Il cavaliere Murray all’attacco: “Sessismo al Pallone d’Oro” (Cocchi) – Ubitennis

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Il cavaliere Murray all’attacco: “Sessismo al Pallone d’Oro” (Cocchi)

Alessia Gentile

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Il cavaliere Murray all’attacco: “Sessismo al Pallone d’Oro” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Andy lo ha fatto di nuovo: ha difeso una donna «beccandosi» del femminista, come se fosse una cosa strana protestare contro un comportamento sbagliato verso una donna. Ieri, via Instagram, Murray si è scagliato contro Martin Solveig, chiamato ad animare la serata di gala di France Football. Il deejay, durante la premiazione del Pallone d’oro, ha chiesto all’attaccante norvegese Ada Hegerberg, prima donna premiata col trofeo come miglior calciatrice dell’anno, se sapesse «twerkare», ovvero esibirsi in quel ballo non proprio elegantissimo dove l’obiettivo è shakerare i glutei a ritmo forsennato. La 23enne che gioca nel Lione l’ha guardato con occhi di ghiaccio rispondendo un secco «no». L’episodio si è esaurito in pochi istanti sul palco, ma subito dopo sono partite le polemiche, soprattutto via social network. Tanto che Solveig è subito corso ai ripari spiegando che la sua era solo una battuta infelice: «Forse non è stata appropriata ma non volevo offendere nessuno». La Hegerberg, dal canto suo, ha accettato le scuse dello showman: «Martin è venuto da me dopo l’accaduto ed era davvero mortificato. Ho detto che non c’era problema e non ho avvertito la sua battuta come una molestia sessuale o un’offesa. Ero soltanto felice di essere lì col mio Pallone d’oro e godermi la festa». Caso chiuso per i protagonisti, ma il commento di Andy Murray è stato durissimo: «Ma perché le donne devono ancora avere a che fare con questo schifo?» e poi ha aggiunto la sua esperienza personale: «A tutti coloro che pensano che queste siano reazioni esagerate a battute di poco conto dico che quello accaduto al Pallone d’oro non era uno scherzo. E’ da tutta la vita che frequento lo sport e il livello di sessismo è incredibile. A Modric e Mbappé non hanno fatto la stessa domanda…». Sarà stata orgogliosa mamma Judy, femminista convinta, che l’ha cresciuto ed educato al massimo rispetto per il genere femminile. E non è certo la prima volta che Andy Murray si esprime in favore delle donne. Già ai Giochi di Rio, dopo aver conquistato la seconda medaglia d’oro in carriera, aveva risposto per le rime a un giornalista che gli aveva fatto i complimenti per essere stato il primo a vincere due ori olimpici nel tennis: «Vuoi dire il primo uomo, le Williams ne hanno vinti quattro…a testa». E l’anno seguente a Wimbledon ha detto che ci dovrebbero essere più match femminili sul centrale. Non va dimenticato poi che per un certo periodo lo scozzese è stato allenato da una donna, Amelie Mauresmo. Insomma, un paladino dell’uguaglianza: «Mia madre mi ha sempre incoraggiato ad appassionarmi al tema della parità dei sessi e mi piace avere un’opinione in proposito». Ottimo lavoro mamma Judy, il tuo Andy è un campione anche fuori dal campo.

 

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L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Gibertini). Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Clerici). Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Cocchi). Australia, dal fair play agli stracci che volano (Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 18 gennaio 2019

Alessia Gentile

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L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Vanni Gibertini, La Nazione)

Poker. Dopo l’habitué Seppi e la rivelazione “ammazzagiganti” del brevilineo Fabbiano, anche Fabio Fognini e Camila Giorgi sono approdati al terzo turno dell’Australian Open. Entrambi hanno vinto senza perdere un set, contro la diciassettenne polacca che aveva vinto Wimbledon junior (e anche il torneo giovanile olimpico) Swiatek e con l’argentino Mayer contro il quale finora il bilancio era di 3-2 per Fabio, ma i cinque match si erano giocati tutti sulla terra. I “nostri” (soprattutto Camila che ha dominato in 59 minuti perdendo due game), non hanno mai dato la sensazione di essere a rischio. Un anno fa Fognini e Seppi giunsero insieme agli ottavi, prima volta in questo torneo. Persero entrambi, ma se stavolta ci approdassero in tre, sarebbe la prima volta in assoluto nella storia degli Slam dell’era Open (cioè dal ’68 in poi). Le cose sembrano essersi rovesciate. Prima l’onor patrio era salvato dalle donne, dalle quattro moschettiere Schiavone, Pennetta, Vinci ed Errani (quest’ultima, scontata la squalifica del “tortellino” tornerà in gara nel mese prossimo), ora ci difendono meglio gli uomini, anche se Fognini viaggia verso i 32 anni, Seppi verso i 35 e Fabbiano a maggio avrà 30 anni. Sono Cecchinato, 25 anni, e Berrettini, 22 ad aprile, ad avere ancora diversi anni davanti a loro e probabili progressi. Per qualche misteriosa ragione i tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi. Le stesse Schiavone, Pennetta e Vinci hanno colto i migliori exploit dopo i 30 anni. In campo femminile, meno male che abbiamo Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten in carriera ma ancora incapace di mostrarsi continua, tant’è che oggi vanta la sua miglior classifica,, n. 27 Wta, ma per salire ancora dovrebbe qui passare un altro turno e battere un’altra top-ten, l’ex n. 1 del mondo e testa di serie n. 7 Karolina Pliskova, che proprio sul cemento esprime il suo miglior tennis. Infatti la sola vittoria di Camila in cinque duelli precedenti è stata ottenuta sulla terra battuta, a Praga. Anche la Pliskova, che ha mezzi tecnici notevoli, è piuttosto discontinua. Quindi si può sperare. Ieri ha vinto agevolmente Djokovic su Tsonga, faticosamente al quinto set Zverev su Chardy e Nishikori su Karlovic, nonché Raonic in 4 set tutti al tiebreak su Wawrinka. Si è fatto male e ritirato Thiem n.7.


Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Nadal non vince in Australia dal 2009. Al suo esordio di quest’anno, seguito a vari accidenti muscolari che lo hanno costretto a rifarsi un ginocchio, a ripulirsi una caviglia, e a occuparsi clinicamente degli addominali per quattro mesi, gli spettatori che conoscono di più il tennis, hanno notato in lui qualcosa di nuovo. Rafa stava infatti servendo in modo simile al passato, ma con un atteggiamento lievemente dissimile. Era al suo esordio nel torneo contro un invitato australiano, James Duckworth, e quindi si poteva permettere una partita simile a un allenamento. Gli statistici avevano rilevato nella sua battuta 122 aces in 49 match del 2018, quindi il 66% di prime. Con la sua battuta di lunedì avrebbe migliorato sino al 67, inclusi 6 aces. Ma, al di là delle statistiche, si è notata nel maiorchino una partenza più lenta del braccio, prima della seconda fase, quella che giunge dopo l’incontro palla racchetta. Nadal ha detto in conferenza stampa che la dolcezza iniziale evita una eventuale ferita al braccio, e insieme al dorso. «La tecnica di un tennista si evolve tutta la carriera soprattutto per proteggersi» ha osservato. Dello stesso parere non potevano non essere i suoi due allenatori, Carlos Moya e Francisco Roig, subentrati a quel fenomeno dello zio Toni, che trasse fuori un tennista mancino da un bambino che teneva la penna con la destra. […]


Fognini e Giorgi, grinta e sicurezza al terzo turno (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Convince Fabio Fognini che vince il match del secondo turno contro Leo Mayer, un avversario che conosceva molto bene e che avrebbe potuto creargli qualche grattacapo in più: «Ho giocato molto bene — ha commentato dopo la partita — ho servito anche bene. Peccato per quella piccola distrazione nel terzo set, quando ero avanti di un break e ho rischiato di complicare il match. Quel set avrei potuto anche perderlo, invece al tie break ho chiuso la partita senza troppi rischi». Segnali positivi dunque in vista del prossimo appuntamento al terzo turno contro Carreno Busta: «Non guardo il tabellone — spiega — preferisco andare avanti giorno per giorno». Vola al terzo turno in meno di un’ora Camila Giorgi che ha piegato il due set la 17enne polacca Iga Swiatek, numero 177 del ranking mondiale e campionessa di Wimbledon Junior, promossa dalle qualificazioni e alla sua prima esperienza in questo Slam. La ragazza dal servizio potente ieri ha messo a segno 6 ace contro la numero uno azzurra, ma non sono bastati per impensierire Camila, che mette in campo un’altra prestazione convincente dopo quella di apertura contro la slovena Jakupovic. «È solo inizio stagione, ma probabilmente sto giocando il mio miglior tennis — ha commentato Camila dopo la vittoria — sono molto solida soprattutto sul servizio. È il risultato del lavoro fatto in allenamento e in preparazione, ci ho lavorato molto e continuo a farlo». Per la 27enne questa è la 7a partecipazione agli Australian Open, dove aveva raggiunto il terzo turno anche nel 2015, quando fu poi eliminata in tre set da Venus Williams. Questa volta, nella corsa alla seconda settimana del torneo, si trova contro un’avversaria ben più pericolosa delle due affrontate finora: contro la ex numero 1 Karolina Pliskova ci vorrà la Camila precisa e convincente vista in questi primi due turni a Melbourne.


Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Straordinari notturni, o meglio mattutini, a Melbourne dove Garbine Muguruza e Johanna Konta hanno terminato alle 3.12 del mattino il loro match iniziato a mezzanotte e mezza. Ha prevalso la spagnola di origine venezuelana che ha piegato la britannica in tre set di fronte a qualche centinaio di spettatori nottambuli sulla Margaret Court Arena, uno stadio che ne contiene circa settemila. «Davvero, non posso credere che ci fosse gente disposta a seguirci fino a notte fonda» ha detto la vincitrice di Wimbledon 2017. Il protrarsi dei match della sessione diurna oltre l’orario previsto ha fatto sì che le due rivali scendessero in campo superata la mezzanotte. Lo stop per la pioggia ha fatto il resto. Il match che fino a ieri era iniziato più tardi nella storia del torneo era stato quello tra Mertens e Gavrilova un anno fa, quando si era partiti alle 23.59. Ma c’è un precedente di match terminato all’alba: le 4.34 dell’incontro tra Hewitt e Baghdatis nel 2008. La Muguruza, intervistata su cosa a avrebbe fatto dopo il match ha risposto col sorriso: «Beh, credo che andrò a fare colazione…». Si frega le mani Timea Bacsinszky, la svizzera che dovrà incontrare una Muguruza sicuramente meno fresca del previsto: «Cercherò di recuperare nel miglior modo possibile perché a parte l’orario — ha spiegato Garbine — è stato un match piuttosto stancante». […]


