Djokovic e la caccia al N.1: "Ho una possibilità, ma sarà molto difficile"

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Djokovic e la caccia al N.1: “Ho una possibilità, ma sarà molto difficile”

Il serbo ha bisogno di un grande risultato a Londra per sperare di chiudere l’anno in cima al ranking per la sesta volta

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Novak Djokovic - Bercy 2019 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Novak Djokovic ha conquistato il suo quinto titolo a Bercy al termine di una finale dominata contro Denis Shapovalov. In conferenza stampa però Nole, forse con eccesso di politically correct, ha voluto sottolineare come la differenza in campo non sia stata così abissale. “Penso che sia stata una grande prestazione al servizio per entrambi. Era difficile leggere il suo servizio. Io invece ho avuto il mio miglior match alla battuta dell’intero torneo ed è per questo che la partita è stata breve, poco più di un’ora. Il 6-3 6-4 è un risultato che non mette troppa distanza tra i due giocatori, alla fine è solo un break per set. Sicuramente è stato uno dei migliori match che ho giocato questa settimana. In generale tutta la seconda parte della settimana è stata incredibile“.

Ovviamente, vista l’età dell’avversario, non può mancare una domanda di confronto tra la nuova generazione di tennisti e lo zoccolo duro dei Big Three che tenacemente si rifiutano di abdicare e ricacciano indietro ogni tentativo di assalto al trono. “Dipende dai punti di vista. Non penso che ci sia una grande differenza in termini di gioco. I Next Gen hanno già vinto dei Masters 1000, è già accaduto e continuerà ad accadere più spesso. Ragazzi come Medvedev, Khachanov e Rublev, Tsitsipas, Zverev, Thiem, Felix (Auger-Aliassime, ndr) e Denis (Shapovalov, ndr) si sono già stabiliti tra i primi venti giocatori del mondo. Ora stanno iniziando a credere di poter competere per i titoli più importanti, quindi credo che sia solo questione di tempo. Quanto possano essere continui questo ovviamente è un punto di domanda. Se hai una buona settimana puoi vincere, magari vincere anche uno Slam, ma poi bisogna farlo in maniera costante durante la carriera, anno dopo anno. Questo probabilmente lo sanno fare in pochi“.

Nonostante il titolo a Bercy Djokovic lunedì verrà scavalcato da Rafael Nadal e cederà il numero uno del mondo. Il serbo però è ancora pienamente in corsa per chiudere l’anno al primo posto della classifica ATP (sarebbe la sesta volta per lui, record insieme a Pete Sampras), ma ha bisogno di un grande risultato alle ATP Finals di Londra. Attualmente il serbo deve rimontare 640 punti a Nadal che però non è ancora certo di competere alla O2 Arena. “Prima di tutto mi dispiace vederlo infortunato, perché non è una cosa che fa piacere, né per Rafa né per nessun altro. Spero che possa recuperare e competere a Londra, perché senza di lui non solo la corsa al numero uno, ma anche il torneo sarebbe diverso. Certamente in termini di punti, questa vittoria mi mette in una posizione migliore, ma devo continuare a vincere. C’è sicuramente una possibilità che vinca tutte le partite a Londra e che faccia bene, è già successo in passato. Ma ovviamente è un compito estremamente difficile considerando chi saranno i miei avversari“.

 

Ecco gli scenari possibili alla O2 Arena:

  • Se Nadal non vince nessuna partita nel round robin (o non partecipa al torneo): Djokovic è numero 1 arrivando in finale se ha vinto almeno due partite nel girone
  • Se Nadal vince una partita nel round robin: Djokovic è numero 1 arrivando in finale imbattuto
  • Se Nadal vince due partite nel round robin: Djokovic è numero 1 se vince il titolo
  • Se Nadal vince tre partite nel round robin: Djokovic è numero 1 se vince il titolo
  • Se Nadal arriva in finale con due sconfitte: Djokovic è numero 1 se lo batte in finale (anche se non è imbattuto)
  • Se Nadal arriva in finale con una sconfitta: Djokovic è numero 1 se lo batte in finale da imbattuto
  • Se Nadal arriva in finale imbattuto: Djokovic non può essere numero uno

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ATP

Essere Roger Federer a bordo di un tram chiamato desiderio

Immaginaria intervista al fuoriclasse svizzero sul suo 2021 e sul futuro

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Ricordate la trama del film “essere John Malkovich”? Per chi non la ricordasse la riassumiamo in poche parole: un burattinaio di scarso talento trova un passaggio che gli permette di entrare nella mente di John Malkovich. Se un giornalista di scarso talento come il sottoscritto trovasse il passaggio per entrare nella mente di Roger Federer, quali pensieri incontrerebbe? Lo stesso Federer come giudica la sua stagione e come immagina le prossime?

