Quando Boris Becker puntò tutto sul rosso di Montecarlo

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Quando Boris Becker puntò tutto sul rosso di Montecarlo

Breve storia di una partita memorabile e di un tennista inquieto

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Thomas Muster e Boris Becker - Montecarlo 1995
 
 

Manca una settimana all’inizio dell’edizione 2019 del torneo di Montecarlo; venerdì alle 18:30 verrà sorteggiato il tabellone, domenica si comincerà a giocare. Ci avviciniamo al primo grande torneo della stagione sul rosso ripercorrendo alcune delle sue storie più belle. Questa risale a 24 anni fa, quando un tedesco andò all in sulla terra del Principato

Il casinò di Montecarlo nel pomeriggio del 30 aprile 1995 era sicuramente aperto, malgrado fosse domenica. Rispetto all’ordinario era soltanto un po’ più vuoto del solito, tra chi smaltiva il pasto, chi rispettava la siesta domenicale, chi guardava la finale del torneo di tennis tra Boris Becker e Thomas Muster. Un tedesco ed un austriaco: comune la lingua, comuni le origini. Al netto dell’Anschluss, estrazioni del tutto simili. Eppure nulla di più diverso poteva fronteggiarsi in quegli anni su di un rettangolo di terra battuta.

Boris Becker era quel giorno, ed è ancora, il più giovane tennista ad avere mai conquistato Wimbledon. Forse grazie al precoce successo sui campi, al tedesco di Leimen era rimasto il tempo per esprimersi a sufficienza anche al di fuori di essi. Personaggio da rotocalchi, incapace di trattenere il proprio “io” all’interno di un mondo tedesco e sportivo inevitabilmente convenzionale. Tennista capace di vivere autentiche faide con taluni avversari. Fidanzato, in una Germania che non si immaginava multirazziale, con una donna di colore e per questo sotto il mirino dei gruppi di estrema destra, che vedevano nella sua biondezza quasi albina una mancata rinascita ariana.

 

La traccia di quel carattere inquieto, sarebbe apparsa infinite volte in campo e qualche volta in più nella sua vita privata. Barbara gli avrebbe dato due figli, un altro sarebbe arrivato da un nuovo matrimonio con Lilly. Un altro ‘Beckerino’ nacque durante il matrimonio con Barbara, ma dal ventre di un’altra donna. Avrebbe sfidato Kasparov agli scacchi, giocato a poker da professionista, commentato per la televisione. E sperperato una fortuna economica. La storia della sua miseria avrebbe raccontato gli anni della sua maturità. Con successo gli sarebbe riuscito soltanto di stare al fianco di Novak Djokovic. Per poco tempo però: com’è nel carattere di alcuni, si sta seduti sempre su di una sedia rovente.

Insieme alla complessità della sua vita fuori del campo, la terra battuta esaltava la complessità del tennis del tedesco. La sua mole, over size in quegli anni, non digeriva le corse laterali. La sua potenza nel servizio mal sopportava il freno della superficie. La sua volée, così perfetta sui prati, consentiva quasi sempre all’avversario un’ultima parola. Viceversa, Thomas Muster. Uno che di precoce aveva avuto una gamba spezzettata da un ubriaco in un incidente stradale. Uno che sembrava fare fatica anche al momento del sorteggio. Uno che di facile non faceva nulla.

Si era arrampicato alla finale dopo lo strazio del giorno precedente con Andrea Gaudenzi. Contro l’italiano Muster parve boccheggiare, svenire, collassare, mentre Gaudenzi frustrato ed incredulo per le infinite resurrezioni del suo avversario gli cedeva la partita. L’austriaco fu persino ricoverato in ospedale. Si parlò malevolmente di doping dopo quella partita, dimenticando che Gaudenzi e Muster si allenavano insieme. Ne riparlò Becker all’indomani della finale, beccandosi una reprimenda dall’ATP. Si pensava che il relitto visto di sabato contro Gaudenzi, non sarebbe stato neanche in grado di scendere in campo l’indomani. Che per Becker sarebbe stata una passeggiata di salute e che dopo tanti vani tentativi, il ‘pindarico acrobata del net’ (copyright di Gianni Clerici), avrebbe finalmente stretto tra le mani sporche di mattone un trofeo da vincitore.

Con un avversario parcheggiato in ospedale, è certo che Boris Becker avesse avuto il tempo di ripensare alle due finali già giocate sul centrale del Montecarlo Country Club. Contro Alberto Mancini nel 1989, aveva giocato alla Becker: attaccando ma con giudizio, ed aveva perso. Contro Bruguera nel 1991, aveva giocato alla Bruguera: restando molto indietro, palleggiando ed adattandosi al fondo paludoso, ed aveva perso. Per questo contro Muster, ospedale o no, scelse di indossare un abito diverso. Certo, Boris sapeva che il suo avversario aveva passato la sera precedente con la flebo in vena. Per questo non lo si poteva privare di un cauto ottimismo.

