Wimbledon: breve storia dei recenti maestri dell'erba

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Wimbledon: breve storia dei recenti maestri dell’erba

Tra poche ore ci sarà il sorteggio del tabellone principale di Wimbledon 2019. Prima, però, un tuffo nel passato

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Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)

Una stanza, palline da tennis ovunque, diverse racchette sparse sul pavimento. TV accesa in fondo, una delle prime a colori. Manda un verde incerto. Uno stadio del tennis fossile da sembrare immagini di repertorio e due che vi scompaiono sfocati rincorrendo una palla invisibile. Tra un “Panatta alla battuta” e “schiacciata vincente”, il garbo del cronista lascia intendere si tratta del quarto di finale di Wimbledon tra l’Adriano sportivo nazionale e Pat Duprè. Adriano perderà e sarà per lui quello che per Baggio sarà il rigore sbagliato nella finale dei mondiali di calcio ad USA 94. Non è mica da questi particolari che si giudica un tennista, direbbe parafrasandosi uno bravo della canzone d’autore italiana, ma Wimbledon val molto più della messa che garantì Parigi e Adriano lo sapeva.

La storia di quel Wimbledon 1979 ha già segnato il nome del suo assassino. Bjorn Borg si inginocchia per la quarta volta di fila in mondovisione ed alza la coppa. Sarebbe successo ancora l’anno dopo. Terza doppietta di fila Parigi-Londra. Nessun altro ci è più riuscito. Il tennis su erba ha le sue regole. Borg ne era l’antitesi e non le rispettava. Ottimo corridore, ottimo gioco difensivo, appena sufficiente nel gioco a rete, con le racchette in legno comunque necessario. Tanta corsa, tanta testa. Primo match senza barba, la coppa alzata con barbetta di 15 giorni. Per scaramanzia Bjorn non si radeva finché non perdeva, ma a Parigi e Londra in quegli anni non accadeva mai e Borg di fatto era un tennista lievemente barbuto.

Il bambino con TV accesa, distrattamente scambia due palle al muro. Sogna di giocare la Coppa Davis, impersona Panatta che batte gente dai nomi stranieri, anche inventati, ora a Parigi, ora a Roma, ora Forest Hills che ha nome evocativo e quindi deve esser bel posto davvero. Ma il bambino alla fine gioca sempre la finale di Wimbledon e la vince. Ne ignora il perché, ma avverte che Wimbledon è meglio. Wimbledon ha l’odore della storia ed è una cosa chiara finanche ad un bambino. Impossibile è bagnarsi nella stessa acqua, tutto scorre, ma a Wimbledon questo non vale e te lo fa capire.

Il diavolo ha mille sembianze e mille nomi. Per interrompere il regno del dio biondo svedese sui sacri prati, ne assunse quelle di un bambino paffuto capriccioso e pieno di riccioli dal nome John McEnroe. Imbracciò il manuale del perfetto gioco su erba e da infedele, riportò la giusta ortodossia nel tempio che mancava dall’epoca dei grandi australiani. Servizio, gioco al volo. Non era però così semplice. Il diavolo non fa le cose in modo scontato mai e questa volta decide di farle in maniera anche mancina.

McEnroe specie da sinistra usava il servizio per spalancarsi il campo mandando l’avversario a rispondere in tribuna, mentre da destra si limitava a direzionarlo dove gli pareva. Poi, qualsiasi cosa fosse accaduta, seguiva a rete. Colpi al rimbalzo senza apertura, di mezzo volo. Stilettate. Puro istinto, il genio oltre l’ostacolo. Impugnatura personalizzata così come le meccaniche, quella del servizio in primis. Una delle mani più sensibili, la meno banale e più imprevedibile mai apparsa. Carattere incline all’isterica sceneggiata, McGeniuos, SuperMac, gran personaggio ed uno dei giocatori più forti e famosi di tutti i tempi.

