Wozniacki svela: "Ho l'artrite reumatoide"

Interviste

Wozniacki svela: “Ho l’artrite reumatoide”

Dopo la sconfitta con Svitolina, la rivelazione in sala stampa. La tennista danese soffre da due mesi di una malattia autoimmune alle articolazioni

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La stagione di Caroline Wozniacki si è conclusa con rammarico, dopo l’eliminazione dal Gruppo Bianco delle WTA Finals di Singapore. La vera notizia, però, è arrivata poco dopo il match. La danese, una volta liberatasi da un 2018 carico di pressioni, ha confessato ai giornalisti presenti alla conferenza stampa post-partita di avere una malattia autoimmune, l’artrite reumatoide, riscontrata dopo il torneo di Wimbledon, circa due mesi fa. “Devo essere onesta”, ha iniziato Caroline. “Da Wimbledon in poi non sono stata bene. Pensavo fosse l’influenza. Ero in vacanza e non mi sentivo bene. Ad ogni modo, pensavo di superarla. Vado a Washington, ho dolore al ginocchio e alla gamba. Cerco di andare avanti. Gioco a Montreal e noto che c’è qualcosa che non va, perché non riesco a sollevare il braccio sopra la testa. Non so davvero cosa sia. Il dottore mi dice che è tutto ok, ma io so che non è così. Ho cercato di scoprire che problema avessi e alla fine è venuto fuori che soffro di artrite reumatoide, che colpisce le articolazioni. È stata dura da sopportare dopo lo US Open, a quel punto mi son resa conto del problema. Sono andata da uno dei migliori dottori in circolazione e ho iniziato la cura. Ovviamente non è l’ideale, soprattutto per un’atleta professionista, ma alla fine cerchi di trovare un piano, capire cosa fare, e grazie al cielo ci sono tante opzioni a riguardo al giorno d’oggi”.

Il racconto della campionessa dell’Australian Open mette sotto una luce totalmente diversa i risultati da lei ottenuti dopo la stagione su erba. I ritiri, le cinque sconfitte in sette match disputati tra agosto e settembre e le difficoltà riscontrate in campo hanno ora una chiara spiegazione. “Non ho voluto parlarne durante l’anno perché non vorrei dare a nessuno l’idea che io non stia bene, ma mi sono sentita bene. Ho imparato come affrontare i match. Alcuni giorni non puoi alzarti dal letto e devi accettarlo, altri giorni puoi vivere e stai bene e pensi di non avere nulla. Ora sono contenta che la stagione sia finita, posso controllare meglio la situazione e cercare un modo per affrontarla meglio nel futuro”.

Ora le domande più grandi riguardano il futuro della sua carriera. Nel circuito ci sono diversi casi di atleti affetti da malattie autoimmuni. Alexandr Dolgopolov nel 2012 ha scoperto di avere la sindrome di Gilbert, una patologia benigna al fegato scoperta solamente il secolo scorso. Nel Tour femminile, un anno prima è stata diagnosticata a Venus Williams la sindrome di Sjorgen, un’infiammazione cronica al sistema immunitario che colpisce la ghiandole esocrine, alla quale fa fronte anche grazie a una dieta vegana.

 

Wozniacki ha risposto così alla domanda sul destino della sua carriera: “È una malattia autoimmune, perciò è qualcosa con cui devi imparare a convivere ogni singolo giorno. Devi ascoltare il tuo corpo. Per fortuna io conosco bene il mio e mi sono resa conto in tempo, perché sentivo che c’era qualcosa che non andava bene. Molte persone invece aspettano troppo e scoprono tardi il problema. Ora le cure mediche sono eccezionali, hanno fatto grandi progressi negli ultimi 15-20 anni. Oltre alle cure, dovrò fare attenzione alla mia dieta, al riposo e a tutto il resto. All’inizio ovviamente è stato uno choc, ti senti l’atleta più in forma e tutto d’un tratto devi far fronte a un problema del genere. Devi stare positivo e affrontarlo, ci sono molti modi di sentirti comunque bene“.

