2019, il tennis a maggio: il Foro delle polemiche

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2019, il tennis a maggio: il Foro delle polemiche

Nell’eterna sfida con Madrid, gli Internazionali BNL d’Italia vincono sul campo ma perdono sul piano organizzativo con scelte discutibili. Nadal inizia la sua rinascita

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Il campo centrale del Foro Italico a Roma 2019 (foto Twitter @InteBNLdItalia)

Per gli appassionati di tennis, il mese di maggio è sinonimo di rosso: no, la politica non c’entra nulla, parliamo di terra battuta, la superficie più diffusa in Italia, quelli che tanti considerano la più vera, perché necessita di gambe, cuore e sofferenza. Parliamo dei più importanti tornei sul rosso, dal Mutua Madrid Open di inizio mese al Roland Garros che si estende fino a giugno, passando per gli Internazionali BNL d’Italia, quando tutto il mondo del tennis che conta si dà appuntamento al Foro Italico.

Il dualismo tra Madrid e Roma è ormai vecchio quanto è vecchio il… torneo di Madrid, che non ha la quasi centenaria storia degli Internazionali ma in poco più di 10 anni ha saputo costruirsi una solida tradizione ed è additato da tutti gli addetti ai lavori come uno dei tornei meglio organizzati della stagione. Una volta il giornalista Ben Rothenberg del New York Times disse: “Se Madrid e Roma si fondessero darebbero vita al torneo perfetto, perché tutti i punti deboli di Madrid sono i punti di forza di Roma e viceversa”. A Madrid c’è un’organizzazione efficiente e un impianto moderno e spazioso con tre campi coperti, ma l’atmosfera è fredda e l’entusiasmo del pubblico a volte latita. A Roma l’impianto è tanto scenograficamente incantevole quanto piccolo e scomodo, l’organizzazione lascia spesso a desiderare, ma lo scenario e il calore della gente fanno dimenticare (quasi) tutto.

La “battaglia” tra i due tornei si esplicita spesso con la tacita lotta per assicurarsi la presenza delle superstar, che in teoria, almeno a livello maschile, dovrebbero giocare entrambi gli eventi, dato fanno parte di quelli obbligatori, ma al lato pratico capita spesso che qualcuno non voglia stancarsi troppo e finisca per marcare visita. Nel 2019 i “Big 3” del circuito maschile hanno giocato in entrambe le città, con Roger Federer che inizialmente aveva deciso di essere presente solamente a Madrid ma dopo la sconfitta ai quarti di finale contro Dominic Thiem (dopo aver sciupato due match point) ha confermato la sua presenza anche nella Capitale, dando il via alla girandola di polemiche che hanno caratterizzato gli Internazionali versione 2019.

 

Ma andiamo con ordine: a Madrid, oltre alla già citata sconfitta di Federer, abbiamo assistito all’inizio della rinascita di Rafael Nadal, che è stato eliminato dopo una tostissima semifinale contro Stefanos Tsitsipas, ma che dopo aver toccato il fondo a Barcellona ha iniziato il suo travolgente ritorno che l’ha portato a chiudere l’anno al n.1 della classifica ATP. La programmazione particolarmente densa del Mutua Madrid Open, che come in tutti i Masters 1000 vede impegni molto ravvicinati da un giorno all’altro, ha finito per favorire Novak Djokovic, che si è trovato in semifinale un Thiem sicuramente provato dal match del giorno prima con Federer, e in finale ha visto Tsitsipas finire la benzina dopo il primo set a causa della battaglia vinta con Nadal nemmeno 24 ore prima.

Nel torneo femminile è stata l’olandese Kiki Bertens a conquistare il suo secondo titolo dell’anno e il suo secondo Premier 5 o Mandatory in carriera superando Simona Halep in finale e impedendole di conquistare la vetta del ranking WTA, dopo che la n.1 Osaka si era improvvisamente spenta nei quarti di finale contro Belinda Bencic. A Madrid Bertens non ha solamente vinto uno dei tornei più importanti (e ricchi) dell’anno, ma ha soprattutto fatto vedere un gioco da terra battuta che l’ha iscritta di diritto nella lista delle prime favorite per il Roland Garros, dove poi però non avrebbe avuto la possibilità di giocarsi le sue chance a causa di un problema gastro-intestinale occorsole prima del secondo turno.

