Roland Garros: Nadal affonda del Potro, 11esima finale a Parigi

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Roland Garros: Nadal affonda del Potro, 11esima finale a Parigi

PARIGI – Semifinale senza storia. Dal 4-4 del primo set non c’è più partita. Nadal vede il trionfo n.11. Non ha mai perso una finale sullo Chatrier. Trova Thiem

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[PODCAST] Alla Conquista della Terra Ep 27 – La finale più giusta

[1] R. Nadal b. [5] J.M. del Potro 6-4 6-1 6-2 (da Parigi, il nostro inviato)

 

RAFA NADAL, SEMPLICEMENTE IMMENSO – Non crediamo ci sia molto da dire, ancora, su Rafael Parera Nadal da Manacor. Il 32enne fuoriclasse spagnolo disputerà domenica l’undicesima finale qui a Parigi e la 24esima a livello Slam. Bastano questi numeri per definire la grandezza di questo giocatore, non serve aggiungere altro. Oggi contro Juan Martin del Potro – che tornava in semifinale a Parigi dopo nove anni – tutto è andato secondo le previsioni. Solo nella prima ora di gioco, quanto cioè è durato il primo set, Nadal ha avuto  problemi a tenere a bada la potenza dell’argentino, sceso in campo con l’intenzione di scambiare il meno possibile e di non dare ritmo al suo avversario. Ma appena i giri del motore del maiorchino sono iniziati a salire e nel contempo si sono ridotti i Watt dei fondamentali dell’argentino, non c’è stata più partita. Vinto il primo set con il break decisivo al decimo gioco, gli altri due parziali sono stati un monologo del n. 1 del mondo. Che ora affronterà Dominic Thiem a caccia dell’undicesima affermazione sul Roland Garros.

Rafa Nadal – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

RIMPIANTI DEL POTRO – Il maiorchino in realtà era partito un po’ lento dai blocchi e si era ritrovato più volte in difficoltà nei suoi turni di battuta. Merito anche di del Potro che spingeva l’impossibile col dritto (letteralmente: certi lungolinea in allungo vincenti erano sottolineati dagli “ooohhh” di stupore del pubblico)  per evitare di cadere nella ragnatela dell’asfissiante pressione da fondo campo del maiochino. Rafa si trovava 0-30 nei primi tre game di battuta e nel terzo gioco doveva addirittura annullare tre palle break consecutive. L’argentino invece non faticava nei suoi game di servizio: il suo obiettivo era quello di scambiare il meno possibile e si affidava alla potenza di servizio e dritto per applicare, inizialmente con grande successo, la tattica studiata a tavolino. La grande occasione per del Potro si materializzava nel nono gioco dove riuscita a conquistare altre tre palle break. Ma nel momento decisivo era proprio la sua arma migliore, il dritto, che lo tradiva: uno lo mandava in tribuna ed un altro lo steccava e Nadal – che comunque già da un paio di game era entrato nella sua classica modalità “devi tirare almeno tre vincenti per farmi un punto” – si salvava. Mai non sfruttare le occasioni, rare, che Rafael Nadal concede sulla terra (“Forse sono stato anche un po’ fortunato sulle palle break, ma comunque sia le ho annullate“) te lo fa pagare subito. Ed infatti, complice un improvviso calo nel servizio dell’argentino e la conseguente maggiore aggressività alla risposta (è incredibile la capacità di Nadal di leggere immediatamente in campo i cambiamenti che avvengono nello sviluppo del gioco), Rafa, che non era mai stato in vantaggio nei game di servizio di del Potro ed era arrivato solo una volta a fare un paio di punti, saliva 0-30 e poi si procurava due palle break. La seconda era quella buona e il primo set era appannaggio dello spagnolo per 6-4.

