Ritratti: Ivanisevic, l'uomo che fermò il mondo del tennis

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Ritratti: Ivanisevic, l’uomo che fermò il mondo del tennis

“La storia di Ivanisevic è una storia che si può racchiudere in 7 minuti e 10 secondi”

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Ritratti: Adriano Panatta  –  Yannick Noah

I brasiliani d’Europa li chiamavano. Un misto di talento, follia, genialità, di etnie e religioni. Era la Nazionale di calcio della Jugoslavia. La precarietà dello Stato, puzzle di diverse Nazioni, una volta morto il collante Tito, si sarebbe manifestata in tutta la sua tragicità nel 1991, dando vita ad una guerra civile e secessionista tra le più cruente dell’epoca moderna. Homo Homini Lupus! Tanto morse il licantropo che l’osso jugoslavo si frammentò in 7 stati sovrani, ognuno con la propria peculiarità culturale, ma non disperdendo, nel piccolo delle vicende sportive, quella parte di follia e genio che l’aveva sempre contraddistinto. Goran Ivanisevic nacque jugoslavo e finì croato. Probabilmente come tutti i croati lo nacque anche, ma sentirsi insieme croato e jugoslavo prima del 1990 era una cosa troppo normale per farci caso. Goran Ivanisevic, in una patria di calciatori e cestisti divenne tennista e del concetto di “brasiliano d’Europa” inteso come genialità e follia, lui aveva tutto. Della seconda anche troppo. La storia di Ivanisevic è una storia che si può racchiudere in 7 minuti e 10 secondi. Tanto sarebbe durato lo scontro finale con la sua personale balena bianca.

La vita è fatta da incastri, da incroci che ne segnano la direzione. Luglio 1992. Il redivivo Andrè Agassi, anticipatore di un decennio del tennis che sarebbe venuto, sfida Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon. Agassi ci è arrivato basando tutto sulla risposta al servizio e sull’uno due manco fosse un pugile. Due schiaffi da fondo e via, avversario fermo e palla che tocca terra e fila via nei teloni da rivederla al rallenty poi. Ivanisevic ci arriva con una media di due, tre servizi vincenti a game e dopo aver battuto Pete Sampras. Tra Pete e Goran il futuro del tennis sembra essere dalla parte della macchina da ace croata. Agassi vs Ivanisevic. Due dei colpi più definitivi e brutali della storia del tennis si incontrano nel tempio dei gesti bianchi. Però occhio che i due non erano solo quello, ma anche tennis vero. L’alternanza tra servizi vincenti e risposte vincenti porta il match al quinto. 5-4 Agassi al quinto. Ivanisevic to serve. Psicodramma. Si inceppa la macchina del servizio. Due doppi falli, nemmeno una prima e chiusura finale con una comoda volée affossata in rete. Wimbledon ha un nuovo campione, il mondo una nuova testimonianza del perché il tennis venga considerato lo sport del diavolo e patrimonio della psicoanalisi.

 

La vita è una questione di incastri. Di incroci, che ne determinano la strada. Luglio 1994. Finale di Wimbledon. Due anni dopo, ancora una volta da una parte della rete, Goran Ivanisevic. Ci è arrivato sommergendo di ace nei quarti, l’altra macchina spara servizi mancina, Guy Forget, e in semifinale uno dei migliori interpreti di sempre del tennis su erba, Boris Becker. Dall’altra Pete Sampras che nel frattempo di strada ne ha fatta, ma che ancora negli scontri diretti con Ivanisevic pare non dare l’idea di sentirsi ed essere poi tanto superiore. Il match è equilibrato. Il gioco si ancora alla regola del servizio e i primi due set finiscono al tie break. Li vince entrambi Sampras, grazie a quel po’ di tenuta di testa in più e capacità di controllo del proprio genio. Terzo set. Goran lascia in campo il suo ologramma. È già sotto la doccia. 0-6 senza storia. Si è giunti al bivio. Le strade dei due si separano. Sampras si appresta a percorrere la strada che ascende all’Olimpo, diventando l’incarnazione di Dio con una racchetta in mano, Ivanisevic quella del tennista geniale matto come un cavallo, capace di tutto nel bene e nel male, ma più nel male.

