Un report da 20 milioni per fermare lo 'tsunami' delle scommesse: via i livescore dagli ITF?

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Un report da 20 milioni per fermare lo ‘tsunami’ delle scommesse: via i livescore dagli ITF?

Una commissione indipendente, l’IRP, divulga un ampio report frutto di un lavoro di oltre due anni: niente livescore nei tornei minori per stroncare il problema alla radice?

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In questo caso non si tratta di sensazionalismo da carta stampata. A definire uno “tsunami” il problema delle combine nel mondo del tennis è stato direttamente un investigatore in seno alla Tennis Integrity Unit (TIU), una delle tante voci che l’Independent Review Panel, commissione indipendente presieduta da Adam Lewis QC, ha ascoltato per redarre l’ampio documento di oltre 1200 pagine costato ben 27 mesi di lavoro e circa 20 milioni di sterline. La cifra sembra essere stata interamente finanziata dagli organi di governance tennistica – ATP, WTA, ITF e il board che riunisce i quattro Slam – che nel febbraio 2016 avevano accettato di sottoporsi a tale procedura: la commissione, composta appena da tre elementi, avrebbe ricevuto dai suddetti organi ogni ausilio possibile per completare una profonda attività di ricerca volta a identificare cause e possibili rimedi al problema delle scommesse illecite.

Alla divulgazione del report nella giornata di mercoledì 25 aprile ha fatto seguito una conferenza tenuta nel primo pomeriggio dallo stesso Lewis, in cui sono state tirate le fila del discorso; dopo aver preso atto della testimonianza di circa 200 figure di spicco – direttori di tornei, operatori di scommesse, dirigenti delle varie federazioni tennistiche – e 3300 tennisti professionisti la commissione ha racchiuso in 12 ‘raccomandazioni’ le direttive che il mondo del tennis dovrà impegnarsi a recepire nell’immediato futuro. ATP, WTA e ITF – compresi i siti ufficiali di Wimbledon e US Open – hanno risposto con un omologo comunicato di accettazione di queste direttive il cui succo è così riassumibile: sappiamo che esiste un problema, prendiamo atto delle vulnerabilità che ci impegneremo a colmare con interventi normativi e cogliamo l’occasione per sottolineare che la commissione non ha evidenziato alcun dolo da parte nostra nei processi di controllo ed eventuale condanna dei comportamenti illeciti.

ATP SCAGIONATA, ANCHE SE…

 

Qual è il contenuto del report? Il discorso è più articolato di quanto il comunicato conciliante dei ‘bodies‘ del tennis lascerebbe immaginare. Il report conferma che esiste un malcostume, che questo malcostume è molto esteso ma relativamente confinato ai tornei minori – soprattutto gli ITF maschili e femminili entro i 25000 dollari di montepremi – e che se qualcosa è stato fatto per combatterlo non tutte le risorse sono state utilizzate nel modo migliore. ATP e WTA ne risultano virtualmente ‘scagionati’, sia in virtù del loro operato – ritenuto sufficiente – in occasione delle controversie che negli anni sono emerse, sia perché queste controversie hanno riguardato molto di rado partite del circuito maggiore. Il caso più eclatante rimane probabilmente a distanza di anni l’incontro del 2007 a Sopot, Polonia, con in campo Nikolay Davydenko (all’epoca n.4 del mondo) e Martin Vassallo Arguello: la commissione evidenzia che non è stato possibile avere accesso alla documentazione completa dell’incidente, all’interno della quale figurerebbe anche il contenuto del cellulare personale di uno dei due tennisti (non è specificato a chi appartenga). In quell’incontro Davydenko si ritirò nel terzo set dopo un flusso estremamente anomalo di scommesse quantificabile in oltre cinque milioni di euro.

L’altra macchia menzionata nel report è quella del possibile ‘ritiro insabbiatore’ di un tennista nel 2003, al quale si fa riferimento come ‘Player B’: sembra che l’ATP abbia in qualche modo convinto questo tennista a terminare la sua carriera per evitare di concludere un procedimento che gli avrebbe comunque impedito di disputare altre partite, ma al contempo avrebbe costituito un’onta per l’ATP stessa. Come nel caso dell’incontro di Sopot anche in questo caso la commissione non ha avuto accesso alla documentazione completa, così che il panel dei tre esperti non ha potuto esprimersi compiutamente.

