Giorgi: “Sorpresa? No, doveva accadere. Non seguo il tennis”

Interviste

Giorgi: “Sorpresa? No, doveva accadere. Non seguo il tennis”

LONDRA – Camila sulla vittoria contro Makarova e la sfida nei quarti con Serena Williams: “Sto giocando bene, penso a me stessa. Non sarà un’emozione speciale“

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da Londra, il nostro inviato

Camila Giorgi si presenta in conferenza stampa dopo la vittoria contro Ekaterina Makarova, che le ha permesso di centrare i suoi primi quarti di finale a livello Slam. All’azzurra viene data la soddisfazione della sala stampa più importante, per la prima volta in carriera. Intervista subito prima di Federer.

Come valuti la partita?
Penso sia stata una grande partita. Sono stata consistente. Con diversi buoni punti. Anche con qualche errore, ma io gioco così. Ma complessivamente è stata una partita molto buona, un buon livello.

 

Sei sorpresa che ci hai messo così tanto a andare così lontano in uno Slam?
No, non sono sorpresa. Lavoro per essere qui, è il frutto del lavoro svolto. Ho avuto 2-3 anni di problemi fisici. Ma ora finalmente sono a posto. E questi sono i risultati.

Come ti descriveresti come tennista e come persona?
Non lo so. Non mi piace parlare di me. Ma penso di essere una tennista aggressiva. Mi piace anche andare avanti e giocare di volo. Sì, a volte commetto errori, ma è il mio tennis.

Cosa significa per te essere a questo livello qui a Wimbledon?
Ho giocato alcune buone partite: penso sia solo questo.

In precedenza nella tua carriera i doppi falli sono stati un grosso problema. Sembra che tu l’abbia corretto. È qualcosa su cui hai lavorato duramente?
No, non penso che il mio servizio sia un problema. Non penso di dovermi preoccupare: è uno dei miei colpi migliori. Commetto doppi falli perché spingo tanto la seconda, quindi si commettono più errori di chi la gioca con prudenza. È il mio modo di giocare molto aggressivo, ma non lo cambierò. Cercherò di migliorarlo, non di cambiarlo.

A Wimbledon quest’anno stai giocando a tennis senza paura. Stiamo vedendo la vera Camila?
Sì.

Stai davvero attaccando la palla, andando spesso a rete. Ti senti a tuo agio sull’erba?
Sì. Sto giocando bene, direi dall’inizio dell’anno. Ma ora sono migliorata ancora rispetto ai primi mesi. Penso di aver fatto delle ottime partite, quindi spero di andare avanti.

Cosa ci dici del match contro Serena Williams, la tua prossima avversaria?
Mi concentrerò sul mio gioco. E vediamo. Come ho detto, sto giocando un ottimo tennis, quindi penso a me stessa e basta.

Cosa ti piace di più di Serena, e del suo modo di giocare?
Non la seguo particolarmente. In realtà non seguo il tennis. Ma penso che sarà una buona partita.

Tutti le prime dieci teste di serie sono fuori. Ci sono state tante sorprese. Pensi ci sia qualche ragione in particolare?
No. Non c’è motivo, nessun motivo particolare. Può succedere.

Se confronti il ​​tuo gioco di oggi con quello di cinque anni fa, quali sono le principali differenze?
Ero meno esperta. Ero una bambina. Ora è completamente diverso, ho giocato molte più partite. Penso di giocare meglio, ovviamente, perché ho più anni di tennis alle spalle.

Camila Giorgi – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Finite le domande in inglese, Camila ha risposto ancora alle domande dei giornalisti italiani.

Ora i quarti di finale contro Serena Williams. Come ti senti?
Contro Serena non sarà una emozione speciale. La conosco, so come gioca, ma non la seguo regolarmente.

In che senso non la segui?
Il tennis per me è un lavoro. Nell’orario di lavoro mi alleno, ma fuori dall’orario non seguo il tennis.

Ci sarà anche tuo papà?
Papà è già qui a Wimbledon.

Finalmente i quarti di finale in uno Slam. Sei sorpresa?
No, non sono sorpresa, ho lavorato per essere qui. Prima o poi doveva accadere. Negli ultimi due anni ho avuto tanti infortuni, problemi fisici. Quest’anno ho più continuità.

