Fra due anni le Finals torneranno in Europa. Ma la Brexit non c’entra

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Fra due anni le Finals torneranno in Europa. Ma la Brexit non c’entra

Dietro le quinte del Masters ATP all’O2 Arena di Londra, più vicino agli US Open che a Wimbledon. Un paradosso che Torino non potrà permettersi

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O2 Arena - Londra, ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il penultimo evento che ancora abbiamo negli occhi di questo 2019 sono state le ATP Finals di Londra, per noi impreziosite da Matteo Berrettini, primo italiano di sempre a vincere un match nel torneo dei Maestri, seppur nell’ultima inutile sfida tra lui, già sicuro di tornare a casa, e Dominic Thiem, certo di passare il Gruppo Borg da primo. Intanto l’ha fatto e si è messo dietro Panatta e Barazzutti, non proprio due di passaggio nella storia tennistica azzurra. Il 2020 sancirà il commiato di Londra come città ospitante l’evento, dopo 12 anni di onoratissimo servizio. Dal 2021 sarà Torino a ospitare le ATP Finals e noi non potremmo essere più felici, ma certo l’eredità di Londra sarà molto pesante. Come ha detto fin troppo chiaramente lo stesso Berrettini, a proposito di che cosa la città dei Savoia possa offrire di più rispetto alla capitale britannica, “non vedo in cosa si possa fare meglio”.

Non proiettiamoci subito però al Pala Alpitur di Torino, certamente all’altezza di un grande evento (ha ospitato a settembre 2018 i Mondiali di volley) ma con ancora tutto da dimostrare per il torneo più importante del tennis dopo i quattro Slam. Qui vogliamo cercare di trasmettervi l’atmosfera, il fascino e tutto quanto abbiamo provato da inviati, appassionati e spettatori a Londra, provare a darvi un’idea più precisa di quella percepita dalla TV così da valutare se valga o meno la pena programmare la trasferta all’ultima occasione, il prossimo novembre, per poter raccontare, “io le ho viste le Finals all’O2 Arena di Londra”. Intanto, che differenza c’è con gli Slam, dentro ma anche fuori dai loro cancelli

VERDE E NOBILTÀ ATTORNO A ROLAND GARROS E WIMBLEDON

Chi ama seguire i grandi tornei dal vivo, sa che questi sono ubicati in quartieri più o meno periferici della grande metropoli che li ospita, in una zona dove fuori dall’impianto può trovare le ambientazioni più disparate. A Wimbledon e a Parigi, uscendo fuori dai cancelli dei Championships e del Roland Garros si è immersi nel verde.

Nella capitale francese il grande parco di Bois de Boulogne assicura il meglio che ci si può aspettare da una grande oasi verde metropolitana, non solo in termini di quiete o possibilità di fare jogging ma soprattutto dal punto di vista naturalistico, tra laghetti ed esemplari floreali di grande pregio. Strettamente collegate con il torneo, le Serre d’Auteuil s’incontrano a metà del lungo viale alberato che dalla metro di Porte d’Auteuil conduce all’ingresso del Roland Garros, collocate argutamente per invogliare lo spettatore che si appresta a vivere una giornata di grande tennis a spendere ulteriore denaro per non rimpiangere una visita così suggestiva. Magari in una mattinata piovosa o molto umida, che risalta il verde attorno a noi facendoci per qualche istante dimenticare l’ansia per le partite che vengono riprogrammate più tardi, senza la certezza che il tempo migliori.

Fuori dai cancelli di Church Road, ci si può perdere molto piacevolmente tra le vie di uno dei quartieri più ricchi di Londra, a sud ovest del centro città, immersi nel verde dei parchi e ammirando le eleganti abitazioni mono o bifamiliari in mattoni rossi a facciavista, con un giardino perfettamente tagliato e le classiche finestre bianche a ghigliottina. Quelle che in zone ben più centrali sarebbero annerite dallo smog mentre qui sembrano richiamare il candore degli abiti del tennis d’un tempo, quello dei gesti bianchi, delle volée ricamate e dell’aristocrazia scomparsa prima di morire di dolore nel vedere Wimbledon profanato da cultori del tennis dal fondo e da un’erba che nella seconda settimana diventa terba o erba rossa…

Siamo nel quartire di Richmond, che se da Wimbledon continuiamo a percorrere in direzione opposta a Piccadilly, Soho e Trafalgar Square ci conduce fino a un altro grande tempio degli sport inventati dagli inglesi, lo stadio di Twickenham, teatro dei match della nazionale inglese di rugby. Il Wembley della palla ovale, per intenderci. Non è casuale la relativa vicinanza tra Wimbledon e Twickenham: i due massimi palcoscenici di due tra gli sport inizialmente più elitari e rigorosamente dilettantistici, che hanno aperto al professionismo moltissimi anni dopo la loro nascita, situati in una delle zone più facoltose della capitale inglese.  

LE FIERE PAESANE ESTIVE E INVERNALI DI NEW YORK E GREENWICH

E queste Finals londinesi, che cosa offrono al di fuori del mastodontico telone che copre e racchiude l’O2 Arena? Che cosa si può ammirare, visitare o gustare appena lasciato il torneo? Niente. O meglio, niente nelle immediate vicinanze. Si arriva all’ex Millenium Dome (struttura inaugurata nel 2000 con un investimento monstre e inizialmente rivelatasi un gigantesco flop, prima di essere riportata a nuova vita con l’arrivo del gigante delle telecomunicazioni che dà l’attuale nome all’impianto) o in autobus o in metro. Con la tube, si prende la Jubilee Line e si scende a North Greenwich. Salendo dalle scale mobili, si voltano le spalle e dopo pochi passi si sbuca in un piazzale con qualche bar e alcuni ristoranti, prima di accedere all’O2 Arena.

Fuori, se non fosse per l’avvento dei tifosi, avremmo un senso di vuoto, quasi di desolazione e voglia disperata di tornare in metropolitana, per riconquistare la Londra sfarzosa e alla moda di Oxford e Regent Street o quella molto più vicina, viva e autentica di Shoreditch, a due passi da Westminster e tra i pub limitrofi al Borough market, autentico portale alimentare alle specialità tipiche delle città e delle contee rurali d’Inghilterra, con formaggi ovini e carni di ogni tipo, riscaldandosi con un sidro o un intruglio analcolico a base di mela e spezie. Il torneo dei Maestri, infatti, è collocato in una zona del tutto anonima, non lontana da Canary Wharf, centro della nuova Londra finanziaria, molto più simile a Wall Street che alla vecchia City, coi suoi grattacieli dalle bande informative con scritte elettroniche rosse sul valore di azioni e obbligazioni e i suoi palazzi algidi e austeri, tanto ordinati e imponenti quanto privi di anima (come il business del resto…).

Usciti dall’O2 Arena, però, anziché procedere verso il centro di Londra si può rimanere a sud del Tamigi verso Greenwich e il suo meridiano, visitare il Royal Observatory, sorseggiare una delle pale ale londinesi più gradevoli e attualmente diffuse dentro e fuori il Regno Unito, la Meantime, direttamente nel locale birrificio e anche spingersi oltre per una passeggiata dentro il quartiere di Greenwich, fino a visitare il Museo della Marina Britannica. Per riempire lo stomaco, però, vale la pena rimanere dentro l’O2 Arena a godersi i variegati ristoranti etnici, dal greco di qualità (che faceva affari anche prima dell’avvento di Tsitsipas, ma mai quanto ora) al rodizio brasiliano dalla carne di qualità siderale. Il doppio che precede il singolare per cui si è pagato il biglietto è perfetto per una breve pennica prima di recuperare i riflessi e godersi il match…

NEI MEANDRI DELL’O2 ARENA

Fuori dalla grande sala stampa, per raggiungere lo stanzone delle conferenze stampa si deve scarpinare non poco in un corridoio freddo e curvo che ripercorre la circolarità dello stadio, circondati da alte pareti in muratura a vista che danno l’idea di essere più a New York che a Londra. Una struttura quasi underground, adatta al grande evento di boxe quasi come il Madison Square Garden e in questo simile ai corridoi interni dell’Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadows, con le pareti tappezzate dai grandi tennisti del passato. Per molti, moltissimi punti in comune, infatti, il grande torneo che più assomiglia alle ATP Finals di Londra sono gli US Open di New York.

Le analogie “strutturali” si riscontrano anche nell’accesso ai posti della tribuna stampa, che si dividono tra Lower Seats e Upper Seats, rispettivamente al primo e al quarto piano dello stadio. Dalla sala stampa situata al piano terra si raggiungono con un ascensore che porta a un largo anello di passaggio dove di fianco e di fronte alle porte di accesso allo stadio si susseguono stand di bevande, cibo e abbigliamento sportivo. Come agli US Open il passaggio dal proprio desk di lavoro alla tribuna stampa richiede lo slalom tra i tifosi, coprendo una distanza minore ma nei tempi identica, perché qui l’ascensore è più lento della preparazione al servizio di Rafa Nadal. Si tratta infatti dello stesso elevatore impiegato dagli addetti ai carretti di snack, bibite e pop-corn formato grande o gigantesco in linea col tennis dal vivo in stile cinema (spettatori al buio, giocatori sotto i riflettori) e col cinema in stile USA (pop-corn, snack e bevande maxi, prezzi maxi).

Il cronista trafelato, già attardatosi a leggere e appuntare sul notebook alcune statistiche sul match – sapendo già che difficilmente riuscirà a riportarle nel pezzo, impegnato a seguire gli scambi, segnarsi i punti e immaginare le righe di sintesi da consegnare appena dopo la fine del match – preferisce allora smettere di aspettare il lift Godot e ricorrere alle scale, che riducono l’ansia ma aumentano la sete. Così, se tra penna, block-notes e pc non ha con sé la borraccia griffata ATP Finals, il ricorso alla bottiglietta di coca cola costa quattro sanguinose sterline, pena pecuniaria efficace per organizzarsi meglio alla prossima cronaca. Destino vuole che si tratti del big match tra Roger Federer e Novak Djokovic, quando si dice presentarsi al momento giusto nell’occasione migliore… se non fosse che il cronista di cui sopra ha al collo un accredito destinato alle Upper Seats.

Per una sfida tra Roger e Nole alle Finals anche la più dolce e permissiva hostess assume la rigidità di Margaret Thatcher, spedendo al quarto piano chi scrive e i suoi ammenicoli. Dove la visuale è del tutto soddisfacente ma è ben altra cosa rispetto al primo livello. Anche se da una posizione così alta e ripida sembra quasi di vedere addensarsi e abbattersi come un temporale i fischi e gli ululati verso la nemesi serba del paladino Federer. Anche se tra il servizio e la fine dello scambio ritorna il silenzio (quasi) come a Wimbledon, prima e dopo i 25 km che separano Wimbledon dall’O2 Arena sembrano più lunghi dei 5700 tra Londra e New York. Dove l’odore persistente di hot dog e patatine fritte, la musica costante e a palla, il via vai di persone dalle magliette colorate in afose giornate assolate fanno di Flushing Meadows una “fiera paesana” (per copiare la definizione che ne diede Rino Tommasi, in contrapposizione alla “chiesa” di Wimbledon).

L’O2 Arena è analogamente una sorta di luna park al coperto di un grande centro commerciale, che per le dimensioni e l’assenza di riscaldamento tra una struttura e l’altra non dà, almeno in novembre, un senso di claustrofobia come invece hanno avvertito diversi colleghi italiani, non entusiasti di passare al chiuso intere giornate di tennis. Tra questi un sempre brillante Stefano Meloccaro. Almeno nel suo caso, siamo tentati di ricondurre questa sensazione a una sorta di rifiuto per un torneo di fine anno dalla formula mai digerita da chi è professionalmente e tennisticamente rinotommasiano, al punto da delegare al proprio inconscio il compito di mascherare l’acerrimo nemico del Grande Tennis – una formula che non elimina chi perde – con un grosso e opprimente telone che copre il torneo dei Maestri, sia dentro che fuori dal campo.

DA LONDRA A TORINO…

Uscendo da questa psicanalisi da… fiera paesana (appunto!), la sfida per chi organizza un evento sportivo di questa portata è avere un ritorno economico a fronte di un investimento enorme. Londra ha saputo accontentare per dodici anni le costose richieste dell’ATP, proprietaria del torneo, anche grazie a un impianto polivalente e collaudato, sede di concerti ed eventi sportivi come i titoli mondiali di boxe, il basket NBA e gare delle Olimpiadi del 2012, facendo leva su un modello commerciale più americano che europeo.

Torino dovrà necessariamente percorrere una strada diversa. Per attrarre il mondo del tennis a casa sua, non potrà permettersi di separare l’offerta turistica della città da quella tennistica dell’evento. I numeri di Londra si potranno avvicinare se le Finals italiane sapranno portare i segni distintivi di Torino all’interno di Piazza d’Armi e del Pala Alpitour. L’automobile, le Alpi, il cinema, la cioccolata e perfino gli agnolotti dovranno essere desiderati anche tra un set e l’altro di Djokovic-Thiem, altrimenti del Masters di tennis in Italia non rimarrà nulla, a parte un enorme debito.  

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ATP

ATP Roma, per la decima volta vige la legge Nadal: battuto ancora Djokovic [VIDEO COMMENTO]

Quasi tre ore per superare un ottimo e combattivo Nole. Decimo successo agli Internazionali per Nadal, 88° titolo e 36° Masters 1000 (raggiunto proprio Djokovic)

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Rafael Nadal - ATP Roma 2021 (via Twitter, @atptour)

[2] R. Nadal b. [1] N. Djokovic 7-5 1-6 6-3

Rafael Nadal vince per la decima volta il Masters 1000 di Roma e lo fa superando in tre set il numero uno del mondo Novak Djokovic, dopo due ore e quarantanove minuti di battaglia. La partita è stato il solito match di grande intensità, non dissimile dalla grande maggioranza dei precedenti (29-28 in favore di Djokovic il bilancio aggiornato). Il maiorchino ha giocato complessivamente meglio, accusando un brutto calo nel secondo set, perso 6-1, ma riprendendosi alla grande nel terzo. Proprio nel parziale decisivo le ben note doti da combattente di Rafa hanno fatto la differenza con lo spagnolo che dopo aver annullato due palle break è riuscito a mettere a segno lo strappo decisivo, alzando la coppa a sedici anni dalla prima volta.

Ma diamo un’occhiata ai numeri aggiornati dello spagnolo, che impressionano non poco: titolo numero 88 in carriera, 62 esimo sulla terra (su 70 finali) e 36esimo Masters 1000 (agganciato proprio Djokovic). Con questo successo inoltre Nadal solleva per la settima volta in carriera un trofeo dopo aver salvato match point nel corso del suo percorso (due contro Denis Shapovalov) e ottiene la 22° vittoria contro un numero uno del mondo.

 

Pallottoliere a parte, Nadal sarà ancora una volta l’uomo da battere sui campi del Roland Garros (ma questo a prescindere dal successo odierno), ma il Djokovic visto questa settimana è apparso in buona forma e sembra avviato sulla buona strada per poter essere decisamente pericoloso.

IL MATCH – Nole parte forte e, dopo aver tenuto la battuta, mette in difficoltà Rafa con la risposta. Prima parte con ampio anticipo su un dritto in chiusura di Nadal trovando addirittura il vincente al volo, poi risponde profondissimo e si procura una palla break, che Rafa annulla con una smorzata millimetrica in uscita dal servizio. Djokovic, quasi punto sul vivo, replica a sua volta con due palle corte, annullando una palla dell’1-1 e tornando a palla break. Nadal si salva ancora con una prima vincente, ma alla terza chance si arrende alla pressione dell’avversario. Il vantaggio dura però poco perché lo spagnolo si rifà immediatamente sotto, chiudendo Nole in un angolo col dritto e impattando sul 2-2.

Sul 3-3, Rafa riesce a procurarsi palla break con uno strepitoso dritto in corsa, nonostante una caduta che fa preoccupare il pubblico e anche lo stesso spagnolo. La reazione al punto vinto è una via di mezzo tra un’esultanza e un urlo di rabbia per essersi piantato sulla riga, rischiando seriamente di farsi male. È incredibile. Finiremo per ammazzarci è il commento a caldo, prima che un raccattapalle venga chiamato a martellare la riga, evidentemente rialzata e mal sistemata. Non proprio una bella scena da vedere nella finale di un Masters 1000, tanto più se si considera che non è la prima volta che i giocatori si lamentano delle condizioni dei campi di Roma, sia quest’anno che nelle edizioni passate.

Djokovic annulla la palla break con un doppio rovescio lungolinea dei suoi e riesce poi a tenere il servizio. Sa bene come infastidire Nadal sulla terra – d’altronde lo ha battuto sette volte, impresa a cui gli altri non si sono nemmeno avvicinati – e domina gli scambi sopra i nove colpi (8 vinti e uno solo perso a questo punto della partita), ma per ora sta subendo l’aggressività dell’avversario nei primissimi colpi e col dritto non incide abbastanza. Lo spagnolo viaggia poi sopra l’80% di prime palle, il che gli permette di incanalare si da subito gli scambi su binari favorevoli. Djokovic invece litiga un po’ con la seconda, commettendo un doppio fallo sulla palla del 6-5 e subendo poi la risposta profonda di Nadal, che trova il break e va a servire per il set. Ai vantaggi, rimontando da 0-30, ma il maiorchino riesce infine a far suo il parziale dopo ben un’ora e quindici minuti di gioco.

Nole è palesemente nervoso e continua a subire l’iniziativa di Rafa nei primi giochi. Dopo aver salvato una palla break nel terzo game però, riesce finalmente ad aprirsi il campo col rovescio e un po’ a sorpresa è lui a effettuare il primo strappo, sfruttando anche due brutte smorzate di Nadal e salendo 4-1. Il break revitalizza Djokovic e viceversa mina un po’ le certezze dello spagnolo, che rimane invischiato in un altro turno di battuta complicato e finisce per trovarsi sotto 5-1. Rafa annulla due set point alla sua maniera, ma al terzo capitola: dopo due ore siamo un set pari.

Molto interessante la scelta di piazzamento del dritto da parte del serbo in questo secondo set: il 72% lo ha giocato incrociato (ovvero sul rovescio di Nadal) contro il 54% del primo parziale.

Nadal – ma la cosa non stupisce – non accusa il colpo dei tanti errori e del set appena perso in maniera così netta, anzi riparte con piglio decisamente bellicoso. Djokovic non è da meno e assorbe l’urto della rinnovata aggressività dell’avversario. L’intensità della partita ora è alle stelle, gli scambi sono quasi tutti da spellarsi le mani e i vincenti tornano a farsi consistenti. Il serbo si procura due palle break sul 2-2: sulla prima è lui a sbagliare, sulla seconda viene infilato da un rovescio lungolinea vincente di Rafa. Break mancato, break subito. Nole si ritrova sotto 0-40 con due errori, un nastro che accomoda la palla a Nadal e poi subisce un gran passante del maiorchino, cedendo a zero la battuta. Sotto 5-2, Djokovic si lascia prendere dalla fretta e deve fronteggiare un match point, sul quale Rafa stecca la risposta, prima di difendere il turno di servizio. L’inevitabile è solo rimandato perché nel game successivo, lo spagnolo può festeggiare la “decima” a Roma.

Il tabellone finale del torneo con tutti i risultati

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WTA

WTA Roma: Swiatek tramortisce Pliskova in finale con un doppio 6-0 ed entra in top 10

La finale femminile degli Internazionali d’Italia 2021 dura solo 46 minuti: Swiatek lascia tredici punti a una Pliskova spaesata e vince il suo terzo titolo. Da lunedì sarà in top 10, e a Parigi tra le favorite

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Iga Swiatek - WTA Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

[15] I. Swiatek b. [9] Ka. Pliskova 6-0 6-0

Il quindicesimo e il sedicesimo bagel nella storia delle finali femminili degli Internazionali d’Italia si manifestano insieme, per grossi meriti di Iga Swiatek e cospicui demeriti di Karolina Pliskova, che perde la seconda finale di fila al Foro Italico senza alcuna possibilità di contendere il trofeo all’avversaria. Nel 2020 era stata la coscia sinistra, già fasciata a inizio partita, a costringerla al ritiro sotto 6-0 2-1 contro Simona Halep; quest’anno il fisico era (apparentemente) integro ma è mancato tutto il resto, primariamente la capacità di tenere la palla in campo.

Iga Swiatek ha dominato col doppio 6-0 una non-finale che si è conclusa in soli quarantasei minuti con lo scoraggiante score di 51 punti a 13 in favore della giocatrice polacca, al terzo titolo in carriera dopo il Roland Garros 2020 e Adelaide 2021. Grazie a questo successo, che in un certo senso ci si aspettava in virtù della sua maggior attitudine alla superficie ma che era certamente impossibile prevedere nelle proporzioni, Iga Swiatek farà il suo esordio in top 10 (e salirà al quinto posto nella Race). Quanto mai meritato, dopo le ultra-fatiche di sabato (giorno in cui ha dovuto superare sia i quarti che le semifinali, contro Svitolina e Gauff) e la prestazione impeccabile di questa domenica.

 

Sul match non c’è molto da dire, e poco da dire ha avuto anche Karolina Pliskova in fase di premiazione: “Purtroppo non è stata la mia miglior giornata. Ma devo fare i miei complimenti a Iga, che ha giocato davvero una grande partita. Ho giocato delle belle partite qui, cercherò solo di dimenticare quella di oggi!“.

Come detto non era andata granché bene nemmeno lo scorso anno; Karolina deve così ad archiviare un misero game vinto nelle ultime due finali giocate a Roma, dopo aver vinto quella del 2019 contro Konta. Subisce inoltre l’undicesimo e il dodicesimo bagel della carriera nel circuito maggiore, ma c’è un precedente piuttosto bizzarro che risale alla sua carriera a livello ITF; nel marzo 2009, pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni, aveva subito un doppio 6-0 (l’unico della sua carriera prima di oggi) nei quarti dell’ITF giocato a Latina presso il Tennis Club Nascosa, meno di novanta chilometri di distanza dal Foro Italico. Speriamo solo abbia voglia di tornare a giocare a tennis nel Lazio, verrebbe da pensare.

Appare però doveroso concentrarsi sul tennis offerto da Iga Swiatek. Se non c’è mai stata partita, al netto dei sei doppi falli commessi dalla giocatrice ceca e del suo senso di generale impotenza, è principalmente per merito di una Swiatek che ha perso solo tre punti al servizio e interpretato l’incontro alla perfezione, trovando profondità e spin immediatamente con il primo colpo dopo il servizio (o direttamente in risposta) per impedire a Pliskova di colpire alle sue condizioni. Se infatti Karolina è una colpitrice di rara pulizia ed efficacia quando ha il tempo di trovare gli appoggi, quando deve colpire in corsa o è costretta a indietreggiare per trovare la giusta distanza, entra facilmente in confusione e inizia a sbagliare.

Oggi è successo questo, e dall’altra parte ha trovato una giocatrice che ha chiuso praticamente tutti i punti che voleva col vincente. E che ha dimostrato di avere una straordinaria facilità nei movimenti sulla terra battuta, sfruttando alla perfezione l’arte dello scivolamento per raggiungere la palla nel modo migliore e scoccare un vincente.

Con questo biglietto da visita, che è anche il primo 6-0 6-0 nella storia delle finali degli Internazionali d’Italia (ambosessi), Iga Swiatek si presenterà a Parigi con tutte le credenziali per difendere il trofeo sollevato lo scorso ottobre. Non sarà una passeggiata, ma se esisteva un modo ideale per arrivarci, beh, era esattamente questo.

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Editoriali del Direttore

Ancora i soliti due, Nadal e Djokovic. Rischiano, ma alla fine sono i più forti [VIDEO-COMMENTO]

ROMA – Sonego che batte il n.15 Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e lotta alla pari con il n.1 Djokovic è la storia più bella che poteva capitare al tennis italiano, già protagonista in tutti i Masters 1000 dell’anno. Il Connors de noantri

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

da Roma, il direttore

I soliti due. Dov’è la notizia? Non c’è dubbio che la notizia più clamorosa sarebbe stata quella di un Sonego in finale, come lo fu per l’ultima volta qui al Foro Adriano Panatta nel ’78 battuto da Bjorn Borg al quinto set nel famoso match in cui un calabrone ingaggiò un duello con la Donnay di Borg che dovette schivare anche qualche monetina lanciata da qualche italopiteco che fu rimbrottato perfino da Adriano Panatta, quando lo svedese disse: “Se me ne tirate un’altra me ne vado!”.

Mi pare giusto ricordare, a questo punto, che anche l’anno prima un italiano aveva raggiunto la finale, e cioè Tonino Zugarelli che perse in quattro set contro Vitas Gerulaitis, così come in quattro set nel ’76 era stato Panatta ad avere la meglio su Guillermo Vilas.

 

Non è andato in finale, rimpiangerà forse le tre palle break iniziali del terzo set (“La partita avrebbe potuto prendere un’altra piega, comunque Sonego ha dimostrato perché aveva raggiunto le semifinali” gli ha subito riconosciuto Novak Djokovic), ma comunque così come nessuno ha dimenticato che Filippo Volandri raggiunse le semifinali qui nel 2007, nessuno dimenticherà che l’eroe azzurro di questa edizione è stato Lorenzo Sonego, un ragazzo capace di straordinari progressi che peraltro il suo coach Gipo Arbino mi aveva garantito di aver constatato già quando ci parlai a gennaio.

Lorenzo ha battuto in un solo torneo il n.15 del mondo Monfils, il n.4 Thiem, il n.7 Rublev e ha giocato per oltre due ore alla pari contro il n.1 del mondo, uno che ha vinto questo torneo cinque volte e che aveva fatto vedere contro Tsitsipas, al termine di un match bellissimo, la sua straordinaria bravura e irriducibilità.

Lorenzo Sonego – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Lorenzo è stato alla sua altezza, all’altezza di un supercampione come Djokovic, assolutamente, dimostrando un coraggio, una personalità e doti tecniche che un anno fa forse solo Gipo Arbino, il suo mentore, aveva intravisto.

Mi è piaciuto da morire anche, conoscendo la sua timidezza e umiltà fuori del campo, la sua grande educazione, quel suo modo di incitare la folla perché a sua volta lo incitasse, lo caricasse ancor più di adrenalina, quasi come se avesse bisogno di ancor più garra. Come se altrimenti potesse rischiare di mollare. Ma quando mai!

Lorenzo, e potrò venire accusato di blasfemia perché ovviamente in termini di risultati il paragone non regge, ma con quel suo modo di caricare la folla mi ha ricordato quel che faceva allo US Open nientemeno che Jimmy Connors. Bellissimo, trascinante. Uno vero, che non si nasconde dietro il politically correct perché corretto, correttissimo è in campo… tant’è che ha subito senza fiatare anche due errori arbitrali di cui si sono resi conto soltanto gli spettatori davanti alla TV.  Immagino la soddisfazione dei suoi sponsor, uno dei quali, Reale Mutua non poteva davvero immaginarsi un simile exploit del suo “ambassador” (ormai si dice così…, chissà perchè il sostantivo testimonial è passato di moda) proprio nel torneo di Roma di cui è sponsor. Giocando sul core business dell’antica società torinese d’assicurazione – sarà mica intervenuta nel mondo tennis perchè proprio a Torino ci saranno le finali ATP per i prossimi 5 anni? – si può dire che essa si è “assicurata” un tennista dal grande presente e da un probabilissimo grande futuro, al di là di ogni più rosea aspettativa: di certo al momento in cui hanno firmato …la polizza, i riflessi mediatici e televisivi di quella sponsorship non erano onestamente prevedibili. A volte nel firmare un contratto con un atleta non sai davvero dove puoi cadere. Ti può andare bene bene perchè quello improvvisamente comincia a vincere match su match o anche male, molto male. Pensate, giusto per accennare ad un paio di “immortali”: Barilla e Uniqlo hanno investito una fortuna su Federer e lo svizzero negli ultimi due anni non ha quasi giocato. Mi direte che a “prendere” un giocatore di 38 anni ci sta che scivoli nella vasca da bagno mentre fa il bagnetto a un gemellino e si rovini un ginocchio, così come ci sta che una prima operazione non basti, ma avete idea degli investimenti, anche se Federer è e resta icona mondiale anche quando non gioca a tennis e gira uno spot in cucina con un Master Chef. Idem il primo anno, disastroso, di Djokovic con Lacoste. Un 2011, un 2015 e i primi 6 mesi del 2016 da Mille e Una Notte, poi un pessimo secondo semestre del 2016, tanto che pure avendo un margini di punti pazzesco nei confronti di Murray, finì proprio con le finali ATP di Londra per perdere la leadership.

Chiusa qui la parentesi sponsor – e non ho accennato al discorso pandemia, ai 6 mesi di stop dovuti al virus, chi poteva immaginarli? E quelli che avevano firmato un contratto di un anno soltanto per il 2020? – avremo certo modo di riparlare degli incredibili progressi mostrati da Lorenzo Sonego, ora che è 12° nella Race è la possibilità che ci sia anche lui fra i tre italiani che lotteranno per arrivare a disputare le finali ATP di Torino alla luce di quanto si è visto in questi primi quattro mesi dell’anno, c’è, è reale, non è pura utopia, un sogno impossibile. Per carità, che ce la facciano tutti e tre, Berrettini, Sinner e Sonego è quasi impossibile, siamo onesti. Però quel quasi uno ce lo può mettere, e io ce lo metto, senza passare da illuso sciovinista. Ragazzi, quando si batte tre top 15 in un torneo, ci sta tutto. Quando si fanno due finali di un Mille con due giocatori e una semifinale con un terzo, sognare è lecito e non è detto che si debba cascare dal letto.

Sonego e Djokovic – ATP Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

VERSO LA FINALE – Pur con tutto il rispetto e l’ammirazione per lo straordinario torneo di Sonego, devo passare ai due sfidanti della finale maschile. Ancora loro, i duellanti degli ultimi tre lustri che si sono sfidati fino a oggi la bellezza di 56 volte e giocheranno per la sesta volta per il titolo degli Internazionali d’Italia. Snocciolo subito altri numeri, così me li levo tutti di torno. Djokovic ha vinto in 29 occasioni, Nadal in 27. Nelle nove finali di Slam Nadal conduce 5-4, negli incontri giocati in toto negli Slam (16) Nadal è avanti 10-6. Nelle finali dei Masters 1000 invece è avanti, anche lui di misura, Djokovic, 7-6. Nei Masters 1000, fra finali e non, i due si sono incontrati 28 volte e Djokovic è avanti 16 a 12.

Infine eccoci a Roma, dove Nadal ha trionfato nove volte (2005-2006-2007-2009-2010-2012-2013-2018-2019) ed è a caccia della “Decima”. Djokovic si è imposto 5 volte (2008-2011-2014-2015-2020) e cerca le “Sesta”. In totale, sono arrivati in finale rispettivamente 12 e 11 volte (compresa questa) e il Masters 1000 di Roma vanta una particolarità: dopo il 2004, quando Moya batté Nalbandian, in finale c’è sempre stato uno dei due. In cinque occasioni ci sono arrivati entrambi e Nadal conduce 3-2 avendo vinto l’ultima finale nel 2019, 6-0 4-6 6-1. Come dicevo all’inizio di questa sfilza di dati, si contenderanno per la sesta volta il trofeo dei nostri Internazionali.

In totale a Roma però si sono affrontati otto volte e il bilancio è di cinque vittorie per Nadal e tre per Djokovic. Quale anno, quale turno e quale duello fra loro, quale vincitore, quale risultato?

Ecco qua:

  • 2007, quarti, duello n.4, Nadal 6-2 6-3; 
  • 2009, finale, duello n.17, Nadal 7-6 6-2; 
  • 2011, finale, duello n.27, Djokovic 6-4 6-4; 
  • 2012, finale, duello n.32, Nadal 7-5 6-3;
  • 2014, finale, duello n.41, Djokovic 4-6 6-3 6-3; 
  • 2016, quarti, duello n.49, Djokovic 7-5 7-6; 
  • 2018, semifinale, duello n.51, Nadal 7-6(4)6-3; 
  • 2019, finale, duello n.54, Nadal 6-0 4-6 6-1.

Sei loro duelli si sono conclusi in due set, mentre soltanto due sfide – curiosamente – sono andate al terzo. E a Roma le loro non sono sempre state grandi partite. Speriamo che lo sia quella odierna. Anche se Djokovic ci arriva dopo due notevoli battaglie, mentre Nadal, che aveva annullato due match point nei quarti, ieri ha avuto una giornata decisamente più leggera.

A mio avviso nessuno dei due è al massimo, però. Nonostante questo, in fondo sono arrivati ancora una volta loro.

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