Fra ace e mattane, la carriera di Goran continua e così l’affetto e la comprensione del mondo per il sempre al seguito e inquadrato dalle TV nelle sue espressioni di sconforto, papà Srdan. Alla fine del 1994, Goran è numero 2 del mondo dietro il Divino Sampras. Vengono successi, vittorie in tornei importanti come la Grand Slam Cup nel 1995, piazzamenti negli Slam. Ancora una finale a Wimbledon nel 1998, ancora contro Sampras, in un match che sembrava aver preso la direzione croata. Non la prese. Sampras vittorioso al quinto per il suo undicesimo Slam e quinto Wimbledon. L’espressione di Ivanisevic alla premiazione,  una delle più memorabili interpretazioni della Delusione mai viste.

E la prima di servizio va. Gli ace piovono dal cielo copiosi al punto da far interrogare i soloni della federazione internazionale se sia il caso di rallentare le superfici e le palle al fine di rendere il gioco più continuo, ma al momento di Ivanisevic si aggiornano le tabelle dei record degli ace, i “circoletti rossi” come Tommasi era solito chiamare i punti spettacolari nelle sue telecronache col fido Clerici e soprattutto si aggiorna l’elenco dei raptus di follia assoluta. Durante un torneo a Brighton nel 2000 si ritira per “mancanza di appropriata attrezzatura”. Non aveva più racchette nemmeno in borsa. Spaccate tutte. Un giorno per clowneria, ci avrebbe anche fatto due palle con una racchetta di quelle appena spaccate durante un match, così giusto per riderci su, perché il male non è mai banale né deve prendersi troppo sul serio.

E la prima di servizio va. Continua ad andare, ma sempre più con dolore. Il tendine della spalla inizia a ribellarsi a tutti quegli strappi. La carriera inizia ad avere delle interruzioni, al punto che nel luglio del 2001, Goran è solo numero 125 del ranking, cosa che non gli consente di entrare nel main draw di Wimbledon. Gli viene data una wild card. Si tratta pur sempre di un tre volte finalista del torneo. Al Queen’s la settimana prima perde al primo turno contro Caratti, tennista bravo nel giocare di controbalzo, ma non propriamente un erbivoro. Si teme un passaggio per Wimbledon anonimo. Il destino aveva invece in serbo una delle storie più belle dello sport moderno. Ivanisevic, tra pianti, stenti, lacrime, sorrisi, attacchi di furia, di isteria, bile ed ilarità, tra mille sofferenze, colpi geniali e sciocchezze da principiante, mette su un recital di emozioni che fa di ogni suo match una epopea di stampo classico.

Secondo turno: Carlos Moya, astro nascente del tennis spagnolo. Ivanisevic in 4 set. Terzo turno: Andy Roddick, ancora Ivanisevic in 4 set. Ottavi contro il bombardiere naturalizzato inglese Rusedski: Ivanisevic in 3 set. Sembra un sogno. Incredulità sua per prima, è ai quarti, contro Marat Safin, numero 4 del mondo. Ivanisevic ancora in quattro set. Semifinale. Ivanisevic contro l’idolo locale Tim Henman, detto Timbledon per il suo naturale gioco su erba e per una speranza tutta inglese di avere finalmente in casa un nuovo vincitore del torneo. Vince Ivanisevic al quinto ed è la sua quarta finale, raggiunta da quasi ex tennista mezzo infortunato, ripescato con una wild card. Quarta finale nel torneo che ha più volte sfiorato e mai conquistato. Ivanisevic come il Capitano Achab.

In finale trova Pat Rafter, tennista gentleman australiano di quelli nati con l’erba sotto le scarpe, mirabile interprete del serve & volley. Rafter ha tutto perché Wimbledon gli spetti. La partita va via tra emozioni contrastanti ed alternate. Sull’8-7 per Ivanisevic al quinto il match smette di essere un match di tennis e diventa qualcos’altro. Ivanisevic va a servire sull’8-7 al quinto. Le gambe gli tremano, il cervello è altrove, il crollo emotivo già in atto. Trema, piange, scuote la testa incredulo. Ma non ha scelta stavolta. Non può boicottarsi. La pressione la si accetta, la si sfida perché l’adesso è ora. Ora o mai più. Il destino ha scritto una storia nella quale lui è protagonista, non può tradirla. Deve affrontarla. Intorno mille emozioni. Si arriva tra una volée divorata e un doppio fallo al 30-15 Rafter. Goran in uno stato di trance, opera processi di transferts con l’asciugamano. Funzionano. 30-30 Ace. Match point, quello di una vita. Chiede al raccattapalle la palla con cui ha fatto il punto del 40-30. Piange e prega. La gente fa uguale. Come contro Agassi 9 anni prima, il servizio si inceppa al momento decisivo. Doppio fallo. Parità. Ace. Nuovo match point, il punto di una vita. Stavolta sembra più sicuro Goran. Stanco di soffrire, vuol vincere e farla finita con questa agonia. Questa volta il braccio non tremerà. La prima non entra, la seconda nemmeno. Ancora doppio fallo.