Ma la tattica è tattica, e Boris Becker scelse quella di non dare tregua al suo avversario. Chissà se fu il suo coach dell’epoca Nick Bollettieri ad avergli suggerito che Muster non aveva mai battuto, neppure su terra, Stefan Edberg: uno simile a Becker, ma a differenza del tedesco fisiologicamente incapace di restare dietro a palleggiare. Per questo Becker si trasformò per un pomeriggio nell’arcirivale svedese. Lui, attaccante già di suo, divenne parossistico nell’abbreviare gli scambi e nel cercare la rete. Giocò aprendosi il campo anche con la seconda di servizio, attaccando ogni palla su cui giungeva con accettabile equilibrio, togliendo il tempo ai passanti di Muster, impattando col rovescio piatto la rotazione mancina del servizio avversario. Funzionò, oh se funzionò. E non smise mai di funzionare perché strappare i primi due set al Muster della primavera del 1995, all’austriaco senza remore e sentimenti che di lì a poco avrebbe dominato Parigi, non significa soltanto che stesse funzionando, ma che effettivamente funzionò.

Thomas Muster con il trofeo del Roland Garros 1995

Boris fu, passato, picchiato nei lacci, scavalcato infinite volte, ma non demorse in nessuno dei lunghi minuti spesi su quel centrale, né mutò un istante l’espressione del viso. Non lanciò un urlo, non si distrasse dall’obiettivo. Il punteggio, nel crescere, gli dava ragione mentre il sogno coltivato al mattino, di vedere Muster nuovamente con la flebo al braccio, d’improvviso non serviva più. Fu un “o la va o la spacca” perpetuo, una serie di “all in” pokeristici, di raddoppi al tavolo di blackjack, di chiamate di banco dello chemin de fer. Il Casinò di Montecarlo era più vuoto del solito non solo per la controra domenicale, ma soprattutto perché il suo miglior giocatore era temporaneamente impegnato al tavolo del tennis contro Thomas Muster.

Due set in cascina, si diceva. Ripreso fiato durante il terzo set, facile preda di Muster, nel quarto Becker tornò arrembante sino a procurarsi due palle break sul 5-5 nel quarto. Muster le cancellò, come ne aveva già cancellate una dozzina prima di allora. Un’altra palla break ed un tentativo (lungo) di approccio a rete sulla prima di servizio avversaria. Sotto le folte sopracciglia bionde, mentre i passanti dell’avversario gli sfilavano accanto, Becker, l’orgoglioso Becker, continuava a non mutare espressione. Da bravo giocatore d’azzardo. I nervi tesi ma avvolti nel piano di gioco.

E poi fu tie break, qualcosa che già di suo suona come una lotteria, in cui puntare tutto dopo esserti fatto cambiare i soldi in fiches. Una roulette di sette numeri sulla quale, dopo due ore e mezza di sole, di terra battuta e di Thomas Muster, devi per forza giocarti ogni cosa. Il copione non mutò. Becker non arretrò dinanzi ai colpi di sbarramento di Muster e continuò ad affacciarsi alla rete, alla fine ed alla anelata stretta di mano del Principe Alberto. Granitici nella loro personalità, i due non cambiarono atteggiamento in nessuna delle due ore e mezza sino a quel punto disputate. Lungo strade parallele, dimostrarono la loro perseveranza, prussiana ed asburgica, il tratto comune che inizialmente non pareva possibile trovare in due uomini e tennisti così diversi tra loro.

Becker andò avanti, fedele al piano. Questo lo aveva condotto sino al 4-4 del tie break, quando Muster, incredibilmente, mise un secondo servizio in rete. Il volto di Becker restò immobile, quello di Muster stanco e sbuffante come dopo il primo 15. Pur di avere qualche emozione da inquadrare, la regia pescò tra le fioriere il volto, le mani, i sobbalzi di Barbara Feltus. E quando tanti anni dopo tutto sarebbe mancato a Boris Becker, il cauto dolore sul volto della bellissima Barbara ci svela quale delle cose perdute sia stata la più preziosa.