Australia, dal fair play agli stracci che volano (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’Australia del tennis è stata per decenni la patria del fair play, educata dal sergente di ferro Harry Hopman che ha tirato su tre generazioni di fenomeni gentili, oltre che vincenti, da Emerson a Laver, da Hoad a Newcombe. Altri tempi, decisamente passati, perchè oggi, la terra magica del tennis, è un reality greve e maleducato. Non in campo, dove la etnicamente molto composita nouvelle vague locale dei tre Alex – De Minaur (cresciuto ad Alicante da genitori latini), Popyrin (nato a Sydney ma di origini russe) e l’ossigenatissimo Bolt – si sta facendo valere. Ma fuori, dove infuria una polemica cattiva, velenosa, che ha al centro Lleyton Hewitt e Bernard Tomic. Bernie, il bad boy del tennis mondiale, tre giorni fa aveva sputato veleno contro l’ex numero 1 e capitano di Coppa Davis, accusandolo di pensare solo a se stesso e di gestire in maniera poco trasparente – tradotto: intascandosi dei soldi – le convocazioni e le wild card nei tornei australiani. «Si è ritirato, ma continua a giocare (in effetti anche agli Open ha appena perso in doppio; ndr), una volta odiava la federazione e ora ne paria solo bene, in più non fa giocare Kyrgios e Kokkinakis (e neppure lui, ovviamente; ndr). Come mai tutto questo? Ah, certo, lo stipendio, e i suoi interessi personali… Onestamente è tempo che se ne vada, perché nessuno più lo sopporta». Kyrgios, che è già uscito dal tabellone, si è tenuto lontano dalla polemica, Kolkkinakis ha reagito stizzito a chi gli chiedeva un commento, ma da un anno ormai non parla con il capitano. Hewitt, l’ex antipaticissimo trasformatosi con l’età in venerato maestro, ha risposto ad alzo zero. «Sono le cose che ti aspetti da Bernie: perde al primo turno di uno Slam e ne tira fuori una nuova. Mi dà fastidio, perché in campo i nostri ragazzi stanno vincendo e lui gli ruba spazio nelle notizie. La verità è che stiamo cercando di mantenere uno standard culturale per chi è chiamato a rappresentare l’Australia in Coppa Davis. E Bernie non ci si è neanche avvicinato». De Minaur ha un 109 tatuato sul petto, perché è stato il 109° australiano a giocare in Coppa, Kyrgios con la Davis ha un rapporto conflittuale ma sta lavorando con gli psicologi. Tomic, più famoso per i match buttati apposta e le frasi insopportabilmente arroganti («Che mi importa se perdo, con il tennis farò molti più soldi di voi e a trent’anni mi godrò la vita»), è un capitolo a parte. «Per un anno e mezzo ha minacciato me e la mia famiglia, cercando di ricattarmi, ora per fortuna non ha più il numero del mio cellulare – racconta Hewitt – La cosa che mi dispiace di più è che ho speso tanto tempo con lui, ho cercato di dargli ogni opportunità. Ma ora basta, non gli parlo più. Non so perché si comporta così, forse c’è qualcuno che lo sobilla…». Ovvero Ivica Tomic, detto John, iracondo padre-padrone-coach nato in Croazia, famoso per gli insulti rivolti ad arbitri, giornalisti e per il pugno con cui ha spaccato la faccia ad un ex sparring partner del figlio. Povera Australia.


La leggerezza di Giomila (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Il miglior tennis della mia vita…». In quanti possono dire una frase del genere? Sono espressioni che lo sport tende a tenere secretate, per motivi sin troppo comprensibili E molteplici. Su tutti trionfa la scaramanzia, che molti dei tennisti praticano nei modi più variopinti, accomunati però da da gesti che si vorrebbero segreti in realtà talmente ripetitivi da diventare parte del corredo tennistico di ognuno. Ivan Lendl non cambiava mai i polsini tergisudore, Borg lasciava che la barba crescesse incolta durante i tornei del Grand Slam, Panatta si affidava ad alcuni chiodi di ferro trovati chissà dove. […] A dire di non aver mai giocato così bene è la nostra Camila Giorgi, che per sua fortuna se ne infischia dei dettami della Legge di Murphy, forse perché è fra le poche iscritte al movimento di idee organizzato dalle sorelle Williams, quello secondo cui a tennis si è forti se si evita di farne l’unico scopo della propria vita. Camila, lo sapete, ha una sua griffe di abbigliamento sportivo con la mamma, e da quest’anno per la prima volta non si limita a indossare gli abitini che le vengono cuciti addossa ma funge da testimonial della sua fresca attività, sotto il marchio di Giomila. Cosi, appare più spensierata di altre quando parla di sé, delle sue intenzioni, dei suoi sogni, certo assai più di quando parla di tennis o descrive le sue avversarie. La prossima, battuta ieri la polacca diciassettenne Swiatek, è l’ex numero uno Karolina Pliskova, che nella descrizione rilasciata da Camila è «una tennista», «sì, brava», «una che tira colpi». E tanto basta. Ma lei si sente al meglio, «perché ho lavorato tanto sul servizio, e comincio a ricavare punti anche da quello», ed è pronta a fare il suo gioco, per provare a entrare fra le prime 25 del mondo. […]

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Quando Davide batte Golia (Scanagatta). Fabbiano, sei tu il gigante! (Semeraro). Piccolo grande Fabbiano fa crollare la montagna (Crivelli). Fabbiano, lezione al futuro (Azzolini). II maratoneta Seppi (Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 17 gennaio 2019