Ivanisevic è sconfortato. Teme gli possa sfuggire il mondo dalle mani ancora una volta. Teme di non essere all’altezza di interpretare il ruolo che gli è stato sceneggiato. Rafter, più razionale, fa da spettatore. Sa che di suo può far poco. Sa che il destino è nelle mani dell’altro. Sa che al centro della sceneggiatura il destino ha messo l’altro. Serve Ivanisevic, segue il servizio a rete. I fantasmi del passato gli trattengono la mano. La volée non è definitiva, ma il passante in back di Rafter si allarga e finisce in corridoio. Ivanisevic si inginocchia sul punto dove la palla è caduta. Ringrazia il cielo. Prega. Terza palla della vita. Scioglie il braccio come ad esorcizzare il demone doppio fallo. Non fa doppio fallo e allora Rafter inventa una magia. Pallonetto a scavalcare l’uomo a rete e via con l’ennesima parità. Sono in molti a rischiare un tracollo emotivo in tribuna, in primis i tifosi Croati numerosamente presenti. Parità. In rete la risposta di Rafter ed ennesimo Championships Point Ivanisevic. Il punto di una vita. Chiede la palla con cui ha fatto il punto precedente e in uno stato confusionale va a servire, sperando che dalla confusione esca qualcosa di sensato. Papà Srdan vorrebbe esser morto qualche decina di minuti prima. Ha fatto bene ad aspettare, perché la risposta di Rafter finisce in rete e lui diventa padre del vincitore di Wimbledon. 7 minuti e 10 secondi la durata del game, della caccia alla sua balena bianca. Questa volta però Achab ha vinto.

Il ritorno in patria di Goran fu un trionfo, prima vittoria importante di uno sportivo croato nel mondo, vittoria dedicata all’amico scomparso Drazen Petrovic, stella di assoluta grandezza del basket croato. Li finì la storia di Ivanisevic tennista. Tra attività a singhiozzo causa il solito tendine della spalla, nel tennis gli era rimasto solo uno sfizio oramai da coronare: ritirarsi dopo la 600esima vittoria da professionista e farlo a Wimbledon. Perse al terzo turno, riuscendo a fare entrambe le cose. Altre vicende lo avrebbero visto protagonista poi, anche l’essere inserito, pur avendo smesso già da un anno, nella rappresentativa di Davis che avrebbe vinto la Coppa nel 2005. Attualmente si diverte ad essere una star del Senjor tour dove dispensa ancora magie clownerie ed ace, e l’essere un coach affermato, vincitore anche di un US Open al fianco di Cilic.

La storia di Ivanisevic è una storia che si può racchiudere in 7 minuti e 10 secondi. Tanto è durato lo scontro finale con la sua personale balena bianca. 7 minuti e 10 secondi lunghi quanto una vita e brevi come una morte, dove ti passa tutta la vita davanti e ti piace talmente tanto da risvegliarti appena in tempo per dire alla morte di ripassare più tardi, che quel piccolo arco di tempo è talmente bello che no, non si può proprio morire adesso su un tappeto verde nel circolo del tennis più famoso del mondo.

Fede Torre

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A 40 anni dalla finale di Wimbledon 1980: metti un Rocavert tra Borg e McEnroe

Oggi la finale di Wimbledon più famosa dell’Era Open festeggia 40 anni. Eppure non tutti ricordano che quella partita rischiò di non andare mai in scena… per colpa di un terzo incomodo, Terry Rocavert

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Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della partita di tennis più famosa dell’Era Open, o quantomeno una delle più iconiche: parliamo della finale di Wimbledon ’80 tra Bjorn Borg e John McEnroe.

