Nei dintorni di Djokovic a New York: Welcome back, Nole

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Nei dintorni di Djokovic a New York: Welcome back, Nole

Il punto sulla stagione del tennis balcanico dopo lo US Open. Il ritorno di Nole, i rimpianti di Cilic, la crescita di Coric. Ma anche uno Slam al femminile (quasi) tutto da dimenticare

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Con rinnovato vigore, dato che il “titolare” della rubrica da New York ha portato a casa il suo quattordicesimo trofeo del Grande Slam, prima di archiviare definitivamente l’ultimo Slam dell’anno vediamo come è andato lo US Open per i rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia. A New York erano sedici in tutto (10 uomini e 6 donne) gli iscritti ai due main draw di singolare. Due in più di Londra (9/5), uno in più di Parigi (9/6), uno in meno di Melbourne (10/7). Dal riepilogo dei dati dei quattro Major stagionali sembrano quasi siano numeri scontati. E invece sono numeri notevoli, se solo ci ricordiamo che parliamo di un insieme di paesi che complessivamente conta meno di venti milioni di abitanti. Tanto per capirci, meno di un terzo della popolazione dell’Italia, che però a New York nei due tabelloni in questione di giocatori ne aveva otto, esattamente la metà.

SINGOLARE FEMMINILE

Da segnalare subito che, dopo tanto tempo, il più numeroso era il gruppetto sloveno. Ben tre in tabellone: non accadeva da ben 15 anni (US Open 2003), tempi in cui c’erano addirittura tre tenniste slovene in top 50 (Srebotnik, Pisnik e Matevzic). Merito dell’esplosione della 20enne Tamara Zidansek, al suo primo Slam, della migliore stagione della carriera di Dalila Jakupovic (al suo secondo Slam dopo Parigi, dove era entrata da lucky loser) e del comeback di Polona Hercog, che dopo tanti problemi fisici da qualche mese è tornato a giocare con regolarità. Non bisogna però dimenticare che la leadership slovena  è stata anche frutto di alcuni problemi contingenti della Croazia, che oltre a Martic e Vekic avrebbe dovuto schierare anche Ana Konjuh e  Mirjana Lucic- Baroni, costrette invece entrambe al forfait da problemi fisici. La ventenne Ana per i famosi problemi al gomito che di fatto le hanno fatto perdere di fatto tutti gli ultimi dodici mesi, la 36enne Mirjana per quelli alla spalla destra che l’hanno costretta allo stop da Melbourne in poi.

 

Fanalino di coda la Serbia, presente con la sola Krunic in attesa dell’ascesa della grande promessa 17enne Olga Danilovic, che nel frattempo è arrivata al suo best ranking alla soglia della top 100 (è n. 105). Mentre da lunedì – doveroso ricordarlo – è uscita dalla classifica (non gioca dall’agosto 2017, pur non essendosi ritirata ufficialmente) l’ex n. 1 del mondo Jelena Jankovic. Serbia fanalino di coda ma pur sempre presente, cosa che invece non si può più dire del Montenegro, dato che è ormai sparita dai radar Danka Kovinic. Dopo dieci presenze consecutive negli Slam, dallo scorso US Open la 23enne tennista di Cetinje non riesce più a superare le qualificazioni (quest’anno a New York è stata eliminata al I turno dall’azzurra Jessica Pieri). N. 46 del mondo nel febbraio 2016,  Danka è entrata in crisi di risultati nella prima metà dello scorso anno e non si è più ripresa: uscita dalla top 100 ad aprile 2017 non vi ha più fatto ritorno, sino a crollare all’attuale posizione n. 189.

UN’ECATOMBE – Al primo turno, fuori cinque su sei… Peggior risultato dell’anno, dato che a Parigi almeno un paio di secondi turni (Vekic e Martic) erano arrivati. Le due croate invece qui sono saltate subito. Donna Vekic ha lottato ma non è riuscita a venire a capo – per la quarta volta in quattro scontri diretti – di Anastasija  Sevastova (tds n. 19). La 22enne di Osijek questa estate, dopo gli ottavi a Wimbledon, ha raggiunto il suo best ranking (n. 37), ma il tanto atteso salto di qualità onestamente ancora non si è visto. Petra Martic è stata invece sconfitta da Safarova con un doppio 6-4. Per Petra, che aveva iniziato alla grande l’anno con gli ottavi di finale a Melbourne, dagli Slam  – che invece lo scorso anno avevano rappresentato il fiore all’occhiello della sua stagione – sono arrivate poi solo delusioni, Anche se c’è da dire che a Flushing Meadows ha sempre raccolto poco (mai oltre il secondo turno). La  spalatina sperava di più da questa stagione, sebbene la vittoria della scorsa settimana al 125K di Chicago la riporta tra le prime quaranta al mondo.

Le slovene erano in tre ma hanno fatto i bagagli subito. Con non pochi rimpianti. Quelli di Polona Hercog, che si è arresa in tre set alla voglia di emergere della 18enne wildcard statunitense Claire Liu, ex n. 1 del mondo juniores. E soprattutto quelli di Dalila Jakupovic, che ha raccolto solo tre game contro la 21enne svizzera Jil Tiechmann, proveniente dalle qualificazioni. Lo stesso numero di game che ha portato a casa contro Kristina Mladenovic la 20enne Tamara Zidansek, ma qui ci poteva stare considerando che c’era di mezzo anche l’emozione dell’esordio in uno Slam. La giovane tennista di Postumia rimane comunque una piacevole rivelazione della stagione, che l’ha vista anche vincere il suo primo torneo WTA (il 125K di Bol, in Croazia, a luglio) ed entrare in pianta stabile nelle prime cento (è n. 75) dopo aver iniziato l’anno in 180esima posizione. E considerato che all’orizzonte si profila un altro giovane talento, quella Kaja Juvan vincitrice dell’Orange Bowl nel 2016, che a diciassette anni è appena entrata tra le prime 200 al mondo, sembra proprio che il tennis sloveno femminile possa tornare a dire la sua.