Martina Navratilova sotto i piedi non aveva erba, ma i prati inglesi di tutti i giardini del mondo. Anche da sconfitta come lei, tra le donne, su erba, nessuna le sarebbe stata pari. Per stile le si sono avvicinate due connazionali, Hana Mandlikova e Jana Novotna. Geniale da essere una sorta di McEnroe in gonnella la prima, straordinariamente elegante e classica la seconda. La Graf e le sorelle Williams ne avrebbero vinti di Wimbledon, ma Martina interpretava quel prato come Nettuno il mare.

Martina Navratilova e Chris Evert – Wimbledon 1988 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Tramontato definitivamente il pericolo Borg, qualche anno dopo smise di essere l’indiscusso numero 1 di Wimbledon anche McEnroe. Nuovi giovani, belli slanciati, acrobatici ne decretarono la successione. Chi aspettava come predestinato Stefan Edberg si ritrovò Boris Becker. Becker arrivò a Wimbledon 1985 con la targa al collo di vincitore del Queen’s dove aveva liquidato anche il maestro d’erba Pat Cash. Si pensò ad un predestinato, ma nessuno immaginava potesse vincere Wimbledon così presto, a soli 17 anni. Boris era un ragazzone dall’aria spocchiosa e presuntuosa, fisico pesante, gambotte da spostamenti laterali pachidermici. Nulla a che vedere con la retorica del danzatore da prato, Evonne Goolagong era una storia lontana. Boris tirava delle botte terribili di servizio e di diritto, ma anche di rovescio non scherzava.

Gioco perfetto per l’erba, impatti ottimi, risposta al servizio ottima, gioco a rete sublime con tanto di mano ben educata ed in più un narciso senso dell’acrobazia e dello spettacolo. Boris faceva quello che i migliori giocatori di rete facevano, con potenza e ad una velocità di palla superiore. L’asticella era stata innalzata. Tutti vi finirono sotto. Il tennis di McEnroe, ma anche quello di Cash che comunque riuscì a vincere un Wimbledon, divenne improvvisamente vecchio, desueto, accademico. Chi voleva vincere Wimbledon doveva battere Becker o sperare si battesse da solo in una di quelle giornale di raptus, cocciutaggine e capricci autolesionisti che ogni tanto gli prendevano. Accadde e qualche Wimbledon per strada Boris se lo perse, fermandosi a 3.

 

Volava leggero ed elegante sui prati Stefan Edberg, perfetta macchina da serve & volley. Dall’85 al 91, se si eccettua l’intromissione di Cash e l’irripetibile 1991 dell’airone Stich, castigatore di entrambi, Wimbledon è stata una storia a due tra lui e Becker. Il caso, la bravura, la testa (tennistica) e la fortuna hanno voluto che le due finali Stefan le abbia vinte proprio contro Boris, pur lasciando sempre la sensazione, confortata dagli scontri diretti a vantaggio del tedesco, che questi ci abbia messo del suo.

Stefan è stato il miglior giocatore serve and volley “integralista” della sua epoca ed uno dei migliori di sempre. Tutto finalizzato a quello, dai servizi in kick per avere il tempo di chiudere la rete, alla volée di approccio seguita da quella di chiusura, al cheap and charge nei turni di risposta. Sempre senza fronzoli, essenziale. Scientifico e chirurgico a livelli altissimi al punto che anche Dio Roger, anni dopo, avrebbe pensato a Stefan per creare la sua nuova versione di giocatore di attacco e presa della rete.

Boris Becker era un campione di grosso ego e sul Central Court di Wimbledon sapeva di non poter essere sconfitto. Quando accadeva al vincitore dava il proprio nome. Anno del Signore 1993, incontra Pete Sampras in semi e cambia idea. Per la prima volta deve ammettere che ha perso sconfitto non da se stesso, ma da un avversario superiore.

