A scuola dai professionisti: tennis, diagnosi e terapia

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A scuola dai professionisti: tennis, diagnosi e terapia

Per la rubrica ISMCA Franco Castelli spiega come l’iter diagnostico, utilizzato in medicina per l’inquadramento di un paziente, possa essere applicato al tennis. Obiettivo? Formulare un programma di allenamento personalizzato e ottimizzarne l’efficienza

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L’articolo precedente di Franco Castelli sulla tecnica dello psicodramma applicata al tennis

La rubrica ISMCA ospita un nuovo contributo del medico, psichiatra e psicoterapeuta Franco Castelli, coach GPTCA e membro ISMCA, docente di scuole di psicoterapia e psicodramma e mental coach di tennisti agonisti.

Per comprendere il lavoro da svolgere con un giocatore di tennis è importante una valutazione iniziale per riuscire a capire punti forti e punti deboli, quali sono i problemi principali del suo gioco e come operare per ottimizzare le sue prestazioni in campo. L’approccio a questo tipo di valutazione è sicuramente influenzato della mia formazione medica.  Di fronte a un paziente il medico inizialmente raccoglie l’anamnesi, da intendersi come la storia del paziente e della sua malattia, che comprende il venire a conoscenza dello sviluppo del paziente,  delle sue malattie pregresse e dei suoi problemi attuali. In secondo luogo viene chiesto al paziente quali sono i suoi sintomi, da quanto tempo questi perdurano e come si manifestano. La terza fase comporta l’effettuazione di una visita medica che valuta con l’esame obiettivo le condizioni cliniche del paziente. In una quarta fase può essere richiesto un approfondimento diagnostico tramite la richiesta di esami strumentali o di laboratorio. Raccolti tutti questi elementi viene stabilita la diagnosi o ipotesi diagnostica e si propone la terapia. Le diverse fasi quindi possono essere riassunte come: anamnesi, raccolta dei sintomi, esame obiettivo, esami strumentali e di laboratorio, diagnosi, terapia.

 

Allo stesso modo, nell’approccio al tennista agonista si valuta la sua storia, i risultati raggiunti  in passato e  recentemente. Indicatori oggettivi di questa fase sono le partite vinte, le partite perse e soprattutto il ranking, che ci può dare importanti informazioni sull’andamento prestazionale dell’atleta. Ci fa capire se è in crescita, se attraversa una fase calante, se i suoi risultati sono costanti o discontinui. Molti tennisti  tendono a sopravvalutarsi, con frasi tipo “Sarei stato il numero  uno,  se non avessi avuto quell’infortunio,  se avessi trovato l’allenatore giusto, se fossi stato 20 cm più alto, se… se… se…”. Altri invece tendono a sottovalutarsi, con frasi come “Quando gioco in partita faccio schifo, non riuscirò mai di arrivare tra i primi, sto pensando di smettere non ne vale la pena“. Al di là delle autovalutazioni, che sono sicuramente importanti, l’unica cosa oggettivabile è il ranking. Che corrisponde alle partite vinte, alle partite perse e al raggiungimento di risultati concreti. Quindi un numero, una posizione, che può essere il punto di partenza di un percorso che ci darà modo di capire, più avanti nel tempo, se il nostro lavoro sta funzionando o no. Altre valutazioni sono troppo soggettive, tipo “Da quando lavora con me è migliorato il suo dritto, da quando lavora con me vince di più, da quando lavora con me è più tranquillo”. Tutte valutazioni soggettive, che non ci dicono se il tennista è migliorato o meno. Questo ce lo dice solo il ranking, capace di valutare la posizione iniziale e la posizione raggiunta dopo un certo periodo di lavoro.