Infatti nonostante la malattia da poco diagnosticata, Wozniacki ha comunque centrato la qualificazione per il torneo di Singapore e ha addirittura vinto il titolo nel torneo di Pechino, un successo dal sapore particolare per lei, visto il momento che stava affrontando: “Ha significato tanto per me. Il mio dottore è stato fantastico perché mi ha detto che potevo fare qualunque cosa, dovevo solo ascoltare il mio corpo e credere di potercela fare. Vincere a Pechino mi ha fatto capire che niente mi può frenare. So che nel mondo ci sono tantissime persone che combattono questa malattia e per fortuna io posso essere per loro qualcuno a cui possono guardare e dire: ‘Ce la posso fare anch’io'”.

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Cosa Serena Williams ha lasciato al mondo

L’eredità di Serena Williams

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Serena Williams - US Open 2022 (foto Twitter @wta)

di Sean Gregory, Time, 29 agosto 2022

La miglior atleta donna di tutti i tempi – anzi, forse semplicemente l’atleta migliore di tutti i tempi – ha riflettuto a lungo sulle motivazioni del suo impegno ad appendere la racchetta al chiodo, una volta per tutte. 

“A Olympia non piace quando gioco a tennis”, racconta schiettamente Serena, parlando della figlia, Alexis Olympia Ohanian Jr. Quando Williams le ha detto che avrebbe lasciato la vita da tennista che ha ispirato milioni di persone, la reazione della figlia, che compirà cinque anni il 1° settembre, è stata la stessa della madre dopo una vittoria ad un torneo del Grande Slam: un “Siii!” accompagnato da un pugnetto stretto.

 

“In un certo senso mi rattrista”, spiega Williams, mentre si assesta sulla sua sedia nella biblioteca di un hotel Newyorkese, “e mi si stringe un po’ il cuore.” Ogni figlio fatica a comprendere le assenze dei genitori e Williams ha passato gli ultimi anni della sua ineguagliabile carriera a sentirsi tormentata da ciò a cui stava rinunciando per portarla avanti. “E’ difficile dedicarsi a pieno al lavoro”, racconta Williams, “quando il sangue del tuo sangue non ne è contento.”

Inoltre, Olympia vorrebbe diventare una sorella maggiore. Ad agosto, mentre giocavano con un soffione, Olympia le ha espresso il desiderio di avere una sorellina. “Queste sono le situazioni che mi trovo a gestire ogni giorno”, conclude Williams con un tono che conoscono bene i genitori di bambini ancora in tenera età. Eppure, non tutti i genitori super star devono ponderare così attentamente queste scelte: i padri non sono tenuti a farlo.

Tom Brady, tre figli, 44 anni, può decidere prima di ritirarsi e poi di riprendere a giocare; LeBron James, tre figli, a 37 anni può decidere di sottoscrivere un’estensione di contratto di due anni da 97.1 milioni di dollari. “Arriva un momento in cui la donna, se vuole una famiglia, deve prendere delle decisioni diverse dai colleghi uomini”, commenta Williams, che compirà 41 anni verso fine settembre. “O è bianco o è nero. O lo fai o non lo fai.”

La biologia potrebbe anche averle forzato la mano, ma Williams insiste che è serena rispetto alla decisione presa. “Non c’è rabbia”, dice. “Sono pronta per questa transizione.” Serena ha certamente pensato al suo futuro post-ritiro, ma fatica ad immaginare a pieno come si sentirà senza tennis. Williams sicuramente riverserà tutta la sua curiosità e la sua passione nella sua azienda di investimenti: Serena Ventures. Investirà nella sua spiritualità. Si evolverà come madre. “Penso di essere brava”, dice parlando di genitorialità. “Ma mi piacerebbe scoprire se posso essere fenomenale.”

L’eccellenza è qualcosa che Williams conosce molto bene. Nessun tennista, donna o uomo che sia, ha vinto più titoli di Serena Williams nei Major nell’Open Era (il periodo storico che ha avuto inizio nel 1968, quando gli Slam hanno permesso la partecipazione dei professionisti).

Tra l’altro, Williams si è guadagnata 10 dei suoi 23 titoli dopo i 30 anni, un’età in cui molti atleti si ritirano o perdono posizioni nel ranking. Ma nonostante tutti i traguardi raggiunti sul campo, sono le imprese fuori dal campo che l’hanno resa l’atleta più significativa del ventunesimo secolo. Serena e la sorella maggiore Venus hanno rivoluzionato uno sport da country-club: il cui DNA a quel tempo resisteva all’idea di questa coppia di sorelle afroamericane di Compton, California. Serena ha cambiato come vengono percepiti i comportamenti delle atlete donne, e delle donne in generale sul posto di lavoro, grazie alla potenza e alla passione che ha portato nel suo posto di lavoro, cioè sul campo da tennis. 