Si capisce subito che Sampras non è uno normale. Progetto riuscito del suo allenatore di farne il miglior giocatore di rete tra quelli di fondocampo e il miglior giocatore da fondocampo dei giocatori serve and volley, la cosa sembra essere scappata di mano perché Sampras pare essere meglio di tutti in tutto. Che lo sia su erba lo dice Becker subito e tanto basta. Dal 1993 al 2000 a Wimbledon non c’è trippa per gatti, se si eccettua l’edizione del 1996 vinta da Krajicek, erbivoro schiacciato dalla concorrenza come era accaduto pochi anni prima a Cash e Stich e da lì a poco a Rafter, Henman ed Ivanisevic. Sampras è stato a lungo recordman di vittorie Slam e per chi ha amato il tennis d’attacco ed il gioco di volo, resta il riferimento massimo del tennis contemporaneo.

Goran Ivanisevic ha avuto con Wimbledon lo stesso rapporto che Acab ebbe con Moby Dick. La fine però fu conciliante. Ivanisevic conquista Wimbledon nel 2001 dopo un epica finale “psyco” con Rafter e ne fa il proprio canto del cigno. Dopo averne persa una con Agassi, due con Sampras, decide di vincere quella dove si presenta con wild card e quasi da ex tennista. Ivanisevic era uno a cui piaceva farle strane le cose. La vittoria del 2001 esce dalla cronaca sportiva per divenire fonte di letteratura e di saggi psichiatrici. 21 anni dopo il tie break del 4° set della finale tra McEnroe e Borg, il Centre Court scrive una nuova pagina di epica trans tennistica.

La storia del tennis moderno è nata a Wimbledon ed è proprio lì che decide di far tappa per i suoi accadimenti più importanti. Il 2001 è anche l’anno di un passaggio epocale di consegne. Un promettente giovane ragazzo svizzero di talento iperdotato, incontra Pete Sampras agli ottavi e lo batte, decretandone la parola fine alla sua carriera londinese. Il suo nome è Roger Federer e sarà considerato da chi ha meno di 50 anni il tennista più forte di ogni tempo. Il match è una finestra sul passato che diventa futuro, un passaggio danzato, lieve, nel nome della bellezza.

Sampras è più giocatore classico serve&volley, più istintivo e creativo nell’attimo, più estemporaneo e sorprendente nelle soluzioni. Federer è un incredibile programma per fare ai massimi livelli ogni cosa che finisce per sembrare quasi lineare al confronto. Succederà a Sampras facendo meglio a Wimbledon e un po’ ovunque in una carriera infinita. Se Sampras è stato il miglior serve&volley visto su erba in quegli anni velocissima, Roger Federer è il miglior giocatore di erba contemporaneo, un’erba rallentata per evitare il festival dell’ace, che necessita di solidità e qualità difensive oltre che del classico gioco d’attacco da prato. Anche così si spiegano le recenti vittorie di Nadal, Murray, Djokovic, non propriamente maestri del serve and volley e del cheap and charge. Ma Connors, Borg, Agassi lo sono forse stati? Diversamente anche si può, basta essere un fenomeno.

Tra le donne, regna da tempo l’appiattimento delle tipologie di gioco. Botte urlate da fondo a prescindere da cosa si abbia sotto i piedi. Ad eccezioni di poche rare eccezioni, vedi tra le vincitrici Mauresmo, Henin ed in parte Martinez e Graf, pure specialiste dell’erba o anche semplicemente in grado di imbastire un gioco dove la volée sia il naturale sbocco del lavoro fatto da fondo, non se ne vedono dai tempi delle grandi tre ceke, anche se Venus e Kvitova hanno dato l’idea di essere più adatte di altre a questo tipo di superficie. Serena magari anche avrebbe potuto, ma tirava talmente forte che non arrivata al punto di doverlo mostrare.

Chi saranno i nuovi erbivori? Barty, Tsitsipas, Auger-Aliassine, Shapovalov? Vincerà chi ha già vinto, chi ancora non c’è riuscito o mai manifestato?