Juan Martin del Potro – Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

POI SOLO DOMINIO MAIORCHINO – La partita di fatto finiva qui (“Probabilmente sarebbe andata diversamente se avessi vinto il primo set” ha detto l’argentino in conferenza stampa). All’inizio del secondo set Del Potro provava a cancellare il ricordo di quelle due palle break malamente sprecate con il dritto ed iniziava tirando a tutta anche con il rovescio. Ma la potenza non era più quella della prima ora di gioco – e forse aveva ragione il Direttore che nel suo editoriale di ieri aveva ipotizzato che del Potro avrebbe potuto pagare dal punto di vita fisico e mentale le fatiche del tre intensi set giocati ieri contro  Marin Cilic, non avendo un giorno in più per recuperare – e soprattutto Nadal era “on fire”. Era infatti lui a comandare il gioco con le sue rotazioni mancine (“Nel primo set non ho giocato bene, poi sono salito di livello“), ormai quasi infallibili ed adesso anche vincenti (saranno 13 winners e solo 4 unforced alla fine del  secondo parziale). Del Potro cominciava a non saper più che pesci pigliare (“Rafa è salito di intensità con il suo gioco, ha cominciato a farmi muovere tanto.”). Sintomatico in tal senso un suo serve and volley nel quarto game: tattica che la Torre di Tandil usa veramente quando è sull’orlo della disperazione. Ed infatti lo era: in un attimo Nadal saliva 5-0 ed il boato con cui il pubblico dello Chatrier salutava il game dell’1 a 5 di del Potro era sintomatico del fatto che non c’era più partita e il pubblico sperava qualcosa cambiasse. Ma a Nadal la cosa ovviamente non interessava e chiudeva subito dopo 6-1.

Il terzo set iniziava con il break di Nadal e si capiva che si era ormai ai titoli di coda. JMDP cercava di opporsi con orgoglio ed aveva un ultimo sussulto quando riusciva ad arrivare 40 pari sul servizio del maiorchino nel quarto gioco. Ma era inutile, come il “del Po del Po” urlato dal pubblico dopo un tracciante vincente di dritto dell’argentino, colpo che era diventato sempre più raro con il passare dei minuti. Era invece il passante vincente di Nadal sul nuovo disperato ed inutile serve and volley del tandilese sulla palla che dava a Rafa il break del 4-1 il colpo che sigillava il match. Pochi minuti era 6-2 Nadal, che portava così a casa il match dopo due ore e quattordici minuti di gioco. Ora tra Rafa e un ulteriore tassello di leggenda – che solo a dirlo vengono i brividi: l’undicesima vittoria all’Open di Francia – c’è l’unico giocatore ad averlo sconfitto negli ultimi due anni sulla terra rossa, quello che molti considerano il principe ereditario del Re della terra: l’austriaco Dominic Thiem (“La chiave per battere Dominic? Lo so che voi vorreste scrivere molto su questo e ci sarebbero cose da dire. Ma la realtà è che, semplicemente, dovrò giocare bene. Se non giocherò bene contro un grande giocatore come lui sarà dura“). Insomma, domenica sul Philippe Chatrier ci sarà probabilmente la finale più degna.

Juan Martin del Potro e Rafa Nadal – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Il tabellone maschile

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Focus

Scegliere di rispondere: azzardo o mossa vincente?

Servire o ricevere? Durante il Roland Garros il 62% dei giocatori che ha vinto il sorteggio ha scelto la seconda opzione. Il break è spesso arrivato ma il gioco non sempre vale la candela

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Diego Schwartzman - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Chi ben comincia è a metà dell’opera, si dice. Nel gioco del tennis, la dea bendata, nella forma di un lancio della monetina, assegna ad uno dei due giocatori (o delle coppie nel doppio) in campo il prezioso vantaggio di decidere da dove cominciare: se dal turno di battuta o da quello di risposta. Considerando l’enorme vantaggio dato dal servizio in campo maschile, la scelta parrebbe scontata. Inoltre, vincendo il primo turno di battuta, ci si mette in una posizione di testa all’interno del set, aumentando la pressione sull’avversario. Tuttavia, tanti tennisti scelgono di rispondere nel sorteggio. La logica è quella di fare il break in apertura, sfruttando il fatto che chi serve non è ancora entrato del tutto nel match. Ma quindi qual è la strategia giusta per cominciare bene? Se lo è chiesto Craig O’Shannessy, l’uomo dei numeri nel mondo del tennis professionistico, che vanta collaborazioni con giocatori di primissimo piano come Novak Djokovic e il nostro Matteo Berrettini. 

Analizzando i dati relativi a tutti i 127 match di singolare maschile dell’edizione appena conclusa del Roland Garros, O’Shannessy ha constatato che nella grande maggioranza dei casi (62% ovvero 79 volte) il giocatore che ha vinto il sorteggio ha scelto di rispondere. A fare eccezione rispetto a questa statistica ci sono però i migliori della classe. Nadal e Djokovic hanno scelto di servire tutte e tre le volte in cui hanno vinto il sorteggio. Il serbo ha optato per il servizio anche in occasione della finale. Da notare che nonostante non scaglino ace a 230 chilometri orari, i due primi giocatori nel ranking ATP sono quinto (Nadal) e ottavo (Djokovic) per percentuale di giochi vinti al servizio nelle statistiche annuali. Dunque se sai che molto probabilmente vincerai il primo game di servizio, perché rinunciare al vantaggio? 