In attesa di trovare quel passaggio, abbiamo immaginato di esserci trovati in sua compagnia in un rifugio immerso tra le nevi delle montagne svizzere e – favoriti dall’atmosfera di complicità creatasi a tavola tra generose porzioni di raclette e bicchieri di acquavite vallese – di averglielo chiesto e di avere ottenuto le risposte dalla sua viva voce.

Di seguito la trascrizione dell’intervista che non è mai avvenuta.

 

Roger, nel 2021 hai disputato complessivamente 5 tornei: Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e Wimbledon per un totale di 13 incontri, di cui 9 vinti e 4 perduti. A Parigi ti sei ritirato agli ottavia Wimbledon hai perso ai quarti di finale; nei tre restanti eventi non sei mai andato oltre il terzo turno…

R: Roberto, qual è la domanda? Se iniziamo così per la fine dell’intervista si saranno già sciolte le nevi e io un paio di sciatine vorrei ancora farmele, ginocchia permettendo.

Arrivo al punto: dal tuo punto di vista il bicchiere quest’anno è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Ti rispondo da due punti di vista. Sotto quello personale il bicchiere è pieno. Come ho già detto in altre occasioni il primo motivo per il quale mi sono sottoposto a questi interventi chirurgici era quello di potermi garantire una vita normale sotto il profilo fisico una volta appesa la racchetta al chiodo e da questo punto di vista mi ritengo pienamente soddisfatto. Dal punto di vista sportivo invece faccio più fatica a risponderti. Ci sono giocatori maturi di alto livello che in tutta la loro carriera non sono mai andati oltre un ottavo di finale in un Major.

per esempio Basilashvili, un solido Top 20 che quest’anno si è pure preso il lusso di batterti a Doha ma che in carriera non è mai andato oltre un ottavo a New York..

….per esempio Basilashvili (grazie per avermi ricordato quella partita in cui ho anche avuto un match point). Ma – con tutto il rispetto per Nikoloz – io ho una storia e delle capacità diverse dalle sue e ciò che per un bravo giocatore può rappresentare un exploit per me non lo è. Quindi, tornando alla tua domanda, la stagione sotto il profilo sportivo per me è stata solo parzialmente soddisfacente. Anche perché speravo di essere presente allo US Open.

Da 1 a 10 che voto ti dai?

6.

Molti tuoi fan – io incluso – sognavano un tuo rientro trionfale come avvenne nel 2017. Ci avevi fatto un pensierino anche tu?

No. All’epoca rimasi assente dai campi per meno di sei mesi, ovvero dalla semifinale di Wimbledon 2016 sino all’esibizione di Perth nella Hopman Cup a gennaio 2017. Questa volta la mia assenza è durata oltre un anno, da febbraio 2020 a marzo 2021; tanto per un atleta in generale, tantissimo per un atleta di 40 anni con 23 anni di professionismo alle spalle come il sottoscritto.

Il momento più brutto e il più bello del tuo 2021 sportivo.

Cronologicamente sono quasi coincidenti: la sconfitta a Wimbledon contro Hurkacz e l’ovazione tributatami dalla folla mentre lasciavo il campo al termine di quella partita. Posso citare anche quello più surreale?

Prego.

Roland Garros: Koepfer che entra nel mio rettangolo di gioco e sputa sul segno lasciato dalla pallina dopo avere subìto un break. Incredibile. E non solo riferito al 2021.

Ne convengo. Partita migliore dell’anno.

Quella contro Gasquet a Wimbledon. Però devo essere sincero: se Richard non esistesse dovrei inventarlo. Sembra fatto apposta per farmi fare bella figura. Anticipo la tua domanda e ti dico anche la peggiore: quella contro Auger-Aliassime ad Halle. Ci sta perdere al terzo contro un giocatore molto forte che ha quasi 20 anni meno di me; ma Halle dopo Wimbledon è il torneo che amo di più, ed averci perso mi ha fatto male; inoltre quella sconfitta mi ha impedito di mettere nelle gambe un paio di partite in più sull’erba che a Wimbledon mi avrebbero fatto molto comodo. Peccato.