Il bambino sceglie un circolo dove c’è dell’erba sintetica per le sue prime lezioni. Al circolo del rosso insegnano a correre e tirare tutto di là senza sbagliare e lui così sa di non divertirsi, ma solo sudare. Vuol correre felice verso la rete e fare come quelli visti alla TV che rimanda un campo verde confuso e sbiadito. Gli insegneranno che a far punto è il primo che prende l’angolo o l’iniziativa. Gli insegneranno a liberare la fantasia, ad indirizzarla e assecondarla. Ogni palla un attimo da cogliere. Il tennis come gioia e momento creativo. Leggero, elegante, pulito. L’erba rispetta il bianco che tale resta e la mamma non si incazza a lavare vestiti sporchi di quel rosso arancio difficile da toglier via…

Fine lezione. Campetto laterale col muro e tanto di rete disegnata con gessetto rubato a scuola. Panatta alla battuta. Gioco partita ed incontro. Adriano Panatta dopo aver battuto Duprè, batte Newcombe, Gerulaitis, Nastase ed in semi il compagno di doppio Bertolucci. In finale sconfigge Borg e diventa il primo italiano ad aver vinto Wimbledon. Borg vincerà l’US Open un mese e mezzo dopo.

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ATP

Jannik Sinner vince ad Anversa il quarto titolo dell’anno: best ranking e Torino più vicina

Ancora una prestazione impeccabile dell’azzurro che regola Schwartzman con un doppio 6-2

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Jannik Sinner - Anversa 2021 BELGA PHOTO KRISTOF VAN ACCOM

[1] J. Sinner b. [2] D. Schwartzman 6-2 6-2

Con un’altra prestazione maiuscola, Jannik Sinner mette le mani sul trofeo di Anversa regolando Diego Schwartzman con lo stesso doppio 6-2 con cui si era imposto sabato contro Harris. Nell’ora e un quarto di gioco, il pur rapidissimo e solido argentino è stato travolto dal ritmo imposto agli scambi da un Sinner dominante su entrambe le diagonali e incontenibile nelle accelerazioni in parallelo; molto bene anche al servizio nonostante l’usuale non altissima percentuale di prime, ma dalle quali ha ricavato 21 punti su 23, piantando anche otto ace.

L’occhio va subito alla classifica, con quel numero 11, a soli 55 punti dalla top ten, che è anche best ranking. E, altrettanto importante, è il passo avanti nella Race, con il sorpasso su Norrie che vale il nono posto (non contando Nadal, fermo per il resto della stagione), a 110 punti Hurkacz. Dopo il bis a Sofia, avevamo accennato alla possibilità ancora aperta di diventare il primo azzurro a vantare quattro titoli in una stagione. Non sappiamo se Jannik si sia distrattamente soffermato a pensare “possibilità?” con la giusta e necessaria dose di presunzione, ma di sicuro il nostro non se l’è fatta sfuggire.

 

IL MATCH – Entrambi arrivano in finale senza aver ceduto alcun set, con el Peque che in semifinale ha fatto valere il peso dell’esperienza su un Brooksby peraltro al sesto incontro della settimana, mentre Sinner ha impressionato tenendo a bada il servizio di Lloyd Harris. Avversario ovviamente ben diverso da Harris, Schwartzman inizia tenendo la battuta, subito imitato da Sinner. Diagonale sinistra proposta dall’uno e volentieri accettata dall’altro, entrambi vogliono mettere in campo il loro miglior ritmo prendendosi l’opportuno margine di sicurezza per valutare se sia sufficiente a prevalere. L’azzurro tira più forte e sta più vicino al campo, quindi il ventinovenne di Buenos Aires può solo confidare negli errori del nostro – errori gratuiti, perché, costretto troppo lontano, ha poche chance di forzarli. Hanno invece il passaporto argentino i due brutti dritti che, seguiti da un paio di gran punti in accelerazione di Sinner, valgono il sorpasso già al terzo game, subito consolidato da un turno di servizio autoritario contro quello in vetta alla classifica dei migliori ribattitori delle ultime 52 settimane.