Accanto a queste due possibili nefandezze scovate dalle ricerche del report, compare anche una sezione che verosimilmente sarà la meno apprezzata dagli attori a cui meno questo documento si rivolge: i tennisti. È quella nella quale si suggerisce di applicare criteri di maggiore trasparenza agli ingaggi che i tornei del circuito ATP promettono ai tennisti per convincerli a prendervi parte. Qualora non fosse possibile rendere pubbliche queste cifre – è quanto il documento chiede – si suggerisce di abolire la pratica.

ITF E TIU: DOVE SBAGLIANO

Accantonato il discorso relativo all’ATP, ITF e soprattutto TIU ne escono con una ancor più considerevole tirata d’orecchie. L’ITF è al centro della prima e più rigida tra tutte le raccomandazioni del report. La federazione internazionale deve porre un freno alla vendita dei dati ufficiali relativi agli incontri dei tornei minori. In particolare, la soluzione caldeggiata sarebbe quella di eliminare i livescore negli ITF da 15K e 25K, che forniscono il terreno ideale per la proliferazione delle scommesse illecite: nel documento si leggono nomi e cognomi dei responsabili, ovvero la federazione internazionale e Sportradar, una piattaforma norvegese di rilevamenti statistici con la quale ITF ha addirittura rinnovato la sua partnership settennale appena tre mesi fa ampliando il ventaglio dell’offerta e contestualmente la mole di dati che vengono messi a disposizioni di terzi. Secondo il New York Times un portavoce di Sportradar, Alex Inglot, avrebbe già reagito alla proposta definendola ‘irrealistica’ e soprattutto ‘potenzialmente illegale’.

Qualora ITF rompesse questo accordo che impatta non poco sulle sue finanze, secondo il panel dovrebbe toccare agli altri attori in gioco – ATP, WTA e i quattro Slam – compensare la federazione internazionale dei mancati introiti. In accordo con il principio che le scommesse sono un problema di tutti, e l’impegno per risolverlo dovrebbe quindi essere equanime. Parafrasando quanto è stato detto da Lewis in conferenza, la sensazione è che ITF abbia pensato di emulare ATP e WTA vendendo il livescoring senza pensare troppo alle conseguenze; l’assenza di un tracciamento ufficiale dei punteggi dei tornei minori, stante il bacino finanziario molto limitato del circuito, renderebbe economicamente non sostenibile lo sforzo da parte di soggetti terzi di sviluppare un livescore parallelo e ‘ufficioso’.

Nel caso dei grandi tornei, ovviamente immuni da accuse sul cospicuo lucro del livescoring che ad alti livelli è ormai imprescindibile, si riscontra invece l’anomalia di alcune sponsorship dirette tra tornei e agenzie di scommesse: anomalia in probabile remissione dopo i casi dell’Australian Open – che ha dovuto mollare William Hill – e di Amburgo, ormai ex Bet-and-win Open.

Le accuse a TIU sono addirittura più gravi e riguardano l’intera struttura dell’organo nato nel 2009 come garante dei principi di integrità nelle competizioni tennistiche. La commissione contesta a TIU una mancanza di personale qualificato, e in particolare l’assenza di figure che abbiano competenza specifica in materia di scommesse sportive, e pur rilevando una preoccupante carenza di risorse per gestire l’enorme problema ritiene che quelle a disposizione siano state mal sfruttate. Nel contesto della descrizione di un organo la cui organizzazione appare largamente perfettibile, l’accusa si allarga anche all’impianto di controllo dell’operato di TIU: di questa sorveglianza dovrebbe occuparsi il Tennis Integrity Board, ma tale mansione non verrebbe svolta nel modo corretto a causa di una certa deferenza nei confronti del TIU stesso. Il problema, vecchio come il mondo, di controllori (insufficienti) dei controllori (negligenti).

Tra le varie lungaggini del documento, comunque difficile da contestare, compare un passaggio probabilmente cruciale che merita di essere proposto integralmente: “Gli accordi di vendita dei dati hanno messo migliaia di incontri a disposizione del betting, creando l’opportunità per i giocatori di scommettere o di essere corrotti. È oggi possibile piazzare scommesse online su una mole di partite che si giocano a un livello di competizione che non è precisamente definibile come ‘professionistico’, e nelle quali il rischio di violazione è verosimilmente più alto“. Non sembrano necessarie ulteriori aggiunte, il punto è esattamente questo. Nell’equazione che prende in esame l’indotto finanziario di questi tornei e i guadagni che i tennisti mediamente ne ricavano, al netto delle spese per parteciparvi, sembra assolutamente sproporzionato il giro di scommesse che vi gravita attorno.

