Lo psicodramma dell’incontro di tennis: a scuola dai professionisti

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Lo psicodramma dell’incontro di tennis: a scuola dai professionisti

Franco Castelli sulla tecnica dello psicodramma applicata al tennis. Rivivere l’esperienza dei momenti difficili della partita, aiuta il giocatore a diventare consapevole delle emozioni in campo, a gestirle e trovare nuove soluzioni utilizzabili in futuro

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Roberta Vinci stringe la mano a Serena Williams - SF US Open 2015 (foto di Bob Straus)

Questo mese l’articolo della rubrica ISMCA è del medico, psichiatra e psicoterapeuta Franco Castelli. Coach GPTCA e membro ISMCA, docente di scuole di psicoterapia e psicodramma, Castelli allena come mental coach tennisti agonisti utilizzando un metodo psicosomatico direttamente sul campo da gioco.


INTRODUZIONE ALLO PSICODRAMMA – Lo psicodramma è una tecnica inventata da Jacob Levi Moreno ai primi del novecento. Medico, filosofo ed appassionato di teatro, Moreno (Bucarest 1889 – Beacon 1974) pensava che le emozioni, i problemi, le storie racchiuse dentro di noi che ci creano blocchi e difficoltà nel vivere quotidiano, potessero essere raccontate e messe in scena su un palcoscenico rappresentandole in prima persona come fossero un dramma o una commedia. Utilizzando la funzione catartica del teatro, già presente nelle tragedie del teatro greco, attori e spettatori vivono in prima persona drammi e conflitti rappresentati sul palcoscenico come fossero propri e così acquistano consapevolezza, se ne liberano e li risolvono nello spazio scenico del teatro.

Con la tecnica della visualizzazione si immaginano i momenti critici delle partite di tennis e questo aiuta poi, durante la partita, a viverli con meno tensione. Con lo psicodramma rappresento, interpreto e vivo in prima persona il momento critico della partita, rivivendolo sulla mia pelle e così, affrontandolo come fosse vero in un ambiente protetto, cerco di capire cosa mi ha messo in difficoltà e creato tensione e imparo a gestirlo diversamente, trovando un finale diverso alla storia della partita, nello spazio scenico del campo da tennis diventato palcoscenico.

 

I personaggi dello psicodramma, con l’aiuto del regista-terapeuta, sono scelti direttamente nel gruppo di lavoro dal tennista che racconta la storia della sua partita di tennis e possono essere: il tennista protagonista, l’avversario, il pubblico, il coach, ma anche la rete, la seconda palla di servizio, il match-point che diventano attori in scena con i quali confrontarsi, interagire e rivivere il momento critico della partita in prima persona. Al termine della sezione di psicodramma c’è un momento di restituzione nel quale i partecipanti al gruppo condividono insieme emozioni e vissuti, trovando chiavi nuove di letture e comprensione diretta dei problemi, avendoli vissuti in prima persona nello spazio scenico come esperienza diretta.

RELAZIONE TRA LO PSICODRAMMA E LA PARTITA DI TENNIS – Alcune partite di tennis potrebbero essere lette come storie, narrazioni di duelli tra due combattenti, dove colpi di scena, capovolgimenti di fronte, piccole tragedie, astuzie, possono cambiare il decorso e portare alla vittoria l’uno o l’altro dei due contendenti. Pensiamo a Ettore contro Achille, Ulisse e Polifemo, queste storie potrebbero essere raccontate come fossero delle partite di tennis, dove a volte vince il più forte, a volte il più astuto, a volte quello che sembra più debole, come è accaduto tra Roberta Vinci e Serena Williams all’US Open 2015, che fa rivivere la storia di Davide contro Golia. Pensiamo alla finale degli Internazionali di Roma 2017, dove l’incontro tra Zverev e Djokovic può essere letto come uno scontro generazionale o come l’allievo che batte il maestro. O pensiamo all’epico ed interminabile duello tra Federer e Nadal, che riaccende ogni volta la passione dei tifosi, come l’infinita battaglia tra Atene e Sparta.

