Laver Cup: esordio flop per il doppio Roger/Nole

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Laver Cup: esordio flop per il doppio Roger/Nole

CHICAGO – Sconfitta per Federer e Djokovic nel loro primo doppio insieme, cedono ad Anderson/Sock al match tie-break. Goffin tiene a bada Schwartzman, l’Europa allunga. Sabato i

Vanni Gibertini

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Chicago apre le porte al tennis: comincia la seconda Laver Cup

RESTO DEL MONDO – EUROPA 1-3

 

dal nostro inviato a Chicago,

Nonostante la sconfitta del duo più blasonato, la compagine europea capitanata da Bjorn Borg chiude la prima giornata con un vantaggio di 3 punti ad uno sul Team World grazie alle vittorie nei tre singolari. Ma al di là del risultato di questa manifestazione che inevitabilmente ha un po’ il sapore dell’esibizione, nonostante l’indubbio impegno profuso in campo dai protagonisti, è da registrare soprattutto il grande entusiasmo del pubblico sugli spalti e la genuina voglia di divertirsi insieme dei protagonisti, sempre pronti ad incoraggiare i compagni, a festeggiare in maniera variopinta i punti spettacolari ed a mostrare un lato di loro stessi che raramente si vede durante i tornei del circuito.

Fosse anche solo per questo, la Laver Cup merità sicuramente una sufficienza piena nella prima giornata, anche grazie ad una organizzazione davvero molto ben curata, una scenografia da fare invidia a Hollywood e l’azzeccatissima scelta di una sede come Chicago, grande città di sport, da troppo tempo a digiuno di tennis importante.

D. Goffin (Europe) b. D. Schwartzman (World) 6-4 4-6 11-9

La prima sessione serale alla Laver Cup di Chicago ha visto tutti gli spettatori attendere una cosa sola: la discesa in campo di Roger Federer nell’inedito doppio in coppia con Novak Djokovic. Lo si capiva vedendo l’enorme numero di fans vestiti RF che affollavano la Fan Fest Area davanti allo United Center, alcuni venuti apposta dal Messico o dall’Argentina, e soprattutto dall’enorme boato che ha accolto l’ingresso in… panchina dello svizzero all’inizio della serata. Ma prima del match “clou” (che per una volta era il doppio invece del singolare) c’era la sfida tra i “pesi piuma” delle due compagini, ovvero David Goffin per l’Europa e David Schwartzman per il team World.

La varietà di gioco dei due, capaci di giocare sia di ritmo sia in contenimento, senza disdegnare qualche sortita a rete, ha offerto uno spettacolo più che gradevole ai 20.000 assiepati sulle tribune, che hanno per lo più preso le parti dell’argentino, un po’ per far sentire il fattore campo (si era dopo tutto in casa del team World), un po’ per desiderio di vedere un punteggio equilibrato alla fine della prima giornata.
Un’accelerazione di Schwartzman al terzo gioco fatta di un paio di punti giocati in progressione da fondocampo lo ha mandato subito avanti di un break, ma dopo essersi issato sul 3-1 ha iniziato a mostrate segni sempre più evidenti di sofferenza in particolar modo sulla seconda di servizio, con la quale ha raccolto solamente il 36% di punti. Dopo aver mancato due palle del controbreak sul 3-2, Goffin ha infilato cinque giochi consecutivi portandosi sul 6-4 1-0, ma subendo poi a sua volta il ritorno di Schwartzman, che alzando l’intensità e variando moltissimo il gioco si è portato avanti sul 5-2 pesante, chiudendo poi il secondo set per 6-4 dopo 1 ora e 32 minuti.

I 17 minuti del match tie-break sono stati un concentrato di adrenalina e divertimento che ha fatto alzare parecchie volte dai propri scranni gli spettatori dello United Center: vedere il tempio del basket del Midwest impazzito ad “Diego, Diego” è certamente un risultato che la Laver Cup può mettere nella propria bacheca. Dal 5-1 per Goffin si è passati a due match point per il team World sul 9-7, sigillati da un passante di rovescio lungolinea e soprattutto da una demi-volée in allungo vincente sempre di rovescio che di diritto entreranno nella classifica “shot of the day” della ESPN. Alla fine però è stato Goffin a mantenere i nervi saldi nella volata finale, annullando d’autorità i due match point e sfruttando gli errori di Schwartzman per dare il 3-0 alla squadra Europa.