Valutazione dei sintomi e problemi.  Viene chiesto al giocatore quali ritiene siano i suoi problemi di carattere tecnico, tattico, fisico, mentale. Questa valutazione viene supportata da un questionario di valutazione, che viene consegnato all’inizio del lavoro al giocatore e che ha una duplice funzione.  La prima è quella di interrogarsi sul proprio gioco, di porsi delle domande su quali sono le proprie capacità, difficoltà e possibilità di migliorare il proprio gioco. Corrisponde all’inizio di un lavoro di consapevolezza di sé, fondamentale per progredire e ottimizzare le proprie prestazioni. In secondo luogo stabilisce un punto di partenza del lavoro, valutando punti forti e punti critici, che poi saranno rivalutati a distanza di tempo, tramite la somministrazione dello stesso questionario, per capire che cosa è migliorato, che cosa è peggiorato, che cosa è rimasto invariato. Lo stesso questionario di valutazione viene somministrato al coach, in modo che anche lui stabilisca il suo punto di vista sul suo giocatore, ponendosi e rispondendo alle stesse domande. In caso di agonisti under 18 il questionario viene somministrato anche ai genitori del giocatore, per avere il loro punto di vista. I familiari sono depositari di un vasto archivio di memorie di incontri del giocatore, avendo assistito più di chiunque altro alle sue partite, fin da quando era piccolo. Inoltre coinvolgerli direttamente nel programma di lavoro aiuta la collaborazione, indispensabile per poter portare avanti obiettivi comuni. I questionari vengono poi confrontati per capire se c’è una condivisione di quali sono le problematiche principali, i punti di forza e gli obiettivi, o non c’è ma ci sono punti di vista differenti.

Nel caso di una valutazione di un tennista, però, la cosa più interessante, prima del contatto diretto con l’atleta e della sua autovalutazione, è poter fare una valutazione obiettiva del suo gioco, che corrisponde all’esame obiettivo medico. Può essere utile in questo senso visionare una partita del tennista e raccogliere materiale video di uno o più suoi incontri, magari ad insaputa del giocatore e prima di conoscerlo, in modo di avere un’immagine obiettiva, non influenzata da altri. Quali sono le informazioni che si possono trarre da questa analisi? Si possono valutare il tipo di gioco del tennista, i suoi punti di forza, i suoi punti di debolezza. Con alcuni parametri che sono importanti per capire, poi, quali priorità dare al lavoro di allenamento. Ad esempio, quanto il tennista entra dentro il campo giocando, la distanza prevalente che occupa dalla linea di fondo, la sua propensione ad attaccare o difendere, la consistenza e la continuità di gioco, le differenza tra prima e seconda palla di servizio, la risposta alla prima e seconda palla di servizio, la capacità di gestione del punto e del match nel suo insieme. Queste sono alcune delle indicazioni di carattere tecnico-tattico che possiamo trarre da questa valutazione.

Altro parametro che può essere valutato è la condizione fisica. Come viene influenzata dalla fatica, dalla durata dell’incontro, dalle condizioni stressanti del match, dalle condizioni atmosferiche, dal gioco dell’avversario, dalle diverse fasi del match, dal diverso terreno di gioco – sintetico, terra, erba -. Ci sono giocatori che partono lenti e si riscaldano con il progredire dell’incontro, altri che partono forti e tendono a calare nel tempo.

Terzo parametro da valutare è la condizione mentale del giocatore, che si evidenzia analizzando:

  • il livello di attivazione – Ad esempio viene valutata la gestione dei primi game, per capire il livello di attivazione con cui il giocatore entra in campo, la reattività, se è scarico o troppo carico
  • il livello di attenzione – Come si mantiene e si modifica durante l’incontro in relazione alle diverse fasi della partita. Ci sono giocatori che soffrono i primi game dell’incontro ed impiegano tempo per entrare in partita, regalando così all’avversario punti facili, che poi sono difficili da recuperare. Altri giocatori fanno fatica a mantenere alto il livello di attenzione e concentrazione all’inizio del secondo set, dopo aver vinto il primo e tendono per qualche game ad allontanarsi mentalmente dall’incontro, perdendo la presenza attiva in campo
  • i thriller points – si tratta dei punti fondamentali dell’incontro, quelli che sono causa di tensione psicofisica, ansie e timori di non farcela. Mi riferisco ai match point, ai set point, ai tie-break, alle palle break, a tutti quei punti che sono decisivi per l’andamento dell’incontro. È importante capire come li vive il giocatore, qual’è il suo atteggiamento in quei momenti, quando è capace di conquistarsi il punto e quando lo spreca, se si parla addosso attaccandosi o si infonde coraggio, se il suo corpo reagisce alla tensione contraendosi e bloccando la fluidità del movimento
  • le pause – Sono gli intervalli di tempo tra punto e punto, tra la prima e la seconda palla di servizio, tra game e game, tra set e set, il cambio di campo. È importante osservare cosa succede se perde o vince il punto, ancoraggi e rituali. La pause possono essere momenti di ricarica, utilizzabili per riprendere fiato e concentrazione e rientrare nel match con una maggiore presenza fisica e mentale, o possono essere momenti nei quali il giocatore si perde e si allontana dal match, spaccando racchette, prendendosela con sè stesso, lasciandosi andare allo sconforto e alla sfiducia dei propri mezzi
  • l’atteggiamento – Il modo di stare in campo può essere diverso per ogni giocatore. Si può valutare se quando è in partita è sicuro, tranquillo, teso, nervoso, sfiduciato, assente, aggressivo o passivo. Importante è la valutazione degli elementi che possono modificare l’atteggiamento e da cosa può essere condizionato. Ad esempio alcuni giocatori partono già sconfitti, se devono affrontare un avversario più posizionato in classifica. Altri soffrono la presenza dei genitori o dello stesso coach durante l’incontro. Alcuni si abbattono dopo i primi errori, altri si attivano se sono provocati. Osservare se l’atteggiamento è diverso in partita rispetto l’allenamento: alcuni giocatori sono spavaldi in allenamento e si perdono in partita, altri riescono a rendere al meglio se sono stimolati dalla competizione dell’incontro.

Quando si vuole approfondire o chiarire un’ipotesi diagnostica formulata in base ad anamnesi, sintomatologia ed esame obiettivo del paziente, si prescrivono, al paziente esami strumentali e di laboratorio. L’equivalente in campo tennistico possono essere dei test di valutazione, eseguiti in campo mediante esercitazioni specifiche. Si possono pensare esercitazioni che testano quantitativamente le capacità dell’atleta, come: test sull’attenzione, test sulla precisione, test sulle capacità di trasformazione, test di variazione del ritmo di gioco, ecc.
Mi soffermo su un test che ho elaborato personalmente, il Grafico sulla percentuale di rendimento in partita a game per game. Il giocatore, dopo la partita, disegna un grafico che corrisponda alla percentuale di rendimento in partita game per game. Il visualizzare, mediante la curva di rendimento in partita, la prestazione appena eseguita, consente un’analisi approfondita dell’incontro, la comprensione di quali sono stati punti di svolta ed i punti critici, l’andamento nel tempo del rendimento in partita. Queste considerazioni sono importanti per acquisire conoscenza del proprio gioco, consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.

Questi test, eseguiti all’inizio del programma di lavoro di tennista, possono essere eseguiti nuovamente a distanza di tempo, per valutare se le performance, nelle diverse aree di riferimento, sono migliorate, peggiorate, o rimaste immodificate nel tempo. Questo materiale, annotato per iscritto – verba volant, scripta manent -, diventa prezioso per impostare un programma di allenamento proprio partendo dalle difficoltà specifiche viste in campo, al fine di creare un progetto di lavoro personalizzato, specifico per il singolo giocatore e le sue caratteristiche tecniche, tattiche, fisiche e mentali.