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Quando Davide batte Golia. È la “favola” di Fabbiano (Ubaldo Scanagatta, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Sissignori, il vero gigante è lui, l’ex ragazzino di San Giorgio Ionico oggi quasi trentenne. Quando, una dozzina di anni fa, centrò la semifinale junior all’US Open in molti pensarono che non avrebbe mai sfondato da professionista. Era troppo piccolo. Il suo metro e 73 sembrava un handicap insuperabile. Il tennis non era più quello dei piccoletti di talento, i Laver, i Rosewall. I top-ten erano tutti 1 metro e 85 o più. Il suo stesso talento naturale veniva messo in discussione. Pareva inferiore a quello dell’altro junior che in quell’US Open junior aveva raggiunto lo stesso traguardo, Matteo Trevisan. Per l’avvenire del ragazzino pugliese, pur determinatissimo fin dai primi passi con racchetta, non si era invece sbilanciato nessuno. Ma nel tennis testa, intelligenza, solidità mentale, grinta, possono valere più di un colpo formidabile, di un fisico da marcantonio. Sconfiggere un bestione (più che una giraffa) di due metri e 11 cm come lo yankee della Florida Reilly Opelka, 21 anni e giustiziere al primo round dell’altro gigante John Isner (solo 3 cm più basso), è stata una vera impresa per Thomas Fabbiano. Era entrato all’ultimo tuffo in tabellone. Questa settimana è n.102. Ora eccolo al terzo turno di uno Slam per la terza volta. 38 centimetri in più d’altezza e ben 67 ace (non è un refuso: 67 è il quinto bottino di sempre di ace dopo i 113 di Isner contro i 103 di Mahut nel celebre match più lungo della storia del tennis (70-68 al quinto, Wimbledon 2010) e poi i 78 e i 75 messi a segno da Ivo Karlovic, l’altro pivot con racchetta di 2m e 11 cm. Intanto Fabbiano ha scongiurato la maledizione del quinto set che aveva colpito Cecchinato (Krajinovic), Vanni (Carreno Busta) e ieri anche Travaglia con Basilashvili (3-6 6-3 3-6 6-4 6-3 in 2h e 54 m). Primo e terzo set ci avevano illuso. Ma il georgiano è n.20 ATP. L’exploit di Fabbiano che a Wimbledon 2018 aveva colto la più bella vittoria di sempre sullo svizzero Wawrinka campione di tre Slam, è stato coronato dal long-tiebreak decisivo del quinto set e nonostante un primo set perso pur avendo avuto 5 set point (ma sul servizio imprendibile di Opelka): 6-7 (15-17) 6-2 6-4 3-6 7-6 (10-5) il punteggio. Insomma 47 punti giocati in due tiebreak. Se il torneo non avesse introdotto il tiebreak al quinto set, eravamo ancora lì.


Fabbiano, sei tu il gigante! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

La Grande Gioia sta a quota -38, per arrivarci serve un’immersione di 3 ore e 32 minuti. Pochissimo movimento («Avrò fatto in tutto un chilometro»), ma concentrazione assoluta per evitare le bombe di profondità sganciate dai 2 metri e 11 di yankee di Reilly Opelka, 21enne made in Michigan. Alla fine a spuntarla è stato il palombaro Thomas Pabbiano, da Grottaglie, provincia di Taranto, emerso vincitore dopo cinque set di apnea dal suo metro e 73 di fosforo e tenacia. Davide contro Golia è un classico, l’astuzia di Ulisse nel mito la spunta sempre contro la forza (cieca) di Polifemo, ma ultimamente nel tennis la vita per gli under 180, intesi come centimetri, si è fatta dura. Tocca inventarsi qualcosa per evitare di essere inchiodati da sassate che arrivano a 220 chilometri all’ora e rimbalzano in tribuna. «Non avevo mai affrontato un servizio del genere», dice Tommy, da ieri virtualmente numero 84 del mondo. «Ho dovuto stare concentratissimo, subire all’inizio senza farmi prendere dalla frustrazione, senza lamentarmi le ho provate tutte: alla fine ho deciso di mettermi sul corridoio, costringendolo così a tirare dove volevo io». Di ace il ciclopico ma agilissimo (per la sua altezza) Reilly ne ha piazzati 67 in 23 game di servizio, 3 anche con la seconda, con un differenziale di +65, rispetto ai miseri 2 di Fabbiano, che entra di diritto nel libro delle statistiche. Ha battuto il record precedente di differenziale che apparteneva a Karlovic (78 a 18 contro Stepanek in Coppa Davis) ma non è riuscito ad affondare l’u-boot azzurro. Il primo set set è finito all’americano, 17-15 al tie-break, Thomas però è stato bravo ad approfittare del calo di tensione strappandogli il secondo e il terzo; nel quarto ha subìto, nel quinto si è giocato come il più consumato dei rigoristi il super-tiebreak a 10: parando le mazzate dell’avversario, angolando le traiettorie e lasciando all’esausto Reilly appena due punti. Il belga Olivier Rochus, 1 metro e 63, fra il 2005 e il 2008 giocò tre volte contro Ivo Karlovic, 2 metri e 11, in quello che è stato probabilmente il match più squilibrato (in centimetri) della storia, spuntandola in due occasioni. E sempre contro Doctor Ivo, nel 2014, il grande – in autoironia più che in altezza Dudi Sela (1,75) salì su una sedia per stringergli la mano e abbracciarlo a fine partita. Ma in passato erano i pivot di oltre due metri prestati al tennis ad essere l’eccezione; oggi sono le stature medie a rappresentare l’eccezione […] Opelka al primo turno era riuscito a sgambettane l’altro gigante americano, John Isner (211 cm), scendere così tanto di quota deve avergli fatto venire i capogiri; Fabbiano alla vigilia invece aveva scherzato su un possibile allenamento con Karlovic, reduce dalla troposferica finale di Pune contro Anderson (4 metri e 15 in due). In realtà ha dovuto accontentarsi dei 185 centimetri di Simone Bolelli, «….e no, non l’ho costretto a salire sulla sedia». Al terzo turno – il terzo in carriera negli Slam dopo US Open 2017 e Wimbledon 2018 – gli tocca Grigor Dimitnov, ex Top Ten, oggi numero 21 e Maestro a Londra due anni fa, che di centimetri ne ha comunque una ventina in più. «Non voglio ripetere gli errori che ho commesso, dopo aver battuto Wawrinka a Londra, nel gestire la partita successive», dice Tommy. I bookmaker danno a 7,50 un’altra sua impresa. Il bel Grisha farà comunque meglio a non sottovalutare il Piccolo Maestro pugliese, e la sua saggezza antica.