K. Anderson/J. Sock (World) b. N. Djokovic/R. Federer (Europe) 6-7(5) 6-3 10-6

Ed arrivò così il tanto atteso momento del “Fedole”, ovvero il doppio Djokovic/Federer, uno dei motivi di attrazione di questa Laver Cup, 34 titoli Slam di singolare da una sola parte del campo, e due personalità tra le più diverse del Tour. Colpo d’occhio fantastico sugli spalti gremiti, a parte una sezione su uno dei lati corti, ostruita dagli studi delle TV e quindi lasciata intenzionalmente libera.

Si è vista piuttosto nettamente la difficoltà di Djokovic a trovare la giusta posizione a rete ed a chiudere le volée, oltre a tenere la palla bassa in risposta come si confà alla disciplina del doppio. La coppia europea, soprattutto quando Federer era a rete, ha provato diverse volte lo schieramento a “I” per sfruttare l’abilità a rete di Federer, ma i problemi sono quasi sempre arrivati nei turni di battuta dello svizzero, che infatti è stato l’unico a perdere il servizio ed ha rischiato di perderlo due volte consecutive nel secondo parziale.

Il primo set è stato piacevole, meno “doppio” del consueto, con parecchi scambi da fondo campo ed alcune situazioni da “GIF” come il diritto tirato a tutta velocità da Djokovic direttamente sulle terga di Federer.

Il tie-break è stato deciso da un errore di diritto piuttosto banale di Anderson, che sul 5-5 ha messo in rete un colpo interlocutorio nel palleggio da fondo campo, dando così il via libera al duo europeo che ha incamerato il primo parziale in 49 minuti.

“Andersock” si sono però ripresi molto velocemente dalla sconfitta nel set breakkando quasi subito Federer grazie a due risposte molto violente e ad un’incerta copertura della rete da parte di Djokovic.

A spezzare l’equilibrio nel successivo match tie-break è stato un doppio fallo di Federer sul 4-4 che ha tirato la volata al duo del Team world, il quale da quel momento non si è più guardato indietro ed ha chiuso il match con una risposta vincente di Sock su una prima di Federer.

 

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Al femminile

Border line: cinque clamorosi casi arbitrali dal circuito WTA 2018

Gli episodi che hanno coinvolto arbitri e giocatrici nelle valutazioni più controverse e sorprendenti dell’anno

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La giudice di sedia Marija Cicak

La stagione 2018 ha offerto alcuni episodi arbitrali che hanno fatto discutere, e uno, quello di Serena Williams agli US Open, ha superato i confini dello sport e gli aspetti strettamente tecnici per diventare materia di dibattito sociale e di costume.

Fra tutti i casi che si sono verificati in WTA, grandi e piccoli, ne ho scelti cinque: quelli che secondo me meritavano una riflessione anche a distanza di tempo, per ragioni in parte differenti e in parte comuni.

 

Oltre il campo da tennis
Per una strana ricorrenza del destino, sembra che Serena Williams debba vivere tutte le controversie arbitrali più importanti della carriera sui campi degli US Open. In ordine di tempo:

2004, quarti di finale contro Jennifer Capriati. Nel set conclusivo Williams subisce quattro evidenti chiamate contrarie (tre suoi colpi atterrati in campo giudicati invece fuori, più un doppio fallo di Capriati non rilevato). Serena finisce per perdere il match sul filo di lana, e quei punti mal giudicati sembrano un peso inaccettabile che ha orientato la partita. La storia del tennis ha identificato in questo match, con i suoi errori in serie, il motore decisivo che ha portato all’introduzione dell’Hawk-Eye nei tornei di tutto il mondo.

2009, semifinale contro Kim Clijsters. Sul 4-6, 5-6, 30 pari, a Williams viene chiamato un fallo di piede sulla seconda di servizio. Punto perso: 30-40. Serena non la prende bene: si rivolge alla giudice di linea che le ha chiamato l’infrazione: “Ti ficco questa f*** pallina giù per la f*** gola””. Questo le comporta un penalty point che significa sconfitta, visto che si era arrivati al match point.

2011, finale contro Samantha Stosur. L’arbitro giudica a favore di Stosur uno scambio vinto da Williams, ritenendo che Serena abbia commesso “hindrance” (disturbo durante lo scambio, provocato da una esultanza anticipata). Serena protesta a lungo con la giudice di sedia per questa decisione. Stosur vincerà il match in due set.