KRUNIC SALVA L’ONORE – Così, alla fine, è stata solo la Serbia a fare un po’ di strada. Per niente scontato, dato che nei tre tornei di preparazione allo US Open Aleksandra Krunic aveva subito tre cocenti sconfitte al primo turno, raccogliendo in tutto la miseria di quattro game. Il sorteggio però le è stato amico, facendole affrontare all’esordio una giocatrice ben più in difficoltà di lei come Timea Backsinszky. In tabellone grazie al ranking protetto a causa del lungo stop in seguito all’operazione al polso e altri guai fisici (l’ultimo uno strappo al polpaccio a maggio), l’ex top ten svizzera quest’anno di eliminazioni al primo tutto ne aveva subite sei, su sei tornei disputati. E a New York è arrivata la settima, con la 25enne serba che le ha rifilato pure un bagel nel terzo set.

Del resto, New York è l’unico Slam in cui Aleksandra Krunic si è sempre trovata a suo agio. Un quarto (2014) ed un terzo (2017) turno nelle precedenti cinque partecipazioni sul cemento di Flushing Meadows per lei, che invece nelle otto apparizioni complessive negli altri tre Slam aveva superato il primo turno solo una volta (III turno a Wimbledon 2015). Feeling confermato anche stavolta, dato che alla vittoria su Backinszky ha fatto seguire anche quella netta contro Kirsten Filipkens, che arrivava dalla vittoria al turno precedente contro la semifinalista della passata edizione Coco Vanderveghe). Mettendo poi in difficoltà nel turno successivo persino la finalista 2017 (e futura semifinalista) Madison Keys, vincendo il primo set e magari rimpiangendo ancora adesso di non aver sfruttato l’occasione del break all’inizio del secondo. Passata la paura, la statunitense ha infatti iniziato a bombardare da fondo e corsa e geometrie non sono più state sufficienti ad Aleks, che scivola di un paio di posizioni nel ranking ma rimane comunque nell’orbita delle top 50 (n. 51).

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Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic sull’erba: Petra sì, Cilic no. Ma c’è Nole, cuore e acciaio

L’analisi dei risultati (e le dichiarazioni) dei giocatori dei paesi dell’ex Jugoslavia a Wimbledon. Nel complesso – solo in tre oltre il II turno – peggio che a Parigi. ma la fantastica vittoria di Djokovic fa passare tutto in secondo piano

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Diciotto in totale – 10 uomini e otto donne – i rappresentati dei paesi dell’ex Jugoslavia nei due tabelloni di singolare. Un mese e mezzo fa a Parigi erano stati in diciannove, con la semifinale di Nole, i primi quarti di Perta Martic, gli ottavi di Donna Vekic e tanti qualificati al terzo turno a certificare per l’ennesima volta la buona qualità media del tennis balcanico. A Londra alla seconda settimana ci sono arrivati solo in due, Nole e Petra, e oltre al loro al terzo turno è approdata solo Polona Hercog. Ma volete mettere la vittoria di Novak?

TABELLONE FEMMINILE

CROAZIA IN CHIAROSCURO – “Non so cosa dire, è dura perdere così“. Era affranta Donna Vekic dopo la sconfitta al primo turno contro Allison Riske, match nel quale si era trovata in vantaggio per 4-1 nel terzo set prima di subire la rimonta della statunitense. “Brava lei, ha fatto dei punti incredibili, ma io ci ho messo del mio con tutti quei doppi falli” l’obiettiva analisi della neo23enne tennista di Osijek. Certo aveva ragione ad osservare che, da testa di serie, trovare Riske – fresca vincitrice di due tornei sull’erba, l’ITF di Surbiton e ‘s-Hertogenbosch –  al primo turno non è stato certo il massimo (“Non ho avuto un sorteggio fortunato”), ma non si può non sottolineare come ancora una volta Donna abbia mancato l’esame per dimostrare di poter aspirare a qualcosa in più che stazionare tra la 20esima e la 30esima posizione WTA. 

Poteva avere qualche rammarico anche Petra Martic, che invece dopo la sconfitta contro Elena Svitolina è parsa serena, come certificato dal suo proverbiale sorriso. Dopo i quarti a Parigi, la spalatina ha raggiunto la seconda settimana di uno Slam anche a Londra, battendo nell’ordine Brady, Potapova e Collins, prima di arrendersi alla solidità dell’ucrainaa e – da qui il possibile rammarico – alla sua schiena. Che non le ha permesso di andare oltre alle tre palle break sul 4-3 a suo favore nel primo set. “Purtroppo devo conviverci. Mi sono svegliata stamattina e ho sentito che avevo dei problemi. Ho cercato perciò di accorciare gli scambi, ma lei era solida, prendeva tutto e non sbagliava. Forse se avessi fatto il break, chissà, perché stavo giocando bene”. 

Annullate quelle Svitolina prendeva il volo e per la croata il sogno di bissare i quarti del Roland Garros svaniva: “Nel secondo set lei ha giocato ancora più sciolta e non c’è stato niente da fare”. Per Petra e la sua schiena ora un po’ di riposo (“Ripeto, ci devo convivere, e credo non sia niente di grave. Starò ferma un paio di giorni, andrò da uno specialista, ma spero di ripartire dal Canada”), ma portando a casa comunque un regalo da Londra: la top 20, sesta croata della storia a raggiungere questo risultato.

