La piccola guerra Europa-America per gestire l’ATP. Finali a Torino?

Editoriali del Direttore

La piccola guerra Europa-America per gestire l’ATP. Finali a Torino?

Djokovic studia da politico. Lui, Federer e Nadal. Le chances di Torino per le finali ATP 2021-2025. Sono ottimista. La lotta è con Tokyo. Il colpo di Stato contro Kermode. Né ostriche né champagne

Pubblicato

il

 

Per fortuna noi di Ubitennis abbiamo due inviati a Indian Wells (Vanni Gibertini e Luca Baldissera) che, oltre ai loro quotidiani podcast, dirette Facebook ed eccellenti cronache, possono andare a caccia di indiscrezioni riguardo al prolungato board dell’ATP che si sta svolgendo lì a margine del torneo e che va avanti per giorni. C’era in ballo la leadership dell’ATP e c’è anche la decisione riguardo a chi debba ospitare per 5 anni le prossime ATP Finals (2021-2025). Decisione che, forse anche per via della tardiva comunicazione del Governo Italiano riguardo alla candidatura Torino (ma chi può sapere che non ci fossero anche altre città in ritardo nella presentazione delle dovute garanzie per 78 milioni di euro?) pare sia slittata dal 14 marzo a Indian Wells a data da destinarsi durante il torneo di Miami. Può anche essere che dopo il defenestramento di Chris Kermode (che ha servito l’ATP per due mandati triennali), la stessa ATP si sia trovata un attimo in difficoltà nel prendere una decisione che riguarderà il torneo più importante – sotto tutti i profili, prestigio, economia – per la stessa ATP. Si tratta di assegnare una sede per cinque anni, non per uno.

IL COLPO DI STATO CHE HA FATTO FUORI CHRIS KERMODE

Non potranno aspettare fino a dicembre/gennaio quando il successore di Kermode sarà noto, ma che abbiano avuto bisogno di prendersi un po’ di tempo per un aspetto così importante, è ragionevole. Anche per capire se Kermode avesse in qualche modo – sia pur informalmente – fatto capire di voler appoggiare una qualche candidatura. Giovedì, dopo ore e ore di dibattito e come ha già scritto Vanni Gibertini, si è deciso di “far fuori” Chris Kermode, l’inglese di 54 anni che da sei era il chief executive, colpevole secondo il canadese Pospisil in primis di non aver instaurato un bel braccio di ferro con gli organizzatori degli Slam che “se la cavano distribuendo ai tennisti soltanto il 15% di quanto guadagnano al netto delle spese, mentre negli altri sport americani gli atleti-attori dello show, riscuotono mediamente il 50%”.

IL RUOLO DI NOVAK DJOKOVIC

Novak Djokovic, presidente dei giocatori che in passato e non solo in Australia aveva già fatto intendere di non essere per nulla contento della gestione Kermode, a Indian Wells ha cercato di fare un po’ il Ponzio Pilato, di mostrarsi super-partes. Ma penso che il “colpo di Stato” debba essere però imputato in buona parte proprio a lui. Non è certo un Pospisil che può trascinare tutti gli altri. Anche se Novak ha sottolineato il fatto di “essere soltanto uno dei dieci… del Player Council (con Anderson, Haase, Isner, Querrey, Lu, Pospisil, Jamie Murray, Soares, Dowdeswell, Vallverdu… se non è cambiato qualcosa), il mio ruolo non è decisivo…”. Mmmm, io non ne sono convinto.

 
Novak Djokovic durante il media day al BNP Paribas Open 2019, Indian Wells (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Nole ha anche sottolineato la necessità di cambiare il peso del CEO, visto che essendo assai spesso d’accordo da una parte i tre giocatori del Pro Council e dall’altra parte i tre direttori dei tornei, andava a finire che il parere del CEO finiva spesso per essere determinante (anche se il CEO di tanti anni, Mark Miles ad esempio, praticamente cercava di non votare mai ma di svolgere principalmente una funzione moderatrice fra le parti).