Davide batte Golia. Piccolo grande Fabbiano fa crollare la montagna (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Se non puoi batterlo con la forza bruta, sorprendilo con l’intelligenza. Piovono meteoriti sull’impassibile Fabbiano, 67 ace infuocati (5° di sempre) che Opelka, il gigante del Michigan, scarica sul match dall’alto dei suoi due metri e undici, cui vanno aggiunti l’estensione del braccio e quella della racchetta. La montagna contro il topolino, l’inossidabile Thomas (un vezzo per modernizzare il nome del nonno), figlio dell’ex sindaco e medico condotto di San Giorgio Jonico, che a malapena arriva a 1.73 (dunque, 38 centimetri di differenza con l’avversario) e potrebbe uscire stravolto dal bombardamento. Macché. In una partita lunare, come era prevedibile, dove si gioca ogni scambio su uno o due colpi al massimo, l’eterna promessa ormai diventato uomo prossimo ai trent’anni ci mette la testa e finisce per inceppare il bazooka dell’americano. Innanzitutto, non crolla mentalmente dopo aver perso il tie break del primo set a 15 sprecando un vantaggio iniziale di 4-0, un’occasione sciupata sanguinosa contro un rivale che alla battuta sostanzialmente non ti fa vedere la palla. E poi, come una tignosa formichina, si industria finalmente a leggere le traiettorie dei missili yankee, mentre quando serve tiene dentro l’80% di solide prime, impedendo al ragazzone di forzare la risposta non avendo nulla da perdere. Eppure non basterebbe, senza il capolavoro del quinto set, nel cuore e nella carne di un super tie break da affrontare dopo più di tre ore di martellate e che il piccolo grande Tomasino racconta così: «Non ci ho capito nulla dall’inizio alla fine e nemmeno dopo, ripensandoci. Ma nel tie-break decisivo da sinistra sono riuscito a rispondergli alla prima e a fargli due punti, mi sono messo esterno a aspettare la palla, verso il corridoio, mi sono detto “se vuoi farmi ace lo fai al centro” e magari gli ho tolto qualche punto di riferimento». Chapeau. Il colpo che apre le porte al trionfo è il passante di rovescio che gli garantisce il primo mini break per il 4-2: da lì, Fabbiano non si volterà più indietro, conquistando il terzo turno di uno Slam per la terza volta (Us Open 2017 e Wimbledon 2018 i precedenti). Non era mai accaduto che un giocatore vincesse una partita con un così ampio disavanzo negli ace (67 a 3, praticamente 14 game a zero), un’esperienza mistica che il numero 102 del mondo (ma adesso è già almeno 84 e con 98.000 euro in più sul conto corrente) non vorrebbe comunque più ripetere: «C’è voluta tanta concentrazione a rimanere lì, ho ingoiato tutto senza farmi prendere dalla frustrazione, senza lamentarmi, e non è stato facile. Se il tennis fosse sempre così non lo seguirei, ma nemmeno lo giocherei, a un certo punto non è più sport. No, non ho potuto allenarmi con Karlovic, ho scambiato un’ora con Bolelli e non l’ho fatto salire su una sedia…» […]


Anisimova & co. Le ragazze terribili del nuovo millennio (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La next gen si declina anche al femminile. A Melbourne cinque tenniste tra i 16 e i 18 anni si sono qualificate al secondo turno e una, la 17 enne Anisimova, è già approdata al terzo. È lei l’osservata speciale di questo gruppo di ragazzine terribili. Passaporto americano, nata a Freehold, New Jersey, da genitori moscoviti, ha iniziato a giocare quando aveva appena 2 anni per seguire le orme della sorella più grande, Maria. Papà Konstantin Anisimov e la moglie Olga si sono trasferiti negli Stati Uniti nel 1998 per cercare condizioni di vita migliori. Invitata da dei parenti di Olga, la famiglia si è subito trovata bene scegliendo di trasferirsi negli States dove è nata la figlia più piccola, Amanda. In precedenza la famiglia aveva pensato di trasferirsi in Spagna, altra patria «tennistica», ma Konstantin non si è sentito a proprio agio: «In Europa ti trattano sempre come uno straniero, negli Usa c’è gente di tutto il mondo, l’accoglienza è migliore, è un posto dove tutti possono avere un’opportunità». E così è stato, soprattutto per la piccola della famiglia, che a 7 anni ha iniziato a fare sul serio e adesso, a 17 e mezzo, è già numero 87 del mondo. A Melbourne Amanda è arrivata al terzo turno battendo Monica Niculescu all’esordio e poi Lesia Tsurenko, ucraina numero 24 del ranking. «Voglio diventare numero 1 al mondo – ha sempre detto Amanda dal suo metro e ottanta di altezza – e non è affatto un sacrificio girare per il mondo, perché mi piace molto quello che faccio» […]


Prima volta al terzo turno. Fabbiano, lezione al futuro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Trentotto centimetri più sotto ci sta Thomas Fabbiano. Nella foto finale il nostro è quello di lato, seminascosto da Reilly Opelka, un due metri e undici che pare un armadio a tre ante. Da lì, avere un punto di vista sul tennis ti obbliga necessariamente a guardare verso l’alto, e per quanto scomoda, la situazione offre utili spunti di riflessione. Il primo è sul tennis del futuro, popolato da uomini grandi come case, un tennis alieno, scosso da sassate che vengono dall’alto, dalle quali prima di tutto è necessario mettersi al riparo. Il secondo è la necessità di trasformarsi da tennisti che corrono in tennisti che scalano. Trentotto centimetri, secondo la “Scala Isner” che misura la cosiddetta magnitudo, cioè il valore dell’energia che si sprigiona in ogni colpo a partire dall’ipocentro (da cui parte la palla) e ne valuta l’intensità, si traducono in una differenza di 65 ace, 67 a 2 per la precisione. Il terzo riguarda l’obbligo di modificare la propria strategia. Allo scoccare della terza ora di gioco, Thomas era convinto in cuor suo di aver percorso poco più di 200 metri. Tanti scatti brevi, spesso inutili, mentre il tennista-scalatore sa che la regola fondamentale, il colpo di piccozza utile a issarsi quel tanto più su, viene dal rimettere in gioco la palla, purché sia. Sarà l’alieno a quel punto a chiedersi che cosa fare con quella sfera che torna indietro e comincerà ad assumere strane configurazioni per ribatterla a sua volta, le gambe troppo lunghe s’incroceranno, il busto troppo rigido lo sbilancerà, i muscoli troppo sviluppati la scaglieranno chissà dove. Un utile consiglio per gli spettatori della prima fila? Munirsi di scudi, odi elmetti. Infine, l’ultima considerazione… Nella foto finale, è il nostro Thomas a esultare, per quanto semi nascosto, e non l’armadio. Significa che c’è vita intorno al tennis del futuro, e c’è speranza. Non sarà una palestra per alieni spropositati, e non si vedranno solo servizi a velocità spaziali, controllabili esclusivamente dai radar dei centri ufologici nazionali. Significa che si potrà ancora fare a meno di quei 38 centimetri mettendo in campo altre cose. Come ha fatto Fabbiano, passato sotto la tutela del Centro Piatti a Bordighera. Ha causato danni irreparabili nel tennis di Reilly Opelka una rispostina in chop, che il nostro ha eseguito opponendo giusto la racchetta a quei missili forsennati. Su quella Thomas ha costruito il proprio gioco, cercando subito di far correre Opelka, incapace di reggere oltre il quarto scambio […] «Sarebbe stato tutto perfetto semi fossi anche divertito. Ma con quel tennis, non ci riesco. Anzi, se il tennis fosse questo, forse non lo seguirei, e nemmeno lo giocherei. Non mi piace e non mi appassiona». Ora c’è Dimitrov. «Non voglio fare gli stessi errori di Wimbledon, quando ho trascorso il giorno di riposo allenandomi come un pazzo. Farò il giusto, giocherò tranquillo» […]