Durante l’incontro di tennis accadono drammi, piccole tragedie, resurrezioni insospettate. Dei veri e propri psicodrammi possono essere messi in scena nel campo da tennis, dove il pubblico assiste come ad una commedia, e gli attori-giocatori danno vita a volte a vere proprie sceneggiate, scatti di rabbia e distruttività, vittorie e sconfitte, mai pareggi. È come se in questa dimensione venisse rappresentata l’idea del duello mortale, dove o si vince o si perde, dove o si vive, o si muore e si viene eliminati. Dove non c’è una possibilità intermedia, una via d’uscita che metta d’accordo tutti, una tregua, una pace, è sempre battaglia mortale, guerra all’ultimo sangue, dove chi perde viene eliminato, tagliato fuori dal gioco e non va avanti, non prosegue la propria vita nel torneo. Questa immagine forte pesa sull’incontro di tennis tra i due contendenti, che si stanno giocando il tutto per tutto in quel momento.

Considerare una partita di tennis come uno psicodramma, porta a pensare che i giocatori possono essere visti come attori e l’allenatore, il coach, come regista dello spettacolo, che non entra in scena, ma sta dietro le quinte. Il lungo lavoro di preparazione, le estenuanti prove per mettere in scena lo spettacolo, sono finalizzati al fatto che il suo attore protagonista dia il meglio di sé, che il suo tennista giochi al meglio delle sue capacità la partita.
Ma il nostro regista è regista di una commedia dell’arte, dove non c’è un testo già scritto, predefinito, ma un canovaccio, un canovaccio dal quale poi l’attore improvvisa. Il Canovaccio potrebbe essere inteso come le regole del gioco. La maestria dell’attore potrebbe essere intesa come la capacità tecniche del giocatore. Il teatro potrebbe essere rappresentato dal campo come palcoscenico e dalle tribune come la platea. Ma il tennis, come la commedia dell’arte, è uno sport situazionale, mai uguale a se stesso, dove ogni rappresentazione è diversa l’una dall’altra. Questo obbliga sia l’attore che il giocatore a stare in scena sempre attento a che cosa accade nel campo-palcoscenico, per trovare il modo di inserire una battuta, compiere un movimento inaspettato, esprimere con il corpo, con il gesto tecnico, qualcosa di sorprendente. Il che vuol dire restare sempre attenti a come arriva la palla, a come arriva la battuta dell’altro attore, per poter rispondere subito, sempre con un certo ritmo e in modo adeguato di volta in volta.

ESERCITAZIONI IN CAMPO – Ma come portare tutto questo in campo con esercitazioni o allenamenti da svolgere? Si propongono esercitazioni nelle quali si chiede al tennista di uscire dai propri schemi, diversificandoli e rendendoli flessibili di volta in volta in situazioni diverse utilizzando due modalità, illustrate nel seguito.

1) Cambiare registro. Allenare la flessibilità mentale ed emotiva
L’obiettivo di questi esercizi è allenare l’atleta ai cambi di situazione, ai cambi di vissuti emotivi, ai cambi di tensione presenti in campo durante la partita, ai momenti decisivi dell’incontro nei quali è particolarmente importante riuscire ad essere presenti a sé stessi e ad avere la capacità di modificare il proprio gioco, il proprio atteggiamento in relazione al momento, a cosa viene richiesto in quella fase di gioco.

Dopo le esercitazioni, che vengono proposte direttamente in campo al giocatore o al gruppo di giocatori, si propone una fase di riflessione, dove si analizzano i vissuti emersi durante il lavoro svolto, in modo tale che oltre al vissuto emotivo corporeo, di cui si è fatto esperienza durante l’esercitazione, ci sia anche una fase di mentalizzazione, dove si approfondisce la conoscenza di sé, la consapevolezza dei propri gesti e della capacità di gestire le proprie emozioni nei momenti difficili della partita di tennis, in modo tale da diventare padrone del proprio gioco. Ad esempio si propone all’allievo di giocare alcuni games contro uno sparring partner. Obbligando il nostro giocatore ad alcune condizioni limitanti rispetto l’avversario. Come un restringimento del campo dell’avversario o la possibilità di giocare una sola palla al servizio. Lasciando invece allo sparring la possibilità di giocare utilizzando tutto il campo di gioco del nostro allievo o le due palle di servizio.

Quali sono gli intenti di questa esercitazione? Sono quelli di: a) allenare la capacità di concentrazione, la precisione e profondità dei colpi; b) creare volutamente situazioni stressanti e sentimenti di frustrazione simili a quelli della partita vera; c) suscitare nell’allievo, giocando in condizioni svantaggiate  rispetto all’avversario, irritazione, nervosismo, sentimenti di sconforto e svalutazione, tipici dei momenti critici.

