"Dov'è la guida per chi vince Wimbledon a 17 anni?"

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“Dov’è la guida per chi vince Wimbledon a 17 anni?”

Boris Becker spiega la sua bancarotta: “Come andare al ristorante, ordinare un sandwich al pollo e una cola e ritrovarsi con un conto di 10000 sterline”. Il racconto

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Il curioso caso di Boris Becker, si potrebbe dire. In questo caso non è l’età a decrescere, ma la floridità della sua situazione patrimoniale. Che il tedesco non fosse un virtuoso dell’autogestione finanziaria si era intuito ben prima che a giugno venisse fuori la notizia della sua bancarotta. Da allora, quando sembrava che la vendita di una proprietà dal valore di 6 milioni di euro potesse far ritornare tutto a posto, la situazione ha invece cominciato a precipitare. A ottobre sono emersi maggiori dettagli sulla natura del debito: circa 61 milioni di euro divisi tra 14 creditori diversi.

Boris non ha mai palesato il minimo sconcerto nelle apparizioni pubbliche, anzi. Ha presieduto regolarmente al sorteggio delle ATP Finals nella sede della BBC – causando anche dei ritardi – e ha partecipato alla cerimonia di premiazione del torneo londinese, consegnando la coppa al vincitore Grigor Dimitrov. Ma soprattutto ha affrontato direttamente le sue responsabilità. A inizio novembre ha parlato al periodico svizzero Neue Zurcher Zeitung, qualche giorno fa è stato raggiunto dal Times nella sua abitazione di Wimbledon. Tra i tanti virgolettati che tabloid e giornali gli hanno cucito addosso, uno degli ultimi riguarda proprio la sua volontà di farsi seppellire lì – non oggi ovviamente – a due passi dal prato che l’ha consacrato appena diciassettenne nel 1985.

La villa è piuttosto lussuosa, tanto che viene naturale chiedersi come faccia un uomo in bancarotta a sostenerla. Il tedesco in realtà risulta avere residenza a Montecarlo, sebbene negli ultimi anni abbia trascorso molto tempo a Zugo (Svizzera) e Monaco di Baviera. Anche a Londra, da quando nel 2009 ha acquistato la tenuta a due passi dal Centre Court. Questa sua abitudine di spostare continuamente il domicilio gli ha procurato la prima rogna giudiziaria nel 2002, quando per una questione di tasse inevase (che lui ha definito “frutto di una politica dell’invidia e del fraintendimento di alcune leggi fiscali sulla residenza“) un tribunale tedesco l’ha condannato a pagare una multa di 315.000 sterline. La sua colpa era stata quella di vivere di fatto a Monaco di Baviera, pur dichiarando la residenza a Montecarlo e ottenendone quindi i benefici fiscali.

 

LA GENESI DELLA BANCAROTTA

Quindici anni dopo la faccenda si è fatta ben più seria, con cifre più ingenti e accuse ben più pesanti. Ma come stanno realmente le cose e come si giustifica il diretto interessato? I tre curatori fallimentari che per conto dell’istituto Smith&Williamson stanno monitorando la sua situazione patrimoniale hanno rilasciato un aggiornamento in data 6 ottobre, appena dopo la notizia dei presunti 61 milioni di debito. Il procedimento di “vigilanza” prosegue, si invita chiunque abbia informazioni a farsi vivo e si dichiara l’impossibilità di rendere pubblici ulteriori dettagli, che rimangono a beneficio dei soli creditori.

Ci si vede ancora poco chiaro, però. Perché Becker dice di avere in piedi compagnie redditizie in Svizzera e Regno Unito, con manager e impiegati che paga regolarmente. C’è la tennis academy nata lo scorso anno in Cina a suo nome, e i progetti gemelli pronti a sbocciare in Russia, India e Spagna. L’attività di commentatore per la BBC, sospesa durante i tre anni di collaborazione con Djokovic e poi prontamente ripresa. “Questa bancarotta è contro di me privatamente, non professionalmente“, è la difesa dell’ex tennista tedesco che ricalca un po’ le giustificazioni dopo il pasticcio fiscale del 2002. Il procedimento di bancarotta ai danni di Boris però è ben reale: lui stesso ammette che al momento “occupa la maggior parte della mia vita“.

Sembra che tutto sia cominciato nel 2012, quando Boris trascorreva la maggior parte del tempo in Svizzera a occuparsi di affari di vario genere. Nonostante non ce ne fosse una necessità finanziaria, gli era stato consigliato di vendere i suoi ‘diritti di proprietà intellettuale’ a una banca privata britannica (Arbuthnot Latham). Questi istituti ne stimano il valore e corrispondono al proprietario una cifra forfettaria, procedimento che garantisce una monetizzazione immediata e genera vantaggi fiscali. Dal momento in cui Boris riceve questa cifra a quello in cui gli viene intimata la restituzione, la ricostruzione ha delle falle. Il modo in cui viene descritto l’accordo con l’istituto britannico non sembra suggerire la natura di prestito, ma si è rivelato tale nei fatti. È più verosimile credere che, posto che ci fossero realmente i suoi diritti al centro dell’accordo, si trattasse di una concessione temporanea delle licenze.

Boris lo spiega così: “L’accordo prevedeva che avrei restituito quei soldi nel giro di cinque anni. Non che l’avessi chiesto, in realtà non ne avevo bisogno. Sfortunatamente dopo tre anni alcuni dei contratti di garanzia per il prestito sono stati interrotti e non adeguatamente sostituiti“. Per sinossi e semplicità, si potrebbe dire che si è trattato di un affare (piuttosto grosso) andato male. “Ho un’azienda in Svizzera, relazioni con partner in tutto il mondo, ma purtroppo nel mondo del business non ci sono garanzie. Sei a conoscenza di alcune cose ma non di tutte e c’è la possibilità che le cose vadano male”, ammette Boris.

