Nei dintorni di Djokovic a New York: Welcome back, Nole – Ubitennis

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic a New York: Welcome back, Nole

Il punto sulla stagione del tennis balcanico dopo lo US Open. Il ritorno di Nole, i rimpianti di Cilic, la crescita di Coric. Ma anche uno Slam al femminile (quasi) tutto da dimenticare

Ilvio Vidovich

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Con rinnovato vigore, dato che il “titolare” della rubrica da New York ha portato a casa il suo quattordicesimo trofeo del Grande Slam, prima di archiviare definitivamente l’ultimo Slam dell’anno vediamo come è andato lo US Open per i rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia. A New York erano sedici in tutto (10 uomini e 6 donne) gli iscritti ai due main draw di singolare. Due in più di Londra (9/5), uno in più di Parigi (9/6), uno in meno di Melbourne (10/7). Dal riepilogo dei dati dei quattro Major stagionali sembrano quasi siano numeri scontati. E invece sono numeri notevoli, se solo ci ricordiamo che parliamo di un insieme di paesi che complessivamente conta meno di venti milioni di abitanti. Tanto per capirci, meno di un terzo della popolazione dell’Italia, che però a New York nei due tabelloni in questione di giocatori ne aveva otto, esattamente la metà.

SINGOLARE FEMMINILE

Da segnalare subito che, dopo tanto tempo, il più numeroso era il gruppetto sloveno. Ben tre in tabellone: non accadeva da ben 15 anni (US Open 2003), tempi in cui c’erano addirittura tre tenniste slovene in top 50 (Srebotnik, Pisnik e Matevzic). Merito dell’esplosione della 20enne Tamara Zidansek, al suo primo Slam, della migliore stagione della carriera di Dalila Jakupovic (al suo secondo Slam dopo Parigi, dove era entrata da lucky loser) e del comeback di Polona Hercog, che dopo tanti problemi fisici da qualche mese è tornato a giocare con regolarità. Non bisogna però dimenticare che la leadership slovena  è stata anche frutto di alcuni problemi contingenti della Croazia, che oltre a Martic e Vekic avrebbe dovuto schierare anche Ana Konjuh e  Mirjana Lucic- Baroni, costrette invece entrambe al forfait da problemi fisici. La ventenne Ana per i famosi problemi al gomito che di fatto le hanno fatto perdere di fatto tutti gli ultimi dodici mesi, la 36enne Mirjana per quelli alla spalla destra che l’hanno costretta allo stop da Melbourne in poi.

 

Fanalino di coda la Serbia, presente con la sola Krunic in attesa dell’ascesa della grande promessa 17enne Olga Danilovic, che nel frattempo è arrivata al suo best ranking alla soglia della top 100 (è n. 105). Mentre da lunedì – doveroso ricordarlo – è uscita dalla classifica (non gioca dall’agosto 2017, pur non essendosi ritirata ufficialmente) l’ex n. 1 del mondo Jelena Jankovic. Serbia fanalino di coda ma pur sempre presente, cosa che invece non si può più dire del Montenegro, dato che è ormai sparita dai radar Danka Kovinic. Dopo dieci presenze consecutive negli Slam, dallo scorso US Open la 23enne tennista di Cetinje non riesce più a superare le qualificazioni (quest’anno a New York è stata eliminata al I turno dall’azzurra Jessica Pieri). N. 46 del mondo nel febbraio 2016,  Danka è entrata in crisi di risultati nella prima metà dello scorso anno e non si è più ripresa: uscita dalla top 100 ad aprile 2017 non vi ha più fatto ritorno, sino a crollare all’attuale posizione n. 189.

UN’ECATOMBE – Al primo turno, fuori cinque su sei… Peggior risultato dell’anno, dato che a Parigi almeno un paio di secondi turni (Vekic e Martic) erano arrivati. Le due croate invece qui sono saltate subito. Donna Vekic ha lottato ma non è riuscita a venire a capo – per la quarta volta in quattro scontri diretti – di Anastasija  Sevastova (tds n. 19). La 22enne di Osijek questa estate, dopo gli ottavi a Wimbledon, ha raggiunto il suo best ranking (n. 37), ma il tanto atteso salto di qualità onestamente ancora non si è visto. Petra Martic è stata invece sconfitta da Safarova con un doppio 6-4. Per Petra, che aveva iniziato alla grande l’anno con gli ottavi di finale a Melbourne, dagli Slam  – che invece lo scorso anno avevano rappresentato il fiore all’occhiello della sua stagione – sono arrivate poi solo delusioni, Anche se c’è da dire che a Flushing Meadows ha sempre raccolto poco (mai oltre il secondo turno). La  spalatina sperava di più da questa stagione, sebbene la vittoria della scorsa settimana al 125K di Chicago la riporta tra le prime quaranta al mondo.

Le slovene erano in tre ma hanno fatto i bagagli subito. Con non pochi rimpianti. Quelli di Polona Hercog, che si è arresa in tre set alla voglia di emergere della 18enne wildcard statunitense Claire Liu, ex n. 1 del mondo juniores. E soprattutto quelli di Dalila Jakupovic, che ha raccolto solo tre game contro la 21enne svizzera Jil Tiechmann, proveniente dalle qualificazioni. Lo stesso numero di game che ha portato a casa contro Kristina Mladenovic la 20enne Tamara Zidansek, ma qui ci poteva stare considerando che c’era di mezzo anche l’emozione dell’esordio in uno Slam. La giovane tennista di Postumia rimane comunque una piacevole rivelazione della stagione, che l’ha vista anche vincere il suo primo torneo WTA (il 125K di Bol, in Croazia, a luglio) ed entrare in pianta stabile nelle prime cento (è n. 75) dopo aver iniziato l’anno in 180esima posizione. E considerato che all’orizzonte si profila un altro giovane talento, quella Kaja Juvan vincitrice dell’Orange Bowl nel 2016, che a diciassette anni è appena entrata tra le prime 200 al mondo, sembra proprio che il tennis sloveno femminile possa tornare a dire la sua.