A questo punto si chiede al giocatore di esplicitare che cosa prova, che emozioni sta vivendo, qual’è il vissuto personale. Partendo proprio da questi sentimenti negativi, si propone al  giocatore di provare a trasformare questo sconforto in un vissuto emotivo differente. Ad esempio gli si chiede di non giocare più sconfortato, ma arrabbiato. Dicendogli: “Adesso non sei più triste e sconfortato. Ora sei arrabbiato. Come un animale ferito che lotta per la sopravvivenza“. Aiutandolo a trovare la postura, l’atteggiamento, lo sguardo che possa esprimere questo sentimento, anche scherzandoci sopra come fosse un gioco delle parti. Per poi in un secondo momento passare alla leggerezza e dirgli: “Adesso gioca come una farfalla. Attraversi il campo volando. Colpisci la palla come un battito d’ali. Per poi tornare a giocare sconfortato e poi magari velocissimo come un ghepardo.

L’aver sperimentato la modificazione dei propri vissuti in allenamento, passando da uno stato emotivo ad un altro, consente la possibilità di trasformare i propri sentimenti di rabbia e frustrazione, anche nei momenti difficili della partita, in altre sensazioni e atteggiamenti più propositivi e produttivi. Il metodo teatrale ideato da Stanislavskij prevede che l’attore si immedesimi nei diversi personaggi, assumendo come fossero propri i suoi pensieri e atteggiamenti, le sue parole e posture. Tale metodo ha raccolto l’insegnamento dello Psicodramma di Moreno e può essere applicato al tennis, anche perché in questo modo la mentalizzazione e la consapevolezza di sé e del proprio gioco, non diventa un processo pesante e faticoso, ma si acquisisce su campo in una atmosfera ludica, dove sta alla capacità del mental coach la possibilità di alleggerire le dinamiche, utilizzando ironia, fantasia e creatività.

2) Psicodramma dei thriller point della partita di tennis
Cosa sono i thriller point?
 In analogia con i trigger point, sono quei punti della partita, che se vengono stimolati rievocati, suscitano stati d’animo di tensione, ansia, incertezza, una sorta di suspense come la sensazione di un pericolo imminente, caratterizzata dal timore che possa accadere qualcosa di grave, di negativo, che la palla possa finire in rete, la partita possa finire male.

A livello fisico i thriller point si manifestano con stati di tensione ed eccitazione che pervadono tutto l’organismo, sia mentalmente, sia fisicamente, che alcune volte hanno il potere paralizzante le normali funzioni motorie, facendo regredire in quel momento la motricità del tennista a schemi motori passati e grossolani. Pensate al braccio corto, all’impaccio muscolare che in alcuni momenti critici della partita prende il sopravvento facendo sbagliare al tennista colpi che abitualmente esegue senza problemi.

Per iniziare a mettere in scena lo psicodramma della partita di tennis si parte proprio dai thriller point e si chiede al giocatore di raccontare un episodio nel quale si è trovato in difficoltà durante una partita, o se ci sono situazioni critiche che si ripresentano spesso durante i suoi incontri. Potrebbe essere un tie-break che si è perso, l’essere stato sconfitto da un giocatore di più basso livello, un calo di concentrazione in un momento decisivo dell’incontro, ecc…

Partendo dalla storia raccontata dal giocatore, la si mette in scena, direttamente nel campo da tennis. Il giocatore sceglie i personaggi protagonisti della storia tra i componenti del proprio gruppo di lavoro o staff, aiutato nella scelta dalla figura del coach-regista, e affida loro i diversi ruoli. Quali sono questi ruoli? Si inizia con quello del giocatore stesso, che può essere affidato anche ad un altro membro dello staff con lo scopo di modificare l’abituale punto di vista del giocatore sulla sua partita, come avere la possibilità di vedersi da fuori mentre si sta giocando. L’avversario, che a volte può essere interpretato dal nostro giocatore per dargli la possibilità di entrare nel gioco, nella mente, nella psicologia dell’avversario che ha di fronte, di conoscerlo meglio ed in questo modo capire quali sono i suoi punti forti e quali sono i suoi punti deboli. Il coach, il giudice arbitro, il pubblico, sono altri personaggi che possono entrare in scena. I personaggi possono appartenere anche al mondo di relazione del giocatore, come i genitori, la fidanzata o il fidanzato, lo zio, il primo maestro, il dirigente della federazione, ma anche al mondo interno del paziente, come la sfiducia in se stesso, la paura di vincere, la rabbia per un punto perso. Oppure possono essere oggetti che entrano in gioco durante la partita, come la rete, la palla, racchetta, la linea del campo, che prendono forma ed entrano in scena svolgendo un ruolo a volte decisivo. In questo modo si rappresenta la scena iniziale ed ognuno comincia interpretare la propria parte, vivendola in prima persona come nella realtà. I personaggi in campo interagendo tra loro, spesso reinventano una nuova trama diversa da quella della partita persa e a volte trovano nuove soluzioni, proprio affrontando direttamente i conflitti nel palcoscenico del campo da tennis.

