La Piccola Biblioteca. Tennis revolution: 100 anni di storie

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La Piccola Biblioteca. Tennis revolution: 100 anni di storie

Ritorna la Piccola Biblioteca con un volume speciale che riscrive la storia del Tennis

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Bottazzi L., Tennis. 100 anni di storie, Giunti Editore, 2018.

Il tennis andrebbe scorporato in tre linee essenziali: l’arte, la scienza e la storia. L’arte è il patrimonio misterioso incorporato nei grandi campioni. Un mix di colpo d’occhio, tecnica, sensibilità, visione di gioco e percezione drammaturgica dell’importanza del momento. Fondamentalmente una roba intrasmissibile. Nessuno al mondo può insegnare la risposta telepatica di Nole, la frustata liquida di Roger o l’uncinata da cinque quintali di Rafa. Loro meno di tutti. È una specie di dono che si rinnova come l’araba fenice in ogni campione. Magia più che sport. O meglio la magia dello sport.

La scienza del tennis è invece la conoscenza scientifica del gioco. Uno studio inaugurato da Bill Tilden, il “Leonardo del tennis”. Uno che non si accontentò di essere un campione immenso, forse il più grande di tutti, ma che ha lasciato studi, libri e visioni che hanno proiettato un semplice gioco in una dimensione superiore [1]. La scienza del tennis dovrebbe essere la base di ogni insegnante o allenatore. Trasmetterla dovrebbe essere un dovere. Dico dovrebbe perché è proprio nell’epoca di giocatori iperspecializzati in una sola zona del campo che dovrebbe essere necessario una visione più ampia del gioco del tennis e inevitabilmente una percezione più profonda della sua essenza. Questa questione porta inevitabilmente alla terza linea: la Storia del Tennis. Genere letterario innalzato da Clerici a semiotica dell’animo umano, o microstoria, al quale Luca Bottazzi aggiunge un prezioso tassello. Con una pubblicazione elegante, un superbo corredo fotografico e un’estesa bibliografia “Tennis. 100 anni di storie” fornisce gli strumenti necessari per allontanarsi dalla dittatura del presente e mettere il gioco dei Re, o il Re dei giochi in una prospettiva più ampia e, udite udite, unitaria. Se i 500 anni di Clerici sono un’irripetibile enciclopedia in prosa [2], i 100 anni di Bottazzi sono un romanzo da leggere tutto di un fiato. Dal Medioevo fino a Roger Federer con una preziosa porta aperta sul futuro che suona come una preghiera, o una sentenza: la chiave del futuro è radicata nel (la conoscenza del) passato.

 

Che il tennis non sia uno sport come gli altri è cosa abbastanza risaputa ma è quasi fantastico assistere a come questo emerga negli scritti di Erasmo da Rotterdam (1522), di Leonardo da Vinci o che sia stato il perimetro fisico che ha generato la Rivoluzione Francese. Una semplice palla colpita da due contendenti diventa rapidamente una cosa in grado di sintetizzare la condizione dell’essere umano nel mondo stretto tra competizione, regole e caos. Una metafora in movimento che ha attratto prima i Re, e i principi, poi gli spettatori, le televisioni fino a diventare un linguaggio universale.