Cosa ti aspetti per domani? Temi l’emozione del Centre Court?
Contro Serena voglio fare una bella partita. Se sarà sul Centrale non farà differenza. Le dimensioni del campo sono uguali ovunque.

Come ti senti? È un periodo positivo della tua vita?
Sì, è un periodo positivo della mia vita. Non solo nel tennis. In campo si vedono i risultati del lavoro svolto. Ma è importante poter giocare con continuità.

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Interviste

Nadal: “Finché tutti non possono viaggiare sarebbe ingiusto riprendere a giocare”

Lo spagnolo in un’intervista su Zoom con la stampa internazionale: “Se dovessi andare oggi a New York direi no. Tra due mesi, chissà”

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Rafa Nadal a Shanghai (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Nell’impossibilità di dialogare di persona con i principali attori del tennis mondiale, è difficile farsi un’idea precisa di come stanno trascorrendo questa lenta fase di ripartenza dopo oltre due mesi di lockdown. Un piccolo aiuto ci viene fornito dal mezzo digitale. Oggi ho partecipato a una conferenza di Rafael Nadal su Zoom, che è durata circa mezz’ora e della quale allego audio integrale.

Nadal ha confermato una certa insicurezza riguardo alla ripresa del tennis, della quale sapremo di più tra undici giorni quando dovrebbe essere resa pubblica la decisione di USTA a proposito della disputa dello US Open. Per lo spagnolo non si tratta solo di un problema di sicurezza individuale, ma della difficoltà di consentire a tutti i tennisti di spostarsi – senza i quali non sarebbe corretto disputare il torneo.

Di seguito, una trascrizione delle domande con relative risposte di Nadal

 

Simon Briggs, Daily TelegraphQuanto hai parlato con la Federazione Francese e quanto credi che il torneo si giocherà?
“Non ho parlato molto con loro, ho ricevuto un loro comunucato 10 minuti prima che annunciassero la notizia della loro decisione (di spostare il torneo a settembre, ndr). Dopo ho cercato di parlare con ATP e giocatori, così da lavorare insieme perché la situazione era complessa ed è difficile ancora oggi. Ciascuno vuole che si giochi il proprio torneo e la situazione è quella che è. Ammiro la Federtennis francese: sono positivi e vogliono andare avanti e fare il torneo. Ma bisogna vedere come la situazione migliorerà e se sarà sicuro per tutti poter viaggiare e giocare. Il tennis è uno sport internazionale”

(minuto 2:58) Russel Fuller BBC Lo US Open dovrebbe essere giocato prima del Roland Garros. Saresti contento di giocare a New York senza spettatori,con soltanto i giocatori di alcuni paesi e un solo membro del tuo team?
“Non è la situazione giusta, non è ideale. Se mi chiedete di partire oggi e giocare a New York, vi dico di no. Ma tra un paio di mesi chissà, non so come migliorerà la situazione. Chi organizza l’evento, cioè l’USTA, vuole che si giochi in sicurezza, esattamente come la Federazione francese. Vogliono che si giochi il torneo se tutti sono al sicuro. Ho fiducia che prenderanno la decisione giusta nel momento giusto. Se il torneo sarà organizzato vorrà dire che è sicuro farlo, altrimenti non avrebbe senso. Occorre mandare un messaggio chiaro alla società ed essere un esempio positivo per come si affrontano certe situazioni. Organizzare un torneo come uno Slam non è organizzare un evento per cinque o dieci persone! Sarebbe troppo facile. In uno Slam saremmo più di 700 persone solo fra giocatori e lavoratori, anche se ci fosse un solo coach. E poi ci sono singolari, doppi, uomini, donne, qualificazioni…”

(5:30) Simon Cambers, The Sunday HeraldQuando eri giovane dicevi di avere bisogno di allenarti e giocare molto per essere al meglio. È cambiato qualcosa? Sei preoccupato per per quando tornerai a competere?
“Negli ultimi anni ho imparato a giocare un buon tennis senza avere necessità di giocare troppi match. Ho imparato che posso giocare ad alto livello anche se mi fermo per un po’. Negli ultimi anni ho giocato pochi tornei rispetto ad anni precedenti… si tratta di fare la giusta preparazione. Sono preoccupato naturalmente, il mondo si è fermato, ma ho fiducia che se avrò abbastanza tempo per organizzarmi sarò ancora una volta competitivo”

