Podcast Off-Court: la stagione 2019 in rosa

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Podcast Off-Court: la stagione 2019 in rosa

Ultimo episodio dell’anno del nostro podcast: Gibertini e Baldissera parlano di tennis femminile con un ospite d’eccezione

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Vanni Gibertini (a sinistra) e Luca Baldissera (a destra) se ne vanno da Indian Wells alla fine del torneo

Nell’ultimo podcast dell’anno, Vanni Gibertini e Luca Baldissera parlano della stagione 2019 del tennis femminile in compagnia di uno dei massimi esperti italiani del tennis “in gonnella”, Diego Barbiani. Gli straordinari exploit della canadese Bianca Andreescu le sono valsi il titolo (non ufficiale) di giocatrice dell’anno, mentre la novità della stagione è stata senza dubbio la quindicenne Coco Gauff. Rivivete i momenti targati WTA più significativi dell’anno appena passato, con uno sguardo al tennis italiano, tanti auguri di buone feste e l’appuntamento per il 2020.

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‘Capre sulla neve’: sport in cui ci si azzuffa meno sul GOAT. La combinata nordica

Nel tennis si litiga, ma ci sono sport in cui sembra più facile identificare il più forte di sempre. La prima puntata è dedicata a Jarl Magnus Riiber, uno che salta e scia come nessuno

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Prefazione

Con il tennis ufficialmente sospeso fino almeno all’avvento dell’erba se non oltre, come ormai sembra probabile, quale migliore occasione per introdurre un argomento originale ed avventurarsi in un campo ancora mai battuto: quello del GOAT.

Non vi preoccupate, stavolta non torneremo sui soliti discorsi su quei tre lì che ben conoscete. Perché ormai è chiaro a chiunque riesca a mettere da parte i miasmi del tifo, che parlare di supremazia di uno o dell’altro per uno Slam in più su venti, dieci settimane da numero uno in più su trecento, tre big title in più su sessanta, è questione di lana caprina. Roger, Rafa e Nole, qualunque sarà il computo totale una volta che tutte le carriere saranno concluse, siedono insieme sullo scranno del più grande di sempre. Come un’unica entità, una trinità del tennis, un Cerbero a tre teste che ha divorato tutto il divorabile o quasi, lasciando le briciole ai propri colleghi nel corso degli ultimi tre lustri.

Aggrappandoci al concetto di sono ere differenti con un piccolo sforzo si possono provare ad introdurre nell’equazione anche Laver e Borg (Sampras è già un po’ troppo vicino all’era del Triumvirato, e con i suoi 14 slam deve inchinarsi ai quasi 19 di media del RoRaNo). Ma insomma, alla fin fine non si scappa. Il discorso sul Goat nel tennis è ben più noioso e scontato di quanto si possa immaginare.

Premesso questo però, un esercizio interessante in questo lungo periodo senza tennis, e senza sport in generale, è guardarsi attorno e andare ad analizzare se in qualche altra disciplina ci possa essere, in questo dato periodo storico, un Goat senza se e senza ma. Per intendersi, un cannibale come Phelps è stato per il nuoto fino al suo ritiro a Rio quattro anni orsono. Esistono sport dove proprio in questo momento storico ci possiamo godere il (o la) più grande di tutti i tempi? O, ancor più interessante, i primi passi di coloro che lo diventeranno? La risposta è sì, probabilmente più di uno. Anche se sono magari discipline sconosciute ai più. Nel corso di questo articolo a puntate andremo ad analizzare quali personaggi ancora in attività sono già, o sono in procinto di diventare, i più grandi di tutti i tempi nel loro sport.

 

Per ogni casistica assegneremo in modo totalmente soggettivo una “percentuale di Goatismo” a seconda di quanto vicini o lontani siano dall’essere acclamati come dominatori alla fine delle rispettive carriere e ci divertiremo, laddove possibile, a tracciare dei paralleli, per stile e sviluppo della storia sportiva, con i tre big della racchetta per vedere a quali di essi più somigliano. E scopriremo che un determinato Paese dalla popolazione risicata sta sfornando in questo periodo una quantità impressionante di Greatest of all Times.

