World Padel Tour, profili: Belasteguin/Lima e le gemelle Alayeto

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World Padel Tour, profili: Belasteguin/Lima e le gemelle Alayeto

Torniamo a parlarvi del padel. Perché il seguito di questa disciplina cresce con costanza, e perché tra poco si giocherà un torneo importante in Italia

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Pablo Lima e Fernando Belasteguin

È con grande piacere che su Ubitennis riprendiamo a parlare di padel, lo sport che ha rivoluzionato la vita degli spagnoli e che, giorno dopo giorno, sta conquistando stelle del calcio mondiale e dello spettacolo nonché migliaia di italiani. Negli articoli che pubblicheremo nei prossimi mesi non vogliamo illustrarvi le regole del gioco, né parlarvi delle partitelle fra Totti e compagni, ma vogliamo portarvi nella massima lega del padel mondiale (il World Padel Tour), l’equivalente di ATP e WTA nel tennis, e farvi conoscere le coppie più forti di questo sport sia a livello maschile che femminile. La nostra nuova rubrica, “Profili”, è dedicata infatti ai professionisti del World Padel Tour, anzi alle coppie di professionisti, essendo il padel, a differenza del tennis, uno sport dedicato esclusivamente al doppio.

Oggi vi presenteremo le due coppie che rappresentano la storia passata e recente del circuito maschile e femminile, rispettivamente Fernando Belasteguin e Pablo Jose Lima, e Maria Jose e Maria Pilar Sanchez Alayeto, cioè le coppie ex numero uno del mondo che hanno ceduto lo scettro rispettivamente nel 2018 a Daniel Carlos Gutierrez e Maximiliano Sanchez e nel 2019 a Marta Marrero e Marta Ortega.

Fernando Belasteguin: il Messi del padel

Per inaugurare la nostra rubrica non potevamo che iniziare dalla “Storia” di questo sport, passato, presente e futuro del padel mondiale, Fernando Belasteguin, meglio conosciuto come ‘la Leggenda di Pehuajo’ o ‘il Messi del padel’ (soprannome affibbiatogli dal mitico Cruyff), o più semplicemente ‘il Bela’.

Nato e cresciuto a Pehuajo, piccola città argentina nella provincia di Buenos Aires, il 19 maggio 1979, il Bela, altezza 180 cm per 80 kg di peso, è un destro e nel 10×20 (le misure del campo di padel) occupa da sempre la parte sinistra (posizione cambiata di recente), anche conosciuta come quella del vantaggio nel tennis, la posizione dedicata nel padel, teoricamente, a colui che dovrebbe finalizzare il punto. Anche se lo stesso Bela più di una volta ha detto di non avere dei colpi spettacolari, a detta dei suoi colleghi si conosce dell’esistenza di alcuni colpi solo dopo averli visti eseguire dalla leggenda di Pehuajo. Belasteguin è il giocatore di padel più completo: i suoi colpi marchio della casa sono il pallonetto e il gancio (una via di mezzo tra uno smash piatto e una bandeja, il colpo interlocutorio del padel che non trova un equivalente nel tennis). Non si può parlare di Belasteguin senza citare gli innumerevoli record che ha ottenuto nella sua carriera sportiva:

 
  • 16 anni consecutivi chiusi come numero uno del ranking mondiale (13 con Juan Martin Diaz e gli ultimi 3 con Pablo Lima)
  • il più giovane atleta a diventare numero 1 al mondo, a 22 anni (ha debuttato come professionista all’età di 15 anni, nel 1995)
  • 63 vittorie consecutive in tornei ufficiali, cioè 22 tornei vinti di fila in 1 anno e 9 mesi (settembre 2005 – maggio 2007) senza sconfitte (in condivisione con Juan Martin Diaz)
  • 372 match disputati (339 vittorie, 33 sconfitte, dati aggiornati al Master di Cascais, settembre 2019)
  • rappresentando l’Argentina, ha vinto cinque campionati mondiali, l’ultimo dei quali nell’edizione del 2016 a Lisbona (Portogallo)

Pablo Jose Lima: il cannone di Porto Alegre

Nato e cresciuto a Porto Alegre, Brasile, l’11 ottobre 1986, altezza 180 cm per 75 kg di peso. Pablo è un mancino (zurdo in spagnolo) e nel 10×20 occupa la parte destra, anche conosciuta come quella del pari nel tennis, la posizione dedicata nel padel, teoricamente, a colui che dovrebbe costruire il punto e, solitamente, dedicata ai mancini. I suoi colpi marchio della casa sono il rovescio a due mani e la pegada/remate (tutti colpi che ribalzano violentemente prima nel campo avversario e poi sulla parete di fondo, terminando fuori).