Va apprezzato il senso di “appartenenza” di Djokovic alla “mission ATP”. Non è facile per un numero 1 del mondo che deve concentrarsi primariamente sulla propria carriera – che come abbiamo visto per lui e per gli altri top player può essere ricca di alti e bassi – imbarcarsi in vicende che sono alla fine molto “politiche” e che inevitabilmente ti espongono a critiche da una parte e dall’altra. Se scontenti i top player fai magari felici i minor-player, se fai viceversa idem. Idem anche con i tornei: se proteggi i piccoli si lamenteranno i grandi, e viceversa.

DAL LEADER SENIOR FEDERER (CON NADAL), AL LEADER JUNIOR DJOKOVIC. QUANTO DIVERSI!

Prima di Djokovic si erano messi i panni del leader sia Federer sia Nadal. Federer è sempre stato l’incarnazione dell’uomo politically correct. Ho la sensazione che nel cercare di accontentare sempre tutti non sia stato determinante nell’affrontare annosi problemi irrisolti. Nadal è sempre stato un po’ più chiaro in quello che pensava, ma è anche tipo orgoglioso: non gli danno retta? Lascia perdere con l’aria di chi dice “peggio per voi!”. Questa almeno è la sensazione che io, conoscendoli un poco, ho di loro. Credo che Djokovic, per natura, sia più deciso e determinato a dar corso ai propri pensieri. Diplomatico con i media, quando fa lunghi discorsi che spesso si arrotolano su loro stessi e non ti fanno tanto capire dove vuole andare a parare, nella sua testa però le idee le ha chiare e le porta avanti.

Forse anche perché – ma questa è mia “psicanalisi da supermercato” – mentre Federer e Nadal godono di un prestigio e un carisma personale ormai cementato nei secoli, lui un pochino deve ancora costruirselo nel proprio ambiente. O forse sente di doverselo costruire. Lui è un po’… lo junior del trio di dominatori del terzo millennio. Roger il primo leader, la nave scuola e il campione dal talento innato, Rafa il primo rivale con più muscoli e tanta energia straripante, Djokovic colui che fra i due rivali (più amici che litiganti ma pur sempre binomio extraterrestre) è riuscito ad imporsi anche nei loro confronti come il campione che ha trovato il modo di eliminare ogni errore e debolezza. Dimostrandosi pronto a sobbarcarsi anche un ruolo di leadership con tanto di responsabilità “politica” nei confronti di colleghi tennisti e non. Federer ha presieduto il Council dal 2008 al 2014, con Nadal che ha fatto da suo consigliere per 4 anni…

NOVAK STUDIA DA POLITICO PER LA SERBIA?

Novak ha sempre respinto – finora – le ipotesi di occuparsi politicamente del proprio Paese, la Serbia, dove è più popolare del Presidente della Repubblica sebbene abbia scelto la propria residenza a Montecarlo, ma magari sta pensando – chi può saperlo? – di far training da homo politicus nel microcosmo tennistico. Per non essere da meno degli altri due top-star, o magari giusto per apprendere… un nuovo mestiere.

CHI SARÀ L’EREDE DI KERMODE? LA GUERRA IN ATTO

Il prolungato board dell’ATP in corso a Indian Wells ovviamente deve affrontare – innovando… – parecchie situazioni, ora che si sa che Kermode dal 2020 non sarà più il leader. Tutti quei motivi che hanno portato al suo defenestramento dovranno essere rivisti sotto una nuova luce. Vanni Gibertini ha ricordato che Nadal e Hewitt si erano espressi in favore di Kermode, e così altri giocatori grazie anche al fatto che il prize money per l’ATP è cresciuto del 60% nei cinque anni di suo mandato.

Gli alleati di Djokovic nel suo “colpo di Stato” sono il discusso ex tennista americano nonché “player representative” Justin Gimelstob – l’ex doppista e commentatore televisivo (i conflitti di interesse al centro di una questione giudiziaria collegata alla presunta aggressione denunciata dal finanziere Randall Kaplan e anche per presunte vicende sessiste precedenti) – i due tennisti americani Isner e Querrey che sono apparentemente fedelissimi a Gimelstob, l’altro player representative David Egdes (che è nel board di Tennis Channel, network che ha ingaggiato anche Gimelstob…) mentre una posizione più sfumata avrebbe il terzo player representative, il doppista inglese Alex Inglot. Per far capire al lettore di Ubitennis come stanno le cose, il board of directors che avrà fino a fine 2019 il CEO Kermode, ha sette componenti. Insieme ai tre Player Representatives sopracitati anche tre rappresentanti dei tornei: Gavin Forbes, Charles Smith e Herwig Straka.