KRUNIC SALVA L’ONORE – Così, alla fine, è stata solo la Serbia a fare un po’ di strada. Per niente scontato, dato che nei tre tornei di preparazione allo US Open Aleksandra Krunic aveva subito tre cocenti sconfitte al primo turno, raccogliendo in tutto la miseria di quattro game. Il sorteggio però le è stato amico, facendole affrontare all’esordio una giocatrice ben più in difficoltà di lei come Timea Backsinszky. In tabellone grazie al ranking protetto a causa del lungo stop in seguito all’operazione al polso e altri guai fisici (l’ultimo uno strappo al polpaccio a maggio), l’ex top ten svizzera quest’anno di eliminazioni al primo tutto ne aveva subite sei, su sei tornei disputati. E a New York è arrivata la settima, con la 25enne serba che le ha rifilato pure un bagel nel terzo set.

Del resto, New York è l’unico Slam in cui Aleksandra Krunic si è sempre trovata a suo agio. Un quarto (2014) ed un terzo (2017) turno nelle precedenti cinque partecipazioni sul cemento di Flushing Meadows per lei, che invece nelle otto apparizioni complessive negli altri tre Slam aveva superato il primo turno solo una volta (III turno a Wimbledon 2015). Feeling confermato anche stavolta, dato che alla vittoria su Backinszky ha fatto seguire anche quella netta contro Kirsten Filipkens, che arrivava dalla vittoria al turno precedente contro la semifinalista della passata edizione Coco Vanderveghe). Mettendo poi in difficoltà nel turno successivo persino la finalista 2017 (e futura semifinalista) Madison Keys, vincendo il primo set e magari rimpiangendo ancora adesso di non aver sfruttato l’occasione del break all’inizio del secondo. Passata la paura, la statunitense ha infatti iniziato a bombardare da fondo e corsa e geometrie non sono più state sufficienti ad Aleks, che scivola di un paio di posizioni nel ranking ma rimane comunque nell’orbita delle top 50 (n. 51).

SEGUE A PAGINA 2: IL SINGOLARE MASCHILE

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Nei dintorni di Djokovic: Konjuh rivuole la top 20. “Ma a 27 anni lascio”

Ana Konjuh è tornata a giocare. Era ferma per un infortunio al gomito dalla seconda metà del 2017, proprio dopo essere diventata top 20. Ora è pronta a riprendersi quello che ha lasciato. Con una data di scadenza

Ilvio Vidovich

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Ana Konjuh - Fed Cup 2019 (photo HTS)

A fine gennaio, nelle qualificazioni del torneo WTA di San Pietroburgo, dopo sette mesi di assenza si è rivista in campo (sconfitta dalla 6-4 7-5 dalla tennista locale Anna Kalinskaja) Ana Konjuh, una delle “ragazze terribili” del 1997 insieme a Naomi Osaka, Jelena Ostapenko, Daria Kasatkina e Belinda Bencic. In realtà la 21enne tennista croata era praticamente ferma da anno e mezzo. Era infatti l’estate del 2017 quando, appena conquistata la top 20 (n. 20 a fine luglio), il gomito destro – già operato anni prima – tornò a darle problemi. Grossi problemi. Talmente grossi che per risolverli non sono bastati nemmeno due ulteriori interventi, uno a fine 2017 e l’altro nel marzo dello scorso anno. Così, dopo aver giocato solo sei match in tutta la stagione e dopo l’ennesimo consulto con i medici per cercare di capire perché il gomito continuasse a farle male, l’estate scorsa è arrivata la decisione di fermarsi e di non toccare la racchetta per qualche mese, per dare tempo all’articolazione di recuperare del tutto.

Proprio poco prima del suo rientro nel circuito la talentuosa tennista di Dubrovnik è stata intervista in esclusiva da un sito croato a Zagabria, dove dalla seconda metà di novembre ha potuto svolgere la preparazione invernale dopo aver avuto finalmente l’ok, dopo più di quattro mesi, per poter tornare ad impugnare la racchetta. La prima domanda, ovviamente, è sullo stato di salute dell’articolazione che tanto l’ha fatta soffrire. “Per adesso va bene. Il piano era di non giocare per qualche mese in modo che l’infiammazione passasse. Nel frattempo ho lavorato sulla condizione fisica, mentre ogni mese facevo una risonanza magnetica per vedere com’era la situazione. I medici ora mi dicono che ora tutto è passato. C’è ancora un po’ di liquido, ma è una cosa normale dopo 16 anni che gioco a tennis”.

Per Ana quella appena iniziata sarà la sesta stagione nel tour: è infatti passata professionista all’inizio del 2014, a diciassette anni appena compiuti (è nata il 27 dicembre 1997). In questi sei anni, a causa dei diversi infortuni, solo nel 2016 ha potuto giocare con continuità durante tutto l’arco della stagione. E quindi non è un caso che proprio a partire dalla seconda metà di quell’anno abbia ottenuto i suoi migliori risultati, tra i quali spiccano i quarti di finale allo US Open, fino a raggiungere, a metà della stagione successiva, il già citato best ranking. Di tutti gli stop per infortunio della tennista croata, quest’ultimo è stato nettamente il più lungo: ma cosa prova una atleta che per tanto tempo può solo allenarsi (in parte) e attendere? C’è tanta frustrazione, ogni giorno è uguale all’altro: tennis, allenamento fisico, Pilates e, al limite, la boxe. Ti svegli ogni mattino sapendo cosa ti aspetta, entri in una routine… Ma mi motiva il fatto che presto inizieranno i tornei, che tutto è a posto e di conseguenza spero che d’ora in poi non saranno più necessari periodi così lunghi di preparazione”. Sorprende sentire parlare di boxe, considerato che deve stare attenta al gomito… “Solo con il sacco morbido e non colpisco forte proprio per non stressare l’articolazione. Ma ho voluto provare per una questione di stimoli, per cambiare un po’”.

