Fra due anni le Finals torneranno in Europa. Ma la Brexit non c’entra

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Fra due anni le Finals torneranno in Europa. Ma la Brexit non c’entra

Dietro le quinte del Masters ATP all’O2 Arena di Londra, più vicino agli US Open che a Wimbledon. Un paradosso che Torino non potrà permettersi

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O2 Arena - Londra, ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
 
 

Il penultimo evento che ancora abbiamo negli occhi di questo 2019 sono state le ATP Finals di Londra, per noi impreziosite da Matteo Berrettini, primo italiano di sempre a vincere un match nel torneo dei Maestri, seppur nell’ultima inutile sfida tra lui, già sicuro di tornare a casa, e Dominic Thiem, certo di passare il Gruppo Borg da primo. Intanto l’ha fatto e si è messo dietro Panatta e Barazzutti, non proprio due di passaggio nella storia tennistica azzurra. Il 2020 sancirà il commiato di Londra come città ospitante l’evento, dopo 12 anni di onoratissimo servizio. Dal 2021 sarà Torino a ospitare le ATP Finals e noi non potremmo essere più felici, ma certo l’eredità di Londra sarà molto pesante. Come ha detto fin troppo chiaramente lo stesso Berrettini, a proposito di che cosa la città dei Savoia possa offrire di più rispetto alla capitale britannica, “non vedo in cosa si possa fare meglio”.

Non proiettiamoci subito però al Pala Alpitur di Torino, certamente all’altezza di un grande evento (ha ospitato a settembre 2018 i Mondiali di volley) ma con ancora tutto da dimostrare per il torneo più importante del tennis dopo i quattro Slam. Qui vogliamo cercare di trasmettervi l’atmosfera, il fascino e tutto quanto abbiamo provato da inviati, appassionati e spettatori a Londra, provare a darvi un’idea più precisa di quella percepita dalla TV così da valutare se valga o meno la pena programmare la trasferta all’ultima occasione, il prossimo novembre, per poter raccontare, “io le ho viste le Finals all’O2 Arena di Londra”. Intanto, che differenza c’è con gli Slam, dentro ma anche fuori dai loro cancelli

VERDE E NOBILTÀ ATTORNO A ROLAND GARROS E WIMBLEDON

Chi ama seguire i grandi tornei dal vivo, sa che questi sono ubicati in quartieri più o meno periferici della grande metropoli che li ospita, in una zona dove fuori dall’impianto può trovare le ambientazioni più disparate. A Wimbledon e a Parigi, uscendo fuori dai cancelli dei Championships e del Roland Garros si è immersi nel verde.

Nella capitale francese il grande parco di Bois de Boulogne assicura il meglio che ci si può aspettare da una grande oasi verde metropolitana, non solo in termini di quiete o possibilità di fare jogging ma soprattutto dal punto di vista naturalistico, tra laghetti ed esemplari floreali di grande pregio. Strettamente collegate con il torneo, le Serre d’Auteuil s’incontrano a metà del lungo viale alberato che dalla metro di Porte d’Auteuil conduce all’ingresso del Roland Garros, collocate argutamente per invogliare lo spettatore che si appresta a vivere una giornata di grande tennis a spendere ulteriore denaro per non rimpiangere una visita così suggestiva. Magari in una mattinata piovosa o molto umida, che risalta il verde attorno a noi facendoci per qualche istante dimenticare l’ansia per le partite che vengono riprogrammate più tardi, senza la certezza che il tempo migliori.

Fuori dai cancelli di Church Road, ci si può perdere molto piacevolmente tra le vie di uno dei quartieri più ricchi di Londra, a sud ovest del centro città, immersi nel verde dei parchi e ammirando le eleganti abitazioni mono o bifamiliari in mattoni rossi a facciavista, con un giardino perfettamente tagliato e le classiche finestre bianche a ghigliottina. Quelle che in zone ben più centrali sarebbero annerite dallo smog mentre qui sembrano richiamare il candore degli abiti del tennis d’un tempo, quello dei gesti bianchi, delle volée ricamate e dell’aristocrazia scomparsa prima di morire di dolore nel vedere Wimbledon profanato da cultori del tennis dal fondo e da un’erba che nella seconda settimana diventa terba o erba rossa…

Siamo nel quartire di Richmond, che se da Wimbledon continuiamo a percorrere in direzione opposta a Piccadilly, Soho e Trafalgar Square ci conduce fino a un altro grande tempio degli sport inventati dagli inglesi, lo stadio di Twickenham, teatro dei match della nazionale inglese di rugby. Il Wembley della palla ovale, per intenderci. Non è casuale la relativa vicinanza tra Wimbledon e Twickenham: i due massimi palcoscenici di due tra gli sport inizialmente più elitari e rigorosamente dilettantistici, che hanno aperto al professionismo moltissimi anni dopo la loro nascita, situati in una delle zone più facoltose della capitale inglese.  