La settimana seguente, sotto i pini del Foro Italico (più per ripararsi dalla pioggia che non a cercare refrigerio all’ombra) sono state più le polemiche fuori dal campo a tener banco che non le vicende agonistiche. Ancor prima di iniziare, il Presidente FIT Binaghi, poche ore dopo l’annuncio della presenza di Federer a Roma, ha avuto l’idea non proprio delicata di dichiarare in un’intervista che avevano raddoppiato il prezzo dei biglietti per il match d’esordio di Federer per premiare chi aveva acquistato i biglietti in anticipo”. Poi succede l’imponderabile, con quella giornata di mercoledì completamente cancellata dalla pioggia e gestita come peggio non si poteva dall’organizzazione, la quale prima tiene tutti gli atleti al Foro per 10 ore quando sembrava piuttosto evidente che non si sarebbe giocato nemmeno un punto, poi tenta in tutti i modi di far giocare qualche incontro per evitare di dover rimborsare i biglietti, e infine dà il rompete le righe in contemporanea all’inizio della finale di Coppa Italia Lazio-Atalanta, costringendo i giocatori a due ore in auto per tornare in albergo.

Il giorno dopo, il capolavoro: vengono programmati i doppi turni facendo giocare due partite a (quasi) tutti, compresi i tre big, mantenendo validi i biglietti di mercoledì solo per la prima parte della giornata, con l’inevitabile conseguenza che nel pomeriggio di giovedì al Foro Italico c’erano quasi il doppio delle persone che avrebbero dovuto esserci. Campi pieni all’inverosimile, gente che provava ad arrampicarsi sulle statue del Pietrangeli, il Grand Stand sul quale Federer giocava un match tiratissimo con Coric stracolmo oltre ogni immaginazione, con i Vigili del Fuoco che erano costretti a chiudere due occhi per far passare una situazione di ordine pubblico insostenibile. Nick Kyrgios ci metteva del suo facendosi squalificare contro Casper Ruud per aver tirato una sedia da giardino in campo dopo aver perso la trebisonda a causa del pubblico rumoreggiante.

Alla fine Thiem perdeva da Verdasco e si scagliava contro gli organizzatori per averlo fatto rimanere tutto il giorno al circolo il giorno prima senza che si potesse giocare, Djokovic, Nadal e Federer disputavano tutti e tre due match nello stesso giorno (fatto più unico che raro) e lo svizzero il giorno dopo decideva di ritirarsi, lasciando intendere che il Grand Stand su cui ha giocato non era un campo al livello di un Masters 1000. E mentre in finale arrivavano come al solito Djokovic e Nadal, e lo spagnolo vinceva il suo primo titolo della stagione, facendo intuire che l’uscita del tunnel era vicina, la FIT chiudeva in bellezza il torneo ritirando l’accredito al nostro direttore Ubaldo Scanagatta, reo di aver fatto quello che fa almeno il 70% dei giornalisti accreditati, ovvero scrivere pezzi per più testate.

Nel torneo WTA, c’è stata la presenza di Serena Williams a regalare agli Internazionali d’Italia un vantaggio di prestigio sul Mutua Madrid Open. L’americana però non era in forma e si ritirava dopo un solo match, proprio prima di dover incontrare la sorella Venus. Kiki Bertens ha proseguito sullo slancio della vittoria di Madrid e arriva in semifinale sconfiggendo la n.1 Osaka, ma poi si doveva fermare contro Johanna Konta. Dall’altra parte del tabellone era lo “spauracchio dei seggioloni” Karolina Pliskova ad arrivare fino in fondo vincendo contro la britannica la finale forse meno terraiola della storia del torneo. In semifinale Karolina si toglieva pure lo sfizio di prendersi la rivincita contro Maria Sakkari, che nel 2018 l’aveva sconfitta in quel controverso match di terzo turno al termine del quale Pliskova aveva frantumato a racchettate il seggiolone dell’arbitro.

