Wimbledon: breve storia dei recenti maestri dell'erba

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Wimbledon: breve storia dei recenti maestri dell’erba

Tra poche ore ci sarà il sorteggio del tabellone principale di Wimbledon 2019. Prima, però, un tuffo nel passato

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Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)

Una stanza, palline da tennis ovunque, diverse racchette sparse sul pavimento. TV accesa in fondo, una delle prime a colori. Manda un verde incerto. Uno stadio del tennis fossile da sembrare immagini di repertorio e due che vi scompaiono sfocati rincorrendo una palla invisibile. Tra un “Panatta alla battuta” e “schiacciata vincente”, il garbo del cronista lascia intendere si tratta del quarto di finale di Wimbledon tra l’Adriano sportivo nazionale e Pat Duprè. Adriano perderà e sarà per lui quello che per Baggio sarà il rigore sbagliato nella finale dei mondiali di calcio ad USA 94. Non è mica da questi particolari che si giudica un tennista, direbbe parafrasandosi uno bravo della canzone d’autore italiana, ma Wimbledon val molto più della messa che garantì Parigi e Adriano lo sapeva.

La storia di quel Wimbledon 1979 ha già segnato il nome del suo assassino. Bjorn Borg si inginocchia per la quarta volta di fila in mondovisione ed alza la coppa. Sarebbe successo ancora l’anno dopo. Terza doppietta di fila Parigi-Londra. Nessun altro ci è più riuscito. Il tennis su erba ha le sue regole. Borg ne era l’antitesi e non le rispettava. Ottimo corridore, ottimo gioco difensivo, appena sufficiente nel gioco a rete, con le racchette in legno comunque necessario. Tanta corsa, tanta testa. Primo match senza barba, la coppa alzata con barbetta di 15 giorni. Per scaramanzia Bjorn non si radeva finché non perdeva, ma a Parigi e Londra in quegli anni non accadeva mai e Borg di fatto era un tennista lievemente barbuto.

Il bambino con TV accesa, distrattamente scambia due palle al muro. Sogna di giocare la Coppa Davis, impersona Panatta che batte gente dai nomi stranieri, anche inventati, ora a Parigi, ora a Roma, ora Forest Hills che ha nome evocativo e quindi deve esser bel posto davvero. Ma il bambino alla fine gioca sempre la finale di Wimbledon e la vince. Ne ignora il perché, ma avverte che Wimbledon è meglio. Wimbledon ha l’odore della storia ed è una cosa chiara finanche ad un bambino. Impossibile è bagnarsi nella stessa acqua, tutto scorre, ma a Wimbledon questo non vale e te lo fa capire.

Il diavolo ha mille sembianze e mille nomi. Per interrompere il regno del dio biondo svedese sui sacri prati, ne assunse quelle di un bambino paffuto capriccioso e pieno di riccioli dal nome John McEnroe. Imbracciò il manuale del perfetto gioco su erba e da infedele, riportò la giusta ortodossia nel tempio che mancava dall’epoca dei grandi australiani. Servizio, gioco al volo. Non era però così semplice. Il diavolo non fa le cose in modo scontato mai e questa volta decide di farle in maniera anche mancina.

McEnroe specie da sinistra usava il servizio per spalancarsi il campo mandando l’avversario a rispondere in tribuna, mentre da destra si limitava a direzionarlo dove gli pareva. Poi, qualsiasi cosa fosse accaduta, seguiva a rete. Colpi al rimbalzo senza apertura, di mezzo volo. Stilettate. Puro istinto, il genio oltre l’ostacolo. Impugnatura personalizzata così come le meccaniche, quella del servizio in primis. Una delle mani più sensibili, la meno banale e più imprevedibile mai apparsa. Carattere incline all’isterica sceneggiata, McGeniuos, SuperMac, gran personaggio ed uno dei giocatori più forti e famosi di tutti i tempi.

Martina Navratilova sotto i piedi non aveva erba, ma i prati inglesi di tutti i giardini del mondo. Anche da sconfitta come lei, tra le donne, su erba, nessuna le sarebbe stata pari. Per stile le si sono avvicinate due connazionali, Hana Mandlikova e Jana Novotna. Geniale da essere una sorta di McEnroe in gonnella la prima, straordinariamente elegante e classica la seconda. La Graf e le sorelle Williams ne avrebbero vinti di Wimbledon, ma Martina interpretava quel prato come Nettuno il mare.