L’angolo della telecamera principale non rende giustizia alle traiettorie dell’azzurro che mette in mostra anche esiziali dritti stretti che aprono in campo quanto e più del rovescio sull’altro lato. Dopo un altro break che vale il 4-1, sembra esserci esserci un attimo di rilassamento, ma Jannik non ha intenzione di concedere nulla e da sinistra salva le due opportunità argentine di accorciare. Diego rimane aggrappato ai punti come un mastino, annulla due set point al settimo gioco e tenta di opporsi al 40-0 di quello successivo prima di capitolare alla quinta opportunità.

Sinner non si siede sugli allori del quarto 6-2 consecutivo inflitto agli avversari e parte fortissimo anche nel secondo parziale scatenando il rovescio lungolinea che, insieme al dritto micidiale, spiana la strada all’immediato vantaggio. Schwartzman può solo cercare di rimanere in scia, non perdere troppo campo e tenere la testa fuori dall’acqua in attesa di un calo dell’avversario che, viceversa, non accenna a lasciare la presa. Anzi, prosegue sullo stesso ritmo forsennato e ogni piccolo errore di Diego diventa pesante come un macigno nell’economia del punteggio. Inevitabile un altro break e un altro 6-2 per il nostro giovanissimo alfiere che alza il quinto trofeo ATP in carriera su sei finali disputate. Per quanto riguarda invece i rimpianti per quella persa a Miami, in attesa della conclusione della Corsa a Torino, di certo si affievoliranno sempre più fino a svanire di fronte a questo livello di tennis.

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ATP

ATP Mosca: a Karatsev il derby russo, Cilic a caccia del ventesimo titolo

Khachanov dura un set contro il connazionale. Acuto di fine stagione per il trentatreenne croato, che elimina Berankis

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Aslan Karatsev - Mosca 2021 (foto Telegram VTB Kremlin Cup)

La folta presenza di tennisti russi nel torneo ATP 250 di Mosca ha trovato in Aslan Karatsev il più valido rappresentante per conquistarsi un posto in finale. Il ventottenne infatti ieri ha sconfitto 7-6(7) 6-1 il connazionale Karen Khachanov in un incontro tanto equilibrato ed incerto nel primo set quanto rapido e a senso unico nel secondo. Nel tie-break che ha deciso la prima frazione Karatsev su è trovato sotto 6 punti a 3 e in totale è stato in grado di annullare 4 set point. “Ho cercato di non pensare al punteggio nel tie-break e di giocare un punto alla volta”, ha detto Karatsev nell’intervista in campo a fine partita. Sul 5-6 ho messo a segno una grande risposta e lui si è innervosito, ed è così che sono riuscito a vincere. Per me significa tantissimo raggiungere la finale; sono stato a questo torneo molte volte, quindi la finale di domani sarà speciale per me”.

Esploso in Australia quest’anno – dove al primo Slam giocato in carriera ha raggiunto la semifinale – Karatsev ha dimostrato ampiamente che non si trattava di un episodio isolato, ma bensì semplicemente un processo di maturazione avvenuto ad un’età particolarmente avanzata per uno sportivo. Attualmente è N.22 del mondo e addirittura matematicamente sarebbe ancora in corsa per un posto alle ATP Finals di Torino, occupando la posizione N.13 della Race (con 2.180 punti), 775 punti dietro Hurkacz l’ultimo giocatore qualificato. Al momento tutto questo discorso passa in secondo piano, tuttavia, perché per Aslan c’è qualcosa di più importante: alle 15 di domenica 24 ottobre giocherà la sua terza finale ATP – ovviamente raggiunte tutte in questa stagione – e l’obiettivo è portare a casa il secondo trofeo dopo quello di Dubai a marzo.

