Laver Cup: esordio flop per il doppio Roger/Nole

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Laver Cup: esordio flop per il doppio Roger/Nole

CHICAGO – Sconfitta per Federer e Djokovic nel loro primo doppio insieme, cedono ad Anderson/Sock al match tie-break. Goffin tiene a bada Schwartzman, l’Europa allunga. Sabato i

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Chicago apre le porte al tennis: comincia la seconda Laver Cup

RESTO DEL MONDO – EUROPA 1-3

 

dal nostro inviato a Chicago,

Nonostante la sconfitta del duo più blasonato, la compagine europea capitanata da Bjorn Borg chiude la prima giornata con un vantaggio di 3 punti ad uno sul Team World grazie alle vittorie nei tre singolari. Ma al di là del risultato di questa manifestazione che inevitabilmente ha un po’ il sapore dell’esibizione, nonostante l’indubbio impegno profuso in campo dai protagonisti, è da registrare soprattutto il grande entusiasmo del pubblico sugli spalti e la genuina voglia di divertirsi insieme dei protagonisti, sempre pronti ad incoraggiare i compagni, a festeggiare in maniera variopinta i punti spettacolari ed a mostrare un lato di loro stessi che raramente si vede durante i tornei del circuito.

Fosse anche solo per questo, la Laver Cup merità sicuramente una sufficienza piena nella prima giornata, anche grazie ad una organizzazione davvero molto ben curata, una scenografia da fare invidia a Hollywood e l’azzeccatissima scelta di una sede come Chicago, grande città di sport, da troppo tempo a digiuno di tennis importante.

D. Goffin (Europe) b. D. Schwartzman (World) 6-4 4-6 11-9

La prima sessione serale alla Laver Cup di Chicago ha visto tutti gli spettatori attendere una cosa sola: la discesa in campo di Roger Federer nell’inedito doppio in coppia con Novak Djokovic. Lo si capiva vedendo l’enorme numero di fans vestiti RF che affollavano la Fan Fest Area davanti allo United Center, alcuni venuti apposta dal Messico o dall’Argentina, e soprattutto dall’enorme boato che ha accolto l’ingresso in… panchina dello svizzero all’inizio della serata. Ma prima del match “clou” (che per una volta era il doppio invece del singolare) c’era la sfida tra i “pesi piuma” delle due compagini, ovvero David Goffin per l’Europa e David Schwartzman per il team World.

La varietà di gioco dei due, capaci di giocare sia di ritmo sia in contenimento, senza disdegnare qualche sortita a rete, ha offerto uno spettacolo più che gradevole ai 20.000 assiepati sulle tribune, che hanno per lo più preso le parti dell’argentino, un po’ per far sentire il fattore campo (si era dopo tutto in casa del team World), un po’ per desiderio di vedere un punteggio equilibrato alla fine della prima giornata.
Un’accelerazione di Schwartzman al terzo gioco fatta di un paio di punti giocati in progressione da fondocampo lo ha mandato subito avanti di un break, ma dopo essersi issato sul 3-1 ha iniziato a mostrate segni sempre più evidenti di sofferenza in particolar modo sulla seconda di servizio, con la quale ha raccolto solamente il 36% di punti. Dopo aver mancato due palle del controbreak sul 3-2, Goffin ha infilato cinque giochi consecutivi portandosi sul 6-4 1-0, ma subendo poi a sua volta il ritorno di Schwartzman, che alzando l’intensità e variando moltissimo il gioco si è portato avanti sul 5-2 pesante, chiudendo poi il secondo set per 6-4 dopo 1 ora e 32 minuti.

I 17 minuti del match tie-break sono stati un concentrato di adrenalina e divertimento che ha fatto alzare parecchie volte dai propri scranni gli spettatori dello United Center: vedere il tempio del basket del Midwest impazzito ad “Diego, Diego” è certamente un risultato che la Laver Cup può mettere nella propria bacheca. Dal 5-1 per Goffin si è passati a due match point per il team World sul 9-7, sigillati da un passante di rovescio lungolinea e soprattutto da una demi-volée in allungo vincente sempre di rovescio che di diritto entreranno nella classifica “shot of the day” della ESPN. Alla fine però è stato Goffin a mantenere i nervi saldi nella volata finale, annullando d’autorità i due match point e sfruttando gli errori di Schwartzman per dare il 3-0 alla squadra Europa.