Sul 5-4 Becker seguì la seconda a rete e chiuse alla seconda volée. Due match point, al 6-4 nel tie break. Forse non il 6-4 al tie break più famoso della storia del tennis, ma poco ci manca. Alle 17.38 del pomeriggio, Boris Becker serve una prima centrale da destra, a 196 km/h e ben indirizzata verso la “T”, che però termina profonda. Qui, la regia del torneo non giocò d’azzardo. Ebbe paura di perdersi anche per un solo istante il punto dell’incontro. Conscia dello spirito da attaccante di Boris, non rischiò il cambio di inquadratura e restò con la ripresa larga dal fondo del campo, Becker in lontananza, Muster di spalle. Alla chiamata dell’”out”, Becker si ricollocò subito dietro la linea, senza esitare, e ricominciò il classico dondolìo che precedeva la sua storica battuta. Il primo piano che ci aveva mostrato per quattro set il medesimo, immutabile volto dei contendenti, stavolta non ci fu donato.

Resterà dunque un mistero l’espressione che assunse il volto di Boris Becker mentre decideva di fare qualcosa che in quell’incontro giocato alla garibaldina, ancora non aveva fatto: giocare una folle seconda di servizio ancora centrale, ancora a tutta, 190 kilometri all’ora di insanità, 190 kilometri all’ora volti a cancellare in un sol botto la tensione di quelle ore. Non sapremo mai se per un istante, mentre Boris decideva di muovere tutte le sue fiches sul rosso, un tic si fosse impossessato del suo occhio o della sua bocca. Se ci fosse stato un dondolìo stoppato, un qualsiasi movimento sincopato, un impulso elettrico, effetto collaterale di un pensiero appena sbocciato. Quel primo piano che manca dalle riprese televisive, non ci spiegherà mai se la scelta di Boris Becker facesse ancora una volta parte della strategia, se ne fosse un’eccentrica divagazione o ne rappresentasse il gran finale.

In quel colpo insensato e violento, il vaso delle emozioni Beckeriane si era infranto. L’odio verso il rivale indistruttibile, il sospetto che egli fosse aduso al doping, l’essere ingabbiato nel miglior piano tattico della sua carriera, avevano compresso troppo l’uomo a sua volta già compresso nel tennista. Sarebbe bastato un altro punto giocato fingendo di essere altro ed invece l’intimo inquieto di Boris emerse in un gesto di fuga dal mondo. Quell’uomo che giovanissimo aveva pensato al suicidio dalla finestra di un grattacielo di Amburgo, perché non in grado di reggere psicologicamente alle proprie vittorie, dovette per un istante scappare dall’incontro perfetto che aveva sino ad allora giocato. Doppio fallo di mezzo metro.

Thomas Muster annullò sul suo servizio il secondo match point e sul 6-pari, giocò poi il punto dell’incontro trovando un passante in piroetta. Perso il quarto set, Becker uscì dal campo per un bisogno fisiologico. Rientrò per onore di firma. L’agonia restante fu breve. Muster non si mosse di un millimetro. Becker cercò di scappare via. Ancora una volta, come pochi minuti prima con la seconda di servizio più famosa del tennis moderno, cercò di far finire tutto nel modo più rapido che conoscesse.

La premiazione. A sinistra il vincitore, a destra lo sconfitto

In conferenza stampa, tornato ad essere pienamente Becker, definì la vittoria di Muster un miracolo aggiungendo di non credere ai miracoli. Ne venne fuori un putiferio. La sua accusa mobilitò l’ATP, Muster ne chiese la squalifica, Boris ritrattò la sua frase con tale riluttanza da riuscire a fare passare il concetto due volte. In pratica servì una seconda efficace come la prima. Il sogno di puntare tutto sul rosso svanì là. Boris Becker, oggi che è in bancarotta e si rivende i trofei, non ne ha da piazzare nemmeno uno da vincitore che sia stato conquistato sulla terra battuta.

Prima di ritirarsi avrebbe fatto in tempo a perdere un’altra finale contro Corretja a Gstaad, per chiudere i conti a sei finali perse sul rosso in una carriera da 49 trofei. Tre finali a Montecarlo contro tre grandi terraioli dell’epoca, giustamente premiate l’anno scorso con l’introduzione nella Hall of Fame monegasca. Di quella seconda palla scagliata ad occhi chiusi non si è ancora ufficialmente pentito, o almeno non si rinvengono dichiarazioni in tal senso. Forse ha ritrattato le accuse verso Muster, ma non ha ritrattato la palla più folle di quella partita. Non c’è ragione di pentirsi, non c’è ragione di mostrarsi deboli e nostalgici. Come il giocatore che ha perso tutto, rifarebbe daccapo ogni cosa. Perché la caduta verso il fondo è anch’essa una forma di volo.

Potesse rigiocare oggi il match point, appare molto probabile che tirerebbe ancora prima e seconda. Da bravo giocatore di poker, attento ai numeri, non può che coltivare l’idea per cui due battute a tutta nel 1995, e due battute a tutta oggi, ebbene, una su quattro debba per forza entrare in campo. Quattro possibilità disperse negli anni, insieme a mille altre svanite in una vita inquieta. Molte chances in più di quante ve ne siano puntando tutto sul rosso.