A pagina 2: la struttura dell’ATP, Torino vs Tokyo per le Finals

Pagine: 1 2

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

Pubblicato

il

Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

Continua a leggere

Coppa Davis

Coppa Davis: l’Italia prima di quattro team a Bologna, ma potrebbe essere prima fra le otto di Malaga?

Perché no? Berrettini è supersolido. Strappargli il serviziò è un’impresa. Ma per un’Italia campione a Malaga Sinner deve crescere e non subire 7 break come a Bologna e New York. Due mesi sono pochi. Questa squadra è fortissima per anni

Pubblicato

il

Foto @RDO

Bravi, bravi azzurri. Missione compiuta. Non era scontata una settimana fa. Lo era diventato nel weekend.

Questa domenica francamente non ci poteva essere suspence, anche se c’erano i soliti banalissimi commenti del tipo “La palla è rotonda, non si sa mai, gli svedesi hanno battuto l’Argentina”.

Matteo Berrettini non poteva avere problemi con il meno forte dei fratelli Ymer, Elias, e infatti nei suoi dieci game di servizio ha perso solo sei punti. Due quando ha messo la prima (38 volte) e 4 quando ha fatto ricorso alla seconda (11 volte). Prestazione impressionante, sebbene in fase di risposta può sempre progredire, come ha osservato nel video con me Vincenzo Santopadre. Ma come poteva perdere? Gli sono bastati un break per set per vincere 6-4, 6-4, break nel nono  game del primo set e nel quinto del secondo per sbrigare comodamente la pratica. Senza ovviamente correre il minimo pericolo di un controbreak. Elias non è Mikael. Ci corre come il giorno e la notte, come ha potuto verificare più tardi – a sue spese – Jannik Sinner che contro il ventiquattrenne Mikael ha perso dopo sei successi in Davis la propria imbattibilità in singolare: 6-4,3-6,6-3. In doppio Jannik aveva perso già 3 volte su tre. Ma che Jannik non fosse il miglior Jannik lo si era già visto con Cerundolo, quando  pur vittorioso, 6-3,2-6,6-3, non aveva affatto convinto.

 

Fortunatamente quella vittoria di Berrettini e il conseguente 1-0 sulla Svezia ci bastava per sconfiggere l’ipotesi che la Svezia riuscisse nella mission impossible di batterci 3-0: cioè il risultato che le avrebbe consentito di chiudere il girone “bolognese” al primo posto, relegando noi al secondo ed eliminando la Croazia.

In un’ora e un quarto esatta Matteo ha sbrigato la pratica. L’Italia è prima, la Croazia è seconda. Le due squadre saranno a Malaga dove la fase finale comincia il 22 novembre, anche se l’Italia non gioca contro gli Stati Uniti fino a giovedì 24, giorno di festa per gli americani: è il Thanksgiving. Un primo ostacolo certamente duro. Forse più duro dell’eventuale secondo in semifinale.

La Croazia, vittoriosa 2-1 sull’Italia a Torino grazie alla vittoria di Gojo su Sonego e poi al doppio Pavic e Mektic, nonchè finalista un anno fa a Madrid (quando a vincere fu lo squadrone russo di Medvedev e Rublev, quest’anno banditi per via dell’aggressione russa all’Ucraina), sarà squadra temibilissima se rispolvererà Cilic al fianco di Coric e del solito duo Pavic-Mektic. Ma non l’affrontiamo di certo né nei quarti né nell’ipotetica semifinale.

Nei quarti contro gli azzurri gli USA potrebbero schierare Tiafoe al fianco di Fritz e hanno un doppio molto temibile in Sock e Ram. Chissà a fine novembre, dopo le finali ATP di Torino, se il n.1 azzurro sarà ancora Sinner oppure invece Berrettini?