Prima di iniziare l’avventura con Bela nel 2015 e diventare numero uno nel ranking mondiale WPT, Pablo è stato per molti anni consecutivi numero 2 al mondo, cercando di detronizzare Bela e Juan Martin Diaz. Come il Bela, anche Pablo inizia a dedicarsi al padel all’età di nove anni per diventare professionista nel 2004, ma è nell’anno 2008 che formando la coppia con il connazionale Jardin inizia a ottenere grandi risultati diventando la rivelazione della stagione. I migliori risultati di Lima arrivano nel 2009, vale a dire dall’unione con lo spagnolo Juani Mieres assieme al quale inizia il braccio di ferro tra i due aspiranti al trono e i re della storia di questo sport, Bela-Diaz, culminato l’11 giugno 2014, data storica in cui i due “Principi del Padel” riescono a far abdicare i Re dopo dodici anni consecutivi di trono. La loro leadership al numero uno dura solo una settimana, prima che i Re riconquistino il trono, ma è rimasto sicuramente un evento magico.

I numeri della coppia Bela-Lima, separazione e nuovo percorso

Il destino di Belasteguin e Lima si è disgiunto proprio durante l’estate del 2019, ma non potevamo iniziare una rubrica dedicata a questo sport senza partire dalla dupla regina, capace di rimanere al numero uno del ranking mondiale per tre anni e otto mesi consecutivi, dal 2015 al 2018 quando i due hanno abdicato in favore degli argentini Daniel Carlos Gutierrez e Maximiliano Sanchez. Nei quattro anni insieme Fernando e Pablo hanno disputato 43 finali vincendone 35. Nella storia rimarrà la finale del Masters 2018, torneo in cui Belasteguin tornava in azione dopo quattro mesi di inattività dovuta all’infortunio e operazione del gomito destro.

Gli innumerevoli infortuni patiti negli ultimi anni da Belasteguin e la decisione di Lima di non vivere più a Barcellona (residenza di Fernando) sono stati probabilmente gli elementi decisivi nella involuzione del gioco della coppia, che ha portato Belasteguin a decidere di percorrere una nuova strada. L’ultima partita di Bela e Lima insieme è la finale del Master di Buenos Aires del 2019 terminata con il ritiro della coppia argentino-brasiliana a seguito di un infortunio al tallone del piede di Fernando sul punteggio di 5-5 primo set.

Dopo aver provato l’unione con dividersi giocatori del WPT, Pablo Lima ha deciso di unire le forze con il giovane e promettente spagnolo Alejandro Galan, già vincitore di quattro tornei del WPT e campione del mondo 2019 nel torneo a coppie. La strada sembra essere in discesa per questa dupla che al debutto ha vinto i primi due tornei disputati in sequenza e ha lasciato il segno anche nel Master di Cascais con il terzo titolo (trofeo conquistato battendo in semifinale proprio Belasteguin), che candida Pablo e Ale alla lotta per il numero 1 del ranking.

La scommessa di Fernando Belasteguin è stata invece molto più ardua. Infatti, il campione argentino non finisce di stupire dopo tutto quello che ha vinto e ha deciso di provare a tornare sul tetto del mondo unendo le forze con l’under 20 argentino Agustin Tapia, debuttante nel WPT nel 2018 in coppia con Juan Martin Diaz. Inoltre, Bela per questa unione ha deciso di cambiare posizione in campo giocando sul lato destro. Dopo i primi tre tornei questa unione ha portato già un grande titolo (decretando Tapia il più giovane vincitore di un torneo WPT, record sottratto al giovane argentino Franco Stupaczuk), il Master di Madrid, ottenuto battendo rispettivamente i numeri 2 del ranking Paquito Navarro e Juan Lebron in semifinale e i numeri 1 del mondo Daniel Carlos Gutierrez e Maximiliano Sanchez nella finalissima.

Le gemelle atomiche Alayeto

La natura le ha fatte nascere insieme, il padel non poteva separarle. Ecco perché Maria Jose e Maria Pilar Sanchez Alayeto sono una coppia fin dalla nascita. Le loro imprese sono raccolte nel loro sito ufficiale, dove raccontano la loro vita dentro e fuori dal campo.