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Editoriali del Direttore

Wimbledon: senza Federer, Berrettini, Medvedev e Zverev, prevedo una finale Djokovic-Nadal

Sarà la delusione per il forfait di Matteo Berrettini, ma in questi Championships in tono minore, se non “esplode” Alcaraz, trionferà la vecchia guardia

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Incontro in sala stampa il collega svizzero Simon Graf, autore di diversi libri su Roger Federer, e all’unisono commentiamo: “Roger arrivava in semifinale nel secondo quarto della metà alta di questo tabellone anche con un ginocchio solo!”.

Gli otto approdati al terzo turno di quel settore sono, scendendo verso il basso, Humbert e Goffin, Tiafoe e Bublik, Norrie e Johnson, Paul e Vesely. La testa di serie più alta fra le sole tre superstiti (Norrie 9, Tiafoe 23 e Paul 30) è, per la gioia degli inglesi (sebbene disperati per le sconfitte di Murray e Raducanu), la n.9 Cameron Norrie che è riuscito a domare soltanto al quinto set lo spagnolo Munar che in 10 partite sull’erba non ne aveva mai vinta una.

Hanno perso Ruud n.3 e Baez n.31 questo mercoledì, Hurkacz n.7 e Dimitrov n.18 lunedì, fatto sta che in semifinale arriverà, probabilmente contro Djokovic che contro Kokkinakis ha giocato molto meglio che contro Kwon, una sorta di outsider, salvo che Norrie debba essere considerato un grande tennista. E francamente io non riesco a considerarlo tale.

 

Gli inglesi faranno il tifo per lui che è nato in Sud Africa (Johannesburg) e cresciuto in Nuova Zelanda a questo punto, perché non gli è rimasto molto altro.

Io comincio a chiedermi se la Raducanu non sia un UFO, un oggetto volante (sui campi da tennis e neppur tanto) non identificato. Ha preso 6-3 6-3 dalla Garcia e dal settembre scorso di quello straordinario US Open – straordinario per lei come per la Fernandez – non ci stati altri momenti di gloria, né per lei né per l’altra ragazza. Un doppio mistero davvero inesplicabile. Sono giovani, dicono tutti, abbiate pazienza.

E noi che ce l’abbiamo con i ripetuti infortuni di Berettini e Sinner, la pazienza abbiamo imparato a coltivarla. Mi sa proprio che dovranno coltivarla anche tutti coloro che pensavano imminente il cambio della guardia solo perché né Djokovic né Nadal sarebbero stati testa di serie n.1 e n.2 in questo torneo se Medvedev e Zverev fossero stati qui.

Io, anche se è dannatamente presto per sbilanciarsi perchè non si è neppure concluso il secondo turno, non riesco francamente a immaginare per questo Wimbledon in tono minore una finale diversa da un Djokovic-Nadal alle prese con la sessantesima sfida, con Nole che cerca di avvicinare i 22 Slam di Rafa e Rafa che vorrebbe raggiungere i 23 (di Serena Williams…ma lui non è superstizioso) e a New York lo Slam.

Se Rafa dice che lui al record degli Slam non ci pensa e non ci tiene, non credeteci. Ci tiene eccome, ma bleffa. Sarebbe anormale che non ci tenesse. Tutti gli sportivi, tutti i campioni, tengono ai record. I record fanno la storia. Rafa ha vinto 14 Roland Garros e sa bene che cosa significa. Facesse il Grande Slam, sfuggito per una partita all’US Open a Djokovic, e si portasse a 24 Slam, figuratevi un po’ che Rafa non ci tenga.

Ma nella metà sotto gli avversari più temibili, Cilic e Aliassime, non ci sono più. Tsitsipas deve ancora provare di essere forte sull’erba. Un po’ come nella metà sopra Alcaraz. Infatti sia l’uno sia l’altro hanno sofferto al primo turno. Nel secondo Alcaraz ha giocato meglio, ma Greekspor non poteva impensierirlo.

Da chi può perdere Djokovic? Io non riesco a individuare un nome e un cognome. Forse, battuti Kecmanovic nel prossimo derby e uno fra Basilashvili e Van Rijthoven in quello dopo, dal quartetto Sinner-Isner (non è un’anagramma) Otte-Alcaraz, soltanto un Isner che gli servisse 70 aces potrebbe fargli paura. Impossibile? Beh, Isner ne ha serviti 54 al primo turno con Couacaud e 36 con Murray, dal quale aveva perso 8 volte su 8.  Ma stavolta, sebbene un tifoso avesse gridato “Com’on Andy he is older than you!”, perché in effetti il lungo John è due anni più anziano, ma non ha un’anca di metallo. Chissà se rivedremo Andy qua fra un anno. Ma è una domanda che potremmo porci anche per Rafa…

Ma, come accennato sopra, se Djokovic arriva in semifinale l’avversario più forte che può trovare è Norrie. Per questo lo vedo già in finale. Con Nadal. Il quale però forse con Fritz o Cressy (che mi piace molto come gioca su questi campi) potrebbe soffrire più che con Tsitsipas.