C’è ancora un paio di migliaio di punti che potrebbe sovvertire ogni ordine, degli azzurri fra loro, degli azzurri con gli altri rivali che ancora aspirano a giocare a Torino e che da qui al 14 novembre si batteranno per conquistare quei tre posti che non sono ancora assegnati perché 5 sono già prenotati da Alcaraz, Ruud, Nadal, Tsitsipas e Djokovic.

E se battessimo gli Stati Uniti? Ci toccherebbe o il Canada, che schiera Auger Aliassime ma fin qui mai Shapovalov, oppure la Germania che ha battuto l’Australia. Questa sarebbe una sfida che potrebbe essere influenzata anche dallo stato di forma di Sascha Zverev: sul veloce indoor non ce ne sono tanti che giocano meglio di lui. Ha ancora due mesi per recuperare la condizione. Ma Struff n.2 non vale il nostro n.2, chiunque esso sia. E neppure il n.2 canadese Pospisil lo vale. Per questo dico che è più difficile battere gli USA che Canada o Germania. E anche con gli USA saremmo comunque favoriti, se si giocasse oggi. Ma mancano due mesi e la situazione può cambiare

Confesso che sono rimasto un po’ disorientato per la sconfitta patita da Sinner con Mikael Ymer. E’ chiaro che Jannik non aveva recuperato appieno dal trauma della partita persa con il matchpoint con Alcaraz. Io avevo scritto, dando sfogo alla mia immaginazione, tanti possibili pensieri che potevano aver affollato la mente di un ragazzo di 21 anni che aveva sognato di vincere il suo primo Slam, che aveva raggiunto il matchpoint contro chi non sarebbe diventato n.1 del mondo se avesse perso da lui.

Un fiorentino over 70 e un altoatesino di 21 anni appartengono a mondi troppo diversi perché i pensieri che affollano la mente dell’uno e dell’altro abbiano qualcosa in comune. Vi riscrivo qua i miei attribuiti surrettiziamente a lui (senza il suo benestare ovviamente e se lui ci dirà quelli suoi veramente provati ve li riferirò.

Ci sta di perdere una partita anche con il n.98 del mondo, nel giorno in cui non si gioca bene. E Jannik ha ammesso per primo che non ha certamente giocato bene. Senza invocare alibi che pure forse ci sono.

Ormai il tennis è così livellato che il n.98 può benissimo battere il n.11 senza che nessuno gridi allo scandalo o possa sbeffeggiare lo sconfitto come magari sarebbe successo una volta.

Io mi ricordo bene le imprecazioni che da direttore del torneo di Firenze –i cui incassi erano strettamente legati alla presenza di Panatta nelle fasi finali –mi trovai a lanciare quando in quattro edizioni del “mio” torneo Panatta perse da Dibley, Benavides, Fagel e Winitsky, giocatori (salvo forse il primo, l’australiano che aveva un gran servizio per l’epoca, 177 km l’ora! Le racchette erano di legno…), ma allora davvero il gap fra quelli che erano forti e gli altri era ampio, amplissimo. Quindi le sconfitte di un Panatta fuori condizione perché poco allenato, meritavano qualche nota di biasimo in più. E io ero inferocito. Molto più di lui.

Oggi invece per perdere con un giocatore molto peggio classificato basta in realtà pochissimo. I confini sono quasi impercettibili. La profondita del tennis maschile soprattutto è notevolissima. Una volta il numero 100 era quasi più un dilettante che un professionista.

Tutto ciò premesso però…c’è un però. Jannik ha vinto il secondo set, nell’entusiasmo generale, con il pubblico che invocava il suo nome, ma ciononostante ha perso subito il servizio nel primo game del set decisivo.

Recupera il break, ma ne subisce un altro nel quarto game. Recupera anche quello…ma riperde, per la terza volta nel terzo set e per la settima nel match di nuovo il servizio.

Insomma, nel giorno in cui Berrettini perde in un match che conta per il passaggio da prima della casse 6 punti in tutto, servendo il 75% di prime palle, vale a dire 3 ogni 4, Sinner perde sette volte il proprio game di battuta (non sette punti, sette game) servendo il 53% di prime, vale  a dire una ogni due.