Diego Schwartzman, semifinalista a Parigi nonché secondo nella classifica assoluta di game vinti in risposta (dietro a Nadal), è invece dell’altro partito ed in entrambe le occasioni in cui ha potuto decidere ha cominciato dalla risposta. L’idea, evidentemente diffusa sul circuito, che il break sia più probabile quando il giocatore al servizio è ancora freddo è abbastanza supportata dalle statistiche. Durante l’ultimo Roland Garros ci sono stati infatti più break quando il giocatore che ha vinto il sorteggio ha deciso di rispondere (30%) che in qualunque altra situazione (27% circa). Non una differenza enorme ma comunque una riduzione del vantaggio per chi sta al servizio. Ma essere premiato dal lancio della monetina aiuta in ogni caso, a prescindere dalla decisione che poi si prenda riguardo alla situazione in cui cominciare l’incontro. Infatti, chi ha scelto di servire ha vinto il 77% dei giochi contro il 69% di chi non lo ha scelto. Questo può dipendere dal fatto che come Schwartzman è consapevole delle sue doti in ribattuta, chi può contare su un gran servizio tende a sfruttarlo fin da subito e mettere il naso avanti. 

 

O’Shannessy ha inoltre esteso la sua analisi ai primi quattro giochi del match, distinguendo chi, dopo aver vinto il sorteggio, decide di servire da chi decide di rispondere. Chi decide di rispondere ha avuto più probabilità di trovarsi in vantaggio (3-1 o 4-0). Ma la differenza è sottilissima: 32 per cento contro 31 per cento. D’altra parte, però chi ha deciso di partire dalla ribattuta si è trovato molto più spesso in svantaggio (1-3 o 0-4) rispetto a chi ha deciso di iniziare dal servizio: 30% contro 25%. Ne consegue che il giocatore che ha deciso di servire si è anche più spesso trovato in situazioni di parità. Insomma, iniziare dalla risposta è una strategia più aggressiva, mentre iniziare dalla battuta è più conservativa. Ma il gioco parrebbe non valere la candela.

I limiti di questa analisi stanno soprattutto nell’utilizzo di un campione molto limitato e poco rappresentativo, quello dei soli match durante l’ultimo Roland Garros. Se la limitatezza del campione dipende dal mero numero delle osservazioni, in questo caso la scarsa rappresentatività si può attribuire a due fattori. In primis, il fatto che sia per l’appunto un Grande Slam dove si gioca al meglio dei tre su cinque e che quindi il vantaggio di cominciare meglio si attenua. In match più brevi, al meglio dei tre set, i giocatori potrebbero essere più incoraggiati a rischiare e cominciare in risposta. Ma l’effetto potrebbe essere anche inverso. In secondo luogo, il Roland Garros è l’unico Slam che si disputa sulla terra battuta: una superficie che, nonostante tutto, rimane nettamente più lenta delle altre, e che dunque aumenta la percentuale di turni vinti in risposta. Questo potrebbe influire sulla scelta dei giocatori al momento del sorteggio, incentivando ulteriormente la strategia di iniziare in risposta. Peraltro, quest’anno, causa lo spostamento in autunno, le condizioni erano ancora più lente. Una situazione in cui si presume che il vantaggio dato dal servizio si assottigli ancora di più.

D’altra parte, i tennisti sono animali strani, un po’ abitudinari e un po’ lunatici. È possibile che tendano a fare sempre la stessa scelta, anche giusto per scaramanzia. Il fatto che Nadal, Djokovic, Schwartzman e presumiamo molti altri abbiano fatto le stesse scelte per tutto il torneo, a prescindere dall’avversario e quindi dalle chance di fare break, ce lo fa intuire. È anche possibile che altri cambino idea a seconda delle sensazioni, di come si sveglino la mattina. Nonostante ciò, sarebbe comunque interessante ampliare quest’analisi a tutti i tornei del circuito ATP per poterne trarre delle conclusioni più solide. 