SLOVENIA SOTTO I RIFLETTORI – Ben quattro le tenniste slovene in tabellone, a conferma che in campo femminile qualcosa si muove nel paese che ha dato i natali alla campionessa del Roland Garros 1977 Mima Jausovec. Salutava subito il resto della compagnia solo Dalila Jakupovic, sconfitta nettamente da Filipkens, mentre Tamara Zidansek batteva 8-6 al terzo quella che un tempo – quando arrivo in semifinale sugli stessi prati londinesi – era una grande promessa, Eugenie Bouchard, prima di raccogliere solo tre game contro Wang.  

Ma chi si è fatto notare sono state Kaja Juvan e Polona Hercog. La 18enne Kaja ha superato le qualificazioni ed ha vinto il suo primo match in uno Slam, prima di arrendersi solo 6-4 al terzo a Serena Williams, non prima di averla un po’ spaventata vincendo il primo parziale. “Non ho molto da rimproverarmi. Ho lottato fino in fondo, anche nel terzo quando ero indietro nel punteggio, non ho mai mollato. Sono molto soddisfatta per questo. Forse le ho giocato troppo sul dritto, tornassi indietro cambierei questo, ma comunque lei è Serena” ha commentato, comunque soddisfatta, la grande promessa slovena dopo la sconfitta.

La 28enne di Maribor, invece, dopo aver battuto Kuzmova in rimonta ed eliminato la tds n. 17 Madison Keys, è arrivata per due volte ad un passo dai suoi primi ottavi Slam – leggasi i due match point sprecati, specie il secondo con un clamoroso doppio fallo – prima di sciogliersi davanti allo sfrontato talento di Coco Gauff. “Evidentemente è scritto che io non debba arrivare alla seconda settimana di uno Slam” ha commentato Polona dopo il match, guardando però agli aspetti positivi piuttosto che a quelli negativi. “Dura arrivare così vicino, ma essere così lontani. Ma devo pensare a come ho giocato i primi due set, se giocherò a questo livello i risultati nei prossimi tornei arriveranno. E anche la seconda settimana in uno Slam”.

 
Polona Hercog – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

POCA SERBIA, MA CON ONORE Aleksandra Krunic ha lottato per un set prima di arrendersi nel match di esordio a quella Muchova che poi si sarebbe spinta fino ai quarti di finale battendo persino Karolina Pliskova. Chi invece ha fatto una gran bella figura è stata Ivana Jorovic. Dopo aver battuto in due set l’olandese Kerkohve, la 22enne Ivana ha ceduto solo 9-7 al terzo alla già citata Allison Riske, che più in là nel torneo avrebbe fatto tremare Serena. “Ho giocato bene, ma in questo momento non riesco ad esserne contenta, dopo aver perso una partita così tirata” ha detto a caldo dopo la sconfitta la tennista di Cacak. “Qui ho lottato alla pari contro una specialista dell’erba, come avevo lottato alla pari al Roland Garros contro una specialista della terra (perse contro Jennifer Brady 7-5 al terzo, ndr). Questo mi fa dire che sono sulla strada giusta”.

TABELLONE MASCHILE

CROAZIA, LA CRISI DI MARINAssente Borna Coric, che non è riuscito a recuperare in tempo dal problema agli addominali che lo aveva costretto al ritiro ad Halle, in Croazia in molti speravano che sull’erba di Wimbledon si rivedesse il vecchio Marin Cilic, quello capace di sfiorare la vittoria contro Federer nei quarti nel 2016 ed arrivare in finale nel 2017. Invece la crisi del 30enne di Medjugorje – accompagnato nell’occasione dall’ex top ten Wayne Ferreira, scelta che ha destato diverse perplessità in patria, ovviamente espresse post eliminazione – continua: la sconfitta in tre set al secondo turno contro un giocatore come Joao Sousa, da lui sempre sconfitto nelle 4 sfide precedenti e non certo uno specialista dell’erba (12 vittorie in carriera su 31 incontri prima di incontrare il croato) è di quelle veramente pesanti per il morale.

Per Cilic quest’anno da segnalare solo i quarti a Madrid (dove peraltro si è dovuto ritirare per l’ennesimo problema fisico), per il resto solo delusioni, specie negli Slam: sconfitta a Melbourne negli ottavi, secondo turno a Parigi e a Londra. Ed una classifica che dal n. 7 di inizio anno lo vede attualmente dieci posizioni più indietro, in 17esima posizione. In Croazia ci si interroga su quali siano i motivi di questo crollo, se sia legato ai ricorrenti problemi fisici oppure c’è dell’altro, considerato che Marin non è mai stato fortissimo dal punto di vista mentale e forse potrebbe fare fatica a metabolizzare l’insieme di infortuni e sconfitte. Chi si è invece fatto notare in positivo è stato  l’eterno Ivo Karlovic, che a furia di mazzate di servizio (92% di punti con la prima, 21 ace) ha superato Andrea Arnaboldi ed ottenuto un altro primato di longevità: era infatti dai tempi di Ken Rosewall che un quarantenne non vinceva un match in singolare a Wimbledon (che poi un quasi 38enne stesse per vincerlo, beh, è un’altra storia…), prima di cedere all’altro italiano Thomas Fabbiano senza grossi rimpianti “Lui ha giocato molto bene, non sbagliava mai. Il mio back di rovescio non gli ha dato mai fastidio”.