LE FIERE PAESANE ESTIVE E INVERNALI DI NEW YORK E GREENWICH

E queste Finals londinesi, che cosa offrono al di fuori del mastodontico telone che copre e racchiude l’O2 Arena? Che cosa si può ammirare, visitare o gustare appena lasciato il torneo? Niente. O meglio, niente nelle immediate vicinanze. Si arriva all’ex Millenium Dome (struttura inaugurata nel 2000 con un investimento monstre e inizialmente rivelatasi un gigantesco flop, prima di essere riportata a nuova vita con l’arrivo del gigante delle telecomunicazioni che dà l’attuale nome all’impianto) o in autobus o in metro. Con la tube, si prende la Jubilee Line e si scende a North Greenwich. Salendo dalle scale mobili, si voltano le spalle e dopo pochi passi si sbuca in un piazzale con qualche bar e alcuni ristoranti, prima di accedere all’O2 Arena.

Fuori, se non fosse per l’avvento dei tifosi, avremmo un senso di vuoto, quasi di desolazione e voglia disperata di tornare in metropolitana, per riconquistare la Londra sfarzosa e alla moda di Oxford e Regent Street o quella molto più vicina, viva e autentica di Shoreditch, a due passi da Westminster e tra i pub limitrofi al Borough market, autentico portale alimentare alle specialità tipiche delle città e delle contee rurali d’Inghilterra, con formaggi ovini e carni di ogni tipo, riscaldandosi con un sidro o un intruglio analcolico a base di mela e spezie. Il torneo dei Maestri, infatti, è collocato in una zona del tutto anonima, non lontana da Canary Wharf, centro della nuova Londra finanziaria, molto più simile a Wall Street che alla vecchia City, coi suoi grattacieli dalle bande informative con scritte elettroniche rosse sul valore di azioni e obbligazioni e i suoi palazzi algidi e austeri, tanto ordinati e imponenti quanto privi di anima (come il business del resto…).

Usciti dall’O2 Arena, però, anziché procedere verso il centro di Londra si può rimanere a sud del Tamigi verso Greenwich e il suo meridiano, visitare il Royal Observatory, sorseggiare una delle pale ale londinesi più gradevoli e attualmente diffuse dentro e fuori il Regno Unito, la Meantime, direttamente nel locale birrificio e anche spingersi oltre per una passeggiata dentro il quartiere di Greenwich, fino a visitare il Museo della Marina Britannica. Per riempire lo stomaco, però, vale la pena rimanere dentro l’O2 Arena a godersi i variegati ristoranti etnici, dal greco di qualità (che faceva affari anche prima dell’avvento di Tsitsipas, ma mai quanto ora) al rodizio brasiliano dalla carne di qualità siderale. Il doppio che precede il singolare per cui si è pagato il biglietto è perfetto per una breve pennica prima di recuperare i riflessi e godersi il match…

NEI MEANDRI DELL’O2 ARENA

Fuori dalla grande sala stampa, per raggiungere lo stanzone delle conferenze stampa si deve scarpinare non poco in un corridoio freddo e curvo che ripercorre la circolarità dello stadio, circondati da alte pareti in muratura a vista che danno l’idea di essere più a New York che a Londra. Una struttura quasi underground, adatta al grande evento di boxe quasi come il Madison Square Garden e in questo simile ai corridoi interni dell’Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadows, con le pareti tappezzate dai grandi tennisti del passato. Per molti, moltissimi punti in comune, infatti, il grande torneo che più assomiglia alle ATP Finals di Londra sono gli US Open di New York.

Le analogie “strutturali” si riscontrano anche nell’accesso ai posti della tribuna stampa, che si dividono tra Lower Seats e Upper Seats, rispettivamente al primo e al quarto piano dello stadio. Dalla sala stampa situata al piano terra si raggiungono con un ascensore che porta a un largo anello di passaggio dove di fianco e di fronte alle porte di accesso allo stadio si susseguono stand di bevande, cibo e abbigliamento sportivo. Come agli US Open il passaggio dal proprio desk di lavoro alla tribuna stampa richiede lo slalom tra i tifosi, coprendo una distanza minore ma nei tempi identica, perché qui l’ascensore è più lento della preparazione al servizio di Rafa Nadal. Si tratta infatti dello stesso elevatore impiegato dagli addetti ai carretti di snack, bibite e pop-corn formato grande o gigantesco in linea col tennis dal vivo in stile cinema (spettatori al buio, giocatori sotto i riflettori) e col cinema in stile USA (pop-corn, snack e bevande maxi, prezzi maxi).