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Australian Open

Australian Open: Halep va come un treno, Kontaveit maratoneta vincente

La rumena impartisce un duplice 6-4 a Mertens e approda ai quarti. Non ha concesso un set dall’inizio del torneo. Sfiderà la 25enne estone che è dovuta rimanere in campo oltre due ore e mezza per sconfiggere la giovane Swiatek

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Simona Halep - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Simona Halep fa sul serio a questi Australian Open. E, negli ultimi due anni, quando la rumena è arrivata in forma ad uno Slam, in pochissime sono riuscite a fermarla. Dall’inizio del torneo non ha concesso nemmeno un set alle sue avversarie. Ma se nei primi tre turni dall’altra parte della rete si era trovata di fronte tenniste ben meno attrezzate di lei, la sfida di ottavi di finale contro la belga Elise Mertens, testa di serie n.16 e capace di sorprenderla nella finale di Doha dello scorso anno, si presentava sulla carta come particolarmente insidiosa. E invece così non è stato, con Halep che con un periodico 6-4 ha liquidato la pratica in poco più di un’ora e mezza di gioco. La campionessa di Costanza ha così staccato il biglietto per i suoi quarti quarti (si perdoni la ripetizione) di finale a Melbourne. È dovuta stare in campo un’ora di più Anett Kontaveit, testa di serie n.28, per domare le velleità della giovane polacca Iga Swiatek. Kontaveit è venuta a capo di un’autentica battaglia conclusasi 6-7 7-5 7-5. Il modo migliore per raggiungere i primi quarti Slam, dove affronterà per l’appunto Halep. 

Simona Halep – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

HALEP-MERTENS – È Halep a fare il primo strappo nel match. Avanti per 2 a 1 nel primo set, la rumena sfrutta la terza palla break e mette la testa avanti. Mertens però la riaggancia subito sul 3 pari. La belga però soffre tanto sul suo turno di servizio ed è costretta di nuovo a cedere nel nono gioco. Con il servizio a disposizione, nonostante qualche patema, la due volte campionessa Slam chiude il parziale. Rincuorata dall’avvio positivo, Halep si porta sul 3 a 0 pesante nel secondo set. Mertens però continua a crederci e recupera entrambi i break, fino al 4 parti. È ancora il nono gioco ad essere fatale per lei però. Halep vince il suo quinto turno di risposta e poi va a portare a casa il match. A fronte di un maggior numero di vincenti (36 a 21), la fiamminga paga un numero molto più alto di gratuiti, ovvero 38, contro i soli 8 di Halep. A dimostrazione di una prova solida da parte della n.3 del mondo. 

KONTAVEIT-HALEP – Match come detto pieno di emozioni quello tra Kontaveit e Swiatek. Primo set equilibratissimo con le due tenniste che si scambiano break e contro-break fino ad arrivare al tiebreak, dove a prevalere è la 18enne polacca per 7 punti a 4. Secondo parziale altrettanto tirato e apparentemente destinato a concludersi nuovamente al tiebreak. A scongiurare questa eventualità arriva un break decisivo nel dodicesimo gioco in favore della estone che riporta in parità il conto dei set. Sulle ali dell’entusiasmo, Kontaveit si invola sul 5 a 1 nel parziale decisivo. La partita sembra finita quando l’estone va servire per il match. Ma da lì inizia la risalita di Swiatek che, con uno scatto di orgoglio, conquista 4 giochi consecutivi. Il super tiebreak sembrerebbe il finale più giusto. Ma Kontaveit piazza sul 6-5 in suo favore il break che le permette di conquistare il match dopo oltre due ore e quaranta di gioco. A fare la differenza per lei è un pizzico in più di lucidità nelle palle break rispetto all’avversaria: 64% di trasformazione contro 37% di Swiatek.

L’estone, allenata da Kim Sears, suocero di Andy Murray, dovrà recuperare le energie in vista di un complicatissimo primo quarto Slam contro Halep. Non vedo l’ora di giocare contro Simona. È una grande tennista e dovrò mettere in campo il mio miglior tennis. Questo è poco ma sicuro. È molto consistente. Dovrò essere aggressiva per metterla in difficoltà”, ha detto in conferenza stampa. Nelle uniche due occasioni in cui si sono affrontate, entrambe nella stagione 2017, a Roma e Miami, non c’era riuscita, rimediando nove game in due partite. Ma in questi due anni è migliorata tanto. Così come Halep d’altro canto si è trasformata da perdente di lusso in tennista di vertice, capace di travolgere le avversarie con il suo forsennato ritmo da fondocampo. Ci sono tutte le premesse perché riesca a farlo ancora. 