Marin Cilic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

GLI ALTRI LOTTANO, MA NON BASTA – C’erano anche lo sloveno Aljaz Bedene ed il bosniaco Damir Dzumhur in tabellone, usciti al primo turno ma con l’onore delle armi. Il tennista di Lubiana ha giocato un bel match ed ha impegnato severamente Berrettini, che ha avuto bisogno di quattro set, e di un tie-break nel quarto, per avere la meglio sullo sloveno. Continua invece il periodo nero di Dzumhur, in un’annata piena di problemi fisici. “Dovevo vincere in tre set. Invece mi son fatto rimontare da 5-2 sopra nel secondo set. Sono riuscito a vincere il terzo, ma sapevo che con tutti gli infortuni e gli stop dell’ultimo periodo non ero in grado di reggere tanto tempo a quel livello in campo. Dovevo vincerla prima” ha commentato, un po’ sconfortato il 27enne di Sarajevo dopo la sconfitta al quinto contro Cuevas. Sconfortato ma non certo disposto a mollare. “Devo solo tornare ad allenarmi con continuità ed intensità”.

SERBIA, (TANTISSIMO) NOLE E POCO ALTRO – Se a Parigi oltre alla semifinale di Djokovic si erano visti anche altri tre serbi al terzo turno, a Wimbledon invece oltre al n. 1 del mondo nessun tennista di Belgrado e dintorni è riuscito ad andare oltre il secondo turno. Dusan Lajovic non ha onorato la sua prima testa di serie ai Championship ed è uscito subito per mano del polacco Hurcakz, e anche Filip Krajinovic ha fatto subito i bagagli, battuto dalla wildcard tedesca Kopfer in quattro set. “Quel tie-break è stato decisivo” ha osservato il 27enne di Sombor dopo il match, riferendosi al tie-break del terzo set perso 11-9, dopo il quale si è letteralmente “sciolto”. Inutile dire che da entrambi ci si attendeva qualcosa in più, dopo i buoni risultati sul rosso.  

Hanno fatto un turno in più gli altri tre tennisti serbi. Sicuramente da elogiare Janko Tipsarevic, che riesce finalmente a superare di nuovo un turno in uno Slam, dopo le due battaglie perse al primo turno a Melbourne e Parigi contro Dimitrov. Qui vince un’altra battaglia (6-2 al quinto contro Nishioka), prima di dare filo da torcere al finalista dello scorso anno Kevin Anderson. Tutto sommato, non si poteva chiedere di più neanche agli ultimi due. Miomir Kecmanovic ha battuto Carballes Baena prima di ritirarsi all’inizio del terzo set conto Benoit Paire: problemi alla caviglia per lui, forse legati alle tossine non ancora smaltite del torneo di Antalya della settimana precedente (cinque tie-break giocati tra semifinale e finale). Laslo Djere ha battuto un giocatore che è ancora più terraiolo di lui, l’argentino Andreozzi, prima di incontrare un Millman che non è uno specialista dei prati, ma da australiano sicuramente se la cava molto meglio del 24enne di Senta.

Su Nole non c’è veramente cosa aggiungere a quello che è stato scritto su Ubitennis e altrove per celebrare la sua vittoria. Il fuoriclasse di Belgrado si era presentato a Wimbledon sorprendendo un po’ tutti, dopo aver chiamato Goran Ivanisevic a far parte del suo staff (scelta che in Serbia non tutti hanno preso bene, ricordando alcune frasi di un giovane Goran ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia). Ma le sorprese da parte di Nole finivano lì. Dopo aver regolato facilmente Kohlschreiber e Kudla, cedeva un set a Hurkacz (“Ci voleva, ma ha dato una sveglia”), triturava Humbert e Goffin, anche se la prima parte del primo set contro il belga lo aveva visto un po’ contratto (“All’inizio ero teso, poi recuperato il break mi sono come liberato“) e poi si imponeva nettamente alla distanza su Bautista Agut. Infine, il capolavoro contro Federer. E contro la spinta dei 15.000 del Centrale per lo svizzero. E chissà di quanti altri seduti a casa davanti al televisore.

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Jeeg va, cuore e acciaio, cuore di un ragazzo che senza paura sempre lotterà” recitava la sigla di un noto cartone animato giapponese trasmesso in Italia negli anni Ottanta. Non sappiamo se sia stato trasmesso anche in Serbia, certo è che quelle parole calzano benissimo sul Novak Djokovic visto domenica. Cuore e (nervi) d’acciaio. E tanto, tanto talento: perché per giocare sempre, sempre, sempre vicino alla riga, qualsiasi tipo di palla gli arrivasse in seguito alle magie di Roger, ce ne vuole veramente tanto. Come si dice in Serbia: svaka ti cast, Nole (congratulazioni, Nole).

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Nei dintorni di Djokovic: Petra Martic stupisce, Nole non tradisce

12 giocatori e 7 giocatrici: sempre folta la rappresentanza Slam dei paesi dell’ex Jugoslavia. Nel maschile, la Serbia non è solo Nole, che raggiunge i quarti Slam n. 44 e punta alla semifinale n. 35. Nel femminile la grande protagonista è Petra Martic

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Novak Djokovic - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

dal nostro inviato a Parigi

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RIMPIANTI SLOVENI – La Serbia in campo femminile sta vivendo le stesse difficoltà dell’Italia: con l’addio delle grandi campionesse – in questo caso le ex n.1 del mondo Ana Ivanovic e Jelena Jankovic – che non hanno trovato al momento delle degne sostitute. Aleksandra Krunic fa quello che può: qui a Parigi ha sfruttato al primo turno il ritiro dopo poco più di un set di Daria Gavrilova e poi ha lottato con la grinta che le è consueta con Lesla Tsurenko, cedendo solo 11-9 al terzo. Ma alla 26enne originaria di Mosca forse non si può chiedere di più di quello che sta facendo ed ottenendo: un buon posto fisso tra le prime 70-80 giocatrici del mondo. Lottava anche la giovane Ivana Jorovic che costringeva al terzo la statunitense Jennifer Brady.