Dopo la messa in scena e alla fine della rappresentazione viene chiesto dal coach-regista una riflessione su quanto accaduto: quali emozioni ha suscitato il rivivere l’episodio, quali i vissuti hanno provato i diversi componenti dello psicodramma, quali sono stati cambiamenti della storia rispetto a quanto era accaduto durante la partita persa. La fase di mentalizzazione aiuta nuove conoscenze di sé, apre nuove possibilità e soluzioni, ma soprattutto l’aver vissuto, nello spazio protetto dello psicodramma, un copione diverso in prima persona come esperienza diretta, diventa un bagaglio personale che nel momento nel quale si presenta la stessa situazione già vissuta nello psicodramma, può essere utilizzato durante la partita vera per uscire da un momento di difficoltà e riprendere in mano il governo della partita guidandolo verso un nuovo finale.

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ATP

ATP Roma, per la decima volta vige la legge Nadal: battuto ancora Djokovic [VIDEO COMMENTO]

Quasi tre ore per superare un ottimo e combattivo Nole. Decimo successo agli Internazionali per Nadal, 88° titolo e 36° Masters 1000 (raggiunto proprio Djokovic)

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Rafael Nadal - ATP Roma 2021 (via Twitter, @atptour)

[2] R. Nadal b. [1] N. Djokovic 7-5 1-6 6-3

Rafael Nadal vince per la decima volta il Masters 1000 di Roma e lo fa superando in tre set il numero uno del mondo Novak Djokovic, dopo due ore e quarantanove minuti di battaglia. La partita è stato il solito match di grande intensità, non dissimile dalla grande maggioranza dei precedenti (29-28 in favore di Djokovic il bilancio aggiornato). Il maiorchino ha giocato complessivamente meglio, accusando un brutto calo nel secondo set, perso 6-1, ma riprendendosi alla grande nel terzo. Proprio nel parziale decisivo le ben note doti da combattente di Rafa hanno fatto la differenza con lo spagnolo che dopo aver annullato due palle break è riuscito a mettere a segno lo strappo decisivo, alzando la coppa a sedici anni dalla prima volta.

Ma diamo un’occhiata ai numeri aggiornati dello spagnolo, che impressionano non poco: titolo numero 88 in carriera, 62 esimo sulla terra (su 70 finali) e 36esimo Masters 1000 (agganciato proprio Djokovic). Con questo successo inoltre Nadal solleva per la settima volta in carriera un trofeo dopo aver salvato match point nel corso del suo percorso (due contro Denis Shapovalov) e ottiene la 22° vittoria contro un numero uno del mondo.

 

Pallottoliere a parte, Nadal sarà ancora una volta l’uomo da battere sui campi del Roland Garros (ma questo a prescindere dal successo odierno), ma il Djokovic visto questa settimana è apparso in buona forma e sembra avviato sulla buona strada per poter essere decisamente pericoloso.

IL MATCH – Nole parte forte e, dopo aver tenuto la battuta, mette in difficoltà Rafa con la risposta. Prima parte con ampio anticipo su un dritto in chiusura di Nadal trovando addirittura il vincente al volo, poi risponde profondissimo e si procura una palla break, che Rafa annulla con una smorzata millimetrica in uscita dal servizio. Djokovic, quasi punto sul vivo, replica a sua volta con due palle corte, annullando una palla dell’1-1 e tornando a palla break. Nadal si salva ancora con una prima vincente, ma alla terza chance si arrende alla pressione dell’avversario. Il vantaggio dura però poco perché lo spagnolo si rifà immediatamente sotto, chiudendo Nole in un angolo col dritto e impattando sul 2-2.

