World Padel Tour, profili: Belasteguin/Lima e le gemelle Alayeto

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World Padel Tour, profili: Belasteguin/Lima e le gemelle Alayeto

Torniamo a parlarvi del padel. Perché il seguito di questa disciplina cresce con costanza, e perché tra poco si giocherà un torneo importante in Italia

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Pablo Lima e Fernando Belasteguin

È con grande piacere che su Ubitennis riprendiamo a parlare di padel, lo sport che ha rivoluzionato la vita degli spagnoli e che, giorno dopo giorno, sta conquistando stelle del calcio mondiale e dello spettacolo nonché migliaia di italiani. Negli articoli che pubblicheremo nei prossimi mesi non vogliamo illustrarvi le regole del gioco, né parlarvi delle partitelle fra Totti e compagni, ma vogliamo portarvi nella massima lega del padel mondiale (il World Padel Tour), l’equivalente di ATP e WTA nel tennis, e farvi conoscere le coppie più forti di questo sport sia a livello maschile che femminile. La nostra nuova rubrica, “Profili”, è dedicata infatti ai professionisti del World Padel Tour, anzi alle coppie di professionisti, essendo il padel, a differenza del tennis, uno sport dedicato esclusivamente al doppio.

Oggi vi presenteremo le due coppie che rappresentano la storia passata e recente del circuito maschile e femminile, rispettivamente Fernando Belasteguin e Pablo Jose Lima, e Maria Jose e Maria Pilar Sanchez Alayeto, cioè le coppie ex numero uno del mondo che hanno ceduto lo scettro rispettivamente nel 2018 a Daniel Carlos Gutierrez e Maximiliano Sanchez e nel 2019 a Marta Marrero e Marta Ortega.

Fernando Belasteguin: il Messi del padel

Per inaugurare la nostra rubrica non potevamo che iniziare dalla “Storia” di questo sport, passato, presente e futuro del padel mondiale, Fernando Belasteguin, meglio conosciuto come ‘la Leggenda di Pehuajo’ o ‘il Messi del padel’ (soprannome affibbiatogli dal mitico Cruyff), o più semplicemente ‘il Bela’.

Nato e cresciuto a Pehuajo, piccola città argentina nella provincia di Buenos Aires, il 19 maggio 1979, il Bela, altezza 180 cm per 80 kg di peso, è un destro e nel 10×20 (le misure del campo di padel) occupa da sempre la parte sinistra (posizione cambiata di recente), anche conosciuta come quella del vantaggio nel tennis, la posizione dedicata nel padel, teoricamente, a colui che dovrebbe finalizzare il punto. Anche se lo stesso Bela più di una volta ha detto di non avere dei colpi spettacolari, a detta dei suoi colleghi si conosce dell’esistenza di alcuni colpi solo dopo averli visti eseguire dalla leggenda di Pehuajo. Belasteguin è il giocatore di padel più completo: i suoi colpi marchio della casa sono il pallonetto e il gancio (una via di mezzo tra uno smash piatto e una bandeja, il colpo interlocutorio del padel che non trova un equivalente nel tennis). Non si può parlare di Belasteguin senza citare gli innumerevoli record che ha ottenuto nella sua carriera sportiva:

 
  • 16 anni consecutivi chiusi come numero uno del ranking mondiale (13 con Juan Martin Diaz e gli ultimi 3 con Pablo Lima)
  • il più giovane atleta a diventare numero 1 al mondo, a 22 anni (ha debuttato come professionista all’età di 15 anni, nel 1995)
  • 63 vittorie consecutive in tornei ufficiali, cioè 22 tornei vinti di fila in 1 anno e 9 mesi (settembre 2005 – maggio 2007) senza sconfitte (in condivisione con Juan Martin Diaz)
  • 372 match disputati (339 vittorie, 33 sconfitte, dati aggiornati al Master di Cascais, settembre 2019)
  • rappresentando l’Argentina, ha vinto cinque campionati mondiali, l’ultimo dei quali nell’edizione del 2016 a Lisbona (Portogallo)

Pablo Jose Lima: il cannone di Porto Alegre

Nato e cresciuto a Porto Alegre, Brasile, l’11 ottobre 1986, altezza 180 cm per 75 kg di peso. Pablo è un mancino (zurdo in spagnolo) e nel 10×20 occupa la parte destra, anche conosciuta come quella del pari nel tennis, la posizione dedicata nel padel, teoricamente, a colui che dovrebbe costruire il punto e, solitamente, dedicata ai mancini. I suoi colpi marchio della casa sono il rovescio a due mani e la pegada/remate (tutti colpi che ribalzano violentemente prima nel campo avversario e poi sulla parete di fondo, terminando fuori).

Prima di iniziare l’avventura con Bela nel 2015 e diventare numero uno nel ranking mondiale WPT, Pablo è stato per molti anni consecutivi numero 2 al mondo, cercando di detronizzare Bela e Juan Martin Diaz. Come il Bela, anche Pablo inizia a dedicarsi al padel all’età di nove anni per diventare professionista nel 2004, ma è nell’anno 2008 che formando la coppia con il connazionale Jardin inizia a ottenere grandi risultati diventando la rivelazione della stagione. I migliori risultati di Lima arrivano nel 2009, vale a dire dall’unione con lo spagnolo Juani Mieres assieme al quale inizia il braccio di ferro tra i due aspiranti al trono e i re della storia di questo sport, Bela-Diaz, culminato l’11 giugno 2014, data storica in cui i due “Principi del Padel” riescono a far abdicare i Re dopo dodici anni consecutivi di trono. La loro leadership al numero uno dura solo una settimana, prima che i Re riconquistino il trono, ma è rimasto sicuramente un evento magico.

I numeri della coppia Bela-Lima, separazione e nuovo percorso

Il destino di Belasteguin e Lima si è disgiunto proprio durante l’estate del 2019, ma non potevamo iniziare una rubrica dedicata a questo sport senza partire dalla dupla regina, capace di rimanere al numero uno del ranking mondiale per tre anni e otto mesi consecutivi, dal 2015 al 2018 quando i due hanno abdicato in favore degli argentini Daniel Carlos Gutierrez e Maximiliano Sanchez. Nei quattro anni insieme Fernando e Pablo hanno disputato 43 finali vincendone 35. Nella storia rimarrà la finale del Masters 2018, torneo in cui Belasteguin tornava in azione dopo quattro mesi di inattività dovuta all’infortunio e operazione del gomito destro.

