Fognini e Zverev, parola chiave: sensibilità

Fabio ha vinto a San Paolo, a Sascha arriva la tirata d'orecchi. Ecco come uno potrebbe imparare dall'altro

Fognini e Zverev, parola chiave: sensibilità

Alcune correnti di pensiero dividono la vita in blocchi di quindici anni. Allo scadere di ognuno si dovrebbero tirare somme e bilanci, per poi porre basi e immaginare prospettive, la maggior parte delle volte nemmeno troppo consapevolmente. Alexander Zverev e Fabio Fognini sono, arrotondando un po’ qua e un po’ là, ciascuno a uno dei propri blocchi. Se il biondo tedeschino (che sfiora i due metri) sta appena scaldando i motori in vista di una carriera da dominatore assoluto, l’azzurro è invece in una fase della sua vita, personale e tennistica, che gli dovrebbe richiedere estrema riflessione, qualche rimpianto e una buona dose di soddisfazioni. Il primo ha appena divorziato dal suo coach con tanto di cazziatone per eccesso di gioventù, il secondo ha appena vinto il suo sesto titolo in carriera, a San Paolo contro quel sorprendente Jarry nipote del Fillol tanto caro ai nostalgici Davis italiani. Sebbene pianeti piuttosto lontani, c’è qualcosa che li intreccia ben più del bilancio di 2-0 in favore di Sascha.

Zverev, ed è meglio dirlo senza girarci troppo attorno, ha vent’anni. Già Kyrgios prima di lui aveva affrontato la tempesta della ribalta finendo per comparire nei titoli più spesso per le cose non fatte, che per quelle realizzate. Stiamo parlando dell’età della scoperta e delle esperienze, dei primi cazzotti con il mondo e nella realtà media, con i genitori. Chiaro che la dimensione di Sascha non sia quella standard, ed è altrettanto lampante come sia necessario fare dei distinguo che si applichino al suo status di atleta professionista. Ma va tenuto conto di quanto sia difficile essere adulti, paradossalmente ancora di più in una gabbia d’oro come quella in cui si trova adesso. No, non è un modo per dire che “poverino, ha i milioni e i riflettori“. Non è compassione, è sottolineare che inquadrato nella luce giusta, non dovrebbe far storcere il naso immaginarselo sbronzo all’alba o in chissà quale momento di rilassamento, che invece Juan Carlos Ferrero gli ha imputato come mancanza di professionalità. Ha vent’anni, e l’emotività sfrontata, quasi aggressiva e per questo fragile della sua età. Evidentemente. Numero uno, campione Slam, e tutto il resto. Sì, ma ha margini di miglioramento sterminati ed è giusto dargli il tempo di cui ha bisogno. Di certo dovrà farsi passare la voglia di esagerare se vuole arrivare al top, ma sono aggiustamenti e correzioni che solo la maturità, quella della vita vissuta, può dare. Ed è ben diversa dalla consapevolezza di poter battere i più forti o dalla abnegazione in campo. Spesso sono collegate, ma non per forza. “Ho lavorato duro, e vincere Roma non mi sorprende” è tutt’altra cosa rispetto a “Stasera sto a casa perché domani devo alzarmi presto”.

 

Fognini, ed è meglio dirlo senza girarci troppo attorno, è un emotivo. Ha una sensibilità più complessa, che parte da strati diversi, caratteriale e familiare, per costruirsi intera su, e sopra, di lui. Soffre il grande palcoscenico, anzi per meglio dire la grande aspettativa. Si contrae e si contorce quando le telecamere di chi lo attende e lo idolatra si trasformano ai suoi occhi in nemiche e cattive, perché vorrebbe non doversi confrontare con la pressione. Preferirebbe essere protagonista il giusto, come gli capita quando è lontano dagli scenari di maggior grido e può sciogliersi. Gli exploit contro i grandi campioni, anche con gli occhi di tutti sulla schiena (Murray a Napoli e Roma, Nadal a New York) sono frutto del suo strepitoso talento. I risultati in bacheca sono invece figli del suo temperamento: non è un caso se i titoli vinti sono arrivati in tornei minori, non perché quello sia il suo livello, che invece è ben superiore e non è necessario ripeterlo, ma perché è quello l’habitat perfetto dove può non temere di essere giudicato, interrogato, incalzato. Le risposte monosillabiche nelle conferenze stampa degli Slam e dei mille europei, lasciano spazio a chiacchierate fiume e scambi di opinione ben più tranquille, quando nella serenità del circolo di Amburgo o nella calura sudamericana.

Fabio dimostra a tratti la sensibilità turbata, anche nel linguaggio del corpo, di chi vorrebbe non essere lì perché in realtà gli interesserebbe solo partire, correre, non pensare. Spesso la si intende solo come mancanza di rispetto verso il gioco e verso i tifosi, dimenticando l’attaccamento alla nazionale e i sacrifici compiuti per sé e gli altri, quando necessario. Non viene aiutato da una famiglia che lo adora e lo difende, a volte prendendone eccessivamente le parti (anche se un tweet di papà Fulvio ultimamente dimostrava un po’ di sana ramanzina), e lui è il primo a soffrire di questo amore leggermente ingombrante. Di nuovo, trofei e finali sono spesso arrivati quando il suo team era ridotto all’osso, e lui può dimostrarsi il ragazzo, e l’uomo, buono che è. Tanto per dire, anche se non è di tennis che si scrive: quindici finali, non proprio pistacchi. No, non è un modo per dire “poverino, ha i milioni e i riflettori”. Non è compassione, è sottolineare che anche dietro un atteggiamento a volte rude e poco garbato, può celarsi una natura troppo spesso mascherata da microfoni e televisioni. Altrettanto spesso le responsabilità sono dello stesso Fognini, indubbiamente. Va però detto che a tratti, tratti ben più lunghi del normale, la fresca paternità lo sta aiutando a mantenere la brocca.

Caratteristiche dell’uno potrebbero tornare utili all’altro. Fognini potrebbe usare quell’etica del lavoro che ha permesso a Zverev di costruirsi non solo fisico e palmarès, ma anche una personalità spigolosa, forte, a momenti altezzosa, che già così giovane gli consente di entrare in campo come uomo da battere, oltre al suo tennis futuristico. In cambio Fabio potrebbe cedere una dose di quell’impulsività calorosa che lo rende banalmente amato e odiato da chi non mastica granché di tennis, piuttosto invidiato e detestato da chi invece il tennis lo respira e capisce qualcosa di più. Quell’assenza di freni che trasformerebbe Zverev in un trascinatore di folle, e al tempo stesso gli darebbe una spinta in più per dire “Sapete cosa? Io in realtà ogni tanto vorrei solo partire, correre, non pensare”. No, non è un modo per dire “poverini, hanno i milioni e i riflettori”Non è compassione. È solo sottolineare che alla fine uno ha vent’anni e l’altro è un emotivo. Insomma uomini.

 

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