K. Anderson/J. Sock (World) b. N. Djokovic/R. Federer (Europe) 6-7(5) 6-3 10-6

Ed arrivò così il tanto atteso momento del “Fedole”, ovvero il doppio Djokovic/Federer, uno dei motivi di attrazione di questa Laver Cup, 34 titoli Slam di singolare da una sola parte del campo, e due personalità tra le più diverse del Tour. Colpo d’occhio fantastico sugli spalti gremiti, a parte una sezione su uno dei lati corti, ostruita dagli studi delle TV e quindi lasciata intenzionalmente libera.

Si è vista piuttosto nettamente la difficoltà di Djokovic a trovare la giusta posizione a rete ed a chiudere le volée, oltre a tenere la palla bassa in risposta come si confà alla disciplina del doppio. La coppia europea, soprattutto quando Federer era a rete, ha provato diverse volte lo schieramento a “I” per sfruttare l’abilità a rete di Federer, ma i problemi sono quasi sempre arrivati nei turni di battuta dello svizzero, che infatti è stato l’unico a perdere il servizio ed ha rischiato di perderlo due volte consecutive nel secondo parziale.

Il primo set è stato piacevole, meno “doppio” del consueto, con parecchi scambi da fondo campo ed alcune situazioni da “GIF” come il diritto tirato a tutta velocità da Djokovic direttamente sulle terga di Federer.

Il tie-break è stato deciso da un errore di diritto piuttosto banale di Anderson, che sul 5-5 ha messo in rete un colpo interlocutorio nel palleggio da fondo campo, dando così il via libera al duo europeo che ha incamerato il primo parziale in 49 minuti.

“Andersock” si sono però ripresi molto velocemente dalla sconfitta nel set breakkando quasi subito Federer grazie a due risposte molto violente e ad un’incerta copertura della rete da parte di Djokovic.

A spezzare l’equilibrio nel successivo match tie-break è stato un doppio fallo di Federer sul 4-4 che ha tirato la volata al duo del Team world, il quale da quel momento non si è più guardato indietro ed ha chiuso il match con una risposta vincente di Sock su una prima di Federer.

 

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A Marsiglia Paire batte Bolelli ma Berrettini pareggia il conto

Francia-Italia 1-1: Berrettini vince una gran partita contro Chardy, agli ottavi avrà Rublev.

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

Matteo Berrettini conferma quanto di buono fatto vedere anche in questo di inizio di 2019 battendo il beniamino di casa Jeremy Chardy, dopo due tie-break diametralmente opposti per andamenti ma finiti entrambi nelle mani dell’italiano. La partita non ha particolari brividi nei primi nove game, in cui i due offrono un gioco molto gradevole, legato ad un alto rendimento al servizio e arricchito da numerosi vincenti. In particolare, è il rovescio di Chardy a funzionare benissimo, cui Matteo contrappone la grande efficacia del suo dritto. Le occasioni offerte dai due nell’ottavo e nono gioco sono solo il prologo di un tie-break emozionante, dai mille capovolgimenti di fronte. Berrettini riesce ad annullare ben sei set point giocando meravigliosi passanti: da segnalare quello di rovescio in corsa per il 6-6 e uno di dritto sull’11-11. Chiuderà il tie break 14-12, dimostrando una grande voglia di non arrendersi mai e una grande capacità di mantenere il sangue freddo. Alla ripresa del secondo parziale i due sentono un fisiologico calo nelle prestazioni al servizio: le occasioni per il break fioccano e i due si sottraggono rispettivamente la battuta. La qualità del gioco però non scende, e la partita scorre fino al tie break. Tutti si aspettano un’altra chiusura di set emozionante, ma Matteo cambia passo: mette in difficoltà Chardy nelle sue discese a rete con ottimi passanti, e raggiunge in un lampo il 4-0, sigillato grazie ad una magnifica palla corta. Da lì è un monologo fino al 7-0 che lo conduce all’ottavo con Rublev.