(7.50) Isabel Musy, RTS SwissAlcuni giocatori si sono allenati molto, altri no. E tu?
“Non ho potuto allenarmi troppo, ho ricominciato due settimane fa. Non ho potuto tenere una racchetta in mano prima perché a casa mia, nel mio appartamento, non ho un campo da tennis. Cerco di evitare infortuni, va fatto passo dopo passo. Gioco qualche giorno per settimana, non tutti i giorni e non tre ore al giorno. Qualche giorno un’ora e mezzo o due…”

(9:10 Ubaldo Scanagatta, Ubitennis)Se tu dovessi scegliere un solo Slam fra Parigi e New York, lasceresti New York per giocare Roland Garros?
“Non lo so, non conosco la situazione, non riesco ad immaginare una situazione così, non immagino che ci possano essere due tornei nella stessa settimana, né uno Slam che segua l’altro dopo due giorni. Non faccio predizioni Ubaldo, cerco di seguire le informazioni, non devo decidere oggi… se e quando arriverà il momento di decidere, lo farò insieme al mio team quando le cose saranno più chiare”

(10:41) Angel Muniz Garcia, Cadena COPEAvevi detto che non ci sarebbe stato più tennis nel 2020. Hai cambiato idea? Pensi che se un solo giocatore non potrà giocare un torneo, non si dovrebbe ricominciare?
“Non so prevedere il futuro. Quando dissi quelle cose la situazione era terribile. Molti soffrivano, c’erano molte vittime ogni giorno. Non pensavo al tennis in quei momenti ma alla salute di tutti. È difficile per me pensare che si possano organizzare tornei sicuri per la salute di tutti e ‘giusti’ per tutti. Quando dico giusti, intendo che ogni giocatore di ogni parte del mondo deve avere la possibilità di poter viaggiare e giocare. La chiave sarebbe trovare una cura, ma non arriverà abbastanza a breve da essere sicuri che si possa giocare senza il rischio di contrarre il virus. Finché non saremo sicuri al 100% secondo me dobbiamo aspettare un po’ di più. Il nostro sport non è come il football o altri sport che si possono giocare in un solo Paese, nel tennis si mischiano persone che provengono da tutto il mondo, le complicazioni sono tante. Sono preoccupato per questo ma allo stesso tempo sono positivo per il futuro. Oggi quel che mi preoccupa è il ritorno alla vita normale per tutti nel mondo”.

(in aggiornamento – a breve la seconda metà dell’intervista)

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Interviste

Guillermo Pérez Roldan: “Sono stato maltrattato da mio padre, lo sapevano tutti”

In un’intervista a ‘La Nacion’, l’ex tennista argentino ha raccontato una terribile storia di abusi subiti dal padre, che lo allenava. “Ho ricevuto un pugno in faccia, un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate”

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Guillermo Pérez Roldán e suo padre Raùl (credit "Historia del Tenis en la Argentina/R. Andersen y E. Puppo")

Questo articolo è una traduzione dell’intervista rilasciata da Guillermo Pérez Roldan a Sebastián Torok per La Nacion (giornale argentino)


Dopo una sconfitta si presentò in camera mia e iniziò a prendermi a frustate perché diceva che in campo non ero stato abbastanza reattivo”. È una confessione scottante e inedita quella che Guillermo Pérez Roldan, ex giocatore argentino di ottimo livello che nel 1988 toccò anche il numero 13 delle classifiche mondiali, ha affidato al media argentino “La Nación”. Guillermo ha aperto il suo libro dei ricordi con il giornalista Sebastian Torok, raccontando gli abusi e i maltrattamenti del padre-allenatore. E ha evidenziato con amarezza che gran parte del mondo del tennis argentino ignorò la situazione pur essendone a conoscenza.