Anett Kontaveit – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il tabellone del torneo femminile (con i risultati aggiornati)

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Stavolta Rafa elogia Kyrgios, che si smentisce il giusto. Con un pensiero a Kobe

Nadal non ha obiezioni: “Ha dato il suo meglio per tutta la partita, quando il suo atteggiamento è questo può giocarsela con chiunque”. Ma Nick: “Lo sapevo già e mi interessa di più essere cresciuto come essere umano. Bryant per sempre un esempio”

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Rafa Nadal supera lo scoglio, anche psicologico, rappresentato dal nemico giurato Nick Kyrgios e attracca ai quarti di finale dello Slam australiano. Lo fa con una prova al solito sostanziosa e convincente, battendo un rivale che ha dato tutto concedendo poco alle digressioni extra campo. Stacca il pass, per giunta, imponendo lo stesso identico score dell’ultimo precedente andato in scena a Wimbledon: seitre, tresei, settesei, settesei; eppure, ascoltando Nick, ma anche Rafa se è per quello, la sfida dal punteggio identico è stata molto più combattuta sotto il cielo di Melbourne.

Mi sono sentito molto più vicino a lui stavolta rispetto al match di Londra – ha dichiarato Kyrgios -, perché ho giocato meglio e avuto molte più occasioni. Sul quattro pari al terzo sono riuscito ad arrivare un paio di volte ai vantaggi sul suo servizio, e se avessi vinto quel set credo avrei avuto molte chance di vincere la partita“. Il problema, e chi meglio di Nick può saperlo, è la ferocia con cui il mostro dall’altra parte del net gioca i punti da cornicione. “Lui è un campione, è ovvio, ha giocato molto bene, servito molto bene, usato lo slice e variato i colpi molto bene. In più, cosa fondamentale, ha interpretato i punti decisivi meglio di quanto abbia fatto io“. Chissà cosa sarebbe successo, qualora le condizioni fossero state più inclini alle sue preferenze… “Il campo era lento in modo snervante, soprattutto quando è calato il sole. Negli ultimi tre set la palla non viaggiava e io dovevo rischiare l’impossibile per fargli punto. Già normalmente è difficile, perché lui ti fa giocare sempre una palla in più, così è davvero troppo“.

Sia come sia, l’incontro è girato su non moltissimi game, anche se Rafa, avendo le sue ragioni, ha a lungo avuto la sensazione di avercelo sotto controllo, il match. “Ho governato i miei turni di battuta abbastanza serenamente e per lunghi tratti mi è sembrato di poter controllare piuttosto bene. Il problema è quando serve lui: è uno dei migliori battitori del circuito ma a differenza degli altri specialisti gioca benissimo anche da fondo, quindi ti mette sotto pressione per tutta la partita“. Soprattutto, e Rafa è costretto a commentare il fatto per l’ennesima volta, se l’unico obiettivo dell’australiano è vincere una partita di tennis. “Ho già risposto due giorni fa alla stessa domanda e non ho cambiato idea. Se riesce a pensare solo alla partita, proprio come ha fatto oggi, diventa molto pericoloso perché ha un talento enorme e può giocarsela con tutti, in qualsiasi torneo”.

 
Rafa Nadal – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La carineria viene riferita a Nick, il quale replica con modalità che non necessariamente stupiscono gli astanti. “Ringrazio Rafa, ma lo sapevo già. Lo so io e lo sanno tutti: il mio problema è mantenere un alto livello di concentrazione agonistica per più ore nella stessa partita e per più giorni nello stesso torneo. Ma ora mi sento motivato a proseguire su questa strada“. Soprattutto in un momento come questo, segnato da profondi rivolgimenti emozionali. “La situazione climatica e ambientale del mio Paese è ancora disastrosa, adesso l’attenzione si è spostata sul torneo e sembra che di problemi non ce ne siano più, invece poco è cambiato. Io ho provato e proverò a dare una mano per quanto sarò in grado di fare ma non per questo mi sento un eroe, mi sento solo molto triste“.

Perché l’atteggiamento di Kyrgios si può sezionare in mille modi e a volte se ne parla persino troppo, ma la sensibilità e il profondo istinto di solidarietà umana che permea il suo essere non dovrebbero essere in discussione. “Il periodo è nero. La notizia della morte di Kobe Bryant mi ha sconvolto. Non ho avuto il piacere di conoscerlo ma è stato un’icona dello sport, prima ancora che del basket. La pallacanestro è la mia vita, non passo una giornata intera senza guardare un match. Questa tremenda disgrazia mi ha dato un’ulteriore spinta per dare tutto me stesso in campo e credo che questa sensazione non mi abbandonerà“.