Gli innumerevoli infortuni patiti negli ultimi anni da Belasteguin e la decisione di Lima di non vivere più a Barcellona (residenza di Fernando) sono stati probabilmente gli elementi decisivi nella involuzione del gioco della coppia, che ha portato Belasteguin a decidere di percorrere una nuova strada. L’ultima partita di Bela e Lima insieme è la finale del Master di Buenos Aires del 2019 terminata con il ritiro della coppia argentino-brasiliana a seguito di un infortunio al tallone del piede di Fernando sul punteggio di 5-5 primo set.

Dopo aver provato l’unione con dividersi giocatori del WPT, Pablo Lima ha deciso di unire le forze con il giovane e promettente spagnolo Alejandro Galan, già vincitore di quattro tornei del WPT e campione del mondo 2019 nel torneo a coppie. La strada sembra essere in discesa per questa dupla che al debutto ha vinto i primi due tornei disputati in sequenza e ha lasciato il segno anche nel Master di Cascais con il terzo titolo (trofeo conquistato battendo in semifinale proprio Belasteguin), che candida Pablo e Ale alla lotta per il numero 1 del ranking.

La scommessa di Fernando Belasteguin è stata invece molto più ardua. Infatti, il campione argentino non finisce di stupire dopo tutto quello che ha vinto e ha deciso di provare a tornare sul tetto del mondo unendo le forze con l’under 20 argentino Agustin Tapia, debuttante nel WPT nel 2018 in coppia con Juan Martin Diaz. Inoltre, Bela per questa unione ha deciso di cambiare posizione in campo giocando sul lato destro. Dopo i primi tre tornei questa unione ha portato già un grande titolo (decretando Tapia il più giovane vincitore di un torneo WPT, record sottratto al giovane argentino Franco Stupaczuk), il Master di Madrid, ottenuto battendo rispettivamente i numeri 2 del ranking Paquito Navarro e Juan Lebron in semifinale e i numeri 1 del mondo Daniel Carlos Gutierrez e Maximiliano Sanchez nella finalissima.

Le gemelle atomiche Alayeto

La natura le ha fatte nascere insieme, il padel non poteva separarle. Ecco perché Maria Jose e Maria Pilar Sanchez Alayeto sono una coppia fin dalla nascita. Le loro imprese sono raccolte nel loro sito ufficiale, dove raccontano la loro vita dentro e fuori dal campo.

Nate e cresciute a Zaragoza (Spagna), il 20 giugno 1984, ma residenti a Madrid, Majo e Mapi sono identiche quasi in tutto, ad eccezione dei due cm di altezza di differenza (Majo 175 cm, Mapi 173 cm) e della posizione in campo: reves (vantaggio o sinistra) per Majo, drive (parità o destra) per Mapi. I colpi marchio della casa sono per Majo lo smash piatto, mentre per Mapi sono la volée di rovescio e la bandeja. Entrambe giocano con la mano destra.

Le gemme Alayeto hanno conquistato nel padel tutto quello che si può vincere, a partire dalla posizione numero uno del ranking World Padel Tour, che occupavano già nel 2016 e poi riconquistata saldamente dal 2017 fino all’inizio della stagione 2019 (quando per una lesione Mapi ha dovuto lasciare per sei mesi il circuito rientrando solo nell’estate del 2019), passando per i titoli di campionesse d’Europa di coppia e per nazioni (2009) e del mondo per nazioni (2010, 2014, 2016, 2018) e per coppia (2018). Nel circuito di padel più importante al mondo, il World Padel Tour, Majo e Mapi nel 2017 sono state capaci di vincere nove titoli su dodici disputati (nove trofei su altrettante finali, di cui sette consecutivi), incluse le Finals di Madrid, per un totale di 39 match vinti su 41 giocati (26 vittorie consecutive).

Come molti giocatori e giocatrici anche le gemelle Alayeto hanno iniziato la loro carriera nel tennis e, sempre insieme in doppio, hanno conquistato il titolo di campionesse di Spagna. L’amore verso il padel scatta nel 2007, mentre nel 2009 entrano nel circuito professionistico del Padel Pro Tour (attuale World Padel Tour).

Il superclassico del padel mondiale al femminile

La lotta contro la coppia formata dalle connazionali Alejandra Salazar e Marta Marrero è stata la rivalità più accesa degli ultimi anni nel circuito professionistico femminile, culminata nel 2016 quando Salazar e Marrero sono riuscite a scavalcare le gemelle in testa alla classifica mondiale. All’inizio del 2017, nel quarto torneo della stagione, in quel di Valladolid, la finale proprio tra le gemelle e le acerrime rivali si risolse in modo inaspettato, con l’infortunio di Salazar e il suo conseguente abbandono. L’infortunio della madrilena risultò più grave del previsto, obbligandola a saltare il resto della stagione e lasciando Marrero di fronte alla scelta di trovare una nuova compagna di squadra. Unendo le forze con l’argentina Catalina Tenorio, Marta riuscì ad arrivare cinque volte in finale, quattro di queste contro le gemelle, ma non riuscì mai a vincere un titolo. La conseguenza di questi eventi portò Majo e Mapi di nuovo sul tetto del mondo.

Nel 2018 Salazar è rientrata dall’infortunio e, in coppia nuovamente con Marta Marrero ha riacceso la sfida infinita contro le gemelle terribili con otto scontri diretti (di questi sette finali e una semifinale, sei successi per Marrero/Salazar tutti in finale e due vittorie per le Alayeto). Anche il 2018 è stata una grande stagione per le gemelle Alayeto, con cinque titoli complessivi, sufficienti per respingere l’attacco di Salazar e Marrero e chiudere la stagione al numero uno del ranking. Nel 2019 è stato superato l’equatore della stagione e Mapi è finalmente rientrata in campo conquistando già la prima semifinale. Siamo certi che le gemelle Alayeto torneranno presto alla vittoria e che daranno vita a grandi battaglie. Purtroppo non potremo più assistere al superclassico contro Salzar e Marrero dato che le due rivali hanno deciso di sciogliere il loro team alla fine dello scorso anno, ma sicuramente la battaglia sarà intensa tra le gemelle e le rispettive coppie che Salazar e Marrero hanno formato all’inizio del 2019.

Appuntamenti con il padel da segnare in agenda

Il grande Padel internazionale sarà di scena in Italia dal 4 al 9 novembre: al Bola Club di Roma andranno infatti in scena i campionati europei con la Spagna grande favorita e un lotto di pretendenti al trono tra cui l’Italia padrone di casa, il Portogallo sempre più presente anche nel WPT e la Francia che ben si comporta nel panorama europeo e mondiale.

