Federer ha detto sì: "Ancora ai Giochi, scelta del cuore" (Cocchi). Sono Coco, scusate l'anticipo (Semeraro). Salvatore Caruso: "Io sogno la Davis" (Bertellino)

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Federer ha detto sì: “Ancora ai Giochi, scelta del cuore” (Cocchi). Sono Coco, scusate l’anticipo (Semeraro). Salvatore Caruso: “Io sogno la Davis” (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 15 ottobre 2019

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Federer ha detto sì: “Ancora ai Giochi, scelta del cuore” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Ci ha pensato a lungo, ha rimandato la decisione per un po’, o meglio, l’annuncio. Perché in cuor suo, Roger Federer, sapeva bene che sarebbe sceso in campo ai Giochi di Tokyo 2020 a caccia dell’unico grande risultato che gli manca: l’oro olimpico in singolare. Guarda caso, l’ufficialità è arrivata proprio mentre si trova a Tokyo per una esibizione contro John Isner […] Dopo il match, Federer ha comunicato la sua decisione di rappresentare la Svizzera all’Olimpiade: «Ne ho parlato per settimane con il mio team, abbiamo discusso quasi un mese su cosa dovrei fare l’estate prossima dopo Wimbledon per prepararmi allo US Open. Alla fine ho deciso col cuore, e il mio cuore ha deciso che vorrei partecipare ancora una volta ai Giochi Olimpici». Per il Magnifico si tratterebbe della quinta volta alle olimpiadi che per lui hanno sempre avuto un valore speciale. Alla prima ad esempio, Sydney 2000, aveva iniziato la storia con Mirka, all’epoca sua collega, ora moglie e madre dei loro quattro figli. Federer ricorda bene quei giorni: «Mirka aveva perso al primo turno da Elena Dementieva ma era rimasta lì ad allenarsi sostenendomi anche dopo sconfitte dure da digerire come quella contro Haas in semifinale e Di Pasquale nel match per il bronzo. Capii allora che c’era qualcosa di più di un’amicizia». Ad Atene e Pechino è stato portabandiera per la Svizzera: «Ho vinto un oro e un argento. Per questo vorrei giocare di nuovo il torneo olimpico e sono molto emozionato» ha aggiunto Roger ricordando la vittoria in doppio nel 2008 al fianco di Stan Wawrinka e la finale persa contro Andy Murray quattro anni dopo a Londra, sull’erba di Wimbedon in quell’occasione in versione olimpica. A Rio 2016 non era potuto andare per colpa del ginocchio operato a febbraio, rinunciando all’intera seconda parte della stagione per recuperare dall’infortunio. Negli ultimi quattro anni Roger non ha partecipato alla Coppa Davis, requisito fondamentale per qualificarsi all’Olimpiade. La Svizzera poi non si è qualificata alle Finals della Davis che si giocheranno a Madrid (18-24 novembre) secondo la nuova formula accolta, soprattutto da Roger, con grandi polemiche. Per andare a Tokyo gli servirà quindi una wild card, che la federazione Svizzera sarà ben felice di concedergli. Ai Giochi, che si apriranno il 24 luglio 2020 per chiudersi il 9 agosto Roger, nato l’8, compirà 39 anni. Un bel modo di festeggiare il compleanno possibilmente dopo aver centrato Wimbledon, ormai obiettivo dichiarato di ogni stagione del Magnifico […]