 

Motivazione, stimoli, voglia di cambiare. Questioni di testa, dunque. E l’aspetto mentale sarà molto importante anche nel prossimo periodo, perché dopo un lungo stop può accadere che la mente di un atleta gli giochi qualche brutto scherzo, proprio quando finalmente può scendere in campo e tutte le paure dovrebbero essersi dissolte. Invece il rischio è che proprio una di queste paure, quello di infortunarsi di nuovo, abbia il sopravvento sulla voglia di giocare e di esprimersi al massimo delle proprie possibilità. “Certamente una parte di me ha paura che mi faccia di nuovo male giocando un servizio o un dritto, ma cerco di gettarmi tutto dietro le spalle. Finché va. Se poi un giorno non dovessi più riuscirci, allora inizierò a preoccuparmi”.

Dal punto di vista mentale non deve essere neanche facile vedere il proprio nome veleggiare attorno alla 550esima posizione della classifica mondiale, mentre la tua coetanea e grande avversaria a livello juniores Naomi Osaka ha appena vinto il suo secondo Slam di fila ed in cima a quella stessa classifica“Non è facile, soprattutto se ripensi al fatto che anche tu sei stata una top 20 (e prima che lo fosse Osaka, ndr). Ma in questo momento nel tennis femminile è tutto abbastanza aperto, anche se Serena è tornata ed è molto motivata. C’è molto spazio per fare il salto e ottenere risultati”.

Per Ana la risalita non sarà però un percorso facilissimo, considerata la sua classifica e le nuove regole per la partecipazione ai tornei per chi è in quella fascia del ranking. Poco aiuto le verrà anche dal ranking protetto, che si è decisa a chiedere solo dopo il torneo di Wimbledon dello scorso anno, quando era già scivolata attorno alla 250esima posizione (“Non è molto, ma sempre meglio che n. 500”, ha commentato con un sorriso). C’è quindi da capire quanto tempo sarà necessario per rivederla di nuovo tra le migliori. “Sono cambiate le regole e adesso devo giocare i tornei ITF 25K e 60K… Ne avrò giocati forse quattro in tutta la mia vita. Ma devo raccogliere punti e iniziare a risalire. Adesso quello a cui devo pensare, dopo tanti mesi, è come costruire e giocare i punti. Perciò non mi preoccupo molto di quanto tempo ci vorrà”.

Dal dicembre 2017 il suo allenatore è il connazionale ed ex giocatore Antonio Veic. Con tutto quello che è successo non si possono certo tirare delle somme, ma si può sicuramente chiedere come procede la loro collaborazione, anche in considerazione del lavoro svolto in questi ultimi due mesi di preparazione. Innanzitutto Ana conferma quello che in molti nell’ambiente del tennis croato immaginavano. Ovvero di aver trovato in Veic un coach in grado di capire quello che ha provato in tutti questi mesi, dato che la carriera agonistica del 30enne di Lussino è stata costellata da infortuni, che non gli hanno permesso di fare meglio della 119esima posizione del ranking e l’hanno costretto a ritirarsi a soli 27 anni. “Lui ha provato tutto questo. È una persona positiva ed io in questo momento ho bisogno di sentire positività attorno a me. Un altro aspetto positivo è che quando c’è da lavorare si lavora, ma fuori al campo c’è anche altro: cinema, cene, gite. Non è un rapporto strettamente professionale, non sono il tipo. In campo abbiamo lavorato su alcuni aspetti tecnici, sul dritto che credo sia uno dei migliori del circuito, sul servizio…“.

A proposito di aspetti tecnici, c’è una novità per quanto riguarda l’attrezzatura della giocatrice croata: ha lasciato Babolat e ora gioca con una racchetta Yonex. C’è la curiosità di sapere se a suggerire il cambiamento sia stata la connazionale Donna Vekic, da tempo testimonial dell’azienda giapponese. “No, no”, risponde sorridendo. “Siamo andati per eliminazione, perché non sapendo esattamente quale fosse l’origine del problema al gomito allora siamo intervenuti su tutto: la racchetta, le corde, i pesi. La Babolat risultava molto rigida e qualcuno mi ha detto che poteva essere una delle cause del problema. Così ho provato una ventina di racchette e alla fine è rimasta la Yonex. Ma non ho firmato alcun contratto, prima devo vedere come andrà in un match ufficiale.

Ana Konjuh ha sempre avuto le idee molto chiare sul suo futuro dopo il tennis e già tempo fa aveva dichiarato che non era sua intenzione giocare oltre una certa età. Chissà se la lunga pausa le ha fatto cambiare idea. “Non è cambiato nulla. Voglio avere una vita dopo il tennis, non voglio essere una mamma in là con gli anni. Massimo rispetto per Serena e le altre, ma non ci penso proprio a tornare a giocare una volta che avrò avuto un figlio. Spero solo, dopo tutto quello che è successo, di poter giocare fino ai 27 anni, e dopo di potermi godermi la vita”.

Da questo punto di vista il periodo di inattività forzata ha almeno permesso ad Ana di togliersi qualche sfizio“Non si è deciso subito che mi sarei dovuta fermare per così tanti mesi, perciò per 1-2 mesi ho viaggiato per il mondo, passando da un dottore all’altro. Poi, dopo che è stato deciso di prolungare ulteriormente lo stop, ho passato un po’ di tempo negli USA. C’ero stata tante volte, ma non avevo mai visto niente. In una ventina di giorni abbiamo visto tante di quelle cose… Poi ho trascorso un po’ di tempo con le mie nipotine, che rischiavo si dimenticassero di me, mi sono iscritta ad un corso di boxe thailandese per passare il tempo, ho fatto Pilates…”. In chiusura il pensiero è per un altro giocatore che ha dovuto fare i conti con la sfortuna dal punto di vista fisico e alla quale la tennista croata è particolarmente legata, Andy MurrayÈ stato il mio idolo più grande. Ha avuto una carriera incredibile ed è triste che non possa lasciare come vorrebbe. È frustrante quando ti senti impotente e non puoi fare nulla… Anche a me sono scese le lacrime guardando quella conferenza.”