Martina Navratilova e Chris Evert – Wimbledon 1988 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Tramontato definitivamente il pericolo Borg, qualche anno dopo smise di essere l’indiscusso numero 1 di Wimbledon anche McEnroe. Nuovi giovani, belli slanciati, acrobatici ne decretarono la successione. Chi aspettava come predestinato Stefan Edberg si ritrovò Boris Becker. Becker arrivò a Wimbledon 1985 con la targa al collo di vincitore del Queen’s dove aveva liquidato anche il maestro d’erba Pat Cash. Si pensò ad un predestinato, ma nessuno immaginava potesse vincere Wimbledon così presto, a soli 17 anni. Boris era un ragazzone dall’aria spocchiosa e presuntuosa, fisico pesante, gambotte da spostamenti laterali pachidermici. Nulla a che vedere con la retorica del danzatore da prato, Evonne Goolagong era una storia lontana. Boris tirava delle botte terribili di servizio e di diritto, ma anche di rovescio non scherzava.

Gioco perfetto per l’erba, impatti ottimi, risposta al servizio ottima, gioco a rete sublime con tanto di mano ben educata ed in più un narciso senso dell’acrobazia e dello spettacolo. Boris faceva quello che i migliori giocatori di rete facevano, con potenza e ad una velocità di palla superiore. L’asticella era stata innalzata. Tutti vi finirono sotto. Il tennis di McEnroe, ma anche quello di Cash che comunque riuscì a vincere un Wimbledon, divenne improvvisamente vecchio, desueto, accademico. Chi voleva vincere Wimbledon doveva battere Becker o sperare si battesse da solo in una di quelle giornale di raptus, cocciutaggine e capricci autolesionisti che ogni tanto gli prendevano. Accadde e qualche Wimbledon per strada Boris se lo perse, fermandosi a 3.

Volava leggero ed elegante sui prati Stefan Edberg, perfetta macchina da serve & volley. Dall’85 al 91, se si eccettua l’intromissione di Cash e l’irripetibile 1991 dell’airone Stich, castigatore di entrambi, Wimbledon è stata una storia a due tra lui e Becker. Il caso, la bravura, la testa (tennistica) e la fortuna hanno voluto che le due finali Stefan le abbia vinte proprio contro Boris, pur lasciando sempre la sensazione, confortata dagli scontri diretti a vantaggio del tedesco, che questi ci abbia messo del suo.

Stefan è stato il miglior giocatore serve and volley “integralista” della sua epoca ed uno dei migliori di sempre. Tutto finalizzato a quello, dai servizi in kick per avere il tempo di chiudere la rete, alla volée di approccio seguita da quella di chiusura, al cheap and charge nei turni di risposta. Sempre senza fronzoli, essenziale. Scientifico e chirurgico a livelli altissimi al punto che anche Dio Roger, anni dopo, avrebbe pensato a Stefan per creare la sua nuova versione di giocatore di attacco e presa della rete.

Boris Becker era un campione di grosso ego e sul Central Court di Wimbledon sapeva di non poter essere sconfitto. Quando accadeva al vincitore dava il proprio nome. Anno del Signore 1993, incontra Pete Sampras in semi e cambia idea. Per la prima volta deve ammettere che ha perso sconfitto non da se stesso, ma da un avversario superiore.

Si capisce subito che Sampras non è uno normale. Progetto riuscito del suo allenatore di farne il miglior giocatore di rete tra quelli di fondocampo e il miglior giocatore da fondocampo dei giocatori serve and volley, la cosa sembra essere scappata di mano perché Sampras pare essere meglio di tutti in tutto. Che lo sia su erba lo dice Becker subito e tanto basta. Dal 1993 al 2000 a Wimbledon non c’è trippa per gatti, se si eccettua l’edizione del 1996 vinta da Krajicek, erbivoro schiacciato dalla concorrenza come era accaduto pochi anni prima a Cash e Stich e da lì a poco a Rafter, Henman ed Ivanisevic. Sampras è stato a lungo recordman di vittorie Slam e per chi ha amato il tennis d’attacco ed il gioco di volo, resta il riferimento massimo del tennis contemporaneo.