Sono Coco, scusate l’anticipo (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Il soprannome della sua antenata più nobile, la signorina Dod, era Lottie, e ancora oggi resta la più giovane vincitrice di Wimbledon. Era il 1887 e lei, Charlotte, aveva 15 anni, vestiva con lunghe gonne bianche e calzettoni neri e in finale lasciò 10 punti alla sua avversaria, la 25enne Blanche Hillyard. Chissà se Cori Gauff, detta Coco, che domenica a soli 15 anni e 7 mesi – non un record, ma un bell’anticipo sulla normale tabella di marcia – ha vinto il suo primo torneo pro battendo nella (più modesta) finale di Linz la campionessa 2017 del Roland Garros, Jelena Ostapenko, o, ne ha mai sentito parlare. Sono passati 132 anni il mondo e il tennis sono decisamente cambiati, ma in fondo anche Lottie ai suoi tempi era una star: campionessa di golf, fondatrice della nazionale di hockey femminile inglese, argento nel tiro con l’arco alle Olimpiadi del 1908. Probabilmente la sportiva più versatile di sempre. Coco invece da quando aveva sei anni è concentratissima sul tennis, e i risultati, per ora, le danno ragione. La nuova wonder girl del tennis mondiale è nata ad Atlanta, in Georgia, nel marzo del 2004, ma già a sette anni si è trasferita in Florida, a Delray Beach, culla del tennis Usa. Papa Corey, ex cestista di Georgia State illuminato dall’esempio di Richard Williams, aveva deciso che Coco sarebbe diventata la nuova Serena Williams, di cui la bimba si era innamorata sportivamente a 4 anni vedendola giocare in tv, e le ha fatto mollare tutto il resto, ginnastica, pallavolo e basket. A 13 anni è stata la più giovane finalista degli Us Open u.18, nel 2018 ha perso al primo turno agli Australian Open dalla nostra Cocciaretto, poi ha iniziato a fare sul serio. Sia papà Corey sia mamma Candi, universitaria di atletica, hanno lasciato il lavoro, Coco a 10 anni già si allenava con Patrick Mouratoglou. «Quando l’ho vista la prima volta – racconta il guru di Serena Williams – mi ha impressionato per l’intensità. Il suo sguardo diceva: voglio diventare la numero 1. E io le ho creduto». Al momento le mancano ancora 70 posizioni, ma la previsione inizia ad avverarsi. Dopo aver vinto il Roland Garros dei piccoli ed essere diventata la più giovane n.1 under 18, la Gauff ha firmato tre contratti da favola con New Balance (che l’ha strappata alla Nike), Head e Barilla, anche grazie agli uffici di Alessandro Barel Di Sant Albano, il suo agente per conto della Team8, la società di management di Roger Federer. Quest’anno a Miami ha vinto il primo match in un tabellone Wta contro Catherine McNally, poi a Wimbledon, dove è entrata grazie a una wild card, ha sorpreso Venus Williams e perso solo con Simona Halep, che avrebbe vinto il torneo. Agli Us Open ha passato due turni, fermandosi contro la campionessa uscente Osaka, peraltro dopo aver rischiato di non giocare. La Capriati Rule, inventata per evitare alle baby prodigio di bruciarsi in fretta come capitò a Jennifer, impone un limite di tornei fino al 18° anno. Difficile però fermare un tipo come Coco, che a 15 anni è già alta 1,80, picchia come una forsennata, e fra i suoi follower ha una estasiata Michelle Obama […]

Salvatore Caruso: “Io sogno la Davis” (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il momento magico del tennis italiano maschile è fotografato dalla presenza di otto azzurri in top 100. L’ultimo ad entrare in questa schiera di eletti è stato Salvatore Caruso, da ieri numero 95 del ranking, altro record dopo il n.98 di otto giorni fa seguente il successo nel Challenger di Barcellona: «La ciliegina sulla torta di una stagione importante sotto tutti i punti di vista, vissuta all’insegna del miglioramento costante». Caruso, riviva la stagione. «Non era partita benissimo. Ma io sono una sorta di diesel, ho bisogno di giocare molte partite per trovare il giusto ritmo. Da Indian Wells la situazione è cambiata e ho iniziato ad esprimere il meglio ottenendo anche successi importanti come quello su David Goffin a Phoenix. Da incorniciare anche la vittoria ottenuta nel 250 di Estoril, in Portogallo contro Pablo Cuevas, turno decisivo delle qualificazioni, anche se poi è arrivata la sconfitta con lo stesso Cuevas due giorni dopo, in tabellone». Emozionante il primo ingresso in tabellone in uno Slam, al Roland Garros? «Ho giocato partita dopo partita, senza guardare avanti, come ho continuato a fare nel resto della stagione. A Parigi ho vinto cinque partite con avversari forti, vedi Munar e Simon in tabellone. Contro Djokoovic me la sono giocata per due set, poi la classe del n. 1 e un po’ di stanchezza mia hanno fatto la differenza. Esserci è stato fantastico» […] La chiave del salto di qualità? «La maturità acquisita, frutto dell’esperienza e di tanti anni di lavoro con Paolo Cannova e il preparatore atletico. Non ci sono segreti particolari, ma la forza dell’impegno alla fine emerge». Cosa rappresenta la top 100, così tanto inseguita? «Sono numeri, da leggere come possibilità di entrare in tabelloni di tornei di maggior livello e di plusvalore sotto il profilo economico. Ciò vale sia in termini di programmazione sia di ulteriore investimento su me stesso e sullo staff che mi segue» […] La svolta da un punto di vista tecnico? «I maggiori progressi li ho fatti con il diritto, mentre con il servizio ho lavorato ma ho ancora margini di miglioramento. La gestione dei momenti delicati dei match è un altro aspetto sul quale ho colmato gap nell’ultimo anno. Prima affrettavo le soluzioni, sbagliando. Ora sono più attento e riesco a trovare il modo per ottimizzare il mio tennis nei passaggi chiave degli incontri». Ha sogni nel cassetto? «La convocazione in Davis sarebbe il massimo, amo profondamente il mio Paese, sono un patriota. Dopo aver provato le magiche atmosfere del centrale del Roland Garros, sarebbe il massimo fare altrettanto sui centrali degli altri Slam».