I PROSSIMI SVILUPPI

Per completezza, e in attesa di ulteriori pronunce ufficiali da parte degli organi direttamente interessati, ecco una sintesi delle raccomandazioni riassunte nell’executive sommary del documento:

  • Restrizioni sulle vendite di dati relativi ai match del circuito ITF (15K e 25K), con particolare riferimento ai livescore
  • Valutazione più realistica del numero di giocatori considerabili ‘professionisti’ e miglioramento della condizione finanziaria dei tennisti minori
  • Istituzione di un supervisore indipendente per TIU
  • Corso di formazione per tennisti (e addetti ai lavori) sul tema dell’integrità come condizione necessaria per operare nel mondo del tennis
  • Controllo più stretto degli atleti, anche in riferimento alle procedure di accredito e degli abusi che ricevono sulle piattaforme online
  • Riforma del TIU: più competenza, più risorse e smaltimento dei casi arretrati
  • Snellimento dei processi disciplinari
  • Maggiore trasparenza da parte di TIU
  • Maggiore cooperazione tra TIU e federazioni, ma anche forze dell’ordine, organi di governo e generiche ‘terze parti’ implicate nei procedimenti

ATP, WTA e ITF hanno tempo fino al 25 giugno per proporre eventuali correttivi agli estensori del documento, termine oltre il quale la giostra si fermerà e verrà rilasciato il report definitivo. A quel punto, gli organi di governance dovranno dimostrare fattivamente di aver recepito le direttive, sebbene la commissione non abbia alcun potere di imporre scadenze né di suggerire eventuali punizioni per inadempienza. Un lavoro certosino, largamente condivisibile ma comunque ancora lontano dal trovare un’attuazione concreta – che spetta appunto a chi redige i regolamenti – e che soprattutto è stato finanziato dagli stessi attori nelle cui tasche si è scavato.

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Seppi accede ai quarti di Mosca, Fabbiano fuori all’esordio

Altra vittoria al terzo per Andreas, che dopo Garin rimonta anche Carballes Baena. Ora Khachanov che salva 5 MP Thomas parte bene ma si spegne presto contro Gerasimov

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Andreas Seppi - Zhuhai 2019 (foto via Twitter, @ZhuhaiChampions)

Si risolve favorevolmente al terzo set la sfida tra Andreas Seppi e lo spagnolo Carballes Baena, di fronte per la prima volta in carriera nel secondo turno della Kremlin Cup 2019.

Dopo la maratona vittoriosa contro Garin, Andreas emerge da un’altra prova di resistenza nonostante un primo set sfuggito sul finale: sotto 6-5, in un game labirinto, il giocatore di Caldaro annulla ben quattro set point e non sfrutta due palle break, prima di consegnare il parziale allo spagnolo (avanti 8-0 negli ace) dopo ben 56 minuti. Inerzia completamente cambiata però da quel momento: nel secondo set – pur andando subito sotto di un break – Seppi sale in cattedra e lascia appena un gioco al suo avversario. La perdita d’efficacia delle prime di Carballes fa il paio con la crescente solidità in risposta del 72 del mondo.

Il trend positivo si protrae nel terzo e decisivo parziale, controllato in modo anche piuttosto vistoso da un Andreas capace di vincere 15 punti in risposta e di breakkare Carballes nel primo e nell’ultimo game del parziale. Saranno quarti di finale per la quarta volta in stagione nel tour maggiore, e Karen Khachanov, favorito nel suo match di ottavi su Philipp Kohlschreiber, promette di essere un test discretamente probante.

 

Si ferma invece all’esordio la corsa moscovita di Thomas Fabbiano. Il tarantino, 89 del ranking, è stato battuto in due set da Egor Gerasimov, proveniente dalle qualificazioni. Il bielorusso, 98 del mondo, ha fatto affidamento sugli 11 ace (a 1) messi a segno per garantirsi al secondo turno l’incrocio con la sesta testa di serie Andrey Rublev. Nel primo set l’azzurro si era trovato anche avanti di un break, vantaggio che però si è visto subito sfuggire dalle mani non capitalizzando i due successivi suoi turni in battuta. A penalizzarlo, anche i cinque doppi falli complessivi e il litigio con la prima di servizio nel secondo set (dentro appena nel 52% dei casi). Nel post US Open, Fabbiano è stato sconfitto in cinque dei sei incontri disputati.