Siccome in questo periodo dove non solo il tennis ma tutto lo sport è bloccato, inizieremo con l’analisi degli ultimi sport ad aver chiuso bottega, ovvero quelli invernali: nel corso delle prossime settimane analizzeremo 5 casi di “Capre sulla neve”.


Episodio 1: la sostenibile leggerezza di Jarl

Combinata Nordica: Jarl Magnus Riiber – Chance di Goatismo: 80%

Jarl Magnus Riiber

Alzi la mano chi non segue la Combinata Nordica e non ha mai sentito parlare di Jarl Magnus Riiber. Ok, adesso potete riabbassarle. Pecorella smarrita del ricco panorama degli sport invernali, soprattutto in Italia dove fatichiamo a trovare degli interpreti non dico d’elite, ma almeno in grado di piazzarsi nella top 10, la combinata nordica è uno sport che fonde la tecnica del salto dal trampolino con la forza e resistenza dello sci di fondo.

Il meccanismo di gara è piuttosto semplice: gli atleti effettuano un singolo salto dal trampolino con gli sci, ottenendo un punteggio legato principalmente alla distanza coperta, con una lieve influenza del voto stilistico attribuito dai giudici. Il gap di punteggio viene poi convertito in secondi che saranno essenziali per la gara di sci di fondo, che si svolge con la modalità dell’inseguimento: parte per primo l’atleta più performante dal trampolino e a seguire via via gli altri, secondo classifica, con il ritardo in secondi accumulato. Vince chi per primo taglia il traguardo.

Come in tutti gli sport invernali, il trofeo più ambito è la Coppa del Mondo Generale, attribuita ogni anno attraverso una classifica a punti che tiene conto dei piazzamenti nelle varie tappe invernali. A certificare lo status di sport poco diffuso, in 36 anni di storia solo sei Nazioni possono vantarsi di avere detenuto la Coppa: Germania, Austria, Norvegia, Finlandia, Giappone e Francia. Finora sul trono del Goat sono seduti in due: il finlandese Hannu Manninen, capace a inizio secolo di vincere 4 coppe del mondo consecutive con 48 vittorie di tappa, e il tedesco Eric Frenzel, che è ancora in attività e a 31 anni ha trionfato in coppa 43 volte portandosi a casa ben cinque titoli di fila dal 2013 al 2017.

Fra i due la bilancia pende leggermente a favore del tedesco, soprattutto se si considera il rendimento nei grandi appuntamenti: tre ori Olimpici (due individuali e uno in staffetta) e sette mondiali (3+4) per lui; il finlandese invece fu vittima per tutta la carriera di una maledizione nelle gare clou: dominatore in Coppa del Mondo, concluse con una sola medaglia individuale di peso, un oro ai mondiali del 2007 nella specialità Sprint. Per sua fortuna i compagni di squadra lo aiutarono a mettersi al collo ben tre medaglie olimpiche e cinque mondiali grazie alle staffette.

A mettere tutti d’accordo però sta arrivando Jarl Magnus Riiber. Norvegese di Oslo, ad appena 22 anni non si può definire l’uomo del futuro, perché lo è già del presente. Nessuno ha dominato questo sport come lui ha fatto nelle ultime due stagioni. Riiber è letteralmente esploso all’inizio della stagione 2018-9. Allora ventenne, si portò a casa dodici vittorie sulle 21 gare disponibili, eguagliando il record di Manninen. Nella stagione seguente, ovvero quella conclusasi poche settimane fa, ha messo il turbo trionfando in 14 gare su 17: record di vittorie, di punti, di tutto, nonostante quattro appuntamenti cancellati a causa di meteo e coronavirus.