La vendicava la slovena Polona Hercog, che la superava 6-4 al terzo, dopo che all’esordio aveva eliminato la tds n. 32 Sasnovich, anche qui al set decisivo, chiuso addirittura 8-6. Vien da dire che chi di terzo set ferisce di terzo set perisce, dato che al turno successivo era la 28enne di Maribor a capitolare per 6-4 nel terzo contro Sloane Stephens. Con pochi rimpianti però, considerato che il match l’aveva riacciuffato per i capelli annullando 4 match point nel secondo e senza avere poi reali chances di portare a casa la vittoria. Rimpianti invece per l’altra slovena, Dalila Jakupovic, che cedeva a sorpresa al terzo ad una giocatrice in difficoltà come la n. 238 del mondo Kurumi Nara (sebbene ex n. 32 e qui proveniente dalle qualificazioni) e perdeva l’occasione di sfidare Serena Williams su un palco così prestigioso.

 

E rimpianti anche per la grande promessa del tennis sloveno, la 18enne Kaja Juvan, che da lucky loser quasi faceva il colpaccio contro l’esperta Sorana Cirstea, che però la spuntava in rimonta 7-5 al terzo dopo che la teenager lubianese aveva servito per il match sul 5-4. Kaja ha ancora tempo, ovviamente, però vincere queste partite aiuta magari a crescere un po’ più velocemente.

CROAZIA SUGLI SCUDI – Protagonista assoluta è stata la Croazia, con Vekic e Martic che stavolta hanno oscurato le gesta di Cilic e soci. Donna ha fatto il suo dovere da n. 23 del seeding ed è arrivata agli ottavi perdendo solo un set, forse più per distrazione che per altro, contro la svedese Peterson. E la netta vittoria contro la coetanea Belinda Bencic aveva fatto sperare in patria che finalmente fosse giunto il momento del tanto atteso salto di qualità, che un quarto di finale Slam avrebbe certificato. Invece Johanna Konta ha ridimensionato le ambizioni della 22enne di Osijek: verrebbe da dire per l’ennesima volta, ma il modo in cui la britannica si è poi sbarazzata della finalista dello scorso anno, Sloane Stephens, consente invece di concedere a Donna tutte le attenuanti del caso.

Tutto sommato, parliamo di una giocatrice che da quest’anno è entrata stabilmente nelle top 25, ha raggiunto gli ottavi in due degli ultimi quattro Slam ed ha appena ventidue anni e mezzo: forse nelle valutazioni nei suoi confronti, Vekic sconta ancora le (troppe) aspettative create dalla sua vittoria al torneo di Tashkent nel 2012, appena sedicenne. Chi invece una sua nuova dimensione l’ha finalmente trovata, dopo i tanti guai fisici, è Petra Martic. La 28enne spalatina è filata via come un treno nei primi tre turni – compreso il doppio 6-3 alla n. 2 del mondo Pliskova – e si è incartata un po’ (anzi parecchio, come avrebbe detto il compianto Enzo Jannacci) solo negli ottavi contro l’esperta Kaia Kanepi, quando si è resa conto che il sogno dei primi quarti di finale Slam era veramente ad un passo.

Ma di grinta e di cuore (ma anche grazie al bel braccio che si ritrova) si è regalata quel sogno. Putroppo l’enfant prodige Vondrusova ha fatto svanire il (doppio) sogno successivo: la prima semifinale Slam e la top 20. Con qualche rimpianto per quel primo set sfuggito via nel tie-break dopo aver avuto tre set point consecutivi nel dodicesimo gioco. Ma la Petra vista qui a Parigi, se la schiena le darà tregua, a quella top 20 può puntarci, come ci aveva detto lei stessa dopo la vittoria negli ottavi: “Credo che la top 20 sia un obiettivo reale di questa stagione. Ma quello che ci aspetta da domani lo scopriremo.

TABELLONE MASCHILE


GLI SCONTENTI – C’era poco da chiedere a Slovenia e Bosnia e poco infatti è arrivato. La nazione subalpina schierava Aljaz Bedene ed il qualificato Blaz Rola. Il primo strappava un set a Borna Coric ma di più il suo tennis – bello da vedere ma troppo leggero per impensierire seriamente un top 20 – non gli permetteva, il secondo perdeva nettamente la sfida tra qualificati contro lo svedese Ymer. Magari un po’ di più si poteva chiedere al bosniaco Damir Dzumur, uscito anche lui all’esordio contro la wild card francese Antoine Hoang, n. 146 ATP. Ma a parte i quarti di finale di Ginevra due settimane fa, la stagione del 27enne di Sarajevo è stata finora molto negativa e l’eliminazione parigina ne è purtroppo uno specchio fedele.

Eppure solo lo scorso anno di questi tempi Damir perdeva al quinto contro Zverev e stava per entrare nei top 25: sembra passato un secolo. Se Slovenia e Bosnia piangono, non ride molto neanche la Croazia. Che festeggia la vittoria di Ivo Karlovic su Feliciano Lopez nel match più “vecchio” del Roland Garros dal 1977, prima che il 40enne Ivo esca la secondo turno per mano dell’australiano Thompson, ma che avrebbe voluto festeggiare in modo diverso il sorpasso di Borna Coric ai danni di Marin Cilic come nuovo n. 1 croato. Perché l’avvicendamento è più demerito di Marin, che si è fatto rimontare un vantaggio di due set a uno da un redivivo Dimitrov al secondo turno, che merito di Borna, come ammesso onestamente da quest’ultimo in conferenza stampa: “Avrei preferito diventare il n. 1 croato perché avevo vinto uno Slam o ero arrivato in top 10”.