Di quella partita ho un ricordo particolare e straordinariamente nitido, costituito dalla frase che mi disse mio padre all’inizio del terzo set: “Vado a fare due passi, tanto questi due vanno avanti almeno altre due ore“. Mio papà ebbe molta fortuna, perché un’ora dopo – lui assente – Borg, complice un ispirato McEnroe, sprecò due match point consecutivi al servizio dandogli così modo di aggiudicarsi il tie-break del quarto set – forse il più memorabile squarcio di tennis di tutti i tempi – e di portare il match al quinto – che di memorabile invece ebbe solo il punteggio, perché Borg offrì un esempio di forza mentale straordinario e lo dominò, concedendo al suo avversario solo tre punti nei suoi sette turni di servizio, due dei quali nel primo.

Spero che i lettori mi perdoneranno ma su cotanta partita non aggiungerò altro. In fondo, penne ben più nobili e meritevoli della mia se ne sono a più riprese occupate e io rischierei quindi solo di fare brutta figura, producendo uno scontato esercizio di retorica sportiva. Pochi invece si sono occupati di un altro incontro che si disputò a Wimbledon quell’anno e che solo per pochissimi punti non impedì lo svolgimento della finale così come noi la conosciamo.

 

Si tratta di un incontro nel quale mi sono imbattuto per puro caso nel momento in cui – per preparare l’introduzione all’articolo celebrativo – ho analizzato il tabellone per ripercorrere il percorso fatto da Borg e McEnroe per raggiungere la finale; sono rimasto così colpito dal punteggio di questo incontro che ho prima deciso di saperne qualche cosa di più e – dopo averlo fatto – di compiere… un ammutinamento giornalistico. Mi riferisco al match di secondo turno che vide John McEnroe opposto a Terry Rocavert.

Alzi la mano chi – oltre al nostro Direttore – ricorda questo carneade australiano nato a Sidney nel 1955, più esattamente il 21 ottobre (come l’autore dell’articolo, nda). Il sito dell’ATP su di lui dice soltanto che raggiunse nel maggio del 1980 la sua miglior posizione assoluta – la novantaduesima–  e nel medesimo anno sul cemento outdoor di Columbus l’unica finale della carriera. Aggiungiamo a queste informazioni che suo padre – Don Rocavert – fu un discreto giocatore agli inizi degli anni 50.

Al primo turno dei Championships l’australiano battè in rimonta in cinque set un ottimo “quasi ex” giocatore, il trentanovenne inglese Roger Taylor al quale era stata offerta una wild card e al secondo si trovò di fronte McEnroe reduce da una facile vittoria in tre set contro il connazionale Butch Walts. Nessuno si aspettava quindi che il numero due del mondo potesse faticare per arrivare al terzo turno. Nessuno tranne (forse) Terry Rocavert.

La partita fu sospesa per pioggia sul punteggio di 2-2 nel primo set e riprese il giorno successivo. Rocavert rischiò seriamente di non arrivare in tempo per ricominciare a giocare a causa di una serie di rocamboleschi contrattempi stradali ma alla fine, fortunatamente per lui e per la nostra storia, ci riuscì. Quella che segue è la traduzione di un’intervista che Rocavert rilasciò anni dopo a un sito australiano, Theage.com.

Terry Rocavert

Quel giorno arrivai a Wimbledon in abiti civili; corsi a cambiarmi, presi le mie racchette e iniziai a giocare meravigliosamente. Vinsi così il primo set e persi il secondo ingiustamente, perché a mio parere giocai meglio io di lui. Il mio colpo migliore era il rovescio e pertanto il servizio a uscire dei mancini non mi dava fastidio, anzi, era il contrario. A un certo punto la pallina iniziò a sembrarmi grande come una palla da basket e a venirmi incontro al rallentatore; ero in stato di grazia al punto che vinsi il tie-break del terzo set per 7 punti a 0.

Anche il quarto set giunse al tie-break (che per la prima volta a Wimbledon si disputava sul punteggio di 6-6 e non più sull’8-8, nda) e sull’1-1 McEnroe commise un doppio fallo regalandomi così un mini-break; lo vidi scrollare le spalle subito dopo quell’errore e in quel momento si spezzò l’incantesimo. Pensai alle conseguenze di una mia possibile vittoria e a quello che mi avrebbero chiesto in conferenza stampa e fu la fine“.

McEnroe si aggiudicò infatti il tie-break e il set decisivo dell’incontro. Risultato finale: J. McEnroe b. T. Rocavert 4-6 7-5 6-7 7-6 6-3. Il rischio corso ebbe l’effetto di una scarica elettrica positiva su McEnroe, che nelle successive quattro partite perse solo un set in semifinale contro Connors.