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Il tennis riparte e fa tutto in casa (Semeraro). Cecchinato: «Stop delusioni. Riparto da zero con un figlio» (Cocchi).

La rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2020

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Il tennis riparte e fa tutto in casa (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il tennis ha voglia di ripartire. Un desiderio che confina con la necessità, come per tanti settori, e che ovviamente deve tenere conto dei tempi e delle esigenze (primarie) dell’emergenza. La Federtennis, lo ha ribadito Angelo Binaghi, farà tutto il possibile per organizzare in qualche modo l’edizione degli Internazionali d’Italia. Anche a costo di spostarli in una città diversa da Roma. «Credo che ci siano ottime possibilità che vengano riprogrammati – ha dichiarato il presidente Fit -. La preferenza nostra e di Sport e Salute è di giocarlo a Roma fra settembre e ottobre, però siamo disposti a valutare come ipotesi residuale anche fine stagione, a novembre o dicembre sul veloce indoor». Il grande problema del tennis a livello internazionale è (e continuerà ad esserlo ancora a lungo) la mobilità delle tante persone che servono alla “macchina” – come ha ricordato Andrea Gaudenzi, un Masters 1000 ha bisogno di due-tremila addetti – ed è per questo che si sta facendo spazio un po’ ovunque l’idea di mettere in piedi, quando sarà possibile, torneo o circuiti “regionali”. Che prevedano, cioè, solo giocatori di uno stesso Paese o area geografica. In Spagna ne ha parlato il presidente della federtennis, Tomas Carbonell, e il progetto prevede una decina di tornei nelle settimane precedenti la nuova data del Roland Garros (20 settembre-4 ottobre) e con la partecipazione di molti dei Top 100 spagnoli. In Francia l’allenatore di Jo-Wilfried Tsonga, Thierry Ascione, ha chiesto alla Fft l’appoggio ad una iniziativa molto simile. In Italia un progetto che sta prendendo corpo è quello di Marcello Marchesini, il patron di MEF Tennis Events, organizzatore di sei Challenger oltre che delle Final Four della Serie A. L’incognita riguarda ovviamente la data dell’eventuale ripartenza, ma sono già avviati i colloqui con la Fit per concordare le modalità. Per ora l’idea è quella di un mini-circuito di tre tornei, con partenza da Todi e altre sedi ancora da individuare, tabelloni da 32 posti, un montepremi da definire e ospitalità per chi ha punti nel ranking mondiale. «Vogliamo concedere ai giocatori italiani di alto livello la possibilità di riprendere confidenza con l’agonismo, di rientrare nel ritmo partita prima della ripartenza del circuito Atp», spiega Marchesini. «I tennisti stanno vivendo un periodo particolare, non riescono ad allenarsi e hanno bisogno di disputare match. Vogliamo dare il nostro contributo affinché la loro attività non si affievolisca del tutto, in attesa di poter ricominciare a disputare tornei». […]

Cecchinato: «Stop delusioni. Riparto da zero con un figlio» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Due anni fa batteva Novak Djokovic ai quarti di finale del Roland Garros fermandosi poi in semifinale con Thiem. Due anni fa l’Italia scopriva con Marco Cecchinato di avere un nuovo campione. Per il palermitano era un periodo straordinario, tutto perfetto, tanto che a febbraio del 2019, arrampicatosi fino al 16 del mondo, era diventato anche numero 1 italiano superando Fabio Fognini. Tutto perfetto fino alla primavera scorsa quando, alla vigilia del Roland Garros, il meccanismo si è inceppato, innescando un effetto domino di sconfitte tale da trascinarlo fuori dai 100. La classifica «congelata» per la pandemia lo tiene inchiodato al numero 113 del mondo, ma lui non aspetta altro che tornare a scalare la classifica. Per questo ha deciso di ripartire quasi da zero affidandosi a un nuovo staff con Massimo Sartori, storico coach di Andreas Seppi e scopritore di Jannik Sinner. Marco, a che punto siamo? «Siamo al reset. A un nuovo inizio. Da circa un mese mi sono affidato a Massimo Sartori, per me è stato quasi un ritorno alle origini. Ero stato da lui per due anni a Caldaro, in Alto Adige, quando avevo 17 anni, ci conosciamo bene e di lui mi fido ciecamente».