Nate e cresciute a Zaragoza (Spagna), il 20 giugno 1984, ma residenti a Madrid, Majo e Mapi sono identiche quasi in tutto, ad eccezione dei due cm di altezza di differenza (Majo 175 cm, Mapi 173 cm) e della posizione in campo: reves (vantaggio o sinistra) per Majo, drive (parità o destra) per Mapi. I colpi marchio della casa sono per Majo lo smash piatto, mentre per Mapi sono la volée di rovescio e la bandeja. Entrambe giocano con la mano destra.

Le gemme Alayeto hanno conquistato nel padel tutto quello che si può vincere, a partire dalla posizione numero uno del ranking World Padel Tour, che occupavano già nel 2016 e poi riconquistata saldamente dal 2017 fino all’inizio della stagione 2019 (quando per una lesione Mapi ha dovuto lasciare per sei mesi il circuito rientrando solo nell’estate del 2019), passando per i titoli di campionesse d’Europa di coppia e per nazioni (2009) e del mondo per nazioni (2010, 2014, 2016, 2018) e per coppia (2018). Nel circuito di padel più importante al mondo, il World Padel Tour, Majo e Mapi nel 2017 sono state capaci di vincere nove titoli su dodici disputati (nove trofei su altrettante finali, di cui sette consecutivi), incluse le Finals di Madrid, per un totale di 39 match vinti su 41 giocati (26 vittorie consecutive).

Come molti giocatori e giocatrici anche le gemelle Alayeto hanno iniziato la loro carriera nel tennis e, sempre insieme in doppio, hanno conquistato il titolo di campionesse di Spagna. L’amore verso il padel scatta nel 2007, mentre nel 2009 entrano nel circuito professionistico del Padel Pro Tour (attuale World Padel Tour).

Il superclassico del padel mondiale al femminile

La lotta contro la coppia formata dalle connazionali Alejandra Salazar e Marta Marrero è stata la rivalità più accesa degli ultimi anni nel circuito professionistico femminile, culminata nel 2016 quando Salazar e Marrero sono riuscite a scavalcare le gemelle in testa alla classifica mondiale. All’inizio del 2017, nel quarto torneo della stagione, in quel di Valladolid, la finale proprio tra le gemelle e le acerrime rivali si risolse in modo inaspettato, con l’infortunio di Salazar e il suo conseguente abbandono. L’infortunio della madrilena risultò più grave del previsto, obbligandola a saltare il resto della stagione e lasciando Marrero di fronte alla scelta di trovare una nuova compagna di squadra. Unendo le forze con l’argentina Catalina Tenorio, Marta riuscì ad arrivare cinque volte in finale, quattro di queste contro le gemelle, ma non riuscì mai a vincere un titolo. La conseguenza di questi eventi portò Majo e Mapi di nuovo sul tetto del mondo.

Nel 2018 Salazar è rientrata dall’infortunio e, in coppia nuovamente con Marta Marrero ha riacceso la sfida infinita contro le gemelle terribili con otto scontri diretti (di questi sette finali e una semifinale, sei successi per Marrero/Salazar tutti in finale e due vittorie per le Alayeto). Anche il 2018 è stata una grande stagione per le gemelle Alayeto, con cinque titoli complessivi, sufficienti per respingere l’attacco di Salazar e Marrero e chiudere la stagione al numero uno del ranking. Nel 2019 è stato superato l’equatore della stagione e Mapi è finalmente rientrata in campo conquistando già la prima semifinale. Siamo certi che le gemelle Alayeto torneranno presto alla vittoria e che daranno vita a grandi battaglie. Purtroppo non potremo più assistere al superclassico contro Salzar e Marrero dato che le due rivali hanno deciso di sciogliere il loro team alla fine dello scorso anno, ma sicuramente la battaglia sarà intensa tra le gemelle e le rispettive coppie che Salazar e Marrero hanno formato all’inizio del 2019.

Appuntamenti con il padel da segnare in agenda

Il grande Padel internazionale sarà di scena in Italia dal 4 al 9 novembre: al Bola Club di Roma andranno infatti in scena i campionati europei con la Spagna grande favorita e un lotto di pretendenti al trono tra cui l’Italia padrone di casa, il Portogallo sempre più presente anche nel WPT e la Francia che ben si comporta nel panorama europeo e mondiale.