Sommando i trionfi di queste due stagioni, più uno ottenuto a sorpresa a diciotto anni nel 2016, ad oggi Riiber vanta 27 vittorie in Coppa del Mondo ed è già il quarto all-time. Al ritmo di 12 vittorie l’anno nelle prossime due stagioni, predizione tutt’altro che fantascientifica, si ritroverebbe sul trono del più vincente di sempre, primo a sfondare il muro delle 50 vittorie in carriera, a soli 24 anni. Con almeno un altro lustro per costruire un gap enorme su chiunque altro nella storia e raggiungere, chissà, quota 100. Nei grandi appuntamenti Riiber vanta due ori nei suoi primi mondiali, quelli del 2019, uno individuale e uno in staffetta. Deve ancora giocarsi seriamente la carta Olimpica invece: nel febbraio 2018 era ancora acerbo, pur riuscendo a entrare nel quartetto capace di mettersi al collo l’argento in staffetta.

Riuscirà Riiber a tenere questo passo da assoluto dominatore nel futuro? E per quanto? Gran parte della risposta dipende dalla sua costanza di rendimento nel salto. Il giovane norvegese fa infatti del trampolino il suo punto di forza, staccando la concorrenza di svariate decine di secondi, che poi amministra con comodità nella sezione di fondo. Alla bisogna, ha dimostrato di poter vincere anche partendo alla pari sugli sci stretti. Semplicemente, il più delle volte non gli serve.

Se dobbiamo fare un confronto con un Fab tennistico, Riiber somiglia al Federer del quadrienno d’oro, quello che vinse 11 Slam veloci sui dodici disponibili e che sembrava semplicemente inarrivabile per chiunque altro con l’eccezione di Nadal sulla terra. Nella combinata nordica non c’è la terra battuta, la superficie è sempre la stessa, al massimo più soffice o ghiacciata. E allo stesso tempo, non pare vedersi all’orizzonte un Nådalen o un Djøkær capaci di mettere in discussione il suo dominio. Se ci mettiamo anche che nel fondo, sport di resistenza, il top di raggiunge solitamente fra i 25 e i 30 anni, Riiber può diventare ancora più forte di ciò che già è.

Sull’altro piatto della bilancia, occorre considerare che non può saltare meglio di così. E nel volo la forma si può perdere velocemente, con qualche chilo di troppo. La storia del salto è piena di atleti capaci di dominare una o due stagioni per poi uscire di colpo dalla top 10, incapaci di vincere una sola ulteriore prova di Coppa del Mondo. Da quel punto di vista, essere forti nel fondo offre maggiori garanzie, c’è meno aleatorietà. La nostra scommessa è che Jarl Magnus continuerà su questo passo almeno per il prossimo quadriennio. E se a Pechino 2022 riuscirà a vincere almeno un paio di ori, più qualche altro trionfo mondiale (a cadenza biennale) qua e là, il nativo di Oslo potrebbe ritirarsi nel 2024, a 26 anni, come il più grande di sempre nel suo sport. Ma conoscendo la sua fame, continuerà ben più a lungo.

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Orfani del tennis: i dieci momenti memorabili della storia del torneo di Miami

La rimonta di Federer con Nadal, le sei vittorie di Agassi e lo splendido gesto di fair play del 1994, il primo sigillo di Djokovic: riviviamo i momenti indimenticabili del torneo di Miami

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Secondo il calendario originale, oggi sarebbe stato il giorno di ‘scollinamento’ del Masters 1000 di Miami, che disteso sui canonici dieci giorni si sarebbe concluso fra una settimana – domenica 5 aprile. Nulla di tutto ciò è accaduto, dacché la pandemia di COVID-19 si è abbattuta anche sul tennis e ha fermato tutto, ma grazie a un articolo pubblicato sul sito ufficiale dell’ATP possiamo rivivere i momenti più significativi della storia di questo torneo che si è disputato senza interruzioni dal 1985 al 2019.