Quello di Pérez Roldan è un nome che potrebbe non dire nulla agli appassionati di tennis più giovani, ma coloro che hanno più di 35 anni lo ricorderanno bene. Lo chiamavano “Rocky” per la potenza del dritto e per la forza fisica, come detto arrivò a essere numero 13 ATP e vinse 9 titoli nel singolare, il primo dei quali – a Monaco di Baviera nel 1987 – gli permise di diventare il tennista più giovane della storia a vincere un titolo del circuito maggiore, a 17 anni e 6 mesi di età. In Argentina Guillermo è ricordato anche per un tiratissimo incontro di Coppa Davis del 1988 contro gli Stati Uniti, quando diede battaglia a Buenos Aires a John McEnroe e Andre Agassi (l’Argentina perse comunque 4-1).

 

Non solo: per la sua avvenenza fisica, non era raro trovare Pérez Roldan sulle copertine di riviste non solo sportive. Ma la sua carriera è stata interrotta prematuramente da un infortunio al polso destro. Le sue ultime apparizioni in campo risalgono al 2006. Dal suo ritiro dalla scena del tennis in poi, Guillermo si è allontanato dalla luce dei riflettori e molto raramente ha concesso interviste. Ha mantenuto un profilo basso, insomma, portando avanti una carriera da allenatore. Oggi l’ex giocatore argentino vive proprio a Santiago, la capitale del paese andino, ma spesso è in Italia per lavoro: svolge un incarico per lo sviluppo e la crescita del TC di Cagliari ed è anche consulente della FIT.

Nel metodo di lavoro di Raúl Pérez Roldan, padre di Guillermo e creatore della prolifica scuola di tennis di Tandil, la disciplina e la severità sono state regole non negoziabili. Negli anni Ottanta aveva formato un team di giovani tennisti tra i quali c’erano i figli Guillermo e Mariana (anche lei tennista di ottimo livello: fu n. 51 WTA nel 1988), ma anche nomi noti come Franco Davin e Patricia Tarabini. Ma, secondo le parole di Guillermo, Raúl ha oltrepassato il limite causando sofferenze soprattutto ai suoi figli.

La Nacion ha contattato Guillermo Pérez Roldan pensando a un’intervista-amarcord, incentrata sui migliori momenti della carriera tennistica di Guillermo. In un primo momento, il padre Raúl è stato menzionato solo in un paio di passaggi. “Lo dico senza paura – ha affermato Guillermo – è stato un visionario del tennis, straordinario nella cura dei dettagli tecnici, insomma, un ottimo allenatore. E aveva creato un sistema perfetto nella sua scuola di tennis. Ma purtroppo era mio padre. Avrei preferito avere un allenatore peggiore e un padre migliore, semplicemente. Oppure avrei preferito fare l’avvocato, per esempio, in modo da non essere allenato da lui. È un lato oscuro della mia vita. Oggi, comunque, come tecnico, mi tolgo il cappello di fronte a lui. E spero che un giorno potremo riavvicinarci, perché alla fine è sempre mio padre: oggi non abbiamo più alcun contatto”.

Poi, poche ore dopo l’intervista, Guillermo – che compirà 51 anni a ottobre e aspetta la nascita del terzo figlio – ha ricontattato “La Nación” tramite WhatsApp. Aveva deciso, dopo aver riflettuto molto, di sfogarsi. Di raccontare il suo incubo. Aveva bisogno, evidentemente, di riportare alla luce una situazione che lo angustiava da quasi trent’anni. E così ha fatto, prima con dei file audio, poi rispondendo ad altre domande del giornalista.

Avrei voluto un padre migliore“, ha raccontato Guillermo. “Vedremo se un giorno mi abbraccerà e smetterà di vedermi come un modo per fare soldi. Come ero in campo, così sono nella vita: non mollo mai, prima di perdere le speranze devono proprio stendermi. È un peccato. Ho due figli e sta per arrivare il terzo: fatico ancora a credere a quel che è successo. Fa male, tanto, anche se sono passati tanti anni: oggi continuo a lavorare nel tennis, a cinquant’anni suonati, e ho più voglia di vivere che mai. Ma la verità è questa. La sanno in molti, ma nessuno la dice. E io non l’ho mai confessata a un giornalista. Però è andata così. Un giorno, appena persa una partita, sono tornato in camera e ho ricevuto un pugno in faccia da mio padre. Un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate. Oppure potrei raccontarvi di quando i miei genitori hanno firmato documenti per prosciugarmi il conto in banca: quattro-cinque milioni di dollari guadagnati giocando a tennis che sono spariti da un giorno all’altro”.