Il cronista trafelato, già attardatosi a leggere e appuntare sul notebook alcune statistiche sul match – sapendo già che difficilmente riuscirà a riportarle nel pezzo, impegnato a seguire gli scambi, segnarsi i punti e immaginare le righe di sintesi da consegnare appena dopo la fine del match – preferisce allora smettere di aspettare il lift Godot e ricorrere alle scale, che riducono l’ansia ma aumentano la sete. Così, se tra penna, block-notes e pc non ha con sé la borraccia griffata ATP Finals, il ricorso alla bottiglietta di coca cola costa quattro sanguinose sterline, pena pecuniaria efficace per organizzarsi meglio alla prossima cronaca. Destino vuole che si tratti del big match tra Roger Federer e Novak Djokovic, quando si dice presentarsi al momento giusto nell’occasione migliore… se non fosse che il cronista di cui sopra ha al collo un accredito destinato alle Upper Seats.

Per una sfida tra Roger e Nole alle Finals anche la più dolce e permissiva hostess assume la rigidità di Margaret Thatcher, spedendo al quarto piano chi scrive e i suoi ammenicoli. Dove la visuale è del tutto soddisfacente ma è ben altra cosa rispetto al primo livello. Anche se da una posizione così alta e ripida sembra quasi di vedere addensarsi e abbattersi come un temporale i fischi e gli ululati verso la nemesi serba del paladino Federer. Anche se tra il servizio e la fine dello scambio ritorna il silenzio (quasi) come a Wimbledon, prima e dopo i 25 km che separano Wimbledon dall’O2 Arena sembrano più lunghi dei 5700 tra Londra e New York. Dove l’odore persistente di hot dog e patatine fritte, la musica costante e a palla, il via vai di persone dalle magliette colorate in afose giornate assolate fanno di Flushing Meadows una “fiera paesana” (per copiare la definizione che ne diede Rino Tommasi, in contrapposizione alla “chiesa” di Wimbledon).

L’O2 Arena è analogamente una sorta di luna park al coperto di un grande centro commerciale, che per le dimensioni e l’assenza di riscaldamento tra una struttura e l’altra non dà, almeno in novembre, un senso di claustrofobia come invece hanno avvertito diversi colleghi italiani, non entusiasti di passare al chiuso intere giornate di tennis. Tra questi un sempre brillante Stefano Meloccaro. Almeno nel suo caso, siamo tentati di ricondurre questa sensazione a una sorta di rifiuto per un torneo di fine anno dalla formula mai digerita da chi è professionalmente e tennisticamente rinotommasiano, al punto da delegare al proprio inconscio il compito di mascherare l’acerrimo nemico del Grande Tennis – una formula che non elimina chi perde – con un grosso e opprimente telone che copre il torneo dei Maestri, sia dentro che fuori dal campo.

DA LONDRA A TORINO…

Uscendo da questa psicanalisi da… fiera paesana (appunto!), la sfida per chi organizza un evento sportivo di questa portata è avere un ritorno economico a fronte di un investimento enorme. Londra ha saputo accontentare per dodici anni le costose richieste dell’ATP, proprietaria del torneo, anche grazie a un impianto polivalente e collaudato, sede di concerti ed eventi sportivi come i titoli mondiali di boxe, il basket NBA e gare delle Olimpiadi del 2012, facendo leva su un modello commerciale più americano che europeo.

Torino dovrà necessariamente percorrere una strada diversa. Per attrarre il mondo del tennis a casa sua, non potrà permettersi di separare l’offerta turistica della città da quella tennistica dell’evento. I numeri di Londra si potranno avvicinare se le Finals italiane sapranno portare i segni distintivi di Torino all’interno di Piazza d’Armi e del Pala Alpitour. L’automobile, le Alpi, il cinema, la cioccolata e perfino gli agnolotti dovranno essere desiderati anche tra un set e l’altro di Djokovic-Thiem, altrimenti del Masters di tennis in Italia non rimarrà nulla, a parte un enorme debito.  