Il difetto dev’essere stato questo: difficile chiudere affari vantaggiosi senza la cravatta…

La banca ha quindi iniziato a reclamare la restituzione del prestito, ma Becker non aveva la liquidità necessaria. Colpa degli interessi, che secondo gli avvocati del tedesco sarebbero stati richiesti illecitamente. Di quale cifra si parla complessivamente? “Questo non posso dirlo, è il commento del diretto interessato. Nel frattempo ci tiene a sottolineare di non essere assolutamente al verde, di vedere la faccenda come una sorta di gigante disguido per cui si adopera anche in una bizzarra metafora: “È un po’ come andare al ristorante, ordinare un sandwich al pollo e una cola e ritrovarsi con un conto di 10000 sterline da pagare. Ecco, mi piacerebbe andare a parlare con il proprietario del ristorante ma non me ne viene data la possibilità. Per questo è un grande fraintendimento; vivo nel centro di Londra, non mi sto nascondendo da nessuno“.

I 100.000€ CHIESTI AL SUO EX MANAGER

Le possibilità di un’uscita relativamente indolore dalla faccenda esistono. Qualora dovesse essere raggiunto un accordo per la restituzione – è altamente probabile che in questi casi venga definita una nuova somma forfettaria – il procedimento di bancarotta verrebbe annullato. Del resto, in un’intervista rilasciata al magazine tedesco “Gala“, dalla bocca di Becker sono uscite queste parole: “Le parti si stanno avvicinando. Sono in corso colloqui di conciliazione stragiudiziale per arrivare a una soluzione“. E ancora, a margine della sua lunga intervista al Times: “Il medico mi ha consigliato di prendermi una vacanza ma non è quello che voglio fare. Voglio sistemare questa faccenda e andare avanti con la mia vita“.

Il primo consistente raggio di luce in un cielo colmo di nubi? Macché. L’ultima uscita di Bild lascia pensare che l’ottimismo sia ancora attività ingiustificata. Becker ha citato in giudizio il suo ex manager Sascha Rienne imputandogli un danno economico di circa 100.000 € a causa di alcune apparizioni pubbliche senza adeguato compenso. Il punto è che non sembrano essere esistiti contratti in seno a questa collaborazione, e la cifra piuttosto misera rivendicata dal tedesco ha tutta l’aria di essere un (disperato?) tentativo di monetizzare a breve termine. La notizia fa seguito alle voci sulla sua intenzione di vendere, addirittura, i trofei vinti a Wimbledon. Non va dimenticato che l’istituto finanziario britannico non è l’unico creditore di Becker. Ne esisterebbero altri tredici, tra cui spicca un ex socio in affari – lo svizzero Hans-Dieter Cleven – che rivendica la cospicua cifra di 37 milioni di euro.

IL PROBLEMA È STATO… VINCERE WIMBLEDON COSÌ GIOVANE

Il ritratto di Boris Becker che viene fuori da questa faccenda è quello di un ragazzo che un tempo si tuffava sull’erba con coraggio e maestria, e che invece oggi si è tuffato in certi affari con coraggio… e (tanta) ingenuità. Un’ammissione c’è: “È colpa mia, mi assumo la piena responsabilità. Non sarei dovuto arrivare fino a questo punto, ma io c’entro solo per metà. Se la banca mi fosse venuta incontro ora non sarei qui a dire queste cose“. E in un certo senso, oltre alle colpe che imputa ad altri, c’è una sorta di auto-assoluzione per il suo particolare percorso di vita. Diventare milionario a 17 anni, dice, è una cosa che rende gli eventi poco controllabili.

“Se mi piacciono la fama e il successo? Ovviamente. Se sono vanitoso? Ovviamente. Mi lavo i denti tre volte al giorno, fa parte dell’essere vanitoso. Mi piace tenermi in ordine”

In una delle confessioni più accorate, poi:”Essere persone responsabili è fondamentale per un tennista. Io ero responsabile a 16 anni e lo sono oggi. Certo, si impara dagli errori. Oggi penso di avere un team legale più professionale al mio fianco. Forse stavo prendendo alla leggera il fatto di essere Boris Becker. Forse sono ingenuo, ma la mia vita è unica. Le cose che ho fatto non le ha fatte nessuno prima di me. Come avrei potuto chiedere a qualcuno come ci si comporta quando si vince un milione a 17 anni, e quando le donne si offrono a te solo perché sei famoso?”. 

Come aveva dichiarato in un’altra occasione, “Dov’è la guida di vita per un teenager che vince Wimbledon?“. In un moto d’orgoglio, dopo essersi definitivo un ingenuo poco prima, Boris capovolge ancora i fatti. “So che siete portati a credere che non sono stato in grado di gestire i miei soldi perché ne ho fatti così tanti nella mia vita. Ma potrei impiegare un’ora a spiegarvi perché non è vero“. È quello che in parte ha fatto nel corso delle varie interviste, senza convincere particolarmente perché il nocciolo della questione sembra invece proprio quello.

Boris Becker alza il trofeo di Wimbledon 1985

Boris Becker alza il trofeo di Wimbledon 1985

In questo lungo ritratto del (portafoglio di) Becker si è taciuto delle sue diverse paturnie sentimentali. Si è sposato una volta – due figli con la modella afroamericana Barbara Feltus Pabst – e si è risposato con la modella olandese “Lilly” Kerssenberg, con cui vive attualmente e condivide un terzo figlio. Ce n’è un quarto, la diciassettenne Anna nata da una relazione extraconiugale agli sgoccioli del primo matrimonio. La stabilità che non aveva in campo, così esplosivo e imprevedibile, è grossomodo la stessa che ha (non) dimostrato nel resto della sua vita un po’ pazza e, diremmo noi tra le noie piccolo-borghesi, anche piuttosto eccitante. “Ho partecipato alle feste, sono stato con modelle, ho fatto tutte queste cose. Ma ogni cosa ha il suo tempo“.