Non perdete di vista i prossimi articoli – pubblicheremo circa con cadenza mensile – sul World Padel Tour perché a fine stagione verranno annunciate le località che ospiteranno i tornei della prossima stagione. Già è noto che Roma sarà tappa ufficiale del WPT nel 2020 ma ancora non si conoscono le date e la sede. Inoltre, il World Padel Tour non vi abbandona mai con notizie puntuali sul sito ufficiale, sui canali social di Facebook e Instagram e con lo streaming completamente gratuito sul canale youtube dedicato, con dirette dal venerdì alla domenica nelle settimane in cui si disputano i tornei Open e Master della lega di Padel più importante al mondo.

IN ITALIA –Dal weekend del 5 e 6 ottobre partirà a Roma la terza edizione della Vueling Padel Cup, il torneo amatoriale che mette in palio due biglietti aerei omaggio andata e ritorno (per primo e secondo classificato) verso una delle 40 mete europee operate da Fiumicino. Tutto ciò è reso possibile dalla compagnia aerea Vueling, che per il terzo anno sostiene la manifestazione dilettantistica. Lo scorso anno nei sei weekend di gara si contarono circa 1000 partecipanti e anche per l’edizione 2019 ci si aspetta una grande affluenza. Ecco il calendario dell’evento con le relative strutture ospitanti:

  • 5/6 ottobre: Aurelia Padel
  • 19/20 ottobre: Queen Padel Roma Club
  • 2/3 novembre: T.C. San Giorgio
  • 16/17 novembre: Bailey Padel Club
  • 30 novembre e 1°dicembre: Paddle Clan Hill 23
  • 14/15 dicembre: Master Finale – Villa Pamphili Padel Club

A cura di Massimiliano Mingrone

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Thomas Fabbiano, piccolo è bello

Elogio di Thomas Fabbiano, centosettantré centimetri da San Giorgio Jonico. E di come ha saputo abbattere una serie di giganti

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Non credete alle favole, e nemmeno alla mitologia: nella vita di tutti i giorni, il povero Davide le becca di brutto da Golia, prepotente e tracotante. Sempre. O quasi… Già, perché di tanto in tanto succede che il mondo si ribalti, e che il piccoletto le suoni ben bene al gigante: quando accade, è chiaro, la cosa fa discutere, e in ambito giornalistico usa dirsi che ‘fa notizia’ (l’uomo che morde il cane, insomma). E se poi il fatto si ripete più di una volta, sempre col medesimo protagonista, beh, allora diventa necessario soffermarsi un attimo sulla questione, e provare ad approfondirla. Per farla breve: vogliamo parlarvi di Thomas Fabbiano, non statuario tennista tarantino – di S. Giorgio Jonico – dal… basso dei suoi 173 centimetri, 30 anni, ormai da un paio di stagioni veleggiante attorno alla centesima posizione del ranking mondiale – col picco della 70esima piazza nel settembre 2017.

Cominciamo col dire che negli Slam, da quando li frequenta, un paio di turni li passa quasi regolarmente: e con scalpi di un certo rilievo, come Wawrinka a Wimbledon 2018, Tsitsipas a Wimbledon 2019, Thiem agli US Open 2019. Non male davvero, ma non è nulla – paradossalmente – rispetto a quanto stiamo per raccontarvi. Fermi tutti però: prima vi diciamo (così, tanto per scaldare l’atmosfera) di un paio di nanetti che, in sport e tempi diversi, hanno fatto gridare al miracolo.

Il primo è Tyrone Bogues, per tutti la Pulce, che denunciando la bellezza di 159 centimetri di statura seppe far faville nientemeno che nella NBA di basket, una ventina di anni or sono. Ancora raccontano di quando stoppò il mitico Pat Ewing (2,13) in uno dei suoi consueti tentativi, solitamente coronati da successo, di schiacciata a canestro nel match fra Hornets e Knicks, anno di grazia 1993: ed oltre a questa leggendaria, chiuse la carriera con ben altre 38 stoppate (!?). Per darvi un’idea: quando giocava a Washington, il maggior divertimento dei fotografi era di metterlo accanto al compagno Manute Bol, che stazzava 2,31… Fate i conti: 72 centimetri di differenza!

 

Passiamo al calcio: Giovanni Tedesco, tamburino palermitano da 1,70, è stato per diverse stagioni all’inizio degli anni ’90 il centrocampista che segnava più gol nel campionato italiano. E l’80% buono li faceva di testa, saltando sopra marcatori di una spanna o due più alti… Arrivava quatto quatto nei pressi dell’area, a luci spente, specie sui calci piazzati: i difensori se lo perdevano – anche perché tenevano d’occhio i marcantoni avversari, mica lui – salvo ritrovarselo all’altezza del secondo palo già… in cielo, dopo un ‘terzo tempo’ da Space Jam (a proposito di pallacanestro). Lo ricordano con nostalgia in particolare a Perugia, dove era una specie di mascotte – nonché, poi, amatissimo capitano – con la sua trentina di reti in un quinquennio.