Parole che rilette due giorni dopo sono sembrate profetiche, quasi il 22enne zagabrese se la sentisse che la delusione sarebbe arrivata anche per lui, dato che al turno successivo cedeva 11-9 al quinto a Jan-Lenard Struff. In una partita in cui le occasioni per qualificarsi per la prima volta agli ottavi dello Slam parigino e fare un altro importante passettino verso la citata top ten Borna le avute.

(QUASI) GRANDE SERBIA – La parte del leone l’ha fatta sicuramente la Serbia, che già partiva con ben sei rappresentanti, come tutti gli altri paesi dell’ex Jugoslavia messi insieme. E Nole e soci si prendevano subito la scena, con Janko Tipsarevic che nel tentare l’ennesimo comeback rimontava orgogliosamente due set all’ottimo Dimitrov visto a Parigi, prima di arrendersi al quinto. Il 19enne Miomir Kecmanovic era bravo a passare un turno battendo al quinto lo statunitense Kudla, prima di cedere abbastanza nettamente in tre set a David Goffin, in un match in cui è apparso ancora un po’ immaturo dal punto di vista tattico per impensierire seriamente un giocatore di livello come il belga. Però il potenziale per crescere c’è. Ma i riflettori si accendevano soprattutto sugli altri membri della pattuglia serba: Krajinovic, Djere e Lajovic.

Il primo prendeva forse un po’ troppo alla lettera il fatto che a Porte d’Auteuil si giochi al meglio dei cinque set, tanto da vincere al quinto sia contro il n. 32 del seeding Tiafoe, che però quest’anno non ha entusiasmato sulla terra rossa, sia contro lo spagnolo Carballes Baena. E quando, a quel punto, sembrava dovesse essere la vittima predestinata di Stefanos Tsitsipas, Filip si ricordava di essere soprannominato “l’Agassi di Sombor” e soprattutto ricordava a tutti che se solo il fisico gli desse tregua sarebbe un gran bel giocatore. Il n. 60 del mondo costringeva infatti il giovane greco a scendere in campo per due giorni di fila, per un totale di più di tre ore e mezzo, prima di avere la meglio sul 27enne serbo. E solo per un soffio al tie-break del quarto, con Krajinovic che può recriminare per le occasioni non sfruttate (in primis il set point nel jeu décisif) per allungare la partita.

Non erano da meno le due teste di serie “minori” serbe, la n. 30 Dusan Lajovic e la n. 31 Laslo Djere, che – sempre al terzo turno – costringevano entrambi al quinto due top ten come Nishikori e Zverev. Djere la perdeva al fotofinish 8-6 del quinto e forse sta ancora pensando a quel 3-0 “pesante” che non ha saputo sfruttare nel parziale decisivo, mentre invece Lajovic cedeva di schianto dopo essersi trovato in vantaggio per due set a uno (curiosamente nello stesso modo dello scorso anno: anche dodici mesi fa il 28enne belgradese vinse 6-4 il terzo e poi perse nettamente gli ultimi due parziali 6-1 6-2) e rimpiangendo così quel break di vantaggio sprecato nel primo set che alla resa dei conti – come ha ammesso nel post match – gli è costato caro. Per entrambi comunque la conferma che nella loro nuova dimensione, attorno alla trentesima posizione mondiale, ci stanno bene e con merito.  

Restava quindi – al solito – Novak Djokovic a difendere i colori serbi. Nole ha letteralmente passeggiato fino ai quarti di finale, perdendo appena 31 giochi nei dodici set giocati (vinti). Mentre scriviamo, il fuoriclasse belgradese si sta preparando per affrontare per la quinta volta in carriera Sascha Zverev, la prima in uno Slam. Dovrebbe trattarsi del primo ostacolo un po’ più impegnativo nella corsa di Djoker al secondo “Slam poker” della carriera. Usiamo il condizionale, perché il Djokovic visto finora ha impressionato, pur senza dover mai alzare i giri del motore (“La sua continuità è incredibile. Non cala mai” ha osservato Salvatore Caruso, che lo ha incontrato nel terzo turno), ma soprattutto perché in questi giorni la sua espressione, le sue parole, il suo sguardo, i suoi gesti, tutto testimoniava che Nole è qui con tutto se stesso per un solo obiettivo: alzare la Coppa dei Moschettieri domenica prossima sullo Chatrier.

È tornato ad essere un muro” aveva detto John McEnroe, nell’evento organizzato da Eurosport la scorsa settimana a Parigi. Difficile dargli torto. E i muri, allo Chatrier, hanno finito di buttarli giù lo scorso anno…

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Novak Djokovic - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Le recenti sconfitte di Novak Djokovic, rispettivamente a Indian Wells contro Kohlschreiber e a Miami contro Bautista Agut, hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme tra i sostenitori del fuoriclasse serbo. Ad alimentare le loro preoccupazioni anche alcune dichiarazioni del loro beniamino (“Può essere che troppe cose fuori dal campo mi abbiano influenzato negativamente”), che hanno fatto percepire un disagio extra-tennistico del tennista belgradese. E di conseguenza l’associazione con il ricordo ancora fresco del biennius horribilis di Nole (luglio 2016- giugno 2018), dove oltre all’infortunio al gomito destro ci furono anche alcuni problemi personali che contribuirono a farlo scivolare in quella prolungata spirale negativa.

Sia chiaro, può semplicemente trattarsi di un incidente di percorso, forse causato dalla cinque settimane di assenza dal circuito dopo la trionfale cavalcata all’Australian Open. Come peraltro ipotizzato da Nole stesso, che infatti subito dopo essere stato eliminato a Miami ha inserito nella sua programmazione il torneo di Montecarlo. Evidente l’intenzione di non ripetere l’errore e di arrivare con un rodaggio adeguato al suo prossimo grande obiettivo: il bis al Roland Garros e di conseguenza il secondo “Nole Slam” della carriera. Per cercare allora di capire se non è niente di serio ed i suoi sostenitori possono dormire sonni tranquilli, può essere utile andare a leggere l’ampia sintesi della video-intervista che proprio prima della trasferta americana il n.1 del mondo ha rilasciato alla pagina serba del portale “Vice” che vi proponiamo nel seguito dell’articolo.