SEGNALI RUSSI – Spettacolare accoppiamento di sedicesimi tra l’idolo di casa Tsonga e il giovane russo Rublev. Inizia a servire il francese e la partita si mette subito in discesa per lui: tenuto il primo gioco, il russo cede il suo successivo game alla prima palla break offerta. Davvero in palla ad inizio match Jo, non offre la minima occasione al russo, aiutato anche da un servizio davvero molto efficace: l’ottima resa con le prime palle (ben il 76%) gli consente di frenare i potenti colpi da fondo di Rublev e di condurre agilmente il gioco durante i suoi turni di servizio. È anzi il russo a cedere nuovamente la battuta nell’ultimo gioco del set, lasciando al francese il vantaggio di partire nuovamente con i servizi nel set successivo. È qui però che la partita gira, quasi inaspettatamente. Tsonga gioca un primo game al servizio disastroso, con Rublev che vince 4 punti consecutivi e strappa a zero la battuta al suo avversario. Andrey riesce finalmente a spingere con più continuità il suo dritto e a sfondare la resistenza del francese che, di contro, si trova in difficoltà nello scambio, non riuscendo più ad ottenere punti facili col servizio. Da quel momento, sarà un crescendo continuo per Andrey, che inizia a sommergere Tsonga di dritti vincenti e colpi pesanti, impedendogli di reagire. Chiuderà il set 6-4, preludio al terzo dove Joe sarà costretto il più delle volte a remare da fondo campo nella speranza che i colpi dell’avversario perdano efficacia e potenza. Non sarà così purtroppo e, abbandonato dal servizio, cederà i primi due turni di servizio nel terzo set, spianando la strada al 6-2 finale, con cui Rublev si qualifica agli ottavi.

 

FUORI BOLELLI CON QUALCHE RIMPIANTO – Il primo italiano in campo nel torneo di Marsiglia è reduce dalle qualificazioni e si affaccia a questo incontro molto curioso contro Paire. Pronti via ed è subito vantaggio azzurro: Simone strappa la battuta nel game di apertura, mostrando un ottimo servizio e dei colpi davvero efficaci, specialmente il suo dritto ad uscire. Di contro, il francese commette vari errori e non riesce a trovare le contromisure al gioco dell’azzurro. Tutto questo però cambia improvvisamente dall’ottavo gioco: Benoit riesce a strappare per due volte consecutive la battuta all’avversario, chiudendo il parziale 6-4. Molti errori dell’azzurro in questo frangente, con colpi spesso in rete o fuori dal campo in situazioni di palleggio o di attacco. Bolelli comunque non ci sta: cresce ancora al servizio e in risposta e riesce a portarsi avanti anche nel secondo set, strappando il servizio all’avversario nel terzo gioco. Purtroppo però, Simone non trova continuità, commettendo molti errori anche in fasi di gioco di pura impostazione. Benoit riesce così a pareggiare i conti sul 3-3, e l’onda lunga della partita si sposta verso la sua parte di campo. Da notare come i due abbiano cambiato gioco in questo secondo set, preferendo molto più la via della rete e le palle corte al gioco da fondo che ha caratterizzato il primo parziale. Si arriva al tie break, dove però Paire riesce a strappare subito due mini-break con due ottimi passanti di rovescio. Sostenuto da un ottimo servizio, chiude comodamente 7-1 la contesa lasciando un grande amaro in bocca a Simone, in vantaggio in entrambi i set.

Lorenzo Fattorini

Risultati:

P. Gojowczyk b. D. Dzumhur 6-2 6-4
[LL] S. Stakhovsky b. [Q] C. Lestienne 7-6(3) 1-6 6-3
B. Paire b. [Q] S. Bolelli 6-4 7-6(1)
[5] F. Verdasco b. [Q] E. Gerasimov 4-6 6-3 7-5
A. Rublev b. [WC] J.W. Tsonga 2-6 6-4 6-2
M. Berrettini b. [8] J. Chardy 7-6(12) 7-6(0)

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Capitombolo Osaka a Dubai: la prima da numero 1 è un fiasco

Lontanissima dalla tennista glaciale che ha vinto l’Australian Open tutto d’un fiato, Osaka si fa breakkare sette volte (!) e battere da Kiki Mladenovic. Fuori anche Bertens, avanti Halep e Kerber

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Se fosse possibile recensire i tornei di tennis come si fa con i prodotti che si acquistano online, il rapporto qualità-prezzo del Dubai Duty Free Tennis Championships meriterebbe tutte le stelline possibili. Con la miseria di 55 dirham, circa 13 euro al cambio attuale, nella giornata di martedì ci si poteva garantire un biglietto di terza fila per il campo centrale di un Premier 5 il cui ordine di gioco comprendeva sei delle sette migliori giocatrici al mondo secondo classifica, inclusa una numero uno nuova di zecca.