Ha riscritto le regole del body image. Agli “esperti”, ai razzisti e al numero non trascurabile di idioti che hanno denigrato il suo aspetto o che l’hanno definita “mascolina”, ha risposto con l’ennesimo servizio fotografico, mostrandosi fieramente,con tutta la sua muscolatura.

La sola esistenza di una figura come quella di Serena ha generato una moltitudine di conversazioni importanti. 

Nel 2018, la corsa di Williams al titolo di Wimbledon – iniziata a pochi mesi dalla nascita di Olympia e da un parto che ha portato Serena a rischiare la vita per un’embolia polmonare e un trombo, risolti solo dopo diversi interventi – ha ispirato milioni di mamme. Ma di questo argomento si è smesso rapidamente di parlare quando, in un pomeriggio di settembre, un giudice arbitro ha penalizzato Williams per uno sfogo verbale in un momento cruciale della finale degli US Open. Serena ha ribattuto che nel tennis maschile vengono perdonati comportamenti di gran lunga peggiori. Ha poi perso il match in questione con Naomi Osaka, scatenando il dibattito su decoro in campo, fair play, discriminazione di genere, discriminazione razziale, interpretazione letterale del regolamento rispetto al suo spirito e su eventuali pregiudizi inconsci. 

Se non fosse stato per Williams, Osaka, che da allora ha vinto altri tre titoli del Grande Slam, non avrebbe mai impugnato una racchetta. “Mi ricordo che guardavo i match di Serena, da bambina, completamente rapita, così felice di vedere una donna forte di colore sul mio schermo”, racconta Osaka al TIME. “Anche se si sta ritirando dal tennis, la sua eredità continuerà attraverso Coco [Gauff], Sloane [Stephens], Madison [Keys], e altre donne di colore che sono al picco della loro carriera. Serena è inequivocabilmente la miglior atleta di tutti i tempi. E non intendo la miglior atleta donna, no, semplicemente la migliore tra tutti gli atleti. Nessun altro ha cambiato il suo sport quanto lei, lottando contro ogni avversità.”

Quando informiamo Williams del commento di Osaka durante la nostra conversazione a New York, e cominciamo a discutere se lei sia la GOAT, la più grande di tutti i tempi, dice di non essere d’accordo. Ma poi sembra ricredersi.

“Non conosco altri atleti che abbiano vinto un Grande Slam o un Campionato NBA, o qualunque altro titolo sportivo, se è per questo, da incinta di nove settimane”, dice.

Ride, un’abitudine che ha quando vuole avvalorare quello che sta dicendo. “L’evento è durato due settimane. In quel torneo mi sono dovuta affidare al mio cervello. L’atleta non è identificato solo dalla prestazione fisica. Include tutto. La mente, il corpo, tutto. Significa dare il massimo per 20 anni. Darlo contro qualunque avversario che arrivi, ti sfidi e giochi il miglior tennis della sua vita. Darlo ogni singola volta. Puoi trarre le conclusioni che vuoi, dopo questo.”

Dietro la storia conosciuta delle sorelle Williams ci sono tanti aneddoti sulla loro competitività. “In loro c’era una rabbia, un desiderio ardente che non avevo mai visto in due ragazzine. Mai”, racconta Rick Macci, uno dei primi coach di Venus e Serena. “E ancora ad oggi, non l’ho più rivista.”

Il genio di Richard Williams risiede nel fatto che, diversamente da tanti altri “padri tennistici”, non ha mai soffocato le figlie, alimentava sì il loro talento ma intanto le incoraggiava a vivere a pieno la loro infanzia. Nei giorni di pioggia, al centro di training di Macci in Florida, le ragazze studiavano nel suo ufficio. Richard le ha tenute fuori dal circuito junior finché ha potuto, facendo di testa propria e ignorando i consigli di chiunque. 