Può bastare: e ora torniamo al buon Tommasino. Australia, gennaio scorso: come al solito ci si squaglia dal caldo, ma il pugliese è abituato (e che je fa, a lui?). Fa subito fuori Kubler, per trovarsi al secondo turno con una sfida impossibile: Reilly Opelka, emergente omaccione statunitense, una specie di Hulk coi suoi 211 cm. Vederli vicini, a rete prima di cominciare, provoca un sorriso e un senso di smarrimento fra noi tifosi tricolori: poverino, ora se lo mangia vivo…Bum bum bum, ace su ace (alla fine saranno 67!), diversi ‘perfect game’, roba da ammazzare un bue: macché, il piccolo sta lì buono buono senza fare una piega, smonta l’avversario pezzo per pezzo, e dopo 5 set si guadagna il meritato trionfo. Caspita, che impresa! Dopo inciamperà in un ispirato Dimitrov, e pace…

Thomas Fabbiano e Reilly Opelka – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Cambiamo scenario: i sacri prati londinesi qualche mese più tardi, dove Fabbiano si trova regolarmente a suo agio. Comincia col dare la più grossa delusione stagionale a Tsitsipas, che non è di taglia ridotta neanche lui, vendicando fra l’altro la sconfitta di dodici mesi prima. Ed ecco che gli si para di fronte una seconda sagoma inquietante: è quella di Ivo Karlovic, altro mancato cestista. No, non ce la può fare, quel tipaccio viaggia costantemente oltre i 220 all’ora alla battuta, i miracoli non si ripetono… Chi l’ha detto? I soliti 5 set, i soliti giochi (diversi) senza vedere boccia, la solita tela di ragno intessuta pian piano attorno alla cavalletta, che alla lunga rimane avviluppata senza via di scampo: fantastico! Poi lo impallinerà Verdasco, ma tutto sommato cosa importa?

Per noi Thomas è un mito. Ci piace pensare che d’ora in poi insegua due obiettivi, anzi tre (l’ultimo a lungo periodo): nell’immediato, trovarsi dinanzi ad Isner in uno Slam e ribaltare pure lui, per completare… il grande Slam degli oversize. Quindi giocarsela vis à vis con Schwartzman in un duello rusticano, per il simbolico titolo di campione del mondo dei tennisti tascabili. Ma soprattutto, diventare prima o poi il numero uno di Taranto e dintorni: e qui sta l’impresa più ardua, perché in testa alla classifica siede incontrastata Robertina Vinci. Come che sia, intanto il nostro può vantarsi di esser finito in un assunto proverbiale – il nostro, quanto meno- che recita: per battere di sicuro i giganti, o sei uno dei top 3 o sei Fabbiano.     

Renato Borrelli

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2019, il tennis a febbraio: Kyrgios batte Nadal sulle ali della follia

Ad Acapulco va in scena una delle partite dell’anno. Nick, sull’orlo del ritiro dopo mezz’ora, batte Rafa al termine di duecentodieci minuti di show e polemica. “È un grande campione ma da lui non devo imparare nulla”

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Kyrgios è pazzerello; è spettacolare; però è antisportivo; eppure è d’animo candido; ma è sprecone; ce l’avessi io il suo talento; è un campione; nondimeno è privo di zucca. E mi si scusi la punteggiatura claustrofobica, roba che Vincenzo Rabito in Terra Matta, ma non siamo nemmeno vicini all’arrivo. E ci mancherebbe altro, potremmo esaurire il numero di battute necessarie a questo articolo limitandoci a pescare dall’ampissimo recinto popolato dai fantasmagorici aggettivi che negli anni sono stati appiccicati alla schiena di crazy Nick.