Se la sono cavata tutte tranne proprio la neo-reginetta Naomi Osaka, autrice di una prestazione al limite dell’handicap contro Kristina Mladenovic. “Più sono grossi e più fanno rumore quando cadono” si dice, e nel caso di Osaka il tonfo è fragoroso: appena sei giochi vinti alla prima uscita da numero uno mondiale – nessuna delle sue venticinque predecessore aveva mai perso all’esordio al vertice del circuito WTA – che coincideva anche con la prima senza Sascha Bajin nel box. L’ex sparring partner, promosso a capo allenatore proprio dalla giapponese a inizio 2018 ed eletto Coach of the Year grazie ai successi riportati insieme a lei, era stato silurato a sorpresa con un semplice tweet pochi giorni dopo il titolo agli Australian Open. All’arrivo a Dubai, assediata dalla stampa, Osaka si era limitata a togliere dal tavolo le insinuazioni su problemi di natura economica, adducendo come causa una non troppo chiara tensione umana tra lei e Bajin. “Non ho intenzione di mettere i successi davanti alla mia felicità”, ha detto la nuova n.1 al mondo. “Mi voglio svegliare felice di allenarmi, e non sono disposta a sacrificare tutto ciò per tenere una persona nel team“.

Di certo gli spettatori dell’incontro di Osaka hanno visto una tennista tutt’altro che serena: un body language del tutto negativo ha accompagnato una prestazione piena di errori gratuiti, con una prima palla che trovava il campo appena una volta su due e un rendimento con la seconda al 21%. Una miseria, tanto che Mladenovic la ha liquidata con un doppio 6-3 in appena un’ora e cinque minuti, riuscendo a chiudere persino un secondo set in cui ha perso il servizio tre volte consecutive; quasi facile, considerato che Osaka ha fatto di peggio, facendosi breakkare sette volte su nove turni di battuta totali. Nessun merito da togliere alla francese, perché gli incontri vanno vinti, ma prima di atterrare negli Emirati il suo ruolino di marcia stagionale in singolare recitava 0-4, peraltro con due eliminazioni contro giocatrici fuori dalle prime 240 della classifica. “Per me significa moltissimo questa vittoria”, la prima contro una numero uno, ha detto Mladenovic dopo la stretta di mano. “So che sono in grado di battere grandi giocatrici, l’ho fatto in passato anche su questo campo, lo sapete, non voglio mettermi a fare un elenco“. Certo oggi ha avuto un bell’aiuto.

GLI ALTRI INCONTRI – Alle altre stelle impegnate prima di lei nella sessione diurna, come detto, è andata bene: quattro vittorie su quattro per Kvitova, Svitolina, Halep e Kerber, anche se hanno tutte dovuto sudare per conquistarsele. Sebbene soltanto Petra Kvitova sia stata costretta a giocare un terzo set, recuperando un tie-break di svantaggio a Katerina Siniakova, il pubblico degli Emirati ha avuto la sua bella dose di emozioni anche nei successivi tre incontri. Soprattutto Halep ha avuto bisogno di portare il suo tennis vicino al limite massimo per battere Genie Bouchard, ancora una volta esaltatasi a tratti contro un’avversaria importante ma costretta ad abbandonare Dubai dopo un’ora e tre quarti di tennis davvero intenso. Tra Genie e la ex numero uno, alla fine, c’è stato un solo break di differenza, in avvio di secondo set. Il rammarico è proprio per quei pochi minuti cruciali di deconcentrazione, iniziati al termine del tie-break del primo parziale, quando, sul 4-5 e servizio nel gioco decisivo, la canadese è stata distratta uno dei suoi tanti spasimanti che le ha gridato: “sposami”. (Siamo abbastanza sicuri che non sarà lui ad accompagnarla all’altare.)

In apertura di mattinata Elina Svitolina aveva superato Ons Jabeur, fermata in corsa da un problema alla spalla destra (ancora sfortunata la tunisina, che nell’unico precedente aveva mancato quattro match point). Fatica e brividi per una Angelique Kerber sfocata, anche lei costretta ad un tie-break: al primo match in carriera contro una top 10 a quasi ventott’anni di età, Dalila Jakupovic ha scelto un’apertura aggressiva e si è portata sopra di due break, giocando un tennis vario prima di farsi catturare in un gorgo di doppi falli (nove in totale nel match) che alla lunga ha spinto avanti la sua più esperta avversaria. Ma se sul centrale le big hanno tutte strappato la promozione agli ottavi, sugli altri campi si sono viste anche le eliminazioni di Kiki Bertens, Daria Kasatkina (ancora a secco di vittorie in stagione!) e Caroline Garcia. A far fuori l’olandese è stata la slovacca Viktoria Kuzmova, classe 1998 da poco entrata in top 50: gran servizio, con cui ha annullato anche match point nel tie-break decisivo, e un tennis potente che ha tremato soltanto nei momenti più emozionanti. L’ottavo di finale tra outsider, contro la coetanea Sofia Kenin, sarà una bella occasione per entrambe.