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Al femminile

Ancora sul Roland Garros

Da Sofia Kenin a Martina Trevisan, da Nadia Podoroska a Petra Kvitova e Garbine Muguruza: chi sono state le altre protagoniste dello Slam dominato da Iga Swiatek

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Sofia Kenin - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

1. Finali e numero di Slam
Ho aperto l’articolo della scorsa settimana sottolineando il dominio delle giocatrici giovani negli ultimi Slam. Dallo US Open 2018, con la vittoria di Osaka su Serena Williams, hanno sempre prevalso tenniste al massimo di 23 anni; solo Simona Halep ha fatto eccezione (Wimbledon 2019). C’è però da sottolineare un altro aspetto abbastanza curioso che riguarda questa stessa serie di Major: nella composizione delle finali, ha sempre vinto la giocatrice con meno titoli e finali Slam in carriera:

US 2018: Osaka (zero Slam) su Williams (23 Slam)

Aus 2019: Osaka (1 Slam) su Kvitova (2 Slam)
RG 2019: Barty (zero Slam) su Vondrousova (zero Slam)
Wim 2019: Halep (1 Slam) su Williams (23 Slam)
US 2019: Andreescu (zero Slam) su Williams (23 Slam)

Aus 2020: Kenin (zero Slam) su Muguruza (2 Slam)
US 2020: Osaka (2 Slam) su Azarenka (2 Slam e 2 finali)
RG 2020: Swiatek (zero Slam) su Kenin (1 Slam)

Come interpretare questi risultati? Ecco una possibile spiegazione: le giovani, che spesso in queste partite sono scese in campo da sfavorite, hanno finito per giocare con meno timori e condizionamenti. Le più esperte (come Williams, Kvitova, Azarenka) hanno probabilmente sofferto il peso della consapevolezza dell’importanza della posta in palio. Erano cioè profondamente consce, perfino troppo, di quanto potesse contare per la loro carriera un ulteriore successo Slam. In queste condizioni o si possiede un chiaro margine fisico-tecnico sull’avversaria, oppure chi affronta il match con la mente più sgombra finisce per avere la meglio.

2. Sofia Kenin
Nell’articolo della scorsa settimana ho sottolineato come nessuna delle giocatrici che erano arrivate almeno ai quarti di finale a Flushing Meadow sia poi riuscita a ripetersi al Roland Garros: miglior turno raggiunto in Francia il terzo, da parte di Putintseva e Mertens. Mi sembra un dato significativo per valutare quanto sia stato complesso il doppio impegno Slam, che prevedeva un passaggio di superficie con due sole settimane di separazione temporale fra i Major.

Impegno complesso non solo per ragioni tecniche, ma anche mentali e persino logistiche, visto che i trasferimenti transcontinentali nell’epoca del Coronavirus richiedono procedure specifiche che non facilitano gli atleti. A conti fatti, soppesando le prestazioni nei due Slam, Sofia Kenin e Petra Kvitova sono state le giocatrici più consistenti: non tanto per punti WTA conquistati, ma perché sono riuscite ad approdare al quarto turno a New York (sconfitte rispettivamente da Mertens e Rogers) e poi, a Parigi, a spingersi sino alla finale (Sofia) e alla semifinale (Petra).

Paradossalmente questa discreta consistenza nei due Slam potrebbe essere stata favorita dalle poche partite disputate al di fuori dei Major. Mi spiego. Sicuramente questo non ha permesso loro di arrivare rodate a inizio torneo, con qualche possibile extra-rischio iniziale. Però una volta superati indenni i primi turni, si sono ritrovate con un po’ più di benzina nel serbatoio rispetto a molta concorrenza. Kvitova infatti aveva perso immediatamente a New York/Cincinnati (sconfitta da Bouzkova) e poi aveva rinunciato all’impegno in Italia. Kenin era stata eliminata da Cornet all’esordio di New York/Cincinnati, e poi a Roma aveva giocato un solo match, perso addirittura per 6-0 6-0 contro Azarenka.

Non è usuale per una campionessa Slam in carica subire un doppio bagel. Una sconfitta durissima, che però (con il senno di poi, sia chiaro) potrebbe avere avuto un effetto quasi benefico. Perché se da una parte una batosta del genere ha diminuito la fiducia e l’autostima, dall’altra ha fatto scendere la pressione, visto che la responsabilità di dover fare per forza risultato era molto diminuita.

Con pochissimo rodaggio sulla terra, l’inizio parigino di Kenin è stato complicato: al primo turno si è ritrovata sotto di un break all’inizio del terzo set contro Ludmilla Samsonova, ma ha rimediato con un parziale conclusivo di sei game a uno (6-4, 3-6 6-3). Poi ha di nuovo perso un set contro Ana Bogdan (3-6, 6-3, 6-2), uscendo però ancora una volta alla distanza. Superato lo scoglio non impossibile di Irina Bara, al quarto turno è arrivata la prova della verità: lo scontro con Fiona Ferro.