Intanto, mentre Elisabetta Cocciaretto non è andata oltre un doppio 6-4 con la Begu, e le nostre donne ce le siamo giocate tutte, Jannik Sinner ha colto la sua seconda vittoria erbosa. In 4 set su Mikael Ymer. Poteva vincere in 3. Avanti due set ha avuto una pausa nel terzo, che pure conduceva con un break di vantaggio, si è fatto riprendere sul 3 pari, ha mancato tante pallebreak… A fine match, dopo il quarto vinto 6-2, si sono contate 19 pallebreak, di cui appena 6 trasformate. Ma il dato forse più interessante è stato vederlo andare a rete 52 volte per fare 38 punti, giocando anche qualche pregevole volee. Certo 4 ace non sono molti, soprattutto se si pensa che Alcaraz ne ha fatti 39 in due partite fra Struff e Griekspoor.  

Io avevo posto ai lettori un quesito nell’editoriale di ieri: per Sinner meglio affrontare Isner o Murray? Ma non avevo espresso il mio parere. Lo faccio oggi. Sapendo che Jannik aveva perso un match su 2 con entrambi (ma anche che quello vinto in Coppa Davis a Torino con Isner è forse quello che conta di meno). Beh, io credo che sull’erba avrebbe sofferto di più i palleggi con Murray che lo aveva messo in difficoltà anche su superfici meno care allo scozzese dell’erba. Mentre sui servizi di Isner, che certamente di ace ne farà tanti, Jannik saprà rispondere quel tanto che basta per fargli qualche break. La risposta è forse il miglior colpo di Jannik…

Oggi intanto seguiremo, nel primissimo pomeriggio, Lorenzo Sonego contro il piccolo francese Hugo Gaston che sull’erba si vedrà parzialmente spuntata l’arma più letale, la sua smorzata (qui le quote del giorno). Lorenzo dovrà attaccarlo a tutto spiano per spuntargliela ancora di più. Lorenzo e Jannik, Jannik e Lorenzo, ci sono rimasti solo loro due. Non è granchè e non sembrano granchè neppure le loro prospettive. Se Sonego vincesse avrebbe poi Nadal. Se vincesse Sinner gli toccherebbe Alcaraz.

Sono saltate fin qui 23 teste di serie, 14 donne e 9 uomini. Le più alte la n.2 Kontaveit e la n.3 Ruud. Eppure non sono grandi sorprese.

primo turno
Uomini – sei
7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – dieci
7 Collins (Bouzkova)
9 Muguruza (Minnen)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)

31 Kanepi (Parry)

secondo turno
Uomini (tre, nove in tutto)
3 Ruud (Humbert)
15 Opelka (van Rijthoven)
31 Baez (Goffin)
Donne  quattro, quattordici in tutto
2 Kontaveit (Niemeier)
10 Raducanu (Garcia)
26 Cirstea (Maria)
29 Kalinina (Tsurenko)

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Wimbledon, il day after di Tan: dà forfait in doppio e la compagna non la prende bene

Dopo la vittoria su Serena Williams, Harmony Tan ha rinunciato all’impegno con Korpatsch. La tedesca: “Si deve scusare”

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Difficilmente quanto successo in questa giornata di oggi avrà ridotto la sua gioia, ma non è stato un risveglio facile per Harmony Tan. La francese di origi cinesi e vietnamiti avrà probabilmente pensato come prima cosa che non era stato un sogno: ha davvero battuto Serena Williams sul centrale di Wimbledon. Poi avrà iniziato a percepire qualche scricchiolio proveniente dal suo corpo, qualche muscolo più affaticato del solito: il match di ieri sera, durato 3 ore e 10 minuti,  è stato infatti il più lungo della sua carriera (il suo precedente record era di 2 e 47). Dopo essersi consultata con il suo team, all’ora di pranzo Harmony ha preso il suo smartphone e ricercato nella rubrica il nome Tamara Korpatsch. È – anzi, avrebbe dovuto essere – la sua compagna di doppio per questo Wimbledon. Le ha mandato un messaggio per informarla che non era nelle condizioni per giocare il loro incontro di primo turno contro Olaru/Kichenok.