Nella prima sezione del libro, Bottazzi ci restituisce la preistoria del tennis tra il primo tentativo di codifica del gioco (della pallacorda) di Antonio Scaino nel 1555 e il brevetto anglosassone del Lawn tennis che incorpora il gioco del Real tennis plasmando così il futuro. Credo però che il merito più grosso del libro sia la prospettiva adottata. Filologicamente devoto alla Storia del Tennis ma così irriducibilmente dentro il suo gioco da tradirla. Mi spiego, dal primo Wimbledon (1887) fino all’ultimo (2018) tutti campioni vengono posti sullo stesso piano con buona pace della grande diaspora tra dilettanti e professionisti. Nonostante il libro avanzi per capitoli che periodizzano le varie Ere, Bottazzi bypassa, direi finalmente, la questione delle questioni che ha falsato irreversibilmente la possibilità di comparare i campioni con parametri simili. Problemone irrisolvibile che tra le tante implicazioni ha sbilanciato la storia del tennis in avanti, quasi fosse incominciato nel 1968 con Rod Laver. Nella prospettiva di Bottazzi è il gesto tennistico a essere l’indiscusso protagonista e a scandire le varie epoche. Così facendo il circuito professionistico viene sovrapposto a quello ufficiale restituendo una Storia del Tennis probabilmente più incerta ma infinitamente più equilibrata. Una Storia che se ne infischia dell’eventuale GOAT ma che ha il merito di mettere sullo stesso piano Federer, Nadal, Laver e Borg con Donald Budge, Ken Rosewall, Bill Tilden, René Lacoste e Pacho Gonzales. Solo per fare alcuni nomi.

A impreziosire il volume ci sono le appendici finali dove accanto alle classifiche canoniche sul numero di Grande Slam vinti (1. Federer 20, 2. Nadal 17, 3. Sampras, Djokovic 14), ci sono quelle che integrano l’equivalente professionistico di quei tornei. La nuova classifica integrata suona così:

1) Ken Rosewall 23
2) Roger Federer 20
3) Rod Laver 19

Insomma si può discutere a lungo se i tornei Pro possono essere equiparati agli Slam, però escludere dal podio della storia del Tennis uno come Rosewall che dopo l’integrazione dei professionisti (Rosewall ha saltato la bellezza di 40 Slam, dal 1957 al 1967), ritorna in finale a Wimbledon a 39 anni suonati, che ha vinto tornei per 25 anni consecutivi e che nell’head to head con Laver ha vinto 62 incontri (su 149) è forse tecnicamente corretto ma sostanzialmente assurdo.

Una storia che così riscritta ha l’infinito merito di reintegrare campioni pazzeschi negli albi d’oro e a ben vedere suggerisce una strana, ma logica, linea di continuità. Gli immortali, non a caso quasi tutta gente che ha giocato e vinto quasi fino ai quaranta anni, sono stati, nelle rispettive epoche e all’interno delle varie evoluzioni dei gesti, interpreti di un gioco a tutto campo che dovrebbe essere l’essenza del tennis e la cosa più logica del mondo se non fossimo all’interno di un’epoca che con l’iperspecializzazione in una zona del campo la nega. Insomma, grazie a libri come questi, il futuro (e il passato) è ancora aperto.

[1] Per un approfondimento vedi qua
[2] 500 anni di tennis: “la bibbia” che tutti dovrebbero avere

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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Le Williams. La storia mai raccontata della famiglia che ha cambiato il tennis

Ripercorriamo con il libro di Matteo Renzoni e Andrea Frediani, la vita di Richard Williams, tassello fondamentale di una dinastia vincente

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Per raccontare la storia della dinastia Williams non c’è niente di meglio che assemblare un giornalista sportivo, Matteo Renzoni, e un romanziere storico, Andrea Frediani: il primo, perché il tema è la famiglia che ha prodotto due delle campionesse più vincenti nella storia del tennis femminile, il secondo perché la loro vicenda passa attraverso varie fasi della storia americana, e in particolare la vita del loro padre e mentore è un vero e proprio romanzo. È certamente corretto parlare di dinastia, ove si pensi che la storia inizia dal bisnonno delle due sorelle, un servo della gleba ancorato alla terra del latifondista bianco per cui lavora, nella Louisiana dei primi anni del Novecento, quando nel profondo sud degli Stati Uniti imperversavano impuniti i cappucci bianchi del Ku Klux Klan.