Ferro era reduce dal successo nel torneo di Palermo (terra rossa); poi aveva rinunciato alla trasferta americana e, da francese, aveva puntato tutto sullo Slam di casa. E anche se non era testa di serie, era sicuramente una delle giocatrici da evitare, perché aveva mostrato di saper spingere benissimo con il dritto senza subire troppo dalla parte del rovescio, il suo colpo meno forte. Confesso che ritenevo Fiona favorita, e invece le cose sono andate diversamente.

Sotto 0-2 nel primo set, Ferro ha infilato un parziale di sei giochi che le è valso il primo set, e la sensazione di avere la partita in mano. Invece Kenin ha reagito: ha avanzato la propria posizione in campo e questo le ha permesso di condurre più spesso gli scambi (trovando più vincenti) ma anche di sfoderare tante smorzate efficaci. E le smorzate non soltanto le hanno portato molti punti, ma hanno anche finito per mandare in crisi fisica Fiona, costretta a frequenti rincorse in avanti. E così la partita è completamente girata, come testimonia il punteggio (2-6, 6-2, 6-1). A mio avviso con questa partita Kenin ha dimostrato che si era lasciata alle spalle la giornataccia romana contro Azarenka, che il cambio di superficie era ormai metabolizzato e che era di nuovo pronta a giocarsela sino in fondo. Come in Australia.

Nei quarti di finale contro Danielle Collins, Sofia ha iniziato un po’ titubante, probabilmente a causa dei precedenti scontri diretti negativi (3-0 per Collins, 6 set a zero), ma una volta ingranato ha sempre avuto la situazione sotto controllo, anche a dispetto del punteggio (6-4, 4-6, 6-0). Perché quasi non si riesce a spiegare come abbia potuto perdere il secondo set, chiuso con lo stesso numero di punti vinti (32 a testa), ma sfuggito per qualche distrazione di troppo nel decimo game. Poi però ha rimesso tutto a posto nel terzo set, ulteriormente aiutata da qualche problema fisico della avversaria.

Tutto sommato Kenin mi è sembrata sempre in controllo anche nella semifinale contro Petra Kvitova. Un match nel quale, a mio avviso, sono risultati fondamentali i fattori agonistici e mentali. Kvitova ha iniziato contratta, ha perso due volte di fila la battuta (Kenin si è trovata avanti 4-1 e servizio) e da quel momento ha continuato a inseguire, senza mai riuscire a rovesciare l’inerzia del match (6-4, 7-5). Nemmeno quando, nel secondo set, Sofia ha concesso qualcosa per un po’ di comprensibile braccino (sul 5-4 e servizio) sono cambiate le cose; un immediato controbreak ha fatto di nuovo la differenza. Un dato credo illustri bene la differenza di killer instinct delle protagoniste. Palle break convertite: Kenin 4 su 5, Kvitova 2 su 12.

Forse l’aspetto più interessante che si può ricavare dal Roland Garros di Kenin è questo: in tre partite contro avversarie di livello medio-alto (Ferro, Collins, Kvitova), Sofia ha sempre messo in campo lo stessa atteggiamento tecnico-tattico. Quando il match ha attraversato le fasi più complesse e lottate, ha sempre deciso di prendere in mano lei le sorti dello scambio, provando a spingere di più, e a cercare il vincente. Sui campi lenti dell’autunno parigino, più che i lungolinea rendevano molto gli incrociati stretti e i drop-shot; e Sofia ha dimostrato di saperli giocare con efficacia proprio in questi frangenti. Sono tratti caratteriali importanti, che spiegano come mai a soli 21 anni abbia già nel proprio palmarès una vittoria e una finale Slam.

Poco da dire sulla finale, persa quasi senza storia contro Swiatek (6-4, 6-1). Difficile capire quanto abbia inciso il problema alla gamba nel secondo set (evidenziato dal Medical Time Out). Resta il fatto che, superata la fase del recupero da 3-0 a 3-3 del primo set, Swiatek è sempre riuscita a comandare la situazione. E lo ha fatto con un margine tale da mettere in secondo piano le componenti agonistiche, nelle quali Kenin aveva dimostrato di avere un punto di forza.

a pagina 2: Nadia Podoroska

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Focus

In cosa i protocolli anti-Covid del Roland Garros 2020 sono stati diversi da quelli dello US Open

ESPN ha elencato le differenze fra New York e Parigi nell’approccio al contenimento della pandemia. Vediamo quali sono, nel dettaglio

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Qui il link all’articolo originale – pubblicato prima della conclusione del Roland Garros. Alcuni tempi verbali sono stati corretti in accordo alla pubblicazione successiva fine del torneo