Negli altri incontri incredibile vittoria di Karen Khachanov che nel terzo set annulla 5 match point a Philipp Kohlschreiber prima di chiudere 9 punti a 7 il tie-break decisivo alla prima occasione. Sarà lui ad affrontare Seppi nei quarti venerdì.

Risultati primo turno:

[Q] E. Gerasimov b. T. Fabbiano 6-3 6-4
[WC] A. Avidzba b. [WC] A. Kachmazov 6-1 4-6 6-1

Risultati secondo turno:

A. Seppi b. R. Carballes Baena 5-7 6-1 6-3
[7] A. Mannarino b. M. Kukushkin 7-6(4) 6-2
[4] D. Lajovic b. [Q] L. Rosol 6-4 6-7(6) 6-3
[2] K. Khachanov b. P. Kohlschreiber 3-6 6-3 7-6(7)

Il tabellone completo

a cura di Pietro Scognamiglio ed Emmanuel Marian

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Numeri: l’ascesa di Medvedev, la scalata di Berrettini

Il russo si conferma il giocatore più in forma del circuito con il secondo titolo Masters 1000 consecutivo, Matteo è il nuovo N.1 d’Italia e punta le Finals di Londra. Gauff campionessa a 15 anni

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

5- i soli tennisti ad aver accumulato da fine aprile in poi più punti di Matteo Berrettini. Questa settimana il ventitreenne romano è per la prima volta numero 1 azzurro e soprattutto occupa il best career ranking di 11 ATP (ha mancato per soli 10 punti l’accesso nella top ten). Nella Race il nostro giocatore è all’ottavo posto, un piazzamento che come noto gli garantirebbe una storica partecipazione alle ATP Finals. Sarebbe un traguardo meritato per quanto fatto vedere in questi ultimi sei mesi, durante i quali, giocando bene su tutte le superfici del circuito (erba, terra rossa e cemento) Matteo ha immagazinato 2250 punti, più di quelli raccolti nello stesso lasso temporale da tennisti attualmente più in alto in classifica di lui, come Tsitsipas (2180) e Zverev (2210). Subito dopo Montecarlo, Berrettini era del resto solo 55 ATP e veniva da una prima parte di 2019 piuttosto deludente: aveva rimediato quattro eliminazioni al primo turno e la sola semifinale a Sofia e la vittoria del Challenger di Phoenix non potevano certo farlo essere soddisfatto per la propria classifica, non migliorata rispetto a quella di fine 2018. In quei mesi, ancora Matteo si considerava soprattutto un terraiolo, come ci diceva quando lo intervistammo nel corso del torneo di Dubai. I due titoli vinti a Budapest e Stoccarda, la finale raggiunta a Monaco di Baviera e la semi ad Halle gli consentivano però un grande balzo in classifica: l’ingresso nella top 20 si confermava un giusto riconoscimento del livello raggiunto dal suo tennis, certificato anche dagli ottavi conquistati a Wimbledon. Una distorsione alla caviglia destra gli ha poi impedito di giocare dopo Londra, posticipando di settimana in settimana il suo rientro, avvenuto solo a metà agosto a Cincinnati: quando è arrivato agli Us Open, su una superficie e in condizioni sulle quali in carriera non aveva mai fatto bene -in nessun torneo ATP giocato sul cemento all’aperto aveva mai raggiunto i quarti- quasi nessuno poteva immaginare l’exploit che avrebbe compiuto, issandosi sino alle semifinali dello Slam newyorkese. Un risultato non casuale, come visto la scorsa settimana a Shanghai, dove Matteo non ha perso un set per raggiungere le prime semifinali in un Masters 1000: prima eliminando due top 40 come Struff (6-2 6-1) e Garin (duplice 6-3), poi superando per  la quarta volta (tutte nel 2019) un top 10, in questo caso Bautista Agut (7-6 6-4) e poi un top 5 come Thiem (7-6 6-4). La sconfitta piuttosto netta patita contro Zverev nella semifinale di Shanghai nulla toglie ai suoi enormi meriti.