Dopo essersi scontrate con le leggende della Hall of Fame Billie Jean King e Rosie Casals in un’esibizione di doppio, Macci ha sentito di sfuggita le due sorelle complimentarsi per le proprie performance. Voltandosi a guardarle si accorse che Venus, 11 anni, e Serena, 10 anni, stavano parlando con una bambola.

Mantenendo quella curiosità tipica dei bambini, le sorelle impararono diverse lingue e diversificarono i loro interessi. 

Serena si è cimentata nel mondo della finanza e della moda, nella recita e nella produzione dei film; è sulla strada giusta per diventare la prima atleta donna miliardaria. Serena veniva criticata proprio perché lavorava anche al di fuori del tennissin dalle prime fasi della sua carriera. L’hanno accusata di essere poco concentrata, distratta. Ma anche qui, Serena ha riscritto le regole del gioco. Estendere le sue attività ad altri ambiti l’ha protetta da quel burnout che ha invece afflitto tanti altri giocatori. Nessuna donna ha vinto più match importanti negli ultimi anni della sua carriera. 

Williams conquistò il suo primo titolo Slam, gli U.S. Open del 1999, a 17 anni. “Aveva davvero una mentalità tennistica differente”, afferma Chris Evert, che vanta 18 titoli Slam. “Prendile tutte. Quando sei sotto pressione, diventi più aggressiva.” 

In quegli anni, Serena e Venus in campo portavano le treccine con le perline. Anche questa piccola scelta stilistica portava con sé un grande significato. “Il mondo del tennis non era abituato a vedere delle ragazzine di colore presentarsi con uno stile che riflettesse la loro eredità culturale afroamericana, invece di indossare qualcosa che le omologasse al resto delle ragazze”, racconta Tera Hunter, professoressa di studi Afro Americani alla Princeton University.

Più o meno nello stesso periodo Williams incontrò Kelly Rowland, del gruppo pop Destiny’s Child, dopo un loro concerto. La invitò ad un suo match. “Vedrai, sarò bravissima”, promise Serena. “Mi colpì, con quella frase”, racconta Rowland. Si ricorda di essersi seduta nel box di Serena, durante la partita mentre era sotto di un set. “Percepisci uno spostamento di energia”, spiega Rowland. “Senti che sta per succedere qualcosa. La vedi turbata, come lo sarebbe qualunque essere umano per poi capire che si deve calmare. Era un po’ come se si fosse creata uno spazio personale di cui lei aveva il controllo. E poi dominava. Lo faceva senza remore, senza scusarsi. Non aveva bisogno di dire niente. Era come se pensasse: ‘sto per riprendermi quel che è mio.’ Mi è servito vederla. Mi ha nutrito l’anima.”

Le sorelle Williams non ispiravano solo le donne. Anche un giovane aspirante pilota di Formula 1, di nome Lewis Hamilton, si era sintonizzato sui match di Venus e Serena da un complesso di case popolari nel nord di Londra. “Erano le due figure sportive di maggiore ispirazione per me”, racconta Hamilton al TIME. “Specialmente crescendo in uno sport come il mio dove sono l’unico pilota di colore, vedere queste due figure di spicco, anche loro le sole persone di colore in quel contesto, mi ha davvero dato la fiducia che avrei potuto fare qualcosa di simile. Non è impossibile.” Anche Hamilton, vincitore di sette titoli di Formula Uno, è legato a Serena. Lei si porta un piccolo microfono nella borsa quando escono insieme, pronta per improvvisare un karaoke.

Dopo oltre un quarto di secolo nel tour, Williams ha avuto anche i suoi momenti di difficoltà. Ha sofferto infortuni al ginocchio, alla caviglia, alla spalla, al piede, ai tendini e al tendine di Achille. Dovette gestire la perdita della sorella maggiore, Yetunde Price, che venne uccisa in una sparatoria nel 2003 per uno scambio di identità. Venne messa alla gogna agli U.S. Open del 2009 per aver minacciato un giudice di linea per un fallo di piede. Williams poi si scusò. L’anno successivo vinse altri due titoli Slam.

Nel febbraio del 2011 Williams avrebbe dovuto prendere un volo per andare da Los Angeles a New York City, prima di ripartire nuovamente per Londra e partecipare a un evento di moda. Cancellò il viaggio all’ultimo, scegliendo invece di vedersi con Venus. Quella notte venne ricoverata con difficoltà respiratorie per un’embolia polmonare e dei coaguli di sangue nei polmoni. Williams crede che se fosse stata in volo, con ogni probabilità, non sarebbe sopravvissuta. Pensò di non poter mai più giocare a tennis, invece seguirono altre 10 vittorie negli Slam.