Il maratoneta Seppi: riposo e amore per giocare 55 Slam (Enrico Sisti, Repubblica)

«Per andare avanti non ho altra scelta che…». Poco meno di tre anni fa sembrava proprio che Andreas Seppi si fosse piegato al destino, ovviamente cinico e ovviamente baro, e avesse accettato di entrare in sala operatoria, che è uno di quei “grandi traguardi” che ad un certo punto appaiono all’orizzonte fra gli eccessi fisicamente distruttivi ed economicamente remunerativi dello sport moderno. In realtà Seppi, 35 anni il prossimo 21 febbraio, appena approdato al terzo turno dell’Australian Open dopo aver battuto Thompson, stava affermando l’esatto contrario. La sua era una decisione in controtendenza, quasi rivoluzionaria, era una specie di rivolta: «Non mi opero, non se ne parla». Il contrario di Murray per non finire come Murray. Anche Seppi soffriva e soffre di un problema all’anca. L’anca è una maledizione, quando dice basta e lo dice a modo suo devi solo ascoltarla. Non sempre esiste un rimedio. Per allungarsi la carriera Seppi ha capito che il toro non andava preso per le coma, che era possibile aggirare la seduzione del bisturi. Si è consultato, si è angosciato. «E alla fine abbiamo optato per la terapia conservativa e rigenerativa». Nessuna certezza, solo buon senso. Che ha ripagato. E così Andreas, che con l’Australian Open del 2019 ha staccato il suo 55° ticket consecutivo ad uno Slam, circa due volte all’anno si ferma per un mese, a volte qualcosa di più: la chiamano infiltrazione ma è qualcosa di diverso e qualcosa di più. Sono i celebri fattori di crescita, ti prelevano il sangue, te lo centrifugano in modo che piastrine e plasma si dividano e ti iniettano nella zona sofferente una siringa giallastra del tuo stesso siero. Il tutto una o due volte a distanza di una decina di giorni. In quel periodo è consigliabile, se non proprio obbligatorio, stare fermi. Per sopravvivere bisogna insomma un po’ morire, per allungare bisogna un po’ rallentare. Più dell’intervento chirurgico a Seppi è servito l’intervento psicologico. Più della ricostruzione in artroscopia è servito il ragionamento sull’età che avanza. Come tutti gli adulti saggi Seppi apprezza ora il valore dello sforzo quanto quello del riposo. Sa che per giocare più a lungo non può più giocare sempre. Seppi è una scultura vivente. Non sembra quasi mai soffrire le emozioni. E ciò farebbe supporre che non ne prova […] Quando nel gennaio del 2015 divenne il quinto italiano a battere Federer (dopo Pozzi, Sanguinetti, Gaudenzi e Volandri), ma il primo in assoluto in una partita dello Slam, accadde proprio a Melbourne, pareva che si fosse appena liberato da un ingombro. Contento sì, ma non abbastanza per cominciare a zompettare su e giù per il campo. Ha sorriso, ha allargato le braccia. Stop. Seppi è così. Per questo dura nel tempo. Perché ha qualcosa del riserbo orientale di Nishikori, sa carpire i segreti dai suoi maestri e soprattutto dal suo coach Max Sartori (ma anche da Piatti) e vince anche quando perde. L’amore per sua moglie gli ha insegnato ad aprirsi un po’, ma è cosa relativamente recente (si è sposato nel 2016 con Michela Bernardi). Andreas è una statua di talento capace di rimandare dall’altra parte della rete palline anche dopo scambi di venti colpi a testa. E oltre a Federer ha sconfitto anche Nadal. Unico azzurro della storia ad aver vinto tornei su tutte e tre le superfici, terra, erba cemento, eppure di lui si continua a parlare poco, troppo poco […]

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Rassegna stampa

Ceck-out amarissimo in Australia, Fognini e Giorgi sorrisi azzurri (Baldissera). La resa di Vanni e Ceck (Azzolini). Cecchinato non è un flop, ma serve più incoscienza (Bertolucci). Serena è tornata (Semeraro)

La rassegna stampa di mercoledì 16 gennaio 2019

Alessia Gentile

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Ceck-out amarissimo in Australia, Fognini e Giorgi sorrisi azzurri (Luca Baldissera, La Nazione)