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ATP

Ubaldo Scanagatta e Novak Djokovic, a Roma altro siparietto nel segno di… Not too Bad! [AUDIO]

Il numero uno del mondo al direttore di Ubitennis: “Ormai tu e il tuo sito siete popolari…”

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Novak Djokovic - Roma 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il tormentone “Not Too Bad” tra Novak Djokovic e il direttore Ubaldo Scanagatta, risalente ad una ormai storica conferenza stampa all’Australian Open, perseguita entrambi. Non poteva mancare anche un riferimento a questo durante l’incontro del campione di Roma 2022 con la stampa italiana dopo la vittoria in finale su Tsitsipas. Novak, complimenti per l’ennesima volta. Dodici finali qui, sei vittorie, puoi dire Not too bad, è stato l’esordio di Ubaldo, che ha destato una sana risata di Djokovic. Sei molto popolare, tu e anche Ubitennis, tutti mi dicono Not Too Bad… Avresti bisogno di un PR!. Il numero uno del mondo non ha tutti i torti visto che il direttore, dopo quel siparietto in Australia, è letteralmente diventato un personaggio in Serbia.

E con coerenza Novak, su Instagram, ha celebrato il titolo iniziando così un post: “Not too bad”. A Roma ha vinto il sesto titolo, raggiungendo e superando le 1000 vittorie a livello ATP: come dargli torto?

 

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ATP

ATP Roma, Tsitsipas: “Djokovic è il più saggio di tutti. Al Roland Garros favoriti lui e Alcaraz”

Il greco dopo la sconfitta in finale a Roma: “A Parigi non mi metto tra i primi pretendenti al titolo, devo migliorare ancora tanto”

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Stefanos Tsitsipas - Roma 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Stefanos Tsitsipas - Roma 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Si è conclusa la splendida settimana di tennis al Foro Italico. L’edizione 2022 degli Internazionali BNL d’Italia – la 79esima del torneo – ha visto calare il sipario del suo spettacolo, con il main event più atteso: la finale maschile tra Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas. In un Centrale, come sempre, gremito il n. 1 del mondo si è laureato campione per la sesta volta, alla sua dodicesima finale nella capitale italiana, imponendosi sul greco per 6-0 7-6(5) in 1ora e 38minuti di match. Stefanos, che non è riuscito a diventare il terzo giocatore ancora in attività a trionfare nella stessa stagione sia sulla terra del Principato che su quella romana, – Nole e Rafa gli unici a potersi fregiare di questo record – si è presentato per primo, così come vuole la prassi, in sala stampa per la conferenza stampa post-partita. Il n. 5 del ranking ha affrontato diversi temi: dalla sua reazione al bagel subito; passando per i favoriti in ottica trionfo a Bois De Boulogne; senza però risparmiare una critica agli organizzatori, relativa all’influenza negativa data dal gioco di ombre dei riflettori con la luce del sole; fino ad arrivare all’ispirazione che il serbo rappresenta, dentro e fuori dal rettangolo di gioco.

D: Questa è stata la prima volta nella tua carriera in cui ha perso un set 6-0. Mi chiedo come tu sia riuscito a resettare e a iniziare così bene nel secondo set.

Stefanos Tsitsipas: “Ho solamente cercato di rimanere in partita il più possibile. Si tratta di trovare delle soluzioni, ai problemi che stai incontrando nel match. Quindi ho cercato soltanto di trovare delle soluzioni alternative nel secondo set, che mi permettessero di cambiare l’inerzia della sfida. Ed è un peccato che non ci sia riuscito fino in fondo, visto che ho anche avuto la possibilità di centrare il doppio break. Purtroppo però non avevo l’energia necessaria, di cui avevo bisogno, per poter vincere il secondo set. Ho cercato di trovarla da qualche parte. Ho provato a spingere il più possibile per arrivare a quel punto lì, ma non ci sono riuscito. Per il resto lui ha giocato molto bene. Ha iniziato veramente alla grande e ha fatto vedere un ottimo tennis. Ogni singolo colpo che ha giocato è stato eccezionale. Ha avuto un’incredibile gestione di ogni singolo punto, senza mai incorrere in errori non forzati”.

 

D: Pensi che situazione relativa alla luce, con l’alternanza di alcune zone in ombra ed altre sotto i raggi del sole, abbia influito? Te lo chiedo perché hai steccato diverse palle, per cui mi chiedevo se le due cose fossero correlate. Dalla tribuna, ho avuto la sensazione che non riuscissi a vedere bene la palla. Anche a Novak è capitato di scentrare alcuni colpi. Ti ha infastidito molto questo aspetto, anche psicologicamente? Nel primo set questo fattore è stato, in qualche modo, per te un problema che ti ha impedito di adattarti e colpire al meglio?