Un’autobiografia, anche (The Player, 2004). Che alla luce dei recenti fatti corre il rischio di dover essere aggiornata o addirittura riscritta. Dov’è la guida di vita per un teenager che vince Wimbledon?” sembra un titolo piuttosto appropriato.

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L’inarrestabile ascesa di Coco Gauff

Dall’exploit di Wimbledon 2019 alla top 30, anche se Coco Gauff diventerà maggiorenne solo tra un anno. I capitoli migliori sono da scrivere, ma è già tra le migliori al mondo

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Coco Gauff - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Tra tutte le ragazze che prenderanno parte al WTA 250 di Parma una delle più attese è sicuramente Coco Gauff, che farà il suo esordio contro Kaia Kanepi nella giornata di martedì. Certo, le wild card alle sorelle Williams hanno rimescolato un po’ le carte, ma l’interesse dei media per Coco rimane altissimo, da quel tardo pomeriggio del 1 luglio 2019 in cui sul campo centrale di Wimbledon avvenne il ‘fattaccio’. 

Qualsiasi detective degno del suo distintivo sa che la ricostruzione di un evento differisce, anche di molto, a seconda dei punti di vista di chi osserva. Ognuno di noi percepisce frammenti di realtà che non sempre è facile ricomporre. Saremmo allora curiosi di sapere cosa rimase negli occhi dei presenti. 

Il pubblico probabilmente avrà seguito con simpatia l’adolescente che schizzava rapidissima da una parte all’altra del campo a ribattere ogni colpo di Venus Williams. La veterana statunitense avrà guardato con ammirato stupore quell’impertinente ragazzina che, punto dopo punto, stava trasformando in un incubo quel tranquillo incontro di primo turno. Quelli che ne sanno, avranno osservato deliziati quel frenetico gioco di piedi alla ricerca della palla: prima di ogni colpo tre velocissimi passettini di avvicinamento, un vero spettacolo. Il quadro, una volta ricomposto, ci ha restituito una delle più grandi sorprese tennistiche degli ultimi anni: la 15enne venuta dal nulla aveva appena rifilato un comodo 6-4 6-4 alla grande Venus.

 

Insomma, non è che la ragazzina venisse proprio dal nulla, in fin dei conti nel 2017, a soli 13 anni, aveva raggiunto la finale degli US Open junior per poi vincere l’anno successivo il Roland Garros, sempre a livello giovanile. Però ce ne passa dall’essere una bimba prodigio a battere la cinque volte campionessa di Wimbledon.

Cori Gauff, in arte Coco, diventa a 15 anni e 122 giorni la più giovane tennista a vincere un match Slam dai tempi di Anna Kournikova, ma i suoi piedi, pur velocissimi, rimangono però saldamente piantati a terra. Facendo sfoggio di understatement, dice: Non scherziamo, non è corretto che le sorelle Williams vengano paragonate a una ragazza che ha appena iniziato. Loro rimangono i miei idoli“.

Sarà. Intanto supera altri due turni (Magdalena Rybarikova e Polona Hercog le vittime) e deve pensarci Simona Halep in persona, la futura campionessa, a fermare la sua corsa. Intanto sale al n.141 del ranking e si guadagna la paginata su Vogue. Michelle Obama le fa i complimenti e su Twitter i follower diventano in un attimo 375.000 (oggi sono 661.000).

Coco fa bella figura anche allo US Open. Supera due turni prima di essere sconfitta dalla campionessa in carica Naomi Osaka, che è talmente impressionata dalla ragazza che la prega di partecipare alla sua intervista post-partita, gesto inusuale e particolarmente significativo. 

Poi, quando le chiedono come spenderà i primi soldi guadagnati, mostra finalmente tutti i suoi 15 anni: Probabilmente mi comprerò un costume per Halloween“.

A questo punto facciamo un passo indietro. Da dove arriva questa ragazza prodigio? Da Atlanta, da una famiglia di sportivi. Mamma Candi era un’ostacolista e babbo Corey giocava a basket (entrambi a livello universitario). I genitori si accorgono presto che la bimba ha doti motorie e di coordinazione inusuali. A sette anni inizia a giocare a tennis ed è talmente brava che i genitori capiscono che Atlanta non è la città giusta per coltivare il suo talento. Si trasferiscono così in Florida, a Delray Beach, una delle città a più alto ‘tasso tennistico’ degli States. Abbandonano il lavoro per seguire a tempo pieno i sogni tennistici della figlia, accettando un rischio di fallimento altissimo, sia umano che professionale.

Tra parentesi, diciamo che adesso i problemi economici sono superati: il mezzo milione in banca e la procura firmata con Team 8 (la società di management creata da Federer e gestita dal suo agente Tony Godsick) mettono al sicuro la famiglia. 

Frequenti sono intanto le trasferte in Europa, dove la bimba inizia a frequentare anche l’Academy di Patrick Mouratoglou, cui dice, con la serena incoscienza dei suoi dieci anni: Io voglio diventare la numero uno del mondo!Inutile sottolineare che Mouratoglou rimane molto impressionato. Adesso non ha più dieci anni, ma lo stesso Mouratoglou, che ogni anno la ospita per qualche settimana, di lei dice: È molto più matura di tante ragazze che girano per il Tour e che di anni ne hanno venticinque“.