6- i tornei giocati in estate da Fabio Fognini. Come noto, dopo gli ottavi raggiunti al Roland Garros il ligure era entrato nella top 10: lo scorso giugno è stato il primo italiano ad accedervi negli ultimi quaranta anni (l’ultimo era stato nel 1979 Barazzutti, secondo italiano di sempre dopo Adriano Panatta). A trentadue anni compiuti il mese precedente, Fabio è divenuto il tennista più anziano nell’era Open a entrare per la prima volta tra i primi dieci del ranking (per la precisione, meno giovani di lui a farlo per la prima volta furono il 38enne Rosewall e il 35 Laver nell’agosto 1973, quando fu inaugurata la classifica ATP). Salito sino al nono posto della classifica, l’azzurro ha però sofferto un’estate deludente, anche a causa dei problemi fisici che lo hanno accompagnato (prima un fastidio alla gamba destra a Umago, quando si è ritirato contro Travaglia e poi alla caviglia a Cincinnati, dove ha dato forfait). Fognini è riuscito così tra Wimbledon e Us Open a giocare appena sei tornei, nel corso dei quali ha vinto appena sette partite (l’unica buona performance è arrivata a Montreal, dove si è qualificato nei quarti, perdendo in tre set contro Nadal). L’estate è poi terminata per lui con l’orgoglio di scendere in campo alla Laver Cup giocata a Ginevra, ma è sembrato un amaro contentino per un finale di stagione da vivere senza grandi stimoli. Prima della trasferta asiatica le sue chances di partecipare alle ATP Finals sembravano infatti piuttosto compromesse, considerato il trend negativo degli ultimi mesi: invece, le cinque vittorie complessive tra Pechino e Shanghai e i due quarti conseguiti in questi due tornei -sconfiggendo clienti ostici come Querrey e Rublev, un campione in ripresa come Murray e un top ten come Khachanov- hanno lasciato la porta aperta a una clamorosa rimonta da parte del ligure: Zverev, settimo nella Race, è lontano 620 punti, Berrettini, ottavo, lo è 310. Iscritto a Stoccolma, Basilea (dove la settimana giocherà per la prima volta in carriera) e Bercy ha ancora 1750 potenziali punti da rincorrere per mettere la ciliegina sulla torta su una stagione comunque resa memorabile dalla conquista del titolo di Monte Carlo.

8- i top 20 battuti da Daniil Medvedev da quando lo scorso agosto ha partecipato ai Canadian Open. Arrivato a Montreal reduce dalla finale persa a Washington contro Kyrgios, da quel punto in poi ha inanellato 25 vittorie nelle successive 27 partite giocate: successi che hanno permesso al russo la vittoria di due Masters 1000 (Cincinnati e Shanghai) e di un ATP 250 (San Pietroburgo), oltre che il raggiungimento di due finali (US Open e Montreal). Questi piazzamenti hanno garantito al russo un assegno complessivo di 5.123.640 dollari di soli montepremi (corrispondenti al 53% di quanto incassato sinora in tutta la sua giovane carriera) e la conquista del relativo bottino di 4050 punti che gli ha permesso di salire dal nono al quarto posto del ranking, con ottime prospettive di occupare anche la terza posizione, già detenuta da questa settimana nella Race, dove ha scalzato Federer. Alzando sempre più il livello del suo tennis e contestualmente la fiducia nei suoi mezzi, il russo classe ’96 da Montreal in poi ha perso solo da Nadal: nettamente nella finale dei Canadian Open, di un soffio in quella (splendida) di New York. Eccezion fatta per colui che dal 4 novembre tornerà al numero 1 del mondo, Medevedev ha avuto un rendimento così elevato da sconfiggere in questi tre mesi Zverev, Tsitsipas, Fognini, Coric, Goffin, Djokovic, Khachanov e Thiem e di farlo in maniera anche netta: ad eccezione del serbo, non ha mai perso nemmeno un set per superarli. La sua corsa al numero 3 del mondo sembra ben avviata, considerando anche il personale stato di forma che lo vede, dopo la seminfinale agli Us Open, in serie utile da dieci partite, tutte vinte senza lasciare per strada un set (a Shanghai si sono arresi inermi Norrie, Pospisil, Fognini, Tsitsipas e Zverev). Risulta per lui ancora impossibile, per quanto concerne questo 2019, la rincorsa ai primi due posti del ranking ATP, distanti oltre tremila punti: dal 2005 la classifica del tennis maschile termina ininterrottamente con due a rotazione dei quattro Fab Four a occupare i primi due gradini del podio e bisognerà aspettare almeno un altro anno per sapere se la loro egemonia terminerà o meno.

