Berrettini, tennis da Oscar: io come Django (Scanagatta). Panatta carica Berrettini: "Contro Nadal fai così" (Cocchi e Bertolucci). Berrettini, un attaccante in un Paese di attendisti (Clerici). Il mental coach Massari: "Curioso, determinato, sensibile" (Rossi)

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Berrettini, tennis da Oscar: io come Django (Scanagatta). Panatta carica Berrettini: “Contro Nadal fai così” (Cocchi e Bertolucci). Berrettini, un attaccante in un Paese di attendisti (Clerici). Il mental coach Massari: “Curioso, determinato, sensibile” (Rossi)

La rassegna stampa di venerdì 6 settembre 2019

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Berrettini, tennis da Oscar: io come Django (Ubaldo Scanagatta, Giorno – Carlino – Nazione)

Fino a pochi giorni fa mi messaggiava chiamandomi ‘Prof’. Ora riceve 1000 messaggi al giorno e non ha davvero più tempo di rispondere. E poi il professore è diventato lui, Matteo Berrettini, primo italiano in semifinale all’US Open 42 anni dopo Corrado Barazzutti. Alto 1,96, bello, potrebbe fare il tronista della De Filippi, ma non è il tipo. Simpatico, educato, spiritoso, i settimanali faranno a gara per metterlo in copertina. Piace come piaceva Panatta. E non solo a Alja Tomljanovic, la sua girlfriend australian-croata. Matteo qua è già una star. Ma non si darà mai arie. Sui campi in cemento di Flushing Meadows ha fatto fuori 5 rivali, gli ultimi due contro pronostico. Il russo Rublev (recente vincitore di Roger Federer). Poi il francese Gael Monfils sull’Ashe Stadium, il più grande del mondo per il tennis. «Non ci avevo mai messo piede e lui invece chissà quante volte. Dopo il mitico Centre court di Wimbledon che sognavo da bambino ecco l’Ashe: grandissimo, mi ha stupito averci messo poco ad abituarmi. Un’umidità poi! Ho dovuto anche cambiare le scarpe; ma in 5 set ho affrontato tutto, umidità, freddo, caldo, tetto aperto, tetto chiuso. Condizioni toste. Ma il mio tennis logora. Per starmi dietro si deve far fatica, alla lunga esco fuori. Mi sono abituato bene ai 5 set: sono come un pugile che lavora ai fianchi». Match pazzesco… «Sì, pazzesco come tutti quei match-point che ho mancato…». Quattro. E il primo con il primo maledetto doppio fallo del set. «Ma che film è stata la mia partita? Django Unchained, perché è stato un bagno di sangue! Parlavo col mio mental coach prima, mi ha detto che pensava che si potesse nascere e morire una sola volta, e che invece guardando il match gli era successo un sacco di volte! Sono crollato, mi sono rialzato, tante volte, questo è grande motivo di orgoglio». E alla fine? «Non mi ricordo più i punti, ma solo il servizio vincente finale (202 km orari). Ero appena un po’ teso, ma non ve ne sarete accorti (aggiunge sarcastico)». Ben 42 anni fa in semifinale arrivò Barazzutti senza il servizio a 220 km l’ora, il dritto fucilata di Berrettini. Rino Tommasi lo ribattezzò’soldatino’. «Beh, io sono di Roma, forse ora, dopo 4 ore di battaglia, potrei essere ‘Il Gladiatore’». II grande campione svedese Mats Wilander mi ha detto: «Berrettini sembra così poco italiano come atteggiamento», mentre il suo amico e manager Corrado Tschabuschnig sostiene: «Berrettini mi ricorda Panatta». «Se lo dicono loro…». Ora la sfida al grande favorito del torneo, Rafa Nadal. «Avrò visto un centinaio di sue partite. Chi non lo conosce? La prima volta? Ricordo la finale di Nadal a Roma contro Coria: la stavano dando in chiaro su un canale che trasmetteva cartoni animati. Io ero piccolo e quei due rimasero in campo sei ore. Ma andiamo!, io volevo guardare i cartoni! Sì, lo ricordo e fu incredibile. Anche i miei compagni di classe iniziarono a seguire il tennis perché videro quella partita. E mi dicevano, anche tu fai questo sport? E io rispondevo che sognavo di giocare partite come quelle. E adesso eccomi qui. Sono felice». Quattro anni fa non aveva ancora un punto ATP. Oggi Berrettini è numero 13 del mondo, in semifinale all’US Open. Eppure continuava a pensare che la sua superficie migliore fosse la terra rossa. Poi ottavi sull’erba a Wimbledon, semifinale qui sul cemento. «Certo, sul cemento non avevo vinto una partita quest’anno fra Slam e Masters 1000, 4 ko su 4 partite».

