A scuola dai professionisti: tennis, diagnosi e terapia

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A scuola dai professionisti: tennis, diagnosi e terapia

Per la rubrica ISMCA Franco Castelli spiega come l’iter diagnostico, utilizzato in medicina per l’inquadramento di un paziente, possa essere applicato al tennis. Obiettivo? Formulare un programma di allenamento personalizzato e ottimizzarne l’efficienza

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L’articolo precedente di Franco Castelli sulla tecnica dello psicodramma applicata al tennis

La rubrica ISMCA ospita un nuovo contributo del medico, psichiatra e psicoterapeuta Franco Castelli, coach GPTCA e membro ISMCA, docente di scuole di psicoterapia e psicodramma e mental coach di tennisti agonisti.

Per comprendere il lavoro da svolgere con un giocatore di tennis è importante una valutazione iniziale per riuscire a capire punti forti e punti deboli, quali sono i problemi principali del suo gioco e come operare per ottimizzare le sue prestazioni in campo. L’approccio a questo tipo di valutazione è sicuramente influenzato della mia formazione medica.  Di fronte a un paziente il medico inizialmente raccoglie l’anamnesi, da intendersi come la storia del paziente e della sua malattia, che comprende il venire a conoscenza dello sviluppo del paziente,  delle sue malattie pregresse e dei suoi problemi attuali. In secondo luogo viene chiesto al paziente quali sono i suoi sintomi, da quanto tempo questi perdurano e come si manifestano. La terza fase comporta l’effettuazione di una visita medica che valuta con l’esame obiettivo le condizioni cliniche del paziente. In una quarta fase può essere richiesto un approfondimento diagnostico tramite la richiesta di esami strumentali o di laboratorio. Raccolti tutti questi elementi viene stabilita la diagnosi o ipotesi diagnostica e si propone la terapia. Le diverse fasi quindi possono essere riassunte come: anamnesi, raccolta dei sintomi, esame obiettivo, esami strumentali e di laboratorio, diagnosi, terapia.

 

Allo stesso modo, nell’approccio al tennista agonista si valuta la sua storia, i risultati raggiunti  in passato e  recentemente. Indicatori oggettivi di questa fase sono le partite vinte, le partite perse e soprattutto il ranking, che ci può dare importanti informazioni sull’andamento prestazionale dell’atleta. Ci fa capire se è in crescita, se attraversa una fase calante, se i suoi risultati sono costanti o discontinui. Molti tennisti  tendono a sopravvalutarsi, con frasi tipo “Sarei stato il numero  uno,  se non avessi avuto quell’infortunio,  se avessi trovato l’allenatore giusto, se fossi stato 20 cm più alto, se… se… se…”. Altri invece tendono a sottovalutarsi, con frasi come “Quando gioco in partita faccio schifo, non riuscirò mai di arrivare tra i primi, sto pensando di smettere non ne vale la pena“. Al di là delle autovalutazioni, che sono sicuramente importanti, l’unica cosa oggettivabile è il ranking. Che corrisponde alle partite vinte, alle partite perse e al raggiungimento di risultati concreti. Quindi un numero, una posizione, che può essere il punto di partenza di un percorso che ci darà modo di capire, più avanti nel tempo, se il nostro lavoro sta funzionando o no. Altre valutazioni sono troppo soggettive, tipo “Da quando lavora con me è migliorato il suo dritto, da quando lavora con me vince di più, da quando lavora con me è più tranquillo”. Tutte valutazioni soggettive, che non ci dicono se il tennista è migliorato o meno. Questo ce lo dice solo il ranking, capace di valutare la posizione iniziale e la posizione raggiunta dopo un certo periodo di lavoro.