ha collaborato Michelangelo Sottili

Risultati:

C. Suarez Navarro b. S. Zhang 6-4 6-4
[12] G. Muguruza b. S. Zheng 7-5 6-2
[6] E. Svitolina b. O. Jabeur 7-6(4) 4-0 rit.
S.W. Hsieh b. A. Sasnovich 6-1 6-2
A. Riske b. A. Cornet 6-2 6-3
V. Kuzmova b. [7] K. Bertens 6-2 4-6 7-6(6)
S. Kenin b. [11] D. Kasatkina 6-3 2-6 6-4
[2] P. Kvitova b. K. Siniakova 6-7(3) 6-4 6-4
[3] S. Halep b. [WC] E. Bouchard 7-6(4) 6-4
L. Tsurenko b. [Q] L. Zhu 6-4 6-7(5) 6-3
[Q] J. Brady b. [14] C. Garcia 6-4 7-5
B. Bencic b. [LL] S. Voegele 6-1 6-1
[5] A. Kerber b. [LL] D. Jakupovic 7-6(4) 6-3
[8] A. Sabalenka b. [Q] I. Jorovic 6-4 6-0
K. Mladenovic b. [1] N. Osaka 6-3 6-3
[4] Ka. Pliskova b. D. Cibulkova 6-2 3-6 6-3

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Numeri: il trofeo più pesante di Monfils. Dal nulla sbuca anche Schnur

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(via Twitter, @ATP_Tour)

0 – le partite vinte nel circuito maggiore da Brayden Schnur, 23enne canadese, prima dell’ATP 250 di New York. Schnur si è reso autore di un torneo per molti versi simili a quello vissuto appena sette giorni prima da Londero a Cordoba. Il mediocre livello degli ATP 250 di questo mese di febbraio (a Cordoba c’erano solo tre top 20, questa settimana a New York addirittura due soli top 30, Isner e Tiafoe) ha consentito a un altro tennista sconosciuto al grande pubblico di raggiungere quello che sinora è di gran lunga il miglior risultato della sua carriera. Il primo acuto di Schnur era arrivato nel 2014, quando, 19enne e 612 ATP, si qualificò al main draw del Masters 1000 di Toronto dopo aver vinto la sua prima partita contro un top 100, Ebden. Ancora impegnato sino al 2016 nella carriera universitaria, per avere sue notizie tennistiche rilevanti bisogna attendere il 2017, quando entra nella top 200 e sconfigge nuovamente un top 100, Daniel. Riesce così a meritarsi la sua sinora unica convocazione in Davis (rimediando due sconfitte in singolare contro gli indiani Bhambri e Ramanathan).

Il 2018 è stato l’anno del consolidamento tra i primi 200, grazie a una finale e quattro semi a livello Challenger (tutte su campi in duro, all’aperto o indoor, sfruttando l’ottimo servizio di cui è dotato). Il 2019 era iniziato con un’altra finale in un torneo della medesima categoria, che gli aveva permesso il best career ranking di 152. Iscrittosi alle quali del New York Open, le ha superate senza perdere un set contro la WC locale, il 17enne Kingsley, e Popyryn. Ottenuta facilmente la prima vittoria a livello ATP contro lo studente della Columbia University Mingje Lin (6-2 6-1), poi, contro Steve Johnson, 34 ATP, ha mostrato tutta la sua voglia di emergere. Rimonta da 2-5 al terzo e salva due match point (6-4 4-6 7-6), un animus pugnandi che mette in campo anche nei quarti contro Lorenzi (7-6 6-7 7-5) e in semi contro Querrey, secondo top 50 sconfitto a NY, in questo caso dopo aver annullato cinque set point nel primo set (7-6 4-6 6-3). In finale la sua fame di vittoria e capacità di combattente, non sono bastate: contro Opelka, 89 ATP, non è stato sufficiente annullargli cinque match point, tra secondo e terzo set, per impedire la conquista del primo titolo ATP al 21enne statunitense, vincitore col punteggio di 6-1 6-7 7-6.