La sua è stata una crisi tecnica o mentale? Praticamente è iniziata con la difesa della semifinale di Parigi.

Credo che sia stato un mix di fattori. Forse un paio d’anni fa sono state gestite male alcune situazioni, sicuramente ho pagato anche la pressione di difendere tanti punti importanti, ma soprattutto non mi sentivo bene fisicamente. Non ero mai a posto, e quindi pian piano ho iniziato a perdere fiducia e anche le partite. Di sicuro, però, il vero Marco Cecchinato non è quello che sta al numero 113 del mondo. Se si giocherà, o comunque appena la situazione tornerà normale, punto a tornare nella top 50. Voglio dimostrare che quello che ho conquistato negli anni scorsi non è stato frutto del caso. Però bisogna procedere per gradi. Sartori innanzitutto mi ha ridato fiducia. Mi ha ricordato che Seppi ha vinto il primo titolo Atp a 27 anni, mentre io alla stessa età ne ho tre, quindi non devo avere nessuna fretta. E ha iniziato a massacrarmi. Mi fa allenare mattina e sera tutti i giorni. Avevo bisogno di essere rassicurato e dimostrare a me stesso che non avevo “disimparato”. E infatti dopo un mese di lavoro intenso ho già visto che molte cose che non mi riuscivano più nemmeno in allenamento, ora sono tornate. E tutto questo mi fa venir voglia di faticare ancora di più.

C’è qualcuno che l’ha delusa durante questo periodo di crisi?

Più di uno… Tante persone mi hanno per così dire dimenticato. Pseudo-amici, persone che mi chiamavano e mi scrivevano ogni due per tre, anche giornalisti. Poi sono spariti. Però la cosa importante è che chi mi voleva bene è rimasto. Ovviamente la mia famiglia, il mio manager, e Gaia. Che spesso ha dovuto sopportare il mio malumore. Ma è anche grazie a lei che sono cresciuto e ora mi sento un uomo maturo.

La dichiarazione d’amore che ogni donna vorrebbe ricevere.

Beh è il minimo per la madre di mio figlio.

Ci sta dando una notizia?

Sì, una bellissima notizia: ho perso tante partite negli ultimi mesi, ma qualcosa di buono l’ho comunque fatto… A fine luglio diventeremo genitori. E’ in arrivo baby-Ceck, un maschietto. Una famiglia, sarà la vittoria più bella della mia vita.

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Kyrgios, il campione della… sporta accanto (Semeraro). Gatto-Monticone, viaggio allucinante dal Messico per tornare a Torino (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 7 aprile 2020

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Kyrgios, il campione della… sporta accanto (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Nick Kyrgios al servizio. Ma stavolta non parliamo delle prime palle a 220 all’ora dell’australiano, idolo e incubo degli appassionati di tennis, ma della sua voglia di mettersi a disposizione del prossimo. Nick passa per un bad boy, un ribelle senza causa e con poca voglia di giocare, in realtà è un ragazzo sensibile, molto attento al mondo che lo circonda. Lo aveva dimostrato durante la crisi degli incendi in Australia, spendendosi con generosità per organizzare match di beneficenza, e lo ha ribadito adesso, offrendosi di portare pasti gratis a chi a causa dell’emergenza Coronavirus si trova in difficoltà. «Se qualcuno che non sta lavorando/non percepisce reddito, è a corto di cibo o semplicemente se la passa male – ha scritto sul suo account Instagram – per favore, non vada a letto a stomaco vuoto. Non abbiate paura o imbarazzo a scrivermi in maniera privata. Sarò più che felice di condividere quello che ho. Anche solo per un piatto di spaghetti, una pagnotta di pane, o un litro di latte. Ve lo lascerò sulla soglia di casa, e non vi farò nessuna domanda». Altro che Nick il selvaggio: Nick cuore d’oro. Molti dei suoi colleghi si sono fatti avanti senza perdere tempo, da Federer a Djokovic e Nadal, donando somme ben più impegnative, e raccogliendo fondi. Nick, forse d’istinto, ha preferito il contatto diretto, umano, anche se rigorosamente a distanza come prevedono le norme anti contagio […]