Valutazione dei sintomi e problemi.  Viene chiesto al giocatore quali ritiene siano i suoi problemi di carattere tecnico, tattico, fisico, mentale. Questa valutazione viene supportata da un questionario di valutazione, che viene consegnato all’inizio del lavoro al giocatore e che ha una duplice funzione.  La prima è quella di interrogarsi sul proprio gioco, di porsi delle domande su quali sono le proprie capacità, difficoltà e possibilità di migliorare il proprio gioco. Corrisponde all’inizio di un lavoro di consapevolezza di sé, fondamentale per progredire e ottimizzare le proprie prestazioni. In secondo luogo stabilisce un punto di partenza del lavoro, valutando punti forti e punti critici, che poi saranno rivalutati a distanza di tempo, tramite la somministrazione dello stesso questionario, per capire che cosa è migliorato, che cosa è peggiorato, che cosa è rimasto invariato. Lo stesso questionario di valutazione viene somministrato al coach, in modo che anche lui stabilisca il suo punto di vista sul suo giocatore, ponendosi e rispondendo alle stesse domande. In caso di agonisti under 18 il questionario viene somministrato anche ai genitori del giocatore, per avere il loro punto di vista. I familiari sono depositari di un vasto archivio di memorie di incontri del giocatore, avendo assistito più di chiunque altro alle sue partite, fin da quando era piccolo. Inoltre coinvolgerli direttamente nel programma di lavoro aiuta la collaborazione, indispensabile per poter portare avanti obiettivi comuni. I questionari vengono poi confrontati per capire se c’è una condivisione di quali sono le problematiche principali, i punti di forza e gli obiettivi, o non c’è ma ci sono punti di vista differenti.

Nel caso di una valutazione di un tennista, però, la cosa più interessante, prima del contatto diretto con l’atleta e della sua autovalutazione, è poter fare una valutazione obiettiva del suo gioco, che corrisponde all’esame obiettivo medico. Può essere utile in questo senso visionare una partita del tennista e raccogliere materiale video di uno o più suoi incontri, magari ad insaputa del giocatore e prima di conoscerlo, in modo di avere un’immagine obiettiva, non influenzata da altri. Quali sono le informazioni che si possono trarre da questa analisi? Si possono valutare il tipo di gioco del tennista, i suoi punti di forza, i suoi punti di debolezza. Con alcuni parametri che sono importanti per capire, poi, quali priorità dare al lavoro di allenamento. Ad esempio, quanto il tennista entra dentro il campo giocando, la distanza prevalente che occupa dalla linea di fondo, la sua propensione ad attaccare o difendere, la consistenza e la continuità di gioco, le differenza tra prima e seconda palla di servizio, la risposta alla prima e seconda palla di servizio, la capacità di gestione del punto e del match nel suo insieme. Queste sono alcune delle indicazioni di carattere tecnico-tattico che possiamo trarre da questa valutazione.

Altro parametro che può essere valutato è la condizione fisica. Come viene influenzata dalla fatica, dalla durata dell’incontro, dalle condizioni stressanti del match, dalle condizioni atmosferiche, dal gioco dell’avversario, dalle diverse fasi del match, dal diverso terreno di gioco – sintetico, terra, erba -. Ci sono giocatori che partono lenti e si riscaldano con il progredire dell’incontro, altri che partono forti e tendono a calare nel tempo.

Terzo parametro da valutare è la condizione mentale del giocatore, che si evidenzia analizzando:

  • il livello di attivazione – Ad esempio viene valutata la gestione dei primi game, per capire il livello di attivazione con cui il giocatore entra in campo, la reattività, se è scarico o troppo carico
  • il livello di attenzione – Come si mantiene e si modifica durante l’incontro in relazione alle diverse fasi della partita. Ci sono giocatori che soffrono i primi game dell’incontro ed impiegano tempo per entrare in partita, regalando così all’avversario punti facili, che poi sono difficili da recuperare. Altri giocatori fanno fatica a mantenere alto il livello di attenzione e concentrazione all’inizio del secondo set, dopo aver vinto il primo e tendono per qualche game ad allontanarsi mentalmente dall’incontro, perdendo la presenza attiva in campo
  • i thriller points – si tratta dei punti fondamentali dell’incontro, quelli che sono causa di tensione psicofisica, ansie e timori di non farcela. Mi riferisco ai match point, ai set point, ai tie-break, alle palle break, a tutti quei punti che sono decisivi per l’andamento dell’incontro. È importante capire come li vive il giocatore, qual’è il suo atteggiamento in quei momenti, quando è capace di conquistarsi il punto e quando lo spreca, se si parla addosso attaccandosi o si infonde coraggio, se il suo corpo reagisce alla tensione contraendosi e bloccando la fluidità del movimento
  • le pause – Sono gli intervalli di tempo tra punto e punto, tra la prima e la seconda palla di servizio, tra game e game, tra set e set, il cambio di campo. È importante osservare cosa succede se perde o vince il punto, ancoraggi e rituali. La pause possono essere momenti di ricarica, utilizzabili per riprendere fiato e concentrazione e rientrare nel match con una maggiore presenza fisica e mentale, o possono essere momenti nei quali il giocatore si perde e si allontana dal match, spaccando racchette, prendendosela con sè stesso, lasciandosi andare allo sconforto e alla sfiducia dei propri mezzi
  • l’atteggiamento – Il modo di stare in campo può essere diverso per ogni giocatore. Si può valutare se quando è in partita è sicuro, tranquillo, teso, nervoso, sfiduciato, assente, aggressivo o passivo. Importante è la valutazione degli elementi che possono modificare l’atteggiamento e da cosa può essere condizionato. Ad esempio alcuni giocatori partono già sconfitti, se devono affrontare un avversario più posizionato in classifica. Altri soffrono la presenza dei genitori o dello stesso coach durante l’incontro. Alcuni si abbattono dopo i primi errori, altri si attivano se sono provocati. Osservare se l’atteggiamento è diverso in partita rispetto l’allenamento: alcuni giocatori sono spavaldi in allenamento e si perdono in partita, altri riescono a rendere al meglio se sono stimolati dalla competizione dell’incontro.

Quando si vuole approfondire o chiarire un’ipotesi diagnostica formulata in base ad anamnesi, sintomatologia ed esame obiettivo del paziente, si prescrivono, al paziente esami strumentali e di laboratorio. L’equivalente in campo tennistico possono essere dei test di valutazione, eseguiti in campo mediante esercitazioni specifiche. Si possono pensare esercitazioni che testano quantitativamente le capacità dell’atleta, come: test sull’attenzione, test sulla precisione, test sulle capacità di trasformazione, test di variazione del ritmo di gioco, ecc.
Mi soffermo su un test che ho elaborato personalmente, il Grafico sulla percentuale di rendimento in partita a game per game. Il giocatore, dopo la partita, disegna un grafico che corrisponda alla percentuale di rendimento in partita game per game. Il visualizzare, mediante la curva di rendimento in partita, la prestazione appena eseguita, consente un’analisi approfondita dell’incontro, la comprensione di quali sono stati punti di svolta ed i punti critici, l’andamento nel tempo del rendimento in partita. Queste considerazioni sono importanti per acquisire conoscenza del proprio gioco, consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.

Questi test, eseguiti all’inizio del programma di lavoro di tennista, possono essere eseguiti nuovamente a distanza di tempo, per valutare se le performance, nelle diverse aree di riferimento, sono migliorate, peggiorate, o rimaste immodificate nel tempo. Questo materiale, annotato per iscritto – verba volant, scripta manent -, diventa prezioso per impostare un programma di allenamento proprio partendo dalle difficoltà specifiche viste in campo, al fine di creare un progetto di lavoro personalizzato, specifico per il singolo giocatore e le sue caratteristiche tecniche, tattiche, fisiche e mentali.