Sul 3-3, Rafa riesce a procurarsi palla break con uno strepitoso dritto in corsa, nonostante una caduta che fa preoccupare il pubblico e anche lo stesso spagnolo. La reazione al punto vinto è una via di mezzo tra un’esultanza e un urlo di rabbia per essersi piantato sulla riga, rischiando seriamente di farsi male. È incredibile. Finiremo per ammazzarci è il commento a caldo, prima che un raccattapalle venga chiamato a martellare la riga, evidentemente rialzata e mal sistemata. Non proprio una bella scena da vedere nella finale di un Masters 1000, tanto più se si considera che non è la prima volta che i giocatori si lamentano delle condizioni dei campi di Roma, sia quest’anno che nelle edizioni passate.

Djokovic annulla la palla break con un doppio rovescio lungolinea dei suoi e riesce poi a tenere il servizio. Sa bene come infastidire Nadal sulla terra – d’altronde lo ha battuto sette volte, impresa a cui gli altri non si sono nemmeno avvicinati – e domina gli scambi sopra i nove colpi (8 vinti e uno solo perso a questo punto della partita), ma per ora sta subendo l’aggressività dell’avversario nei primissimi colpi e col dritto non incide abbastanza. Lo spagnolo viaggia poi sopra l’80% di prime palle, il che gli permette di incanalare si da subito gli scambi su binari favorevoli. Djokovic invece litiga un po’ con la seconda, commettendo un doppio fallo sulla palla del 6-5 e subendo poi la risposta profonda di Nadal, che trova il break e va a servire per il set. Ai vantaggi, rimontando da 0-30, ma il maiorchino riesce infine a far suo il parziale dopo ben un’ora e quindici minuti di gioco.

Nole è palesemente nervoso e continua a subire l’iniziativa di Rafa nei primi giochi. Dopo aver salvato una palla break nel terzo game però, riesce finalmente ad aprirsi il campo col rovescio e un po’ a sorpresa è lui a effettuare il primo strappo, sfruttando anche due brutte smorzate di Nadal e salendo 4-1. Il break revitalizza Djokovic e viceversa mina un po’ le certezze dello spagnolo, che rimane invischiato in un altro turno di battuta complicato e finisce per trovarsi sotto 5-1. Rafa annulla due set point alla sua maniera, ma al terzo capitola: dopo due ore siamo un set pari.

Molto interessante la scelta di piazzamento del dritto da parte del serbo in questo secondo set: il 72% lo ha giocato incrociato (ovvero sul rovescio di Nadal) contro il 54% del primo parziale.

Nadal – ma la cosa non stupisce – non accusa il colpo dei tanti errori e del set appena perso in maniera così netta, anzi riparte con piglio decisamente bellicoso. Djokovic non è da meno e assorbe l’urto della rinnovata aggressività dell’avversario. L’intensità della partita ora è alle stelle, gli scambi sono quasi tutti da spellarsi le mani e i vincenti tornano a farsi consistenti. Il serbo si procura due palle break sul 2-2: sulla prima è lui a sbagliare, sulla seconda viene infilato da un rovescio lungolinea vincente di Rafa. Break mancato, break subito. Nole si ritrova sotto 0-40 con due errori, un nastro che accomoda la palla a Nadal e poi subisce un gran passante del maiorchino, cedendo a zero la battuta. Sotto 5-2, Djokovic si lascia prendere dalla fretta e deve fronteggiare un match point, sul quale Rafa stecca la risposta, prima di difendere il turno di servizio. L’inevitabile è solo rimandato perché nel game successivo, lo spagnolo può festeggiare la “decima” a Roma.

Il tabellone finale del torneo con tutti i risultati

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WTA

WTA Roma: Swiatek tramortisce Pliskova in finale con un doppio 6-0 ed entra in top 10

La finale femminile degli Internazionali d’Italia 2021 dura solo 46 minuti: Swiatek lascia tredici punti a una Pliskova spaesata e vince il suo terzo titolo. Da lunedì sarà in top 10, e a Parigi tra le favorite

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Iga Swiatek - WTA Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

[15] I. Swiatek b. [9] Ka. Pliskova 6-0 6-0

Il quindicesimo e il sedicesimo bagel nella storia delle finali femminili degli Internazionali d’Italia si manifestano insieme, per grossi meriti di Iga Swiatek e cospicui demeriti di Karolina Pliskova, che perde la seconda finale di fila al Foro Italico senza alcuna possibilità di contendere il trofeo all’avversaria. Nel 2020 era stata la coscia sinistra, già fasciata a inizio partita, a costringerla al ritiro sotto 6-0 2-1 contro Simona Halep; quest’anno il fisico era (apparentemente) integro ma è mancato tutto il resto, primariamente la capacità di tenere la palla in campo.