Roger, quest’anno la tua città – Basilea – ti ha dedicato un tram, il Federer-Express. Supponiamo che ti venga dedicato un altro tram e che a questo venga messo il nome “desiderio”, che cosa desidereresti ottenere ancora dal tuo talento?

La macchina del tempo per poter tornare al 14 luglio 2019 e giocarmi in modo diverso i due match point contro Djokovic. Più seriamente: la possibilità di poter ancora lanciare un Hurrà di vittoria (se poi sono due anche meglio).

Dove ti piacerebbe farlo?

Credimi, non ha poi tanta importanza dove. Ovvio che mi piacerebbe farlo a Wimbledon, ma l’idea di poter alzare un trofeo, sentire gli applausi del pubblico, vedere i flash dei fotografi, in sé ha un valore inestimabile, che supera il dove e il come. Ora che ci penso però devo dire però che anche a Torino non sarebbe male.

Visto che hai citato Novak prendo spunto per un’ultima domanda: per chi hai fatto il tifo nella finale degli ultimi US Open?

Ancora un goccio di acquavite?

Repetita iuvant: è un lavoro di mera fantasia. Non abbiamo mangiato raclette e bevuto acquavite vallese con Federer.

Per ora.

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evidenza

Il Guardian racconta “Citizen Ashe”, la storia di un campione del gioco e dell’attivismo

Il nuovo documentario, uscito il 3 dicembre, ripercorre i trionfi di Arthur Ashe allo US Open e a Wimbledon e il suo rapporto con il movimento per i diritti civili

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Arthur Ashe partecipa a un'udienza sull'apartheid alle Nazione Unite (ph. Bettman)

Qui il link all’articolo originale; qui, invece, la recensione del New York Times

La benzina del successo tennistico di Arthur Ashe è stata la fiducia: ha affermato che se avesse creduto abbastanza in sé stesso avrebbe potuto colpire la pallina spalle alla rete. Nel 1968 ebbe un grande momento di forma, inanellando una striscia di due mesi senza sconfitte. All’atto conclusivo dello US Open batté Tom Okker, diventando il primo uomo di colore a vincere un titolo dello Slam in singolare maschile. Nel frattempo Ashe si trovava ad affrontare pressioni interiori ed esterne affinché prendesse posizione sui diritti civili: essendo cresciuto nel Sud segregazionista, era preoccupato dalla possibilità di contraccolpi violenti. Ma dopo la vittoria a Forest Hills era pronto a esporsi e farsi sentire, stando a quanto riporta un nuovo documentario, “Citizen Ashe” [riprendendo il titolo originale del film “Quarto potere”, vale a dire “Citizen Kane”, ndt], diretto da Rex Miller e Sam Pollard.

Nel film Johnnie Ashe ricorda che il fratello diceva: “Adesso sono un campione, le persone ascolteranno ciò che ho da dire. Sono il primo nero a vincere lo US Open, sarò richiestissimo“. Miller afferma che la previsione di Ashe si sarebbe presto avverata. “Letteralmente alcuni giorni dopo il successo di New York, Arthur era ospite nel programma ‘Meet the Press’ e decise di non poter più restare ai margini. Considerando anche gli eventi della primavera e dell’estate 1968, con gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, le proteste per la Guerra del Vietnam, i sit-in, tutto ciò che stava accadendo nel Paese, per lui era arrivato il momento di prendere la parola“.

 

“Citizen Ashe” è stato presentato sugli schermi al Doc New York City Film Festival il 13 novembre, prima dell’uscita ufficiale del 3 dicembre (negli Stati Uniti). Ci sono rari contributi audio e fotografie della stella del tennis; il film mostra l’impatto di Ashe dentro e fuori dal campo prima della sua morte, avvenuta a 49 anni nel 1993 a causa delle complicazioni dovute all’AIDS.

Il documentario mette in evidenza due vittorie nei Major arrivate all’inizio e verso la fine della sua carriera – US Open 1968 e Wimbledon 1975, quando sconfisse Jimmy Connors grazie al piano di gioco ideato con un gruppo di amici. Inoltre approfondisce il suo attivismo, anche in Sudafrica, dove sfidò l’apartheid una volta saputo che Nelson Mandela era finito in carcere per aver provato a votare. Dopo la diagnosi di AIDS, Ashe creò una fondazione dedicata alla sconfitta del virus.