Panatta carica Berrettini: “Contro Nadal fai così” (Federica Cocchi e Paolo Bertolucci, Gazzetta dello Sport)

 

Come si affronta un top player in uno Slam? Molto semplice, basta fregarsene. Più o meno questo faceva Adriano Panatta, capace di battere Borg ai quarti del Roland Garros nel 1976 e poi andare a vincere il torneo. Un Borg cannibale, vincitore del torneo nei due anni precedenti ma Panatta, spavaldo, tra un «pof poff» e l’altro è arrivato lassù. «Non sono mai stato uno molto emotivo — racconta Adriano, romano come Berrettini —. Sono sempre stato freddo, non so se è una questione di sicurezza in se stessi, di carattere, una pura coincidenza. Ma io non ho mai subito l’aspetto emotivo dei match». Ha subito però l’aspetto emotivo del match di Berrettini contro Monfils, una partita che dopo anni l’ha tenuto incollato alla televisione. Su Twitter, dopo la vittoria lottatissima contro il francese, Adriano ha commentato: «Bravo Matteo hai giocato un grande match, ormai sei un giocatore vero e ti meriti una grande carriera. Grazie anche perché dopo tanto tempo mi hai fatto emozionare guardando una partita di tennis. In bocca al lupo». Parole piene di sentimento, per lo sport e per un ragazzino che ha visto per la prima volta quando aveva 18 anni. Matteo si allenava al Circolo Aniene a Roma, e Panatta era stato chiamato dal coach Santopadre a dare un’occhiata a questo ragazzino che ancora non vinceva quando avrebbe potuto, ma che rivelava grandissime potenzialità. «Ricordo che dissi a Vincenzo: “Guarda che questo è un giocatore vero”» […] Matteo stasera vivrà un’esperienza unica, all’Arthur Ashe, dove probabilmente buona parte del pubblico sarà per Rafa, il campione di tre Us Open: «Penso che da stasera tutto sarà in discesa, il ragazzo ha già dimostrato il suo valore, e con Nadal è molto più facile perdere che vincere…L’ideale è mantenere una percentuale intorno al 75% di prime per giocarsela. Però, Matteo, devi stare tranquillo, hai già fatto tanto» […]

Per giocarsela col mito Rafa bisogna mischiare le carte. VARIETÀ: Accelerare col dritto […] Matteo dovrà cercare di mischiare in continuazione le carte, anche con repentine accelerazioni in particolare con il dritto, la sua arma letale. SERVIZIO: Sfruttare la prima […] l’azzurro dovrà capitalizzare al massimo con la battuta, sfruttando la posizione arretrata che assume il mancino spagnolo in risposta, per poter poi incidere con il colpo successivo. La percentuale di prime sarà quindi fondamentale, perché è troppo pericoloso offrire a Rafa Nadal la risposta sulla seconda di servizio. OCCHIO A SINISTRA: Pericolo diagonale. II gancio mancino di Rafa Nadal non lascia scampo agli avversari […] Matteo dovrà fare in modo di non subire passivamente la diagonale di sinistra imposta dal maiorchino per non farsi anestetizzare il braccio e, di conseguenza, perdere in esplosività. RITMO: Accorciare gli scambi. Un’altra delle chiavi possibili per mettere in difficoltà Rafa Nadal sarà togliergli ritmo il più possibile nell’arco dell’incontro […] cercare di accorciare il più possibile gli scambi, tentando di mantenere sempre sotto controllo la percentuale di errore. A RETE: Spostare lo spagnolo. Un’altra delle possibilità a disposizione di Matteo Berrettini per demolire le granitiche sicurezze che danno forza a Rafa Nadal può essere un uso intelligente durante il match delle discese a rete […] potrebbe infatti costringere lo spagnolo a modificare la posizione sul campo perdendo alcune certezze.