Al termine di questa valutazione diagnostica, dovremmo essere in possesso di dati, informazioni e conoscenze che ci consentono di impostare un programma terapeutico, se stiamo parlando delle problematiche di un paziente in un contesto medico, o un programma di allenamento, se stiamo parlando di un atleta in un contesto sportivo. Il programma di allenamento di un tennista risulta così essere personalizzato in relazione alle conoscenze specifiche delle sue capacità tecniche, tattiche, fisiche e mentali, che abbiamo acquisito nella valutazione diagnostica descritta. Nell’impostazione di un programma di preparazione mentale di un tennista, la cui funzione sia di integrare le diverse aree (tecnica, tattica, fisica e mentale), è indispensabile che il lavoro, anche sul piano mentale, sia svolto direttamente sul campo. In tal senso viene svolto sul campo un training psicosomatico, partendo da esercitazioni specifiche che affrontino le problematiche rilevate nella fase diagnostica, in modo da fare esperienza diretta in allenamento delle difficoltà che abitualmente il tennista vive durante la partita. Questa situazione stressante e frustrante, riprodotta nella prima parte dell’allenamento, consente la possibilità, in primo luogo, dello sviluppo di una consapevolezza da parte del giocatore stesso delle proprie problematiche. In secondo luogo, dopo una riflessione congiunta sulle difficoltà appena vissute, si apre l’opportunità di trovare insieme altre soluzioni al problema, nuovi copioni e schemi di gioco da rappresentare e sperimentare immediatamente in campo nella seconda parte dell’allenamento. Se io faccio esperienza diretta del problema in allenamento, quando mi ritrovo in partita lo conosco già, ed è più facile per me trovare una soluzione in quanto l’ho già sperimentata nell’allenamento stesso.

Quindi, invece di acquisire nuove conoscenze di sé tramite la parola e il dialogo con uno psicoterapeuta, con questa metodica di lavoro apprendo direttamente dall’esperienza, secondo il principio ed il modello della mente di Wilfred Bion. L’esperienza vissuta – prima della frustrazione per non essere riuscito ad eseguire al meglio l’esercizio proposto, poi della soddisfazione per aver individuato il problema e trovato la soluzione – facilita l’acquisizione di nuove idee e pensieri, allarga lo spazio mentale, aumenta la consapevolezza di sé e del proprio gioco, indispensabile per diventare registi delle proprie partite ed ottimizzare le proprie prestazioni in partita.

Per concludere, è interessante ricordare che l’obiettivo principale della medicina non è il curare le malattie dei pazienti, ma operare per la salute della persona. Il rischio della medicina attuale è quello di adoperarsi per la risoluzione del sintomo con una terapia efficace, invece di inquadrare il sintomo in un contesto che comprenda corpo e mente della persona, al fine di ritrovare uno stato di benessere generale. Allo stesso modo risolvere il problema della risposta al servizio di un tennista o della sua solidità durante l’incontro, limitandosi ad un lavoro tecnico, potrebbe essere una terapia efficace solo per il sintomo, ma se non inquadrato in un contesto generale, che comprenda tecnica, tattica, condizione fisica e mentale, potrebbe non modificare in senso positivo il gioco del tennista e l’ottenimento di risultati sul campo.

Propongo allora un esempio di cosa significa diagnosi e terapia riferita al tennis. Se dalla valutazione diagnostica risulta che le principali problematiche del giocatore sono relative all’attenzione, al ritmo di gioco, alla risposta alla prima palla di servizio, alla gestione dei thriller points, si imposta la terapia o il lavoro dell’allenamento con un programma di lavoro personalizzato ed esercitazioni specifiche rivolte alle problematiche emerse nella valutazione diagnostica. Ho elaborato una scheda, chiamata “Tennis: Diagnosi e Terapia” per la valutazione tecnica, tattica, fisica e mentale del tennista, che riassume le diverse fasi esposte e può essere utilizzata come metodo di lavoro. La possibilità di utilizzare un metodo scientifico, sia in fase diagnostica che nella programmazione di un lavoro di allenamento, può consentire di integrare i diversi aspetti tecnici, tattici, fisici e mentali, di potenziare l’efficienza del training e ottenere una miglior performance in partita.

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Australian Open

Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

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Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

 

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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evidenza

Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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