A Rocavert il destino invece non riservò più momenti di gloria sul campo, ma non gli precluse una buona carriera di allenatore in Australia durante la quale tenne a battesimo il debutto nel circuito professionistico di giocatori del calibro di Todd Woodbridge e Jason Stoltenberg.

Un’ultima curiosità su Rocavert: alcuni anni fa, in collaborazione con la federazione australiana, ha importato in Australia dall’Italia il materiale con il quale vengono preparati i terreni in terra rossa del Foro Italico per ricreare nel suo Paese campi da tennis con una superficie identica a quello in cui si disputano gli Internazionali d’Italia. Questo perché – a suo avviso – il dominio dei giocatori europei e sudamericani dipende dal fatto che crescono giocando sul mattone tritato. Detto da uno che giunse ad un passo dal battere McEnroe sull’erba fa sicuramente un certo effetto.

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Stati Uniti a Wimbledon: una storia di grandi successi

Il 4 luglio è il giorno dell’Indipendenza negli USA. Per noi è l’occasione di ricordare i 90 titoli vinti tra singolare maschile e femminile nella storia dei Championships. Da Serena e Venus fino a Sampras e Agassi, passando per le delusioni di Roddick

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Serena Williams - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

La storia degli Stati Uniti a Wimbledon, il cui pretesto per raccontarla ci viene fornito dalla ricorrenza di oggi, 4 luglio nonché Indipendence Day, è una storia di grandi successi. Gli USA figurano al secondo posto nella classifica dei titoli vinti nel singolare maschile (33), dietro alla sola Gran Bretagna che però ha vinto 35 dei suoi 37 titoli prima dell’Era Open (addirittura 31 prima del 1910), mentre al femminile sono di gran lunga primi con 57 trofei (28 in Era pre Open, 29 in Era Open). Ultimamente però i successi scarseggiano: l’ultimo titolo maschile risale al 2000 con Pete Sampras e anche le inossidabili sorelle Williams, pur continuando ad arrivare in finale, stanno pagando lo scotto dell’età con delle vere e proprie batoste nelle partite decisive. Proviamo a ripercorrere le varie vicende dei tennisti a stelle e strisce nel torneo più famoso della storia del tennis, dai primi partecipanti alle grandi vittorie fino alle difficoltà del presente.

I pionieri e l’Era pre Open

La prima edizione che ha visto la partecipazione di tennisti statunitensi è stata quella del 1884. Ben tre furono i giocatori giunti da oltreoceano: Richard Sears, James Dwight e Arthur Rives. Di questi solo Dwight riuscì a vincere una partita, perdendo poi la seconda al quinto. Al femminile la prima invece fu Marion Jones nel 1900. Il primo titolo per gli Stati Uniti arrivò proprio nel singolare femminile, grazie alla vittoria di May Sutton nel 1905, prima tennista non britannica ad aggiudicarsi il trofeo. Sutton poi replicherà il successo nel 1907, mentre gli uomini dovranno aspettare fino al 1920 per sollevare la coppa di Wimbledon. A trionfare in quell’anno (e anche nel successivo) fu il leggendario Bill Tilden.

Dopo la doppietta di Tilden gli USA vinceranno altri sedici titoli prima dell’Era Open. In questo lasso di tempo solo l’Australia dei vari Emerson, Hoad, Laver e Newcombe regge il confronto con dodici successi. I diciotto titoli conquistati fanno degli Stati Uniti la seconda nazione più vincente dell’era amatoriale, seconda solo alla Gran Bretagna che conta 34 successi (31 dei quali però giunti prima del 1910). Ancora più clamorosa l’accelerata al femminile: 28 titoli prima dell’Era Open di cui 15 consecutivi dal 1938 al 1958 (dal 1940 al 1945 il torneo non si è disputato a causa della Seconda Guerra Mondiale).

 

Era Open (1968-2000): il dominio

Il vero periodo d’oro sui prati di Wimbledon però arriva tra il 1968 e il 2000. Al maschile, dopo le doppiette di Laver e Newcombe, è Stan Smith a rompere il digiuno, sconfiggendo Ilie Nastase in cinque set nella finale del 1972. Solo un Bjorn Borg ai limiti dell’invulnerabilità elargisce delusioni ai giocatori e tifosi statunitensi vincendo cinque titoli consecutivi tra il 1976 e il 1980 (quattro dei quali contro tennisti USA) e attutendo così l’esplosione ad altissimi livelli di Jimmy Connors (due titoli in sei finali) e John McEnroe (cinque finali consecutive e tre titoli).