Berrettini, un attaccante in un Paese di attendisti (Gianni Clerici, Repubblica)

Mi pareva, nel sonno mattutino, che la partita di Matteo Berrettini fosse da poco finita, che mi ha telefonato il collega Paolo Rossi per chiedermi un commento. Gli ho subito risposto che avrei scritto volentieri di aver ammirato il primo attaccante italiano della storia, il primo serve and volleyer, come non ce n’erano mai stati. Tutti i grandi giocatori italiani, da De Morpurgo a De Stefani, da Pietrangeli a Barazzutti, con l’eccezione di Panatta, erano stati regolaristi e contro attaccanti. L’unico altro attaccante, ma dal fondo, si chiamava Fausto Gardini, campione italiano juniores di doppio insieme a me, che i punti faceva con un curioso diritto, e con una ancor più curiosa volée di drive. Ora l’unico attaccante nato in questo Paese di attendisti è Berrettini, e io non so dire se la caratteristica di attaccante faccia parte della sua natura, o della sua educazione, o di entrambe. Non lo conosco abbastanza bene, ho conosciuto superficialmente i suoi coach,Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna. E non so dire se da bambino somigliasse già a quello che è diventato da grande, e cioè un serve and volleyman […] Mi si chiede se simile scelta si ripeterà nella semifinale questa notte perché attaccare Nadal è più rischioso e perché Berrettini dovrebbe scendere in campo appagato dalla sua impresa, forse seminsperata, con Monfils. Ma chissà. In questa attività è facilissimo sbagliare, ancor più che nel tennis.

Il mental coach Massari: “Curioso, determinato, sensibile Matteo porta a rete la sua vita” (Paolo Rossi, Repubblica)

[…] Stefano Massari, 53 anni: è il suo mental coach. E allora: chi è Berrettini? «Una persona unica, con aspetti marcati e qualità molto grandi. Dotato di sensibilità estrema, una immensa curiosità e il desiderio di conoscere le cose, unite a determinazione e coraggio» […] Berrettini, così poco italiano. «È il premio al lavoro di Santopadre. Il progetto di Vincenzo è profondamente umano, privilegia la crescita personale a quella sportiva. Berrettini è l’espressione altissima di questa filosofia». Berrettini, gruppo-famiglia? «È così. L’atmosfera di famiglia è l’elemento indispensabile per Matteo: lui ha necessità di avere un rapporto personale con lo staff con cui lavora, perché è così. Lui esterna affetto e ha bisogno di sentirsi apprezzato, dalle persone con cui lavora oltre che dagli altri ovviamente». Che indicazioni le ha dato la partita con Monfils? «Se lo ha battuto dopo quel doppio fallo sul 1° match point è perché non ha avuto una reazione aggressiva con se stesso. In quei minuti ho constatato quanto il nostro lavoro abbia funzionato. Gli ho detto che sono nato e morto tante volte nella stessa partita». A parte il tennis, qual è la bravura di Matteo Berrettini? «L’accettazione delle difficoltà. Matteo sa che vince chi accetta di sbagliare, è un grande interprete di questo. È bravissimo a imparare. La sua bravura è accettare le difficoltà. Con il francese ha accettato di giocare con la mano che tremava. Questa è la chiave. Monfils ha fatto l’attore, se Matteo si fosse innervosito sarebbe finita, invece non si è irrigidito». Ora c’è Nadal, il che ci fa tornare a Wimbledon e a Federer. «Oh, tornerà utile quella lezione. Matteo ha accettato il momento più difficile della sua carriera: contro il suo idolo e nel tempio del tennis. Poteva diventare un incubo ma ne è uscito con ironia, un segno importante». Dove può arrivare Berrettini? «E chi può dirlo? Posso dire che il suo percorso è talmente veloce che è pieno di crisi. Che non sono dubbi, ma difficoltà della crescita. Mi spiego: avendo una incredibile rapidità di apprendimento, la cosa lo costringe ad alzare il livello e confrontarsi a un livello superiore». […] E i difetti? «La tendenza al perfezionismo. Ma ora sa che una cosa è l’eccellenza, un’altra la perfezione. Da bambino si chiedeva di essere perfetto. Ma con Monfils ha giocato una partita eccellente, non perfetta. Ma la bellezza di Matteo è che si sente soddisfatto, ma non realizzato. Anche nella vita, che vuole continuare a conoscere con lo stesso coraggio del suo tennis».

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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