Non perdete di vista i prossimi articoli – pubblicheremo circa con cadenza mensile – sul World Padel Tour perché a fine stagione verranno annunciate le località che ospiteranno i tornei della prossima stagione. Già è noto che Roma sarà tappa ufficiale del WPT nel 2020 ma ancora non si conoscono le date e la sede. Inoltre, il World Padel Tour non vi abbandona mai con notizie puntuali sul sito ufficiale, sui canali social di Facebook e Instagram e con lo streaming completamente gratuito sul canale youtube dedicato, con dirette dal venerdì alla domenica nelle settimane in cui si disputano i tornei Open e Master della lega di Padel più importante al mondo.

IN ITALIA –Dal weekend del 5 e 6 ottobre partirà a Roma la terza edizione della Vueling Padel Cup, il torneo amatoriale che mette in palio due biglietti aerei omaggio andata e ritorno (per primo e secondo classificato) verso una delle 40 mete europee operate da Fiumicino. Tutto ciò è reso possibile dalla compagnia aerea Vueling, che per il terzo anno sostiene la manifestazione dilettantistica. Lo scorso anno nei sei weekend di gara si contarono circa 1000 partecipanti e anche per l’edizione 2019 ci si aspetta una grande affluenza. Ecco il calendario dell’evento con le relative strutture ospitanti:

  • 5/6 ottobre: Aurelia Padel
  • 19/20 ottobre: Queen Padel Roma Club
  • 2/3 novembre: T.C. San Giorgio
  • 16/17 novembre: Bailey Padel Club
  • 30 novembre e 1°dicembre: Paddle Clan Hill 23
  • 14/15 dicembre: Master Finale – Villa Pamphili Padel Club

A cura di Massimiliano Mingrone

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Australian Open

Federer + Fognini + Coco Gauff. Wang e la prima tennista araba in ottavi: un cocktail pazzesco

MELBOURNE – Serena Williams: addio allo Slam 24 per sempre? L’imbarazzo di Naomi Osaka. “Perdere da una bambina di 15 anni…”. Fognini sarà la volta buona? Sandgren non è Djokovic né Berdych. Federer rischia con Fucsovics se non recupera dalla maratona

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da Melbourne, il direttore

Giovedì non era successo granché, ove si eccettui per i nostri patri confini la vittoria di Camila Giorgi su Kuznetsova. In questo venerdì, che si è concluso con un’epica vittoria di Federer dopo oltre 4 ore di tennis e dopo la mezzanotte locale e un finale da infarto per Mirka e i suoi tifosi che l’avevano visto ormai battuto sul 4-8 del long tie-break finale, è invece successo di tutto.

Se quel John Millman che lo aveva già battuto a Flushing Meadows due anni fa, non si fosse fatto assalire dal braccino, e al contempo invece Roger non avesse smesso di sbagliare lo sbagliabile, avremmo dovuto raccontare di un’altra grande sorpresa, dopo tutte quelle che erano successe prima. E alle quali darò la precedenza, senza però trascurare la grande soddisfazione per il bel risultato di Fabio Fognini qualificatosi per la terza volta agli ottavi di questo torneo e con alle viste un match difficile ma non impossibile con l’americano Tennys Sandgren.  Non è sempre, insomma, il caso di dire “Mai una gioia!”.

 

Tuttavia comportiamo da gentiluomini, su Federer e Fabio ovviamente torneremo a lungo più da basso e diamo precedenza a quanto accaduto prima nell’arco di una giornata densissima. Ladies first, dunque.

Fuori Serena Williams, fuori Naomi Osaka, fuori Caroline Wozniacki, fuori Madison Keys. Tre campionesse di Slam le prime tre, ancorchè tutte vittoriose in Australia, e una finalista all’US Open 2017 la quarta, nonché numero 11 del mondo.

La prima, Serena, con la più forte delle tante Wang: lei, Qiang, è la n.29 del mondo ma sono ben 7 le Wang nella classifica WTA (piazzate a n.51, n.134, n.153, n.514, n.553, n.833), ma comunque si tratta di una ragazza cinese di 28 anni di Nanjing cui a New York Serena aveva lasciato un solo game in meno di tre quarti d’ora. Cosa sia accaduto in 4 mesi non è facile spiegare. Di certo non lo ha fatto la timidissima, ma anche dolcissima Qiang Wang: “A New York mi ero resa conto che lei era troppo più potente perché io potessi competere. Allora ho lavorato tanto, partite di tennis sempre di almeno tre ore sul campo, tanta palestra” spiega con un sorriso, anche se le sue braccia restano magre, la metà di quelle di Serena. Il cui assalto allo Slam n.24 e al record di Margaret Court (che viene ufficialmente e dichiaratamente onorata solo per il tennis e stigmatizzata per le sue esternazioni) è rinviato a data da destinarsi. Improbabile quella del Roland Garros. Serena stessa si è data il possibile appuntamento con la vittoria record “negli ultimi due Slam dell’anno”.

La seconda ragazza è Naomi campionessa in carica e n.3 del mondo “imbarazzata” (così si è dipinta lei stessa) per essere stata sbattuta fuori in 2 set senza troppa storia (6-4 6-3) da una ragazzina di 15 anni, anche se quella ragazzina è un fenomeno che si chiama Coco Gauff ed è già una realtà del tennis. Forse l’imbarazzo a Naomi le è sceso addosso anche a seguito dei 30 errori gratuiti commessi in 66 minuti, quasi uno ogni due minuti, il che – considerate le pause fra un punto e l’altro e le soste ai cambi di campo, significa più di uno al minuto. Alla fin fine sono numeri simili, negli errori, a quelli di Serena che se ne è concessi la bellezza di 56, ma è stata in campo più del doppio di Naomi e Coco: 2h e 41 m.

La terza, Sweet Caroline, ha dato l’addio al tennis quando meno se lo aspettava per mano della prima tennista araba mai giunta in ottavi a uno Slam, Ons Jabeur che ricordo tanti anni fa junior assai promettente per via del sopraffino tocco di palla (e del coach italiano Luca Appino), ma allora seriamente limitata dall’evidente sovrappeso. Qui Caroline aveva vinto l’unico Slam due anni fa. Nel corso delle precedenti 67 settimane al vertice WTA non si era mai smesso impietosamente e implacabilmente di ricordarle che una vera n.1 non poteva non vincerne almeno uno. E proprio a Melbourne nel 2018 si infranse il maledetto tabù. Giocando sempre nel suo modo, correndo, rincorrendo, recuperando tutto e di più, facendo sempre meno vincenti ma anche meno errori delle altre. Una ragazza dolce, benvoluta da tutte le avversarie, forti e meno forti: non è cosa che accada tanto di frequente fra le ragazze in questi ambienti super-competitivi e in uno sport così individuale, dove ognuna fa corsa a sé.