Se i punti fatti con il servizio dipendono anche dalla qualità degli avversari – e come detto Mikael è di altra pasta rispetto a Eliah – le percentuali di prime dipendono sono da chi batte.

Matteo che rischia moltissimo la prima di servizio, battendo costantemente sopra i 200 km l’ora, ha servito anche il 78% di prime nella sua vita – quella con Elias è stata la quarta prestazione di sempre in termini di percentuale – e c’è chi lo definisce un robot per questa sua capacità che assomma tecnica e concentrazione.

Jannik è ancora molto lontano da quelle percentuali. Sta lavorando su tante cose, che abbia anche un po’ di confusione in testa ci sta.

Jannik ha spiegato – guardate il video della sua intervista -che effettivamente quando si gioca un match meno importante manca un po’ di adrenalina, di carica nervosa. “Non voglio togliere nulla a lui, è un amico e ha giocato molto bene” ha detto con apprezzabile fairplay. Ma è certo che ha giocato male anche perché dentro di sé non sentiva una super-motivazione. Anche se a dire il vero, ciò sarebbe stato più comprensibile se avesse giocato sul campo 17 di un qualche torneo davanti una cinquantina di spettatori. Giocando invece in casa davanti a un pubblico entusiasta come quello bolognese, è strano che non ne abbia avvertito la carica. Forse, come ha anche accennato, è stato lo stress della trasferta americana, l’amara conclusione…anche se all’inizio dell’US Open avrebbe probabilmente firmato per raggiungere il traguardo dei quarti.

Anche nelle cinque pallebreak per raggiungere il 4 pari nel terzo non è davvero stato il miglior Sinner. Ecco, secondo me Jannik – dei cui margini di progresso tanto spesso capita di parlare – deve migliorare soprattutto nella gestione dei punti importanti. Primi game di servizio di un set, quando si serve per il set o per il match, nelle palle break proprie e degli altri. Lì, in quelle occasioni, anche se ci si è trovati da cronisti tante volte anche ad acclamare il suo coraggio, è ancora un tantino troppo fragile, troppo discontinuo. Ma è giovane, 21 anni sono pochi per raggiungere i massimi livelli. Non tutti sono Nadal. Anche Roger Federer, classe 1981, ebbe un 2002 così così, nell’anno dei suoi 21 anni, sebbene avesse già lasciato intravedere nel 2001 battendo Sampras il suo grande talento.

Diamo tempo al tempo, in conclusione. Se gli bastassero i prossimi due mesi a fare un grande salto di qualità, per presentarsi solidissimo e fortissimo a Malaga, meglio, molto meglio per lui e per tutti. Per sognare la conquista di una seconda Coppa Davis, a 46 dalla prima di Santiago, non c’è comunque soltanto il 2022. Con questa squadra, in cui non solo Sinner deve migliorare, e certamente migliorerà, i sogni non sono miraggi.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

50 anni fa… Bertolucci come Musetti, Barazzutti come Sinner, Panatta come Berrettini. Quante analogie. Ma è tutta colpa di Pietrangeli

Musetti è quello che gioca il tennis più bello ma oggi è il meno forte. Sinner sbaglia e diverte poco. Berrettini è esplosivo ma se non vanno servizio e rovescio… E Canè-Fognini?

Pubblicato

il

Lorenzo Musetti – Davis Cup by Rakuten Bologna Group Stage 2022 at Unipol Arena (Photo by Ion Alcoba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Quest’articolo me l’ha involontariamente ispirato Nicola Pietrangeli, alias mister Davis, quando l’ho intervistato venerdì sera.

Se guardaste il video sentireste che cosa Nicola dice senza peli sulla lingua come di consueto dei giovani giocatori azzurri che in questo momento sono protagonisti del cosiddetto Rinascimento del tennis italiano e stanno suscitando un entusiasmo incontenibile fra grandi e piccini a giudicare da quanto sto constatando in questi giorni a Bologna, dove quasi ogni punto azzurro nella Unipol Arena viene sottolineato da boati pazzeschi, neppure fossero tutti gol di Champions.