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No need for a commentator when Nick’s on court😝 . #tennis #tennistv #atp #atptour #stnicholasday #kyrgios #nickkyrgios

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Affidatevi al dizionario che più vi piace, ma non dimenticate di accordarvi sull’unico attributo che paradossalmente – paradossalmente per l’ovvia natura dell’attributo medesimo – ha negli anni grossomodo unito tutti coloro che hanno avuto l’ardire di commentarne le gesta: divisivo. Kyrgios è divisivo. Lo si ama, lo si odia. Bianco o nero, Uomini e No. La zona grigia, tinta tipica delle varie forme di diplomazia, dalle parti di Canberra non è d’uso. Kyrgios separa chiunque, in apparenza persino i cosiddetti esperti, “gli addetti ai lavori”, quelli che ne capiscono, i quali si trincerano volentieri dietro a un guelfoghibellinismo di facciata lucrando notevoli dividendi professionali, poiché il soggetto è garanzia di ciccia costante utile a sfamare le fameliche rotative: sai che noia scrivere solo di Djokovic e Nadal? Ché poi di Nole e Rafa si scrive per forza, con tutto quello che hanno vinto, ma se non avessero vinto nulla su di loro si sarebbe sprecato ben poco inchiostro. Nick no, Nick è diverso, diciamo e dicono: anche se fosse centonovanta al mondo, di lui si scriverebbe lo stesso. Perché lui è Nick.

Dell’altro, quello appena citato, Rafa Nadal insomma, non fosse il fenomeno conclamato che è, si potrebbe dire che quasi quasi sia il negativo di Kyrgios. La costanza, carentissima nel variabile australiano, è merce sovrabbondante nel magazzino di Manacor, dove insieme a chili di pazienza, alle chele mancine, ai banana-shot e alla cattiveria agonistica c’è spazio per diciannove trofei dello Slam, quelli che Kyrgios, “se non mette la testa a posto”, con ogni probabilità non vincerà mai. Ai suoi seguaci, non pochi, poco importa: perché basta una settimana da Nick ogni tanto per rinfocolare l’amore.

Ad Acapulco, nel mese di febbraio, gli astri si mettono in ghingheri per l’occasione: Kyrgios arriva in Messico con appena due partite vinte in stagione, un’eliminazione al primo turno nel Major di casa e la poco edificante etichetta di numero settantadue al mondo, peggior classifica da quando, cinque anni prima, stupì il destino Nadal e il mondo centrando i quarti a Wimbledon da wild card diciannovenne e il primo accesso in carriera tra i primi cento giocatori della classifica.

Al primo turno trova Andreas Seppi, altro simbolo degli inquieti, forse, ma non è detto, dormiveglia di Kyrgios; l’inappuntabile professionista di Caldaro, quello che qualche tempo prima lo aveva rimontato cacciandolo da Melbourne. Stavolta Nick avanza in due, per prenotare il secondo turno atteso dai molti turisti affollanti quello che Fabio Fognini definì il resort più bello del mondo: ad aspettarlo c’è Rafa, manco a dirlo, ma l’esito della tenzone sembra presto scritto. Per il fenomeno da Manacor pochi problemi e primo set facile, sei-tre in trentacinque minuti con break nel sesto gioco e Kyrgios impotente. Stralunato, sballottato, incapace di trovare contromisure adeguate, egli si appella addirittura al trainer, mentre sembra in procinto di rendere l’anima.

Non riesco a giocare – dice al medico – ma provo ancora un paio di game”. Ne giocherà altri ventisei, e starà in campo per altre tre ore circa. Tra una mazzata di dritto e un servizio drop-shot con Nadal sempre più periferico in risposta, Kyrgios la rimette in sesto pur ostentando l’espressione facciale di chi non ne ha per molto. Si affanna, abusa degli attrezzi del mestiere, usa la racchetta a mo’ di stampella e soffre le pene dell’inferno senza l’ausilio della prima di servizio, ma annulla quattro palle break potenzialmente letali nel nono gioco e si produce in un tie break meraviglioso forzando al terzo l’ormai tesissima contesa.

La partita di tennis, appena un secondo turno in un torneo 500 di febbraio, sfuma i propri contorni espandendosi in rissa, solo metaforica perché Nadal è uomo dal carattere piuttosto mite. Kyrgios, uno spettacolo di per sé: tira vincenti da ogni posizione spostandosi il meno possibile, aizza i tifosi, si porta le mani alle orecchie reclamando ovazioni e ricevendo in cambio fischi e ululati da un pubblico sempre più pendente dalla parte del baleárico. Più volte sull’orlo del collasso, Nick cammina in equilibrio sul cornicione a lungo, salva cinque pericolosissime palle break in un sesto gioco da sedici punti e quindici minuti trascinando il carrozzone a un nuovo tie break, che è il perfetto epilogo di un dramma in feltro rispettabile. Con i nervi ormai in piena ribellione Rafacito si arrampica sul seitre, ha tre match point a disposizione, ma Kyrgios gli annulla i primi due con palla corta vincente e temeraria volée che colpisce il nastro prima e la riga poi, mentre il terzo se lo divora la leggenda tirando largo un rovescio lungo linea.