Quando Williams scoprì di essere incinta, proprio prima degli Australian Open del 2017, continuò a giocare, senza particolari esitazioni. “Gli atleti capiscono e conoscono il proprio corpo mille volte meglio di noi altri”, spiega il marito Alexis Ohanian, investitore di venture-capital e co-fondatore di Reddit, . “Anche se il medico le aveva detto: ‘Devi andarci piano, e poi con quel caldo…e bla, bla, bla’, Serena disse: ‘Ci penso io.’ E fintanto che lei era sicura di sè, io ero tranquillo.” Serena poi confessò di non aver mollato nemmeno un set nell’intero torneo, perché sapeva che era il modo migliore per ridurre la permanenza in campo, per il bene della sua bambina. Con quella vittoria superò il record di titoli Slam di Steffi Graf nell’Era Open.

Allyson Felix si trovava nel pubblico. La medaglia d’oro Olimpica scoprì di essere incinta l’anno dopo, nel 2018; continuò ad allenarsi e a competere. Come Williams, Felix rischiò la vita durante il parto, a causa della preeclampsia. Felix osservò Williams arrampicarsi di nuovo nella classifica, vincendo la finale di Wimbledon e degli U.S. Open, a solo un anno dalla nascita di Olympia. Felix mise in atto un piano simile. Alle Olimpiadi di Tokyo, a 35 anni, Felix vinse la medaglia di bronzo nei 400m e l’oro nella staffetta, diventando così l’atleta donna con più medaglie nella storia dell’atletica leggera. “Il suo ritorno in campo e la sua esperienza mi hanno davvero ispirata”, dice Felix. “Questa è la prova definitiva che è possibile farlo.”

Col passare degli anni, Williams sposò pubblicamente alcune cause che le erano care già da tempo nel privato. Nel 2015, tornò a giocare a Indian Wells, il famoso torneo della California del sud che Serena aveva deciso di boicottare dopo il 2001 a causa di un sottofondo di cori razzisti che aveva percepito durante il match. (I fan erano arrabbiati per il ritiro di Venus dalla semifinale contro Serena, annunciato per un infortunio; erano convinti che Richard avesse manovrato l’esito) Con il suo ritorno, Williams aiutò la raccolta fondi per l’Equal Justice Initiative, una non-profit contro la discriminazione razziale nell’ambito della giustizia e contro l’incarcerazione di massa. “Serena non incassa e basta, contrattacca”, spiega la co-fondatrice di Black Lives Matter, Alicia Garza. “Ci dimostra che è importante essere fedeli a sé stessi. In fondo è una regola di vita che sostengo anche io, e alla quale anche lei aderisce.” 

Rowland si emoziona quando le viene chiesto di descrivere l’influenza che la sua amica ha avuto sul mondo: “Per una giovane ragazza di colore, l’esser sopravvissuta ai luoghi in cui non era la benvenuta, decidere di tornarci, ed ergersi con orgoglio”, dice Rowland. “Lei ci ha rappresentato, quando noi non potevamo farlo. L’ha reso OK. Riprendersi il proprio spazio. Anche quando vieni chiamata con nomi a cui non risponderesti mai. Non vuoi sentirli, non vuoi ascoltarli. Sono certa che sia stato un luogo spaventoso in cui ripresentarsi. Ma lei l’ha fatto e l’ha fatto per prima, a modo suo, con la sua unicità, con stile e grazia e senza sminuire la sua grandezza”, dice Rowland cercando di frenare le lacrime. “Ci è voluto del … fot-issimo fegato.”

Williams ha percorso una strada troppo lunga per rifuggire da quello che ha realizzato. E’ suo. Se l’è meritato. Senza rimorsi. E’ radicato in quel che Serena sa di aver significato, assieme a sua sorella, per questo sport. Uno sport a cui le sorelle Williams hanno dato una forma diversa e da cui sono state, a loro volta, formate. “Abbiamo cambiato il gioco del tennis”, dice Williams. “Abbiamo cambiato il modo in cui le persone giocano, è così. Non si attaccava mai, non si giocava d’anticipo, non si serviva così. Nessuno aveva mai dovuto giocare in questo modo, per vincere contro due ragazzine di colore di Compton.”