Piccola curiosità statistica su Karatsev: il russo è il primo tennista dal 1992 a disputare nella stessa stagione almeno due finali di singolare, doppio e doppio misto. L’ultimo a riuscirsi era stato 29 anni fa l’australiano Mark Woodforde, vincitore in carriera di 17 prove Slam tra doppio e doppio misto, e 4 titoli ATP di singolare. Karatsev invece quest’anno ha raggiunto la finale in doppio sempre al fianco del connazionale Andrej Rublev nell’ATP 250 di Doha perdendo, e più recentemente al Masters di Indian Wells portando a casa il titolo. Per quel che riguarda il doppio misto invece in entrambe le occasioni era al fianco di Elena Vesnina ma i due hanno perso sia al Roland Garros che alle Olimpiadi di Tokyo.

 

Ad opporsi al gioco d’anticipo del russo nella finale dell’ATP 250 di Mosca ci sarà il veterano Marin Cilic. Nonostante il trentatreenne croato abbia ormai abbandonato da un po’ di tempo i piani alti del tennis, il suo gioco potente gli permette ancora di togliersi tante soddisfazioni, e così in semifinale è arrivata la vittoria 6-3 6-4 sul lucky loser lituano Ricardas Berankis. Quest’anno Cilic, nonostante le prestazione opache negli Slam, è riuscito a togliersi qualche soddisfazione, tra cui il titolo vinto sull’erba di Stoccarda; se dovesse accaparrarsi anche il trofeo di Mosca arriverebbe al ragguardevole traguardo di 20 titoli in carriera su 35 finali disputate. Ricordiamo che in passato ha già vinto otto tornei sul cemento indoor, a dimostrazione di quanto il suo gioco sia adattabile ad ogni condizione e superficie.

In una notevole prestazione al servizio contro Berankis, Cilic ha messo a segno 10 ace e ha vinto l’83% (33/40) di punti con la sua prima di servizio per concludere l’incontro dopo un’ora e 31 minuti. “È stata una partita difficile, Ricardas ha giocato bene”, ha detto Cilic a fine gara. “Il primo set è stato fantastico da parte mia, ho servito alla grande, ma poi Ricardas ha iniziato a trovare il suo ritmo e ha giocato molto meglio nel secondo. Si è trattato di un incontro ostico e mentalmente difficile, ma sono riuscito a giocare il mio miglior tennis al momento giusto”. Oggi il croato scenderà in campo per la terza volta in carriera nell’atto conclusivo del torneo di Mosca, dove ha già trionfato due volte nel biennio 2014-15 battendo in entrambi i casi Bautista Agut. L’unico precedente tra Cilic e Karatsev è avvenuto ad agosto di quest’anno sul cemento di Cincinnati al primo turno, dove a vincere è stato Cilic per 7-5 6-3.

Qui il tabellone completo dell’ATP di Mosca e degli altri tornei della settimana

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Flash

ATP Anversa, Sinner: “Sto lavorando su un aspetto del mio gioco, ma non vi dico quale!”

Dopo la vittoria su Harris, l’azzurro tira le somme del 2021: “Giocare un’altra finale vuol dire tanto. Credo di aver fatto una buona stagione, seppur con alcuni alti e bassi che secondo me sono normali”

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Jannik Sinner ad Anversa 2021 (Credits: @atptour on Twitter)

È uno Jannik Sinner soddisfatto quello che ha parlato ai microfoni della stampa dopo la netta vittoria riportata ai danni di Lloyd Harris nella semifinale dello European Open di Anversa: “Ho iniziato bene in entrambi i set, ho cercato di crearmi un vantaggio con il servizio e mi sentivo bene anche in risposta. Di sicuro è più facile giocare quando sono in vantaggio, perché sono molto più rilassato. Lui è un grande giocatore, non concede niente, quindi sapevo di dover rimanere concentrato: per esempio, quando ero avanti 4-1 nel secondo non volevo consentirgli di riavvicinarsi. In generale sono stato molto solido“.

