in ultima analisi, i punti” (pag. 17).

A ben vedere, la prima edizione aveva la formula, forse, più giusta. Sei partecipanti, tutti contro tutti, conquista il titolo chi vince più partite. Semplice, equo. Nel corso del tempo, causa sponsor, concessioni allo “spettacolo”, ripensamenti vari, la formula è cambiata più volte. Già nel 1972 i partecipanti furono portati a otto, come oggi, e come oggi divisi in due gruppi. Tipo mondiali di calcio. Questa formula, tuttavia, ha subito molte critiche, se non altro per il fatto che due tennisti dello stesso gruppo si possono rincontrare in finale, vedi Orantes e Fibak nell’edizione 1976, con lo spagnolo vittorioso e nuovo Maestro dopo che aveva perso, nel girone di qualificazione, contro il polacco. E non fu l’unico caso (tutti ricorderanno che lo stesso accadde nel 2015 con il Maestro Djokovic e Federer). Giusto? Sbagliato? Chissà, fatto sta che questa formula è quella attuale.

E non è finita qui, perché nel 1982 le regole cambiano ancora: dodici partecipanti ed eliminazione diretta partendo dai sedicesimi di finale, con i primi quattro che saltano il turno d’esordio, le teste di serie. Questo fino al 1984. Nel 1985 i tennisti ai nastri di partenza sono sempre sedici ma tutti devono conquistarsi l’accesso al turno successivo, niente regali ai quattro migliori della classifica. Nel 1986 si torna a otto aspiranti Maestri divisi in due gironi. Una continua ricerca della formula ideale, dunque, che alla fine, nel bene e nel male, si stabilizzerà in quella che conosciamo oggi. Tutto ciò senza contare i cambi di sede: si parte da Tokyo (1970) per andare a Parigi (1971), poi a Barcellona (1972), a Boston (1973), a Melbourne (1974), si toccano tutti i continenti. Le sedi si avvicenderanno nel tempo, alcune più stabili di altre, fino alla O2 Arena di Londra, quella attuale dal 2009.

Un torneo atipico in tutti i sensi e Borgatti, con certosina precisione e competenza, mette il lettore al corrente di ogni cambiamento, facendogli fare un giro del mondo virtuale che porta alla luce, almeno per vecchi appassionati come me che seguono il tennis da quarant’anni, tanti ricordi, tante sfide, tanti volti che spesso si intrecciano a ricordi della propria vita personale. Per i giovani è un’opportunità unica per approcciare la ricchissima storia di questo meraviglioso sport. L’aspetto veramente succoso del libro, comunque, sono le cronache degli incontri più importanti. Anno dopo anno vediamo nuovi protagonisti. Alcuni, i grandi, troneggiano nel ranking per anni (Borg, Connors, Lendl, McEnroe, Sampras, Agassi, fino ai tre eccelsi Federer, Nadal, Djokovic), altri, tanti altri, sono comete che, comunque, riescono a mettere la propria firma tra i vincitori per poi sparire sullo sfondo (Corretja nel 1998, Nalbandian nel 2005, Davydenko nel 2009, per citarne alcuni).

Ci sono episodi che meritano di essere ricordati, come lo storico (per la mia generazione) episodio accaduto al Masters del 1980 che vide Borg (vincitore del suo quinto Wimbledon consecutivo) esibirsi in una delle rarissime “proteste” contro una decisione palesemente errata del giudice di sedia. Guarda caso, dall’altra parte della rete c’era McEnroe: “Si sta giocando il settimo punto nel tie-break del secondo set e Bjorn Borg, il campione con il ghiaccio nelle vene, infila John McEnroe con un passante di rovescio di millimetrica precisione. Il giudice di linea coinvolto nella decisione rivolge i palmi delle mani verso il Supreme Court del Madison Square Garden ma l’arbitro Mike Lugg, dall’alto del suo seggiolone, ha visto diversamente e cambia il giudizio assegnando il punto a McEnroe: 4-3. Borg resta impietrito per qualche istante, certo di aver capito male, ma quando Lugg ribadisce il punteggio lo svedese gli si avvicina e chiede spiegazioni. Non si era mai vista una tale reazione da parte del campione scandinavo e mai più si vedrà. Borg invita Lugg a interpellare il linesman e a nulla serve che l’arbitro gli ribadisca di aver visto la palla terminare out e di avere il potere di modificare la chiamata del suo collaboratore; Bjorn insiste e non si muove finché Lugg aziona il cronometro e, passati trenta secondi, lo penalizza di un punto. E, dopo altri trenta secondi, di un altro. McEnroe, incredulo, dal possibile 3-4 sotto si trova 6-3 sopra e quando Borg, visibilmente contrariato dall’episodio, torna a servire, lo aggredisce con la risposta e pareggia il conto dei set” (pag. 44).