Talmente matura che nella triste vicenda di George Floyd che ha dato origine a ‘Black Lives Matter’, ha preso una posizione molto chiara e netta. Ho una voce e la uso nella speranza che le mie parole servano a stimolare in qualcuno una riflessione, soprattutto nelle persone a me vicine e in particolare nei miei amici bianchi. È molto triste che la protesta di oggi sia identica a quelle dei miei nonni cinquant’anni fa“. Niente male per un’adolescente che a casa sua può sì guidare la macchina, ma non ancora votare né bere alcolici. Parole forti che la ragazzina ha pronunciato poco prima che si andasse a votare per il quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti. 

Ci viene ancora una volta in soccorso Mouratoglou: “Ha una tale fiducia in se stessa che le serve non solo nel tennis, ma le permette anche di fare un discorso come questo“.

Che Coco Gauff non sia una ragazza come tutte le altre lo dimostra anche quando ci racconta di come si sia trovata, troppo presto, davanti a un bivio fondamentale della sua vita: “Nel 2018, poco prima di Wimbledon, ho faticato molto a capire cosa volevo fare realmente nella mia vita futura. Per un anno almeno sono stata sull’orlo della depressione, faticavo a vedere il lato positivo delle cose, ero confusa, pensavo tanto e piangevo spesso“. Un adolescente non dovrebbe conoscere il significato della parola depressione, questo deve aver pensato Coco mentre osservava i suoi coetanei vivere le loro esperienze da liceali mentre lei si trovava già ingabbiata nei rigidi schemi connessi a una carriera sportiva di successo. “Spesso passo troppo tempo a paragonare la mia vita a quella dei miei coetanei che vanno a scuola e che vedo così felici nella loro normalità. Così mi veniva da pensare che fosse quello ciò che volevo, ma poi ho capito che nessuno nella vita reale è felice tanto quanto dimostra di esserlo sui social media“.

D’altra parte, non nascondiamocelo: chi tra i suoi coetanei avrebbe mai potuto vivere quel pomeriggio a Wimbledon?

In considerazione della sua giovane età, a causa della policy WTA, Gauff non può partecipare a molti tornei. Uno dei pochi è quello di Linz (ottobre 2019) nel quale viene sconfitta all’ultimo turno delle qualificazioni. Una disdetta, attraversare mezzo mondo e perdere in quel modo. Ma non si è predestinati per nulla; infatti viene ripescata come lucky loser e il vento inizia a soffiare forte nelle sue vele, fino a farle vincere il primo titolo nel circuito maggiore. Un percorso costellato di vittime illustri (Kiki Bertens e Jelena Ostapenko tra tutte) e premiato dal suo nuovo best ranking al n. 71 WTA.

Coco Gauff – Linz 2019 (foto via Twitter, @WTALinz)

Sports Illustrated ci mette la ciliegina, premiandola come “Breaktrough Athlete 2019”. E su Sports Illustrated mica ci sono solo tennisti; qui si fa sul serio, la concorrenza è multidisciplinare. 

All’Australian Open, l’ultimo torneo prima del Covid, batte di nuovo Venus e si vendica di Naomi Osaka, prima di essere fermata dalla futura campionessa Sofia Kenin. 

L’indimenticabile Martina Navratilova dice di lei: “Coco ha grandissime qualità, in campo e fuori e, nonostante l’età, è già attiva politicamente. Quando la vedo sorrido, ha già raggiunto molto e potrà togliersi tante altre soddisfazioni in futuro. Gauff è una di quelle persone che possono cambiare il mondo e sembra volerlo fare. Lo sport nel cambiamento sociale ha sempre avuto un ruolo importante e lo può avere ancora“. 

Ancora una volta sport e vita reale si intrecciano strettamente nel comporre il miracolo Coco Gauff. Su cui vigila attentamente babbo Corey, consapevole che spesso la vita presenta un conto salato ai baby fenomeni. Nessuno deve dimenticare la parabola di Jennifer Capriati che rubava nei negozi o di Andrea Jaeger che fuggì dal mondo ritirandosi in convento. 

Ma babbo non è il solo a vigilare. Durante il torneo di Charleston, la 16enne è rimasta bloccata da sola in ascensore e ha chiesto aiuto con Tik Tok (lei non suona l’allarme come noi umani!). In un attimo ha ricevuto mezzo milione di like: la ragazza è ormai mainstream. Speriamo che qualcuno abbia anche chiamato i soccorsi.

Il finale di 2020 di Coco Gauff, dopo la ripresa del circuito, non è stato eccellente con un record di sei vittorie e altrettante sconfitte in incontri di main draw (tra le più deludenti quella contro Martina Trevisan al Roland Garros). Le cose sono andate così così fino all’Australian Open – tre vittorie e tre sconfitte con l’uscita dalla top 50 – ma il cambio di marcia è stato evidente dal torneo di Adelaide, dove ha raggiunto la semifinale persa di un soffio contro Belinda Bencic. Dal torneo australiano agli Internazionali d’Italia, dove Coco si è spinta nuovamente fino al penultimo atto, fanno 13 vittorie (15 se consideriamo le qualificazioni) e 6 sconfitte. La classifica la vede adesso al trentesimo posto – best ranking – a distanza non certo siderale (600 punti) dalla top 20. Insomma, come non essere convinti che i capitoli migliori siano quelli ancora da scrivere? 