Ma forse un po’ Champions i nostri cominciano a esserlo davvero. E se vincessero la Coppa Davis questo loro status verrebbe certamente consacrato, anche se quelli della Squadra obietteranno che la loro Coppa Davis era un’altra cosa. Ed è vero, anche se le squadre che batterono in quell’indimenticabile 1976 – indimenticabile soprattutto per Adriano Panatta – Polonia, Jugoslavia, Gran Bretagna, Australia, Cile a dire il vero non erano team forti come quelle che l’ItalDavis del 2022 potrebbe affrontare a Malaga dal 22 novembre al 28. Un passo alla volta però. Intanto andiamo a Malaga dove, dopo aver battuto come da scontato pronostico i fratelli svedesi d’Etiopia Ymer – che sia scontato non lo dice Volandri né nessun altro, la responsabilità me la prendo io – e chiudendo così il nostro girone da primi, troveremo nei quarti gli Stati Uniti di Fritz, forse Tiafoe se lo recuperano (oppure uno fra Paul, Opelka o Isner) e il temibile duo Sock-Ram.

 

In un’altra video intervista Paolo Lorenzi dice – e io condivido – che dovendo scegliere fra il duo Sinner-Berrettini e qualunque duo americano, lui sceglierebbe la coppia di singolaristi italiani. Lui si manifesta ottimista anche sul doppio Fognini-Bolelli vs Sock-Ram, coppia… sincopata da discomusic. Io su questo resto invece un po’ perplesso anche se ho ammirato i nostri contro gli olimpionici Pavic-Mektic (prima che perdessero invece con Zeballos-Gonzalez).

Ma dopo questa lunga digressione torno ab ovo, e alla video-opinione espressa dal grande Pietrangeli (cui mi sono ahimè dimenticato di chiedere se non si fosse sentito un po’ bistrattato dal docufilm di Procacci, La Squadra, dove i suoi ex giocatori gli sparano un po’ molto addosso).

Musetti è il tennista che gioca meglio a tennis… ma non è il più forte. I più forti sono gli altri due, Sinner e Berrettini”. E poi si è sbilanciato su chi fra i due leader gli sembrasse più forte, ma io qui non ve lo dico sennò il video non me lo guardate!

Ma io ho fatto un salto all’indietro di quasi mezzo secolo – anno più anno meno – e mi sono detto che per me il tennista di allora che giocava meglio a tennis ma non era il più forte… era Paolo Bertolucci. A soffiare il posto in Davis a Paolo – come è successo qui a Bologna per l’appunto a Musetti – detto già allora “Braccio d’oro” quando ancora Bud Collins non lo aveva ribattezzato “Pasta Kid” fu Corrado Barazzutti che secondo me giocava meno bene a tennis, ma era però più solido, sotto più aspetti: per ambizione, grinta (il “Soldatino”), per spirito di sacrificio e costanza negli allenamenti, per regolarità e fisico sul campo. Barazzutti era più Sinner, Musetti è più Bertolucci.

Prima di dire che io all’inizio ero più “bertolucciano”  che “barazzuttiano”, mentre Rino Tommasi che aveva la vista più lunga la pensava al contrario – ma poi mi arresi come si rassegnò Bertolucci all’idea di fare il doppista della squadra – accenno alla terza similitudine a distanza di mezzo secolo, quella forse più discutibile, che concerne Adriano Panatta e Matteo Berrettini. La ritrovate alla fine dell’articolo.

Per la mia posizione pro Bertolucci, che in Davis ha vinto 8 singolari su 10 anche se tutti ricordano soltanto i suoi doppi al fianco di Adriano, a distanza di tanti anni riconosco che ero probabilmente influenzato da una ragione principale: da junior e da teenager di seconda categoria avevo incontrato Paolo due volte e avevo perso nettamente, facendo pochi game, ma soprattutto venendo dominato sul piano del gioco, senza che riuscissi mai a trovare una minima chiave tecnico-tattica per dargli fastidio. Aveva colpi pesanti, non solo quel magnifico rovescio, li alternava con smorzate superbe perché certo non gli mancava il tocco e  se andavo a rete non potevo faro sul rovescio e comunque mi infilava. Eppure avevo battuto due volte su due Roberto Lombardi che a quei tempi giocava abbastanza alla pari con Paolo…