A questo punto Ana si congeda per iniziare l’allenamento, ma c’è ancora il tempo per fare una domanda a coach Veic. Più o meno quella già fatta alla sua allieva: Ana Konjuh tornerà ai vertici? La risposta è una conferma di quanto detto poco prima della 21enne giocatrice dalmata. Veic è uno che pensa positivo. Molto positivo“Servirà un po’ di tempo per tornare tra le prime cento passando per i tornei più piccoli, ma considerando le sue qualità non dovrebbe volercene moltissimo. Dopodiché puntiamo alla top 20, dove si trovava prima dell’infortunio, poi alla top 10. E poi il piano è vincere uno Slam”.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic: così parlò Pepe Imaz

Il “guru” spagnolo intervistato da un giornalista serbo: “Djokovic grande uomo. Ha fiducia in se stesso, sa che può vincere ancora per molto tempo”

Ilvio Vidovich

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Qui l’intervista originale

Chi è Pepe Imaz, oltre ad essere un ex tennista?
Sono un essere umano, che in gioventù ha giocato a tennis con il desiderio di diventare un tennista professionista. Ma, come molti altri giocatori, mi sono scontrato con il problema della pressione eccessiva e delle tante aspettative (José “Pepe” Imaz-Ruiz raggiunse il best ranking di n. 146 ATP nel 1998, anno al termine del quale abbandonò di fatto il professionismo. Giocò infatti – perdendole – solo altre due partite: una nel 2001 e una nel 2003, ndr). Quando tutto questo ha iniziato ad essere troppo per me, ho deciso di prendere un’altra strada, mi sono creato una famiglia e adesso gestisco una accademia di tennis e mi impegno a trovare gioia e soddisfazione in tutto quello che la vita mi offre.

Da giocatore ha disputato uno Slam (Roland Garros 1998, ndr) ed ha affrontato top player come Moya e Bruguera.
Sì, dicevano che avevo un notevole potenziale, ma questo non è così importante adesso. Una volta vivevo la vita del tennista professionista e viaggiavo per disputare tornei Challenger, ATP e Slam. Ho perciò la conoscenza e l’esperienza di cosa il tennis offre e di cosa prende. Comprendo molto bene cosa attraversano i giocatori dal punto di vista psicologico ed emotivo. Il tennis è il mio grande amore e sono felice di aver trovato questa dimensione in cui faccio ancora quello che mi piace e posso aiutare gli altri. Ne sono veramente felice.

 

Lei vive a Marbella con la sua famiglia.
Sì, la mia famiglia è il mio punto di riferimento, la mia ricchezza. Ho conosciuto mia moglie Karina quindici anni fa, lei incarna tutto quello che ho sempre sognato avesse la compagna della mia vita. Con lei posso condividere tutto, le cose belle e le cose brutte. Abbiamo un figlio, Filip, di 10 anni. E poi c’è il nostro animale domestico, Guga. Sentiamo di essere in quattro famiglia: Karin, Filip, Guga ed io. La famiglia è la base dalla quale traggo sostegno, sia quando tutto va bene, sia quando ci sono delle difficoltà.

Da quanto tempo collabora con Novak Djokovic?
Collaboriamo ormai da 6-7 anni. Tutto è iniziato qualche mese dopo l’arrivo di suo fratello Marko qui a Marbella. All’inizio non abbiamo collaborato direttamente, il nostro rapporto si è modificato con gli anni e la collaborazione si è adeguata alle diverse necessità.

In questo periodo, dal 2011 ad oggi, assieme a Novak avete vinto tanti trofei. Quanti esattamente?
Capiamoci subito: è Novak quello che vince i tornei, non chi siede dietro di lui. Io e lui abbiamo una collaborazione che dura da tanti anni, sia professionale che personale, ma le vittorie sono tutte sue, niente è mio.

Che persona è Novak? Cosa può imparare da lui?
Djokovic è prima di tutto un grande uomo, una persona meravigliosa. Nel mondo di oggi, quanto conquisti tante cose e diventi una persona di tale successo, tutti guardano il personaggio e la sua personalità e non guardano l’essere umano. A parte la personalità, che è molto forte, lui è una persona molto umana, è sempre pronto ad aiutare gli altri. Molto umano e molto buono, gli piace aiutare gli altri.

Qual è il suo rapporto con Novak? Lei è un amico, un allenatore, una guida spirituale?
Con Novak principalmente parlo e condivido le mie esperienze. Prima di conoscerlo ho lavorato con le persone solo a livello emozionale. Penso che né io, né nessun altro, sia in grado di dimostrare o insegnare qualcosa agli altri, possiamo solo condividere le nostri opinioni e le nostre esperienze. Con Novak principalmente ascolto e condivido opinioni. Difficile consigliare le persone su situazioni che non hai vissuto. Ma le persone di successo è necessario che parlino e che condividano. È molto difficile condividere le proprie emozioni, quando abbiamo qualcosa qui dentro, nel petto, e vogliamo farlo uscire. Quando ci riusciamo proviamo un senso di liberazione. Novak ed io ci scambiamo queste esperienze e questi pensieri nei nostri colloqui, ed impariamo l’uno dall’altro.

Quando è nata l’idea di viaggiare con lui nei tornei e come mai nessuno ha saputo di lei finché non è iniziata la crisi?
Non lo so. Ho lavorato con lui in tutti questi anni. Non sono sempre andato ai tornei. Solo qualche volta, quando lui me l’ha chiesto perché riteneva di avere bisogno di me. E, naturalmente, quando il mio lavoro me lo permetteva. Proprio non lo so perché sono iniziate queste storie ed il perché di tutta questa notorietà.

Continuerà a viaggiare con lui nei tornei?
Non esiste un piano prestabilito. È così da quando ci conosciamo. Lui ha i suoi programmi, il suo calendario, quando vorrà lo accompagnerò. Sempre se i miei impegni lo permetteranno, perché in accademia c’è molto lavoro con i ragazzi. Ed inoltre ho un programma alla radio ogni lunedì.