Fuori dal campo, ha aiutato a cambiare i canoni della bellezza — a dispetto del becero giudizio e della retorica razzista. “Erano in molti a pensare che le Williams non fossero belle o carine abbastanza a causa del colore della loro pelle”, dice. Ma lei insiste di non essersi mai sentita così nonostante tutti i colpi subiti. “Penso che le persone avvertissero la mia fiducia in me stessa, perché a me è sempre stato ripetuto: ‘Stai benissimo. Sii nera e fiera’.” 

C’erano troppo pochi esempi di sportive prominenti di colore nello sport mainstream prima di Venus e Serena – e ancora meno che raccogliessero vittorie così frequenti ed eclatanti. “Nessuno aveva mai dato loro fiducia in se stesse e motivazione”, dice Williams. “Non puoi permettere al mondo di decidere cosa è bello. E il mio essere più formosa o altro, insomma, le curve ora vanno di moda. I sederi vanno di moda. E mentre io sto qua a cercare di ridurre il mio, magari la gente me lo invidia e lo vorrebbe come me.”

Comunicare un messaggio importante attraverso l’autoironia è una mossa tipica della Williams. Ma insistendo ancora un pochino riusciamo a farci spiegare cosa pensa di aver lasciato alle generazioni future. “La sicurezza e il credere in se stessi”, dice Williams. “E l’aver insegnato ad altri ragazzini di colore, alle ragazzine in particolare, che anche loro possono farlo.” Elenca le attuali tenniste di colore che sono nel circuito—come Osaka, Gauff e Stephens — e che rappresentano la generazione emergente. 

“Nessuno è mai stato in grado di raccontare una storia così autentica e di ispirazione”, dice. “Assistete e sopravvivete ai miei errori, ai miei momenti di alti e di bassi. Gli interventi chirurgici e i ritorni in campo. Ed è anche fondamentale che non sia qualcun altro a scrivere la tua storia. In tanti capiranno cosa intendo. Devi sempre essere te stessa, autentica. Valorizzarti e amarti. Questa storia è la storia del volersi bene.” 

Ride, ma nei suoi ultimi giorni da tennista professionista ha anche versato qualche lacrima. Ha pianto come una fontana, mentre lavorava al suo Vogue essay di Agosto, in cui annunciava l’imminente addio. Allontanarti dal gioco in cui ti seispecializzata per una vita è complicato. E non stiamo dicendo che non riprenderà mai più la racchetta in mano. 

Di sicuro non sembra intenzionata a prendersi particolari pause: Serena Ventures ha investito in più di una dozzina di aziende che ora valgono più di 1 miliardo di dollari, come Master-Class, Impossible Foods, e Tonal. 

Quasi l’80% delle aziende nel portfolio di Serena Ventures sono state fondate da donne o persone di colore. “Non è che io abbia perso la mia passione per il tennis”, spiega Williams “E’ solo che trovo più gioia e soddisfazione in quello che faccio nel mondo del venture capital.”

Far crescere la propria famiglia però è ancora più importante. “Non posso immaginare la mia vita senza le mie sorelle”, spiega. “Quando guardo Olympia sento che se non mi impegnassi per darle una sorella, non starei dando il mio massimo. Avere una famiglia numerosa ed essere in cinque: non c’è niente di meglio.”

Mentre Williams si preparava per questa edizione degli U.S. Open, cominciava finalmente a sentire che il suo gioco si stava di nuovo rafforzando, dopo così tanto tempo. Quando ha partecipato a Wimbledon, dove ha perso al primo round, Williams non giocava da un anno a causa di un infortunio al tendine posteriore del ginocchio. Il processo è agrodolce. “Vedo i miei miglioramenti e mi dico: ‘Wow, a gennaio sarò in forma’”, dice. Con l’arrivo degli Australian Open forse potrebbe fare ancora un viaggetto in quelle zone. “Già, ci penso…” dice Williams. Ma davvero ci andrebbe? “No, non lo farò”, insiste.