Tra i tanti argomenti toccati nell’intervista, molto spazio è stato dato ovviamente all’infortunio e al clamoroso comeback. Che ad un certo punto sembrava impossibile, leggasi dopo la sconfitta con Cecchinato a Parigi, come ammesso in più occasioni dallo stesso Nole. E pensare che accadeva solo dieci mesi fa. “L’infortunio ha sicuramente rappresentato una grande punto di svolta della mia vita. Non solo dal punto di vista tennistico, ma anche da quello personale e caratteriale. In qualche modo sono stato obbligato a guardarmi profondamente dentro e probabilmente a scoprire parti di me che avevo nascosto per anni, che sono venute a galla quando le cose non giravano più nel verso giusto”.

Un punto di svolta che Djokovic ha deciso di affrontare con i suoi tempi dopo aver trascinato il problema al gomito troppo a lungo (“In realtà era iniziato più di due anni e mezzo prima, ma sono andato avanti – sbagliando – ad antinfiammatori, fino a quando non sono più riuscito ad impugnare la racchetta, nei quarti di finale di Wimbledon, e mi sono dovuto ritirare”). E che a posteriori ritiene fosse necessario per lui. “Credo fermamente sia stato questo potere più alto, semplicemente, a volermi dire in questo modo che – ok, ora devi fermarti e devi prenderti una pausa. Ho preso una pausa più lunga rispetto a quanto alcuni medici mi avevano, diciamo così, prescritto. Dicevano che dopo 3-4 mesi sarei stato a posto. Io ho detto no, ho bisogno di sei mesi, perché ho bisogno di una pausa mentale, per – come dire – ricaricare completamente le batterie dal punto di vista emotivo… Ero talmente saturo…”.

 
il ritiro contro Tomas Berdych

Proprio con riferimento a questo aspetto, il fuoriclasse serbo ha ammesso che dopo aver finalmente vinto il Roland Garros ha provato sì tanta soddisfazione ed orgoglio per aver raggiunto un traguardo inseguito così a lungo (la sua prima partecipazione risaliva al 2005, la prima delle sue otto semifinali – compresa quella del trionfo 2016 – al 2007), ma allo stesso tempo anche un senso di vuoto che non aveva mai provato sino ad allora (Mi chiedevo: “Qual è il passo successivo?”. “E adesso?”). Le riflessioni che ne sono derivate erano anche collegate alla cosa più bella che fosse accaduta nella vita di Novak, la paternità (al tempo di Stefan, poi è arrivata anche Tara). “Quando sono diventato padre, questo mi ha dato una spinta ed un entusiasmo incredibili, ho avuto i 15 mesi migliori mesi della mia carriera… Ma dopo quel Roland Garros, dopo quella sensazione, il fatto di essere un genitore mi ha fatto rendere conto del fatto che c’è molto di più nella vita. E che non avevo, come posso dire, dedicato sufficiente attenzione ad alcune parti di me, che forse erano rimaste in una sorta di zona d’ombra”.

Ed è qui il passaggio che può rassicurare i suoi tifosi relativamente all’accidentalità delle sconfitte subite nel Sunshine Double, rispetto a quanto accaduto ormai quasi tre anni fa. “Ora ho molta più fiducia e stabilità emotiva. Fiducia in me stesso, nelle mie possibilità e nelle mie qualità. So chi sono, cosa sono e cosa posso fare. E se alla fine non riesco in quello che mi ero prefissato, accetto la cosa molto meglio”.

Si entra così in quell’insieme di argomenti – la crescita personale e la ricerca interiore, le terapie alternative e l’alimentazione – in cui l’approccio non tradizionale di Djokovic agli stessi nel periodo dell’infortunio è stato spesso additato come la vera causa del suo calo. Basta ricordare le polemiche sulla sua frequentazione del “guru” Pepe Imaz. Il tutto forse causato dal fatto che l’approccio e le scelte di Djokovic non erano state spiegate nei dettagli. E magari anche dal fatto che non era stato sottolineato come certe pratiche erano per lui usuali anche quando vinceva tutto quello che c’era da vincere. A partire dalla meditazione.

Sì, pratico la meditazione già da quasi dieci anni. La meditazione è anche lavare i piatti, è osservare le stelle. La meditazione è tutto ciò che porta un uomo ad essere totalmente presente. Beh, noi siamo un po’, come posso dire, tradizionalisti, conservatori da questo punto di vista, e tutto ciò che è, per così dire, al di fuori di quello che conosciamo viene accettato con qualche riserva. E c’è stata quindi qualche incomprensione. Io pratico quella meditazione che conoscono tutti, quella del mainstream: mi siedo, respiro, sono consapevole della mia respirazione, sono cosciente dei miei pensieri, ma li lascio passare senza soffermarmicisi e in questo modo cerco di calmarmi”.

L’osservazione che viene fatta spesso a Djokovic – soprattutto da coloro che non simpatizzano per il 31enne tennista belgradese – è quella che questo approccio “zen” alla vita che traspare dalle sue parole spesso non trova riscontro sul terreno di gioco, dove diverse volte alcune sue reazioni non lo fanno di certo associare all’immagine di un monaco buddista. Nole non si nasconde. “Siamo persone, sbagliamo e ci ritroviamo in situazioni in cui non riusciamo a controllare le emozioni, non riusciamo a controllare le reazioni. Ci arrabbiamo, imprechiamo, rompiamo qualcosa e cose del genere. A me succede sul campo da gioco. Io rompo le racchette. In quel momento non ne sono certamente orgoglioso, perché so che non mando un bel messaggio a tutti i giovani che mi seguono, perché come sportivi godiamo di un grande seguito e molti giovani nel mondo ci prendono ad esempio perché vogliono diventare dei grandi atleti di successo come noi.