La quarta, Madison, ha evitato suo malgrado quello che sarebbe stato un doppio pianto greco cedendo il passo alla Sakkari nel giorno in cui l’idolo di 300.000 greci residenti nell’area di Melbourne – è la seconda città greca del mondo dopo Atene – Stefanos Tsitsipas, giustiziere un anno fa di Federer e semifinalista ridimensionato da Nadal, non è riuscito a strappare neppure un set (7-5 6-4 7-6) né a conquistare anche una sola palla break al canadese Milos Raonic: una vera tragedia greca per una grande gioia canadese dopo l’avvio iper-frustrante di questo Slam che aveva visto finire al tappeto subito sia Shapovalov sia Auger-Aliassime. Il vecchio Milos – anche se ha solo 28 anni è sempre stato così perseguitato dagli infortuni conseguenti alla postura per via di una gamba un tantino più lunga dell’altra – dai tempi della finale raggiunta a Wimbledon quando batté Federer in semifinale nel 2016 era stato più spesso “incerottato” che a posto. Già questo risultato lo rimette in corsa, rappresentante della vecchia guardia canadese al cospetto dei giovani rampanti, un po’ come lo è oggi Fabio Fognini di fronte a Berrettini e Sinner che venivano quasi più considerati di lui.

Così, dopo questo inciso sugli uomini, dall’alto in basso agli ottavi della metà alta del tabellone sono approdate Barty n.1 (che campeggia nei murales Fila di tutta la città e occupa stabilmente pagine su pagine su The Age e su The Herald Sun) e Riske n.18, Sakkari n.22 e Kvitova n.7, Gauff n.67 e Kenin n.14, Jabeur n.78 e Wang n.29. Fino a ieri erano in lizza al terzo turno tutte le prime 10 del mondo e non accadeva più da Wimbledon 2009 (e all’Australian Open dal 2007).

L’ insolito rispetto delle gerarchie è durato ben poco. E se da un lato è divertente assistere a delle sorprese, dall’altro una maggiore stabilità ai vertici – anche senza arrivare alle egemonie installate dai Fab Four nel tennis maschile – gioverebbe all’immagine del tennis femminile che l’ha persa invece proprio a causa dell’eccessiva turnazione nelle posizioni di maggior prestigio e rilievo. Se andaste dai meno appassionati del nostro sport e chiedeste loro chi sono le prime dieci tenniste del mondo, ma anche soltanto le prime cinque, sentireste pronunciare i nomi più disparati.

L’altro giorno Justine Henin – che sulla rentrée agonistica di Kim Cljisters mi aveva detto nel corso dell’incontro organizzato da Eurosport: “Non la capisco ma la rispetto…” prima di aggiungere al collega belga Yves Simon: ”Quando mio marito ha sentito la notizia mi ha detto: ‘Justine, a me non me lo fare questo scherzo eh’!” – “l’ideale per me, perché si torni a parlare di tennis femminile come una volta, sarebbe che nei grandi tornei arrivassero quasi sempre ai quarti le stesse sette giocatrici più una outsider. Quando in ogni Slam ogni volta cambia completamente lo scenario la gente resta disorientata, non capisce più chi sono davvero le vere campionesse”.

Un anno fa, quando qui aveva vinto il suo secondo Slam, pensai che Osaka sarebbe potuta diventare una leader, un personaggio carismatico. Non è stato così. Forse si dovrà attendere la futura e definitiva esplosione di Coco Gauff che già oggi fa parlare di sé più di qualunque altra top ten al di fuori di Serenona.

Naomi Osaka

IL PUNTO SUGLI UOMINI

La scelta di parlare prima delle donne è stata dovuta sia perché notoriamente sono… un vero gentiluomo, ma anche al fatto che i vari exploit di Raonic ai danni di Tsitsipas, del redivivo Cilic a spese di Bautista Agut dopo una furiosa battaglia di 5 set, di Sandgren – il giustiziere di Berrettini – sul connazionale Querrey sono arrivate in buona parte un po’ dopo e così ho potuto mettere nel frattempo un po’ di fieno in cascina, aspettando Fognini con Pella con qualche preoccupazione e – idem con patate – Federer con quel Millman che lo aveva battuto due anni fa all’US Open approfittando di una giornata di caldo spaventoso che, a sentir Federer l’altro giorno, “per poco non ci lascio la pelle”.

Beh, se temevo che Fognini potesse accusare il peso della fatica – due match consecutivi vinti 7-6 al quinto set con il nuovo tie-break a 10 è record – tutto mi sarei aspettato fuorché l’epico match cui hanno dato vita Roger Federer e John Millman. Oltre 4 ore di gioco, con un Federer decisamente sotto tono, costantemente a subire il tennis da fondocampo di Millman che spingeva sia di dritto sia di rovescio con una foga inaudita, e con lo svizzero che pareva proprio spacciato quando si è trovato sotto 8 punti a 4 nel tie-break cominciato subito patendo un mini-break nel primo punto. Sotto 3-0, poi 5-2, 7-4, 8-4 dopo un nuovo mini-break causato dall’ennesimo dritto sbagliato da Roger.

Sull’8-5 per Millman, l’uomo del mulino (l’ho già scritto e l’ho anche detto, ma mi piace l’idea dell’uomo del mulino che si batte come Don Chisciotte contro il testimonial del Mulino Bianco, perdonate la debolezza) ha due servizi a disposizione. Basta che ne tenga uno e va al triplo match point. Ma mentre a lui il braccio comincia a tremare un po’, quello di Federer – che fino al sesto punto del tie-break aveva commesso la bellezza di 82 errori gratuiti, improvvisamente sia pur remando e remando non sbaglia più. Sotto 8 a 4 infila una serie di 6 punti consecutivi e può sollevare le braccia al cielo con Mirka che non sembrava crederci più e pare sfinita anche lei dalle indicibili emozioni.

Chi ha visto la partita alla televisione si sarà a momenti infuriato per certi errori assolutamente non da Federer, ma alla fine si sarà ancora una volta persuaso che uno come lui non esiste. Si è salvato quando era sull’orlo del precipizio con la classe che ha, mentre il povero Millman non dimenticherà mai d’essere stato per cinque volte a 2 punti dalla vittoria più prestigiosa della carriera perché ottenuta davanti al suo pubblico e senza l’aiuto del caldo infernale di New York due anni fa e sicuramente non chiuderà occhio per chissà quante notti a venire.