Tamara non l’ha presa bene, tutt’altro. Ha dovuto rinunciare al suo primo Slam in doppio e a circa 7 mila euro – che male non fanno. Soprattutto alla tedesca, che lunedì ha perso in singolare al terzo set contro Watson, non sono piaciuti il modo e la motivazione scelti da Tan per avvisarla. Nella comunicazione ufficiale della direzione arbitrale del torneo si parla di “infortunio alla coscia”. Korpatsch ha riferito sulla sua pagina Instagram che nel messaggio ricevuto da Tan, quest’ultima le ha detto che non sarebbe stata in grado di correre dopo il match di ieri. La tedesca non ha nascosto la sua rabbia e non si è trattenuta: “Se sei a pezzi il giorno dopo aver giocato una partita di tre ore, non puoi competere a livello professionistico– ha detto, aggiungendo che in un’occasione a lei è capitato di restare in campo per 6 ore e mezza in una giornata e di giocare un incontro di singolare in quella successiva.

Inoltre, secondo Tamara non è stato giusto che la francese l’abbia informata così tardi: non in mattinata, ma solo intorno alle 14 locali, a un paio d’ore dall’inizio del loro incontro. La tedesca ha rincarato la dose così: “Mi ha chiesto lei di giocare in doppio insieme prima del torneo, non io”. E ha poi glissato con un “mi deve delle scuse”.

 

Domani Tan giocherà per la terza volta in carriera un match di secondo turno in uno Slam. E con Sorribes Tormo potrebbe anche non servire un’impresa per proseguire la corsa. Contro Serena, la francese ha infatti dimostrato di avere un gioco – per certi versi vintage – che si adatta bene all’erba. A questo punto c’è però l’incognita proveniente dalle sue condizioni fisiche. La scelta di rinunciare al doppio per riposare le sarà sufficiente per giocarsela contro la spagnola o il problema alla coscia è serio? Di sicuro, il risentimento di Korpatsch non verrebbe meno se si ritrovasse a vedere la sua ormai ex compagna in ottima salute nella partita di domani.

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Editoriali del Direttore

Wimbledon: mi manca Berrettini. E manca anche a Sinner. Nadal dritto in finale? 15 le “vittime” di primo turno. Serena Williams out ma non per sempre

Tre italiani in “vita” su undici

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Matteo Berrettini - Queen's 2022 (Credit: Getty Image for LTA)

Ritrovarsi a scrivere di un Berrettini che doveva essere un grande probabilissimo protagonista di questo torneo e dover scrivere invece del suo Covid, del suo ritiro, del suo ennesimo sogno svanito senza sue colpe, dopo averne già discusso e scritto non so più quante volte e in quanti video, su Instagram, TikTok, Twitter, e chi più ne ha più ne metta…beh, questa francamente me la sarei voluta proprio risparmiare.

Figurarsi lui. Davvero mi dispiace. E non potete immaginare quanto. E non per me, per Ubitennis, per il tennis italiano. Ma per lui.

Di solito i multimilionari, anche se i loro guadagni se li sono meritati facendo cose che non riescono ai comuni mortali – e i grandi campioni certo appartengono a queste categoria – non suscitano gran tenerezza anche se sono incappati in qualche disavventura.

 

Ma Matteo è un tal bravo ragazzo, educato e mai arrogante sebbene in certe situazioni logistiche, ambientali, sia abbastanza facile diventarlo, che francamente tutte le problematiche fisiche che lo hanno avversato in questi ultimi anni, non possono non stimolare una più che naturale forma di solidarietà.

Nessuno potrà mai sapere che cosa avrebbe potuto succedere in questo torneo nel quale nel giorno del sorteggio tutti lo avevamo considerato più fortunato che sfortunato.

Il sorteggio era stato giovedì scorso, quando lui si era allenato con Rafa Nadal, e al venerdì Matteo ha sentito salire la febbreUn’orribile sensazione alla vigilia del torneo che era nella sua testa dal 12 aprile, quando si era operato alla mano, quando aveva deciso che avrebbe saltato il torneo più amato, a casa sua al Foro Italico, e poi anche il Roland Garros quando sapeva bene di avere in scadenza la cambiale dei quarti di finale dell’anno precedente. 

E, come Matteo avrebbe fatto trasparire con l’abituale sincerità, se mai si fosse immaginato che l’ATP avrebbe preso la decisione harakiri di togliere i punti conquistabili ai Championships mentre scadevano quelli dell’anno scorso, beh forse avrebbe accelerato la preparazione per scendere in campo già al Roland Garros.

Too late now. Il COVID è peggio del Fato, colpisce a caso. Ok, le precauzioni servono, mettere le mascherine ancora oggi sarebbe più che consigliabile, eppure anche qui sui metrò a Londra – underground, via – non c’è nessuno nel fittume di passeggeri che si pestano i piedi, che le metta. In sala stampa, su centinaia di colleghi, pochissime eccezioni. Eppure nella sala stampa del Roland Garros più di un collega è rimasto intrappolato dal Covid e non ha potuto lasciare Parigi che diversi giorni dopo la conclusione del torneo.