Ne sono consapevole e cerco di agire di conseguenza. E cerco di fare in modo che le mie parole e ciò che faccio siano allineati in questo. Ma non è sempre così. E lo accetto, come un gradino di una mia crescita. Col passare del tempo mi sono reso conto che è impossibile essere sempre positivi. E in secondo luogo mi sono reso conto che questo mio lato negativo e queste emozioni che si manifestano, non sono qualcosa di ostile, qualcosa che è entrato dentro di me, ma fanno parte di me… Io adesso cerco molto di più di ‘fare amicizia’ con il mio ego e in questo modo di controllarlo, invece di entrarci in conflitto come se fosse il nemico, come se fosse qualcosa di estraneo e in questo modo uscire sconfitto.” Insomma, a sentire il campione di Belgrado da quel tunnel in cui si è infilato poco meno di tre anni è uscito un Novak diverso. Un Novak che ha “smesso di cercare, per essere”.

“Passo meno tempo nel futuro e di più nel presente. Perché quando dici che stai cercando qualcosa, che sia la fortuna, l’amore, l’appartenenza, qualsiasi cosa sia, significa che praticamente in qualche modo tieni te stesso bloccato in un futuro e nell’incertezza che quel qualcosa accadrà, su quello che devi fare per realizzarlo. Io invece credo, e la applico praticamente ogni giorno, nel potere della visualizzazione. Questa è una pratica conosciuta dagli sportivi, non è qualcosa di cui parlo io adesso, i più grandi sportivi l’hanno utilizzata e la utilizzano. Immagino me stesso, come immaginavo me stesso quando avevo sette anni vincere un giorno il torneo di Wimbledon e mi ero anche costruito il trofeo con quello che avevo trovato in casa. La visualizzazione è una strumento molto potente, ma deve essere equilibrata con la tua capacità di stare nel presente. E tutto questo io lo vedo come uno sviluppo personale, non come la ricerca di un qualcosa. Perché sento che non ho motivo di cercare, perché tutto quello che cerco è dentro di me”.

Novak Djokovic – Shanghai 2018 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Il richiamo al piccole Nole ci permette di riavvolgere il nastro dell’intervista, che era iniziata parlando di argomenti più “leggeri”. Come il primo ricordo legato al tennis e al suo idolo Pete Sampras. “Il mio primo contatto con il mondo del tennis è stata la sua finale a Wimbledon. Si trattava della sua prima vittoria a Wimbledon (era il 1993, Nole aveva appena compiuto sei anni: Pete sconfisse Courier in quattro set, ndr). La guardai e mi innamorai del tennis. Posso dire che anche il destino ci mise lo zampino, dato che proprio in quel periodo, nello stesso anno in cui guardai quella finale, furono costruiti i tre campi da tennis di fronte al ristorante gestito dai miei genitori sul Kopaonik, dove io sono cresciuto”.

Non poteva mancare l’osservazione sul fatto che Pete Sampras è stato il suo idolo, però a fargli da coach per un periodo è stato il più grande rivale del fuoriclasse di Potomac, Andre Agassi. “Lui è un amico, una persona su cui uno posso sempre contare. E ha messo in chiaro che posso sempre contare su di lui come mentore. Diciamo che con lui ho un rapporto più stretto che, ad esempio, con Sampras”.

Sempre rimanendo in tema, Djokovic ha rivelato che come molti di noi aveva sempre avuto il desiderio di conoscere quelli che erano i suoi idoli sportivi da bambino. Data la sua posizione un tantino privilegiata, è riuscito ad incontrarne due: Sampras (“L’ho conosciuto ad Indian Wells nel 2010. Ero lì che pensavo: gli chiedo o no di giocare? Ovviamente gliel’ho chiesto ed abbiamo scambiato qualche colpo, è stato bellissimo”) e Alberto Tomba. Ma gliene manca ancora uno: Michael Jordan. E Nole confessa di aver avuto l’occasione e di non averla saputa cogliere.

“Jordan si trovava a Montecarlo, dove io vivo da dieci anni. Mi ricordo che stavo facendo una pausa tra due allenamenti. Mia moglie era andata a fare un giro in città con sua sorella. Mi suona il cellulare ed io lo metto in modalità silenziosa in modo da poter riposare – questo accadeva prima che diventassimo genitori e quindi avevamo ancora un po’ di tempo per riposare – ma ad un certo punto vedo che continua ad illuminarsi e a vibrare. Ho pensato: cosa c’è? chi mi cerca? Controllo e trovo cinque chiamate perse di mia moglie. Rispondo e – mi ricordo quel momento come se fosse ieri – lei mi dice: ‘Jordan è cinque metri davanti a me’. Io: ‘Scusa?’ Lei: ‘Michael Jordan, il tuo idolo che vuoi così tanto conoscere è davanti a me. Vieni subito qua!’. Io non so cosa mi è preso e le ho risposto: ‘Non posso perché ho l’allenamento questo pomeriggio e devo riposare…’. Giuro, l’ho detto. Ho messo giù il telefono, ci ho pensato e naturalmente dopo dieci minuti ho preso e sono andato da lei. Ma Jordan se ne era già andato. Pazienza, avremo modo di conoscerci da qualche parte. Mi hanno detto che è un grande golfista”.

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