Vedo che il nostro live ha “ispirato” 2.800 commenti! Not too bad direbbe Nole Djokovic, anche se il merito di questi va in gran parte alle 4 ore e passa di Federer-Millman. Non vale dire che con il tie-break tradizionale a 7 Millman lo avrebbe vinto 7-4 perché si è visto che gli ultimi punti sono quelli che possono far tremare un giocatore.. e l’altro no. Curioso semmai il ruggito della folla quando Millman ha conquistato il 7-4: molti devono aver creduto che la partita fosse finita. Millman aveva giocato ai limiti delle proprie possibilità fino al momento di chiudere, ma lì è…cascato l’asino, come mi diceva la mia vecchia professoressa di latino quando smarronavo nel fare una versione.

È facile vincere, se sei forte, quando giochi al meglio e sei in grande giornata, è difficile farlo quando invece sei in giornata no e ti trovi davanti un avversario super-ispirato che si esalta davanti alla propria folla. Già, per una volta Roger Federer si è trovato a giocare in uno stadio diviso a metà, ma è uscito vincitore anche in questa situazione che pareva davvero iper-compromessa pur giocando più male che bene. Pareva spesso lento, non riusciva ad uscire dalla diagonale dei rovesci, il servizio non era efficace come tante altre volte, e mi sa che anche queste Dunlop di cui tanti giocatori si sono lamentati (molto rapide quando nuove per i primissimi game ma ‘larghe e molli come arance‘, parole di Djokovic sposate da Fognini, Federer e altri) abbiano influito sul gioco che è stato di qualità modesta. Millman aveva più forza fisica (“Uno dei tennisti più fit, più preparati fisicamente del circuito” – aveva messo le mani avanti Roger) e riusciva a spingere anche le palle più pesanti. Roger non ci riusciva con altrettanta facilità. Molti suoi colpi sono finiti in rete, specie di dritto. 48 errori non forzati solo di quello che per solito è il suo colpo migliore!

Beh, questi conti sugli errori gratuiti non mi convincono, soprattutto dopo 4 ore di match. Quando è che un errore è non forzato? Se la palla arriva a 125 km l’ora o 135? Se sei lontano dalla palla? Lui mi metteva sotto pressione costringendomi a prendere dei rischi (per rovesciare la situazione, ndr). Mi conoscete, io non sono uno che si mette dietro e palleggia tutto il tempo. Cerco invece di riprendere il pallino del gioco e per questo motivo commetterò errori. Certo avrei voluto a volte fare qualche vincente in più, ma quel che è accaduto mostra anche quanto siano lenti questi campi. Lui non ha fatto neppure un solo serve&volley, io ne avrò fatti…quanti? 10? 5? È crazy, folle …se vieni a rete sbagli delle volée non contano, mentre gli errori di palleggio contano sempre. Ecco insomma…” (sottintende: quel che voglio dire a proposito degli errori gratuiti.

Alla fine comunque Roger si dice convinto di non aver giocato così male, è felice naturalmente di aver vinto quando le cose sembravano essersi messe così male. “Se io gioco a tennis è perché mi piace vincere i tornei, vincere più partite possibile, divertirmi sul campo… ma anche trovarmi parte di match epici come questo! Non devono essere per forza finali. Se il pubblico si entusiasma e partecipa con calore, se vivi una gran battaglia con il tuo avversario che ammiri e rispetti, è un gran bel feeling. Sono felice di aver vissuto questo match e credo che avrei provato la stessa cosa anche se l’avessi perso, a essere onesto”.

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questo match che avrà tenuto incollati al televisore milioni di spettatori in tutto il mondo ha finito per distogliere l’attenzione dalla partita vinta da Fabio Fognini che ha dominato in tre set Pella quasi che non ci avesse perso due volte su tre in precedenza (se non si conta quando nel 2010 lo batté in un challenger di Buenos Aires) e che non avesse dimostrato di soffrire i mancini. Per la verità Pella è un mancino abbastanza anomalo, perché gioca meglio di rovescio… quindi tutto sommato dovendo giocare sul dritto si gioca quasi come contro un destro, cioè nell’angolo dove i destri hanno il rovescio.

Fabio sa di avere più chance di raggiungere finalmente i quarti nove anni dopo quelli raggiunti a Parigi: “E lì, battuto Montanes in quella partita drammatica (furono cinque i match point annullati se non ricordo male …n.d.r) non riuscii a giocare i quarti contro Djokovic…stavolta mi piacerebbe giocarli. Ma devo battere Sandgren che…ricorderete lo scherzetto che mi ha fatto a Wimbledon lo scorso anno. Certo ho più chance con lui che con Djokovic e Berdych che trovai in ottavi qui (2014 il serbo, 2018 il ceco), ma Sandgren aveva battuto Matteo (7-5 al quinto al secondo turno), ha dato 3 set a zero a Querrey oggi e sì che Querrey serve molto bene…insomma vale molto più della classifica che ha. Potrei essere considerato il favorito per via della classifica, ma insomma lui mi ha battuto quando abbiamo giocato a Wimbledon su quel campo (il 14…molto angusto, un gran via vai, Fabio era furente con chi lo aveva programmato su quel campo anziché su uno di quelli più importanti dove erano finiti anche match di minore livello e ranking, ndr), quindi so già che sarà una partita dura”.

Resta il fatto che sarà una bella opportunità per questo nostro tennista che – con Camila Giorgi impegnata questo sabato contro Kerber – è rimasto il nostro unico, ultimo rappresentante. I nostri giovani avranno occasioni future, magari, ma intanto al momento il tennis italiano si appoggia ancora una volta sulle spalle del ligure che a maggio compierà 33 anni.

Chi vincerà fra Fognini e Sandgren, tipo simpatico con il quale ho parlato insieme a due colleghi americani: ”It will be fun to play Fognini again” – troverà il vincente di Federer-Fucsovics, l’ungherese che dopo aver dato tre set a zero al nostro imberbe Sinner, ha battuto ancor molto più facilmente uno dei cinque americani giunti al terzo turno, Tommy Paul.

Dopo quel che ho visto stasera Federer – prodigioso come tenuta fisica a 38 anni e mezzo a reggere quattro ore nelle quali ha corso più lui che Millman, ma recupererà in tempo? – dovrà stare molto attento. Fucsovics ha un gioco abbastanza simile a quello di Millman e più dell’australiano è capace di venirsi a prendere il punto anche a rete. Insomma se per Federer potrebbe essere un buon sentiero per raggiungere l’ennesima semifinale – probabilmente contro Djokovic che dovrebbe battere Schwartzman dopo aver intanto centrato la vittoria n.100 a Melbourne e poi il vincente di Cilic-Raonic – io credo che tutti i tre tennisti che si trovano nel quarto alto del tabellone con Federer, vale a dire Fognini e Sandgren, più Fucsovics probabilmente nutrono sogni di gloria. Per tutti la semifinale non è un miraggio. Ma un obiettivo possibile.