2018, finale contro Naomi Osaka del settembre scorso. Vicenda articolata, visto che in campo si è sviluppata in più fasi, con attriti crescenti fra Williams e il giudice arbitro, il portoghese Carlos Ramos. Serena perde il primo set per 2-6. Nel secondo set l’arbitro interviene con tre sanzioni.

Fase 1: un primo warning per coaching sul 6-2, 0-1 40-15 Osaka. Williams è offesa da questa sanzione (che ancora non comporta penalità di punteggio) e dice all’arbitro, fra le altre cose: “Non ho mai avuto coaching e non imbroglio per vincere, voglio che tu lo sappia”. Sappiamo che il suo allenatore Patrick Mouratoglou ha ammesso di avere dato indicazioni dalla tribuna. Questo dà sostegno alla decisione dell’arbitro, ma non smentisce Serena, che potrebbe non avere mai richiesto, e perfino nemmeno visto, le indicazioni del suo angolo. La colpa non è sua ma di Mouratoglou: solo che in questi casi il regolamento prevede che la responsabilità del coach ricada sul giocatore in campo.

Fase 2: Williams si porta avanti di un break, ma nel game successivo Osaka ottiene il controbreak immediato, anche grazie a due doppi falli di Serena, che rompe la racchetta al momento del servizio perso (3-2). Sanzione automatica (tutti gli arbitri la infliggono, senza eccezioni). Il nuovo warning si somma al primo e comporta la perdita di un quindici.

Fase 3: Williams continua a lamentarsi durante i cambi campo; sul 4-3 per Osaka l’arbitro decide una nuova sanzione, probabilmente per le parole “You are a liar and you stole a point from me! You’re a thief!” (“Sei un bugiardo e mi hai rubato un punto! Sei un ladro!”). Terzo warning, che comporta la perdita di un game. Infatti Osaka salirà da 4-3 a 5-3 senza giocare il proprio turno di servizio. Ci sarà tempo per disputare ancora due game: uno vinto da Serena per il 4-5 e uno da Osaka per il definitivo 6-2, 6-4. Il torneo femminile si chiude qui, ma iniziano le discussioni e le polemiche.

Dal momento che Mouratoglou ha riconosciuto di avere dato indicazioni dalla tribuna, la diatriba non è tanto sulla interpretazione dei fatti da parte di Carlos Ramos, ma sulla entità delle sanzioni in proporzione ai fatti. Corrette o fuori misura? Serena in conferenza stampa ha sostenuto che se al suo posto ci fosse stato un giocatore maschio l’arbitro avrebbe sanzionato in modo meno severo. Ha ragione?

Ho titolato questo capitolo “Oltre il campo da tennis” per due motivi. Perché tutto è partito non dal campo ma dalle tribune: dal gesto di Mouratoglou che voleva suggerire un cambiamento tattico. E perché poi, come detto, la discussione ha assunto dimensioni che hanno travalicato i normali confini della disciplina. E così abbiamo assistito a interpretazioni della vicenda da parte di persone senza alcuna competenza: valutazioni del tutto ignare delle regole del gioco. Solo per dare una idea: in pochi hanno dato prova di sapere quando nel tennis femminile il coaching è consentito e quando no, e in quali forme. Non solo: in diversi casi la vicenda è diventata il pretesto per esibirsi con toni assolutamente esagerati, quasi si aspettasse un caso del genere (e di genere) per sfogare il livore represso, che è esploso in forme eccessive e smodate.

Cosa si può dire oggi, a mente fredda? Personalmente rivendico il diritto di non appiattirmi su nessuno dei due fronti. Penso cioè che nella società in generale, e in alcuni casi anche nel tennis, esistano comportamenti discriminatori verso le donne. Ma penso che, in questo caso, Serena abbia avuto torto a evocarli. Non mi sono mai reso conto che nel tennis gli arbitri avessero un pregiudizio di genere nei confronti delle giocatrici donne. Però il fatto che io (o altri) non abbia avuto questa percezione conta ben poco. In realtà non disponiamo di elementi oggettivi per pronunciare una parola risolutiva.