Nick Kyrgios con la canotta dei Lakers di Kobe Bryant – Australian Open 2020 (via Twitter, @atptour)

Rafa è ancora scottato dalle ultime vicende che lo legano al rivale appena battuto e non può concedere troppo agli elogi, ma le sue parole, oggi, hanno un altro sapore rispetto alle più recenti dichiarazioni in merito. “Io non ho mai avuto nulla contro Nick, contro il suo modo di essere imprevedibile e di interpretare le partite in modo inusuale. Ho avuto problemi con lui solo quando non ha reso giustizia al suo talento; quando con i suoi comportamenti non ha restituito una buona immagine del nostro sport. Ha il dovere di dare sempre il massimo, come ha fatto oggi, perché tutto il movimento ne gioverebbe. Io per primo mi diverto moltissimo a guardare le sue partite“. Kyrgios, com’è naturale, raccoglie fino a un certo punto. “Diventare un giocatore migliore non mi interessa, io voglio diventare un uomo migliore e credo che la strada sia quella giusta. Non avrei dovuto aver bisogno dei tremendi eventi sociali e umani che stiamo vivendo per diventarlo ma ognuno vive e segue il proprio percorso“. Che ci venga conservata una rivalità così.

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Del ranking che non dice tutto e di Tennys Sandgren

Per essere forti nel tennis servono tre cose. Se le hai tutte e tre, sei Nadal. Se ne hai due sei Ferrer. Se ne hai soltanto una, ma sai giocartela bene, forse sei Tennys Sandgren

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Tennys Sandgren - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Mi chiedo come mai non abbia una classifica migliore, ad essere onesti. Ogni volta che lo vedo giocare mi sembra che lo faccia molto bene. Ha molte armi a disposizione e merita di stare più in alto“. A parlare così di Tennys Sandgren, che ha estromesso Fognini dall’Australian Open, è stato il suo avversario successivo, Roger Federer. Non uno qualsiasi.

Lo svizzero interpreta un pensiero condiviso e condivisibile sul conto del tennista del Tennessee. Nella biografia minima di Sandgren c’è un best ranking di numero 41 e un titolo nel circuito maggiore (Auckland 2019) con una finale persa (Houston 2018). Di continuità, però, dalle sue parti se ne trova pochetta. Dopo il titolo di Auckland dello scorso anno, per esempio, Tennys ha perso tutte le partite giocate fino ad aprile, quando ha deciso di tornare transitoriamente nel circuito challenger fino a metà maggio per recuperare vittorie e fiducia. Sembrerebbero le statistiche di un tennista piuttosto mediocre, eppure Sandgren ha giocato tre ottavi Slam, due dei quali convertiti in quarti di finale. Il secondo lo ha giocato e (incredibilmente) perso contro Federer stanotte. Insomma, il suo score si impenna vertiginosamente verso l’alto quando si analizzano i suoi risultati negli Slam, molto più di quanto il suo rendimento medio lascerebbe intuire.

In top 100 – che Tennys chiudeva nell’ultimo aggiornamento di classifica, occupando proprio l’ultimo posto disponibile – ci sono 43 giocatori che hanno almeno l’età di Sandgren e quasi la metà di loro (19) non ha mai giocato un quarto Slam. 16 di questi 19 giocatori (si escludono solo Bedene, Berankis e Travaglia) hanno un best ranking migliore di quello di Sandgren, un dato che ci indurrebbe – forse frettolosamente – a considerarli giocatori migliori dello statunitense. Ma è davvero così? Il ranking, pur essendo una misura discretamente efficace nel determinare il valore di un tennista in un determinato momento della sua carriera, quanto ci dice della sua forza effettiva?

 

Questa considerazione vuole andare oltre il semplice quanto ovvio assunto che Sandgren non vale la centesima posizione che occuperà ancora per pochi giorni. Per accorgersi di questo basta vederlo giocare pochi minuti e apprezzare il servizio efficace, il grande atletismo e le doti di tocco per nulla disprezzabili. In generale, è il caso che esistano dei giocatori in grado di esprimere un picco di rendimento che per una serie di motivi non si traduce in una continuità apprezzabile sul lungo periodo. Raggiungere i quarti Slam una volta può anche essere un caso, ripetersi (dopo aver giocato un altro ottavo a Wimbledon) non è più ascrivibile all’insieme degli eventi casuali. Soprattutto quando si ha un bilancio di 7 vittorie e 7 sconfitte contro top 20 che questa settimana è diventato addirittura un 5-2 negli Slam. Dove in teoria il livello dovrebbe salire, assieme alle difficoltà di battere i migliori giocatori del mondo.