Nella vita, bisogna avere fortuna. E per quanto concerne la salute le differenti situazioni fra i ricchi e i poveri si assottigliano assai, si ammalano i primi come i secondi anche se i primi magari possono curarsi meglio e resta vero poi – come si divertiva a ricordare spesso il mio maestro Rino Tommasi (che non mi stancherò mai di citare) – che tutti nella loro vita hanno diritto alla stessa quantità di ghiaccio: l’unica differenza è che i ricchi ce l’hanno d’estate e i poveri d’inverno.

Berrettini ha avuto in sorte, coltivata con il lavoro di tantissimi allenamenti durati anni e anni con Vincenzo Santopadre, un servizio formidabile e un dritto quasi altrettanto efficaceE quell’altezza, un metro e 96 cm, che gli ha dato il Padreterno altrimenti a voglia a cercare di lavorare duro per tirare cannonballs da 230 km orari: non ci sarebbe mai riuscito se avesse avuto gli stessi centimetri di Fabio Fognini.

Però si allunga fino a oltre i 4 metri e magari si stira i muscoli addominali. Tira missili fracassanti con quel polso e quella mano destra esplosiva e la mano a un certo punto si stufa per tutto quel continuo stress e fa cilecca. È più simpatico, bello e socievole di altri, stringe volentieri e generosamente la mano a tutti, certo più di un tipo “orso e introverso” e magari si becca il COVID quando quell’altro invece la scampa. La vita è così.

Nell’articolo scritto ieri ho accennato al caso di Tamberi cui sparirono sotto il naso, anzi sotto il ginocchio perché fu il tendine d’Achille a tradirlo, anni e anni di sacrifici per partecipare alle Olimpiadi di Rio 2016.

Ecco, a confronto, lo sfortunato Berrettini si può lamentare assai di meno. Fra pochi giorni Matteo starà bene, già ieri sera era senza sintomi, tornerà a giocare e magari già all’US Open – dove Djokovic non ci sarà e Nadal chissà… molto dipenderà proprio da questo Wimbledon in cui il favorito è certo Djokovic a dispetto di un primo turno con Kwon poco convincente – si prenderà una soddisfazione dorata simile a quella che Tamberi ha dovuto attendere fino a Tokyo 2020… che è poi diventato Tokyo 2021. E Tamberi non se l’aspettava quasi più. Berrettini invece può aspettarsela. Mica avrà sempre scalogna!

Fra i tanti che non sono certo contenti, quindi fra milioni di appassionati italiani (e ci metterei anche le…. appassionate! Dopo la partecipazione di Sanremo dove peraltro il solito brillante Matteo non fu per niente brillante, anche a sua stessa detta, ma solo bello… beh, non avete idea di quante signore di varia età che non avevano mai visto una partita di tennis mi hanno avvicinato per dirmi: “Ma quant’è bello e fascinoso Berrettini!”. Un’invidia che non vi dico!) ci metto anche Jannik Sinner.

Eh sì, perché fino a ieri, nonostante la prima vittoria erbosa al quinto tentativo (e su un nome di sicuro prestigio, anche se minimamente appannato dall’età), Jannik si poteva muovere sotto traccia, in penombra. I riflettori erano tutti puntati su Berrettini, come le scommesse. Lui, il secondo tennista più … “puntato” dopo Djokovic nel regno del betting. Perfino più – udite udite – di Rafa Nadal che, insomma, questo torneo l’ha vinto un paio di volte quando c’era in gara un certo signor Federer che non aveva 41 anni come Serena Williams ieri, ma non ne aveva ancora 27 e 29 (anni 2008 e 2010). Un vecchietto solo presunto, quello di Manacor che, frodando sfacciatamente l’anagrafe ben al di là della calvizia incipiente, continua a roncolare dritti mancini paurosi e a dimostrarsi il più forte di tutti al Roland Garros, il torneo più duro di tutti in cui ha trionfato 14 volte. 

Da noi in Italia, e guai a mancargli di rispetto, per carità, è diventato un mito, una leggenda vivente, Adriano Panatta che di Roland Garros ne ha vinto uno solo, a 26 anni. Rafa ne ha 10 di più, 36, ma c’è qualcuno che riesce a considerarlo fuori gioco? Ora soprattutto che nella metà bassa del tabellone Berrettini non c’è più, Auger Aliassime non c’è più, mentre Tsitsipas deve ringraziare l’inesperienza del giovane e talentuoso svizzero Ritschard che nel primo era avanti 4-1 con doppio break e Stefanos è riuscito a vincere soltanto di misura al quarto set. Poi ci sono le supposte mine vaganti Kyrgios e Shapovalov: entrambi  hanno vinto soltanto al quinto set (con Jubb e Rinderknech), proprio come un’altra testa di serie di quei bassifondi, Krajinovic (con Lehecka).