E così, proprio colui che in casa non fa mostra di alcuno dei trofei vinti perché “rimanere troppo attaccati al passato ti impedisce di guardare avanti”, ha deciso di dire tutto riguardo ai tempi che furono. “Ho sempre tenuto riservata la mia vita privata, ma mi sono stancato di nascondere a tutti le cose che ho subito. Sono stato maltrattato fisicamente, e lo sapevano tutti. La cosa era iniziata con mia sorella, poi, quando ho iniziato a guadagnare di più, lei passò in secondo piano. Mio padre è stato un allenatore fenomenale tanto quanto un padre di m… Vincere una partita era un sollievo perché voleva dire sfuggire alla sua ira. Avevo diciannove anni, vincevo parecchio ma non potevo godermi nulla. Un giorno gli chiesi di continuare il suo cammino senza di me, dicendogli che in caso di bisogno lo avrei chiamato. Comprati un cavallo, gli dissi, ma lasciami tranquillo“.

Dopo di lui non ho avuto altri coach. Per molti anni ho giocato da solo o con degli allenatori a gettone come Kiko Carruthers, che mi seguivano solo per determinati tornei. Tutto quello che ho raggiunto come giocatore di tennis lo devo a mio padre, ma io mi riferisco alla vita familiare, che era un disastro. Nel 1987, a 17 anni, vinsi tre titoli ATP. Un giorno, dopo aver vinto a Buenos Aires, mi trasferii a Itaparica. Al primo turno incontrai un ragazzo di nome Tore Mainecke, fu un match difficile per il cambio di superficie e per il caldo che faceva. Fui sconfitto e dopo la partita mio padre entrò in camera mia e iniziò a prendermi a cinghiate perché diceva che non ero stato abbastanza reattivo”.

Guillermo è un fiume in piena. E spiega anche che Raúl non si limitava ai maltrattamenti fisici. “Mio padre ha smesso di picchiarmi a 18 o 19 anni, perché altrimenti avrei smesso di giocare, glielo dissi chiaramente. Successe dopo un torneo a Palermo, mi pare nel 1989. Mi sedetti sull’aereo e gli dissi: Guarda, dall’anno prossimo voglio viaggiare da solo, altrimenti tirerò solo pallate fuori dal campo e perderò il ranking. Oppure appenderò la racchetta al chiodo’. Non ce la facevo più. Da lì le cose sono in parte migliorate, ho iniziato a godermi di più gli anni della giovinezza, fino a quando mi sono sposato per la prima volta a 24 anni. Quel giorno scoprii che mio padre si prese tutti i miei soldi senza nemmeno avvisarmi. Erano conti familiari con tre firme. Gli assegni dell’ATP erano a mio nome, ma firmando insieme i miei genitori potevano prelevare denaro. A quell’età ti fidi di tuo padre. Io ho scoperto tutto nel 1994, a 24 anni. Non avevo più nulla, inoltre fui costretto a terminare la mia carriera per un infortunio e iniziai a lavorare con Guillermo Vilas. La vita mi ha portato in Italia, dove ho vissuto per dieci anni. Sono stato molto bene e poi mi sono trasferito qui in Cile, ma le mie figlie sono in Italia”.

Pérez Roldan passa poi a raccontare un episodio risalente al suo secondo matrimonio, celebrato in Cile qualche anno dopo. “Mia moglie mi convinse a invitare i miei genitori. Mio padre mi chiese perdono davanti a tutti, poi mi disse che avremmo potuto risolvere anche i problemi relativi ai soldi. Ma poi ha rovinato di nuovo tutto. Sono andato a Tandil e gli ho detto: restituiscimi qualcosa di quel che mi hai tolto. Ma lui si è rifiutato più volte. A quel punto gli ho detto: papà, tu per la tua strada e io per la mia. Ora conto solo sul mio lavoro”.