11- i tennisti italiani tra i primi 128 giocatori al mondo. Quest’ultimo numero è molto ricorrente e importante nel tennis: corrisponde ai giocatori presenti nel main draw di uno Slam, sebbene come noto entrino per diritto di classifica solo i primi 104 al momento della chiusura delle iscrizioni. Per capire quanto sia eccellente dal punto di vista quantitativo -e qualitativamente abbiamo due tennisti tra i primi dodici, e solo la Russia fa in tal senso un pò meglio, con Khachanov e Medvedev- il momento vissuto dal nostro settore maschile, basti pensare che lo stesso numero di tennisti tra i primi 128 al mondo lo ha una scuola che negli ultimi vent’anni ha primeggiato come quella spagnola. Solo due potenze imparagonabili per bacini di utenza e tradizione tennistica come Francia e Stati Uniti fanno appena meglio di noi, con dodici rappresentanti. In questa particolare fascia di classifica considerata, dallo scorso lunedì abbiamo guadagnato un giocatore, grazie alle semifinali nel challenger francese di Yannick Sinner, il quale, da nemmeno due mesi maggiorenne, continua la sua scalata verso la top 100, nonostante un 2019 iniziato fuori dai primi 500 del mondo.Risulta sempre maggiore la differenza con l’attuale decadenza del settore femminile, nel quale, se Giorgi ha un raffreddore, nessuna tennista azzurra partecipa a un torneo importante del circuito: e con la stagione falcidiata di infortuni della maceratese, costretta a giocare solo sedici tornei nel 2019 (tra inizio febbraio e l’estate ha giocato solo a Miami) troviamo la prima tennista italiana appena al novantaduesimo posto. Impietoso, ma doveroso notare che nella classifica WTA di questa settimana ben trenta nazioni attualmente fanno meglio di noi, con almeno una propria giocatrice con una classifica migliore della Giorgi (e addirittura venti ne hanno almeno due con un ranking migliore di quello di Camila). In un circuito WTA nel quale quattro top ten e altre quattro top 20 non hanno ancora compiuto 24 anni, la nostra unica under 23 tra le prime 250 del mondo è Jasmine Paolini. Senza metterle pressioni addosso, l’unico raggio di luce tra le nostre donne arriva da Elisabetta Cocciaretto: entrata nella top 300 da qualche settimana, dopo aver iniziato il 2019 fuori dalle prime 700, la diciottenne anconetana che l’anno scorso agli Australian Open Juniores arrivava in semifinale dopo aver sconfitto Gauff al primo turno, sta facendo un gran lavoro, i cui frutti sono ancora tuttavia imprevedibili.

 

71- la posizione nel ranking di Cori Gauff, a 15 anni e mezzo unica tennista non maggiorenne nella top 100 WTA. Che la giocatrice nata ad Atlanta ma cresciuta tennisticamente in Florida fosse destinata a un precoce ingresso nel grande tennis era ipotizzabile vedendo quanto di brillante da lei fatto tra gli Juniores: nel 2017 ha raggiunto la finale degli US Open, divenendo a tredici anni la più giovane finalista dello Slam newyorkese; l’anno scorso ha vinto il Roland Garros ed è divenuta, quattordicenne, numero 1 al mondo tra le under 18. Nel mondo delle pro, Gauff ha incominciato ad approciarsi solo quest’anno: a Miami ha ottenuto la prima vittoria a livello WTA, ma è a Wimbledon che ha davvero iniziato a far parlare di sè. Ai Championships, da 313 WTA, è divenuta la più giovane qualificata nell’Era Open ed è poi arrivata agli ottavi, sconfiggendo anche Venus Williams al primo turno: un successo che, all’età di 15 anni e 122 giorni, ha fatto diventare la Gauff la più giovane tennista a vincere un match in uno Slam dai tempi di Anna Kournikova.  La carriera tra le pro è poi continuata in estate col successo in doppio a Wahington con la diciassettenne connazionale McNally (anch’ella sulle soglie della top 100 e con la quale Coco nel 2018 aveva vinto gli Us Open Juniores) e soprattutto con l’ottimo terzo turno raggiunto nello Slam newyorkese. Il regolamento della WTA riguardo alle tenniste della sua fascia d’età non le permette di giocare con continuità nel circuito, ma Gauff la settimana scorsa era comunque salita sino al 110 WTA. A Linz, come accade a tutti i campioni, per una volta ha avuto bisogno anche della mano della Dea Bendata: eliminata nel turno decisivo delle quali dalla tedesca Korpatsch, 130 WTA,  Gauff è stata ripescata nel tabellone principale per il forfait della testa di serie numero 3 Sevastova e da quel momento in poi ha cambiato marcia. La giovanissima statunitense ha iniziato conquistando i primi quarti nel circuito WTA, sconfiggendo due tenniste dalla classifica mediocre come Voegele (6-3 7-6) e Kozlova ( 6-4 4-6 2-0 RET.). A quel punto ha ottenuto la vittoria sin qui più prestigiosa della carriera contro Bertens (7-6 6-4) prima top 10 sconfitta: un successo che ha fatto da apripista a quelli contro due top 80 dal grande passato come Petkovic in semifinale (ex 9 WTA, superata con un duplice 6-4) e Ostapenko in finale (due anni fa vincitrice del Roland Garros, superata con un 6-3 1-6 6-2).