L’Open di Francia 2020 iniziato domenica 27 settembre a Parigi si è svolto, come la maggior parte degli altri eventi sportivi, con rigorosi protocolli a tutela della salute, a causa della pandemia da coronavirus. Gli organizzatori dell’evento, posposto rispetto alla sua consueta collocazione a tarda primavera proprio a causa della crisi sanitaria, sperano di lasciare un segno profondo. Vogliamo che il nostro torneo sia eccezionale e che faccia da esempio, da tutti i punti di vista, ha dichiarato Jean-François Vilotte, direttore generale della Federazione Francese di Tennis in un’intervista pubblicata sul sito del torneo. “Dando l’esempio con la nostra manifestazione, speriamo di mostrare che sia possibile rimettere l’economia in riga, anche se, naturalmente, determinate condizioni e restrizioni dovranno essere rispettate”.

L’unico altro torneo dello Slam disputato dall’esplosione della pandemia è stato lo US Open recentemente conclusosi a New York. Anche se taluni protocolli e restrizioni adottati dalla Federazione Francese potranno sembrare simili, se non identici, c’è una differenza sostanziale di approccio rispetto a quanto fatto dalla USTA. Gli organizzatori dello US Open hanno progettato il loro evento affinché si svolgesse all’interno di una bolla biologicamente sicura, che tra le altre cose escludeva la presenza del pubblico e limitava in qualche modo i comportamenti dei giocatori. I francesi hanno scelto di prendersi un rischio calcolato e creare un torneo un po’ più… open. Mettiamo di seguito a confronto i due differenti approcci in alcune aree chiave.

IL PUBBLICO

ROLAND GARROS – Gli organizzatori del Roland Garros inizialmente avevano un ingegnoso piano per portare 11.500 spettatori in loco, dividendoli in tre aree separate per limitare i possibili assembramenti a 5.000 persone. Ma un picco dei casi di COVID-19 nella tarda estate ha costretto il torneo, dopo un consulto con le autorità sanitarie, a ridurre il numero massimo di spettatori a 1.000. L’idea iniziale della divisione per settori è stata quindi scartata. I posti a sedere al Roland Garros sono stati assegnati secondo determinati parametri di distanziamento sociale, lasciando dei posti vuoti a separare le persone (anche se è capitato, soprattutto durante le finali, di vedere persone sin troppo vicine tra loro sugli spalti, ndr). Fino a quattro persone in gruppi singoli sono state autorizzate a sedere in posti contigui. I posti nei campi esterni sono rimasti liberamente accessibili, ma con l’obbligo di lasciare almeno una seggiola libera tra gli spettatori. Tutti coloro che hanno più di undici anni hanno dovuto indossare costantemente una mascherina o una qualche copertura del viso, e inoltre sono stati installati degli erogatori di igienizzante per le mani in varie zone dello stadio.

 

US OPEN – Poiché New York stava uscendo proprio in quel momento dai giorni peggiori della pandemia, l’USTA ha deciso di creare una bolla per avere il nulla osta da parte delle autorità sanitarie locali e statali alla manifestazione. Consentire l’ingresso agli spettatori sarebbe stato del tutto incoerente con questo approccio. Senza la presenza dei tifosi, l’USTA è stata in grado di convertire l’intero Billie Jean King National Tennis Center in una zona sicura e confortevole per i giocatori e per il personale essenziale.

Dettaglio pubblico, finale Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

I TORNEI

ROLAND GARROS – La Federazione Francese non vuole alcun asterisco a fianco del proprio Slam, cosicché gli organizzatori hanno deciso di ospitare tutte le consuete manifestazioni, incluse le qualificazioni, i doppi e i tornei junior e per giocatori in sedia a rotelle. Soltanto il doppio misto è stato cancellato.

US OPEN – Gli organizzatori hanno ritenuto che fosse assolutamente necessario limitare il numero di persone all’interno della bolla, pur continuando a mettere in scena un torneo Slam credibile, con tutti gli eventi principali. Alla fine, hanno optato per dieci manifestazioni, con tabelloni di singolare e doppio maschili, femminili e per giocatori in carrozzina, nonché singolare e doppio per la categoria quad. Qualificazioni, tornei junior e doppio misto sono stati invece cancellati.