E che dire della finale del 1988? Becker batte Lendl 5-7 7-6 3-6 6-2 7-6. Ecco la cronaca degli ultimi punti decisivi giocati al cardiopalma: “Disperato quanto determinato, il tedesco si butta all’attacco nel game in cui Lendl serve per il titolo, ma è un passante a garantirgli il rifugio nel tie-break. Qui il servizio ha un peso relativo nei primi otto punti e ancora nell’undicesimo, quando Lendl mette largo un passante in corsa. Stavolta è Becker a servire per mettersi in testa la corona di Maestro; mette la prima in rete mentre dalla seconda prende il via uno scambio tremendo in cui l’inerzia dello stesso pare volgere più volte a favore dell’uno o dell’altro. Il trentasettesimo colpo è un delizioso rovescio lungo linea di Becker che impatta nel nastro e cade mollemente cinque centimetri oltre la rete, sotto lo sguardo attonito di Lendl” (pag. 75). Un anno speciale per Becker che, dopo la vittoria al Masters, si aggiudica, assieme ai suoi compagni di squadra, la Coppa Davis contro la Svezia (che in quegli anni poteva contare su tennisti di valore assoluto). Per chi ha dieci minuti di tempo, può rivedere quel pazzesco tie-break, con quell’ultimo incredibile scambio di trentasette colpi, qui. La qualità del video non è eccelsa ma lo spettacolo che offrono i due è stupefacente, della serie: questo sì che è tennis.

Particolarmente appassionante è, anche, il racconto dell’autentica epopea del cecoslovacco di ghiaccio Ivan il Terribile che dal 1980 al 1988 infila nove finali consecutive vincendone cinque, nessuno così prima di lui. Capitolo dopo capitolo passiamo attraverso gli anni ’90 e i cinque titoli di Sampras, a conferma del dominio che l’americano ha dettato nel tennis di quegli anni, e approdiamo al nuovo millennio, dove, dal 2003 al 2016 è un soliloquio di Federer prima (6 titoli) e Djokovic poi (5 titoli) con poche eccezioni. Man mano che il racconto si dipana, la narrazione di Borgatti si fa più ampia, distesa e particolareggiata e il lettore può rivivere le edizioni più recenti come fosse davanti al televisore, rivedendo idealmente le magie di King Roger e i tentativi falliti di Rafa che Maestro, per ironia della sorte, non lo è mai diventato. Almeno finora.

“Il Masters”, dunque, libro atipico e appassionante di un torneo atipico e appassionante la cui definizione, data da Stefano Semeraro nell’introduzione, è, forse, quella che più si avvicina all’essenza di questa competizione: “Il tennis non ha mai avuto qualcosa di simile a un campionato del mondo: troppo diversi fra loro gli Slam, troppo lontani per prestigio gli altri tornei. Il Masters rappresenta la migliore approssimazione a un concetto sì poco tennistico, ma che alla fine della stagione, nel bene o nel male, nonostante l’eccentricità della formula – e a volte verrebbe da dire proprio grazie a essa – riesce a mettere d’accordo tutti” (pag. 10).

Per concludere, non si può non rilevare l’approfondito lavoro di ricerca svolto da Borgatti per la stesura di questo bellissimo libro. Ricerca delle fonti, delle cronache, delle dichiarazioni, tutto assemblato con la perizia e la competenza del cultore di quello che, come lo definisce sempre Stefano Semeraro nella prefazione, è “lo sport più bello del mondo”. Buona lettura.

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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