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Dalle porte del Paradiso al limbo: la caduta di Marin Cilic

Alla vigilia del duello di Miami con Lorenzo Musetti, viaggio dentro all’inspiegabile crisi di uno dei migliori tennisti degli ultimi 10 anni

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Marin Cilic - Miami Open 2021

A 32 anni è crollato a n. 45 ATP, non gioca una finale da tre anni. Tante sconfitte, ma lui non si dà per vinto: “Ho ancora molto da dare. Lo voglio dimostrare nei prossimi tre o quattro anni

Juan Martin Del Potro, Stan Wawrinka, Dominic Thiem, Marin Cilic. Questi quattro campioni così diversi tra loro hanno una cosa in comune: sono stati i soli in grado d’interrompere il dominio dei Fab 4 negli Slam dal Roland Garros del 2005 a oggi. Due di loro, Juan Martin Del Potro e Stan Wawrinka, hanno avuto gravi problemi al ginocchio e, mentre per l’argentino anche solo un ritorno a livelli competitivi sembra una chimera, Wawrinka pare non aver più la scintilla per tornare tra i primi dieci causa anche dell’età che avanza. Thiem, invece, è nel periodo migliore della carriera e, nonostante i consueti alti e bassi di un tipo di gioco ad alto dispendio fisico e mentale, rimane una delle minacce più serie per i Big Three negli Slam. 

Il discorso è invece più complicato per Marin Cilic. Il croato occupa la posizione numero 45 del ranking, e la sua ultima apparizione dopo un Australian Open da dimenticare è stata nel torneo di Acapulco, dove ha rimediato una sonora lezione dalla giovane promessa americana Sebastian Korda. Ovviamente non è la singola sconfitta contro un giocatore meno quotato a far suonare il campanello d’allarme. A tutti i grandi campioni capitano alcuni tornei negativi nel corso di una stagione. Per quanto riguarda Marin, però, la sua carriera sembra semplicemente arrivata ad un punto morto. Il suo declino da tre anni a questa parte appare inesorabile. E adesso incrocia la strada di Lorenzo Musetti, al terzo turno del Miami Open.

 

IL MOMENTO DELLA SVOLTA

La vittoria dello US Open 2014 rimane per molti il livello più alto della sua carriera ma, in realtà, il miglior Marin in termini di costanza di rendimento si era visto durante il 2018, soprattutto prima di Wimbledon, che, ironia della sorte, rappresenta anche l’inizio della crisi. Proviamo a riavvolgere il nastro. Cilic si presenta a quell’edizione di Wimbledon da testa di serie numero 3. Ha appena vinto il secondo torneo più importante della carriera al Queen’s mettendo in fila specialisti dell’erba come Muller, Querrey, Kyrgios, e in finale Novak Djokovic, in ripresa dopo l’infortunio del 2017. 

Ma più in generale la stagione del croato è stata decisamente positiva: finale al quinto persa contro Federer all’Australian Open, semifinale su terra battuta a Roma e quarti a Parigi battendo uno specialista come Fognini agli ottavi in uno dei migliori match mai giocati dal croato sul mattone tritato. Così, con Djokovic ancora in ripresa, Nadal con i soliti interrogativi sulle ginocchia, e Federer che sembra aver smarrito la freschezza del 2017, Marin si appresta, forte anche della finale dell’anno precedente, a essere considerato da molti il favorito. Inizia il torneo e batte in tre rapidi set il giapponese Yoshihito Nishioka, giocatore leggero ma dotato di traiettorie interessanti. 

Al secondo turno affronta Guido Pella, uno specialista della terra battuta. Nei primi due parziali Marin è semplicemente ingiocabile. Altissima percentuale di prime in campo, fendenti di dritto e rovesci lungolinea che tolgono tempo all’argentino. Reattivo in risposta e sicuro dei propri mezzi. Dopo aver vinto agevolmente i primi due set mettendo in mostra un gran tennis arriva l’interruzione per pioggia. Il match è rinviato al giorno seguente. A posteriori si può affermare che questo momento è stato probabilmente il turning point della carriera di Cilic. Quando si torna in campo è l’ombra di sé stesso, gli errori si moltiplicano soprattutto dalla parte del diritto (colpo che nei momenti decisivi lo abbandona troppo spesso), arriva in ritardo sui colpi e appare demoralizzato. Dall’altra parte Pella sente l’odore del sangue e, galvanizzato, prende fiducia trascinando la partita al quinto. 

Qui viene fuori una costante della carriera di Marin: la fragilità mentale. Quella fragilità che le statistiche non raccontano abbastanza. Perché, se da un lato ha un record in carriera al quinto set più che rispettabile di 33 vittorie e 17 sconfitte, allo stesso tempo ha perso un paio di brucianti match al quinto set nelle stagioni 2016-2017. Una di quelle sconfitte è arrivata proprio sul Centre Court contro Roger Federer ai quarti di finale due anni prima. Conduceva due set a zero e poi lentamente si è sciolto permettendo all’elvetico una rimonta insperata. Ma la più dolorosa rimane la sconfitta con Del Potro in finale di Davis a Zagabria nel 2016, dopo essere arrivato a un solo set da una storica insalatiera. Così probabilmente i vecchi fantasmi riemergono e, in un lungo ed estenuante quinto set, Pella ha la meglio per 7-5. Rimonta completata, e inizio dell’incubo per Marin Cilic: “Avevo giocato molto bene il primo giorno del match”, dirà poi il croato alludendo alla prima parte della partita. “È una grande delusione per me perdere in questo modo, soprattutto per come avevo giocato nelle scorse settimane“, aggiungerà sconsolato. 