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Focus

Salvo Caruso: nei primi 100 tra latte di mandorla e quell’incontro con Federer

L’ottavo azzurro dei primi cento del ranking ha battuto nel 2019 Gilles Simon e Borna Coric. “Vengo da lontano”, dice della sua Sicilia, che è tuttora dentro e intorno a lui

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Salvatore Caruso - ATP Challenger Barcellona 2019 (foto via Twitter, @SanchezCasal)

Prima di Shanghai, mentre Djokovic trionfava a Tokyo, Salvatore Caruso vinceva il Challenger di Barcellona, entrando per la prima volta in carriera nei primi 100 del mondo, al n.98 ATP. Questo risultato ha fatto scalpore perché si è trattato dell’ottavo azzurro tra i primi 100 del ranking, mai successo al tennis italiano. Le premesse però che questo ragazzone siciliano di 26 anni vi rimanga stabilmente (oggi è n.95) ci sono tutte. Si è rivelato al mondo quest’anno, col terzo turno al Roland Garros dove ha superato un francese, Gilles Simon, dominando i primi due set e senza tremare nel terzo, nonostante la reazione dell’avversario.

Era partito dalle qualificazioni e la sua corsa si è fermata contro Novak Djokovic. Ha esordito nel tabellone principale di uno Slam all’Australian Open 2018, senza sfruttare un vantaggio di due set contro Jaziri. Tra Sydney ’18 e Parigi ’19 c’è stato il primo successo, nel prestigioso Challenger di Como, contro il cileno Christian Garin, uno che quest’anno sta mostrando un grosso potenziale con le vittorie nei 250 di Houston e Monaco di Baviera. Prima, la wild card a Roma 2016, quando perse netto contro Nick Kyrgios. Esperienza utile a maturare sui palcoscenici importanti, non unico aiuto arrivato dalla FIT, con la quale è in ottimi rapporti: “La Federazione mi ha aiutato 3-4 anni tra il 2014 e il 2017, prima no ma altri giocatori avevano risultati migliori e dunque era sacrosanto che aiutassero loro”.

Cresciuto sulla terra e a suo agio in match da scambi prolungati (come al Roland Garros contro un incontrista nato come Gilles Simon), “Sabbo” ha in realtà caratteristiche da superfici veloci, come impugnatura e propensione al gioco d’anticipo. Intanto ha confermato l’exploit parigino sempre sulla terra, con la semifinale a Umago e lo scalpo di Borna Coric, per poi sollevare il secondo trofeo della carriera appunto pochi giorni fa a Barcellona.  

Ragazzo educato, consapevole di essere appena arrivato (“trovo naturali le domande sul perché ho raggiunto non giovane i grandi palcoscenici”) ma sicuro di sé. A Parigi ha mostrato anche un lato più particolare. Non sapeva che al secondo turno avrebbe affrontato Simon (di solito i giocatori hanno sempre presente il loro tabellone) e non sembrava curarsi molto dei benefici economici derivanti dal superare turni in uno Slam. Alla domanda su quanto costasse a un professionista attorno al n.130 del mondo un anno di carriera tra viaggi e staff, ha risposto “dipende, i coach hanno costi molto diversi e la loro scelta è molto soggettiva, non si può dare una cifra generica”. Di primo acchito poteva dare l’idea di non essere del tutto sincero, in realtà semplicemente non colloca il denaro tra i primi obiettivi. “Ovvio che i soldi servono, per un tennista in particolare aiutano per la carriera, per investire nel tuo team, ma nella vita ci sono cose più importanti”.