Ha poi aggiunto: “Raggiungere un’altra finale vuol dire tanto per me, credo di aver giocato bene e di aver fatto una buona stagione, seppur con alcuni alti e bassi che secondo me sono normali. Non mi interessa chi sarà il mio prossimo avversario, scenderò in campo e farò del mio meglio“. La conferenza stampa si è svolta durante la seconda semifinale, e quindi l’azzurro non conosceva ancora il nome del suo avversario: ora sappiamo invece che gli toccherà il secondo favorito del torneo Diego Schwartzman (curiosamente anche a Sofia la finale contro Monfils aveva messo di fronte il primo seed Sinner e il numero due), che ha battuto Jenson Brooksby 6-4 6-0 – fra i due non ci sono precedenti.

LE SUPERFICI INDOOR E IL LAVORO “SEGRETO”

Non è un mistero che Sinner ami giocare al chiuso, dove ha vinto gli ultimi sette incontri giocati senza mai perdere un set fra Sofia e Anversa. Interrogato sull’argomento ha commentato: La superficie è buona per il mio stile di gioco, perché non ci sono né il sole né il vento. Indoor poi la palla non rimbalza molto alta, come invece succede per esempio ad Indian Wells. Certo, le condizioni sono le stesse per entrambi i giocatori, quindi se le condizioni sono cattive lo sono per entrambi e viceversa“.

 

Una prestazione di questo livello non è però motivo di adagiarsi sugli allori, come ben sanno sia lui che Riccardo Piatti: “Non siamo mai soddisfatti, c’è sempre qualcosa da migliorare. Io vedo delle cose da sistemare, lui ne vede altre. Ora stiamo lavorando tanto su una cosa in particolare, anche se non voglio dire cosa, ma è un aspetto che sto cercando di mettere in pratica anche durante le partite. Non vi dico cos’è perché altrimenti nella prossima partita vi metterete a parlare solo di quello! Però lavoriamo su ogni aspetto, inclusi i piani tattico e mentale“.

LA PROGRAMMAZIONE: VIENNA, BERCY, LA DAVIS…E TORINO?

Questo risultato consente a Sinner di rimanere in corsa per le ATP Finals, obiettivo che lo sta portando a giocare tutte le settimane. A prescindere dall’esito del match di domani, infatti, la settimana prossima sarà a Vienna, dove spera di poter scendere in campo mercoledì per riposarsi un pochino, anche come dice lui stesso dipende solo dal torneo: “La verità è che non siamo noi a decidere quando giochiamo, possiamo solo chiedere, poi decidono gli organizzatori: se a Vienna mi metteranno mercoledì bene, altrimenti giocherò martedì“.

Esordire di mercoledì lo obbligherebbe a giocare tutti i giorni, programmazione che alcuni giocatori preferiscono perché consente loro di mantenere il ritmo partita, mentre altri prediligono il giorno di pausa ad inizio torneo. Sinner però non sembra avere una condizione favorita in questo senso: “Se hai giocato tre ore sicuramente preferisci riposarti il giorno successivo, però onestamente non ho una preferenza, dipende dalla situazione“.

Il suo avversario a Vienna sarà Reilly Opelka (in coppia con il quale ha peraltro vinto il titolo di doppio ad Atlanta durante l’estate), ma per ora la sua mente è rivolta giustamente alla finale: “Non penso ad Opelka, ora mi concentro sul match di domani. Sicuramente è un primo turno complicato, lui tirerà forte e mi darà poco ritmo, e io magari non avrò buonissime sensazioni perché non avrò molto tempo per adattarmi al campo“.

La grande densità del calendario di queste ultime settimane è anche il motivo per cui ha deciso di giocare meno partite in doppio: “Ho preferito non giocare in queste ultime settimane in doppio perché credo di aver fatto tante partite quest’anno [al momento sono 59 con 41 vittorie, ndr]; in ogni caso mancano ancora molti tornei, Vienna, Parigi, una fra Stoccolma e Milano, poi la Davis, quindi vedremo“. E chissà che non si aggiunga un altro impegno sempre in Italia del nord, verrebbe da dire: di sicuro lui se lo augura!

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