Marin Cilic e Guido Pella – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche Boris Becker, commentatore per la BBC in quel torneo, dirà che è senza parole per la sconfitta di Cilic. Pella dopo la sua prima vittoria in carriera contro un Top 5 ammetterà: “Non c’era niente che potessi fare prima della sospensione, stava giocando troppo bene. La pioggia mi ha aiutato molto”. Qualcosa da quel giorno per Cilic cambia. L’occasione di vincere il secondo Slam della carriera è svanita, forse per sempre. I Fab Four non erano al meglio e la nuova generazione troppo giovane e inesperta per competere su erba al meglio dei cinque set. A dire il vero il croato gioca un buon tennis sulla stagione estiva sul cemento americano, anche se la batosta mentale di Wimbledon si fa ancora sentire. A Toronto, ai quarti di finale, domina Nadal per un set per poi calare nel secondo e tremare nel terzo – una costante, si direbbe. Allo US Open arriva tra i migliori otto per arrendersi, in un match non entusiasmante, a Nishikori. Il livello con cui si era presentato sull’erba londinese pare già lontano. 

GLI ANNI DEL DECLINO

Il 2018 rimane comunque un successo per Cilic, la sua miglior stagione per continuità. Ha raggiunto quarti in tre dei quattro Slam disputati e a livello 1000 ha fatto tre quarti e due semifinali, senza dimenticare la vittoria della Coppa Davis contro la Francia in cui ha sconfitto Lucas Pouille nel match decisivo, prendendosi una parziale rivincita dopo la cocente delusione di due anni prima. A fine 2018, però, emergono i primi problemi al ginocchio che lo condizionano pesantemente nella sconfitta agli ottavi contro Bautista Agut dell’Australian Open 2019: “Ho cominciato a sentire fastidi la scorsa stagione”, dirà Cilic, “ma durante il duro match contro Verdasco di secondo turno la situazione è peggiorata e contro Bautista ho pensato di ritirarmi“.

Il 2019 si rivela una stagione disastrosa, primo anno dal 2015 senza vittorie contro Top 10 e, dopo l’ennesima sconfitta prematura contro Albot a Cincinnati, Cilic esce dai Top 20 per la prima volta da giugno 2014. Finisce la stagione dando forfait per le finali di Coppa Davis per i soliti problemi al ginocchio e, per la prima volta dal 2007, senza un titolo in bacheca. La posizione in classifica alla fine del 2019 è di N.39, uno scempio per colui che dal 2014 al 2018 aveva sempre finito tra i primi 15 e con ben quattro partecipazioni al master di fine anno. Ma, alla fine del 2019, ecco un piccolo spiraglio di luce apparire in fondo al tunnel. In un’intervista con i media a Zagabria Cilic dice di sentirsi finalmente libero dal dolore grazie a terapie di controllo al ginocchio destro: ”Il dolore che mi ha così pesantemente condizionato lo scorso anno è passato”, afferma. 

In effetti all’inizio del 2020 qualcosa pare essere cambiato. All’Australian Open, al terzo turno, si prende una bella rivincita al quinto con Roberto Bautista Agut. Nessuno si faccia illusioni. La continuità del passato è un ricordo lontano. Dal dopo lockdown all’Australian Open 2021 fino a Miami ha vinto solo sei partite perdendone ben dieci, tra cui la clamorosa sconfitta all’ultimo torneo dell’anno a Sofia contro la giovane promessa ceca Jonas Forejtek, posizionato al numero 399 del ranking ATP. 

Si può dire che da quella maledetta pausa per pioggia a Wimbledon 2018 per Marin sia iniziata un’inesorabile discesa. L’impressione è che i problemi al ginocchio lo abbiano condizionato maggiormente durante il 2019, mentre nell’ultimo anno e mezzo le difficoltà sono probabilmente di natura più mentale, anche perché la lunga pausa causata dall’interruzione del tour gli avrebbe dovuto dare tempo di sistemare gli acciacchi. A fine gennaio del 2020 è diventato padre di un bimbo che ha chiamato, curiosamente, Baldo. Il felice evento lo ha però forse distratto. Aveva detto che non si sarebbe ritirato fino a quando non si fosse reso conto di non essere più competitivo nei tornei più importanti. Però Marin non raggiunge un quarto di finale Slam dallo US Open 2018.

Con il suo tennis, che cerca i vincenti con entrambi i fondamentali, Marin ha bisogno di essere al cento per cento sotto il profilo atletico e di mantenere sempre l’iniziativa. Non è altrettanto forte in difesa. Non ha un tennis troppo vario e quando finisce sotto pressione soprattutto il diritto diventa poco affidabile.

Marin Cilic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

I NUMERI DI UN CALO

A Miami Marin ha vinto due partite di fila, con Coria e con Garin, forse dal fatto che i due sudamericani si trovano meglio sulla terra rossa piuttosto che sul cemento. C’è una statistica piuttosto interessante: è quella che si riferisce alla percentuale dei punti vinti in una partita. Nel triennio 2016-2018 e nel 2014 (anno dell’unico Slam vinto in carriera) la sua percentuale di punti vinti era vicina al 53%, mentre nelle ultime due stagioni si è fermato attorno al 50%. A prima vista, questa differenza potrebbe sembrare insignificante, ma la realtà è diversa.

Craig O Shannessey, noto statistico e stretto collaboratore di Novak Djokovic e Matteo Berrettini, ha spiegato come tra il 2015 e il 2019 sono stati solo sei i giocatori in grado di vincere più del 52 per cento dei punti. Tra loro figurano Djokovic, Nadal, Federer e Murray, che sono anche coloro che si sono accaparrati 18 dei 20 Slam disputati in questo arco di tempo. Djokovic, Nadal e Federer sono anche stati gli unici in grado di vincere il 54% dei punti giocati. Quindi Cilic nei suoi anni migliori era in grado di vincere quel 2% in più che fa tutta la differenza tra quel top player che era e il giocatore “normale“ che conosciamo oggi  anche se nel tennis non conta tanto vincere più punti ma conquistare i più importanti. 

