Podcast Off-Court - I responsi di Shanghai: Federer in affanno e Berrettini vede Londra

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Podcast Off-Court – I responsi di Shanghai: Federer in affanno e Berrettini vede Londra

Da una parte all’altra dell’Oceano, Vanni Gibertini e Luca Baldissera tirano le somme sulla stagione asiatica del circuito maschile

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Vanni Gibertini (a sinistra) e Luca Baldissera (a destra) se ne vanno da Indian Wells alla fine del torneo

Lo “swing” asiatico del circuito ATP si è concluso con la conferma di Daniil Medvedev come grande realtà del tennis mondiale e con Matteo Berrettini legittimamente alla caccia di un posto alle ATP Finals a Londra. Roger Federer, nervoso più che mai, ha confermato il proprio disagio sui terreni veloci che non gli danno il tempo di scegliere tra la sua ampia gamma di soluzioni.

 

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgée”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Wimbledon cancellato, Federer: “Non vedo l’ora di tornare il prossimo anno”

Numerosi giocatori hanno commentato con dispiacere la notizia di ieri. Da Murray a Serena Williams, passando per Halep, Gauff e Kvitova. Tutte le reazioni social

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Era atteso da più parti, e alla fine lo stop a Wimbledon 2020 è arrivato nella giornata di mercoledì. Questo non significa però che il colpo sia più facile da digerire, sia per i tifosi sia soprattutto per i giocatori, che più di tutti vivono nella mistica di SW19. Molti hanno affidato le proprie reazioni ai social media, come da costume – non che ci possano essere altri modi in queste settimane, peraltro. La più attesa non poteva che essere quella di Roger Federer. Non ce ne vogliano i fan degli altri big, ma il responso dello svizzero è per forza il primo della lista, per vari motivi.

Innanzitutto, Federer fa più o meno manifestamente della ‘Quest’ per il nono titolo la ragione principale per continuare a giocare, oltre all’amore smisurato che nutre per il tennis; è quello con la liaison più intensa con Wimbledon; è sostanzialmente l’unico big che gioca la stagione su erba per intero (quest’anno avrebbe probabilmente partecipato a tre tornei, vista l’assenza sulla terra); e, infine, ogni edizione potrebbe essere la sua ultima, e quindi la cancellazione non dà garanzie su sue partecipazioni future, visto che Wimbledon 2021 si svolgerà poche settimane prima del suo ingresso fra gli “anta”.

Per fortuna, però, Roger ha pubblicato una storia su Instagram con cui ha tranquillizzato i suoi adepti, scrivendo: “Non vedo l’ora di tornare l’anno prossimo. Tutto questo ci fa apprezzare ancora di più il nostro sport”. Decisamente più funereo il mood del tweet di qualche minuto prima, quando la reazione a caldo era finita su Twitter, con una sola parola, “devastato”, seguita da una GIF sull’impossibilità di esprimere il proprio dolore… con una GIF:

 

Non sono ancora arrivati commenti da parte del campione in carica, Nole Djokovic, né da parte di Rafa Nadal, mentre Andy Murray ha scritto un post su Facebook, rammaricandosi in egual modo anche per il Queen’s ma richiamando l’attenzione sulle problematiche più serie che hanno portato alla decisione del Board londinese:

Very sad that the Fever-Tree Championships and Wimbledon have been cancelled this year but with all that is going on in…

Pubblicato da Andy Murray su Mercoledì 1 aprile 2020

Va anche detto che Muzza è fermo da novembre, e l’annullamento gli darà la possibilità di essere molto più competitivo il prossimo anno (a scanso di nuove ricadute), e sappiamo quanto il pubblico britannico aneli a un suo ritorno in grande stile sui giardini della capitale anche nel singolare.