Brayden Schnur

8 – i tornei giocati dopo la vittoria di Wimbledon, portando a casa appena undici vittorie complessive. Questo il magro bottino con il quale Angelique Kerber è arrivata a Doha per partecipare, per la decima volta in carriera, al Qatar Total Open. La numero 6 del mondo da agosto in poi non è riuscita più a esprimersi a buoni livelli: basti pensare che solo sei delle suddette partite vinte erano arrivate contro top 50, al cospetto delle quali erano invece arrivate ben nove sconfitte. Addirittura, contro le top 20, in sette incontri aveva vinto una sola volta (contro la spenta Osaka del Masters), a testimonianza di come la 31enne tedesca fosse irriconoscibile rispetto a quella vista sino a luglio. A Doha, dove in nove partecipazioni solo una volta aveva superato i quarti (finale nel 2014) è parsa però in netta ripresa, conquistando la prima semifinale dopo il trionfo a  Wimbledon, un piazzamento tra l’altro giunto attraverso due vittorie tecnicamente valide. Prima, infatti, Angie ha sconfitto Kontaveit (6-1 7-6), 20 WTA, poi ha avuto la meglio su Strycova (1-6 6-2 7-6), 49 WTA. La resa (6-4 2-6 6-1) contro l’ispiratissima Mertens della settimana qatariota è stata più che onorevole: Kerber è ancora tennisticamente viva.

11 – i Masters 1000 saltati da Gael Monfils per infortuni di vario genere tra il 2017 e il 2018. Numeri che raccontano meglio di mille parole gli svariati problemi fisici che hanno caratterizzato le ultime due stagioni del classe 86 francese, capace di terminare al sesto posto del ranking ATP nel 2016, sinora l’unico anno da lui concluso nella top 10. Anche in un passato meno prossimo l’ex numero 1 juniores (nel 2004) era incappato in vari problemi fisici (tra il 2009 e il 2016 ha saltato ben sette Slam), che non gli hanno però mai impedito di avere una continuità tale da permettergli, dal 2005 sino ad oggi, di disputare almeno una finale a stagione e di sconfiggere almeno un top 10. Grazie anche a sette titoli e ventuno finali (di cui tre nei Masters 1000), oltre all’anno magico rappresentato dal 2016, è riuscito a concludere altre cinque stagioni nella top 20 (2008-11, 2014). Quella continuità persa negli ultimi due anni sembra però ora finalmente ritrovata da Gael, che, prima di Rotterdam, non sconfiggeva nello stesso torneo due avversari della classifica di Medvdev e Goffin dal Masters 1000 di Toronto di due anni e mezzo fa. Il due volte semifinalista Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016), già finalista a Rotterdam tre anni fa (sconfitto da Klizan), ha prima bissato l’atto conclusivo del torneo, superando nell’ordine Goffin (7-6 7-5), Seppi (4-6 6-1 6-3), Dzumhur (6-1 6-2) e Medvedev (4-6 6-3 6-4). In finale ha poi sconfitto Wawrinka (6-3 1-6 6-2), conquistando l’ottavo torneo della carriera, quello più prestigioso assieme all’ATP 500 di Washington nel 2016, quando in finale annullò un match point a Karlovic.

11 (bis) – il best career ranking di Diego Schwartzman, raggiunto dopo i quarti di finale conquistati al Roland Garros 2018. Un torneo nel quale aveva strappato un set a Nadal, risultando l’unico giocatore a riuscirci nella scorsa edizione dello Slam parigino. Un piazzamento, quello dello scorso giugno, prestigioso e impreziosito dall’averlo ottenuto dopo aver eliminato sulla terra parigina anche ottimi giocatori come Anderson e Coric. Il tennista classe ’92 sembrava a quel punto destinato all’ingresso nella top 10, in ossequio a un rendimento sempre più elevato che gli aveva permesso, un paio di mesi prima, di conquistare a Rio de Janeiro il secondo titolo della carriera, dopo l’ATP 250 di Istanbul nel 2016, e poi di continuare in crescendo i risultati di un anno che aveva aperto alla 26°posizione del ranking ATP. Invece, dopo lo Slam parigino,”Peque”, come viene chiamato Diego, ha iniziato una continua parabola discendente che lo aveva portato ai margini della top 20: dalla stagione sull’erba sino al torneo di casa, aveva vinto appena tre degli undici incontri giocati contro top 40 e, in totale, quindici partite nei successivi quattordici tornei giocati successivamente al Roland Garros. A Buenos Aires, ha conquistato, a distanza di un anno dall’ultima, la quinta finale della carriera nel circuito maggiore: dopo aver sconfitto due top 100 (Bedene col punteggio di 6-4 2-6 6-2 e Ramos con un netto 6-1 7-5) è tornato, a distanza dall’ultima volta , rappresentata dalla vittoria su Anderson a Parigi, ad avere la meglio su un top 10, Thiem, sconfitto (2-6 6-4 7-6) dopo due ore e mezza di battaglia. In finale, invece, nulla ha potuto contro un ispiratissimo Cecchinato, che lo ha annichilito.