Una storia terribile che assume connotati ancora più sgradevoli quando Guillermo racconta la verità sull’infortunio che ha posto fine alla sua carriera a soli 24 anni: “Nel 1993 dopo il Roland Garros ero a Genova con mio padre, avevo un giorno libero e allora decidemmo di andare a Milano per vedere Mariano Zabaleta, impegnato al Torneo dell’Avvenire. Durante il viaggio decidemmo di fare una sosta in un’area di servizio. Fu lì che, mentre parlavo al telefono, mio padre venne aggredito da due persone, litigarono per un motivo stupido, sulla precedenza nel fare benzina. Mi avventai su di loro e tirai alcuni pugni. Mi feci male, misi del ghiaccio sulla mano e continuammo per la nostra strada, ma il giorno dopo mi svegliai col polso destro gonfio che pareva quello di un elefante. Capii di aver riportato una frattura. Tornammo in Argentina, per il resto della stagione riuscii a giocare pochi tornei e sempre con infiltrazioni. Mi sono operato svariate volte ma non sono mai riuscito a risolvere davvero il problema e ancora oggi la mano non è a posto. Insomma, non mi sono infortunato giocando. Al massimo, a causa dell’attività tennistica ho avuto qualche problema agli addominali. La causa del mio ritiro fu l’aver difeso d’impeto mio padre nonostante tutto quel che aveva fatto. E lui mi ha ripagato comportandosi malissimo. Non gli ho mai fatto causa, ma mi ha preso tantissimi soldi. Dei guadagni dei primi anni della carriera non ho più niente”.

Ma nonostante tutto, Guillermo dice che riabbraccerebbe volentieri suo padre e sua madre. “È già accaduto che sembrava volesse riavvicinarsi a me, come durante il matrimonio, ma poi è tornato a pugnalarmi alle spalle. Quindi è difficile pensare che questo possa succedere davvero. Ma mi piacerebbe, finché siamo entrambi in vita. Io ho avuto il mio percorso e con mia moglie abbiamo vissuto altre sofferenze terribili, come la morte di sua sorella a 36 anni e delle figlie di 6 e 9 anni in un incidente stradale, tre anni fa qui in Cile. Insomma, dei soldi ormai mi interessa poco. Però si tratta sempre dei miei genitori. Vorrei parlare con loro e chiedere perché mi hanno fatto tutto questo male”.

E alle figlie Agustina (di 25 anni) e Chiara (14 anni), Guillermo ha mai raccontato questa storia? “Loro non hanno alcun rapporto con mio padre. Ma hanno intuito delle cose col passare del tempo. Gli unici a sapere davvero tutto sono mia moglie e i miei amici più intimi: Franco Davin, Eduardo Infantino, Mariano Zabaleta. Oggi rendo pubblica la mia storia perché spero che chi dovesse vivere qualcosa di simile abbia quel coraggio di denunciare tutto che io non ho mai avuto”.

Il quotidiano argentino “La Nación” ha tentato di mettersi in contatto con Raúl Pérez Roldan per conoscere la sua versione dei fatti, senza successo.

Si ringrazia per la traduzione Gianluca Sartori

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Interviste

[ESCLUSIVO] Istomin: “Sono d’accordo con Djokovic, il vaccino deve essere una scelta”

Dal suo isolamento in Kazakistan, Denis Istomin parla di questi mesi senza tennis, di aiuti economici, di vaccini e della possibile ripresa del circuito

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Denis Istomin - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Intervista di Silvia Aresi

La maggior parte degli appassionati italiani conosce Denis Istomin almeno per l’impresa compiuta all’Australian Open nel 2017, quando al secondo turno sconfisse in cinque set l’allora numero due del ranking, nonché campione in carica Novak Djokovic. La classifica congelata ATP vede il tennista uzbeko, classe 1986, occupare la posizione 156, ma il suo best ranking risale al 2013, quando si issò fino al numero 33.

Dove hai vissuto durante questi mesi di quarantena?
Sono stato, e mi trovo tuttora, ad Almaty (città del Kazakistan, ndr), con la mia famiglia.

 

Hai ripreso ad allenarti e giocare a tennis in questi giorni?
Ad Almaty hanno appena riaperto i circoli di tennis, quindi per il momento sto facendo allenamento fitness, probabilmente riprenderò a giocare a tennis il 25 Maggio.