Invece quando, a 23 anni affrontai Barazzutti agli Assoluti di Perugia 1973, e Corrado ne aveva 20 ed era così forte che in quel torneo avrebbe raggiunto la finale contro Panatta, non ebbi mai la sensazione che lui fosse ingiocabile come Paolo. Sapevo ovviamente che era molto ma molto più regolare di me, che non avrei avuto alcuna chance di lottare da fondocampo e di fare una gara di corsa e decisi allora di fare una partita tutta d’attacco, serve&volley dalla prima palla all’ultima (fu anche ripresa dalla Rai, telecronista Guido Oddo), salvo qualche palla corta per chiamarlo a rete (come faceva molto meglio di me il mio consocio del CT Firenze Pierino Toci che lo batté infatti diverse volte).

Si giocava tre set su cinque e persi 3 set a zero, 7-5,6-2,7-5, ma dopo aver condotto 5-2 sia nel primo sia nel terzo set. Gli andavo a rete sul rovescio, seguendo il servizio, e lui giocava sempre la risposta in lungolinea. Io ci andavo prima. Insomma persi come era ampiamente previsto, anzi scontato, e magari lui mi avrà anche sottovalutato – sebbene non fosse suo costume sottovalutare nessuno… semmai per pigrizia Paolo avrebbe potuto farlo – ma non mi dette alcuna impressione di irresistibilità. Sbagliava molto meno di me, correva molto più di me. Non avrei mai detto che Corrado sarebbe diventato n.7 del mondo. Mentre non mi sorpresi affatto quando vidi Bertolucci vincere tre volte il torneo di Firenze, arrivare in semifinale a Roma, nei quarti a Parigi, trionfare a Amburgo, salire fino a n.12 delle classifiche ATP nell’agosto 1973. Un mese prima che io giocassi con Barazzutti.

Poi, può anche essere che ad influenzarmi fosse anche il fatto di aver giocato tre tornei di doppio al fianco di Paolo, vincendoli tutti e tre, sia pure a livello junior o di seconda categoria. E ai campionati a squadre di prima Paolo e io battemmo 6-0 al quinto Victor Crotta (davisman in Russia proprio in doppio accanto a Marzano) e Giorgio Fachini, che era metà della seconda coppia italiana alle spalle di Pietrangeli Sirola: l’altra metà era Michele Pirro. Merito di Paolo naturalmente, però anch’io nel mio piccolo feci la mia parte.

Giocando al fianco di Paolo potevo apprezzare la sua grande classe, in risposta soprattutto, ma anche a rete e dappertutto.

Mi ritrovai a giocare invece in doppio contro Barazzutti, a Bari di sicuro, lui con Francesco d’Alessio che lo aveva ingaggiato e io con Roberto Pellegrini con il quale avevamo vinto i campionati italiani di seconda categoria e perdemmo dopo essere stati ben avanti, direi due set a uno e break, ma posso sbagliare. Ma certo è che anche lì Barazzutti non mi parve nulla di eccezionale, né al servizio, né nella risposta (salvo la grande regolarità), né a rete nelle volée. Cioè, mi spiego: lui faceva poca figura, ma era terribilmente continuo ed efficace.

A Paolo e alla sue chances di essere il secondo singolarista di Coppa Davis nocque una vittoria! Accadde a Baastad 1974: vinse soltanto 8-6 al quinto contro uno dei mille Johansson schierati dalla Svezia, Leif, biondo come tutti i veri vichinghi, pallido slavato. Per la Svezia, in quella semifinale di Davis zona A, giocava un certo Bjorn Borg. Che batté 6-4,4-6,9-7,6-3 Panatta, nonostante ne soffrisse il gioco, tant’è che ci perse 6 volte su 16 e tutte le due che lo incontrò al Roland Garros, 1973 e 1976, le sole due sconfitte a Parigi di Bjorn.

Quel rischio di sconfitta evitata per miracolo e che avrebbe potuto compromettere il successo dell’Italia che invece approdò alle semifinali contro il Sud Africa – si perse a Johannesburg – persuase Mario Belardinelli che da allora in avanti sarebbe stato più saggio schierare sempre Barazzutti in singolare per tenere fresco Paolo per il doppio.

