Fra due anni le Finals torneranno in Europa. Ma la Brexit non c’entra

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Fra due anni le Finals torneranno in Europa. Ma la Brexit non c’entra

Dietro le quinte del Masters ATP all’O2 Arena di Londra, più vicino agli US Open che a Wimbledon. Un paradosso che Torino non potrà permettersi

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O2 Arena - Londra, ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il penultimo evento che ancora abbiamo negli occhi di questo 2019 sono state le ATP Finals di Londra, per noi impreziosite da Matteo Berrettini, primo italiano di sempre a vincere un match nel torneo dei Maestri, seppur nell’ultima inutile sfida tra lui, già sicuro di tornare a casa, e Dominic Thiem, certo di passare il Gruppo Borg da primo. Intanto l’ha fatto e si è messo dietro Panatta e Barazzutti, non proprio due di passaggio nella storia tennistica azzurra. Il 2020 sancirà il commiato di Londra come città ospitante l’evento, dopo 12 anni di onoratissimo servizio. Dal 2021 sarà Torino a ospitare le ATP Finals e noi non potremmo essere più felici, ma certo l’eredità di Londra sarà molto pesante. Come ha detto fin troppo chiaramente lo stesso Berrettini, a proposito di che cosa la città dei Savoia possa offrire di più rispetto alla capitale britannica, “non vedo in cosa si possa fare meglio”.

Non proiettiamoci subito però al Pala Alpitur di Torino, certamente all’altezza di un grande evento (ha ospitato a settembre 2018 i Mondiali di volley) ma con ancora tutto da dimostrare per il torneo più importante del tennis dopo i quattro Slam. Qui vogliamo cercare di trasmettervi l’atmosfera, il fascino e tutto quanto abbiamo provato da inviati, appassionati e spettatori a Londra, provare a darvi un’idea più precisa di quella percepita dalla TV così da valutare se valga o meno la pena programmare la trasferta all’ultima occasione, il prossimo novembre, per poter raccontare, “io le ho viste le Finals all’O2 Arena di Londra”. Intanto, che differenza c’è con gli Slam, dentro ma anche fuori dai loro cancelli

VERDE E NOBILTÀ ATTORNO A ROLAND GARROS E WIMBLEDON

Chi ama seguire i grandi tornei dal vivo, sa che questi sono ubicati in quartieri più o meno periferici della grande metropoli che li ospita, in una zona dove fuori dall’impianto può trovare le ambientazioni più disparate. A Wimbledon e a Parigi, uscendo fuori dai cancelli dei Championships e del Roland Garros si è immersi nel verde.

Nella capitale francese il grande parco di Bois de Boulogne assicura il meglio che ci si può aspettare da una grande oasi verde metropolitana, non solo in termini di quiete o possibilità di fare jogging ma soprattutto dal punto di vista naturalistico, tra laghetti ed esemplari floreali di grande pregio. Strettamente collegate con il torneo, le Serre d’Auteuil s’incontrano a metà del lungo viale alberato che dalla metro di Porte d’Auteuil conduce all’ingresso del Roland Garros, collocate argutamente per invogliare lo spettatore che si appresta a vivere una giornata di grande tennis a spendere ulteriore denaro per non rimpiangere una visita così suggestiva. Magari in una mattinata piovosa o molto umida, che risalta il verde attorno a noi facendoci per qualche istante dimenticare l’ansia per le partite che vengono riprogrammate più tardi, senza la certezza che il tempo migliori.

Fuori dai cancelli di Church Road, ci si può perdere molto piacevolmente tra le vie di uno dei quartieri più ricchi di Londra, a sud ovest del centro città, immersi nel verde dei parchi e ammirando le eleganti abitazioni mono o bifamiliari in mattoni rossi a facciavista, con un giardino perfettamente tagliato e le classiche finestre bianche a ghigliottina. Quelle che in zone ben più centrali sarebbero annerite dallo smog mentre qui sembrano richiamare il candore degli abiti del tennis d’un tempo, quello dei gesti bianchi, delle volée ricamate e dell’aristocrazia scomparsa prima di morire di dolore nel vedere Wimbledon profanato da cultori del tennis dal fondo e da un’erba che nella seconda settimana diventa terba o erba rossa…

Siamo nel quartire di Richmond, che se da Wimbledon continuiamo a percorrere in direzione opposta a Piccadilly, Soho e Trafalgar Square ci conduce fino a un altro grande tempio degli sport inventati dagli inglesi, lo stadio di Twickenham, teatro dei match della nazionale inglese di rugby. Il Wembley della palla ovale, per intenderci. Non è casuale la relativa vicinanza tra Wimbledon e Twickenham: i due massimi palcoscenici di due tra gli sport inizialmente più elitari e rigorosamente dilettantistici, che hanno aperto al professionismo moltissimi anni dopo la loro nascita, situati in una delle zone più facoltose della capitale inglese.  

LE FIERE PAESANE ESTIVE E INVERNALI DI NEW YORK E GREENWICH

E queste Finals londinesi, che cosa offrono al di fuori del mastodontico telone che copre e racchiude l’O2 Arena? Che cosa si può ammirare, visitare o gustare appena lasciato il torneo? Niente. O meglio, niente nelle immediate vicinanze. Si arriva all’ex Millenium Dome (struttura inaugurata nel 2000 con un investimento monstre e inizialmente rivelatasi un gigantesco flop, prima di essere riportata a nuova vita con l’arrivo del gigante delle telecomunicazioni che dà l’attuale nome all’impianto) o in autobus o in metro. Con la tube, si prende la Jubilee Line e si scende a North Greenwich. Salendo dalle scale mobili, si voltano le spalle e dopo pochi passi si sbuca in un piazzale con qualche bar e alcuni ristoranti, prima di accedere all’O2 Arena.

Fuori, se non fosse per l’avvento dei tifosi, avremmo un senso di vuoto, quasi di desolazione e voglia disperata di tornare in metropolitana, per riconquistare la Londra sfarzosa e alla moda di Oxford e Regent Street o quella molto più vicina, viva e autentica di Shoreditch, a due passi da Westminster e tra i pub limitrofi al Borough market, autentico portale alimentare alle specialità tipiche delle città e delle contee rurali d’Inghilterra, con formaggi ovini e carni di ogni tipo, riscaldandosi con un sidro o un intruglio analcolico a base di mela e spezie. Il torneo dei Maestri, infatti, è collocato in una zona del tutto anonima, non lontana da Canary Wharf, centro della nuova Londra finanziaria, molto più simile a Wall Street che alla vecchia City, coi suoi grattacieli dalle bande informative con scritte elettroniche rosse sul valore di azioni e obbligazioni e i suoi palazzi algidi e austeri, tanto ordinati e imponenti quanto privi di anima (come il business del resto…).

Usciti dall’O2 Arena, però, anziché procedere verso il centro di Londra si può rimanere a sud del Tamigi verso Greenwich e il suo meridiano, visitare il Royal Observatory, sorseggiare una delle pale ale londinesi più gradevoli e attualmente diffuse dentro e fuori il Regno Unito, la Meantime, direttamente nel locale birrificio e anche spingersi oltre per una passeggiata dentro il quartiere di Greenwich, fino a visitare il Museo della Marina Britannica. Per riempire lo stomaco, però, vale la pena rimanere dentro l’O2 Arena a godersi i variegati ristoranti etnici, dal greco di qualità (che faceva affari anche prima dell’avvento di Tsitsipas, ma mai quanto ora) al rodizio brasiliano dalla carne di qualità siderale. Il doppio che precede il singolare per cui si è pagato il biglietto è perfetto per una breve pennica prima di recuperare i riflessi e godersi il match…

NEI MEANDRI DELL’O2 ARENA

Fuori dalla grande sala stampa, per raggiungere lo stanzone delle conferenze stampa si deve scarpinare non poco in un corridoio freddo e curvo che ripercorre la circolarità dello stadio, circondati da alte pareti in muratura a vista che danno l’idea di essere più a New York che a Londra. Una struttura quasi underground, adatta al grande evento di boxe quasi come il Madison Square Garden e in questo simile ai corridoi interni dell’Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadows, con le pareti tappezzate dai grandi tennisti del passato. Per molti, moltissimi punti in comune, infatti, il grande torneo che più assomiglia alle ATP Finals di Londra sono gli US Open di New York.

Le analogie “strutturali” si riscontrano anche nell’accesso ai posti della tribuna stampa, che si dividono tra Lower Seats e Upper Seats, rispettivamente al primo e al quarto piano dello stadio. Dalla sala stampa situata al piano terra si raggiungono con un ascensore che porta a un largo anello di passaggio dove di fianco e di fronte alle porte di accesso allo stadio si susseguono stand di bevande, cibo e abbigliamento sportivo. Come agli US Open il passaggio dal proprio desk di lavoro alla tribuna stampa richiede lo slalom tra i tifosi, coprendo una distanza minore ma nei tempi identica, perché qui l’ascensore è più lento della preparazione al servizio di Rafa Nadal. Si tratta infatti dello stesso elevatore impiegato dagli addetti ai carretti di snack, bibite e pop-corn formato grande o gigantesco in linea col tennis dal vivo in stile cinema (spettatori al buio, giocatori sotto i riflettori) e col cinema in stile USA (pop-corn, snack e bevande maxi, prezzi maxi).

Il cronista trafelato, già attardatosi a leggere e appuntare sul notebook alcune statistiche sul match – sapendo già che difficilmente riuscirà a riportarle nel pezzo, impegnato a seguire gli scambi, segnarsi i punti e immaginare le righe di sintesi da consegnare appena dopo la fine del match – preferisce allora smettere di aspettare il lift Godot e ricorrere alle scale, che riducono l’ansia ma aumentano la sete. Così, se tra penna, block-notes e pc non ha con sé la borraccia griffata ATP Finals, il ricorso alla bottiglietta di coca cola costa quattro sanguinose sterline, pena pecuniaria efficace per organizzarsi meglio alla prossima cronaca. Destino vuole che si tratti del big match tra Roger Federer e Novak Djokovic, quando si dice presentarsi al momento giusto nell’occasione migliore… se non fosse che il cronista di cui sopra ha al collo un accredito destinato alle Upper Seats.

Per una sfida tra Roger e Nole alle Finals anche la più dolce e permissiva hostess assume la rigidità di Margaret Thatcher, spedendo al quarto piano chi scrive e i suoi ammenicoli. Dove la visuale è del tutto soddisfacente ma è ben altra cosa rispetto al primo livello. Anche se da una posizione così alta e ripida sembra quasi di vedere addensarsi e abbattersi come un temporale i fischi e gli ululati verso la nemesi serba del paladino Federer. Anche se tra il servizio e la fine dello scambio ritorna il silenzio (quasi) come a Wimbledon, prima e dopo i 25 km che separano Wimbledon dall’O2 Arena sembrano più lunghi dei 5700 tra Londra e New York. Dove l’odore persistente di hot dog e patatine fritte, la musica costante e a palla, il via vai di persone dalle magliette colorate in afose giornate assolate fanno di Flushing Meadows una “fiera paesana” (per copiare la definizione che ne diede Rino Tommasi, in contrapposizione alla “chiesa” di Wimbledon).

L’O2 Arena è analogamente una sorta di luna park al coperto di un grande centro commerciale, che per le dimensioni e l’assenza di riscaldamento tra una struttura e l’altra non dà, almeno in novembre, un senso di claustrofobia come invece hanno avvertito diversi colleghi italiani, non entusiasti di passare al chiuso intere giornate di tennis. Tra questi un sempre brillante Stefano Meloccaro. Almeno nel suo caso, siamo tentati di ricondurre questa sensazione a una sorta di rifiuto per un torneo di fine anno dalla formula mai digerita da chi è professionalmente e tennisticamente rinotommasiano, al punto da delegare al proprio inconscio il compito di mascherare l’acerrimo nemico del Grande Tennis – una formula che non elimina chi perde – con un grosso e opprimente telone che copre il torneo dei Maestri, sia dentro che fuori dal campo.

DA LONDRA A TORINO…

Uscendo da questa psicanalisi da… fiera paesana (appunto!), la sfida per chi organizza un evento sportivo di questa portata è avere un ritorno economico a fronte di un investimento enorme. Londra ha saputo accontentare per dodici anni le costose richieste dell’ATP, proprietaria del torneo, anche grazie a un impianto polivalente e collaudato, sede di concerti ed eventi sportivi come i titoli mondiali di boxe, il basket NBA e gare delle Olimpiadi del 2012, facendo leva su un modello commerciale più americano che europeo.

Torino dovrà necessariamente percorrere una strada diversa. Per attrarre il mondo del tennis a casa sua, non potrà permettersi di separare l’offerta turistica della città da quella tennistica dell’evento. I numeri di Londra si potranno avvicinare se le Finals italiane sapranno portare i segni distintivi di Torino all’interno di Piazza d’Armi e del Pala Alpitour. L’automobile, le Alpi, il cinema, la cioccolata e perfino gli agnolotti dovranno essere desiderati anche tra un set e l’altro di Djokovic-Thiem, altrimenti del Masters di tennis in Italia non rimarrà nulla, a parte un enorme debito.  

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Original 9: Judy Dalton

Terzo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Judy Tegart Dalton, che lavorava come contabile per poter giocare a tennis

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Judy Dalton (foto dal sito dello US Open)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La terza protagonista è Judy DaltonQui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nella prima puntata di una nuova serie sulle giocatrici che hanno fondato la WTA abbiamo incontrato Judy Dalton, membro delle “Original 9” che si è guadagnata l’affettuoso soprannome di “Old Fruit” e che ha lavorato come contabile per poter sostenere economicamente la sua carriera nei tornei di tennis.

Dotata di uno stile serve-and-volley degno della miglior tradizione australiana, Judy Tegart Dalton ha conquistato il career Grand Slam nel doppio femminile, conquistando cinque dei suoi otto major con Margaret Court, e ha vinto il doppio misto agli Australian Open 1996. Nel singolare ha raggiunto la finale a Wimbledon nel 1968, sconfiggendo Court e Nancy Richey prima di capitolare al cospetto di Billie Jean King. Ma se si dà uno sguardo alle foto di quella partita è difficile capire chi fu la vincitrice.

Nel settembre del 1970, all’età di 32 anni, Judy è stata finalista al Virginia Slims Invitational di Houston, perdendo contro Rosie Casals nel torneo nel quale le “Original 9” presero posizione a favore dell’equità dei sessi, e continuò a giocare sino agli Australian Open del 1977, quando si ritirò a 40 anni. Nel 2019 è stata nominata Membro dell’Ordine dell’Australia durante l’Australia Day per il suo significativo contributo a favore del tennis come giocatrice, a favore dell’equità dei sessi nello sport come donna, e a favore delle fondazioni sportive”.

Come hai iniziato a giocare a tennis?
Mio padre era un buon giocatore e ha iniziato a mettermi una racchetta in mano quando avevo cinque anni.

 

In quale momento hai capito che amavi il tennis tanto da sceglierlo come mestiere?
Amo il tennis da sempre. Giocavo già durante gli anni della scuola. Poi per un po’ sono passata al basket ma sono tornata al tennis dopo che mi chiesero di entrare a far parte della nazionale di basket australiana. Lì ho capito che la mia passione era il tennis, non la pallacanestro. Ovviamente, il percorso non è stato tutto rose e fiori sin dall’inizio, e prima di incassare un reddito regolare con il Virginia Slims Circuit ho lavorato come contabile, nei momenti in cui non ero in viaggio per i tornei.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Ho uno stile di gioco aggressivo, mi piace il serve-and-volley. La mia forza è il servizio. Questo è stato determinante per i miei successi nel doppio.

Avevi qualche rito particolare, quando giocavi a tennis?
Preparavo il borsone sempre la sera prima per paura di dimenticare qualcosa.

Quale era il tuo torneo preferito da giocare?
Wimbledon, ovviamente, perché è la casa del tennis e si gioca sull’erba, la mia superficie preferita. C’è sempre un’atmosfera magica ed è un posto davvero speciale.

Descrivi un ostacolo che sei riuscita a superare durante la tua carriera nel tennis.
Come membro delle “Original 9”, ho sfidato lo status quo che sosteneva che le donne non fossero da valutare come tenniste professioniste e ho lavorato per migliorare l’equità tra i sessi. È stata una battaglia politica molto dura, ma quando insieme a Gladys Heldman abbiamo firmato il contratto da un dollaro abbiamo capito che era la strada giusta.

A chi ti ispiri, e perché?
A Suzanne Lenglen. Era una grande giocatrice ed è sempre rimasta fedele a se stessa. È stata una tennista ma anche una celebrità internazionale. Era capace di vincere tornei senza perdere un game. Se non sapete chi era, cercatela!

Che cosa hai fatto da quando ti sei ritirata?
Dopo aver costruito una famiglia con mio marito David – abbiamo avuto due figli, Samantha e David, e due nipoti, Sophie e Abby – ho fatto la coach sia di giocatrici del singolare che del doppio, incluso anche il team di Fed Cup dell’Australia, il che ha significato molto per me avendo fatto parte di due squadre campioni. Sono stata coinvolta nei progetti di sviluppo del tennis giovanile del Presidente dell’Australian Fed Cup Foundation per trent’anni e ho smesso di lavorare a questo solo di recente. Sono stata attiva anche sul fronte dei media, commentando tennis femminile in Australia e nel Regno Unito. Dopo che mio marito David è mancato nel 2009 ho lasciato la nostra azienda agricola nel Victoria e ora vivo a Melbourne.

Che consiglio daresti oggi a te stessa da giovane o a qualcuno che sta muovendo i primi passi da tennista?
Se vuoi fare del tennis il tuo mestiere devi essere pronta a lavorare duro e a fare sacrifici. La strada sarà lunga e sarà colma di momenti impegnativi, ma se non molli e credi in te stessa, riuscirai a ottenere quel che vuoi e ne sarà valsa la pena. Non perdere la tua passione per il gioco e non mollare mai.

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Mi ha dato l’opportunità di viaggiare in giro per il mondo e di conoscere persone interessanti. E mi ha anche regalato amicizie di una vita con le colleghe tenniste.


Traduzione a cura di Gianluca Sartori

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman

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Focus

Fabio Fognini si opera in artroscopia a entrambe le caviglie

Lo stop normalmente è di circa 40-60 giorni, ma con la doppia operazione i tempi potrebbero allungarsi. Una decisione che Fabio meditava già da due anni, ora diventata inevitabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

Se esiste un momento ideale per risolvere chirurgicamente – si spera in via definitiva – un problema fisico, questo momento è di sicuro l’off-season. Dunque quale momento migliore di una off-season supplementare, dalla durata ancora incerta, come quella che ci è stata imposta dall’emergenza coronavirus.

Fabio Fognini ha deciso di sfruttare questo periodo per sottoporsi a una doppia artroscopia, a entrambe le caviglie, per risolvere un fastidio che si porta dietro da diversi anni alla caviglia sinistra e a cui più di recente si è aggiunto un fastidio analogo alla caviglia destra. L’operazione si svolgerà quest’oggi in Italia.

Ciao a tutti, da circa tre anni e mezzo soffro di un problema alla caviglia sinistra. È un risentimento con cui ho convissuto e, tra alti e bassi, sono riuscito a gestirlo. Sfortunatamente negli ultimi due anni anche la caviglia destra ha iniziato a farmi tribolare. Dopo più di due mesi di stop per il lockdown ho ripreso ad allenarmi sul campo e i problemi che speravo si fossero risolti con il riposo, si sono ripresentati. Ho fatto l’ennesima visita specialistica e dopo un’attenta discussione con il mio team ho deciso di sottopormi a un intervento in artroscopia su entrambe le caviglie. Penso sia la cosa giusta da fare in questo momento di stop forzato del circuito. Oggi mi opererò in Italia. Non vedo l’ora di tornare a giocare! So che mi supporterete in questo percorso. Vi abbraccio. Fabio“.

Con questo messaggio Fognini ha annunciato la sua decisione di andare sotto i ferri. Il fatto che il ligure abbia deciso di non perdere troppo tempo indica che i tempi di riabilitazione dovrebbero consentirgli di tornare in campo già quest’anno, qualora ovviamente il circuito ripartisse. Di norma per questo tipo di operazione i tempi di recupero sono stimabili in circa 40-60 giorni. Fognini potrebbe dunque essere pronto ad agosto, ma considerando il tempo necessario a recuperare il tono muscolare ai due arti l’orizzonte potrebbe diventare quello di settembre; come ci spiega un fisioterapista esperto in materia, una normale riabilitazione si basa sulla possibilità di ‘caricare’ sulla gamba sana, una possibilità che Fognini non avrà a disposizione. I tempi di recupero saranno dunque un po’ più lunghi rispetto all’operazione a una singola caviglia.

Ricordiamo che al momento lo US Open è programmato a partire dal 31 agosto: in caso di normale svolgimento dello Slam statunitense, potrebbe essere l’obiettivo principale per il rientro in campo.

DECISIONE QUASI OBBLIGATA? – Il tennista ligure, attualmente numero 11 del mondo, aveva manifestato già da tempo l’intenzione di provare a risolvere chirurgicamente questo problema. Durante la corsa alla qualificazione per le Finals 2018, obiettivo che Fognini non riuscì poi a raggiungere, il tennista aveva confermato di avere ‘dei frammenti ossei sopra il collo del piede destro‘ – quindi il problema era già esteso a entrambe le caviglie – che gli procuravano parecchio dolore: “Sto pensando di operarmi, sinceramente non ne posso più. L’operazione sarebbe difficile e dura, a 31 anni e mezzo rappresenterebbe un’incognita e vorrei evitarla. E poi non si conoscerebbero i tempi di recupero, vanno da un mese e mezzo in su, ma sono difficilmente quantificabili“.

Un anno dopo, sempre per inseguire le Finals (anche in questo caso senza successo), Fognini decise di stringere i denti e andare avanti, confermando però di provare dolore e di continuare a valutare l’ipotesi dell’operazione che dopo meno di un anno da quelle dichiarazioni è diventata realtà. L’augurio è che questa scelta possa migliorare le prospettive del finale di carriera di Fognini, piuttosto che pregiudicarle.

A.S.

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Opinioni

Riflessioni post-quarantena forzata: come si può cambiare il tennis

Si narra di ‘vamos’ urlati da bambini durante un riscaldamento… è qualcosa che si può correggere? Forse lo stop forzato può aiutarci

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Rafa Nadal - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Lo stop presuppone una ripartenza. Fermarsi è darsi possibilità. Avere tempo per sé stessi, giocare a poter pensare essere migliori o fare almeno finta. Otium creativo. Tempo per meditare, analizzare, prendere distanze dalle cose e metterle a fuoco con la necessaria lucidità. Trovare priorità. Riconoscere errori, sanarli ove possibile, riconoscere le derive, arginandole. Cosa potrebbe portare di “illuminato” questa pausa forzata nel “microcosmo tennis”, che per il momento è ripartito solo a livello amatoriale e con qualche esibizione? Facciamo questo gioco, che abbiamo già parzialmente iniziato con le cinque idee per migliorare il tennis. Qui analizziamo altri undici aspetti che potrebbero essere migliorati.

ASCIUGAMANO: l’asciugamano “servito” dal ragazzino all’energumeno con racchetta è da abolire. Insostenibile, diseducativo, eticamente e igienicamente scorretto. La servitù nello sport non è contemplata ne va supportato e sopportato che un ball boy/girl stia là asciugamano madido di sudore alla mano pronto a scattare all’arrogante cenno di comando per porgerlo al tennista il quale, dopo sudato uso, glielo riporge lanciandoglielo in faccia in attesa del successivo 15. Questo sketch si ripete dal primo all’ultimo punto del match, anche nei punti in cui non si è giocato, vedi doppio fallo. Goran Ivanisevic chiamò questa roba “liturgia ridicola”, difficile dargli torto.

SPUTARE: alcuni tennisti in campo sputano. A terra. Non alla fine di un duro scambio, ma come “tic” prima di servire o rispondere. Gesto “basso” e in contrasto con ogni basilare norma igienica, non è utile né carino rendere un campo da tennis una sputacchiera, giocando con palle umidicce e correndo facendo slalom tra “preziosi” luccicanti in terra. Che ci venga perdonata l’immagine, non abbiamo contribuito noi a crearla, anzi, dispiace dirlo, ha girato proprio tanto attraverso la TV in uno di questi ultimi tornei internazionali, che abbiamo potuto seguire prima del forzato stop da pandemia.

 

TIFO: il tennis è nato come sport di cortesia, ci si dà la mano a fine match, ci si complimenta con il vincitore, si applaude l’avversario. Negli ultimi anni, si è affermato e divenuto normalmente tollerato, il tifo contro. Giocare contro Federer o anche Nadal, per un tennista è come giocare una vecchia finale di Davis fuori casa. Ma nei circoli delle nostre serie B o D è anche peggio. Il tifo del tennis è quello dell’applaudire entrambi i contendenti. Un tennista è innanzitutto una persona, poi un’atleta che fa dei sacrifici per poter poi gareggiare cercando di dare il meglio di sé in una gara sportiva. Al Foro Italico lo scorso anno un ragazzino di nemmeno 10 anni rivolgeva insulti a un giocatore, Radu Albot, reo di aver provato solo a fare il proprio match contro un tennista italiano.

ESULTANZA: una volta era “la regola”, non si esulta sull’errore dell’avversario. Poi è arrivato l’urlare in faccia e fare pugno e di quel vecchio caro must basilare dell’educazione, nemmeno il ricordo. Chi ha detto o pensa che l’agonismo passi necessariamente attraverso gesti e urla pugnaci, riveda i filmati di Borg o Wilander o dia uno sguardo anche solo alla sfinge Camila Giorgi. Ho visto bambini urlare vamos e fare il pugnetto durante il palleggio di riscaldamento, frase raccolta fuori un Circolo, durante un Torneo Nazionale giovanile.

TELECRONACA TV: il tennis merita tono garbato anche nell’essere raccontato dalle voci dei commentatori, consono sarebbe evitare di abbandonarsi a sensazionalismi urlando come a un goal alla finale dei mondiali ogni 15, anche perché un match di tennis è fatto da una miriade di 15; il fiato rischia di non bastare per tutta la partita.

PUNTEGGI: la volontà di abbreviare la durata degli incontri e creare delle modalità di punteggi bizzarre rispetto alla norma, pur riconoscendone la simpatia nello sperimentarne durante “tornei” di esibizione, è probabilmente scappata di mano. Una competizione deve esser certa con regole univoche per ogni categoria. Questo a livello professionistico. A livello delle categorie nazionali va ancora peggio: long tiebreak che sostituisce il terzo set, killer point, formule Rodeo, tralasciando il circuito TPRA che fa circuito e tra un po’, sport a sé. Ma per un torneo con match dimezzati nel punteggio e nella durata, l’iscrizione non sarebbe logico, poi, pagarla la metà?

Alex de Minaur – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

TEMPI MORTI: tra un servizio e l’altro non c’è da giocare alla roulette russa e dar spazio a serie interminabili di riti e tic scaramantici per allontanare la morte, ma solo dover prendere una palla e servire. Si è fatto così per decenni, anche Ivanisevic , Sampras, Becker o Roscoe Tanner che servivano due ace a game lo hanno fatto. Si vogliono velocizzare i match? Non sarebbe allora logico partire dalla abolizione dei tempi morti?

GRUGNITI: ma chi grugnisce e specie chi lo fa in maniera spropositata si è mai posto il problema di disturbare l’avversario e chiunque stia giocando nel campo vicino? È ancora umanamente pensabile che si possa colpire una palla da tennis senza accompagnare il gesto con un “kiai” da karateka?

SCUOLE TENNIS: perché nelle scuole tennis si predilige il conseguimento di risultati nel breve periodo attraverso metodi “massivi” e seriali, tralasciando spesso l’insegnare l’arte e il gioco del tennis per sviluppare talento, creatività e propensioni personali, ove ve ne fossero? Perché rischiare di stroncare sul nascere gli Tsitsipas, gli Shapovalov, i Musetti nel nome di una sola “via al tennis”? Perché tutto piegare ed allineare a quella? Forse perché garantire il risultato nel breve periodo mette tranquilli i maestri e dà pace ai genitori? Eppure è grazie al proprio non essere “allineato” che un signore di quasi 40 anni riesce ancora a dominare la scena del tennis mondiale e ad essere la più grande fonte di sogni che questo sport riesca ad avere.

MUSICA AI CAMBI DI CAMPO: ma gli atleti dovrebbero concentrarsi al cambio di campo e rilassarsi per quel po’ che è possibile, oppure devono prepararsi a una maratona di Macarena giù al Lido Turistico?

SCENOGRAFIA TENNIS INDOOR: un campo da tennis come un ring illuminato risplende al centro della scena, i tennisti entrano come wrestler accompagnati da sigla. Si scorgono già le majorette e una ragazza cartellone gira in bikini a mostrare il punteggio al cambio campo, mentre il cantante famoso intona le sue hits. Si preparino gli ospiti per il talk show che va alla fine del primo set. Pubblicità, The Show Must Go On!

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