Stefanos Tsitsipas: “Non piace a nessuno quando in campo c’è questo tipo di situazione. Sono sicuro che se lo chiedi a Novak [Djokovic, ndr], nemmeno a lui piace. So che è una situazione che devono affrontare entrambi i giocatori, ma non è affatto comodo giocare in questo modo. Perdi proprio l’orientamento e la posizione della palla. Ho dovuto rispondere ad alcuni servizi alla T, che ho visto partire molto in ritardo rispetto a quando sono stati effettuati. Ma non so cosa possono fare. Voglio dire, in questo periodo dell’anno il sole è così. Non lo so sinceramente cosa avrebbero potuto fare. Però comunque è un problema che deve essere risolto, perché ho avuto gli stessi problemi nelle partite con Sinner e Zverev. In quei match, però, probabilmente ho affrontato meglio la situazione. Non è certo il tennis migliore, quello che si può giocare con questa situazione di disturbo. Lo spettacolo di sicuro non ne beneficia. Quando hai una metà del campo coperta da tale ombra, avendo poi un’altra zona oscurata in un altro angolo del campo, crea una visibilità del rettangolo di gioco nel suo complesso molto strana. Non succede molto spesso durante il Tour. Non ho riscontrato questa difficoltà in molti posti. C’è la stessa situazione sul Pietrangeli?”.

D: Dipende dal tempo.

Stefanos Tsitsipas: “Forse dalle statue”.

D: La scorsa settimana tutti parlavano di Alcaraz. Ora Novak è tornato. Mentre tu hai avuto un’ottima stagione sulla terra. Chi è il favorito per la vittoria finale al Roland Garros?

Stefanos Tsitsipas: “Adesso, ti direi Carlos Alcaraz. Secondo me si sono fatti un po’ troppi nomi. Io ora come ora, andrei diretto su Carlos o Novak. Entrambi giocano un ottimo tennis. Li metterei tra i principali favoriti per il successo finale. Per quanto mi riguarda, in questo momento ho bisogno di migliorare alcuni aspetti del mio gioco. Non so se riuscirò a farlo in tempo per il Roland Garros, ma spero di farcela attraverso il duro lavoro. Mi piacerebbe poter essere competitivo con questi giocatori lì a Parigi. Ma avrò davvero bisogno di prestare un po’ più di attenzione ai dettagli nelle prossime due settimane”.

D: Ti senti vicino a loro due? Hai raggiunto la finale all’Open di Francia lo scorso anno e hai vinto Montecarlo, sia l’anno scorso che quest’anno. Sulla carta dovresti essere abbastanza vicino.

Stefanos Tsitsipas: “Sulla carta sì. Sulla carta però, sul campo è tutt’altra cosa. È una maratona che devo correre. Il Roland Garros è la maratona dei tornei degli Slam. Ogni torneo del Grande Slam è una maratona, ma il Roland Garros lo è in particolare. Ti richiede davvero il massimo, sia mentalmente sia fisicamente, quando sei in campo. Giocare su questa superfice, ti porta a dover spremere davvero ogni singola parte di te. Devi lasciare ogni singola goccia di sudore ed energia, perché solo mettendo tutto quello che hai in campo, puoi raggiungere il tuo obbiettivo. Adesso mi riposerò per qualche giorno e poi sarò pronto per ricominciare ad allenarmi, affinché possa entrare nella mentalità adatta per il Roland Garros. Poi mi piace giocare molto a Parigi. Spero davvero che il mio tennis mi permetta di andare in fondo al torneo, come ho fatto l’anno scorso”.

D: Volevo chiederti della cerimonia di premiazione e di consegna del trofeo, ma in particolar modo delle parole che hai detto. Avevi intenzione di dire questo genere di cose a Novak?

Stefanos Tsitsipas: “Quali cose?”.

D: Quando hai fatto riferimento al fatto che speri un giorno di essere al suo livello, di ottenere quel tipo di continuità. Anche lui ha detto delle belle parole su di te. Cosa avete pensato dello scambio di complimenti, che vi siete fatti durante la cerimonia?

