Come ci sei riuscito, Richard Gasquet?

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Come ci sei riuscito, Richard Gasquet?

Storia dell’impresa più importante di una carriera mai sbocciata. Forse per ragioni diverse da quelle che in tanti sostengono

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Richard Gasquet - Montecarlo 2005 (foto @Gianni Ciaccia)

Quando Boris Becker puntò tutto sul rosso di Montecarlo

Come si poteva battere Roger Federer nel 2005, anno in cui lo svizzero sembrava ammantato da un’aura di invincibilità? Lo si può chiedere a Marat Safin e ad un match point mancato. Oppure a David Nalbandian e ad una caviglia storta pochi giorni prima. E se hai solo diciotto anni, se sei una speranza pronta ad esplodere, come puoi sognare di riuscire in quella impresa? Beh, facile! Basta chiederlo a Rafa Nadal. Ma qui si vuole fare un’eccezione, e chiedere questo ed altro a Richard Gasquet.

In realtà Richard Gasquet aveva già battuto Federer almeno una decina di volte prima di quel quarto di finale. Nelle penne dei giornalisti francesi. Lo aveva battuto quando, mentre Federer ancora non esisteva in quanto tale, già compariva in foto pedo-tennistiche sulle riviste sportive. Lo aveva battuto quando Federer era ancora un progetto di Federer eppure già si cercava il “baby Fed”. Per i francesi, che le balle ancora gli girano, l’esaltazione verso il ragazzino tacciava Roger quasi come un incidente di percorso, un ponte tra l’era Sampras e quella Gasquet.

 

Quando a Montecarlo i due si affrontarono nel loro quarto di finale, però, i francesi fecero perfettamente i francesi. Minimizzarono (“sans dire…”). Dopo avere esaltato il loro galletto, iniziarono a dargli del pulcino. Dopo avere tanto osannato il prodigio Richard, improvvisamente assunsero l’aria di chi sapeva benissimo cosa fosse la realtà. L’avversario, il Gasquet vecchio, non perdeva da quella omerica semifinale di Melbourne. Veniva dal filotto Rotterdam, Dubai, Indian Wells e Miami. Numero uno del mondo in una maniera indecorosa. All’orizzonte del sole maestoso e svizzero non c’era nulla e le ombre del suo radioso dritto si proiettavano così a lungo da fare il giro del globo.

Perciò quando i due iniziarono il loro match nessuno si aspettava di assistere al cambio della guardia, giusto per usare un’espressione abusata. Ci si aspettava soltanto una partita di tennis che ci avrebbe detto cosa aveva da dire, a sua volta, Richard. Il rovescio di Gasquet incantava e mortificava. La velocità con cui la palla rimbalzava addosso al suo lato sinistro, innamorava. I numerosi gratuiti che commetteva (l’età…), intenerivano quasi come il cappellino all’indietro e l’acne da telefilm e giacche di jeans. Non che Federer da quel lato tirasse meno forte, ma vedendo i due scambiare su quella diagonale si intuivano gli opposti sentimenti.

Da un lato c’era l’insofferenza, il desiderio di ribellione e di libertà dello svizzero, le quali si esprimevano in quel dritto, vendemmia 2005, annata che forse non si vedrà mai più su di un campo da tennis. Dall’altro la serenità compiaciuta di Gasquet, che non era lì per vincere, ma per farsi vedere con indosso il suo vestito migliore. Il suo godere di se stesso, con i limiti di un tennis imberbe. L’estetica racchiusa in uno scantinato di sogni, pronta a diventare legge. Da un lato la fretta elvetica di dover dire qualcosa al tennis ed al mondo prima che il tempo finisse. Dall’altro chi non ha bisogno di correre contro i record di Laver e Borg, chi non ha fatto ancora il suo debutto in società e prima di farsi vedere sulla scena passa le ore ad aggiustarsi i capelli.

E l’inizio fu quello che ti aspettavi da un diciottenne. Qualche errore, un paio di gradevoli saette (non solo dal colpo buono) ma dall’altra parte c’era uno che seppe scappare subito avanti. Richard giocava bello, ma il bello di Federer era più coerente con il match.

Federer avanti due giochi a zero. Gasquet perse il servizio senza protestare, senza far trasparire frustrazione. Routine di un incontro che sarebbe stato dominato secondo tutti. Per comparire, il pathos di un match memorabile, sarebbe bastato attendere il game successivo. Federer breakkato, la rivoluzione francese può cominciare. Dal terzo game del primo set iniziò un match differente, in cui Gasquet procedette ad ondate irregolari e destabilizzanti. Federer salvò il set al tie break dopo essersi trovato anche sotto. Stereotipo vuole che strappato il primo set, il tennista più forte trovasse il secondo in discesa. Invece Federer iniziò ad imballarsi. Dall’altra parte della rete, ad ogni gioco e ad ogni punto, si ritrovò contro un avversario diverso. Tra le risposte irreali ed i gratuiti del francese Federer smise di essere il centro dell’universo, e come gli sarebbe accaduto in futuro con più frequenza, avrebbe perso dritto, pazienza ed incontro.

Nel secondo set perse tre volte il servizio. I colpi di Gasquet lo allontanarono sempre più dal campo e dalla amata linea di fondo, sempre più pericolosamente prossimo ai teloni fino a farlo uscire dal centrale del Country Club non solo perché sconfitto, ma anche perché non erano più tutti lì per lui. In campo c’era solo Richard, nel bello e nel brutto. Quando sbagliava e faceva il broncio le mamme francesi lo volevano consolare. Quando folgorava lo svizzero, e la regia inquadrava Gasquet senior, tutti i Papà Goriot si inorgoglivano del figlio di Francia. Sugli spalti l’alone di invincibilità di quel Federer fece parteggiare lo stadio per il francesino di Beziers, in una maniera che raramente si sarebbe vista in futuro.

La cronaca racconta di un terzo set in cui Federer si arrampicò al tie break, sprecò tre match point e infine fu giustiziato proprio da un rovescio, giocato da talmente lontano da non vederne il punto di origine. A rete, Richard non avrebbe voluto stringere la mano dell’avversario, bensì fare dorso e dorso: gli sarebbe stato più congeniale, ma sarebbe suonato poco urbano ed un filo irriverente.

Richard Gasquet – Montecarlo 2005 (foto @Gianni Ciaccia)

Allora pare legittimo rivolgere anche a lui, a Richard Gasquet, la domanda su come si potesse battere quel Federer 2005. Ascoltare, imparare da uno dei quattro mortali (forse tre mortali e mezzo) che riuscì a macchiare una stagione tennistica rimasta nella storia. Ciò nonostante, raramente al nostro viene offerto un microfono per raccontarci di quell’impresa. Forse perché da quel momento ne avrebbe perse 17 su 18 contro Roger. O perché perse in semifinale, contro un ragazzino pari età col quale vinceva da junior, e con lui sono state 16 su 16 le volte in cui è uscito dal campo a testa bassa.

A distanza di quattordici anni da quel 15 aprile 2005, lo sconfitto di quel giorno è il numero uno del 2019, mentre Richard non gioca da sei mesi, raccoglie i cocci e aggiusta un’ernia che lo ha costretto ad operarsi. Nel mezzo infiniti infortuni, un bacio alla cocaina ed una nazione che lo ha in parte abbandonato. Il titolo di “baby Fed” se le sono passati in tanti dopo Richard, con fortune alterne anch’essi, ma nessuno di questi porta al collo lo scalpo di un Federer 24enne.

Come ci riuscì Richard? Non è facile da spiegare, ma una cosa può essere detta, e cioè che ci riuscì lui: perché se omaggi pur arrivarono dall’altro lato del campo, essi non furono quelli del Federer contemporaneo, quello che ogni tanto si alza dal lato del letto sbagliato. E va anche detto che non ci fu una tattica particolare, una variazione che il francese produsse quel dì e che non sarebbe più riuscito a produrre in futuro. Giocò dietro, stando sempre vicino agli affezionati teloni di fondo, sempre sbracciando ad un soffio dal naso dei giudici di linea.

Vinse lo stesso Richard Gasquet che abbiamo in seguito conosciuto, che avrebbe vinto tanto ma anche perso troppo. Il tennista che sarebbe stato numero 7 del mondo, ma del quale si è sempre percepita l’infinita distanza dai migliori. E allora perché riuscì in un’impresa come quella ed è riuscito anche a non dare seguito a quel giorno, a restare un’opera sublime ma incompiuta? Si dice spesso che Gasquet abbia ricevuto, sin da bambino, troppa pressione, generato troppe aspettative per un movimento tennistico che produce infiniti, ottimi giocatori, ma mai il migliore. Ma chi dice questo non vede al di là dello specchio. Non lo attraversa, non lo capovolge: si gira sul dritto e non gioca il rovescio, errore mortale se si vuole parlare di Richard.

Chi sostiene questo non osserva che proprio il match contro Federer è stato quello maggiormente a ridosso di quelle pressioni, di quelle aspettative. Quell’incontro si disputava mentre Richard Gasquet aveva ancora nell’orecchie le promesse che altri facevano di sé, l’eco paterna dei suoi sogni e quella della stampa. Il Gasquet che scendeva in campo, nel tardo pomeriggio monegasco, era fresco di illusioni, plasmato da esse in quel tennis bellissimo, incostante ma impossibile. Il Gasquet che batté Federer era più prossimo al bambino che provava i colpi chiuso nella sua stanza contro avversari invisibili che non ad un tennista che si scontra con uomini in carne ed ossa, lui esistenzialista e gli altri stoici. Oppure era più somigliante al bambino che un giorno dovette smettere di fantasticare per posare davanti all’obiettivo di Tennis Magazine, descritto come un profeta, ritratto mentre la palla gli cade a sinistra e lui allena il passante di rovescio che gli avrebbe dato quel match.

Il Gasquet che nel 2005-2007, dai 18 a 21 anni, viveva le sue migliori stagioni tennistiche, a differenza di quello odierno sembrava credere in un sogno infantile e se ne è nutrito come di un latte materno. Sarebbe poi venuto lo svezzamento e la realtà, le cure di allenatori che non lo hanno mai migliorato ma che gli hanno solo dimostrato come nel tennis moderno potesse far molto, ma non tutto. Sarebbero venute le inevitabili sconfitte a cancellare dalla sua mente la comprensibile utopia di essere alle volte Federer, alle volte Nadal, alle volte entrambi e contemporaneamente. Le sconfitte se le sarebbe lasciate sì alle spalle, ma come mattoni a costruire il muro che lo avrebbe separato da quell’entusiasmo. Quel giorno del 2005, a 18 anni, dovette dimenticare solo i primi due games perduti male per creare il suo capolavoro. In futuro sarebbe stato molto più difficile.

Le ali che lo fecero volare nell’aprile 2005 divennero troppo ingombranti per conviverci ogni giorno, specie quando allo specchio Richard le ha viste rattrappirsi. Il sogno che le alimentava, il carburante della gioventù e del non sentire alcun limite si è esaurito e Richard è rimasto a terra, a contare sulla propria fatica quotidiana. Un po’ albatro, un po’ gabbiano ipotetico. Non un sogno che ti si è posato sulle spalle e te le ha piegate per la sua ambizione, ma un sogno che, finché vivo, lo ha sollevato in alto. Il perfetto contrario di quanti tanti sostengono. In altre parole, il perfetto rovescio.  

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Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

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Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

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Storie di tennis: Orantes-Vilas US Open ’75, la partita della vita

Andiamo a rivivere una partita storica giocata sulla terra verde di Forest Hills 45 anni fa: lo spagnolo vince una semifinale che sembrava perduta per poi andare a vincere il titolo

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Se qualcuno pensa che Roger Federer abbia l’esclusiva dei match point falliti in partite importanti, dopo aver letto questa puntata di “storie di tennis” dovrà ricredersi. Nella semifinale degli US Open del 1975, l’argentino Guillermo Vilas compì infatti suo malgrado un’impresa difficilmente eguagliabile, alla cui realizzazione diede un impagabile contributo il suo avversario, lo spagnolo Manuel Orantes. Ma andiamo con ordine.

La kermesse numero 94 del più importante torneo nord-americano si disputò a Forest Hills tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre. Fu un’edizione storica per due ragioni: l’introduzione delle sessioni notturne grazie all’uso della luce artificiale e la sostituzione della superficie in erba con la terra verde tecnicamente nota con il nome di har-tru, all’epoca molto in voga nel circuito statunitense. La velocità di questa superficie oggigiorno caduta in disuso era inferiore a quella dell’erba naturale e, quindi, almeno in teoria avrebbe dovuto aumentare la durata degli scambi e conseguentemente delle partite.

Per questo motivo gli organizzatori quell’anno decisero di fare disputare i primi tre turni sulla distanza dei tre set. Per la cronaca, tale formula rimase in uso sino al 1978 incluso, anno in cui l’har-tru venne definitivamente sostituito dal cemento.

Il programma del 6 settembre 1975 prevedeva la disputa delle due semifinali maschili e, nel mezzo, della finale femminile. Nella prima semifinale Jimmy Connors, campione in carica e numero 1 del mondo, sconfisse con un triplice 7-5 Bjorn Borg. La finale femminile fu vinta da Chris Evert in tre set contro l’australiana Evonne Goolagong. Nella seconda semifinale, iniziata poco dopo le 20, si affrontarono due mancini specialisti della terra rossa: Guillermo Vilas e Manuel Orantes, rispettivamente numero 3 e 9 della classifica ATP.

Era la dodicesima volta che i due giocatori di lingua spagnola si affrontavano e Orantes, classe ’49 e quindi di tre anni maggiore di Vilas, conduceva per sei vittorie a cinque. Le caratteristiche tecniche dell’argentino sono note ai più: un formidabile giocatore da fondocampo dotato di un fisico straordinario donatogli da mamma e papà e di una resistenza atletica derivante da una dedizione all’allenamento degna di un asceta. Tra le tante qualità di Vilas in campo, certamente la fantasia non era la più rimarchevole ed è quindi curioso segnalare che il tweener – il colpo più estroso che si possa vedere su un campo da tennis – fu “inventato” proprio dal giocatore argentino che, come lui stesso racconta, trasse ispirazione dalla visione di una clip pubblicitaria in cui un giocatore di Polo la eseguiva.

Meno note sono forse le caratteristiche di Orantes, nonostante nella prima classifica ATP della storia figurasse al secondo posto assolutoEra soprannominato “il piccolo Manuel” per distinguerlo dal suo più celebre connazionale: Manuel Santana. Il tennista spagnolo era meno potente e regolare di Vilas, ma gli era superiore sotto il profilo del tocco di palla e della fluidità nell’esecuzione dei colpi. All’epoca della semifinale di Forest Hills a livello di Slam il miglior risultato dei due contendenti era rappresentato da una finale a Parigi dove erano entrambi stati sconfitti da Borg: nel 1974 Orantes e l’anno successivo Vilas.

L’esito della loro sfida sulla carta era quindi molto incerto, anche se nel corso del torneo Orantes aveva smarrito due set mentre Vilas nei precedenti cinque turni era parso invincibile: 14 game complessivamente perduti. Durissima – in particolare – la lezione inflitta negli ottavi di finale a Jan Kodes e poco meno mortificante quella riservata nei quarti a Jaime Fillol: 6-2 6-0 6-0 al cecoslovacco e 6-4 6-0 6-1 al cileno. Sino al terzo game del terzo set Vilas continuò a sembrare invincibile; vinse il primo e il secondo set con il punteggio di 6-4 6-1 e si portò avanti di un break all’inizio del terzo.

A quel punto lo spagnolo ebbe un ritorno imperioso che gli permise di conquistare sei giochi consecutivi e di portare la partita al quarto set dove, però, si trovò presto a dovere affrontare una situazione di punteggio drammatica: 0-5 0-40. Tre match point consecutivi per Vilas. Con due volée e uno smash in qualche modo Orantes in quel frangente se la cavò ma nel game seguente dovette fronteggiare altri due match point consecutivi non potendo contare sul servizio. Evidentemente però la maledizione che in questa situazione di punteggio talvolta colpisce Federer non è esclusiva dello svizzero poiché anche Vilas non fu capace di chiudere l’incontro e da quel momento sino alla fine del set non riuscì neppure a procurarsi una singola palla game per tacere di una palla break, per la disperazione del suo coach, Jon Tiriac, che si sgolava invano dagli spalti.

Anni dopo in un’intervista l’argentino dichiarò di essersi leggermente lesionato un addominale alla fine del terzo set e di avere quindi giocato menomato per il resto dell’incontro ma, soprattutto, che lo choc derivante dalla perdita del quarto set non lo abbandonò più; con un sussulto d’orgoglio nel parziale decisivo riuscì a riportarsi sul 4 pari dopo essere stato in ritardo di un break ma poi perse nuovamente il servizio e infine la partita. Un suo passante in rete decretò la fine del match e la sua consegna alla storia del tennis.

L’incontro durò oltre quattro ore e terminò dopo la mezzanotte. Poche ore dopo il vincitore era atteso in finale da un avversario più riposato e che nei precedenti otto confronti lo aveva battuto sette volte. Ma quando si supera con successo una situazione come quella in cui si era trovato Orantes presumiamo si esca dalla sfera umana per entrare in quella divina e di questa trasfigurazione fece le spese Connors che dovette arrendersi a un Orantes in grado di disputare una partita che lo stesso statunitense definì qualitativamente sbalorditiva: 6-4 6-3 6-3 il punteggio a favore dello spagnolo, il secondo in grado di conquistare questo torneo dopo Santana che ci era riuscito nel ’65.

Manuel Orantes in seguito non seppe più ripetere l’exploit ma resta comunque uno dei giocatori europei più vincenti dell’era Open con 33 successi nel circuito. Guillermo Vilas vinse lo US Open nel 1977 superando a sua volta in finale Jimmy Connors che nei quarti si era vendicato di Orantes battendolo in tre set; a questo major aggiunse il Roland Garros nel medesimo anno, gli Australian Open nel ’78 e nel ’79 e altri 58 tornei che fanno di lui il nono tennista di sempre per numero di vittorie. Vilas, come Orantes, ha un best ranking ufficialmente rappresentato dalla seconda posizione assoluta, ma qualcuno sostiene che fu numero 1 del mondo non riconosciuto per alcune settimane. Questa però è un’altra storia e quella di oggi si conclude qui.

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L’ATP Cup ha ucciso i 30 anni di storia della Hopman Cup. Da un’esibizione all’altra?

Paul McNamee e Pat Cash gli ideatori. Il via con Steffi Graf e John McEnroe. Chi era “Geppetto” Hopman, il capitano di Coppa Davis più vincente. 10 deludenti partecipazioni italiane. L’albo d’oro

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Roger Federer/Belinda Bencic, vincitori dell'ultima Hopman Cup nel 2019 (foto via Twitter @hopmancup)

La ATP Cup, al via il 3 gennaio, vorrebbe seppellire la Davis Cup (che qualcuno chiama la Piquè Cup, ma è comunque organizzata dall’ITF, la federazione internazionale chel’ha sempre “gestita”) ma per ora la manifestazione lanciata dall’ATP in aperta concorrenza all’ITF ha seppellito soltanto la Hopman Cup.

L’ATP, di concerto con la federazione australiana (che tiene il piede in due staffe, anzi in tre, ATP, ITF e Laver Cup), si è accaparrata la settimana della Hopman Cup a Perth, nella costa West dell’Australia, organizzando lì a compensazione un girone dell’ATP Cup. E lì giocheranno Spagna, Giappone, Georgia e Uruguay nel girone B, e Italia, USA, Norvegia e la favorita Russia nel girone D.

Aver “portato” il n.1 del mondo Rafa Nadal a Perth, ma anche lo squadrone russo composto da Medvedev e Rublev, consolerà i cittadini di quella bella città per l’assenza degli australiani e la “scomparsa” della Hopman Cup. Che poi l’ATP Cup possa durare quanto la Hopman Cup, 30 anni, sarà  tutto da vedere.

 

STORIA DELLA HOPMAN CUP – Negli ultimi 30 anni gli ultra-appassionati di tennis hanno tentato di sopperire all’assenza di vero agonismo nel mese di dicembre e durante le feste natalizie seguendo a distanza la Hopman Cup, quella strana competizione mista, un singolare maschile e uno femminile, seguiti da un doppio misto, nata nel 1989 per merito e idea di Paul McNamee, tre volte campione di doppio a Wimbledon.

È sempre stata più un’esibizione che un evento ufficiale – e non ho mai condiviso chi ha tentato in vari momenti di considerarne ufficiali i risultati e gli head to head – ma era una manifestazione simpatica, originale e diversa, ideale per quei giocatori che volessero prepararsi all’Australian Open, al jet-lag, al clima, ai campi, con qualcosa di moderatamente impegnativo su una superficie di anno in anno simile.

Per quanto mi concerne io l’ho seguita di persona una sola volta, nel 1998, mi aveva invitato tante volte Paul McNamee, e ci ero andato anche perché ad essa seguivano a Perth i campionati mondiali di nuoto, disciplina cui mi ero affezionato per aver conosciuto quelli che sarebbero stati gli eroi di Sydney 2000, Rosolino, Fioravanti, Brembilla, l’indimenticabile coach Castagnetti che di tennis era appassionatissimo e ne ricordo tante interessanti conversazioni. Conobbi anche Lucie Hopman, personaggio dolcissimo, morta proprio nel giorno del mio compleanno il 31 agosto 2018. Purtroppo non c’era l’Italia, vinsero Kucera e la Habsudova, e sebbene non fosse stata un’edizione memorabile al Burshwood Superdome c’era sempre il tutto esaurito, 8.000 spettatori tutti i giorni.

Karol Kucera e Karina Habsudova – Hopman Cup 1998

Il timing per l’annuncio di McNamee e Fancutt, effettuato nel giugno 1988, era perfetto perché l’Australian Open si sarebbe spostato allora dall’erba di Kooyong al Rebound Ace di Flinders Park (che ancora non si chiamava Melbourne Park).

L’idea era nata anche dal fatto che a Perth, nella Western Coast d’Australia – dove l’Italia di Pietrangeli e Sirola nel ’60 aveva vinto la semifinale interzonale di Coppa Davis rimontando da 0-2 sugli Stati Uniti di Buchholz e MacKay, con Sirola che batté 9-7 6-3 8-6 sul 2-2 MacKay che in prima giornata aveva battuto 13-11 al quinto Pietrangeli – il grande tennis internazionale era praticamente scomparso.

Quattro anni prima dell’88 nell’appartamento di Melbourne di McNamee – l’inseparabile compagno del fu McNamara – Paul, Pat Cash e Charlie Fancutt, fra una birra e l’altra avevano buttato giù l’embrione dell’idea. Fancutt aveva già esperienze di promoter nel suo natio Queensland (Brisbane, Gold Coast). Pat Cash, vittorioso a Wimbledon nell’87 (su Lendl) era stato il principale protagonista delle vittorie australiane in Davis nell’83 e nell’86.

Decisero di chiamare l’evento nel nome di Harry Hopman che da tennista aveva vinto due Australian Slam in doppio con Jack Crawford (1929 e 1930) e cinque in doppio misto (i primi quattro con la prima moglie Nell Hall: un record imbattuto per due coniugi) ma soprattutto era stato il capitano di Coppa Davis più vittorioso della storia: 16 Davis vinte fra il 1939 e il 1967, con lui capitano di 22 squadre, la prima delle quali nel 1938 quando l’Australia perse dagli Stati Uniti. Quella del ’39 fu la prima vinta, una gran rivincita recuperando da 0-2 a Filadelfia con Quist e Bromwich, gli stessi due giocatori che avevano perso l’anno prima.

Dal ’40 al 46 Hopman aveva lasciato il tennis per la guerra e i suoi impegni collegati al giornalismo, ma dopo la sconfitta con gli USA nel ’46 e tre finali perse fino al ’49, l’opinione pubblica lo spinse a furor di popolo di nuovo sulla sedia di capitano. Con i giovani Sedgman e McGregor Hopman riconquistò la Coppa nel 1950. In quasi 25 anni le sue squadre vinsero 38 incontri, perdendone soltanto 6. Ovviamente poté disporre di campioni straordinari, dopo Sedsman e McGregor, Hoad, Rosewall, Cooper, Rose, Hartwig, Anderson, Fraser, Emerson, Laver, Newcombe, Stolle, Roche. La sua ultima Davis da capitano fu nel ’69, quando con Ruffels, Bowrey, Alexander e Dent perse dal Messico a Città del Messico (che schierava Osuna e Loyo Mayo… sì Joaquin Loyo Mayo, decisamente il più forte tennista che il direttore di Ubitennis abbia mai sconfitto! Accadde a San Luis Potosi, 1973, settimana di Pasqua, per me fu davvero una Semana Santa!).

Hopman decise allora di trasferirsi negli Stati Uniti (come hanno poi fatto tanti aussies, Laver, Newcombe, Stolle…) dove ebbe modo, da coach professionista, di “consigliare” Gerulaitis e McEnroe a Port Washington.

In Florida, assieme alla seconda moglie Lucy, Harry Hopman – che il nostro Gianni Clerici ribattezzò Geppetto perché con tanti “Pinocchio” talentuosi ma grezzi riuscì nell’impresa di trasformarli in grandi campioni dimostrando qualità straordinarie – fondò una Accademia, a Largo. Hopman era morto lì il 27 dicembre 1985. Il suo ricordo era vivissimo nella mente di tutti gli appassionati di tennis australiani. Non aveva vinto una Coppa Davis da capitano ma, ribadisco, 16!

Harry Hopman

McNamee trovò la sede ideale per la Hopman Cup nella resort di Burshwood Island, si garantì un contratto di 3 anni con Channel 7, trovò il primo grande sponsor in un’azienda produttrice di birra, perfetta per i tennisti australiani che ne erano fortissimi consumatori, nonostante proprio Hopman si affannasse a dire che avrebbero dovuto limitarne il consumo.

A luglio di quell’anno McNamee e Fancutt poterono annunciare il primo grande colpo: Steffi Graf avrebbe giocato per la Germania. La Hopman Cup aveva bisogno di una superstar per il suo lancio e chi meglio di Steffi che nell’88 avrebbe realizzato il Super Grande Slam, i 4 Major più l’oro olimpico a Seul? Alla Graf si sarebbero aggiunti Pat Cash, ça va sans dire, Mandlikova, Sukova, Mecir, Pernfors…un campo di partecipazione che a Perth da anni non si era mai visto.

Cash e Jeremy Bates giocarono il match d’apertura, davanti a 5.000 spettatori pigiati nel Burshwood Superdome. Dove erano stati distesi due campi Rebound Ace, uno per l’evento, l’altro per gli allenamenti.

La prima edizione, con Cash che si ammalò, vide l’Australia perdere in finale da Mecir e la Sukova. Il dado era stato tratto. Nella prima edizione fra le otto squadre mancavano gli Stati Uniti. McNamee rimediò l’anno dopo. John McEnroe, uno degli allievi più prestigiosi di “Geppetto” Hopman, si sentì in dovere di partecipare. E da 8 squadre si passò a 12. Si aggiunsero a McEnroe (e alla Shriver), Noah, Muster, i due Sanchez, Emilio e Arantxa che approfittando della superiorità di Arantxa sulla Shriver vinsero la seconda edizione della Hopman Cup. Per la prima volta c’era anche l’Italia: con la Golarsa reduce dalla memorabile battaglia di Wimbledon contro Chris Evert, nonché Paolo Canè che anche lui si era fatto valere a Wimbledon, ma nell’87, con Lendl: era stato avanti 2 set a uno e aveva perso il quarto 7-5 dopo aver avuto grandi occasioni per staccarlo. Canè si sarebbe ripresentato a Perth anche l’anno dopo, questa volta in compagnia di Raffaella Reggi.

Il decollo era ormai assicurato. Tennis Australia ufficializzò l’evento: nel 1990 ecco partecipare e trionfare Monica Seles per la Jugoslavia insieme a Prpic. Ma c’erano anche Cash – al ritorno da un infortunio – e la tennista di Perth Liz Smylie. Inoltre ancora la Francia con Forget e Tanvier, la Spagna con i due Sanchez a difendere il titolo, la Russia con Chesnokov e la Zvereva, la Svizzera con Hlasek e Manuela Maleeva-Fragniere (che avrebbero vinto la Hopman Cup l’anno dopo, nonostante la presenza del duo più celebre e prestigioso: Graf e Becker).

Beh, il miglior modo di ripercorrere la storia di questi 30 anni di Hopman Cup, è leggere l’albo d’oro, dove con la collaborazione di Alessandro Stella che ha fatto la ricerca segnaliamo le dieci partecipazioni italiane, purtroppo senza registrare passaggi alle semifinali. Con la Hopman Cup del 2015 iniziò l’ultima stagione della carriera di Flavia Pennetta, che avrebbe annunciato il suo addio al tennis subito dopo aver vinto lo US Open a settembre per poi chiudere con la sua prima e unica partecipazione alle WTA Finals. Giocò quella Hopman Cup al fianco di Fabio Fognini, che avrebbe poi sposato nella cattedrale di Ostuni il 16 giugno del 2016, prima di dargli due figli, Federico e Farah.

La Hopman ha cominciato con Steffi Graf, ha proseguito un anno dopo con McEnroe, due anni dopo con la Seles, è finita in gloria e bellezza con due vittorie di Roger Federer (e Bencic) e con l’iconico abbraccio tra Roger Federer e Serena Williams dopo aver giocato per la prima volta l’uno contro l’altra in doppio. Lassù Harry e Lucie Hopman saranno dispiaciuti ma anche felici di un trentennio davvero indimenticabile.

L’albo d’oro e le partecipazioni italiane in grassetto.

  • 2019 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2018 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2017 – Francia – Richard Gasquet & Kristina Mladenovic
  • 2016 – Australia – Nick Kyrgios & Dar’ja Gavrilova
  • 2015 – Polonia – Jerzy Janowicz & Agnieszka Radwańska (Italia presente con Pennetta-Fognini)
  • 2014 – Francia – Jo-Wilfried Tsonga & Alizé Cornet (Italia presente con Pennetta-Seppi)
  • 2013 – Spagna – Fernando Verdasco & Anabel Medina Garrigues (Italia presente con Schiavone-Seppi)
  • 2012 – Rep. Ceca – Tomáš Berdych & Petra Kvitová
  • 2011 – Stati Uniti – John Isner & Bethanie Mattek-Sands (Italia presente con Schiavone-Starace)
  • 2010 – Spagna Spagna – Tommy Robredo & María José Martínez Sánchez
  • 2009 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Dominika Cibulková (Italia presente con Pennetta-Bolelli)
  • 2008 – Stati Uniti – Mardy Fish & Serena Williams
  • 2007 – Russia – Dmitrij Tursunov & Nadia Petrova
  • 2006 – Stati Uniti – Taylor Dent & Lisa Raymond
  • 2005 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Daniela Hantuchová (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2004 – Stati Uniti – James Blake & Lindsay Davenport
  • 2003 – Stati Uniti – James Blake & Serena Williams (Italia presente con Farina-Sanguinetti)
  • 2002 – Spagna – Tommy Robredo & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2001 – Svizzera – Roger Federer & Martina Hingis
  • 2000 – Sudafrica – Wayne Ferreira & Amanda Coetzer
  • 1999 – Australia – Mark Philippoussis & Jelena Dokić
  • 1998 – Slovacchia – Karol Kučera & Karina Habšudová
  • 1997 – Stati Uniti – Justin Gimelstob & Chanda Rubin
  • 1996 – Croazia – Goran Ivanišević & Iva Majoli
  • 1995 – Germania – Boris Becker & Anke Huber
  • 1994 – Rep. Ceca – Petr Korda & Jana Novotná
  • 1993 – Germania – Michael Stich & Steffi Graf
  • 1992 – Svizzera  – Jakob Hlasek & Manuela Maleeva-Fragniere
  • 1991 – Jugoslavia – Goran Prpić & Monica Seles (Italia presente con Reggi-Cané)
  • 1990 – Spagna – Emilio Sánchez & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Golarsa-Cané)
  • 1989 – Cecoslovacchia – Miloslav Mečíř & Helena Sukova

L’Italia ha dunque partecipato a dieci edizioni, la prima nel 1990 e l’ultima nel 2015. Solo nel 1990 ha passato un turno, ma si giocava ancora con la formula a eliminazione diretta; le altre volte è sempre stata eliminata ai gironi.

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