Un altro dato interessante da analizzare se mettiamo a confronto i migliori anni di Cilic e le sue ultime due deludenti stagioni riguarda il servizio. Questo colpo all’inizio della sua carriera, nonostante i suoi 198 cm d’altezza, rappresentava un problema per Marin. Quando ha iniziato a collaborare con Goran Ivanisevic nel 2014, ha cercato di lavorare molto sul lancio di palla rendendo questo colpo meno prevedibile. Così il servizio è diventato un’arma e un metro per giudicare il suo rendimento generale. Se osserviamo la percentuale di punti vinti con la prima di servizio nell’arco di un anno vediamo come Cilic nel 2014, 2016, 2017 e 2018 sia stato estremamente costante vincendo tra il 79% e il 79.5% di punti con la prima, posizionandosi sempre fra i primi cinque in questa particolare statistica, mentre nel 2020 è sceso all’undicesimo posto con il 76.51%.

Nel biennio 2017 e 2018 anche i numeri di punti vinti con la seconda erano più che buoni visto che era in grado di vincere tra il 52.8% e il 53.6% quando la prima palla lo abbandonava. Nel 2020 ha vinto il 50.29% con la seconda, scivolando fuori dai primi 30 in questa classifica. Un altro dato importante per un giocatore che fa tanto affidamento al servizio è il numero di ace in una stagione. Tra il 2014 e il 2018 è sempre stato tra i primi otto per servizi vincenti con addirittura un quarto posto nell’anno del titolo a Flushing Meadows. Nel 2019 e 2020 invece oscilla tra la ventesima e la ventitreesima posizione. Questo calo l’ha portato, di conseguenza, a vincere meno game al servizio. Tra il 2016 e il 2018 si è aggiudicato tra l’85.14% e l’86.99% dei game in battuta risultando sempre tra i migliori otto in questo dato, mentre nel 2020 si trova al diciannovesimo posto con l’83%. 

Questi dati sono un’altra conferma di quanto sia vero quello affermato da Craig O’Shannessey. Se guardiamo queste percentuali al servizio lì per lì e differenze tra le stagioni migliori e peggiori di Marin non sembrano così ampie. Ma se poi inseriamo quelle percentuali nelle classifiche che l’ATP fa ogni anno notiamo come un solo 3% di differenza costa a Cilic un crollo di venti posizioni in quella statistica. E, siccome in ogni aspetto il croato è più o meno peggiorato, ecco spiegata la sua attuale posizione in classifica. Risalta in queste statistiche la continuità di Federer, Nadal e Djokovic. I loro risultati sono praticamente gli stessi ogni anno. Per questa ragione sono al top da così tanti anni mentre giocatori come Cilic (che rimane un campione) hanno alcune stagioni al top per poi lentamente calare.

Nonostante i risultati e le statistiche gli stiano voltando le spalle da ormai troppo tempo, Marin continua a mostrarsi ottimista come dimostra una sua recente intervista prima del torneo di Singapore: ”Sento che posso ancora migliorare in tutto, al servizio, nei colpi da fondo, nel gioco di gambe. Sto cercando di dimenticare le ultime due stagioni e ritrovare la fiducia persa”. A questo proposito potrebbe rivelarsi una decisione saggia affidarsi a un super coach (la collaborazione con Ivanisevic fu molto fruttuosa sotto tutti i punti di vista) che gli dia una scossa, sia dal punto di vista tecnico (magari portando qualche novità nel suo gioco), sia dal punto di vista mentale, per tornare almeno vicino ai primi quindici.

Anche se dalle sue parole traspare fiducia, l’impressione è che tornare ai vertici del tennis mondiale non sarà per niente facile. Già Lorenzo Musetti, con i suoi rovesci lungolinea, con le sue smorzate, pur avendo un tennis per ora certo più leggero, potrebbe mettere in difficoltà un Cilic che non avesse pienamente recuperato dopo la vittoriosa battaglia (7-6 al terzo) sul cileno Garin testa di serie n.13. In termini di esperienza (e di peso di palla) non ci dovrebbe essere gara, e non ci sarebbe probabilmente stata con il Cilic dei bei tempi, ma l’agilità di Lorenzo, che non ha nulla da perdere ed è già n.90 virtuale, potrebbe fare la differenza.

Marco Lorenzoni

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Flash

Arriva Clara Tauson. “Non sono una giocatrice di squadra”

La diciottenne danese a Lione ha battuto la seconda Top 50 della carriera. “Mi piacerebbe somigliare a Petra Kvitova”. Con la benedizione di Justine Henin

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Clara Tauson - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Attesa, chiacchierata, indicata come possibile stella del tennis mondiale almeno da quando, appena sedicenne, vinse il titolo under 18 all’Open d’Australia 2019 battendo in finale l’altra campioncina Leylah Fernandez. Sin da allora la sua ascesa al tennis che conta ha avuto pochi eguali tra le coetanee, e la prova del fuoco con il professionismo non la sta scottando più del necessario. Clara Tauson, danesina di Copenaghen data alla luce pochi giorni prima del Natale 2002, sta iniziando a confermare le attese tra le grandi: lo scorso settembre, nel primo turno dell’inedito Roland Garros autunnale, ha subito eliminato Jennifer Brady, che pochi mesi dopo si sarebbe spinta sino alla finale di Melbourne. Ieri l’altro, dopo aver ancora una volta superato le qualificazioni, ha fatto fuori al primo round di Lione la prima testa di serie in gara, quell’Ekaterina Alexandrova che a partire dal 2018 vanta il numero più alto di vittorie conquistate sottotetto.