Pietrificato, Nadal commette doppio fallo e poco dopo spara lungo un altro rovescio, stavolta incrociato, consegnando la partita nelle mani dell’infervorato avversario. Seguiranno una stretta di mano ai limiti del protocollare e due conferenze che si faranno ricordare. Rafa Nadal, per molti anni epitetato Rafa Banal nelle sale stampa di mezzo mondo a causa, mettiamola così, dell’eccessiva misura con cui da sempre calibra le proprie esternazioni, rosica e si lascia andare. “Kyrgios ha fatto il suo show, giocato bene e oggi ha vinto. Non credo sia un cattivo ragazzo, ma dovrebbe portare più rispetto per il pubblico, l’avversario e soprattutto per sé stesso”. Kyrgios, che all’inizio aveva persino provato a essere galante – “Rafa è un campione incredibile, felice di averlo battuto” –, una volta reso edotto dai giornalisti non impiega molto a sbroccare: “Ciò che dice non mi interessa e non avrà alcuna influenza su di me”.

Nick Kyrgios, il tizio che dopo mezz’ora stava per ritirarsi, finirà per passare sul centrale dell’Abierto Mexicano ancora un bel po’ di tempo: batterà al tie break del terzo anche Stan Wawrinka e John Isner con menzione d’onore per il quarto con lo svizzero, legato a Nick da un rapporto burrascoso, perdonerete l’incauto eufemismo, originato dal famoso match di Montreal 2015, quando il ribelle di Canberra commentò a voce altina i trascorsi sessuali di Donna Vekic, all’epoca neo-fidanzata del vodese.

In finale, Kyrgios avrà la meglio su Sascha Zverev nell’incontro paradossalmente più facile della settimana, conquistando il quinto trofeo in carriera non prima di aver salutato da par suo i tifosi di Nadal. “Dove si sono cacciati? Avranno preso un volo per Indian Wells” riferisce ai giornalisti dopo l’ennesima maratona vinta sull’amico, lui sì, John Isner. Già, Indian Wells, il primo Mille stagionale che si sarebbe giocato di lì a dieci giorni e da cui Nick, ça va sans dire, sarebbe stato eliminato al primo turno, le sue gemme essendo destinate a essere rare per statuto e forse per questo ancora più attraenti, poiché di solito confezionate in modo tale da farsi ricordare. “Non farò mai nulla di giustificabile”, diceva un poeta portoghese che meriterebbe maggior fama. Tu che dici, Nick?

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Intervista a Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Quattro chiacchiere con il presidente del circolo pratese, tra soddisfazione e qualche proposta di riforma, quando sono appena iniziate le Finali di Serie A1 a Lucca

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Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Al Palatagliate di Lucca sono appena iniziate le finali di Serie A1 di tennis, competizione che accompagna gli appassionati della racchetta in questi mesi di letargo dei Tour ATP e WTA. Al femminile si affronteranno il TC Prato e il TC Genova, mentre al maschile la sfida-scudetto sarà tra lo Sporting Club Selva Alta Vigevano e il CT Messina. Alla vigilia del grande appuntamento abbiamo intervistato il presidente del TC Prato, Riccardo Marini, ovviamente molto entusiasta per i risultati delle proprie ragazze.

La squadra femminile è più amalgamata rispetto a quella maschile. Formata da ragazze molto legate tra di loro, si compensano e sono complementari. Indipendentemente da come andrà in finale penso che il bilancio sia estremamente positivo. Mi fa piacere non solo per i risultati tennistici ma anche proprio per questa unione tra le ragazze. Lo sport deve essere un veicolo per la vita, sia per il presente che per quello che faranno una volta terminata l’attività agonistica. Io credo che il bilancio dunque sia positivo sotto entrambi gli aspetti, agonistico e umano.”

Marini non vuole assolutamente far mancare il suo sostegno alla squadra e sarà sugli spalti a tifare insieme agli altri appassionati. “Sarò presente sia venerdì pomeriggio che sabato, anche se ovviamente sabato mi auguro di andarci con uno spirito un po’ più sollevato rispetto alla trepidazione per la prima giornata (ride, ndr)”. Il risultato di 1-1 maturato dopo le prime due sfide ha invece lasciato intatta questa trepidazione. Come il presidente, anche la città di Prato ha risposto presente all’appello, approfittando della vicinanza con la sede delle finali (il nostro inviato ci ha raccontato che i pratesi, nella prima giornata, hanno superato in numero i genovesi sugli spalti).Al circolo c’è molto fermento e molta attesa. Credo anche che ci sarà una grossa transumanza verso Lucca, visto che è facilmente raggiungibile per noi. Anche Genova non è lontana in realtà quindi il pubblico avrà sicuramente un peso importante”.