Gatto-Monticone, viaggio allucinante dal Messico per tornare a Torino (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il loro terzo tabellone Slam, dopo averne conquistati due lo scorso anno sul campo (Roland Garros e Wimbledon) e averne sfiorato uno nel 2020 (Australian Open con il raggiunto turno decisivo delle qualificazioni) Giulia Gatto Monticone ed il suo coach e compagno di vita Tommaso Iozzo, lo hanno virtualmente meritato al termine di un viaggio di ritorno dal Messico che la giocatrice torinese, attuale numero 3 d’Italia e 151 del mondo, definisce allucinante: «Eravamo ad Irapuato, in Messico – racconta – quando il torneo è stato interrotto per l’emergenza mondiale del coronavirus ed abbiamo saputo della cancellazione dei tornei successivi, su tutti quello che avrei dovuto disputare la settimana dopo, il 125.000 dollari di Guadalajara. Così abbiamo immediatamente deciso di rientrare in Italia. Non è stato facile perché da Irapuato a Città del Messico abbiamo dovuto viaggiare in macchina. Circa 300 chilometri in 7 ore. Poi il dubbio e un po’ di panico di poter volare su Parigi, con gli sguardi dei locali che iniziavano ad assumere sempre più toni scuri nei confronti dei presunti “untori” italiani. Siamo partiti il giovedì sera e dopo aver dormito una notte a Parigi, senza la possibilità di volare su Malpensa, ormai chiusa, abbiamo optato per il TGV, arrivando il sabato sera in una Torino deserta. Forte l’impatto tra la quasi normalità in Messico e lo spettro della nostra città vuota e quasi irriconoscibile. Un viaggio che non dimenticheremo, vissuto con l’ansia del non poter tornare e con il continuo contatto con i nostri familiari che ci esortavano a farlo il prima possibile». Da oltre 20 giorni la 32enne giocatrice di Castiglione Torinese è a casa, con mamma, sorella e nipoti, e cerca di allenarsi fisicamente: «Nell’arco dell’anno avevo dormito solo 4 giorni a casa e quindi per ora non sento il peso dello stare rintanata tra le mura domestiche, anche se è ovvio che farlo per scelta o per dovere cambia. Ma è l’unica soluzione in questa delicata fase dell’emergenza. Per non deprimersi occorre organizzare bene la giornata. Mi impegno con due sedute fisiche al giorno, “aggiustandomi” con trx, elastici e rulli, cercando di consumare le maggiori energie possibili, anche perché altrimenti diventa difficile prendere sonno la notte. Mi concentro inoltre sulla prevenzione e sul mantenimento sotto il profilo fisico, aspetti che normalmente vengono curati meno nel corso di una stagione regolare. Poi pulisco, riordino e leggo, testi di psicologia, meditazione. Insomma faccio i compiti a casa. Per ora di allenamenti con la racchetta non si parla. Ostico pianificare i prossimi impegni. E’ tutto fermo fino al 13 luglio ma personalmente ho la sensazione che i tempi saranno ancora più lunghi. Il problema è mondiale e forse alcuni Paesi devono ancora affrontare la fase più delicata. Impensabile che tutto possa ricomporsi nel breve, meglio aspettare e riprendere quando ci saranno per tutti, atleti e pubblico, le doverose certezze per quanto concerne la salute» […] Olimpiadi posticipate di un anno, con il sogno di esserci che rimane in vita: «Sarei potuta essere una delle papabili nel 2020, in assonanza con le classifiche post Roland Garros. Ora tutto cambierà ma vedremo. Cercherò con forza e risultati di poter essere della partita nel 2021, sarebbe bellissimo» […]

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Intervista a Flavia Pennetta: “Mi godo Fabio e non torno a giocare. Forse” (Semeraro). Wimbledon, Mani di Forbice è triste (Corriere dello Sport)

La rassegna stampa di lunedì 6 aprile 2020

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Intervista a Flavia Pennetta: “Mi godo Fabio e non torno a giocare. Forse” (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Fabio Fognini in questo periodo avrebbe dovuto prepararsi a difendere il titolo vinto l’anno scorso a Montecarlo. Invece è ad Arma di Taggia e ridipinge cancelli, cucina, e passa l’aspirapolvere. Per dare una mano a mamma Flavia Pennetta, alle prese con i biberon e i pannolini della piccola Farah.