Intanto Fabio si è detto felicissimo per il risultato di…mio fratello Simone (Bolelli). In coppia con Paire il “Bole” ha battuto la testa di serie n.1 Herbert-Mahut.

Fabio Fognini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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ATP

Il treno Djokovic non si ferma all’Australian Open: agli ottavi affronterà Schwartzman

Il campione in carica lascia sette game e otto punti in risposta a Nishioka: cinquantesimo ottavo Slam, tredicesimo a Melbourne. Sul suo cammino ora c’è Schwartzman

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il tabellone del torneo maschile (con i risultati aggiornati)

Otto punti persi al servizio: tre con la prima (tutti nel terzo set), tre con la seconda e due doppi falli. Con questi numeri quasi oltraggiosi Novak Djokovic si qualifica per il cinquantesimo ottavo Slam (quattro in più di Nadal, tre se domani batte Carreno) della sua carriera, il tredicesimo qui a Melbourne, sconfiggendo con l’eloquente 6-3 6-2 6-2 il secondo giapponese consecutivo sul suo percorso, Yoshihito Nishioka. In pratica, da quando ha raggiunto gli ottavi per la prima volta nel 2007 a meno di vent’anni, Nole li ha mancati solo nel 2017 quando fu sconfitto al secondo turno da Istomin.

Se è successo, che io abbia servito così bene, non è successo molto spesso. È una delle migliori giornate che abbia avuto ultimamente al servizio: ringrazio Goran, che tra l’altro è arrivato oggi!” dice Djokovic a fine partita. “Ci sono dettagli di cui si può parlare, come ad esempio cercare il punto ideale di impatto, ma a volte è meglio semplificare: meno è meglio“. Detta così, sembra sin troppo semplice.

Prima e seconda di Nole avevano regalato solo sei punti anche al precedente avversario, Tatsuma Itō, con tre doppi falli in più (cinque). Si può riassumere che tra secondo e terzo turno, quando ha messo il servizio in campo, Djokovic ha perso in totale dodici punti. E dire che gli shinkansen, i treni ad alta velocità, dovrebbero essere pertinenza del paese del Sol Levante; qui, invece, l’unico convoglio a non fare fermate è quello del campione in carica che sale a dieci vittorie consecutive a Melbourne Park. Non che sia un numero troppo ragguardevole per lui, che tra 2011 e 2014 ha vinto venticinque (!) partite di fila. Gli avversari dovrebbero iniziare a porsi qualche domanda, se è vero – come è spesso vero – che Djokovic sale di tono nella seconda settimana.

 

Il prossimo su cui graverà l’onere di tentare di fermare chi non sembra poter essere fermato è un tennista che con Nishioka condivide i 170 centimetri d’altezza, Diego Schwartzman. L’argentino sinora ha fatto percorso netto: otto game persi contro Harris, sette contro un esausto Davidovich Fokina e undici contro la prima testa di serie incontrata sul suo cammino, Dusan Lajovic, sconfitto 6-2 6-3 7-6 nell’incontro disputato in apertura di programma sulla Margaret Court Arena. Insomma, Diego sta bene, ma difficilmente questa notte aveva pregato per affrontare un altro serbo sul suo cammino. Perché Lajovic sarà anche in un buon momento di forma, ma Djokovic da queste parti è un satanasso… e ha sconfitto l’argentino tre volte su tre, sebbene l’ultimo incrocio Slam – Roland Garros 2017 – abbia visto El Peque costringere Nole a cinque set di rimonta e sofferenza. Lì però si giocava sul terreno preferito di Diego, qui nel torneo in cui Djokovic è in assoluto più forte.

Djokovic comunque impone cautela e non vuole sottovalutare Schwartzman. “È uno dei giocatori più veloci sul circuito. Spero che il servizio sia anche solo vicino a quello di oggi: se tutto andrà per il meglio credo di avere buone possibilità“. Francamente sarebbe più giusto dire il contrario, ovvero che se il servizio di Diego sarà tra l’ottimo e lo stratosferico sarà lui ad avere qualche possibilità di impensierire Novak. Ma i campioni ci hanno abituato a questa pretattica.

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Editoriali del Direttore

Sugli scudi Camila Giorgi, nessuna croce per Sinner e Berrettini. Ma non si pretenda entusiasmo

Wawrinka troppo più vincente di Seppi: sfuma l’exploit. Wilander: “Djokovic non ha l’intensità continua di Nadal e Federer”. Gulbis, Fognini, Kyrgios sotto la lente di ingrandimento. Zverev: “Per noi Next Gen è più difficile che per Federer 20 anni fa”

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Camila Giorgi - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Non si sono registrate clamorose sorprese nella quarta giornata dell’Australian Open, salvo forse – da una prospettiva non solo italiana – la nettissima vittoria di Camila Giorgi che ha dato 6-3 6-1 a Kuznetsova, partendo da 0-2 del primo set e quindi facendo 12 game a 2 alla russa che pure nel turno precedente aveva eliminato Vondrousova, finalista al Roland Garros 2019. Anche una seconda sorpresa sarebbe stata italiana, se Seppi, che ha servito invano sul 5-4 del secondo set (perso) dopo aver vinto il primo ed è stato avanti di un break anche nel quinto set quando ha avuto la palla del 5-3, avesse finalmente battuto Stan Wawrinka dopo averci perso 8 volte di fila dal 2003 a oggi riuscendo a strappargli un solo set. Ma Wawrinka è certamente un giocatore più vincente di Andreas, come dimostrano i 3 Slam vinti anche in era Fab Four e il ranking raggiunto. Se Andreas si è fermato a n.18 è perché troppo volte è arrivato quasi in cima al K2 ma poi è scivolato giù al momento decisivo. Si è tolto la soddisfazione di una grande carriera, di vittorie di grande prestigio (Federer, Nadal), di tre tornei in bacheca, ma se fosse stato un tantino più coraggioso e aggressivo nei momenti decisivi di tante partite malamente perse non si sarebbe fermato lì.

Per questa complessiva assenza di sorprese – ma a fine articolo – voglio tornare sulle sconfitte di Berrettini e Sinner, dopo aver letto qua e là in vari commenti e vari social che chi ha sottolineato la delusione respirata qui… non avrebbe quasi dovuto manifestarla per il rischio di apparire tifosi superficiali che si illudono e illudono. Ma non è così.