1991: Jim Courier completa il primo “Sunshine Double”

Iniziata con il trionfo di Boris Becker su Ivan Lendl all’Australian Open, la stagione 1991 vide tra gli indiscussi protagonisti il ventunenne americano Jim Courier. Vincitore prima di allora di un solo torneo (Basilea 1989), il tennista di Sanford, numero 23 della classifica ATP, riuscì a trionfare prima a Indian Wells battendo in finale il francese Guy Forget e poi a Miami superando il connazionale David Weathon. Con il successo ottenuto sia in California che in Florida, Jim Courier è diventato il primo tennista della storia a vincere nello stesso anno entrambi i tornei americani di inizio stagione. Gli altri tennisti capaci di raggiungere tale traguardo sono stati: Michael Chang (1992), Pete Sampras (1994), Marcelo Rios (1998), Andre Agassi (2001), Roger Federer (2005, 2006, 2017) e Novak Djokovic (2011, 2014, 2015, 2016).

1994: trionfa Sampras, ma il premio sportività va ad Agassi

Nell’edizione 1994 Andre Agassi era numero 31 della classifica mondiale, la posizione più bassa da lui ricoperta dal 1987. Dopo aver battuto, tra gli altri, sia Boris Becker che Stefan Edberg, riuscì a qualificarsi per la finale, la prima da lui disputata sotto la guida dell’allenatore Brad Gilbert. Prima dell’inizio del match Agassi entrò nello spogliatoio. Il campione in carica Sampras, però, non era in grado di scendere in campo nell’orario di inizio previsto a causa di un’intossicazione alimentare. Il “Kid di Las Vegas” avrebbe potuto vincere per walk over ma non volle. Accettò di posticipare l’inizio dell’incontro. Pete si sottopose a una flebo di 90 minuti, scese in campo, a stomaco vuoto, e vinse: 5-7, 6-3, 6-3 il punteggio finale. Un grande gesto di fair play costato caro al tennista di Las Vegas. “Se non riesco a battere il miglior giocatore del mondo, non merito il trofeo e certamente non lo merito se non riesco a batterlo quando sta male” ammise Agassi al termine del match. “Ha mostrato grande classe, questo gesto non lo dimenticherò mai” dichiarò Sampras.

 

1997: l’ultima rinascita di Muster

Otto anni prima, nel 1989, Thomas Muster subì a Miami l’infortunio più sfortunato della storia. Dopo aver battuto Yannick Noah in una splendida semifinale recuperando due set di svantaggio, l’austriaco, mentre stava tornando in hotel venne colpito da un auto, una Lincoln Continental guidata dal trentasettenne Robert Norman Sobie. Thomas fu sbalzato per sei metri subendo un gravissimo infortunio al legamento crociato del ginocchio sinistro. La finale che avrebbe dovuto giocare con Ivan Lendl ovviamente saltò, svanendo così, anche se solo temporaneamente, il sogno di vincere il torneo americano. Nel 1997 Muster, ancora a Miami, riuscì a completare ciò che la sfortuna aveva interrotto otto anni prima. Da numero 2 del ranking, dopo aver battuto Jim Courier in semifinale, sconfisse in finale lo spagnolo Sergi Bruguera in tre set. A distanza di otto anni, dopo quel drammatico 1° aprile 1989, finalmente poté alzare al cielo la coppa del vincitore. Per l’austriaco fu il 44° e ultimo trionfo in carriera, il primo in un Masters 1000 sul cemento.