Come se la cava da marito Fabio? «E bravo, è bravo… Sono contenta. L’atro giorno l’ho anche messo a cucinare: c’era Farah che protestava, così gli ho lasciato tutti gli ingredienti pronti e un video tutorial, e se l’è cavata benissimo». Che piatto c’era in programma? «Pollo alla cacciatora». Non è che ingrassa in cucina? «No, si sta allenando cinque volte la settimana. Fortunatamente abbiamo un giardino e lui si è costruito una mini-palestra con tutto quello che gli serve. Poi Fabio è un mangione, ma di cose semplici, e il dietologo ci ha dato suggerimenti per toglierci la voglia di dolci senza appesantirci». Lei si allena? «La mattina presto, se Farah ha dormito bene, altrimenti dopo pranzo quando i bimbi dormono. Ci alterniamo». Wimbledon cancellato: giusto così? «Ragazzi, mica si può mettere a rischio la vita della gente. Non solo dei tennisti, ma anche degli spettatori e di chi lavora ai tornei. Ci sono ancora tanti, troppi morti e contagiati».

 

(…)

Parigi ha scelto di spostarsi... «Sono stati veloci a proporsi, ma non so se riusciranno poi a farlo davvero il torneo in autunno. Per me quest’anno sarà tanto se riusciranno a far disputare le Finali di Coppa Davis. Negli States non si può andare, in Asia neppure, e anche giocare a porte chiuse non ha senso. Poi come farebbero ad allestire players lounge e spogliatoi? Pariamo di centinaia di giocatori con al seguito allenatori e preparatori tecnici. . Per gli Internazionali c’è in ballo una soluzione indoor a Torino: fattible? »Da giocatrice dico no. Per me Roma è Roma, meglio giocarlo l’anno prossimo nella sua collocazione naturale. Poi capisco i tanti soldi che si perderebbero e anche l’idea di fare una prova generale per le Atp Finals dell’anno prossimo. Ma sarebbe comunque tutta un’altra cosa». Con le sue ex colleghe e amiche di Fed Cup si sente questo periodo? »Mi sento spessissimo con la Schiavo, qualche volta con Roberta e con Sara. Siamo tutte nella stessa situazione. Franci, con quello che ha passato, deve stare moka attenta, è uscita pochissimo, giusto una volta l’aloe giorno per andarsi a prendere la spesa da suo padre. Doveva inaugurare il suo bistrot, è tutto rimandato. Però mi racconta i suoi business plan, e mi fa morire dal ridere… Roberta è anche lei a Milano – tutte e due nella zona peggiore… – fa ginnastica, cucina, lavora per Sky e Eurosport. Sara la sento meno, ma tutte si tengono occupate». A proposito del tenersi occupate: suo marito sostiene che dovrebbe tornare a giocare… «Mamma che pesantezza! (e ride; ndr). Mi sta mettendo a dura prova. Mi dice: “Dai, riprendiamo ad allenarci insieme, quando si può andiamo a Roma a caca di Barazzutti, stiamo con i bambini in guardino. Nel tennis oggi poi non si sa cosa può succedere, ti fai solo sette tornei, ti segue la Schiavo…”. Mi ha già fatto la programmazione, capito?».

(…)

Non è il solo a insistere, vero? «Macché, sono circondata, mio padre e mio suocero lo stesso: “Due figli li hai fatti, togliti lo sfizio di giocare un altro anno”. Mio padre quando gli annunciai che ero rimasta incinta fece una faccia strana, poi confesso: “Speravo che mi volessi dire che tornavi a giocare”». La Clijsters è rientrata a 36 anni e con tre figli: non le viene la tentazione? «E’ stata bravissima, e l’ho vista anche bene nel primo match che ha giocato con la Muguruza. Avere la forza di rimettersi in pista è bellissimo, specie quando i figli sono più grandi. Sono contenta per lei. Ma a 39 anni, e con due figli piccoli. Anche se…». Ci sta pensando, confessi. «Non credo che faccia per me. Però un anno è lungo da passare in casa, e nella vita non si sa mai. Magari comincio ad allenarmi, inizio a giocare un’ora al giorno, e mi torna la voglia…. Mai dire mai».. Serena di anni ne ha 38 e ancora insegue il 24 esimo Slam. «E fa benissimo. Fisicamente c’è ancora, si è ripresa, non ha vinto uno Slam ma ha fatto tre finali. Non spreca tante energie, gioca dieci tornei l’anno, vuole fare qualcosa di grande. Perché dovrebbe stare a casa?».