CAMILA GIORGI DIVINA

Tathiana Garbin dice di non aver mai visto giocare meglio Camila (27 vincenti e 14 errori gratuiti, contro i 10 vincenti e i 17 errori di Svetlana), però non è detto che Tathiana abbia visto tutte le 9 vittorie collezionate da Camila contro le top-ten, ultima quella su Wozniacki a Tokyo risalente ormai a due anni fa. Anche Luca Baldissera è rimasto straordinariamente impressionato da Camila e mi fido del suo giudizio visto che lui ha seguito dal primo 15 all’ultimo il match (di cui avrete letto sua cronaca), diversamente dal sottoscritto che ha voluto dapprima seguire i primi due set di Seppi e poi invece dedicarsi a seguire anche altri match nonché diverse conferenze stampa. Fra le tante quelle di Zverev (in progresso rispetto al match con Cecchinato) e di Rublev. Nonché quella di Kuznetsova (che mi ha detto di aver mandato un altro messaggio affettuoso a Francesca Schiavone…): Non ho scuse per giustificare questo 6-3 6-1 – mi ha detto con grande serenità e sorridendo Svetlana non ho giocato benissimo, ma francamente neppure così male. Potevo servire meglio, ma insomma…è stata lei a giocare in modo incredibile. Non riuscivo a prendere l’iniziativa. Tirava fortissimo. Sono però curiosa di vedere in quanti altri match riuscirà a rigiocare così… Se le riuscirà sempre… buon per lei!”.

 
Commento in inglese di Ubaldo Scanagatta e Ben Rothemberg (New York Times)

RUBLEV E GULBIS IN GRAN SPOLVERO

Rublev in particolare, nonostante il problema di salute accusato alla vigilia del torneo, è imbattuto quest’anno. Ha vinto due tornei di fila, Doha e Adelaide. Non era più successo dal 2004, quando lo slovacco Hrbaty aveva fatto come lui. Qui il russo che nelle conferenze stampa parla sempre con gli occhi bassi, senza guardare chi gli ha posto la domanda, è al terzo turno e, sommando quattro vittorie filate in Coppa Davis a Madrid a fine novembre, vanta una gran bella striscia.

Chi qui è già alla quinta vittoria di fila è l’ex top-ten Ernest Gulbis, da n.256 emerso da tre turni di qualificazione. Dopo di che ha infilato due vittorie non scontate, Auger-Aliassime e Bedene. Il talentuosissimo lettone, 31 anni e mezzo, era quasi scomparso dalle scene. E non solo perché si è sposato e ha oggi due bambine che l’hanno, a suo dire, cambiato: “Quando ero più giovane tutto mi entrava da un orecchio e usciva dall’altro. Me ne infischiavo di ogni cosa e davo ogni cosa per scontata. Diciamo che ora sono…cresciuto. Ma mentre parla, anche se ti mostra la fede al dito, il sorriso è sempre quello, un po’ provocatore, un po’ insolente, tipico del figlio di un miliardario che è viziato dal jet privato del papà e che, con un filo di arroganza, ti dice di avere “poca pazienza con la stupidità di troppa gente”. Ecco perché è capace di litigare con allenatori e avversari se non condivide quel che dicono e fanno. Nelle “quali” giorni addietro a un certo punto è sbottato con l’indiano Prejnesh Gunneswaran e gli ha gridato: “Ora statti zitto e gioca!”.

Per un bel po’ di tempo, a causa di vari problemi fisici (soprattutto la schiena ma anche una spalla) Gulbis, ex top-ten, ha frequentato i tornei del circuito minore. Il suo coach Gunther Bresnik – per tanti anni al fianco di Thiem ma prima anche di ben 26 tennisti che sotto la sua guida sono diventati top-100, da Becker a Skoff, Leconte, Koubek, Patrick McEnroe – dice: “Il suo 2019 è stato catastrofico”. Con Bresnik Gulbis era stato semifinalista al Roland Garros nel 2014 quando era salito a n.10 del mondo…. “Io non guardo al passato e non mi preoccupo del futuro, vivo nel presente”. E lì accanto Bresnik è convinto: È il giocatore di maggiore talento con il quale io abbia mai lavorato ed è un tipo intelligente come pochi, diverso da tanti… forse un po’ complesso, questo sì, ma risalire tra i top 100 intanto non dovrebbe essere un problema. Gulbis è d’accordo: “Cerco sempre di capire ancora chi io sia. Ma non lo so. Forse mi farò un’idea sul mio letto di morte…” e sorride con l’aria di chi dice: “Beh dai, questa l’ho detta…”.

KYRGIOS, EUROSPORT E CORRETJA SU… FEDERER

Nick Kyrgios è stato solido nei primi due set e anche nel terzo, quando aveva un break di vantaggio prima che quel vecchio marpione di Gilles Simon, uno dei tennisti più intelligenti – seppur di una intelligenza diversa da quella di Gulbis – lo imbrigliasse nelle sue solite ragnatele approfittando anche della naturale tendenza di Kyrgios a distrarsi. Alla fine Kyrgios ha perso il terzo set. Però ha vinto al quarto, sia pur soltanto 7-5. Se si pensa che Nick non giocava individualmente da un bel po’ e poteva anche essersi arrugginito… era in fondo prevedibile. Non si perde il tennis, ma la capacità di stare lì con la testa, quando si è fermi da tanto. Approfitto – riferendomi a giocatori come Kyrgios e Federer che non avevano giocato da diverso tempo in torneo – per riferire un paio di osservazioni di Alex Corretja e di Mats Wilander nel corso del matinée organizzato da Eurosport con i suoi testimonial: insieme allo spagnolo e allo svedese c’erano anche Becker, Henin e Schett.

Della riunione Eurosport con i suoi campioni Ubitennis ne darà conto nei prossimi giorni in varie “Pillole” sparse: io soltanto ho registrato 50 risposte e forse altrettante ne avrà raccolte Vanni Gibertini. “Sono impressionato da Roger Federer che riprende a giocare in torneo dopo due mesi e ha giocato in questi primi due turni come se non avesse mai smesso – ha detto sinceramente stupito Alex Corretja – Per tutti i tennisti normali non è mai così. Lui in questo è unico e non solo, quindi, perché ha 38 anni e mezzo”.