Insomma laggiù solo Bautista Agut (ma con Balasz) e Fritz (ma con Musetti…) sono apparsi in forma sufficiente per impensierire un Nadal ancora in rodaggio erboso. Ma mi dite chi sarebbe favorito di tutti questi contro Rafa? Almeno se il maiorchino giocherà un po’ meglio – dopo 3 anni di digiuno erboso – che contro Francisco Cerundolo, bravino e agguerrito finchè il match non “pesava”, salvo sciogliersi come neve al sole quando avanti 4-2 nel quarto set dopo aver inopinatamente conquistato il terzo, si è fatto strappare il servizio a 0 sul 4-3 in un batter d’ccchio e poi di nuovo – anche se a 30 – sul 4-5.

Rafa non avrà problemi a disfarsi di Berankis e se Sonego, bravissimo a vendicare due sconfitte con Kudla, confermerà la legge del “non c’è due senza tre” con Gaston, sarà proprio Lorenzo a sfidare Rafa al terzo turno. E lì più che gli auguri non gli posso fare.

Beh, insomma dopo questa lunga digressione sulle chances di Nadal, torno ab ovo, da dove ero partito. Da Sinner che suo malgrado, a causa della prematura dipartita di Berrettini – oh Matteo sta bene eh, è un modo di dire, è solo la dipartita dai Championships, tornerà l’anno prossimo… – non potrà più nascondersi.  Oggi ha Mikael Ymer, uno dei due fratellini svedesi di origini afro, ed è certo favorito, anche se il fatto che abbia battuto Altmaier lo deve mettere in guardia. E poi ieri avevo dato per scontata la vittoria di Camila Giorgi e avete visto che fine ha fatto contro la modesta polacca Frech che a 24 anni non può nemmeno essere considerata una speranza? Che match scriteriato! Ma non voglio maramaldeggiare. Le due teste di serie donne ce le siamo perse al primo turno, Giorgi 21 e Trevisan 22, le altre due che non lo erano pure Bronzetti e Paolini pure anche se Jasmine per un set ha illuso con la Kvitova.

Cì è rimasta soltanto la superstite del derby azzurro di primo turno, Elisabetta Cocciaretto (brillante oltre ogni dire contro Martina Trevisan) che oggi affronta la rumena Begu con la quale ha perso un primo duello ma non è detto che perda anche il secondo.

Con inclusa la Cocciaretto, dunque, di 11 italiani al via ce ne sono rimasti solo tre: Sinner e Sonego. Sonego onestamente non lo vedo andare oltre al terzo turno, ma intanto coraggio e che ci arrivi, anche perché un anno fa qui arrivò agli ottavi e il rischio di finire intorno alla settantesima posizione purtroppo c’è tutto. Per quanto riguarda Sinner, senza sottovalutare Mikael Ymer, mi chiedo e già che ci sono vi chiedo: se vincerà come gli auguro  sarebbe meglio affrontare poi un grande e terribile battitore come Isner, classe 1985 (37 anni) oppure l’idolo di casa Andy Murray, classe 1987 (35 anni) che oggi duelleranno sul centre court ma certo non potranno fare sfoggio di grande mobilità? Io dico che Jannik, ove vincesse, farà il tifo perché i due giochino 5 strenui set, fino al limite delle forze, e con Isner almeno un paio di tiebreak è probabile che ci scappino, anche se non potrà più venir fuori un altro 70 a 68 al quinto

Se non fosse così tardi, ancora, parlerei di Serena Williams, battuta al tiebreak del set decisivo dopo 3 ore e 11 minuti dalla ragazza francese di nascita e passaporto ma per metà cinese e metà vietnamita Harmony (che magnifico nome!) Tan di 24 anni, n.115 WTA e best ranking 90, ma voglio andare a letto alle 2 di notte, tanto ci sarà occasione di riparlarne. Anche perché lei ha tutte le intenzioni, e alla fine dopo qualche ritrosia le ha manifestate, di giocare anche il prossimo US open. Credo che neppure lei, ormai, si faccia illusioni sul record di Margaret Court, sui famigerati 24 Slam, ma non ha voglia di smettere. E seppure a sprazzi anche ieri sera ha fatto vedere insieme a tanti errori, anche tanti colpi che le hanno valso il titolo onorifico di miglior tennista del terzo millennio.

Segnalo in conclusione che dopo il primo turno mancano all’appello queste teste di serie. Quattordici in tutto.

Uomini – sei

7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne – otto

7 Collins (Bouzkova)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)
31 Kanepi (Parry)

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