Sente le vibrazioni negative di certe persone e perché arrivano?
Questa domanda è fantastica. Sento questo, ma adesso parlerò di me, non degli altri. Venticinque anni fa non sapevo cosa fosse l’amore. Ero un egoista. Esistevo solo io, io, io … Quando arrivava qualcuno a parlare di rispetto e accettazione di quello che ci circonda o degli altri, gli chiedevo se fosse matto… Io volevo solo vincere! Perché sono cambiato? Fino ai 18 anni ero totalmente diverso, quando non riuscivo a vincere facevo delle cose tremende, spaccavo racchette, insultavo gli arbitri e gli avversari… Più tardi ho capito che questo non mi aiutava. Ho cominciato a cambiare e ad accettare pian piano quello che succedeva e ad amare di più me stesso. A quei tempi mi era difficile pronunciare la parola AMORE, ora la pronuncio spesso. So che non è facile parlare di queste cose, capisco le persone a cui dà fastidio e non è mia intenzione cambiarle, né voglio convincerle: perché ero come loro. Nella stessa posizione.

Qual’è il modo di lavorare della sua Accademia, come funziona?
Qui si viene per imparare a giocare a tennis. Non sappiamo giocare a calcio. O a baseball. Ma conosciamo il tennis. Puoi avere un’automobile perfetta, ma se non hai la benzina, l’auto non funziona. Qui cerchiamo di mettere ogni cosa al suo posto, e questo vuol dire prima di tutto accettazione e sostegno, a prescindere dal fatto che si sia un talento fuori dal comune o no. Abbiamo dieci giocatori agonisti di cui si occupano quattro allenatori, tra i quali io e Marko Djokovic. Abbiamo anche una scuola gratuita nel weekend per le persone che non hanno grandi possibilità economiche. Perché prima del calciatore, del tennista o dell’ingegnere, c’è la persona, l’essere umano. Spesso il ruolo di tennista viene messo davanti a quello di persona ed è qui che la persona inizia a provare dolore. Noi lavoriamo diversamente e l’Accademia funziona da diciotto anni.

Ci sono giocatori famosi?
Le persone che vengono negli ultimi anni desiderano liberarsi dalla pressione e continuare a giocare a tennis senza più quella enorme tensione che li avvolgeva e li soffocava. Il motivo per cui sono venuti qui non è quello di venir riconosciuti dagli altri, piuttosto è quello di conoscere se stessi. Si sono un po’ persi, tra sfide e aspettative. Noi offriamo loro un ambiente dove ritrovarsi. Utilizziamo il tennis come linguaggio comune. Io ho lasciato il tennis a 23 anni, ero nel Tour. Ho allenato solo giocatori giovani, solo negli ultimi anni sono venuti dei professionisti, come Hantuchova, Pennetta, Andujar, Giraldo… La priorità restano comunque i giovani.

Vengono più giocatori professionisti a Marbella da quando ha iniziato a lavorare con Djokovic?
Voglio che sia chiara una cosa – non sono una persona che può aiutare qualcuno a sentirsi meglio. Questo non lo può fare nessuno. Posso solo condividere qualcosa che a me ha salvato la vita. Per due anni ho avuto il desiderio di togliermi la vita e non ci sono riuscito. Tutto è cambiato quando mi sono chiesto “perché fai questo?”, quando ho capito che dovevo accettarmi come sono, che non sono migliore o peggiore degli altri, ma che sono un essere umano. Questo mi ha reso libero, questo è la base di tutto. Essere consapevole di essere un essere umano come gli altri. Condividere le cose con le persone attorno a te che forse hanno dei problemi.

Parlando delle persone attorno a lei, che rapporto c’era, o c’è ancora, con Vajda e Becker?
Fantastico! Marjan è una persona fantastica, la sua importanza nel team è impressionante. Mi ritengo fortunato di avere l’opportunità di condividere del tempo con lui. E con Becker era uguale.

In che lingua parlate con Nole?
Lui capisce benissimo lo spagnolo. Ma parliamo nel “mio” inglese, che non è perfetto. Ma quando si parla dal cuore, la lingua che si usa passa in secondo piano.

Cosa prova quando Novak rompe una racchetta o strappa una maglietta in un momento d’ira durante un match?
Lo capisco e lo comprendo, assolutamente. Non è qualcosa di buono o di cattivo, semplicemente è così. Tu, Novak, io… Nessuno di noi è realizzato, nessuno! Per me Novak è un esempio per molte, molte cose, ma sbaglia come tutti gli esseri umani. Quando faccio qualcosa, comprendo ed accetto. Tutto il mondo talvolta si arrabbia. Se c’è rispetto ed accettazione, riesci a fare uscire quello che hai dentro. Se non c’è, tutto rimane dentro di te e provi dolore. Questo accade a tutti.

Come le sembra Novak in campo negli ultimi mesi?
Novak adora il tennis, lo vedo molto più felice. È bello quando si prova gioia in ciò che si fa. Quello che sta facendo è qualcosa di eccezionale.

Cosa ha provato quando ha vinto Wimbledon dopo l’infortunio, quando ha fatto il suo grande ritorno?
Sono stato molto felice. Novak è una persona che ha qualcosa di speciale, e come tennista qualcosa di ancora più speciale. Noi non possiamo comprendere le persone che sono così speciali. Quello che per loro è normale per noi è incredibile. Ha fiducia in se stesso, sa che può vincere ancora molto e per molto tempo.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic: Dzumhur tra terra e cemento, tra click e Ceck

Damir Dzumhur in esclusiva. La crescita sul veloce e le sconfitte contro gli italiani (“Ma solo sulla terra”), la top 25 e l’exploit di Cecchinato (“Doveva andare oltre mentalmente”). E il segreto per inseguire e realizzare i propri sogni

Ilvio Vidovich

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Il torneo di Umago, con la sua atmosfera sicuramente più rilassata e distesa rispetto ad altre tappe del circuito ATP, è spesso una buona occasione per riuscire ad intervistare con un po’ più di tranquillità i top 50 che vengono a disputare il 250 croato. Quest’anno, non appena avuto conferma dei partecipanti, uno degli obiettivi da questo punto di vista – l’altro, ovviamente, non poteva che essere Marco Cecchinato – era Damir Dzumhur.

Del tennista bosniaco su Ubitennis abbiamo già parlato in diverse occasioni, di come un ragazzino cresciuto nella Sarajevo martoriata dalla guerra sia diventato, lavorando giorno dopo giorno, un giocatore di alto livello e uno degli sportivi più amati del suo paese, la Bosnia Erzegovina: dopo la doppietta San Pietroburgo – Mosca dell’autunno scorso Dzumhur è infatti entrato nei top 30, poi dopo la vittoria sull’erba ad Antalya di inizio luglio è approdato tra i primi venticinque giocatori al mondo.

Ma, come sempre, un conto è conoscere la storia di un giocatore e seguire il suo percorso, diverso invece è avere l’opportunità di parlarne con lui a quattr’occhi. Nel caso del venticinquenne tennista di Sarajevo, per conoscere un po’ di più questo giocatore dal fisico non certo da super atleta (175 cm per 70 kg), non di rado irascibile in campo, e magari capire come, mattone dopo mattone, sia riuscito a costruirsi un gioco ed una classifica di tutto rispetto.

 

Ci siamo riusciti, grazie anche alla paziente disponibilità dell’addetta ATP – che ci ha lasciato “sforare” i canonici dieci minuti previsti per l’intervista – e grazie soprattutto ad un Damir che, reduce da un allenamento sotto il cocente sole croato, è stato particolarmente disponibile. Sarà stato l’ambiente rilassato, la possibilità di parlare nella propria lingua o la conoscenza comune che risponde al nome del suo ex coach Alberto Castellani, sta di fatto che l’attuale n. 24 de mondo ci ha raccontato molto di sé. E non solo. Perché a Damir abbiamo chiesto anche qualcos’altro. Abbiamo chiesto anche di Marco Cecchinato, poiché ha avuto anche lui un ruolo nella favola del tennista azzurro, dato che ci ha perso a Montecarlo e a Budapest proprio quando la favola stava per cominciare.

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Dopo la stagione sull’erba, con la vittoria al torneo di Antalya, sei entrato tra i top 25. Soddisfatto del tuo 2018?
Sì, sono decisamente soddisfatto della stagione sull’erba, è stata molto buona, anche se mi dispiace un po’ per quel secondo turno a Wimbledon (sconfitta al quinto contro Gulbis, ndr) nel quale ho avuto le occasioni per andare avanti. Purtroppo non le ho sfruttate, nel secondo set ero avanti di due break, ma poi il mio gioco è sceso di livello, sono calato sia fisicamente che mentalmente. Molto probabilmente anche perché ho accusato tutta la stanchezza accumulata nei match precedenti, compresi quelli della settimana prima ad Antalya. Peccato, anche perché poi avrei incontrato Zverev. Un giocatore contro il quale a Parigi ho avuto un match point a favore e che conosco bene. Perciò, a prescindere dal suo ranking, ero sicuro di avere la possibilità di disputare un buon match e di avere le mie chance. Non ce l’ho fatta, ma sono comunque soddisfatto. Soprattutto di come ho giocato e, la cosa più importante, di quanto sia in fiducia. Comunque nel complesso, tutta la stagione è stata sinora molto positiva.

Magari poteva andare un po’ meglio sulla terra battuta. Si potrebbe osservare come sul rosso tu sia stato anche penalizzato dai sorteggi un po’ sfortunati nei tornei principali: al secondo turno del Potro a Madrid e Nadal a Roma. E poi Zverev al terzo turno del Roland Garros. Forse con un altro sorteggio sarebbe andata diversamente.
Sì, la penso anch’io così. Comunque, proprio a partire da Madrid ho giocato dei bei match. Anche se i risultati non sono stati a mio favore, ho giocato un buon tennis. E poi è vero che i sorteggi da Madrid a Parigi sono stati sfortunati, ma poi prima o poi le cose dovevano girare. Ed è successo ad Antalya, dove ero tra le prime quattro teste di serie, libero al primo turno, ed ho sfruttato l’occasione. Quindi tutte quelle piccole sfortune nei sorteggi sulla terra li ho compensati sull’erba.

Hai accennato prima al match contro Sascha Zverev. In casi come questi, è maggiore il rammarico per la vittoria sfuggita d’un soffio o la soddisfazione per aver giocato alla pari con il numero 3 del mondo?
Onestamente, subito dopo il match c’è il dispiacere per l’occasione che non sei riuscito a cogliere. Dura un paio di giorni. Poi, in seguito, rimane molto di più il ricordo dell’aver giocato bene e di essere andato molto vicino alla vittoria. E a prescindere dalla sconfitta, come anche quella successiva ai Queen’s contro un altro top player come Dimitrov, l’aver giocato bene, al loro livello, aumenta la fiducia in se stessi e nel proprio gioco. Ed è una conferma che il posto raggiunto nel ranking è meritato.