C’è chi dice che i numeri, torturati a sufficienza, confesseranno qualsiasi cosa. È altresì vera la considerazione opposta, ovvero che i numeri bisogna saperli leggere. Tra i sette top 20 sconfitti in carriera da Sandgren c’è per esempio Cecchinato un anno fa a Auckland, rispetto al quale è ragionevole affermare che non abbia mai valso – né probabilmente mai varrà – le prime venti posizioni del mondo sul veloce. Ci sono anche Berrettini e Fognini (due volte!), battuti a distanza di pochi giorni questa settimana, che però sono due tennisti molto diversi. Potente, metodico e ‘leggibile’ il primo, estroso, imprevedibile e dal servizio più tenero il secondo. Sandgren si è adattato con profitto a entrambi i matchup, dimostrando di non essere soltanto il classico americano impostato per fare sempre la stessa cosa. Ma c’è di più, perché non è mai soltanto una questione di tennis (o di Tennys).

Tennys Sandgren – Australian Open 2018 (foto via Twitter, @AustralianOpen)

Perché so cogliere bene le occasioni? Forse perché non me ne sono capitate così tante” ha spiegato Sandgren in conferenza dopo aver battuto Fognini. “Forse non dovrei essere qui. Il fatto che io sia qui mi fa sentire un po’ su di giri e voglio andare oltre le mie possibilità. Voglio fare bene, non voglio dare per scontato il tempo che passo sul campo circondato da così tanti tifosi dopo aver giocato molte volte di fronte a poche persone. Questo mi fa tirare fuori il meglio“. Qualche minuto dopo questa interessante considerazione, ha contestualizzato meglio cosa intendesse con quel ‘forse non dovrei essere qui’. “Ho trascorso gran parte della mia carriera senza neanche poter annusare queste opportunità. Ci sono giocatori anche migliori di me, contro cui ho giocato in challenger o futures, che hanno smesso di giocare perché non ci stavano dentro economicamente o a causa di infortuni. Io ho avuto abbastanza fortuna da poter continuare a cullare il mio sogno, ma c’erano sicuramente molte possibilità che andasse diversamente. I margini per avere queste opportunità sono sempre molto stretti“.

La chiave, probabilmente, è qui. La vulgata sulla capacità di tenere alta la concentrazione per molte settimane come parametro principale per valutare un tennista forse ha distorto la nostra prospettiva di analisi. Essere mediamente più pronti, disporsi nella condizione di cogliere il maggior numero delle occasioni di cui parla Sandgren non significa che poi le si coglierà. Certo le probabilità sono maggiori, e infatti rimane il modo migliore di riuscirci. Quando però tutto è concentrato nei confini di un singolo match, quando tutto il lavoro che hai svolto nella tua carriera dovrebbe confluire nella capacità di vincere l’ultimo quindici di una partita, la dedizione è un validissimo alleato ma non basta. Serve un po’ di sfrontatezza, serve un istinto particolare, bisogna essere dotati di una forma di talento – sì, è talento anche questo – che consente di trasformare un’opportunità in una conquista. Oppure di azzerare le opportunità per gli altri, come Sandgren ha saputo fare con le cinque palle break di Fognini.

Talvolta passa qualcuno che a questo istinto sa unire una cultura del lavoro spaventosa e vanta un talento fuori dal comune, e ti conviene fermarlo e chiedergli un autografo perché sicuramente si tratta di Federer, Nadal o Djokovic. C’è chi ha istinto e cultura del lavoro ma è dotato di un talento ‘solo’ importante e non straordinario, come per esempio David Ferrer. E poi c’è chi, come Tennys Sandgren, a fronte di un talento normale e di una dedizione alla causa tennistica non certo nadaliana può vantare quell’istinto che non si insegna. La capacità di comprimere nevrosi e insicurezze per un istante e mandare quell’ultima palla sopra la rete, entro le righe e fuori dalla portata dell’avversario.

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