PREMI

ROLAND GARROS – Il montepremi complessivo del Roland Garros è stato ridotto soltanto dell’11% rispetto al 2019 ed ammonterà a circa 44,3 milioni di euro. Ma, mentre i giocatori top guadagneranno di meno, ne trarranno beneficio i professionisti che ne hanno più bisogno in tempi difficili come questi. A questo scopo, la differenza di premi assegnata ai vincitori dei singolari è stata ridotta drasticamente. I campioni di singolare riceveranno circa 1,8 milioni di euro (a differenza dei 2,7 milioni dello scorso anno), mentre gli eliminati al primo turno guadagneranno circa 70.000 euro, un aumento del 30% rispetto al 2019.

US OPEN – Il montepremi totale di 53,4 milioni di dollari ha rappresentato una diminuzione del 6,7% rispetto al 2019. La quota assegnata ai vincitori dei tornei di singolare maschile e femminile ha subito la decurtazione maggiore, scendendo del 22% e assestandosi sui tre milioni di dollari. Gli sconfitti al primo turno hanno guadagnato 61.000 dollari, 3.000 in più dell’anno scorso. Anche gli eliminati al primo e secondo turno nei tornei di doppio hanno beneficiato di un leggero aumento.

QUALIFICAZIONI

ROLAND GARROS – Gli incontri di qualificazione sono stati disputati senza spettatori, soprattutto per le preoccupazioni relative all’affollamento, visto che un gran numero di giocatori stava iniziando in quei giorni ad arrivare nella sede del torneo per cominciare ad allenarsi in vista degli eventi principali. Gli organizzatori hanno aumentato il montepremi delle qualificazioni del 27%. Gli sconfitti al primo turno hanno guadagnato circa 11.500 dollari, il 42% in più rispetto all’anno scorso. “I giocatori impegnati in queste qualificazioni sono stati quelli maggiormente affetti dalla crisi generata dal Covid-19, dal punto di vista economico” hanno dichiarato i dirigenti della Federazione Francese in un comunicato stampa.

US OPEN – Gli ufficiali dello Stato di New York hanno imposto che il torneo non ospitasse qualificazioni separate, a causa delle preoccupazioni legate alla pandemia e all’integrità della bolla. Al contrario, i 16 posti solitamente spettanti ai giocatori qualificati sono stati assegnati ai più meritevoli, in base al ranking – è semplicemente stato esteso il cut-off.  

TEST AI GIOCATORI E PROTOCOLLI

ROLAND GARROS – Appena arrivati a Parigi, i giocatori (così come tutto il personale legato all’evento) hanno dovuto sottoporsi ad un test per il covid-19, con un secondo controllo 72 ore più tardi. Se negativi, i giocatori sono stati successivamente controllati “ad intervalli regolari” [dopo la stesura di questo articolo il protocollo sulla positività è stato leggermente modificato, e il torneo ha tenuto in considerazione la “storia medica” di giocatori e allenatori prima di decidere se escluderli dal torneo anche in seguito a un test positivo, ndr]. Inoltre, dovranno anche soggiornare in uno dei due hotel ufficiali del torneo, ma non sono state annunciate restrizioni a loro carico sugli spostamenti al di fuori del sito. Il divieto di soggiornare in abitazioni private è stato un peso per Serena Williams, ad esempio, che possiede un appartamento a Parigi.

“Sono super prudente, perché ho alcune serie problematiche di salute, quindi cerco di stare alla larga dai luoghi pubblici, ha dichiarato Serena agli U.S. Open. “Sono stata all’ospedale in condizioni davvero difficili un po’ di volte, quindi non vorrei finirci di nuovo”. Ai giocatori è stato concesso di esser presenti nella sede del torneo soltanto nei giorni in cui sono programmate le loro partite. Negli altri giorni (ai tornei dello Slam, i giocatori alternano un giorno di gioco ed uno di riposo) i giocatori hanno avuto accesso solo al centro di allenamento Jean-Bouin”, una struttura nelle vicinanze solitamente utilizzata per il rugby. Questa è stata attrezzata per soddisfare le esigenze dei partecipanti in modo del tutto analogo al Roland Garros, con zone per l’allenamento, aree relax e servizi di ristorazione. Ai giocatori è stato chiesto di indossare mascherine o coperture per il viso quando non impegnati in partite ufficiali o allenamenti.