 
La squadra femminile del TC Prato, qualificata per le finali del campionato di A1

Se le ragazze sono riuscite a guadagnarsi la possibilità di portare a casa il sesto scudetto della storia del circolo, altrettanto bene non hanno fatto i componenti della squadra maschile, addirittura retrocessa in A2. Il punto fermo da cui ripartire però è già chiaro nella mente del presidente: puntare sui giovani del vivaio. “La squadra femminile è giovanissima e composta da molte giocatrici che vengono dal vivaio. Penso che possa avere ancora molta prospettiva davanti a sé, mentre di quella maschile dovremo discutere un po’. Forse è una squadra giunta a fine percorso, perciò per l’anno prossimo proveremo a mettere su una squadra giovane e di prospettiva, anche se magari non si vedranno i risultati nell’immediato.”

A spingere Marini verso questa direzione è anche una certa interpretazione “romantica” del campionato di Serie A, che dovrebbe, secondo lui, contare un po’ meno sull’apporto di professionisti di alto profilo, ingaggiati ad hoc. “Se devo muovere una piccola critica all’attuale sistema della Serie A, riguarda il sistema del reclutamento degli stranieri o di grandi nomi. A volte preferirei far giocare solo gente appartenente ai circoli. Quando si gioca per il circolo, credo l’attaccamento al circolo debba essere qualcosa di più del gettone che si riceve. Noi l’anno prossimo punteremo moltissimo sul vivaio, in modo da far giocare ragazzi che sono nati e cresciuti da noi.”

Più in generale, il presidente del TC Prato vorrebbe modificare un po’ l’attuale formula della Serie A, che rischia di non garantire sempre uno spettacolo opportuno e di alto livello, oltre ad impegnare i circoli in lunghe trasferte consecutive. “La formula forse è un po’ da rivedere. Viene fatta alla fine della stagione perché giustamente i giocatori e le giocatrici più forti sono impegnati nei tornei internazionali e ci sono poche alternative. Giocare incontri andata e ritorno, magari con trasferimenti anche lunghi, è pesante. Visto che spalmare gli incontri durante l’anno è difficile, si potrebbero organizzare dei gironi in sede neutra, come nella Davis di ora. Forse facendo così si attirerebbe più interesse. Altrimenti si rischia di trovarsi a giocare un incontro già certi di essere promossi o eliminati e allora si mandano le seconde linee invece dei giocatori più forti, anche lo spettacolo non ne beneficia. A me la nuova Davis piace, ovviamente bisogna aggiustare un po’ il tiro e sistemare alcune cose, ma concettualmente non mi dispiace. Probabilmente diciotto squadre sono troppe o sono troppi pochi i giorni, ma penso possa attirare più interesse rispetto a prima. La stessa formula si potrebbe applicare anche alla Serie A”.

Gestire un circolo e mantenere due squadre di alto livello richiede uno sforzo economico non indifferente e, nonostante il buon lavoro dell’amministrazione, gli sponsor non sempre sono sufficienti.Gli sponsor non coprono l’intero costo della Serie A. C’è da dire che noi quest’anno eravamo uno degli unici tre circoli in Italia ad avere due squadre di A1, femminile e maschile, il che moltiplica le spese. Il prossimo anno probabilmente sarà dunque un anno di transizione per noi anche perché la squadra maschile andrà rifondata, puntando molto sui giovani.”

Oltre all’attività in Serie A, il circolo pratese ospita anche un prestigioso torneo junior, che vanta nel suo albo d’oro nomi di assoluto valore, da Roger Federer a Kim Cljisters, passando per la finale del 2013 tra Sascha Zverev e Daniil Medvedev. Nel 2019, Marini e gli altri dirigenti hanno ritoccato un po’ la struttura dell’evento per contrastare la concorrenza degli altri tornei:L’edizione di quest’anno penso sia stata migliore delle precedenti, perché abbiamo modificato un po’ la formula. Abbiamo ridotto il tabellone da quarantotto giocatori a trentasei e abbiamo disputato le finali sabato anziché domenica. Essendoci molti tornei in settimane consecutive, i giocatori migliori sono magari portati più facilmente a saltare quelli della nostra categoria. Giocando un giorno in meno sono più invogliati a partecipare invece”.

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