Iga Swiatek ha dominato col doppio 6-0 una non-finale che si è conclusa in soli quarantasei minuti con lo scoraggiante score di 51 punti a 13 in favore della giocatrice polacca, al terzo titolo in carriera dopo il Roland Garros 2020 e Adelaide 2021. Grazie a questo successo, che in un certo senso ci si aspettava in virtù della sua maggior attitudine alla superficie ma che era certamente impossibile prevedere nelle proporzioni, Iga Swiatek farà il suo esordio in top 10 (e salirà al quinto posto nella Race). Quanto mai meritato, dopo le ultra-fatiche di sabato (giorno in cui ha dovuto superare sia i quarti che le semifinali, contro Svitolina e Gauff) e la prestazione impeccabile di questa domenica.

 

Sul match non c’è molto da dire, e poco da dire ha avuto anche Karolina Pliskova in fase di premiazione: “Purtroppo non è stata la mia miglior giornata. Ma devo fare i miei complimenti a Iga, che ha giocato davvero una grande partita. Ho giocato delle belle partite qui, cercherò solo di dimenticare quella di oggi!“.

Come detto non era andata granché bene nemmeno lo scorso anno; Karolina deve così ad archiviare un misero game vinto nelle ultime due finali giocate a Roma, dopo aver vinto quella del 2019 contro Konta. Subisce inoltre l’undicesimo e il dodicesimo bagel della carriera nel circuito maggiore, ma c’è un precedente piuttosto bizzarro che risale alla sua carriera a livello ITF; nel marzo 2009, pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni, aveva subito un doppio 6-0 (l’unico della sua carriera prima di oggi) nei quarti dell’ITF giocato a Latina presso il Tennis Club Nascosa, meno di novanta chilometri di distanza dal Foro Italico. Speriamo solo abbia voglia di tornare a giocare a tennis nel Lazio, verrebbe da pensare.

Appare però doveroso concentrarsi sul tennis offerto da Iga Swiatek. Se non c’è mai stata partita, al netto dei sei doppi falli commessi dalla giocatrice ceca e del suo senso di generale impotenza, è principalmente per merito di una Swiatek che ha perso solo tre punti al servizio e interpretato l’incontro alla perfezione, trovando profondità e spin immediatamente con il primo colpo dopo il servizio (o direttamente in risposta) per impedire a Pliskova di colpire alle sue condizioni. Se infatti Karolina è una colpitrice di rara pulizia ed efficacia quando ha il tempo di trovare gli appoggi, quando deve colpire in corsa o è costretta a indietreggiare per trovare la giusta distanza, entra facilmente in confusione e inizia a sbagliare.

Oggi è successo questo, e dall’altra parte ha trovato una giocatrice che ha chiuso praticamente tutti i punti che voleva col vincente. E che ha dimostrato di avere una straordinaria facilità nei movimenti sulla terra battuta, sfruttando alla perfezione l’arte dello scivolamento per raggiungere la palla nel modo migliore e scoccare un vincente.

Con questo biglietto da visita, che è anche il primo 6-0 6-0 nella storia delle finali degli Internazionali d’Italia (ambosessi), Iga Swiatek si presenterà a Parigi con tutte le credenziali per difendere il trofeo sollevato lo scorso ottobre. Non sarà una passeggiata, ma se esisteva un modo ideale per arrivarci, beh, era esattamente questo.

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Editoriali del Direttore

Ancora i soliti due, Nadal e Djokovic. Rischiano, ma alla fine sono i più forti [VIDEO-COMMENTO]

ROMA – Sonego che batte il n.15 Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e lotta alla pari con il n.1 Djokovic è la storia più bella che poteva capitare al tennis italiano, già protagonista in tutti i Masters 1000 dell’anno. Il Connors de noantri

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Roma, il direttore

I soliti due. Dov’è la notizia? Non c’è dubbio che la notizia più clamorosa sarebbe stata quella di un Sonego in finale, come lo fu per l’ultima volta qui al Foro Adriano Panatta nel ’78 battuto da Bjorn Borg al quinto set nel famoso match in cui un calabrone ingaggiò un duello con la Donnay di Borg che dovette schivare anche qualche monetina lanciata da qualche italopiteco che fu rimbrottato perfino da Adriano Panatta, quando lo svedese disse: “Se me ne tirate un’altra me ne vado!”.