Stefanos Tsitsipas: “Novak è un grande campione. Ho così tanto rispetto per lui. Ogni singola decisione che ha preso, la capisco e la comprendo, anche quelle del passato. Le appoggio. Penso che sia una persona molto saggia e che sa esattamente cosa sta facendo, quando si tratta della sua carriera e della sua vita. Ha tutto sintonizzato vicino alla ricerca della perfezione. Quando si tratta della sua dieta o della sua vita quotidiana, o ancora del suo tennis, ha sempre programmato tutto molto bene. È come un’auto di Formula 1, ogni singolo piccolo dettaglio può sconvolgere il suo ritmo. Si assicura che ogni singola cosa che fa, raggiunga il più vicino possibile la perfezione. Ovviamente è inevitabile essere ispirati da lui perché è l’incarnazione della professionalità massima. Penso che stiamo parlando di una delle leggende del tennis, che ha battuto numerosi record. In merito a tutte queste cose, personalmente penso che sia uno dei più professionisti, se non il migliore di tutti“.

 

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ATP

ATP Roma, Djokovic dopo la vittoria: “L’età è solo un numero, non mi ritiro finchè gioca Nadal” [VIDEO]

Le parole del numero uno del mondo dopo la vittoria al Foro Italico: “Mi sento perfettamente a livello fisico e mentale. Vado a Parigi con grande fiducia, sono uno dei favoriti”

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Novak Djokovic - Roma 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Novak Djokovic - Roma 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Una lunga conferenza stampa, in diverse lingue, ha visto protagonista Novak Djokovic dopo la sua vittoria del titolo a Roma. Ecco tutte le dichiarazioni del campione serbo in conferenza stampa a seguito della finale vinta contro Stefanos Tsitsipas. C’è anche un simpatico siparietto col direttore di Ubitennis, Ubaldo Scanagatta.

D: Ripensando al percorso fatto dall’Australia a oggi, quanto è stato duro?

Djokovic: “E’ un sollievo avere vinto questo torneo, dopo tutto quello che è successo ad inizio anno. Ne avevo bisogno, specialmente prima di uno Slam. Al Roland Garros voglio arrivarci con fiducia, è uno dei tornei in cui voglio essere al meglio per avere una chance di vincere. Storicamente, Roma è sempre stato un torneo dove ho trovato un buon ritmo anche grazie alla passione dei tifosi, che mi danno sempre una grande carica. Non potevo chiedere di meglio questa settimana. Non ho perso un set in tutto il torneo, oggi ho giocato un primo set perfetto. Ho sempre avuto fiducia nel percorso fatto sin da quando ho iniziato ad allenarmi sulla terra”.

 

D: Come puoi quantificare il miglioramento che hai fatto da Madrid a oggi?

Djokovic: “Penso di aver giocato molto bene anche a Madrid. Con Alcaraz è stata una partita combattuta, è stato bravo lui, però a far la differenza penso sia stato un punto… Ero comunque soddisfatto del mio livello di gioco e venendo a Roma sapevo che avrei solo dovuto continuare su quella strada e il titolo sarebbe stato possibile. Poi quando sono arrivato qui mi sono sentito bene fin dal primo allenamento, colpendo la palla in modo molto pulito. Non potevo chiedere un percorso migliore in avvicinamento al Roland Garros. La finale a Belgrado, migliorando la mia condizione fisica di partita in partita. La semifinale a Madrid, torneo in cui ho giocato meglio ma non sono stato incisivo nei momenti topici. E poi la vittoria a Roma, dove il cerchio si è chiuso e ho trovato il click giusto. Vado a Parigi con fiducia nelle mie possibilità”.

D: Quante possibilità hai di vincere al Roland Garros?

Djokovic: “Per il mio ranking e il mio stato di forma, penso di essere uno dei favoriti. Ma ovviamente non penso molto a questi discorsi, penso a me stesso e basta. Vado lì con ambizioni altissime e con fiducia. Ovviamente vedremo anche che tabellone avrò, è qualcosa che non posso controllare ma che può influenzare il mio percorso a Parigi. Si gioca al meglio dei cinque set, si gioca ogni due giorni. Le cose sono diverse. E vanno approcciate in modo diverso”.

D: Dopo la finale in Serbia hai detto che eri preoccupato per il tuo stato di forma. Ora quanto sei cresciuto da questo punto di vista? Sei pronto per giocare al meglio dei cinque set?

Djokovic: “Fisicamente mi sento bene sin da Madrid. I problemi che ho avuto a Montecarlo e in Serbia sono alle spalle grazie a una settimana di lavoro duro che ho fatto prima di giocare Madrid. Sapevo che il problema non riguardava la preparazione fisica ma la salute, a causa del problema che ho avuto prima di Montecarlo, e ho avuto ragione. Non ho avuto alcun problema di ritardo di preparazione, il problema era quella malattia. Ora sto bene”.