Non sapevo avesse ottenuto quei risultati indoor – ha detto candidamente Clara nella bella intervista rilasciata al sito ufficiale della WTA -, l’ho saputo da mio padre, che ho chiamato subito dopo il match e ho trovato incredulo ed entusiasta. Ma sapete una cosa? Speravo di essere sorteggiata contro Alexandrova o contro Fiona Ferro (prima e seconda testa di serie a Lione, NdR), perché sono due ottime giocatrici e da match simili si impara in fretta“. Numero centotrentanove del mondo, nove titoli ITF in carriera di cui due conquistati nel 2021 (a Fujairah e Altenkirchen), Tauson già a questo punto dell’anno avrebbe potuto godere di un ranking decisamente migliore, ma la pandemia le ha ingarbugliato i piani, riducendo il numero dei tornei e di conseguenza rendendole più ostica la chance di accedere ai tabelloni, vista la posizione non ancora solida in classifica.

Il resto l’ha fatto la politica del ranking congelato, che per sua stessa natura respinge i tentativi di scalata. Poco male, c’è tempo. “Ho comunque giocato molti tornei da 25.000 dollari – ha ricordato la teenager -. Lì non si guadagnano molti punti, nemmeno se vinci il trofeo, ma sto ancora sviluppando il mio gioco e sono giovane, quindi ogni esperienza in campo è benaccetta. Certo, affrontare tenniste abituate a giocare ad alti livelli rappresenta una grande opportunità. Anche se Alexandrova mi avesse battuto nettamente sarei stata felice, avrei imparato molto in ogni caso“.

L’apprendimento, sinora, sembra aver prodotto risultati non comuni. In pagella luccicano le vittorie su due colleghe da molto tempo a proprio agio con incombenze di primo livello, e si ha l’impressione che gli sgambetti inflitti a Brady e Alexandrova non rimarranno isolati ancora per molto tempo. Ma il livello, Claretta nostra, è dunque già quello? “E chi lo sa, non ho accumulato dati sufficienti. Due ne ho giocate, due ne ho vinte. Per ora è andata bene, ma serve continuità nel lungo periodo per capire a quale categoria di tennisti appartieni. Di certo, almeno per ora, contro le più forti posso giocare libera di testa, ed esprimere il mio tennis migliore“.

 

Ne passeranno di avversarie sotto i ponti nei prossimi tre lustri. Considerando le campionesse sulla cresta dell’onda nell’anno 2021 quali sono quelle con cui vorrebbe incrociare la racchetta? “Mi viene subito in mente Simona Halep, è una persona incredibile, dà sempre il cento per cento, ovunque si trovi, qualunque sia il punteggio. E poi Petra Kvitova, vorrei capire cosa si prova vedendosi arrivare quelle bordate. Petra è una grande fonte d’ispirazione, un giorno vorrei giocare come lei“. Che tirasse forte già lo si era capito; che il progetto, una volta completato, includesse la possibilità di non far toccare palla all’avversaria, anche. “Mi piace avere il comando delle operazioni, essere aggressiva e venire avanti a prendermi il punto non appena se ne presenta l’opportunità. A livelli più alti è più difficile, me ne rendo conto, ma stiamo lavorando proprio su questo“.

Comandare il gioco, avere il controllo del campo, tenere in pugno, per quanto possibile, le sorti della tizia dall’altra parte del net. Concetti che tornano continuamente nel pensiero di Clara Tauson, la quale sintetizza in maniera lapidaria. “Le giocatrici forti ti propongono rebus difficili, impongono decisioni rapide e possibilmente giuste. Ma mi piace pensare di poter imporre gli scambi, indirizzare la partita. Ciò che amo del tennis è proprio questo: scelgo io cosa fare, quale soluzione adottare, dove tirare i colpi. Io e solo io. Non sono certo una giocatrice di squadra, e infatti non ho mai praticato altro sport in vita mia“.

Detto che fuori dal campo i passatempo sono i soliti sospetti – “videochiamate con gli amici in Danimarca, serie TV su Netflix, con predilezione per quelle a sfondo criminale come The Blacklist” – ed evasa l’ineludibile domanda sull’eroina della pallina di casa Caro Wozniacki – “ci ho parlato un paio di volte ma vive negli Stati Uniti, dunque le occasioni di contatto sono poche, siamo giocatrici di due epoche diverse” – lo spazio finale della chiacchierata è inevitabilmente dedicato a obiettivi e aspettative. “Quando abbiamo ripreso dopo il lockdown il mio scopo era entrare tra le prime 150 e ci sono riuscita giocando solo nove tornei. Adesso non mi cruccio sul ranking, voglio giocare il maggior numero possibile di incontri WTA e vedere come vanno le cose. Il peso delle aspettative? La pressione? Quando Jennifer Brady è andata in finale all’Open d’Australia tutti i miei amici mi hanno tempestata di messaggi, ricordandomi che avevo battuto una finalista Slam, quindi automaticamente dovrei raggiungere quel risultato anch’io. Non mi aspetto una cosa del genere nel breve periodo, innanzitutto occorre lavorare per essere solidi lungo le due settimane come ha fatto Jennifer“.

Orizzonti aperti, dunque, specie se in cabina di regia siede una donna che un po’ di argenteria in bacheca l’ha messa. “Justine Henin guarda tutti gli allenamenti di chiunque, alla sua accademia (dove Clara Tauson lavora insieme a coach Olivier Jeunehomme, NdR). Lei è una leggenda, ma è anche semplice e simpatica, è molto confortevole parlarci“. Tauson si è ripetuta poco fa da favorita contro Timea Babos con un netto 6-2 6-3 al secondo turno dell’Open 6ème Sens Métropole: un altro passo nel percorso verso un luogo che conosciamo bene. Facile capire dove in molti l’aspettino.

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