Nel giorno in cui Djokovic e Zverev hanno vinto senza perdere un set, proprio come Nadal e Federer lunedì, il bilancio azzurro della seconda giornata dell’Australian Open poteva essere in positivo, 3-1 come nella prima, se non addirittura un 4-0, e invece è un 2-2 che lascia un po’ l’amaro in bocca. Come in quei pareggi che la squadra del cuore subisce dopo il 90°, nei minuti di recupero. Ma nel tennis chi perde non può mai dare la colpa all’arbitro. Sia Marco Cecchinato sia Luca Vanni hanno perso al quinto set dopo aver vinto i primi due. I rimpianti sono maggiori per Cecchinato. Vanni (n.163 e emerso dalle qualificazioni) non era certo favorito contro l’ex top-ten spagnolo Carreno Busta (n.23). Invece Cecchinato n.18, lo era contro il serbo Krajinovic n.93 e ha anche avuto un matchpoint nel tiebreak del quarto set, sull’8 a 7. Lungo scambio, concluso purtroppo da un errore di rovescio. Perso il tiebreak 10-8 il siciliano ha patito il contraccolpo psicologico. In quel set era stato infatti anche avanti 2-0, quando pareva avviato a ripetere lo splendido avvio (64 60), con un secondo set giocato a livelli straordinari. Sembrava volasse verso il secondo turno dove, oltretutto – ad accrescere il rimpianto – c’era un avversario battibilissimo, il russo Donskoy n.96. «E’ una sconfitta durissima da mandare giù — ammette avvilito — Ho giocato due gran set, poi mi sono un po’ incartato. Ma ho avuto così tante occasioni, il matchpoint su tutte… Speravo in un torneo migliore. Avevo anche un buon secondo turno. Mi sento un giocatore anche da cemento…l’anno scorso non ci avevo ancora vinto una partita, i progressi ci sono. Ma ora sono triste, nervoso. I momenti brutti in carriera succedono: passerà pure questo». E Vanni dispiaciuto ma filosofo: «Un anno fa giocavo all’Open di Orvieto, oggi in uno Slam contro il n.24 Atp…». L’avversario di Fognini, lo spagnolo Munar, pupillo di Nadal e maiorchino come lui, si è ritirato nel terzo set per un stiramento dopo aver mancato un setpoint nel tiebreak del secondo set. Fognini al prossimo turno ha l’argentino Mayer: «Io a diventare top-ten non ci penso più. L’occasione l’ho mancata a New York e a Shanghai». E allora magari ci arriva. La Giorgi ha dominato in 53 minuti l’acerba slovena Jakupovic. Al prossimo round ha la polacca Swiatek, regina junior di Wimbledon.


Perdere bene, che vizio. La resa di Vanni e Ceck (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Di buono c è che gli italiani del tennis hanno imparato a perdere in modi a dir poco coinvolgenti. I sette in tabellone si sono ristretti ma di poco, ora sono quattro in secondo turno, buon viatico per dare ancora qualche pennellata d’azzurro al torneo. Perdere bene ha il fascino perverso di un vizio casalingo, a portata di mano, facile da ottenere. Ieri è successo due volte, prima a Luca Vanni, poi a Marco Cecchinato, e in entrambi i casi c’è da chiedersi perché i due non abbiano saputo portare a termine quel gioco seduttivo di ombre e improvvisi bagliori, di percussioni violente e inaspettate ritrosie nel quale così bene avevano precipitato i rispettivi avversari, se perché non se la siano sentita, o non ne abbiano avuto le capacità, oppure perché abbiano dato per scontato l’happy end. Due sconfitte dolorose, giunte dopo ampia dimostrazione che entrambi gli azzurri erano decisamente competitivi e meritevoli del passaggio del turno. Luca Vanni, opposto a Pablo Carreno Busta (numero 10, due stagioni fa), è stato capace di smontare il tennis ordinato dello spagnolo, ma tre errori evitabili nel sesto game del terzo set e lo spreco di una comoda volée sul 5 pari del quarto, gli sono costati il riaggancio e un quinto set giocato sotto pessimi auspici, fino alla sconfitta finale. Peggio è andata a Cecchinato, contro il serbo Krajinovk. Anche lui due set avanti, anche lui vittima di un personale cupio dissolvi all’imbocco del terzo set, eppure ancora in partita nel quarto, fino al tie break tutto giocato rincorrendo, e al match point raggiunto di pura caparbietà e smarrito su un rovescio che poteva essere giocato assai meglio. Così, nel quinto, il serbo ha fatto passerella, subito avanti e non più raggiungibile. «E’ una sconfitta dura da mandare giù, ho avuto chance a non finire, ho avuto un match point. Sono triste e deluso», dice un avvilito Cecchinato, «l’unico aspetto positivo è che il cemento non mi fa più paura, ma lo ammetto, mi aspettavo davvero un altro torneo» […]


Cecchinato non è un flop, ma serve più incoscienza (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Ci sono sconfitte e sconfitte. Quelle propedeutiche che fanno bene ai giovani, quelle inevitabili contro avversari decisamente superiori, quelle accettabili dopo aver fatto tutto il possibile per evitarle e quelle dolorose che necessitano tempo per essere digerite. A quest’ultima categoria appartiene quella di Marco Cecchinato nel primo turno degli Australian Open. Perdere contro Krajinovic non è un delitto, ma il modo in cui è maturata questa sconfitta lascia l’amaro in bocca, toglie alcune certezze e rischia di rallentare la crescita iniziata lo scorso anno. Non sarà facile cancellare dalla mente i due set di vantaggio, il match point e la consapevolezza di un secondo turno decisamente abbordabile contro il russo Donskoy. Marco però possiede fisico, mezzi tecnici e forza mentale che, usati con saggezza, possono far male anche ai più attrezzati del circuito. La terra battuta sarà sempre la superficie prediletta, ma anche sul duro, con pochi accorgimenti, potrà dire la sua. Con i solidi fondamentali da dietro e il suo pressing, il palermitano è in grado di creare situazioni favorevoli. Esteticamente si resta colpiti dal lineare rovescio, ma il dritto non perde certo il confronto in quanto a efficacia. Un passo in avanti potrà arrivare dal miglioramento della qualità e delle soluzioni del servizio e dall’uso anche dell’incoscienza travestita da coraggio per rendere più aggressiva la risposta.