(…).

Federico assomiglia più a lei o a Fabio? «E’ un mix. Solare come mamma, testardo come papà. Hai i miei colori, ma fisicamente è una copia in miniatura di Fabio, si muove come lui Farah invece come colori è più simile a Fabio». Dicono tutti che Fabio è molto migliorato daquandosi èsposato: verità o stereotipo? «Sicuramente diventare genitore ti cambia. Fabio ha sempre i suoi momenti di “sclero”, che non amo, ma non posso pretendere che cambi del tutto. A volte bisogna tirargli le orecchie… Ora che è arrivata Farah e che Fede interagisce molto con lui è ancora più consapevole e responsabile». Tecnicamente la ascolta? «Lo faceva più quando non eravamo sposati Con il matrimonio, si sa, le cose cambiano… Mi dice sempre: “Non sono come te, siamo diversi!”. Ed è vero. Tutti e due non lo ammettiamo, ma alla fine seguiamo i consigli dell’altro. A Marrakech l’anno scorso Barazzutti mi aveva anche lasciato le consegne, e per un giorno l’ho allenato. Gli facevo i cesti, non so se mi spiego… Ci siamo divertiti un mondo».

(…)

La prima cosa are farà dopo il virus? «Tomerò a casa dai miei nonni, dagli amici, dagli affetti che mi mancano tantissimo. Piango tutti i giorni, ma bisogna avere pazienza per poter ricominciare. Anche se non sarà più come prima. Magari daremo valore a cose che prima davamo per scontate. E non dovremo dimenticarci di cosa abbiamo passato”

Wimbledon, Mani di Forbice è triste (Corriere dello Sport)

Quelle due settimane passate a osservare ogni singola fogliolina, a curare maniacalmente ogni ciuffetto verde, per presentare in mondovisione il suo lavoro, stavolta gli mancheranno. «Quando ho sentito l’annuncio della cancellazione in tv mi sono sentito un po’ vuoto dentro», ammette Neil Stubley, il capo giardiniere di Wimbledon. «Uno dei lati belli del mio mestiere è che posso mostrare il frutto della mia fatica a tutto il mondo ogni anno. Gli occhi di molti sono puntati per vedere in che stato è il Centre Court il primo giorno dei Championships, ed è sempre un momento di tensione», ha raccontato al Daily Telegraph.

(…)

L’All England Club per qualche tempo ha considerato l’ipotesi di far slittare il torneo ad agosto, ma lerba non è la terra, o il cemento. E’ una superficie viva, che non si adatta così facilmente ai cambi del clima. «A fine estate il sole si abbassa sull’orizzonte>, spiega Stubley. «Quindi la rugiada arriva prima, e i campi diventano scivolosi. La finestra utile per giocare si accorda sia all’inizio sia alla fine del giorno. Sarebbe bellissimo poter gareggiare a fine estate e in autunno, purtroppo non è possibile». Per altre occasioni i Doherty Gates sono stati aperti anche più in là con la stagione, ma Wimbledon è un evento estremamente complesso. «E’ vero che abbiamo ospitato incontri di Coppa Davis in settembre, ma in quel caso gli incontri iniziano alle 11.30 del mattino, o a mezzogiorno, e finiscono attorno alle 5 del pomeriggio». E solo per la durata di un weekend.

(…)

Per gran parte della sua storia Wimbledon è stato in calendario a cavallo di giugno e luglio. Dal 2015 si è deciso di spostarlo avanti di una settimana per dare più spazio alla stagione sull’erba, della quale rappresenta il culmine. Ma è il termine estremo, impossibile da superare anche in casi di emergenza assoluta come oggi. Il Club del resto è assicurato contro la pandemia; riceverà circa 113 milioni di euro di indennizzo e ha deciso di non licenziare né mettere in cassa integrazione nessuno dei suoi dipendenti. Stubley e il suo team di 15 giardinieri continueranno a tenere in ordine i campi, lottando contro le erbacce e le volpi che ne minacciano lo splendore.

(…)

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