MATS WILANDER SU KYRGIOS, FOGNINI E PAIRE MA ANCHE FEDERER, NADAL E DJOKOVIC

A proposito di Kyrgios Mats Wilander mi aveva detto, dopo avermi anticipato che avrebbe voluto dirmi qualcosa su Fognini: “Fabio, Nick e Paire sono giocatori che riescono a giocare con la dovuta intensità solo alcuni punti che ritengono importanti. Federer in ogni punto gioca il suo meglio, Nadal ancor di più. Loro no. Fabio contro Thompson avrebbe dovuto vincere in 3 set. Invece si distrae e vince soffrendo al quinto. Dopo due match al quinto rischia di trovarsi in debito di ossigeno, o comunque fisicamente non al massimo al terzo turno. Perfino Djokovic è tipo che ogni tanto si distrae. Domina Struff, pensa che gli basti giocare con un minimo di attenzione e perde un set. Lui ha un gran fisico e si può anche permettere di lasciare un set qua o là. Nadal, che chiede col suo tennis più dispendioso un maggior sforzo al proprio fisico e per questo è stato più spesso vittima di vari infortuni, deve cercare di non perdere set e game per la strada perché più facilmente rischia di infortunarsi. E gli infortuni di tanti giocatori sono conseguenza della loro incapacità di non distrarsi. Non è il caso di Nadal che è consapevole di quanto sia importante non restare mai in campo più del necessario. E quando lui arriva in fondo a un torneo è temibilissimo. Fognini, Kyrgios e Paire non sono ad oggi mai stati così e chissà se lo saranno mai. Per questo fanno di solito fatica ad arrivare in fondo a un torneo”.

ZVEREV: “PIÙ DIFFICILE EMERGERE OGGI CHE AI TEMPI DI FEDERER”

Con Zverev, tipo difficilino, io ho un buon feeling, e lui lo ha con me. Mi appresto a fargli una domanda e lui previene: “Ok allora mi rilasso” e si lascia andare indietro sulla sedia come per distendersi, alludendo alle mie domande che sono spesso più lunghe della media. Difatti gli chiedo: “Si cominciò a ritenere che Roger Federer sarebbe diventato uno Slam-winner già nel 2001 quando battè Sampras. Ma fino al 2003 non vinse alcuno Slam… pensi che ci aspettiamo troppo presto che giocatori ancora giovani vincano, giocatori come te? Qui hanno perso Auger-Aliassime, Shapovalov, Berrettini, Sinner, Humbert…” 

E lui: “Penso che sia diverso rispetto a 20 anni fa. Con i social media, i cellulari, la pressione che i media ci mettono addosso siamo più consapevoli di quanto potessero esserlo i tennisti di 20 anni fa. Prima dovevi andarti a leggere i giornali, comprarli, aprirti il computer e cercare. Oggi apri Instagram e ci sono 5 milioni di persone che hanno un’opinione su di te all’improvviso. È più difficile per noi ora. E poi Novak, Rafa, Roger semplicemente sono migliori di noi perché vincono. Ora Medvedev sta venendo fuori, io ho vinto qualcosina, idem Tsitsipas, Thiem. Noi siamo competitors che non puoi considerare fuori dai potenziali vincitori, ma ora tutti dicono la loro su Internet e anche se la gente dice che non ci fa caso a quel che viene detto, tuttavia la gente legge. E gli resta in testa quel che hanno letto. Io cerco di leggere meno possibile dei social durante gli Slam, i grandi tornei. Nessuna offesa nei vostri confronti, ma non leggo che cosa scrivete. Scrivete quel che volete su me. Per me è ok, non mi offendo. Ognuno deve cercare di starne lontano, di vivere nella propria bolla…

LE SCONFITTE DI BERRETTINI E SINNER

Posso parlare per me e non per altri, non sapendo cosa altri abbiano scritto e sostenuto. Ma se c’è chi ha criticato, chi ha parlato di delusione per le sconfitte di Matteo e Jannik, deve tenere conto delle aspettative che quando il n.8 del mondo affronta il n.100 è normalissimo che ci siano. Questo anche se Sandgren – come ha ben spiegato Ben Rothenberg del New York Times nel video che abbiamo registrato per il sito inglese Ubitennis.net e che mi permetto di invitarvi ad ascoltare (in inglese si cerca sempre per forza di cose di occuparsi maggiormente del tennis internazionale) – è un tipo che non è mai stato sopra il 40esimo posto in classifica ATP, ma ha comunque battuto 4 top-ten. Ricorda un po’ il caso Camila Giorgi: soltanto n.26 come best ranking, però capace di battere 9 top-ten.

Avevo scritto pochi minuti dopo le sconfitte di Berretto e Sinner: “I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: ‘Mai una gioia!’. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore. Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento”.

Questo e altro avevo scritto, prima di addentrarmi in un confronto a distanza con Roger Federer che non sto a ricopiare. Oggi aggiungo: è chiaro che nessuno tennista ha la vittoria in tasca solo perché è un top-ten e l’avversario sta appeso a un filo tra i top-100. Ma è anche chiaro che se il top-ten perde non si può dire che… va bene così. Ci possono essere tutte le attenuanti del caso, la caviglia, il digiuno agonistico, il vento – che, condivido quel che mi ha detto Wilander nel matinée Eurosport nella notte italiana: “Non è un elemento equalizzatore, ma è invece separatore, favorisce nettamente il giocatore più esperto che è passato mille volte attraverso certe situazioni –  eccetera, eccetera, ma alla fine non va bene così, soprattutto dopo che sei stato a un punto da un break probabilmente decisivo nel quinto set. Matteo sarà il primo a pensarla così, anche se chi gli sta a fianco gli avrà detto certamente, e giustamente per caricarlo: “Non ti preoccupare Matteo, non fa niente”. Ma chi ha scritto – senza drammatizzare si intende – di delusione, ha scritto la verità.

E Sinner? Beh, anche lì io credo di aver fatto capire che non era favorito, non poteva esserlo contro un tennista di 28 anni che è già stato n.31 del mondo. E infatti ho ricordato tutte le difficoltà che ha incontrato a 19, 20 anni perfino un campione unico come Federer a emergere negli Slam, dove la stessa distanza dei tre set su cinque per un giovane fa differenza. Mantenere la stessa intensità per 3 ore anziché un’ora e mezzo è ben diverso. Allora chi dice che Sinner lo ha deluso sbaglia? Sì, fondamentalmente. Vero anche, a contrario, che si poteva perdere strappando un set, due set, dando talvolta l’impressione di potercela fare. E questo invece non è successo.

In fondo, al Next Gen – che però era torneo 2 su 3 – Jannik aveva battuto giocatori classificati intorno a una posizione ATP simile a quella di Fucsovics e perfino migliore, De Minaur, Tiafoe, Kecmanovic… Ma ok, lì non c’era vento, si giocava con i No-Ad, con i set a 4, in casa… Tante importanti differenze. Se Sinner avesse vinto qualcuno avrebbe gridato alla clamorosa, pazzesca impresa? Io penso di no, anche se sarebbe stato giusto sottolineare invece che si sarebbe trattato di un bell’exploit. L’exploit non c’è stato, prendiamone atto, nessuno si strappi i capelli, di certo non io. Ma non ci chiediate anche di esultare. E accettate che un pochino male ci si possa anche essere rimasti. Pace e bene a tutti.

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