Al termine di questa valutazione diagnostica, dovremmo essere in possesso di dati, informazioni e conoscenze che ci consentono di impostare un programma terapeutico, se stiamo parlando delle problematiche di un paziente in un contesto medico, o un programma di allenamento, se stiamo parlando di un atleta in un contesto sportivo. Il programma di allenamento di un tennista risulta così essere personalizzato in relazione alle conoscenze specifiche delle sue capacità tecniche, tattiche, fisiche e mentali, che abbiamo acquisito nella valutazione diagnostica descritta. Nell’impostazione di un programma di preparazione mentale di un tennista, la cui funzione sia di integrare le diverse aree (tecnica, tattica, fisica e mentale), è indispensabile che il lavoro, anche sul piano mentale, sia svolto direttamente sul campo. In tal senso viene svolto sul campo un training psicosomatico, partendo da esercitazioni specifiche che affrontino le problematiche rilevate nella fase diagnostica, in modo da fare esperienza diretta in allenamento delle difficoltà che abitualmente il tennista vive durante la partita. Questa situazione stressante e frustrante, riprodotta nella prima parte dell’allenamento, consente la possibilità, in primo luogo, dello sviluppo di una consapevolezza da parte del giocatore stesso delle proprie problematiche. In secondo luogo, dopo una riflessione congiunta sulle difficoltà appena vissute, si apre l’opportunità di trovare insieme altre soluzioni al problema, nuovi copioni e schemi di gioco da rappresentare e sperimentare immediatamente in campo nella seconda parte dell’allenamento. Se io faccio esperienza diretta del problema in allenamento, quando mi ritrovo in partita lo conosco già, ed è più facile per me trovare una soluzione in quanto l’ho già sperimentata nell’allenamento stesso.

Quindi, invece di acquisire nuove conoscenze di sé tramite la parola e il dialogo con uno psicoterapeuta, con questa metodica di lavoro apprendo direttamente dall’esperienza, secondo il principio ed il modello della mente di Wilfred Bion. L’esperienza vissuta – prima della frustrazione per non essere riuscito ad eseguire al meglio l’esercizio proposto, poi della soddisfazione per aver individuato il problema e trovato la soluzione – facilita l’acquisizione di nuove idee e pensieri, allarga lo spazio mentale, aumenta la consapevolezza di sé e del proprio gioco, indispensabile per diventare registi delle proprie partite ed ottimizzare le proprie prestazioni in partita.

Per concludere, è interessante ricordare che l’obiettivo principale della medicina non è il curare le malattie dei pazienti, ma operare per la salute della persona. Il rischio della medicina attuale è quello di adoperarsi per la risoluzione del sintomo con una terapia efficace, invece di inquadrare il sintomo in un contesto che comprenda corpo e mente della persona, al fine di ritrovare uno stato di benessere generale. Allo stesso modo risolvere il problema della risposta al servizio di un tennista o della sua solidità durante l’incontro, limitandosi ad un lavoro tecnico, potrebbe essere una terapia efficace solo per il sintomo, ma se non inquadrato in un contesto generale, che comprenda tecnica, tattica, condizione fisica e mentale, potrebbe non modificare in senso positivo il gioco del tennista e l’ottenimento di risultati sul campo.

Propongo allora un esempio di cosa significa diagnosi e terapia riferita al tennis. Se dalla valutazione diagnostica risulta che le principali problematiche del giocatore sono relative all’attenzione, al ritmo di gioco, alla risposta alla prima palla di servizio, alla gestione dei thriller points, si imposta la terapia o il lavoro dell’allenamento con un programma di lavoro personalizzato ed esercitazioni specifiche rivolte alle problematiche emerse nella valutazione diagnostica. Ho elaborato una scheda, chiamata “Tennis: Diagnosi e Terapia” per la valutazione tecnica, tattica, fisica e mentale del tennista, che riassume le diverse fasi esposte e può essere utilizzata come metodo di lavoro. La possibilità di utilizzare un metodo scientifico, sia in fase diagnostica che nella programmazione di un lavoro di allenamento, può consentire di integrare i diversi aspetti tecnici, tattici, fisici e mentali, di potenziare l’efficienza del training e ottenere una miglior performance in partita.

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Racconti

Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


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Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

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