E allora eccoci qua. Un ultimo ballo a New York. Un ultimo messaggio per le folle. “Grazie, davvero”, dice. “Sono sopraffatta dall’emozione. E’ stato un viaggio incredibile, davvero incredibile e sono così contenta che voi l’abbiate vissuto con me.” Williams si ferma, annuisce, unisce le mani, nella posizione di chi si sente fortunato. “E vi voglio bene.”

Traduzione di Giulia Bosatra

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Yannick Noah: “Ci sono troppe regole. È tutto un ‘Non si può'”

“Federer e Nadal mano nella mano che piangono è il massimo perché esprimono la loro umanità”, così il campione del Roland Garros ’83, intervistato dalla Stampa e Messaggero. Sul tennis italiano: “Serve un po’ di maledetta calma”

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Yannick Noah, l’ultimo tennista francese a vincere un torneo dello Slam in singolare, è state intervistato per Il Messaggero e per La Stampa, spaziando nelle sue risposte raramente banali tra tanti temi. L’occasione è stata un evento promozionale all’Harbour Club di Milano, in qualità di “ambassador” de “Le Coq Sportif” per giocare a tennis (e padel) con i ragazzini. La collaborazione col marchio di abbigliamento francese ormai dura da più di 40 anni, fin dai tempi appunto dello storico successo al Roland Garros 1983, che rimane, come detto, l’ultimo trionfo di un giocatore di casa a Parigi

Ha iniziato parlando della sua vita attuale. Canto sempre, sono impegnato in tante attività anche di beneficenza, vivo fra Parigi e il Camerun dove ho aperto un centro anche di sport, sono sempre più legato al paese di papà. Sono capo villaggio a Etoudi, nello Yaounde”. Ma questo non significa che ha messo il tennis da parte. “Sono nello staff di supporto mentale alle famiglie e agli atleti della Federazione francese. È fondamentale che i genitori capiscano il loro ruolo e di che cosa hanno bisogno i figli”.

Il suo interesse è sempre stato quello di concentrarsi più sulla persona che sul tennista in sé, e per far capire questo concetto, l’esempio che porta è lampante. “L’essere umano resta sempre al centro di tutto con la sua testa e i suoi pensieri. Sai qual è stata la più bella notizia degli ultimi tempi del tennis francese? Indovini un po’? Glielo dico io. Che Caroline, Garcia, ha ricominciato a vincere: a 28 anni era ora che si staccasse dal papà…”. Ogni riferimento a Camila Giorgi è puramente casuale. 

 



SUL TENNIS ITALIANO
 – Noah, vincitore di 23 tornei ATP, ha parlato dell’attuale rosea situazione del tennis italiano, dando ottimi consigli sia ai giocatori che soprattutto al pubblico. “È fantastico. Non è facile come in Spagna dove negli ultimi 30 anni ci sono stati tanti n.1 che fanno da traino. In Italia l’ultimo è stato Panatta più di 40 anni fa. Adesso, con Berrettini e Sinner, i bambini tornano ad avere modelli da imitare. Sento qualcuno che vorrebbe già vincere uno Slam. Serve un po’ di maledetta calma. Prima accontentati di avere un top 10 dopo tanti anni. Poi arriverà anche uno Slam. […] Sicuramente i buoni allenatori di club sono un fattore, come i tornei minori dove misurarsi e una Federazione più sensibile che finanzia uno sport sempre costoso”.


SU FEDERER – L’eredità del campione svizzero non sta tanto nei record o nei numeri, bensì nell’estetica, stando a quanto afferma Noah. “Roger è stato l’ultimo artista capace di spingersi alle semifinali e finali dei grandi tornei. Ci sono altri artisti, ma non si vedono perché escono ai primi turni sui campi laterali. Roger, invece, ha condotto gli artisti al vertice per quasi 20 anni». Qualcuno potrà sostituirlo? «No, nessuno ha sostituito Laver o McEnroe. Qualcuno porterà qualcosa di nuovo. La gente tende a commentare lo sport guardando solo i risultati. Senza rendersi conto che è determinante la componente di spettacolo e drammaticità. Gli elementi tecnici e atletici sono secondari. Quando giocava Roger, sapevi che qualcosa sarebbe successo. Arriverà qualcun altro, ma sarà differente. Mi piaceva quando andava a rete perché accorciava i punti. Bisogna gettare sul tavolo le proprie carte senza tenerle in mano troppo a lungo. Con le nuove racchette andarci ora equivale a farsi ammazzare”. 