Nel film sono presenti interviste a persone a lui vicine, come la moglie Jeanne Moutoussamy-Ashe, co-produttrice della pellicola, e il fratello Johnnie. “Tutto questo non sarebbe stato possibile se Jeanne non avesse partecipato attivamente“, dice Miller. “Era parte integrante del progetto, impegnata nella riuscita del film in prima persona“. Jeanne anche aiutato il regista a contattare giocatori quali Charlie Pasarell (parte del gruppo che stilò il piano per battere Connors) e John McEnroe, che ebbe un rapporto complicato con Ashe quando quest’ultimo fece da mentore per la squadra americana di Coppa Davis.

Secondo Pollard, “Arthur, insieme a Jim Brown, Kareem Abdul-Jabbar e Bill Russell, è stato una sorta di modello da seguire per le stelle odierne Colin Kaepernick, Serena e Venus Williams, Naomi Osaka, LeBron James. Ciò che fanno loro oggi non si pone in una tradizione inaugurata da loro“.

Questo film dà uno sguardo sui momenti che hanno formato Ashe da giovanissimo a Richmond, Virginia. Il tennista ha raccontato che era normale per i bambini di colore chiedersi se avrebbero mai potuto vivere bene in una società segregazionista e che ogni giovane con “più di un pizzico di intelligenza” se ne sarebbe andato. Anche Arthur lo fece – prima andò a Saint Louis per terminare le superiori, poi al college all’Università della California a Los Angeles (UCLA). Richmond rimaneva un triste ricordo per Ashe: aveva perso sua madre a sei anni. Suo padre faceva il custode in un campo sportivo per soli neri, dove il giovane Arhur imparò a giocare a tennis e fu scoperto dall’allenatore Robert Johnson, il quale aveva notato anche la promessa di colore e pioniera Althea Gibson.

Il documentario mostra quanto fu decisivo il 1968 sia per Ashe sia per gli Stati Uniti, da molteplici punti di vista. La carriera sportiva del futuro campione stava decollando: fu il primo uomo di colore ad essere selezionato per la squadra americana di Coppa Davis. Inoltre era entrato nell’esercito, come tenente di stanza a West Point, mentre suo fratello era impiegato in Vietnam. Johnnie si rese volontario per un altro turno di servizio in Asia, permettendo ad Arthur di rimanere in patria. “Fu un grande sacrificio“, dice Pollard. “Devi amare molto tuo fratello per fare una cosa del genere“. Ashe andò comunque in Vietnam, dove si trovò in prima linea e vide con i propri occhi militari feriti in servizio, cosa che lo colpì molto. Nel film Johnnie Ashe descrive quei momenti: “In qualche modo gli eventi lo riportarono a casa. Ho fatto la cosa giusta, al momento giusto per il giusto motivo“.

Nel frattempo Arthur Ashe si interrogava se quella fosse anche l’occasione opportuna per prendere posizione sui diritti civili. Atleti di colore come Muhammad Ali, Abdul-Jabbar [all’epoca ancora noto come Lew Alcindor, ndt], Russell e Brown appoggiavano il movimento, così Harry Edwards chiese ad Ashe di fare altrettanto, ma c’erano dei fattori a complicare la decisione. “Specialmente nel Sud non volevi creare ondate di protesta su basi razziali e mettere in questo modo la tua vita in pericolo“, continua Pollard. “C’era una sorta di segregazione molto netta in USA su determinate problematiche relative al colore della pelle, in special modo nel Sud. Ashe sapeva quali erano le regole del gioco e che se fosse voluto sopravvivere in America non avrebbe dovuto creare movimenti di protesta. Dovevi fare la cosa giusta. Questo è ciò che significava essere nero all’epoca“.

Comunque il regista aggiunge che “l’autostima di Arthur stava crescendo. Poteva dire la sua – non come Ali o Russell, l’avrebbe fatto a modo suo. Come dice nel film Edwards, gli afroamericani non sono monolitici: non fanno tutti le stesse cose alla stessa maniera. L’attivismo di Ashe avrebbe avuto un impatto potente“. A marzo Arthur tenne un discorso sui diritti civili alla Chiesa del Redentore di Washington, discorso che venne criticato dai ranghi più alti dell’esercito. In aprile stava guidando sul George Washington Bridge quando apprese dalla radio che Martin Luther King era stato assassinato. Nel corso della campagna presidenziale, chiacchierò di tennis con il candidato democratico Robert Kennedy prima che anche lui venisse ucciso a giugno. Qualche mese più tardi, Ashe vinse lo US Open e a quel punto era pronto a parlare delle cause che sosteneva: dai diritti civili all’educazione per abolire l’apartheid.