Il “King Richard” magistralmente interpretato dal Premio Oscar 2022 Will Smith nasce da una ragazza madre in piena Seconda Guerra Mondiale, e deve sviluppare una personalità forte, perfino spietata, per fronteggiare i soprusi cui sono sottoposti i neri nella sua cittadina, sopportare la povertà cui è condannata la sua famiglia, assorbire il dolore per aver visto morire, uno dopo l’altro e prima di compiere diciotto anni, i suoi tre migliori amici, giustiziati da KKK, per sopportare l’indifferenza della polizia. E infine, per andarsene a cercare fortuna dapprima nella Chicago degli anni ’60, teatro delle marce per i diritti civili promosse da Martin Luther King, e poi nella Los Angeles dove le bande criminali si spartiscono il territorio.

Eppure ce la fa, Richard Williams, a ritagliarsi un benessere e uno status sociale invidiabile… per un nero. Ma a lui non basta. Richard vuole lo stesso benessere che spetterebbe a un bianco pieno di spirito di iniziativa come lui, e non cessa di escogitare nuovi modi per fare soldi, per crescere nella considerazione della gente, per dare alla sua famiglia le migliori prospettive di vita. E infine trova la chiave nel tennis, uno sport che ha del tutto trascurato, nei suoi primi quarant’anni di vita. E crea un progetto, basandosi sulle figlie che devono ancora nascere. Richard è capace di imparare a giocare nell’arco di pochi mesi, spingendo la moglie Oracene a fare altrettanto, e avviare un accurato programma in 78 pagine per fare in modo che le sue due figlie, Venus e Serena, diventino non solo forti, ma le più forti di tutte.

 

Sembrerebbe il disegno di un pazzo, invece è un progetto perseguito con coerente lucidità e con ferrea volontà. A dispetto delle tragedie vissute in famiglia, delle condizioni estreme in cui Richard vuole che le figlie crescano, in un ghetto dove sibilano le pallottole sui campi in cui si allenano, dove lui deve fare spesso a pugni con le gang per conquistarsi uno spazio da offrire alle due ragazzine, Venus e Serena maturano senza odiare né il tennis né il genitore, ben lontane, per esempio, dal rapporto conflittuale che ha legato Agassi a suo padre. La pedagogia di Richard è semplice ed efficace: devi esporti in prima persona, se vuoi che i tuoi figli facciano altrettanto, e devi indicare loro la strada da seguire, non accompagnarceli tu stesso. Ed è così che Mr. Williams ha trasformato una famiglia di servi della gleba in miliardari e influencer tra i più seguiti del mondo. Con un montaggio parallelo tra le avventure di Richard nella società razzista nordamericana e i trionfi sul campo delle due grandi campionesse, Renzoni e Frediani riscostruiscono per Newton Compton – libro disponibile tra librerie e store online – i successi e le tragedie della famiglia Williams in modo appassionante, con il ritmo serrato degno di un romanzo thriller.

Titolo: Le Williams
Casa Editrice: Newton Compton Editori
Collana: I volti della storia
Autori: Matteo Renzoni. Giornalista Sky Sport, coordina Sunday Morning e il talk del pomeriggio. Ha commentato diverse edizioni di Wimbledon. Collabora con il mensile “Ok Tennis”. Questo è il suo terzo libro dopo “Colpi di scena” e “Ho fatto trentuno”.
Andrea Frediani. Divulgatore storico e romanziere pubblicato in tutto il mondo, ha scritto oltre una sessantina tra romanzi e saggi storici e venduto quasi due milioni di copie solo in Italia. È anche un grande appassionato di tennis, che ha praticato in forma semiagonistica in giovane età.