12 – la miglior posizione in classifica raggiunta sinora da Elise Mertens. La 23enne belga, allenata da qualche mese dall’australiano David Taylor – coach in passato di diverse campionesse tra le quali Stosur, da lui accompagnata alla vittoria degli US Open nel 2011 – al Premier di Doha ha vissuto la migliore settimana tennistica della carriera. Sebbene il risultato più importante di Elise, ex numero 7 juniores, resta in ogni caso la semifinale raggiunta agli Australian Open nel 2018 – unico Major nel quale ha superato gli ottavi, raggiunti solo altre due volte – non aveva mai conquistato una finale in un torneo della stessa categoria del qatariota, né, tantomeno, le era mai riuscito di sconfiggere due top 10 nel corso della stessa competizione (a Doha saranno addirittura tre).

L’anno scorso, pur vincendo ben tre tornei minori (Hobart, Lugano e Rabat) dopo Melbourne aveva raggiunto appena due quarti in tornei prestigiosi (Montreal e Cincinnati). Durante il 2018 ha confermato la sua attitudine a non perdere le partite in cui giocava da favorita (appena tre le sconfitte rimediate contro tenniste non nella top 50), ma, al contempo, la scarsa capacità di imporsi sulle più forti (successivamente alla vittoria su Svitolina nei quarti degli AO, contro le top ten ha rimediato una sola vittoria e ben sei sconfitte, portando a casa appena un set). L’unica tennista, assieme a Barty, attualmente nella top 20 di singolare e doppio, a Doha è arrivata in semifinale senza perdere un set: prima ha superato Siniakova (6-4 6-2), poi Krystina Pliskova (6-2 7-6) e, infine, Bertens (6-4 6-3), 8 WTA. Eliminando la Kerber (6-4 2-6 6-1) ha ottenuto la finale più importante della carriera, un traguardo che non l’ha appagata: nemmeno quando, contro Halep, è stata sotto di un set e un break, si è data per vinta finendo per rimontare e conquistare un titolo che le ha permesso di tornare nella top 20, al 16 WTA. Una posizione intermedia, perché il vero obiettivo è entrare nella top 10: e se inizia a sconfiggere anche le più forti…

59 – le semifinali giocate nel circuito maggiore da Stan Wawrinka. L’ex numero 3 del mondo, dopo l’operazione al ginocchio sinistro al quale si è sottoposto nell’agosto del 2017, costatatagli la rinuncia alla partecipazione agli Us Open e la contestuale interruzione della serie aperta di cinquanta partecipazioni consecutive agli Slam, era tornato a giocare solo nel gennaio 2018. Un rientro probabilmente affrettato: ad inizio dell’anno scorso Stan arriva in semifinale a Sofia, ma vince una sola partita contro un top 100 e rimedia quattro brutte sconfitte che gli consigliano di prendersi un’ulteriore pausa e tornare solo in prossimità del Roland Garros. Una volta persi i punti della finale 2017 e ritrovatosi 261 del mondo, è stato bravo a rendere il 2018 quantomeno un anno di transizione, chiudendolo come 66 ATP, grazie ai quarti al Masters 1000 di Cincinnati, agli ottavi in quello di Toronto e alla semifinale guadagnata all’ATP 250 di San Pietroburgo. Una stagione archiviata con diciassette partite vinte e altrettante perse, ma, soprattutto, con una continuità ancora da ritrovare. Infatti, contro i primi 30 del mondo il bilancio era stato di sette partite vinte e cinque perse, a testimonianza che momenti sporadici di ottimo rendimento li avesse già avuti e che quel che ancora gli mancava era la capacità di confermarsi nell’arco dello stesso torneo ad alti livelli.