Sul fronte femminile, invece, le finaliste della scorsa edizione, Simona Halep e Serena Williams, hanno a loro volta utilizzato Twitter. Qui la rumena…

…e l’icastica (in questa occasione soltanto) americana, sette volte trionfatrice ai Championships:

A loro si aggiungono Coco Gauff, che si è costruita un seguito cult durante la scorsa edizione, e due vincitrici degli anni passati quali Petra Kvitova e Angelique Kerber:

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Jannik Sinner: “Federer, gioca un altro anno. Voglio sfidarti a Wimbledon”

L’azzurro parla alla Gazzetta dello Sport: “La priorità non è tornare in campo, ma uscire dall’emergenza. Vorrei avere la personalità di Nadal. US Open e Roland Garros uno dopo l’altro? Ho 18 anni, voglio giocare”

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Jannik Sinner - Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

Dieci euro per ogni post con foto di pizza condita per formare occhi, naso e bocca. È questa la Sinner Pizza Challenge, lanciata una settimana fa su Instagram dallo stesso Jannik Sinner, che prima si è divertito a creare in casa la sua pizza e poi ha invitato tutti i suoi follower ad aiutarlo nella raccolta fondi per la lotta al Coronavirus. L’altoatesino è in quarantena a Montecarlo, lontano da casa sua e dai campi di Bordighera. Segue il programma di allenamento quotidiano fornito da coach Riccardo Piatti: “Lavoro a secco, su mobilità laterale e potenziamento di gambe e braccia” dice in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. “La racchetta la tocco solo tre o quattro volte a settimana. Faccio solo movimento senza palla nello spazio comune del palazzo dato che il Country Club è chiuso”.

Oltre agli allenamenti c’è tanto tempo da passare in casa, quanto di più insolito per un tennista professionista, ma Jannik fa come tutti gli altri ragazzi ai tempi del Covid-19: “Guardo tante serie TV sul computer e faccio dei tornei online alla playstation con i miei amici. E ovviamente tante telefonate con i miei genitori”. C’è tempo anche per ragionare, riflettere su quanto sarà particolare il rientro alle gare (si spera) tra qualche mese e sulle prospettive di una carriera: Ora la priorità non è tornare in campo, ma uscire dall’emergenza. Il rientro sarà molto eccitante. Tutti avremo così tanta adrenalina che non vorremo mollare nemmeno un colpo, sia i big che i più giovani. Sarà una battaglia e a me piacciono le battaglie”.

Sembra che Sinner non tema nemmeno le fatiche dei due Slam consecutivi programmati in autunno a seguito della scelta di spostare il Roland Garros al 20 settembre, dopo gli US Open: “Ho 18 anni. Voglio giocare. E più gioco, più mi diverto. Poi se dovessi scegliere un torneo dello Slam in cui penso di poter arrivare in fondo, direi proprio gli US Open“. I sogni nel cassetto non mancano a Jannik, che spera di poter affrontare anche il suo idolo, sul campo più famoso del mondo: Battere Federer a Wimbledon è sempre stato tra i miei sogni. Spero comunque di poter giocare sul Centrale un giorno, devo ancora scoprire il mio valore sull’erba. A Roger lancio un messaggio: ‘Gioca un altro anno, così magari il nostro match è solo rimandato di dodici mesi’“.

 

Nonostante lo svizzero sia sempre stato il suo punto di riferimento (“cercavo di imitarlo” ha affermato il giovane azzurro), Sinner vuole prendere spunto anche da Rafa Nadal: “Mi sono allenato con lui a Melbourne e mi ha impressionato come tiene il campo. Mi piacerebbe avere la sua personalità”. Per ora si sta avvicinando a Rafa coi risultati, perché un ragazzo così giovane tra i primi 80 del mondo non si vedeva da Nadal nel 2004. L’altoatesino non perde però la bussola, che punta l’ago verso la costanza dei risultati e il miglioramento quotidiano: “Giocare subito a questi livelli è sicuramente la strada più difficile. Nel tennis puoi passare dal vincere un torneo a perdere tre primi turni di fila. Perciò ora l’obiettivo è la continuità dei risultati, l’applicazione quotidiana e il miglioramento di tutti i colpi. Ma il principale nemico di un tennista è la fretta. Piatti sa che io sono ambizioso ed esigente, però chiede pazienza. E io sarò paziente“.

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