Facciamo un passo indietro. Prima dei tornei di cui abbiamo parlato, sulla terra avevi perso contro due giocatori italiani: con Marco Cecchinato a Montecarlo e Budapest, con Fabbiano a Istanbul. Mettiamola con una battuta: non ti piace giocare contro i tennisti italiani?
Mah, non lo so. È andata cosi. Con Fabbiano ho perso quel match, ma è l’unico, ne avevo vinti cinque o sei prima (sei di fila per l’esattezza, con il tarantino che aveva vinto solo la prima sfida, a livello Challenger, nel lontano 2012, ndr) e tutti quelli sul cemento (due su due, diventati tre su tre con la vittoria di fine luglio a Los Cabos, ndr). Se vado ad analizzare la cosa, contro gli italiani ho perso sulla terra, ma ho vinto sulle superfici veloci. Con Fognini ho perso due volte sulla terra, sempre qui ad Umago, ma ho vinto sul cemento a San Pietroburgo. E anche con Cecchinato, ho perso tre volte sulla terra, ma ho vinto sul duro. In realtà ci sono tutta una serie di cose da considerare. I tennisti italiani sono molto forti sulla terra battuta, meno su altre superfici, eccetto Seppi. Inoltre il mio gioco, che negli ultimi due-tre anni è diventato più adatto al cemento e all’erba rispetto alla terra, soffre un po’ il loro stile. Specie un giocatore come Cecchinato, con il suo servizio in kick, un buon dritto, in grado di giocare scambi lunghi e profondi, palle con molto spin che rimbalzano alte, mi crea delle difficoltà. Invece sulle superfici rapide contro questi giocatori mi sento molto più a mio agio. Quindi, alla fine tutto dipende dal sorteggio: se capiterà di incontrarli sulla terra o sul veloce.

Hai parlato di Cecchinato. Voi giocatori vi conoscete, vi vedete giocare, vi allenate insieme, praticamente quasi ogni settimana, Tu contro di lui, come dicevamo, hai giocato due volte di fila in aprile. Un mese dopo è arrivato in semifinale al Roland Garros. Pensavi, dopo averci giocato, che potesse ottenere un risultato simile? O, come ha peraltro detto lui stesso, è stato qualcosa di assolutamente incredibile?
Io, sinceramente, ho sempre detto che Marco è un giocatore molto forte sulla terra. Meno sulle altre superfici, proprio per il suo tipo di gioco. Ecco, se dovessi scegliere un tennista italiano contro il quale giocare su superfici dure, direi Marco (curioso come Damir, nonostante questa affermazione, abbia poi scelto proprio Cecchinato come partner nei tornei di doppio di Toronto e Cincinnati, ndr). Ma lui sarebbe anche quello che vorrei evitare sulla terra battuta. Questo perché il suo stile di gioco è veramente ottimo sul rosso. Su questa superficie è sempre stato straordinariamente costante in termini di risultati a livello Challenger, mentre a livello di circuito ATP giocava bene ma non era mai riuscito a fare risultati, Come dicevo, lui ha sempre avuto un gioco adatto alla terra rossa, ma evidentemente non mai era riuscito a dimostrare tutto il suo potenziale, non era mai riuscito ad andare oltre mentalmente e a dirsi “Io sono meglio di così”. E poi arriva Budapest – anche se già contro di me a Montecarlo aveva giocato un ottimo match – dove quella vittoria, partendo da lucky loser, gli ha dato quella fiducia e quell’autostima necessarie per poi fare il salto. Il tennis è così. Del resto tutti giocano bene a tennis e sono in grado di fare ottimi risultati. E non puoi prevedere quando accadrà che uno farà il salto. Per quanto riguarda Marco, a lui vanno i miei complimenti: fare semifinale in uno Slam, battere Novak Djokovic. Fantastico.

Proprio Cecchinato, parlando del suo exploit parigino, ha detto che in Francia per lui è scattato il famoso “click”, quello di cui voi giocatori spesso parlate, che gli ha fatto fare il salto di qualità. Possiamo dire che per te il “click” sono state le vittorie di Mosca e San Pietroburgo dello scorso anno?
Sì, anche quelle. Per me in realtà il “click” è stata tutta la seconda metà della scorsa stagione. Proprio dopo Umago, ho fatto semifinale ATP (Los Cabos), finale Challenger, finale ATP (Winston-Salem), terzo turno in uno Slam. Poi ancora vittoria in un torneo ATP, un’altra semifinale e dopo ancora un altro torneo ATP vinto. Tanti bei risultati in un breve periodo, ed ecco che è scattato il “click”. Sentivo che stavo giocando bene, ero in fiducia. Non pensavo più di tanto agli avversari, e neanche più di tanto al mio gioco. Mi divertivo veramente a scendere in campo e a giocare, ottenendo ottimi risultati. Poi all’inizio della stagione sono tornati i pensieri, anche con riferimento al fatto che sarebbe capitato più spesso che sarei sceso in campo da favorito. È arrivata una pressione che non c’era mai stata prima e bisognava affrontarla. Ci è voluto un po’ di tempo. Anche il fatto di essere testa di serie e non giocare al primo turno era una novità a cui bisognava adeguarsi. Tutte cose che bisognava affrontare. Col tempo tutto è andato meglio.

Tu sei un giocatore che è cresciuto con gradualità. Hai fatto l’ingresso tra i top 300 un mese e mezzo prima di compiere 20 anni (è nato il 20 maggio 1992, ndr). Sei diventato definitivamente un top 200 poco più di un anno e mezzo dopo, alla fine del 2013. Sei entrato nei top 100 dopo altri quattordici mesi . E infine, dopo più di due anni e mezzo, il salto tra i primi quaranta giocatori del mondo. Per riuscirci hai lavorato su tutti gli aspetti: tecnico-tattico, fisico e anche mentale. Su questo ultimo punto, in particolare, ti sei allenato con Alberto Castellani, uno dei pionieri del mental coaching nel tennis, ma anche con la mental coach serba Vesna Danilovic. Entrando nello specifico, che lavoro fai attualmente sulla parte mentale? Usi le routine che hai definito a suo tempo o  fai anche qualche altro tipo di lavoro ?
Sì, ho le mie routine, ma ci sono anche persone con cui sono in contatto e che chiamo quando percepisco che ho bisogno di lavorare su certi aspetti, come la motivazione e la fiducia. Persone con cui faccio coaching e quindi in certi periodi fanno parte del mio team. Sono quel tipo di giocatore a cui non piace lavorare costantemente sugli aspetti mentali. Quindi magari faccio passare del tempo e poi quando sento che è il momento torno a lavorarci su. In generale, mi piace apportare dei cambiamenti nella mia vita, non mi piace quando tutto procede uguale. È noioso. Ed è così che mi piace anche giocare a tennis, in un modo che non sia banale. Sono una persona a cui piace cambiare le cose nella propria vita.