Mi pare giusto ricordare, a questo punto, che anche l’anno prima un italiano aveva raggiunto la finale, e cioè Tonino Zugarelli che perse in quattro set contro Vitas Gerulaitis, così come in quattro set nel ’76 era stato Panatta ad avere la meglio su Guillermo Vilas.

 

Non è andato in finale, rimpiangerà forse le tre palle break iniziali del terzo set (“La partita avrebbe potuto prendere un’altra piega, comunque Sonego ha dimostrato perché aveva raggiunto le semifinali” gli ha subito riconosciuto Novak Djokovic), ma comunque così come nessuno ha dimenticato che Filippo Volandri raggiunse le semifinali qui nel 2007, nessuno dimenticherà che l’eroe azzurro di questa edizione è stato Lorenzo Sonego, un ragazzo capace di straordinari progressi che peraltro il suo coach Gipo Arbino mi aveva garantito di aver constatato già quando ci parlai a gennaio.

Lorenzo ha battuto in un solo torneo il n.15 del mondo Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e ha giocato per oltre due ore alla pari contro il n.1 del mondo, uno che ha vinto questo torneo cinque volte e che aveva fatto vedere contro Tsitsipas, al termine di un match bellissimo, la sua straordinaria bravura e irriducibilità.

Lorenzo Sonego – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Lorenzo è stato alla sua altezza, all’altezza di un supercampione come Djokovic, assolutamente, dimostrando un coraggio, una personalità e doti tecniche che un anno fa forse solo Gipo Arbino, il suo mentore, aveva intravisto.

Mi è piaciuto da morire anche, conoscendo la sua timidezza e umiltà fuori del campo, la sua grande educazione, quel suo modo di incitare la folla perché a sua volta lo incitasse, lo caricasse ancor più di adrenalina, quasi come se avesse bisogno di ancor più garra. Come se altrimenti potesse rischiare di mollare. Ma quando mai!

Lorenzo, e potrò venire accusato di blasfemia perché ovviamente in termini di risultati il paragone non regge, ma con quel suo modo di caricare la folla mi ha ricordato quel che faceva allo US Open nientemeno che Jimmy Connors. Bellissimo, trascinante. Uno vero, che non si nasconde dietro il politically correct perché corretto, correttissimo è in campo… tant’è che ha subito senza fiatare anche due errori arbitrali di cui si sono resi conto soltanto gli spettatori davanti alla TV.  Immagino la soddisfazione dei suoi sponsor, uno dei quali, Reale Mutua non poteva davvero immaginarsi un simile exploit del suo “ambassador” (ormai si dice così…, chissà perchè il sostantivo testimonial è passato di moda) proprio nel torneo di Roma di cui è sponsor. Giocando sul core business dell’antica società torinese d’assicurazione – sarà mica intervenuta nel mondo tennis perchè proprio a Torino ci saranno le finali ATP per i prossimi 5 anni? – si può dire che essa si è “assicurata” un tennista dal grande presente e da un probabilissimo grande futuro, al di là di ogni più rosea aspettativa: di certo al momento in cui hanno firmato …la polizza, i riflessi mediatici e televisivi di quella sponsorship non erano onestamente prevedibili. A volte nel firmare un contratto con un atleta non sai davvero dove puoi cadere. Ti può andare bene bene perchè quello improvvisamente comincia a vincere match su match o anche male, molto male. Pensate, giusto per accennare ad un paio di “immortali”: Barilla e Uniqlo hanno investito una fortuna su Federer e lo svizzero negli ultimi due anni non ha quasi giocato. Mi direte che a “prendere” un giocatore di 38 anni ci sta che scivoli nella vasca da bagno mentre fa il bagnetto a un gemellino e si rovini un ginocchio, così come ci sta che una prima operazione non basti, ma avete idea degli investimenti, anche se Federer è e resta icona mondiale anche quando non gioca a tennis e gira uno spot in cucina con un Master Chef. Idem il primo anno, disastroso, di Djokovic con Lacoste. Un 2011, un 2015 e i primi 6 mesi del 2016 da Mille e Una Notte, poi un pessimo secondo semestre del 2016, tanto che pure avendo un margini di punti pazzesco nei confronti di Murray, finì proprio con le finali ATP di Londra per perdere la leadership.