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Il lungo viaggio delle ATP Finals nel racconto di Remo Borgatti

Lo storico collaboratore di Ubitennis ripercorre la Storia del Torneo dei Maestri in più di 50 anni di grande Tennis

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Remo Borgatti ha collaborato a lungo con Ubitennis, spesso anche da inviato, come nella prima Laver Cup di Praga, alcuni Masters 1000 (Madrid fra gli altri), ed è stato l’apprezzato autore di una serie di 29 puntate  “UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP. In passato ha curato anche altre rubriche “Tornei scomparsi” , “Un mercoledì da leoni


Da Tokyo a Torino e dal 1970 al 2021, il lungo viaggio nella storia delle ATP Finals è in pratica quello della stessa Era Open del tennis, inaugurata appena due anni prima. Quando il Masters – così si chiamava il torneo alla sua nascita e così ancora oggi molti lo percepiscono con maggiore immediatezza – partì dal Giappone, assomigliava a una esibizione e forse tutto sommato lo era ma, attenzione, in un periodo in cui i confini tra ciò che è ufficiale e ciò che non lo è erano assai più sfumati rispetto a oggi. Il tennis nel 1970 stava cercando con fatica la quadratura del cerchio tra professionismo e pseudo-dilettantismo e manifestazioni come il Masters provavano a conciliare l’eredità dei format-spettacolo tipici del mondo Pro con il respiro più austero dei tornei tradizionali. Una sintesi niente affatto semplice, che non trovò subito nel Masters del Grand Prix la sua dimora più accogliente. Anzi. Tuttavia, il seme collocato sotto il velocissimo tappeto del Metropolitan Gymnasium di Tokyo non tarderà a spuntare negli anni successivi e a diventare una pianta ben radicata e vigorosa nel breve volgere di qualche stagione. Quando, abbandonata la sua primigenia natura nomade, il torneo prenderà dimora fissa al Madison Square Garden per oltre un decennio, tutti gli sportivi (non solo gli appassionati di tennis) lo identificheranno per quello che è, ovvero la riunione di fine anno delle migliori racchette al mondo. Uscito dalla cattività e collocato in un mondo che nel frattempo ha mantenuto la sola ATP come struttura alternativa e al contempo partecipe rispetto alla Federazione Internazionale, l’evento cambierà nome nel 1990 e lo farà in seguito altre volte mentre conserverà con stoicismo e grande convinzione ciò che più di ogni altro fattore lo contraddistingue: la formula. Perché non solo in otto giorni di torneo si possono vedere all’opera i migliori otto singolaristi e i migliori sedici doppisti al mondo, ma (salvo ritiri) lo si può fare per almeno tre volte senza il timore che una sconfitta faccia uscire di scena anzitempo questo o quel protagonista.

Le vicende relative alle 52 edizioni delle attuali ATP Finals, compresa quella storica per la nostra nazione disputata lo scorso mese di novembre a Torino, vengono trattate con dovizia di particolari nel bel volume di Remo Borgatti dal titolo emblematico “ATP FINALS –  Da Tokyo a Torino tutta la storia del torneo dei maestri” pubblicato da Ultra Edizioni (472 pagine, 22 Euro) e reperibile in tutte le librerie e negli store on-line. Tra gli aspetti che rendono eccellente questo libro, particolarmente apprezzabile è quello di aver incluso un ampio resoconto su Torino 2021 (che costituisce tutta la prima parte e dove viene citato anche il nostro direttore Ubaldo Scanagatta, laddove suggeriva l’ipotesi di intitolare i gruppi o ai giornalisti Tommasi e Clerici o agli ex tennisti Panatta e Barazzutti) che ne ha sì ritardato l’uscita ma lo renderà attuale almeno fino alla seconda edizione, in programma il prossimo novembre sempre nella città della Mole. Nella parte centrale l’autore ripercorre, anno per anno, tutta la storia del torneo da Tokyo 1970 a Londra 2020 integrando la cronaca degli eventi con le curiosità e gli aneddoti più celebri. Infine, vero gioiello di questo corposo e del tutto esaustivo lavoro, la sezione dedicata ai numeri e alle statistiche della manifestazione, completa in ogni dettaglio e aggiornata anch’essa a Torino 2021.

 

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