Serena Williams – Roland Garros 2020 (da Twitter, @rolandgarros)

US OPEN – L’approccio della bolla ha portato necessariamente a limitare molto la libertà di movimento dei giocatori rispetto a quanto succede invece in Francia, ma ha anche significativamente ridotto i rischi di contagio e trasmissione. Lo US Open è stato organizzato come blocco biologicamente sicuro per gli allenamenti, le partite, i pasti e il relax. La maggior parte del National Tennis Center è stato convertito in un gigantesco salotto all’aperto, cosicché i giocatori avessero l’opzione di trascorrere lì l’intera giornata. È stato loro richiesto di indossare la mascherina in qualsiasi momento non fossero impegnati in allenamenti o partite. Senza la presenza di pubblico o persone estranee al torneo, l’atmosfera era estremamente rilassata, sebbene Andy Murray l’abbia invece definita “triste”, trovandola in qualche modo fastidiosa.

Coloro che volevano alloggiare in case private hanno potuto farlo, con alcune condizioni e restrizioni per assicurarsi che non violassero i protocolli e le regole della bolla. La maggior parte dei giocatori ha alloggiato in uno dei due hotel vicini. Indipendentemente dal luogo in cui soggiornavano, erano loro vietati i viaggi a Manhattan. Sebbene la maggior parte dei giocatori abbia condiviso l’approccio della bolla e si sentisse sicura al suo interno, alcuni si sono risentiti per le restrizioni, soprattutto tra i sette che hanno dovuto sottostare al “protocollo avanzato” perché venuti in contatto con Benoit Paire, l’unico positivo al coronavirus prima che cominciassero le partite (ed escluso dal tabellone). Una di questi giocatori, Kristina Mladenovic, dopo la sconfitta al secondo turno ha dichiarato: “Stavo giocando bene, ma mi sentivo al limite. Ciò a cui ci hanno sottoposto è stato abominevole. Rivoglio la mia libertà. Mi sento come se fossimo prigionieri qui”.

PROTOCOLLI IN CAMPO

ROLAND GARROS – È stata disposta la pulizia costante di tutte le superfici di contatto nell’intero sito, oltreché un’abbondanza di erogatori di igienizzante per le mani nei grounds. Raccattapalle, giudici di linea e di sedia hanno indossato mascherine. Gli asciugamani non sono stati passati di mano in mano, i giocatori hanno deciso se usare o meno l’asciugamano, pur dovendo rispettare la regola dei 25 secondi fra un punto e l’altro. Gli ufficiali del torneo ritengono che la verifica elettronica delle righe non sia necessaria sulla terra, perché la palla lascia un segno sulla superficie che può esser controllato dall’arbitro di sedia in caso di chiamata dubbia. Durante i match ci sono stati i giudici di linea, che hanno indossato mascherine e rispettato il distanziamento sociale e tutti gli altri protocolli di sicurezza.

US OPEN – A New York ci sono state restrizioni simili. La regola sugli asciugamani ha infastidito alcuni giocatori, che credevano fosse impossibile utilizzarli senza sentirsi troppo sotto pressione per lo scorrere del tempo. Lo US Open è diventato il primo torneo dello Slam ad utilizzare il controllo elettronico di linea Hawk-eye totalmente automatico in tutti i campi, ad eccezione dei due principali (l’Arthur Ashe e il Louis Armstrong, nei quali c’erano i consueti giudici di linea e il sistema Hawk-eye a disposizione su chiamata dei giocatori).

CAMBI ALLE INFRASTRUTTURE

ROLAND GARROS – Lo stadio principale, il Philippe Chatrier, è stato interessato da profondi lavori di ristrutturazione, con l’aggiunta di un tetto e l’installazione di luci per il gioco in notturna, quando la pandemia ha costretto a posticipare il torneo agli ultimi giorni di settembre. I lavori sono ora completati. Altri 12 campi sui 30 acri del sito sono stati dotati di riflettori. Sebbene non siano previste sessioni in notturna fino all’anno prossimo, le luci sono tornate utili per terminare più di qualche partita nel crepuscolo autunnale o sotto al tetto, se il tempo dovesse virare al brutto (basti pensare a Sinner-Nadal, che per il prolungarsi del programma di giornata si è concluso sullo Chatrier in piena notte, ndr).

US OPEN – La USTA non ha intrapreso cambi strutturali significativi nei passati 13 mesi. Il National Tennis Center occupa una superficie di estensione del 50% maggiore rispetto al Roland Garros (46,5 acri) e lo Slam statunitense vanta una lunga tradizione di gioco in notturna. Anche con le restrizioni legate alle condizioni sanitarie e al distanziamento sociale, non c’era alcuna pressione su chi programmava le partite. Tuttavia, il torneo ha rinunciato ad utilizzare il campo Grandstand da 8.215 spettatori inaugurato nel 2016 per dedicarlo alla disputa del Western & Southern Open, il primo appuntamento del “double in the bubble”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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