Anche fisicamente sei cresciuto molto. Ti avevo visto giocare dal vivo qui due anni fa e si nota la differenza.
Sì, sì, è vero. Negli ultimi due anni ho fatto un grosso lavoro con il mio preparatore atletico, a Belgrado. Ho lavorato tanto, mi sento bene, fisicamente sono migliorato molto, ho lavorato sulla resistenza, che è molto importante nel tennis. La preparazione fisica è indispensabile nel tennis attuale: oggi molti match si vincono con il fisico.

Accennavi prima al fatto di essere diventato un giocatore all-around, tu che nasci “terraiolo”. C’è un dato curioso che certifica questa tua evoluzione: hai vinto sette tornei Challenger tutti sulla terra, invece i tre ATP 250 tutti su superfici veloci.
Io quando dal circuito Challenger sono approdato al circuito ATP ho deciso di giocare di più sul duro. Questo perché oggi il 60-70% dei tornei ATP si gioca su superfici dure e soprattutto quasi tutti i tornei che contano: tre Slam sono su superfici veloci, la maggioranza dei Masters 1000 sono sul cemento. Quindi ho lavorato per migliorare il mio tennis su queste superfici. Ed è successo, sono migliorato veramente molto. Dall’altra parte questo ha significato dover giocar meno sulla terra e di conseguenza il mio gioco sul rosso ne ha risentito. Ora cerco di trovare un equilibrio a livello di gioco tra le diverse superfici, per essere in grado di ottenere buoni risultati dappertutto. Il fatto che nel circuito maggiore non abbia vinto nessun torneo sulla terra non significa, secondo me, che il mio gioco non è più così adatto a questa superficie, ma solo che si devono ancora incastrare un paio di cose come si deve. Chi l’avrebbe detto, ad esempio, che avrei vinto un torneo sull’erba? E invece ce l’ho fatta. Ripeto, l’obiettivo è quello di trovare un equilibrio ed essere competitivo su tutte le superfici. Poi, chiaramente, non va sempre così e ci sono periodi di alti e bassi, ma credo di poter dire di essere in grado di giocare bene su tutte le superfici.

Sei uno degli sportivi più popolari nel tuo paese, la Bosnia ed Erzegovina. Come vivi questa cosa? Si tratta di uno stimolo o di una responsabilità?
Anche questo fa parte di quello che dicevo prima, di quelle novità alle quali uno deve abituarsi e alla necessità di convivere con la pressione. Si tratta di accettare quello che si è. Dall’altro canto, come giocatore di tennis hai sempre molte pressioni, hai sempre da affrontare qualche tipo di pressione. E dobbiamo sempre riuscire a gestirle al meglio. Perciò credo che più sei in grado di gestire la pressione, più riesci a rendere sotto pressione, più migliorerai come giocatore. Comunque, adesso cerco di non pensare a tutto questo, cerco di lasciarlo da parte e di concentrami sul mio lavoro. Come dicevo, l’inizio della stagione per me non è stato facile perché ho fatto un po’ fatica a gestire tutte queste nuove pressioni. Pensavo troppo a cosa sarebbe successo se non fossi riuscito a fare questo o quello. Ma tutto questo non mi serviva per far meglio, mi faceva solo venire il mal di testa e non mi faceva rendere al 100%. Quando ho cominciato a pensare diversamente, ho cominciato a giocare meglio. Credo che sia normale, che serva un po’ di tempo per elaborare il tutto e poi andare avanti e tornare a giocare bene.

Sei cresciuto a Sarajevo durante la guerra, non hai avuto di certo le condizioni ideali – anche economicamente parlando – per diventare uno sportivo di alto livello. E anche dal punto di vista fisico non sei certo particolarmente dotato. Ti senti come un esempio per i giovani, per il fatto che tu hai dimostrato che si può arrivare al top anche se non hai alle spalle una famiglia facoltosa e non sei un super atleta?
Penso di sì. Per il modo in cui ho fatto tutto questo, per le condizioni in cui mi sono trovato a causa degli avvenimenti accaduti in Bosnia-Erzegovina. Ritengo che per tutto ciò posso rappresentare un buon esempio di come si possa riuscire anche se non si hanno dei genitori ricchi e non si hanno quelle predisposizioni fisiche che molti vorrebbero avere. Ma tutto questo, per me, non era fondamentale. Era fondamentale allenarsi, il modo in cui lo facevo e con chi. Era fondamentale che mio padre fosse il mio allenatore e che i miei genitori fossero sempre al mio fianco. E che ho sempre sentito che era quello che volevo fare. Sin da piccolo, io volevo diventare un giocatore di tennis. E voglio continuare ad esserlo, almeno fino ai 35 anni.

Quindi l’importante era avere un obiettivo.
Avere un obiettivo e perseguirlo.

All’inizio dell’anno avevi detto “Voglio entrare tra i top 20”. Ci sei quasi. Il prossimo step?
Fino a fine anno non mi pongo degli obiettivi particolari, se non quello di rimanere tra i primi 25-30. Perché, dopo i risultati ottenuti lo scorso anno, riuscire a confermarsi significa dimostrare che merito di stare lì dove sono. In modo da poter essere ancora il prossimo anno testa di serie negli Slam, magari in qualche Masters 1000 e anche nei 250, in modo da essere libero al primo turno. Per poi, continuando a giocare bene, puntare ad entrare tra i primi 15-20 del ranking.

Ma ci sarà un sogno. Qual è il sogno nascosto nel cassetto di Damir?
Come dicevi prima, io sono sempre stato un giocatore che ha fatto un passo alla volta e non voglio mettermi fretta. Ma chiaramente un sogno c’è, ed è quello di diventare uno dei primi dieci giocatori al mondo.

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