Tra tutti i pareri espressi, gli articoli scritti, i servizi andati in onda, che io sappia solo il New York Times ha provato a fare qualche passo avanti, con un articolo di Christopher Clarey che presenta per esteso il numero di sanzioni subite da uomini e donne negli ultimi 20 anni di Slam. Da questi dati risulta che le donne ricevono meno sanzioni (in totale 535 a 1517), anche tenendo conto che negli Slam stanno in campo meno (non giocano tre set su cinque). Eccezione: proprio le violazioni per coaching, che sono più frequenti (152 a 87). Ma visto che non è possibile verificare quali comportamenti hanno provocato le sanzioni, possiamo ritenere i numeri interessanti, ma non sufficienti per dirimere la controversia.

Allo stato attuale direi che le possibilità sono due. O si ritiene la vicenda chiusa in questo modo, e ognuno rimane della propria opinione. Oppure si pensa che occorra considerare più a fondo l’accusa di Serena, e allora bisognerebbe ricostruire una casistica che permetta di valutare quanto accaduto in passato sulla base di fatti e numeri. Ma una decisione del genere la possono prendere solo gli organi che governano il tennis, cioè federazioni e componenti arbitrali. Gli unici che, realisticamente, hanno gli strumenti per approfondire il tema.

a pagina 2: Due volte Radwanska: Melbourne e Doha

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Il ranking 2018 per superfici

Analizziamo come si sono comportati i tennisti sulle varie superfici nel 2018. Djokovic, Nadal, Federer, Del Potro, Zverev… ma anche qualche sorpresa (e un po’ d’Italia)

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Novak Djokovic - US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Con la conclusione delle ATP Finals di Londra, il computer ha potuto stilare una versione del ranking destinata a non subire stravolgimenti fino alla prima settimana del 2019. La lista ordinata di tutti i professionisti della racchetta è facilmente reperibile e consultabile ed è il frutto di tutti i risultati ottenuti nel 2018 dai vari giocatori. Ma cosa succede se si scompongono i punti a seconda delle superfici sui quali sono stati ottenuti? Quali scenari si verrebbero a creare? Proviamo a scoprire insieme quali sarebbero le ipotetiche top 10.

Cemento outdoor  punti

 

1) Novak Djokovic                             4290
2) Juan Martin del Potro                 4040
3) Roger Federer                               3750
4) Marin Cilic                                     2335
5) Rafael Nadal                                  2080
6) Alexander Zverev                         2065
7) John Isner                                     1750
8) Kevin Anderson                           1630
9) Borna Coric                                   1555
10) Hyeon Chung                             1505

Il numero uno sui campi duri (outdoor) è lo stesso giocatore che ha chiuso l’annata tennistica al primo posto della classifica generale, ovvero Novak Djokovic. E dire che l’inizio di stagione del serbo non lasciava certo presagire un risultato del genere: 3 vittorie (tutte ottenute agli Australian Open) e 3 sconfitte, che includono le figuracce contro Taro Daniel e Benoit Paire a Indian Wells e Miami. Nel secondo semestre ecco che però arriva la svolta con i titoli a Cincinnati, New York e Shanghai (ben 4000 punti), che lo fanno balzare in testa alla classifica. Dietro di lui, staccato di 250 punti, c’è Juan Martin del Potro che nel 2018 vanta due trofei sul cemento all’aperto (Indian Wells e Acapulco) e altre quattro finali (US Open, Pechino, Auckland, Los Cabos).

Completa il podio Roger Federer, forte del successo a Melbourne e della finale di Indian Wells, persa al fotofinish proprio con del Potro. Sorprende (ma non troppo) vedere Rafael Nadal al quinto posto, visto e considerato quanto poco abbia giocato su questo tipo di superficie. In soli tre tornei però il maiorchino è riuscito a racimolare 2,080 punti (titolo a Toronto, quarti in Australia e semifinale a Flushing Meadows) più di altri che invece hanno frequentato il cemento con più continuità nel corso dell’anno.