Aveva iniziato il 2019 con i quarti a Doha, sconfiggendo anche Khachanov, ma a Rotterdam ha dato un segnale importante, raggiungendo senza un perdere un set la semifinale più importante per punti e montepremi da quando si è operato. Soprattutto, ha impressionato per la continuità ad alto livello mostrata (ha sconfitto un top 20 e un top 30 nello stesso torneo, come gli era capitato solo a Cincinnati). C’è riuscito avendo la meglio su Paire (7-6 6-1), Raonic (6-4 7-6) e Shapovalov(6-4 7-6). Non pago, dopo venti mesi è tornato a guadagnarsi l’accesso in una finale e lo ha fatto nel miglior modo possibile, sconfiggendo (6-2 4-6 6-4) un top 10 “vero” come Nishikori (nel 2018 aveva eliminato due volte Dimitrov, che però era già in caduta libera). In finale, ha lottato per poi arrendersi davanti a Monfils, ma il ritorno nella top 50 (adesso è 41) è un altro passo intermedio verso una classifica che, a quasi 34 anni, ancora non rende giustizia al suo talento cristallino.

720 – i punti conquistati da Marco Cecchinato con la semifinale raggiunta al Roland Garros 2018. Una dote di punti che lo scorso giugno lo proiettava al 31° posto del ranking, un balzo enorme per chi come lui non era mai stato nemmeno tra i primi 50. Sembrava una cambiale molto difficile da pagare per un giocatore che nel circuito maggiore non aveva ancora vinto una partita fuori dalla terra rossa, vantava un solo titolo ATP e appena due partite vinte a livello Masters 1000. Il vero successo del palermitano è stato proprio quello di aver infranto da luglio in poi una serie di tabù tali da consentirgli innanzitutto di conquistare altri due titoli (Umago a luglio e Buenos Aires la scorsa settimana) sulla terra, certificandogli lo status di tennista tra i migliori in assoluto sul rosso. Non solo: sono anche arrivate le semifinali sull’erba di Eastbourne e quella sul cemento all’aperto di Doha, gli ottavi al Masters 1000 di Shanghai (sconfiggendo due tennisti allora attorno alla top 30 come Chung e Simon). Piazzamenti che certificavano la bontà dei progressi tennistici di Marco e dell’evoluzione del suo bagaglio tecnico. Un processo indispensabile per cercare di ottenere e poi conservare piazzamenti di vertice in un calendario tennistico che solo un paio di mesi all’anno programma tornei importanti sulla terra. Tra la sorpresa generale, ma più che meritatamente, ha incamerato già adesso una sequenza di risultati che da sola copre i punti vinti a Parigi.

Marco Cecchinato – Buenos Aires 2019 (foto via Twitter, @ArgentinaOpen)

Cecchinato, ormai, salito al 17° posto del ranking e a una manciata di punti dal leader del movimento tennistico maschile (Fognini), non ha più nulla da dover dimostrare. Promette bene, piuttosto, che ancora abbia ampi margini di miglioramento in due aspetti molto importanti: i risultati negli Slam (ha vinto partite solo al Roland Garros) e il tennis giocato in condizioni indoor. L’anno scorso in cinque partite giocate al coperto ne ha vinta una sola, perdendo in due set le restanti quattro. A Buenos Aires ha vinto il più bello dei suoi tornei: non solo perché ha iscritto il proprio nome nell’albo d’oro di una competizione ricca di ex numeri 1 (Kuerten, Moya, Ferrero e Nadal) e nemmeno per averlo conquistato senza perdere un set nel corso della settimana. Piuttosto, questa volta è differente la valenza tecnica, di maggior spessore, degli avversari sconfitti. Lo scorso aprile, infatti, per vincere a Budapest Marco incontrò un solo top 50 (Dzhumur), mentre a Umago addirittura non dovette sconfiggere alcun top 70. Nella capitale argentina, invece, dopo aver vinto col medesimo punteggio (6-4 7-6) contro avversari dalla classifica attorno alla 100°posizione come Garin e Carballes Baena, in semifinale ha eliminato (6-4 6-2) Pella, 50 ATP, e in finale(6-1 6-2) Schwartzman, 19 ATP ,in quella che è stata la sua prima vittoria contro un top 20 successiva al Roland Garros. E ora, si avvicina la vetta della classifica dei tennisti italiani, distante appena una posizione e 134 punti.

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