Molto sicuro di sé, non sorpreso dai risultati che sta ottenendo, non nega aperti complimenti a sé stesso (“La qualità del tennis c’è sempre stata, la capacità di reagire prontamente quando sono sotto nel punteggio no. Al Roland Garros i primi due set con Simon li ho giocati alla perfezione, con Munar terzo e quarto set li ho gesti in maniera splendida, tranquillo e lucido”), ma la sua umiltà è assicurata dal non aver rimpianto la scelta di finire il liceo scientifico e per questo essere arrivato tardi nel tennis che conta. “Lorenzi è l’esempio più chiaro di come si possa arrivare non giovanissimi e poter poi avere ottime soddisfazioni anche più avanti, l’importante è arrivare. Sono felice di aver accettato il patto coi miei genitori, scelte come queste mi hanno fatto diventare la persona che sono”.

Papà Vincenzo, che ha un negozio di intimo ad Avola e mamma Michelina, insegnante di chimica e biologia, sono infatti due persone benestanti ma non facoltose al punto da poter supportare finanziariamente il figlio senza un piano B. Lui doveva diplomarsi, poi loro lo avrebbero aiutato per un paio d’anni e se le cose non funzionavano l’università era alle porte, perché “figlio mio un lavoro lo devi trovare nella vita”. È andata bene e il suo lavoro ora sta imboccando la parabola ascendente, quella che separa un professionista stabilmente sul circuito da uno in eterna lotta col proprio bilancio, con quanto spende e quanto incassa per capire se l’anno successivo può continuare a vivere con la sua passione oppure dedicarsi ad altro.

Non c’è solo Lorenzi tra i vecchietti che ammira, perché ha avuto il piacere di fare da sparring partner a un altro molto in là con gli anni, con una bacheca non proprio modesta. “Il mio top player preferito? Ho una preferenza per Federer. L’ho conosciuto nel 2013, quando cercava uno sparring partner prima dei Mille americani. Mi sono allenato tre giorni a Zurigo con lui. Una persona davvero fantastica“. Eppure, anche se non sapremo mai se sia la verità, non è detto che sia stata una fortuna, visto che si dice certo di aver fatto ritorno da Zurigo con una racchetta in meno…

La sua parlata è molto siciliana, differenziandosi in questo dall’amico e conterraneo Cecchinato, che non ha un accento così marcato. Il legame con la sua terra è per Sabbo molto forte, l’ha detto lui stesso e lo dimostra il fatto che vive ancora in Sicilia. Nato ad Avola, fino a 10-12 anni ha giocato lì, poi si è spostato a Siracusa. Lo dimostra soprattutto il fatto che il suo staff è lo stesso da 10 anni. “È un progetto a lungo termine”, sottolinea Caruso. L’allenatore è il palermitano Paolo Cannova, il preparatore atletico Pino Maiori, siracusano. Il sospetto che sia un eccessivo attaccamento all’ovile viene spazzato via dai risultati che sta conseguendo.

Nella terra di vini rossi e mandorle non nasconde di preferire queste ultime, in tutte le poliedriche versioni che la Trinacria sa offrire: “Granite, pasta e soprattutto latte di mandorle, che come mia mamma non fa nessuno”. Ma la crescita comporta anche l’apprezzamento per sapori più impegnativi, come il Nero della sua Avola. “Anni fa lo trovavo troppo forte, preferivo il bianco, ma ora lo sto apprezzando molto di più”. Insomma, determinazione e voglia di arrivare lontano, ma Caruso è siciliano, mediterraneo, di carnagione olivastra: per stare nei primi 100 le rinunce sono imprescindibili, ma anche le radici. Se un giorno Novak Djokovic gli consiglierà la dieta gluten free che ha fatto la sua fortuna, lui ringrazierà onorato, ma penserà che già una volta contro uno dei Fab Four era finita con una racchetta che mancava all’appello…

 

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