NUOVE, TROPPE REGOLE – La motivazione della mancanza di spettacolo per l’ex tennista francese è abbastanza semplice. Lui che era un istrionico esponente di questo sport, sempre pronto ad intrattenere il pubblico con siparietti divertenti, sa con chi prendersela. “Le regole sono fatte dagli sponsor. Gli organizzatori americani hanno deciso che non si possono più dire parolacce, perché non va bene per i bambini. E pieno di obblighi: devi battere in 25 secondi, puoi prendere l’asciugamano ma non puoi parlare con tua mamma in tribuna, devi sederti esattamente in quel posto e bere quella bibita. Se provi a esprimerti liberamente, arriva un punto di penalità. Le regole ci vogliono, ma sono troppe e troppo rigide. E tutto un “Non si può””.

Sulla scia di questo discorso, è facile prevedere che uno dei suoi preferiti sia Nick Kyrgios. “Lo adoro perché dietro ogni sua partita c’è una storia, una reazione, un’interpretazione, qualcosa da raccontare. Altri arrivano anche in finale e non sai come e perché. Uno così fa bene al gioco e fa bene a sé stesso perché si esprime per quello che è. Perciò adoro anche Benoit (Paire, ndr), che è troppo – è vero – ma offre davvero qualcosa di molto personale. Perché poi, se vai a vedere, la gente vuole vedere l’anima”.

“Cosa piaceva di McEnroe? Il suo rovescio e il suo diritto? No, la sua personalità. Oggi McEnroe non finirebbe una partita. Vale lo stesso discorso per Nastase. Quanti ragazzi hanno iniziato a giocare a tennis grazie a Nastase? Tantissimi, perché era divertentissimo. Ora è tutto noioso. Non fraintendetemi, Nadal e Djokovic sono fenomenali ma prevedibili. Che voce ha Zverev? Non lo so, mai sentita. Vorrei microfoni ovunque in modo che questi giocatori possano esprimersi. Vorrei che ridessero, urlassero, scherzassero, piangessero. Vedere Federer e Nadal mano nella mano che piangono è il massimo perché esprimono la loro umanità“.

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ATP

Nadal: “Il pianto per Federer? L’emozione mi è sfuggita di mano. Ma non penso al mio ritiro”

Il campione spagnolo a Cadena Cope ha parlato dell’immagine di lui emozionato durante l’addio al tennis dello svizzero

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

Rafael Nadal da giorni è tornato a casa sua, in Spagna, per riprendere la normale routine di allenamenti e soprattutto per accudire la moglie incinta, sua priorità in questo momento. L’immagine di lui commosso mano nella mano con Federer durante la serata del suo addio al tennis ha fatto il giro del mondo e probabilmente resterà nella storia. Così Cadena Cope, emittente radiofonica spagnola, lo ha contattato per parlarne. “Sono una persona sensibile, e quando vedo qualcuno emozionarsi in quel modo non resto indifferente – ha spiegato Nadal -. Con Roger la cosa mi è sfuggita di mano, ho pianto sia in campo che nello spogliatoio. Ho provato tantissime cose ed era impossibile non commuoversi. Ma non ho pensato al mio ritiro”, spiega Nadal, rassicurando chi temeva che quelle lacrime nascondessero la consapevolezza che anche la fine della sua carriera è vicina.

Nadal spiega: “So che sono nel tratto finale della mia carriera, e il mio addio arriverà a un certo punto, tra un tempo ‘x’ o ‘y’, però non piangevo per quello. Non è una cosa che voglio considerare ora. La mia commozione era legata esclusivamente a Roger e all’ammirazione che provo per lui“. Nadal ha raccontato alcuni aneddoti del suo bellissimo rapporto con Federer, spiegando che lo chiama in privato Rogelio. “Il nostro rapporto ha avuto diverse fasi. Fin dall’inizio è stato bello, poi si è rafforzato col passare degli anni. Le persone normali apprezzano un rivale, purchè sia una bella persona. Sicuramente la nostra amicizia durerà negli anni”, conclude la leggenda spagnola. Che ora inizia una fase della sua carriera particolare, quella senza Roger Federer come avversario.

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