Stava cercando di cambiare il campo su cui giocare“, dice Miller. “Era ancora un patriota, era ancora nell’esercito e pensava che fosse la cosa giusta da fare. Era orgoglioso del servizio reso da suo fratello, e tutte queste cose andarono a incastrarsi quando conquistò il suo primo Slam – primo vincitore di colore in un Major e primo americano dell’era moderna a vincere a New York. Il trofeo gli garantì un palcoscenico dal quale poter dire la sua”.

Traduzione a cura di Lorenzo Andorlini

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Flash

WTA Awards 2021, annunciate le vincitrici: Ashleigh Barty giocatrice dell’anno

Doppio successo per Barbora Krejcikova: miglior doppista con Siniakova e singolarista più migliorata. Premiate anche Raducanu e Suarez Navarro

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Da St. Petersburg in Florida, sede del quartier generale della Women’s Tennis Association, arriva l’annuncio delle vincitrici dei WTA Awards 2021, i premi riservati alle migliori tenniste del Tour, suddivisi in cinque categorie. Migliore giocatrice dell’anno è la numero 1 del mondo Ashleigh Barty, premiata con il prestigioso riconoscimento già ottenuto nel 2019. Durante questa stagione, la venticinquenne di Ipswich ha vinto a Wimbledon il suo secondo titolo Slam dopo il trionfo al Roland Garros 2019. Ha inoltre alzato il trofeo a Miami dov’era campionessa uscente, a Cincinnati, allo Yarra Valley Classic e a Stoccarda. Prima anche nella Race, ha chiuso al primo posto la classifica per il terzo anno consecutivo – nel 2020 praticamente senza giocare, ma quelle erano le regole.

Dalla regina alle regine: le ceche Katerina Siniakova e Barbora Krejcikova vincono il premio per il doppio dell’anno. Rispettivamente numero 1 e 2 del ranking di specialità e prima coppia nella Race. Anche per loro si tratta di una seconda volta dopo il riconoscimento del 2018. Nel palmarès stagionale di Barbora e Katerina spiccano i titoli del Roland Garros e delle WTA Finals di Guadalajara, oltre alla medaglia d’oro olimpica.

Tocca adesso alla giocatrice più migliorata dell’anno, premio destinato alla tennista che “finisce l’anno in Top 50 dopo aver dimostrato significativi miglioramenti nell’arco della stagione”: è Barbora Krejcikova che, oltre a essersi fatta valere in doppio, in singolare ha alzato tre trofei, i primi della carriera. Protagonista dell’accoppiata vincente singolo/doppio al Roland Garros, ha vinto anche i tornei di Strasburgo e Praga. Più che in Top 50, Barbora ha chiuso l’anno in Top 5, dopo aver toccato persino la terza posizione in classifica.

 

Suona meglio in inglese, ma lo traduciamo comunque: il premio per la nuova arrivata del 2021 va a Emma Raducanu. Newcomer of the Year, “colei che è entrata in Top 100 e/o ha conseguito risultati degni di nota”; quindi, considerando che aveva finito il 2020 al 343° posto mentre ora è al 19° e che ha vinto lo US Open con una straordinaria cavalcata iniziata dalle qualificazioni, possiamo affermare che ha soddisfatto – e pure ampiamente – entrambe le condizioni, in barba alla possibilità ammessa da quel “e/o”. Inoltre, in Church Road, è stata la più giovane tennista britannica a raggiungere gli ottavi nella storia di Wimbledon. Come se non bastasse, in ottobre a Cluj-Napoca ha addirittura vinto il suo primo incontro in un torneo WTA.

Ultima nell’elenco delle categorie ma certo non nei cuori degli appassionati è Carla Suarez Navarro, premiata come Comeback Player of the Year, tennista al rientro dopo che la sua classifica era precipitata a causa di infortuni o motivi personali. Un ritorno particolarmente gradito, non solo perché una delle atlete più sportive e corrette del circuito, ma perché la scorsa stagione, quella in cui aveva programmato il ritiro, è stata interrotta dalla pandemia prima e dal linfoma di Hodgkin poi. La volontà di guarire e tornare a giocare per essere ricordata sul campo e “non in un letto di ospedale” è stata premiata e Carlita ha impugnato la racchetta a Parigi, Wimbledon, Olimpiadi, US Open e in Billie Jean King Cup.

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