Dopo il magico 1984 di McEnroe seguono sette anni di vacche magre, interrotti dalla sorprendente vittoria di Andre Agassi che nel 1992 supera in cinque set Goran Ivanisevic, aggiudicandosi il suo primo Slam. Quel che resta degli anni ’90 è appannaggio di Pete Sampras, che domina come nessuno prima di allora e fa sue tutte le edizioni dal 1993 al 2000, con l’illustre eccezione del 1996 quando fu sorpreso da Richard Krajicek.

Anche al femminile il periodo è particolarmente florido con ben 16 titoli in 23 edizioni dal 1968 e 1990, vinti però da sole tre giocatrici: Billie Jean King, Chris Evert e Martina Navratilova. Il dato beneficia del fatto che Navratilova, pur essendo nata in Cecoslovacchia, dal 1975 ha gareggiato sotto bandiera a stelle e strisce avendo ricevuto asilo dagli USA in cambio però della rinuncia alla precedente cittadinanza. Dal momento che il primo titolo a Wimbledon di Martina è del 1978, tutti e nove i suoi successi sono stati ottenuti da cittadina statunitense.

“Duemila e non più duemila”: la crisi al maschile e i successi delle sorelle Williams

Il terzo millennio ha due volti completamente diversi: estremamente positivo sul versante femminile e estremamente deludente su quello maschile. Tra le donne pesa tantissimo l’impatto sul mondo del tennis delle sorelle Williams, che a Wimbledon assume connotati ancora più clamorosi. Tra il 2000 e il 2016, le due si spartiscono ben cinque piatti (sette per Serena, cinque per Venus), cannibalizzando di fatto il torneo, eccezion fatta per le incursioni estemporanee di Amelie Mauresmo, Maria Sharapova, Marion Bartoli e per la doppietta di Petra Kvitova, ad oggi l’unica altra vincitrice multipla del ventunesimo secolo.

Nonostante l’età che avanza, Venus e Serena sono riuscite ad arrivare in finale nelle ultime tre edizioni disputate, anche se in verità hanno raccolto magre figure. Nel 2017, Venus fu dominata da Garbine Muguruza, mentre nel 2018 e 2019 Serena ha ricevuto due dure lezioni da Angelique Kerber e Simona Halep per un totale di appena quindici giochi vinti in tre partite dalle sorelle.

Al maschile invece negli ultimi vent’anni, il torneo è stato molto avaro di soddisfazioni per i giocatori statunitensi. Vero che la presenza di Roger Federer (8 titoli), Novak Djokovic (5 titoli), Rafael Nadal (2 titoli) e Andy Murray (2 titoli) ha lasciato poco o nulla ai tennisti di ogni nazionalità, ma per gli USA un rimpianto c’è e risponde al nome di Andy Roddick. Per lui tre finali, tutte perse, tutte contro Roger Federer. Quella che veramente fa male però è la terza, quella del 2009, quando con una sciagurata volée larga Andy vanificò la possibilità di andare avanti di due set in una giornata in cui era davvero intoccabile al servizio. Il resto della storia lo conoscono tutti, Federer vinse quel secondo set e finì per prevalere 16-14 al quinto set dopo più di quattro ore.

A parte Roddick, gli USA ultimamente si sono dovuti accontentare di singoli exploit senza velleità di conquistare poi il trofeo. Per due anni consecutivi, Sam Querrey è riuscito nell’impresa di eliminare il numero uno al mondo, nonché campione uscente: nel 2016 Novak Djokovic, nel 2017 Andy Murray. In quest’ultima occasione si spinse fino alle semifinali, sconfitto da Marin Cilic. L’ultimo risultato degno di nota è la semifinale fiume persa da John Isner, che di partite lunghe a Wimbledon se ne intende, contro Kevin Anderson nel 2018 per 26 a 24 al quinto set. Insomma il digiuno di titoli maschili sui sacri prati di Church Road dura da quell’ultimo titolo di Sampras, all’alba del nuovo millennio, e all’orizzonte non si intravede al momento chi possa spezzare la maledizione.

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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