D: Pensi che ciò che è successo a Melbourne ti abbia reso più forte?

Djokovic: “Cerco sempre di usare le avversità per diventare più forte e per avere più motivazioni verso la prossima sfida. Mentalmente nei momenti difficili cerco sempre di voltare pagina e pensare alla prossima sfida. Quindi anche riguardo a quella vicenda la devo interpretare come un’esperienza che mi ha reso più forte. E’ stato qualcosa che non avevo mai vissuto prima, un tipo di pressione completamente diversa da quella che si vive relativamente al tennis giocato. Ma ora è tutto alle spalle. Ora sono fresco e sto bene mentalmente e fisicamente”.

D: Si dice che l’unica cosa che sia più difficile dal punto di vista mentale dell’essere un tennista è l’essere il padre di un tennista. Tu come la pensi?

Djokovic: “Per adesso il viaggio è iniziato bene. Mio figlio oggi ha vinto un torneo. Ho appena ricevuto questa notizia. E’ un torneo piccolo e oggi le vittorie non contano, conta che giochi e si diverta. Negli ultimi giorni abbiamo fatto qualche chiacchierata su quello che va fatto prima delle partite. L’ho un po’ introdotto a questo mondo. Ovviamente devi parlare nel loro linguaggio cercando di trasmettere dei messaggi che possano aiutarlo, ma comunque è stato interessante vedere come reagiva. Non l’ho mai costretto a giocare a tennis, non c’è mai stato un giorno in cui gli ho detto che doveva fare questo. Scendere in campo è stato un suo desiderio. Sicuramente, se decide di intraprendere questo viaggio, dovrò farlo con lui. Sarei eccitato se lui giocasse a tennis. Ma ha solo sette anni, è ancora un bambino e non deve ricevere alcuna pressione. Anche se so che questo succederà specie nel mio paese. Fino ad ora sta andando tutto bene, è davvero innamorato del tennis. Glielo leggi negli occhi. Ho il privilegio di avere dei figli fantastici e mi piace trarre da loro energia per alimentare il bambino che è dentro di me, una cosa che spesso mi dimentico di fare. Tutto è troppo serio, questa è la mia professione, il mio lavoro, devo fare questo e devo fare quello. Ma forse ci prendiamo troppo seriamente, delle volte”.

D: Ansa: Da grande tifoso rossonero quale sei, quali sono le tue speranze per la corsa scudetto?

Djokovic: “So che stiamo vincendo, andiamo! Sì, sono tifoso del Milan. Tifo i rossoneri e la Stella Rossa di Belgrado da sempre, sono diventato del Milan perché lo era mio padre dai tempi in cui al Milan giocavano Savicevic e Boban. Anche il manager, Edoardo, è pazzo del Milan. Speriamo bene. Sono tifoso del calcio in generale. Ibra? Sono suo amico, un giocatore straordinario e un’ispirazione per la longevità. A quasi quarant’anni sta ancora giocando dopo tutte queste operazioni che ha avuto. Parliamo la stessa lingua, la sua famiglia viene dalla nostra regione. Auguro a lui e a tutti tifosi del Milan lo scudetto”.

D (Corriere dello Sport): Hai giocato qui per la prima volta nel 2006 perdendo nelle qualificazioni con Fognini. Quanto sei cambiato da allora?

Djokovic: “Nemmeno me lo ricordavo, ora me la hai fatto tornare in mente, quella partita contro Fogna sul campo 2. Io e lui abbiamo la stessa età e abbiamo giocato tante volte insieme. Mi sono sempre sentito vicino agli italiani, anche quando non parlavo questa lingua. Penso che la nostra mentalità sia simile a quella degli italiani per mentalità, temperamento e amore della vita. Nel mio team ci sono sempre stati degli italiani, oggi ho preparatore fisico e manager. L’Italia è un po’ la mia seconda casa. Sono orgoglioso per tutto ciò che sono riuscito a fare nella mia carriera. Ma non mi sento vicino alla fine. Mi sento di avere un corpo ancora giovane e l’età è solo un numero.

D (Gazzetta dello Sport): Mille vittorie riempiono la bocca e il cuore. Ce n’è una che porti particolarmente nel cuore?