Body mela e qai qai, Serena è tornata (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il problema con Serena Williams non è quando finire, come sosterrebbe Mina, ma sempre da dove ricominciare. Proviamo con il risultato: la ex numero 1 del mondo, che in Australia cerca il 24° Slam, al debutto ha impiegato 49 minuti per sradicare dal tabellone la sua doppia collega (tennista e mamma) Tatjana Maria: 6-0 6-2. Al prossimo turno troverà Genie Bouchard, e speriamo che la canadese porti l’elmetto. Poi c’è il resto. La nuvola mediatica che accompagna la Williams la avvolge. A Parigi l’anno scorso Serena si presentò con una tutina nera aderentissima, e a Wimbledon con un tutù in tulle, provocando grande scandalo (per i facilmente scandalizzabili) e conseguente aspro contenzioso fra i fashionistas e i puritani, questi ultimi guidati dal presidente della federazione francese Giudicelli. A Melbourne la mise scelta è un altro body, color verde mela con cintura a contrasto, accompagnato da un collant a microrete (Serena-tard lo ha ribattezzato), che ha subito scatenato un altro dibattito. Più interessante il caso di Qai Qai, la bambola preferita di Alexis Olympia, la primogenita della campionessa. In un anno e mezzo scarso di vita Alexis Olympia è già diventata – suo malgrado? – una star dei social e Qai Qai è una bambola di colore. «Ho voluto che la sua prima bambola fosse nera – ha spiegato – perché quando ero piccola io non c’erano tante possibilità di giocare con bambole nere. Alexis è di sangue misto, nera e caucasica, la sua seconda bambola sarà bianca: voglio assolutamente insegnarle che gli esseri umani devono amarsi l’un l’altro, non importa di che colore sia la loro pelle». La bambola è parte integrante del doppio progetto, agonistico e sociale, che la Pantera sta coltivando da quando ha fatto la sua rentrée. Serena si propone non solo come tennista – la più grande di sempre, in cerca di definitiva vidimazione statistica attraverso il record di 24 Slam che oggi detiene in solitaria Margaret Court – ma anche come rappresentante ideale di tutte le mamme lavoratrici. Compresa la sua collega Vika Azarenka, alle prese con un faticosissimo processo di affidamento del figlio Leo e che ieri dopo una inattesa sconfitta è scoppiata a piangere, commuovendo un po’ tutti «Se ce la faccio io ce la potete fare anche voi», è lo slogan dell’americana, diretto alle tante working-mom che faticano a mettere insieme carriera e obblighi materni. «La Nike – ha spiegato parlando fra l’altro del Serena-tard – mi vuole sempre forte e in forma per dare un messaggio a tutte le mamme che vogliono tornare a posto dopo la gravidanza» Durante i suoi match la happy family è sempre schierata in tribuna: papà Alex, figlia Alexis e Qai Qai. «L’ultima volta che sono stata qui vinsi il torneo sapendo di essere incinta – racconta Serena – e fu una sensazione molto strana. Stavolta in campo sono da sola, è molto più normale, ma passo comunque un sacco di tempo con mia figlia. Mi alleno appena riesco e poi scappo subito a casa. Anche se da mamma lavoratrice mi sento un po’ colpevole, perché per me è super importante stare tanto con lei». Di mamma- come lei – ce n’è una sola.


Williams, vince Olympia (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Williams torna in Australia, c’era stata due anni fa, senza saperlo. Gioca con la Maria, è simpatica, ma quando camminano di fianco lei incespica e cade. Ridacchia e si rialza. Poi, fiduciosa, prende la mano dell’altra. La sfida mostra la Williams più risoluta, «questa è mia» dice strappando dalle mani della Maria la carrozzina, poi però gliela restituisce e le due si abbracciano, si danno un bacio sulla guancia. Ma la Williams cade di nuovo. Tutte giù per terra. Serena Williams e Tatjana Maria sono in campo e da poco si è concluso l’incontro fra Alexis Olympia, un anno e quattro mesi, e Charlotte, cinque anni da poco compiuti. La piccola Alexis ha fatto e disfatto, approfittando della pazienza della più grande. Anche fra Serena e Tatjana è stata la Williams a fare e disfare. I modi di Serena non sono cambiati con gli anni, anzi, si sono fatti più incalzanti, perché ha fretta di ricongiungersi al suo tennis, quello di quando vinceva a mani basse. Mamme in campo e figlie ad attenderle fuori. La scena non è nuova, ma dipinge un tennis che diventerà ancor più consueto. Anche le ragazze cercheranno di prolungare la loro permanenza nel tennis, supereranno i 35 anni con naturalezza e avranno team sempre più specializzati nell’allenare fisici femminili non più adolescenziali e atlete che hanno scelto di continuare dopo la maternità. Alla fine, mamma Serena spazza via mamma Tatjana. «Torno qui dopo due anni e tutto è cambiato; allora sapevo di essere incinta, ma giocai ugualmente e vinsi il torneo. Ora metto davanti a tutto mia figlia, ma sono una donna che lavora e come tutte mi sento in colpa con lei». Il body indossato a Melbourne, dopo il Catsuit di Parigi e il tutù mostrato agli Us Open, sembra santificare il suo ritorno alla forma fisica «Più o meno.. Mette in rilievo i muscoli, mi piace, ma non saprei come definirla..». Non mancano pero le calze elastiche, anti-trombosi, un problema che ha minacciato più di una volta Serena. «Super eroina o no, sono qui per vincere», annuncia. «Ho buone sensazioni». E una sicurezza in più. «Stavolta», assicura, «non sono incinta».

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