Goran Ivanisevic ha avuto con Wimbledon lo stesso rapporto che Acab ebbe con Moby Dick. La fine però fu conciliante. Ivanisevic conquista Wimbledon nel 2001 dopo un epica finale “psyco” con Rafter e ne fa il proprio canto del cigno. Dopo averne persa una con Agassi, due con Sampras, decide di vincere quella dove si presenta con wild card e quasi da ex tennista. Ivanisevic era uno a cui piaceva farle strane le cose. La vittoria del 2001 esce dalla cronaca sportiva per divenire fonte di letteratura e di saggi psichiatrici. 21 anni dopo il tie break del 4° set della finale tra McEnroe e Borg, il Centre Court scrive una nuova pagina di epica trans tennistica.

La storia del tennis moderno è nata a Wimbledon ed è proprio lì che decide di far tappa per i suoi accadimenti più importanti. Il 2001 è anche l’anno di un passaggio epocale di consegne. Un promettente giovane ragazzo svizzero di talento iperdotato, incontra Pete Sampras agli ottavi e lo batte, decretandone la parola fine alla sua carriera londinese. Il suo nome è Roger Federer e sarà considerato da chi ha meno di 50 anni il tennista più forte di ogni tempo. Il match è una finestra sul passato che diventa futuro, un passaggio danzato, lieve, nel nome della bellezza.

Sampras è più giocatore classico serve&volley, più istintivo e creativo nell’attimo, più estemporaneo e sorprendente nelle soluzioni. Federer è un incredibile programma per fare ai massimi livelli ogni cosa che finisce per sembrare quasi lineare al confronto. Succederà a Sampras facendo meglio a Wimbledon e un po’ ovunque in una carriera infinita. Se Sampras è stato il miglior serve&volley visto su erba in quegli anni velocissima, Roger Federer è il miglior giocatore di erba contemporaneo, un’erba rallentata per evitare il festival dell’ace, che necessita di solidità e qualità difensive oltre che del classico gioco d’attacco da prato. Anche così si spiegano le recenti vittorie di Nadal, Murray, Djokovic, non propriamente maestri del serve and volley e del cheap and charge. Ma Connors, Borg, Agassi lo sono forse stati? Diversamente anche si può, basta essere un fenomeno.

Tra le donne, regna da tempo l’appiattimento delle tipologie di gioco. Botte urlate da fondo a prescindere da cosa si abbia sotto i piedi. Ad eccezioni di poche rare eccezioni, vedi tra le vincitrici Mauresmo, Henin ed in parte Martinez e Graf, pure specialiste dell’erba o anche semplicemente in grado di imbastire un gioco dove la volée sia il naturale sbocco del lavoro fatto da fondo, non se ne vedono dai tempi delle grandi tre ceke, anche se Venus e Kvitova hanno dato l’idea di essere più adatte di altre a questo tipo di superficie. Serena magari anche avrebbe potuto, ma tirava talmente forte che non arrivata al punto di doverlo mostrare.

Chi saranno i nuovi erbivori? Barty, Tsitsipas, Auger-Aliassine, Shapovalov? Vincerà chi ha già vinto, chi ancora non c’è riuscito o mai manifestato?

Il bambino sceglie un circolo dove c’è dell’erba sintetica per le sue prime lezioni. Al circolo del rosso insegnano a correre e tirare tutto di là senza sbagliare e lui così sa di non divertirsi, ma solo sudare. Vuol correre felice verso la rete e fare come quelli visti alla TV che rimanda un campo verde confuso e sbiadito. Gli insegneranno che a far punto è il primo che prende l’angolo o l’iniziativa. Gli insegneranno a liberare la fantasia, ad indirizzarla e assecondarla. Ogni palla un attimo da cogliere. Il tennis come gioia e momento creativo. Leggero, elegante, pulito. L’erba rispetta il bianco che tale resta e la mamma non si incazza a lavare vestiti sporchi di quel rosso arancio difficile da toglier via…

Fine lezione. Campetto laterale col muro e tanto di rete disegnata con gessetto rubato a scuola. Panatta alla battuta. Gioco partita ed incontro. Adriano Panatta dopo aver battuto Duprè, batte Newcombe, Gerulaitis, Nastase ed in semi il compagno di doppio Bertolucci. In finale sconfigge Borg e diventa il primo italiano ad aver vinto Wimbledon. Borg vincerà l’US Open un mese e mezzo dopo.

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