Djokovic: “Fin da quando ero bambino sognavo di vincere Wimbledon e diventare numero uno. Nel 2011 ci sono riuscito nell’arco di due giorni. Dopo quello ho sempre avuto sensazioni forti giocando per il mio paese. Quando abbiamo vinto la Coppa Davis è stata una delle più belle vittorie della mia carriera. Se devo scegliere alcune partite storiche sono la finale contro Nadal all’Australian Open 2012 e quella contro Federer a Wimbledon 2019. Sono vittorie molto particolari, una per la lunghezza della partita e l’altra per il fatto di avere salvato match point, che mi sono rimaste nel cuore”.

D (Agenzia Italia): L’ATP ha deciso di far giocare i tennisti russi senza bandiera; e Wimbledon li ha persino esclusi. Che pensi?

Djokovic: “Sono tempi molto difficili. Una scelta in merito perfetta non c’è; in tutti i casi c’è qualcuno che soffrirà. Io vengo da un paese in cui per quattro anni, dal 1992 al 1996, tutti gli atleti in tutti gli sport non potevano fare competizioni fuori dalla Serbia. Quindi conosco bene questa sensazione. Secondo me, i tennisti russi che conosco, da Medvedev in giù, non hanno alcuna responsabilità. Quello che sta succedendo è comunque molto brutto; ho vissuto due guerre e so che non c’è nessuno che le vince. Gli atleti sono lì per fare sport. Togliere loro un diritto perché appartengono a un certo paese è una brutta scelta. Non sono d’accordo. Boicottare Wimbledon? No. E’ una cosa molto aggressiva da dire. Non si può parlare di questo, anche nei media. Secondo me ci sono soluzioni migliori e possiamo arrivare a queste. Solo che dobbiamo avere un po’ di comunicazione con Wimbledon. Io non sono nell’ATP Council, o almeno non lo sono più, e non sono io che devo tenere i rapporti, ma ho sentito da chi di dovere che non c’è la sensazione che Wimbledon voglia comunicare su questo. Io penso che i giocatori debbano essere sempre uniti e la PTPA è nata per questa ragione. Secondo me ci sono state molte situazioni negli ultimi vent’anni nel tennis professionistico in cui i giocatori avrebbero dovuto essere insieme e dare un segnale univoco ma non lo hanno fatto. Ci sono molti interessi individuali, particolarmente per coloro che sono al top, che hanno di più da perdere. Per questa ragione due anni fa abbiamo creato la PTPA. Non c’è una organizzazione che possa rappresentare al 100% gli interessi dei giocatori e questo è necessario; siamo il terzo-quarto sport più globale. E’ importante per i giocatori avere la consapevolezza del potere che loro hanno. Molti di loro sono neutrali e scelgono di non dire niente; io rispetto questa scelta ma secondo me ci sono situazioni dove bisogna fare un passo avanti e dire che dobbiamo stare insieme”.

D: Ubaldo Scanagatta, Ubitennis: Novak, complimenti per l’ennesima volta. Dodici finali qui, sei vittorie, puoi dire “Not too bad”…

Djokovic: “Sei molto popolare, tu e anche Ubitennis, tutti mi dicono Not Too Bad… Avresti bisogno di un PR!”

D: Ubaldo Scanagatta: Prendo Dodo se è libero… Hai detto che ti senti giovane, ma sei il più vecchio vincitore dell’Era Open in questo torneo. Per dieci giorni batti Nadal in vecchiaia. Che effetto ti fa? Fino a quando vuoi giocare a tennis? E tuo figlio, che oggi ha vinto il suo primo torneo? Tu avevi vinto un torneo a sette anni?

Djokovic: “Io la mia prima l’ho giocata a otto anni e mezzo. Lui mi ha battuto. Le nuove generazioni sono più avanti, è sempre così… Come dicevo prima, non mi sento vecchio. Ovviamente ho giocato molti anni su questo livello e queste vittorie quando arrivano hanno ancora più significato. Ma devo capire come gestire il calendario e vedere dove voglio giocare il miglior tennis. Ovviamente le cose sono diverse rispetto a dieci anni fa. Non gioco tanti tornei quanti ne giocavo prima. E’ anche una mia scelta perché ho due bambini e altre cose nella vita a cui voglio dare energia e attenzione. Però la motivazione più grande ora sono gli Slam, la Davis, i tornei Masters 1000 che mi piacciono come quello a Roma”.

Scanagatta: Vuoi vincere uno Slam più di Nadal?

Djokovic: “C’è sempre competizione tra noi, sì. Nadal è il più grande avversario che ho avuto nella mia carriera; finchè gioca lui, gioco io! Sono cresciuto come giocatore perché ho giocato tanto contro di lui a questo livello, mi ha sempre dato una spinta in più. Mi auguro che giocheremo ancora tante volte”.

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