Chiusa qui la parentesi sponsor – e non ho accennato al discorso pandemia, ai 6 mesi di stop dovuti al virus, chi poteva immaginarli? E quelli che avevano firmato un contratto di un anno soltanto per il 2020? – avremo certo modo di riparlare degli incredibili progressi mostrati da Lorenzo Sonego, ora che è 12° nella Race è la possibilità che ci sia anche lui fra i tre italiani che lotteranno per arrivare a disputare le finali ATP di Torino alla luce di quanto si è visto in questi primi quattro mesi dell’anno, c’è, è reale, non è pura utopia, un sogno impossibile. Per carità, che ce la facciano tutti e tre, Berrettini, Sinner e Sonego è quasi impossibile, siamo onesti. Però quel quasi uno ce lo può mettere, e io ce lo metto, senza passare da illuso sciovinista. Ragazzi, quando si batte tre top 15 in un torneo, ci sta tutto. Quando si fanno due finali di un Mille con due giocatori e una semifinale con un terzo, sognare è lecito e non è detto che si debba cascare dal letto.

Sonego e Djokovic – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

VERSO LA FINALE – Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per lo straordinario torneo di Sonego, devo passare ai due sfidanti della finale maschile. Ancora loro, i duellanti degli ultimi tre lustri che si sono sfidati fino a oggi la bellezza di 56 volte e giocheranno per la sesta volta per il titolo degli Internazionali d’Italia. Snocciolo subito altri numeri, così me li levo tutti di torno. Djokovic ha vinto in 29 occasioni, Nadal in 27. Nelle nove finali di Slam Nadal conduce 5-4, negli incontri giocati in toto negli Slam (16) Nadal è avanti 10-6. Nelle finali dei Masters 1000 invece è avanti, anche lui di misura, Djokovic, 7-6. Nei Masters 1000, fra finali e non, i due si sono incontrati 28 volte e Djokovic è avanti 16 a 12.

Infine eccoci a Roma, dove Nadal ha trionfato nove volte (2005-2006-2007-2009-2010-2012-2013-2018-2019) ed è a caccia della “Decima”. Djokovic si è imposto 5 volte (2008-2011-2014-2015-2020) e cerca le “Sesta”. In totale, sono arrivati in finale rispettivamente 12 e 11 volte (compresa questa) e il Masters 1000 di Roma vanta una particolarità: dopo il 2004, quando Moya batté Nalbandian, in finale c’è sempre stato uno dei due. In cinque occasioni ci sono arrivati entrambi e Nadal conduce 3-2 avendo vinto l’ultima finale nel 2019, 6-0 4-6 6-1. Come dicevo all’inizio di questa sfilza di dati, si contenderanno per la sesta volta il trofeo dei nostri Internazionali.

In totale a Roma però si sono affrontati otto volte e il bilancio è di cinque vittorie per Nadal e tre per Djokovic. Quale anno, quale turno e quale duello fra loro, quale vincitore, quale risultato?

Ecco qua:

  • 2007, quarti, duello n.4, Nadal 6-2 6-3; 
  • 2009, finale, duello n.17, Nadal 7-6 6-2; 
  • 2011, finale, duello n.27, Djokovic 6-4 6-4; 
  • 2012, finale, duello n.32, Nadal 7-5 6-3;
  • 2014, finale, duello n.41, Djokovic 4-6 6-3 6-3; 
  • 2016, quarti, duello n.49, Djokovic 7-5 7-6; 
  • 2018, semifinale, duello n.51, Nadal 7-6(4)6-3; 
  • 2019, finale, duello n.54, Nadal 6-0 4-6 6-1.

Sei loro duelli si sono conclusi in due set, mentre soltanto due sfide – curiosamente – sono andate al terzo. E a Roma le loro non sono sempre state grandi partite. Speriamo che lo sia quella odierna. Anche se Djokovic ci arriva dopo due notevoli battaglie, mentre Nadal, che aveva annullato due match point nei quarti, ieri ha avuto una giornata decisamente più leggera.

A mio avviso nessuno dei due è al massimo, però. Nonostante questo, in fondo sono arrivati ancora una volta loro.

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