Mi aspettavo allora una diversa reazione d’orgoglio di Paolo, un impegno maggiore come singolarista per non cedere il passo a Corrado, ma Paolo, sia pur senza mollare, secondo me decise più o meno inconsciamente di lasciar perdere. Ma a me non tolse mai la convinzione, anche se nel tennis contano i risultati e non l’eleganza né lo stile, che avrebbe potuto fare molto di più. Oggi nessuno sembra vaticinare per Musetti un avvenire migliore di quello di Sinner, però capisco Pietrangeli quando dice che gli piace di più vedere giocare Musetti e che il tennis del carrarino è più bello. Che sia per via del rovescio a una mano? Quello di Pietrangeli era fantastico. Sull’unico setpoint che conquistai contro Nicola a Napoli, altra sconfitta in tre set di un match tre su cinque – quanti ne ho persi! – mi infilò di rovescio come un tordo. Non lo vidi neppure arrivare.

Arrivo dopo queste interminabili digressioni a Panatta e Berrettini. Certo molto diversi come giocatori. Diverse racchette, diversissime prese nell’impugnare il dritto. Quella continental che aveva Panatta non ce l’ha più nessuno. Simili però i rovesci slice, e gli approcci a rete. Nonché la capacità di mascherare la smorzata. E si riconosceva la buona giornata di Adriano immediatamente dalla giornata del rovescio. Se funzionava il rovescio funzionava tutto. Se era in ritardo sulle gambe –altra analogia con Matteo – era fritto. Se arrivava a rete per gli avversari passarlo era un problema quasi irrisolvibile. Come lo è passare Berrettini. Il metro e 96 di Berrettini oggi equivale al metro e 83/84 di Panatta 50 anni fa. Se a Adriano entrava il servizio erano dolori per tutti. Idem Berrettini.

Panatta ha fatto più risultati importanti di Barazzutti, ma Barazzutti è stato più continuo. Per ora Berrettini – analogamente – ha fatto più risultati di Sinner: una finale a Wimbledon, tre semifinali in tre Slam diversi, mentre Jannik finora si è sempre fermato nei quarti, in tutti i Majors. Ma Sinner è 5 anni più giovane di Berrettini, così come Barazzutti era 3 anni più giovane di Panatta. Qualche similitudine mi pare ci sia, quantomeno abbastanza da giustificare un titolo che sulle prime vi può essere apparso… poco indovinato o addirittura provocatorio. Ma io mi sono divertito a scriverlo. Spero anche voi a leggerlo.

Post scriptum molto post: anche perchè si riferisce a epoca più recente e non a 50 anni fa. Nel cercare analogie, anche se i risultati non sono paragonabili (come non lo erano neppure quelli delle similitudini fatte sopra), che ne dite di Paolo Canè e Fabio Fognini? Non c’è dubbio che Fognini è stato più forte, però anche Canè (salito a n.26 e non n.9) nelle sue giornate migliori era capace di giocare un tennis super brillante, talentuoso, fantasioso, spettacolare, imprevedibile, tutt’altro che robotico. Tale da meritare il prezzo del biglietto. Soprattutto in Coppa Davis. Come a Cagliari con Wilander o a Prato con Pernfors. Ricordate Bisteccone Galeazzi che si entusiasmava per… il Turbo-Rovescio di Paolino La Peste? Come per Fabio tutti dicevano sempre: ah se fosse stato più continuo, ah come mai non ha vinto molto di più, non ha sprecato molto di tutto quel talento? La testa, i nervi…Clerici aveva ribattezzato Paolino addirittura “Neuro”. A Fognini, o Fogna che dir si voglia, è stato detto e scritto di tutto, per tutte le volte in cui perdeva la testa, in cui si comportava male. A suo tempo anche a Canè. Ma la mia similitudine, come tutte le altre, non va certamente presa alla lettera, non va scandagliata in profondità. E’ stato, più che altro, un divertissement. Con la speranza che nessun si offenda per essere stato paragonato a qualcun altro. I campioni hanno sempre un discreto ego. Non vorrebbero mai essere paragonati a qualcun altro. Ed è vero che tutti sono, in realtà, esemplari unici.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement