Wimbledon: breve storia dei recenti maestri dell'erba

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Wimbledon: breve storia dei recenti maestri dell’erba

Tra poche ore ci sarà il sorteggio del tabellone principale di Wimbledon 2019. Prima, però, un tuffo nel passato

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Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)
 
 

Una stanza, palline da tennis ovunque, diverse racchette sparse sul pavimento. TV accesa in fondo, una delle prime a colori. Manda un verde incerto. Uno stadio del tennis fossile da sembrare immagini di repertorio e due che vi scompaiono sfocati rincorrendo una palla invisibile. Tra un “Panatta alla battuta” e “schiacciata vincente”, il garbo del cronista lascia intendere si tratta del quarto di finale di Wimbledon tra l’Adriano sportivo nazionale e Pat Duprè. Adriano perderà e sarà per lui quello che per Baggio sarà il rigore sbagliato nella finale dei mondiali di calcio ad USA 94. Non è mica da questi particolari che si giudica un tennista, direbbe parafrasandosi uno bravo della canzone d’autore italiana, ma Wimbledon val molto più della messa che garantì Parigi e Adriano lo sapeva.

La storia di quel Wimbledon 1979 ha già segnato il nome del suo assassino. Bjorn Borg si inginocchia per la quarta volta di fila in mondovisione ed alza la coppa. Sarebbe successo ancora l’anno dopo. Terza doppietta di fila Parigi-Londra. Nessun altro ci è più riuscito. Il tennis su erba ha le sue regole. Borg ne era l’antitesi e non le rispettava. Ottimo corridore, ottimo gioco difensivo, appena sufficiente nel gioco a rete, con le racchette in legno comunque necessario. Tanta corsa, tanta testa. Primo match senza barba, la coppa alzata con barbetta di 15 giorni. Per scaramanzia Bjorn non si radeva finché non perdeva, ma a Parigi e Londra in quegli anni non accadeva mai e Borg di fatto era un tennista lievemente barbuto.

Il bambino con TV accesa, distrattamente scambia due palle al muro. Sogna di giocare la Coppa Davis, impersona Panatta che batte gente dai nomi stranieri, anche inventati, ora a Parigi, ora a Roma, ora Forest Hills che ha nome evocativo e quindi deve esser bel posto davvero. Ma il bambino alla fine gioca sempre la finale di Wimbledon e la vince. Ne ignora il perché, ma avverte che Wimbledon è meglio. Wimbledon ha l’odore della storia ed è una cosa chiara finanche ad un bambino. Impossibile è bagnarsi nella stessa acqua, tutto scorre, ma a Wimbledon questo non vale e te lo fa capire.

Il diavolo ha mille sembianze e mille nomi. Per interrompere il regno del dio biondo svedese sui sacri prati, ne assunse quelle di un bambino paffuto capriccioso e pieno di riccioli dal nome John McEnroe. Imbracciò il manuale del perfetto gioco su erba e da infedele, riportò la giusta ortodossia nel tempio che mancava dall’epoca dei grandi australiani. Servizio, gioco al volo. Non era però così semplice. Il diavolo non fa le cose in modo scontato mai e questa volta decide di farle in maniera anche mancina.

McEnroe specie da sinistra usava il servizio per spalancarsi il campo mandando l’avversario a rispondere in tribuna, mentre da destra si limitava a direzionarlo dove gli pareva. Poi, qualsiasi cosa fosse accaduta, seguiva a rete. Colpi al rimbalzo senza apertura, di mezzo volo. Stilettate. Puro istinto, il genio oltre l’ostacolo. Impugnatura personalizzata così come le meccaniche, quella del servizio in primis. Una delle mani più sensibili, la meno banale e più imprevedibile mai apparsa. Carattere incline all’isterica sceneggiata, McGeniuos, SuperMac, gran personaggio ed uno dei giocatori più forti e famosi di tutti i tempi.

Martina Navratilova sotto i piedi non aveva erba, ma i prati inglesi di tutti i giardini del mondo. Anche da sconfitta come lei, tra le donne, su erba, nessuna le sarebbe stata pari. Per stile le si sono avvicinate due connazionali, Hana Mandlikova e Jana Novotna. Geniale da essere una sorta di McEnroe in gonnella la prima, straordinariamente elegante e classica la seconda. La Graf e le sorelle Williams ne avrebbero vinti di Wimbledon, ma Martina interpretava quel prato come Nettuno il mare.

Martina Navratilova e Chris Evert – Wimbledon 1988 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Tramontato definitivamente il pericolo Borg, qualche anno dopo smise di essere l’indiscusso numero 1 di Wimbledon anche McEnroe. Nuovi giovani, belli slanciati, acrobatici ne decretarono la successione. Chi aspettava come predestinato Stefan Edberg si ritrovò Boris Becker. Becker arrivò a Wimbledon 1985 con la targa al collo di vincitore del Queen’s dove aveva liquidato anche il maestro d’erba Pat Cash. Si pensò ad un predestinato, ma nessuno immaginava potesse vincere Wimbledon così presto, a soli 17 anni. Boris era un ragazzone dall’aria spocchiosa e presuntuosa, fisico pesante, gambotte da spostamenti laterali pachidermici. Nulla a che vedere con la retorica del danzatore da prato, Evonne Goolagong era una storia lontana. Boris tirava delle botte terribili di servizio e di diritto, ma anche di rovescio non scherzava.

Gioco perfetto per l’erba, impatti ottimi, risposta al servizio ottima, gioco a rete sublime con tanto di mano ben educata ed in più un narciso senso dell’acrobazia e dello spettacolo. Boris faceva quello che i migliori giocatori di rete facevano, con potenza e ad una velocità di palla superiore. L’asticella era stata innalzata. Tutti vi finirono sotto. Il tennis di McEnroe, ma anche quello di Cash che comunque riuscì a vincere un Wimbledon, divenne improvvisamente vecchio, desueto, accademico. Chi voleva vincere Wimbledon doveva battere Becker o sperare si battesse da solo in una di quelle giornale di raptus, cocciutaggine e capricci autolesionisti che ogni tanto gli prendevano. Accadde e qualche Wimbledon per strada Boris se lo perse, fermandosi a 3.

 

Volava leggero ed elegante sui prati Stefan Edberg, perfetta macchina da serve & volley. Dall’85 al 91, se si eccettua l’intromissione di Cash e l’irripetibile 1991 dell’airone Stich, castigatore di entrambi, Wimbledon è stata una storia a due tra lui e Becker. Il caso, la bravura, la testa (tennistica) e la fortuna hanno voluto che le due finali Stefan le abbia vinte proprio contro Boris, pur lasciando sempre la sensazione, confortata dagli scontri diretti a vantaggio del tedesco, che questi ci abbia messo del suo.

Stefan è stato il miglior giocatore serve and volley “integralista” della sua epoca ed uno dei migliori di sempre. Tutto finalizzato a quello, dai servizi in kick per avere il tempo di chiudere la rete, alla volée di approccio seguita da quella di chiusura, al cheap and charge nei turni di risposta. Sempre senza fronzoli, essenziale. Scientifico e chirurgico a livelli altissimi al punto che anche Dio Roger, anni dopo, avrebbe pensato a Stefan per creare la sua nuova versione di giocatore di attacco e presa della rete.

Boris Becker era un campione di grosso ego e sul Central Court di Wimbledon sapeva di non poter essere sconfitto. Quando accadeva al vincitore dava il proprio nome. Anno del Signore 1993, incontra Pete Sampras in semi e cambia idea. Per la prima volta deve ammettere che ha perso sconfitto non da se stesso, ma da un avversario superiore.

Si capisce subito che Sampras non è uno normale. Progetto riuscito del suo allenatore di farne il miglior giocatore di rete tra quelli di fondocampo e il miglior giocatore da fondocampo dei giocatori serve and volley, la cosa sembra essere scappata di mano perché Sampras pare essere meglio di tutti in tutto. Che lo sia su erba lo dice Becker subito e tanto basta. Dal 1993 al 2000 a Wimbledon non c’è trippa per gatti, se si eccettua l’edizione del 1996 vinta da Krajicek, erbivoro schiacciato dalla concorrenza come era accaduto pochi anni prima a Cash e Stich e da lì a poco a Rafter, Henman ed Ivanisevic. Sampras è stato a lungo recordman di vittorie Slam e per chi ha amato il tennis d’attacco ed il gioco di volo, resta il riferimento massimo del tennis contemporaneo.

Goran Ivanisevic ha avuto con Wimbledon lo stesso rapporto che Acab ebbe con Moby Dick. La fine però fu conciliante. Ivanisevic conquista Wimbledon nel 2001 dopo un epica finale “psyco” con Rafter e ne fa il proprio canto del cigno. Dopo averne persa una con Agassi, due con Sampras, decide di vincere quella dove si presenta con wild card e quasi da ex tennista. Ivanisevic era uno a cui piaceva farle strane le cose. La vittoria del 2001 esce dalla cronaca sportiva per divenire fonte di letteratura e di saggi psichiatrici. 21 anni dopo il tie break del 4° set della finale tra McEnroe e Borg, il Centre Court scrive una nuova pagina di epica trans tennistica.

La storia del tennis moderno è nata a Wimbledon ed è proprio lì che decide di far tappa per i suoi accadimenti più importanti. Il 2001 è anche l’anno di un passaggio epocale di consegne. Un promettente giovane ragazzo svizzero di talento iperdotato, incontra Pete Sampras agli ottavi e lo batte, decretandone la parola fine alla sua carriera londinese. Il suo nome è Roger Federer e sarà considerato da chi ha meno di 50 anni il tennista più forte di ogni tempo. Il match è una finestra sul passato che diventa futuro, un passaggio danzato, lieve, nel nome della bellezza.

Sampras è più giocatore classico serve&volley, più istintivo e creativo nell’attimo, più estemporaneo e sorprendente nelle soluzioni. Federer è un incredibile programma per fare ai massimi livelli ogni cosa che finisce per sembrare quasi lineare al confronto. Succederà a Sampras facendo meglio a Wimbledon e un po’ ovunque in una carriera infinita. Se Sampras è stato il miglior serve&volley visto su erba in quegli anni velocissima, Roger Federer è il miglior giocatore di erba contemporaneo, un’erba rallentata per evitare il festival dell’ace, che necessita di solidità e qualità difensive oltre che del classico gioco d’attacco da prato. Anche così si spiegano le recenti vittorie di Nadal, Murray, Djokovic, non propriamente maestri del serve and volley e del cheap and charge. Ma Connors, Borg, Agassi lo sono forse stati? Diversamente anche si può, basta essere un fenomeno.

Tra le donne, regna da tempo l’appiattimento delle tipologie di gioco. Botte urlate da fondo a prescindere da cosa si abbia sotto i piedi. Ad eccezioni di poche rare eccezioni, vedi tra le vincitrici Mauresmo, Henin ed in parte Martinez e Graf, pure specialiste dell’erba o anche semplicemente in grado di imbastire un gioco dove la volée sia il naturale sbocco del lavoro fatto da fondo, non se ne vedono dai tempi delle grandi tre ceke, anche se Venus e Kvitova hanno dato l’idea di essere più adatte di altre a questo tipo di superficie. Serena magari anche avrebbe potuto, ma tirava talmente forte che non arrivata al punto di doverlo mostrare.

Chi saranno i nuovi erbivori? Barty, Tsitsipas, Auger-Aliassine, Shapovalov? Vincerà chi ha già vinto, chi ancora non c’è riuscito o mai manifestato?

Il bambino sceglie un circolo dove c’è dell’erba sintetica per le sue prime lezioni. Al circolo del rosso insegnano a correre e tirare tutto di là senza sbagliare e lui così sa di non divertirsi, ma solo sudare. Vuol correre felice verso la rete e fare come quelli visti alla TV che rimanda un campo verde confuso e sbiadito. Gli insegneranno che a far punto è il primo che prende l’angolo o l’iniziativa. Gli insegneranno a liberare la fantasia, ad indirizzarla e assecondarla. Ogni palla un attimo da cogliere. Il tennis come gioia e momento creativo. Leggero, elegante, pulito. L’erba rispetta il bianco che tale resta e la mamma non si incazza a lavare vestiti sporchi di quel rosso arancio difficile da toglier via…

Fine lezione. Campetto laterale col muro e tanto di rete disegnata con gessetto rubato a scuola. Panatta alla battuta. Gioco partita ed incontro. Adriano Panatta dopo aver battuto Duprè, batte Newcombe, Gerulaitis, Nastase ed in semi il compagno di doppio Bertolucci. In finale sconfigge Borg e diventa il primo italiano ad aver vinto Wimbledon. Borg vincerà l’US Open un mese e mezzo dopo.

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ATP

ATP Montreal: super Fritz passeggia su Murray, Kyrgios non manca la prova del nove con Baez

Norrie sconfiggendo Nakashima, vendica Sir Andy e pareggia i conti con i “cugini” d’oltreoceano. A Tiafoe in rimonta la lotta di giornata contro Bonzi. Nishioka si conferma in stato di grazia, Van de Zandschulp riscatta Indian Wells contro Kecmanovic

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Taylor Friz - Montreal 2022 (foto Twitter @OBNmontreal)

N. Kyrgios b. S. Baez 6-4 6-4

C’era grande curiosità nel vedere all’opera, nel primo turno dell’Omnium Banque National presented by Rogers, il fresco campione dell’ATP 500 di Washington Nick Kyrgios. L’australiano era contrapposto, nel quarto incontro sul Centrale dell’IGA Stadium, all’argentino Sebastian Baez, dopo che i due si erano già incontrati all’inizio dell’anno sul veloce del deserto californiano: al primo round del Masters 1000 d’Indian Wells, la sfida se l’aggiudicò nettamente il 27enne di Canberra per 6-4 6-0. Il tennista originario della Malesia si è invece imposto quest’oggi, con un doppio 6-4 in quasi un’ora e mezzo di partita. L’interesse nei confronti del match con protagonista il finalista di Wimbledon, non veniva destato solo ed esclusivamente dal fatto di poter ammirare il suo sempre entusiasmante e spettacolare tennis, ma soprattutto dal voler appurare quale versione di Nick si sarebbe presentata in Canada dopo la vittoria di un torneo.

KYRGIOS MOSTRA LA MATURITÀ ACQUISITA – Infatti erano tre anni che il giocatore aussie non si trovava a dover gestire una situazione di questo tipo, e si sa che non è mai facile affrontare un nuovo appuntamento del Tour – ancor di più se si tratta di un evento tra i più prestigiosi del circuito – dovendo amministrare un fisico provato dalle fatiche della settimana precedente. Il Citi Open però non si è limitato a richiedere all’istrionico di origini greche il normale sforzo fisico e mentale che serve per conquistare partite in sequenza ed alzare un trofeo, ma ha voluto ogni goccia di sudore ed energia a disposizione del suo serbatoio. L’ex n. 13 del ranking si è difatti rivelato il mattatore assoluto dei sette giorni nella capitale USA, tra doppi turni a ripetizione per via dei ritardi dovuti alla pioggia ed un percorso parallelo nel doppio, esaltante allo stesso modo del singolare. Il risultato finale è stata una doppietta trionfante, con il successo assieme a Jack Sock.

 

Kyrgios quando aveva vinto il suo ultimo titolo – il sesto – proprio a Washington, in Canada a Montreal il lunedì successivo aveva lasciato inopinatamente il torneo già al primo turno, sconfitto senza colpo ferire dal nobile decaduto Kyle Edmund. Dunque l’attesa di scoprire se i miglioramenti fatti vedere sotto l’aspetto mentale, della continuità di rendimento e dell’approccio al professionismo nel 2022 avrebbero portato una reale rottura con quello che è stato il bad boy del passato; era importante anche alla luce del confronto possibile con quanto successo tre stagioni orsono. Ebbene l’esame, o la prova del nove fate vobis, è stata superata a pieni voti dall’ex n. 1 juniores. Certo non sono mancate le difficoltà lungo il corso della partita, ma alla fine ciò che emerso è la seguente costatazione: quando Nick ha giocato da Nick, l’argentino non ha potuto che subire e soccombere dimostrando di essere disarmato contro il talento fumantino dell’avversario.

L’inizio del duello è stato scoppiettante per Kyrgios, il quale ha messo in mostra tutta la propria completezza tecnica: creatività, manualità, cambi di ritmo, velocità di braccio, timing sulla palla sensazionale, esplosività, rovesci anticipati, accelerazioni incredibili e improvvise, angoli mozzafiato. Insomma tutto il campionario aussie, il solito ed ineluttabile one-man show. Non aveva possibilità di reagire in alcun modo il pedalatore albiceleste, che pure si discosta dal classico sudamericano cresciuto a pane e mattone tritato e che può esprimersi al meglio solamente nelle lunghe e fangose battaglie sulla polvere rossiccia. Intendiamoci, nasce sul rosso e la terra rimane la sua superficie preferita, ma Seb ha già dimostrato ampiamente di sapersi districare nelle condizioni di gioco più rapide che si trovano sul cemento, ad esempio quando si fece conoscere al grande pubblico nelle Next Gen novembrine di Milano togliendosi immediatamente di dosso l’odiosa etichetta di specialista. Ma come preannunciato, stereotipo o no, l’ex Top 15 in tutto il suo splendore sale 5-1.

Qui però le energie consumate nell’ultimo periodo annebbiano la lucidità di Kyrgios, che almeno per un frangente di gara torna quello di sempre: atteggiamento svogliato, discontinuità, scelte insensate; permettendo così il rientro prepotente di Baez. Il 21enne di Buenos Aires limita gli errori e si rifà sotto prepotentemente, ricordandosi di possedere nella solidità e nella resistenza agli scambi prolungati i fiori all’occhiello del suo gioco. Probabilmente non gli aveva mostrati finora a causa della scarsa fiducia di cui gode dopo un periodo per lui alquanto negativo – 5 sconfitte consecutive dalla finale di Bastad -, anzi aveva fatto sì che essi si trasformassero in frequenti aiutini per Nick.

Ciò nonostante, nulla avrebbe potuto evitargli di finire sotto il treno Kyrgios, che quando parte così è difficile anche solo dirottarlo fuori dai binari, a meno che non sia lui stesso a risollevare l’avversario, come accade puntualmente nello scontro odierno. Perciò parziale di quattro giochi del n. 32 e l’equilibrio torna dirompente, ma per fortuna dell’australiano ha una seconda opportunità per chiudere il set che non si fa sfuggire. Alla prima frazione da 43 minuti, segue un’altra identica sia come punteggio che come durata: questa volta con molta più stabilità, con un Baez ormai dentro il match e che addirittura si permette di beffare Nick con un tweener-lob. Kyrgios se la ride sornione, punzecchiato dalla sua stessa velenosa freccia, ma poco importa visto che la battuta risale vertiginosamente ed il break maturato nel quinto game viene portato fino in fondo. Al quarto match point è finalmente ufficiale, dopo lo scontro in Australia sarà ancora Medvedev contro Kyrgios.

[10] T. Fritz b. [WC] A. Murray 6-1 6-3

Il tre volte campione del torneo Andy Murray, vincitore nel 2009 e nel 2015 in quel di Montreal – batté Nishikori e Djokovic per alzare il titolo -, mentre fu autore del trionfo del 2010 a Toronto, invitato dagli organizzatori tramite wild card viene immediatamente estromesso dal torneo per mano della tds n. 10 Taylor Fritz. Il 24enne di San Diego con questa splendida vittoria, ottiene il primo successo nel torneo, ponendo fine ad una serie di sconfitte subite nelle sue apparizioni all’Open del Canada: fuori sempre al primo turno nel 2016 e nel 2021 a Toronto, nel 2019 a Montreal. Il n. 1 del tennis americano può così mettersi subito alle spalle il crollo fisico avuto contro Evans a Washington, mentre il 34enne di Glasgow oggi ha palesato evidenti ed imponenti limiti sulla seconda di servizio.

UN FRITZ SPAZIALE ACCENDE “RADIO MURRAY” – Il confronto tra Murray e Fritz è il classico scontro tra un solido tennista moderno dotato di grande servizio ed un altrettanto fantastico ribattitore. Da una parte il rampante n. 1 del tennis americano, che sembra in ripresa, voglioso di una piazza tra i primi dieci giocatori del mondo e che non nasconde l’ambizione di essere a Torino alla fine dell’anno solare. Dall’altra quello che riprendendo la definizione coniata dal maestro Clerici è la pura rappresentazione del contro attaccante, abile nel palleggio prolungato e soprattutto nell’alzare difese arcigne invalicabili.

Andy si esalta nella lotta e non si risparmia mai sul piano fisico, allora Taylor decide che bisogna subito testare le qualità dello scozzese e verificare se lo scorrere del tempo ha eroso oppure no l’immarcescibile tennista dall’anca d’acciaio: pronti via ed è già game surreale, 14 minuti e 19 secondi, 20 punti giocati, cinque palle break concesse. Mettiamoci pure che l’ex n. 1 mondiale trova solo 9 prime, cadendo anche in due doppi falli: così in men che non si dica, è 3-0 per il campione d’Indian Wells. Ma ciò che sorprende maggiormente è l’estrema aggressività, fatta vedere in risposta dal primo quindici del match da parte del numero 13.

Anticipa e lo fa benissimo, inoltre sono soprattutto molto evidenti gli enormi miglioramenti compiuti dalla tds n. 10 dal lato del rovescio. Ora è un colpo che fa veramente male, e che Fritz non disdegna neanche di mandare in lungolinea direttamente in ribattuta. Taylor è semplicemente ingiocabile, s’esibisce in un super fotonico dritto in corsa che ricade sulla riga. Un vincente eccezionale, che dà il là alla mattanza di Murray. Il due volte oro olimpico è totalmente impotente, continuamente confinato a remare sui teloni e ciò facilita di gran lunga “le castagne” del drittone di Fritz. Lo statunitense comanda con sublime tranquillità, non concede praticamente nulla nei suoi turni di servizio (85% di punti vinti con la prima, 71% con la seconda). È quasi avvilente osservare lo sguardo del 34enne di Glasgow, in completa balia del californiano e incapace di trovare una soluzione al massacro tennistico che sta subendo.

La wild card britannica cerca conforto nel suo angolo prima che le operazioni riprendano, ma è difficile scovare risposte utili a soverchiare l’”amico Fritz” in gradissimo spolvero. Ma il campione per quanto possa perdere colpi nella parte finale di carriera, in questo caso dovendo sopportare anche tanti gravi infortuni, rimane dentro di sé un fenomeno con quella fiammella che non si spegnerà mai: Andy ruggisce in apertura di seconda frazione, e nonostante la propria palla continui a viaggiare parecchi chilometri in meno rispetto a quella americana, oltre a rimanere molto più corta, quantomeno si porta per la prima volta ai vantaggi in risposta.

Ma il vincitore junior dello US Open per ora non si scompone minimante, il barone di sua maestà adesso tuttavia è molto più consistente da fondo. Fritz dunque è chiamato ad essere perfetto, ma tentenna però prima l’ace e poi il dritto a comandare lo portano sul 2-2 pur attraversando i primi brividi dell’incontro. Il giocatore a stelle e strisce allora comprende che deve affondare il coltello e finire la preda, non permettendo a quest’ultima di riemergere: così si arrampica a palla break. La radio scozzese, a questo punto, inizia a imperversare su tutte le frequenze, la seconda continua incessantemente a latitare a livello di efficacia ma il cuore di Murray riesce ad evitare l’allungo definitivo (3-2, senza break per lo scozzese).

Ma è soltanto questione di tempo, nel settimo game ancora problematiche in battuta per il n. 48 ATP: come era accaduto nel break del primo set, due doppi falli in aggiunta ad un brutto dritto scaraventato in rete condannano Murray. Il tre volte campione Slam è frustato, nervoso, colpisce violentemente la racchetta verso il suolo; ma Taylor proprio nel momento in cui si avvicina alla vittoria concede la prima palla break (dopo 80 minuti). Lo schema “servizio e dritto” però non perdona e la tds n. 10 s’inerpica sul 5-3. Fritz oggi è semplicemente di un altro livello, continua a vincere anche i punti sulla diagonale a lui sfavorevole contro uno dei bimani migliori degli ultimi decenni, ed inevitabilmente breakka ancora chiudendo il match.

ALTRI MATCH – Tra gli incontri più belli andati in scena tra il tardo pomeriggio canadese e l’apertura della la sessione serale, c’è sicuramente da menzionare la strabiliante battaglia durata la bellezza di 2h37 fra Frances Tiafoe e Benjamin Bonzi. Il tennista statunitense, attuale n. 24 ATP, ha avuto la meglio in rimonta dopo aver perso il primo set al tie-break nonostante un set point avuto a disposizione con lo score finale di (8)6-7 7-5 6-3. Una lotta nel segno degli ace, 10 per il francese e addirittura 15 per il 24enne americano, ma in generale costellata da servizi dirompenti a tal punto che sono state cancellate 10 delle 15 palle break concesse. Frances ha dimostrato però anche grande capacità nell’utilizzo del colpo del ko, con i suoi 53 vincenti mitigati da pochi gratuiti nel rapporto con essi (28).

Ora per una delle nuove leve del tennis USA, che pare aver imboccato la strada giusta per ritornare grande, ci sarà proprio l’indomabile Fritz in un derby che si preannuncia da fuochi d’artificio. Se per il vecchio leone ferito Andy, le cose non sono andate come avrebbe voluto, a prenderne il testimone – come successo a Wimbledon – e a vendicarsi contro i “cugini” d’oltreoceano ci pensa Cameron Norrie. Il mancino di Sua Maestà, reduce dalla finale a Los Cabos, ha liquidato con un doppio 6-4 il solido Brandon Nakashima in 1h14: andamento del match simmetrico, con un break per frazione arrivato in entrambi i casi nel terzo game. Il n. 63 del mondo si arrende, nonostante abbia scagliato 6 ace e fatto registrare un bilancio tra winner e unforced di +6 (22/16), al mostruoso rendimento in battuta del nativo di Johannesburg: 81% di prime in campo, 82% di realizzazione, 89% di punti vinti con la seconda e dulcis in fundo 0 break point offerti. Il n. 11 ATP è stato pressoché perfetto, lo testimoniano i soli 5 errori nell’intero incontro a fronte di ben 19 vincenti.

Conferma invece l’ottimo stato di forma il finalista del Citi Open Yoshito Nishioka, che ha superato per 6-2 6-3 il sempre più irriconoscibile Benoit Paire. Il giapponese dopo il grande balzo in classifica, ha potuto prendere parte al main-draw grazie allo Special Exempt e nel quarto match sul Court 5 ha surclassato il 33enne di Avignone, il quale ha comunque mandato giù 12 ace ma è stato anche artefice di 36 non forzati.

Sul Court 9 invece a seguito di Tiafoe/Bonzi, si sono dati battaglia Miomir Kecmanovic (n. 35 ATP) e Botic Van De Zandschulp (n. 25 ATP). La sfida era un remake dello scontro tenutosi al BNP Paribas Open del deserto californiano, nel quale vinse il serbo in due parziali tirati dando il là alla miglior fase della sua stagione conquistando due quarti consecutivi nel Sunshine Double. In realtà però l’ultimo confronto diretto, è datato al mese di aprile quando sul rosso di Monaco di Baviera l’olandese trionfò in rimonta accedendo alla finale del torneo – che poi avrebbe perso con Rune ritirandosi per problemi respiratori. Ebbene il tennista orange, dando continuità a quel successo si è imposto per 6-1 7-5 in poco più di un’ora. Eccezionale performance al sevizio per BVDZ: doppia cifra di ace (12), 85% di punti vinti con la prima. A questi numeri ha aggiunto un trentello di vincenti, oltre ad aver annullato 4 delle cinque possibilità di break offerte.

IL TABELLONE DEL MASTERS 1000 DI MONTREAL

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ATP

ATP Montreal: avanza Rune sul qualificato Fognini

Già bravo a qualificarsi, Fabio Fognini cede al primo turno contro Holger Rune a Montreal

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Holger Rune - Montreal 2022 (foto Twitter @OBNmontreal)

H. Rune b. [Q] F. Fognini 6-3 7-5 (da Montreal il nostro inviato)

Dopo l’uscita di scena di Berrettini, il tennis italiano perde un altro rappresentante a Montreal. Fabio Fognini, che era riuscito a conquistarsi un posto nel tabellone principale dell’Omnium Banque Nationale passando attraverso le qualificazioni, ha perso il suo match di primo turno in due set contro il danese Holger Rune, n. 26 dell’ultimo ranking ATP e quartofinalista all’ultimo Roland Garros, ma reduce da una striscia di sette sconfitte consecutive interrotta solamente la scorsa settimana a Washington.

Fognini ha lasciato scappare il suo avversario subito all’inizio del primo set, concedendo il break al secondo game e dovendo annullare anche due chance dello 0-4 due game più tardi. Una volta scampato il pericolo Fognini ha iniziato a tenere meglio gli scambi, lavorando molto bene con i lungolinea e chiamando anche a rete il suo avversario con la palla corta, situazione nella quale Rune ha dimostrato di non essere totalmente a suo agio nonostante la sua grande rapidità di spostamento.

 

Nel nono game, con Rune al servizio per il primo set, Fognini ha avuto ben quattro opportunità del controbreak per rientrare nel parziale, ma non è riuscito a prendere il comando dello scambio in nessuna di quelle occasioni e ha finito poi per cedere il set per 6-3.

Il secondo set è iniziato con un Fognini più proiettato verso la rete che ha messo in mostra anche alcuni ottimi serve and volley. Il ritmo degli scambi era sostenuto e il pubblico del campo 5, che contava anche un buon numero di italo-canadesi impegnati a incoraggiare Fognini nella lingua di Dante senza peraltro troppo successo, dimostrava di apprezzare lo spettacolo e sovente iniziava a celebrare i punti prima che fossero finiti.

Gli aerei in decollo dal vicino aeroporto Trudeau passavano proprio sopra il campo con cadenza sostenuta, dando l’impressione che ci si trovasse a Flushing Meadows più che a Montreal, ma la temperatura ancora decisamente rigida per la stagione estiva non lasciava dubbi che non ci si potesse trovare a New York. L’allungo decisivo arrivava all’undicesimo gioco, quando due errori inguaiavano Fognini sullo 0-30 e il ragazzo danese finiva per ottenere quello che sarebbe stato l’unico break del set permettendogli di mettere in cassaforte la vittoria.

Al prossimo turno Rune se la dovrà vedere con Pablo Carreno Busta (due vittorie su due per lo spagnolo nei precedenti) che nel pomeriggio aveva superato il nostro Berrettini.

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Flash

WTA Toronto: l’aria canadese fa bene a Giorgi, abbattuta Raducanu, ora Mertens. Passeggiano Gauff e Anisimova, Osaka senza pace

Per la prima volta Camila vince a Toronto, avrà la belga al secondo turno. Senza sudare le due giovani americane. Si ritira Osaka dopo un set e mezzo contro Kanepi

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Camila Giorgi Toronto

Sembrerà paradossale, essendo campionessa in carica della Rogers Cup WTA, dell’Open del Canada, eppure Camila Giorgi non aveva mai vinto una partita a Toronto nella sua carriera (data l’alternanza tra Montreal e quest’ultima negli anni, per ospitare i due 1000 ATP e WTA). Almeno fino ad oggi, il giorno in cui ha iniziato la sua difesa del titolo più prestigioso della carriera. E quale modo migliore di farlo, se non battendo una top 10 e campionessa Slam (per quanto in crisi), come Emma Raducanu. 7-6(0) 6-2 il punteggio dei due set che all’esordio già condannano la nona forza di questo torneo e mandano avanti la nostra Camila, a larghi tratti brillante, pesante sul rovescio e quasi dominante, come nel tie-break in cui non ha perso neanche un punto. Per quanto la britannica sicuramente abbia giocato male, tanto merito va anche a Camila che ha saputo metterla in difficoltà, non permettendole di trovare i punti di appoggio e le certezze necessarie, specie dopo un primo set versione rollercoaster.

Il match – Inizio che appare tranquillo per Giorgi, avanti 40-0, ma un clamoroso passaggio a vuoto porta 3 doppi falli su 4 punti, oltre a due non forzati che sono una manna dal cielo per Raducanu, regalandole un importante break in avvio. Ma l’inizio in risposta è di altissimo livello per Camila, che trova subito ritmo e profondità nelle ribattute, riuscendo in un subitaneo contro-break. Peccato che il conto dei doppi falli e degli errori si ripresenti ben salato nel terzo gioco, con un netto calo e un’altra papera sulla terza palla break che riaccende le montagne russe e rimette avanti Raducanu. Ma oggi in risposta il passo di Giorgi è di tutt’altra velocità, e può così approfittarne per rientrare operando un buon forcing e verticalizzando per recuperare nuovamente il break, e mantenerlo (ma la prima è ancora un miraggio).

E proprio questa mancanza di prime pesa con l’andare del tempo: permette a Raducanu di impostare sin dalla risposta il gioco come preferisce e mettere in difficoltà Camila, che da parte sua continua a sbagliare e subisce il terzo break su quattro game di servizio. Le cose per la britannica non vanno meglio, dato che anche lei non brilla in battuta, mentre Giorgi sul rovescio trova grandi angoli e si mostra propositiva, con l’ennesimo, stavolta ancora più sudato, break di questo vertiginoso primo set. Da lì in poi si prosegue sui binari dei servizi, con una qual certa stabilità trovata da ambo le parti, per quanto Giorgi sembri avere qualcosa in più da fondo; non a caso nel tie-break, anche per qualche errore di troppo di Raducanu, è un dominio dell’azzurra, perfetta su entrambi i colpi di inizio gioco, che le permettono di non perdere neanche un punto.

Non dissimile dal primo set è la partenza del secondo, con entrambe imprecise al servizio ma con la capacità di trovare un pizzico di iniziativa e profondità in più in risposta. Il primo break, guidato da un passaggio a vuoto di Giorgi, è a favore di Raducanu, molto “sportiva” però a restituirlo subito dopo con improponibili colpi da fondo sballati. E da lì il set assume tratti a tinta unita, di colore azzurro: Camila Giorgi dimostra perché sia campionessa in carica di questo torneo (seppur a Montreal) e come sia determinata a fare una figura di livello anche quest’anno. Alza il tasso dei colpi e del proprio palleggio, mentre la n.9 del seeding sembra accusare questo improvviso ritmo alto, non riuscendo a reggerlo né da fondo né mettendo in campo servizi che possano disturbare l’azzurra, in pieno controllo. 5 game di fila vengono vinti dalla n.29 al mondo per portare a casa set e match nettamente, facendo ben sperare alla luce di ciò che ha mostrato.

Avversaria di Camila, al secondo turno, sarà un’altra giocatrice decisamente pericolosa come Elise Mertens. La belga, nel suo esordio, ha battuto senza faticare eccessivamente Ana Bondar con il punteggio di 7-6(2) 6-1, facendo suo il campo e il gioco dopo un set di adattamento, in cui è stata capace di farsi rimontare servendo per chiudere sul 5-1. Nel secondo parziale scende in campo più decisa e concentrata, capitalizzando sopra il 60% sia con la prima che con la seconda, e facendo soprattutto ben fruttare i tanti errori accumulati dall’ungherese, specie verso la fine quando è apparsa decisamente scoraggiata dall’ottimo tennis, brillante, della n.37 al mondo.

Delle altre partite finora disputate, ben poco da segnalare che possa agitare gli animi o far sobbalzare. Esordio tranquillo e dominato per Coco Gauff, tds n.10, che vuole fare bella figura sul “suo” cemento dopo la finale al Roland Garros; e l’inizio è ottimo, con un netto 6-1 6-3 in poco più di un’ora a Madison Brengle. Chiude con l’81% di conversione con la prima la giovane americana, che si prepara ora ad affrontare la campionessa di Wimbledon Elena Rybakina, in uno scoppiettante secondo turno. Altrettanto comodo l’esordio di Amanda Anisimova, altra americana, n.22 del mondo, che ha lasciato solo 4 game in 57 minuti alla canadese Carol Zao, infliggendole un severo e speculare (a Gauff) 6-1 6-3. La percentuale di conversione con la prima è buona anche per lei, un onesto 72% che le ha permesso una partita tranquilla e in discesa; certamente da alzare, accompagnandolo ad un costante buon gioco da fondo, in vista della prossima partita contro la vicecampionessa in carica Karolina Pliskova, anche lei non però in un periodo particolarmente generoso come risultati.

OSAKA SI RITIRA – Un altro dei match attesi della giornata era quello tra Naomi Osaka e la rediviva Kaia Kanepi ma il match non è riuscito nemmeno a concludersi con la giapponese costretta al ritiro sotto 7-6(4) 3-0 per un problema fisico.

Kanepi mostra un buon tennis nel primo set, attacca bene da fondo e gestisce bene il servizio, a fronte di un’Osaka che accusa un grave passaggio a vuoto nel quinto game, l’unico in cui gioca davvero male, che le costa il break a 0, anche a causa di qualche acciacco, che la costringe a un lungo medical time out tra settimo e ottavo game. L’estone è però ben centrata, gioca con regolarità, pur non avendo i numeri della giapponese, che appena trova un buon filotto infila il contro-break. Ma Kanepi sfrutta la mano non certo chirurgica di Naomi quest’oggi, e unendo gli errori a una palla sempre pesante, rimette il muso avanti. Seppur con qualche patema in più del dovuto, con un ulteriore contro-break di Osaka che porta il set al tie-break, è infine la n.31 al mondo a portare il parziale a casa per 7 punti a 4, proseguendo nella sua buona prestazione e sfruttando ancor più i troppi errori e problemi dell’avversaria.
Il secondo set si apre con un break immediato in favore di Kanepi, che sfruttando i diversi gratuiti di Osaka s’invola rapidamente sul 3-0. Un parziale di 12 punti a 3 per l’estone che segna la definitiva conclusione del match, dato che al primo cambio campo prolungato la giapponese si ritira in lacrime: un altro infortunio colpisce la sua sfortuna stagione, oggi problemi a livello lombare che seguono quelli agli addominali accusati ad inizio stagione e l’infortunio alla caviglia sinistra, che l’ha messa fuori dai giochi per tutto lo swing erbivoro.

Il tabellone completo del WTA 1000 Toronto

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