Hai avuto modo di parlare con qualche tuo collega durante questi mesi, a proposito della situazione attuale? Nadal ha detto che, a suo avviso, il circuito ATP non ripartirà nel 2020. Qual è l’opinione diffusa tra voi professionisti al riguardo?
Ho parlato con alcuni colleghi riguardo alla situazione che stiamo vivendo. Secondo me, e secondo altri giocatori, il tennis professionistico non riprenderà nel 2020.

Vale lo stesso anche per i due restanti tornei Slam, US Open e Roland Garros?
Mi piacerebbe che si disputassero. Ma, secondo me, c’è una probabilità molto, molto bassa che questo accada.

Cosa pensi della decisione della Federazione francese di posticipare l’evento?
Hanno fatto ciò che era conveniente per loro e non hanno tenuto conto del calendario o dei giocatori. In questa situazione, se ci sarà comunque un torneo, allora di certo sarà un bene per la maggior parte dei giocatori, perché ciò che vogliono davvero è poter giocare.

Djokovic, Federer e Nadal hanno proposto la creazione del Player Relief Fund per aiutare i colleghi che si trovano fuori dalla top 100 ATP. Cosa pensi di questa iniziativa?
Penso che sia una grande idea, perché sono tempi davvero difficili per tutti i giocatori, ma soprattutto per quelli di basso ranking, che non hanno possibilità di giocare Slam e tornei ATP, e sicuramente molti di loro stanno pensando di abbandonare il tennis professionistico. Spero che il denaro promesso dal Fondo li aiuti a mantenere alta la motivazione per continuare a giocare.

Dominic Thiem ha inizialmente criticato il progetto, dicendo che alcuni giocatori, in tornei come i Futures, non si impegnano realmente. Sei d’accordo con queste affermazioni?
Non gioco i Futures da diverso tempo, ad ogni modo ognuno ha la propria opinione! Di sicuro esistono giocatori che non si impegnano un granché qualche volta! Allo stesso modo ci sono molti giocatori che lavorano duramente e non hanno denaro per viaggiare e raggiungere quei tornei, non hanno possibilità di essere seguiti da un coach. Se vedete il montepremi dei Futures negli ultimi 20 anni non c’è stato un grande incremento. Non posso dire di essere al 100% in accordo o in disaccordo. Entrambi i punti di vista hanno un senso. L’unica cosa che non mi piace è che Dominic lo abbia detto pubblicamente, avrebbe dovuto riferirlo all’ATP o parlarne tra giocatori.

Lo stesso Thiem, e anche Matteo Berrettini, hanno dichiarato che ognuno dovrebbe essere libero di decidere a chi fare donazioni per scopi benefici, per esempio un ospedale o altre fondazioni, e che non spetta all’ATP obbligare nessuno ad aderire al Player Relief Fund. Cosa pensi al riguardo?
Su questo sono d’accordo. Ognuno ha la propria situazione finanziaria, e credo che ognuno debba contribuire secondo le proprie possibilità, non dovrebbero esserci obblighi. Ciascuno dovrebbe decidere per se stesso come e chi aiutare o meno.

Novak Djokovic ha rivelato che, in caso di vaccino obbligatorio contro il COVID-19, si opporrebbe. Questo ha sollevato un polverone, con molte accuse a Novak di essere contrario alla scienza. Qual è la tua posizione al riguardo?
Lasciamo che accusino anche me, allora! Ma sono d’accordo con Novak! Non può esserci una vaccinazione obbligatoria, ogni persona deve avere una scelta fra il vaccinarsi o meno.

Hai qualche idea su quando il circuito tennistico riprenderà con i tornei ATP?
Penso che i prossimi due anni saranno veramente difficili per il circuito ATP! Spero si riprenda presto, ma dobbiamo essere preparati allo scenario peggiore. Dal momento che la pandemia non è ancora terminata, l’obiettivo principale resterà la salute.

Cosa pensi dell’iniziativa di Patrick Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown, il torneo di esibizione da lui organizzato?
È un’ottima idea! I tennisti hanno bisogno di giocare partite, non importa se sono esibizioni o tornei. Spero che tutte le federazioni di tennis seguiranno il suo esempio e organizzeranno qualcosa del genere per i propri giocatori.

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