Terra battuta  punti

1) Rafael Nadal                  4680
2) Dominic Thiem             2760
3) Alexander Zverev          2570
4) Marco Cecchinato         1531
5) Fabio Fognini                 1185
6) Diego Schwartzman      1175
7) Kei Nishikori                   970
8) Marin Cilic                      945
9) Juan Martin del Potro  900
10) Novak Djokovic            855

C’è poco da dire: sul mattone tritato domina sempre Rafael Nadal. Come ormai siamo abituati a vedere da quasi quindici anni a questa parte, quando c’è da sporcarsi i calzini è sempre lui a fare la voce grossa. Il tabellino del maiorchino riporta un impressionante saldo vittorie/sconfitte di 26-1 (unico inciampo contro Dominic Thiem a Madrid) e un bottino di 4680 punti frutto dei trionfi a Montecarlo, Barcellona, Roma e Parigi. Al secondo posto, a quasi 2000 punti di distanza, si attesta proprio Dominic Thiem, ormai erede designato del regno rosso di Nadal. L’austriaco è stato l’unico tennista in grado di sconfiggere Rafa sulla sua superficie prediletta negli ultimi due anni e quest’anno al Roland Garros ha raggiunto la sua prima finale Slam. Tuttavia ancora manca un titolo di alto livello.

A Madrid, tolto di mezzo Nadal, Thiem ha infatti finito per cedere in finale contro Alexander Zverev, il terzo miglior giocatore su terra del 2018. Il tedesco, oltre al già citato successo madrileno, conta anche una finale a Roma persa contro Nadal con il rimpianto di quella sospensione per pioggia che ha interrotto il suo momentum. Una lezione che sicuramente gli sarà utile per meglio gestire situazioni del genere in futuro. C’è anche tanta Italia in questa classifica. In quarta e quinta posizione troviamo infatti Marco Cecchinato (1531) e Fabio Fognini (1185). Il palermitano si è fatto conoscere al grande pubblico con la splendida cavalcata al Roland Garros cui si aggiungono i titoli di Budapest e Umago, mentre il ligure si è guadagnato la sua posizione grazie ai successi di San Paolo e Bastad.

Erba – punti

1) Novak Djokovic       2300
2) Kevin Anderson      1200
3) Roger Federer          910
4) Rafael Nadal             720
5) John Isner                 720
6) Milos Raonic            555
7) Marin Cilic                545
8) Borna Coric              510
9) Adrian Mannarino  465
10) Jeremy Chardy      450

Ancora Djokovic in testa a tutti. Proprio sui prati è cominciata la risalita del serbo, prima con la finale al Queen’s (persa contro Cilic) e poi con il quarto successo a Wimbledon. La cortissima parentesi verde del tour ATP risente più delle altre superfici del peso dello Slam di riferimento (ovviamente Wimbledon in questo caso). Per cui troviamo in posizioni molto alte tennisti che hanno giocato solo a Church Road, ottenendo però un risultato importante. È il caso di Kevin Anderson (secondo in virtù dei 1200 punti della finale) o di Nadal e Isner (ex aequo al quarto posto con 720 punti derivanti dalla semifinale). Roger Federer si classifica terzo tra i giardinieri con 910 punti (titolo a Stoccarda, finale ad Halle e quarti a Wimbledon).

Scorrendo poi con gli occhi la top 10 non sorprendono i nomi di Raonic e Cilic, mentre un po’ più di stupore lo destano Borna Coric, Adrian Mannarino e Jeremy Chardy. Il croato ha costruito il suo bottino quasi esclusivamente sulla prestigiosa vittoria ad Halle, in finale su Federer, mentre i due francesi sommano molti buoni risultati in vari tornei.

Indoor  punti

1) Roger Federer             1760
2) Alexander Zverev       1705
3) Novak Djokovic          1600
4) Karen Khachanov      1590
5) Kevin Anderson          1330
6) Kei Nishikori               1260
7) Daniil Medvedev          990
8) Dominic Thiem           900
9) Gilles Simon                 476
10) Marius Copil              470

La palma di miglior giocatore sul rapido indoor va a Roger Federer. Lo svizzero fa valere i titoli ottenuti a Rotterdam e nella natia Basilea, oltre alla splendida semifinale persa contro Djokovic a Bercy. Segue a soli 55 punti di distanza il campione delle Finals di Londra Alexander Zverev, mentre sul gradino più basso del podio invece troviamo Novak Djokovic forte delle finali di Bercy e Londra. Menzione d’onore per Karen Khachanov che sotto i tetti di Parigi si è guadagnato il primo Masters 1000 della carriera e il quarto posto di questa speciale classifica. Nota di merito anche per Marius Copil, che in autunno ha messo in mostra un tennis classico e potente di grande qualità.

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Personaggi

Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

 

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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