1998: Marcelo Rios diventa numero 1 del mondo

Venti giorni straordinari, passando dal deserto della California al caldo umido della Florida, regalarono a Marcelo Rios la prima posizione mondiale nel marzo 1998. Il talentuoso tennista cileno, che ad inizio marzo aveva 939 punti in meno del numero 1 del mondo Pete Sampras, sconfisse nella finale di Indian Wells il britannico Greg Rusedski e a Miami Andre Agassi. I match del Miami Open che portarono Rios sulla vetta del ranking mondiale furono seguiti in tv da tutto il Cile. Un’intera nazione letteralmente incollata davanti ai televisori. Il tennista di Santiago rimase in vetta al ranking complessivamente per quattro settimane, dal 30 marzo al 27 aprile, e poi nuovamente per altre due settimane, dal 10 al 24 agosto, sempre nell’anno 1998. Ad oggi è il primo e unico tennista cileno ad aver raggiunto la prima posizione mondiale, nonché il primo e unico tennista ad aver raggiunto tale posizione senza aver mai vinto un torneo dello Slam.

2003: Agassi trionfa per la terza volta di fila, sesta complessiva a Miami

Dopo il trionfo all’Australian Open di qualche settimana prima, il campione in carica di Miami Andre Agassi si presentava a Key Biscayne con grandi aspettative e con i favori del pronostico. Aspettative che non furono deluse. Il trentatreenne americano, numero 2 del ranking, dominò la finale contro la testa di serie numero 5, Carlos Moya, aggiudicandosi per la sesta volta in carriera il titolo di campione. Per Agassi si trattò del terzo trionfo consecutivo dopo quello del 2001 contro Jan-Michael Gambill e del 2002 contro Roger Federer. I sei titoli di Agassi conquistati a Miami sono stati poi eguagliati da Novak Djokovic nel 2016.

2005: Federer e Nadal si sfidano per la prima volta in finale

Nel 2004 Roger Federer e Rafael Nadal si affrontarono per la prima volta in carriera al terzo turno del Miami Open, dando vita al primo capitolo della loro rivalità. Nel 2005 di nuovo l’uno contro l’altro: questa volta però in finale. Dopo essere stato in svantaggio di due set e a soli due punti dalla sconfitta, Roger Federer riuscì nell’impresa di ribaltare l’incontro, ottenendo la 18° vittoria consecutiva nelle finali a livello di tour: 2-6, 6-7 (4), 7-6 (5), 6-3, 6-1 il punteggio finale in tre ore e quarantuno minuti di gioco. “Non mi aspettavo di riuscire a ribaltare la partita. Non ne ho recuperate tante quando sono stato in svantaggio di due set a zero, sono estremamente felice ed esausto” dichiarò Federer al termine del match.

2007: Novak Djokovic si aggiudica il primo Masters 1000 della carriera

Vincitore (prima di Miami) di soli tre titoli ATP e numero 10 del ranking mondiale, nel 2007 sul cemento di Key Biscayne, Novak Djokovic si aggiudicò il primo Masters 1000 della carriera battendo in finale il qualificato argentino Guillermo Canas. Il serbo con i suoi diciannove anni divenne il più giovane campione nella storia del torneo. “Ogni volta che vinci qualcosa, o comunque se sei il giocatore più giovane a farlo, o se fai qualsiasi record è sempre fantastico. Significa che il tuo nome è nella storia di questo sport. Ne sono orgoglioso. So di aver lavorato duramente per raggiungere tale traguardo. Spero che questo sia solo l’inizio di una lunga carriera” dichiarò il serbo ai giornalisti al termine dell’incontro. Sarebbe andata esattamente in quel modo.

2011: Un Djokovic perfetto batte Nadal in una finale mozzafiato

Già vincitore di Australian Open, Dubai e Indian Wells, Novak Djokovic arrivò alla finale dell’edizione 2011 del torneo di Miami senza perdere mai il servizio. Un inizio di stagione incredibile per il tennista serbo che, anche nella finale di Key Biscayne, mise in mostra il suo miglior tennis dando una dimostrazione pazzesca di solidità. Dopo tre ore e ventuno minuti di battaglia Novak Djokovic riuscì ad avere la meglio su Rafael Nadal con il punteggio di 4-6, 6-3, 7-6 (4). “È stata una partita super equilibrata, poteva finire in entrambi i modi. È stata una delle migliori che abbia mai giocato in carriera” dichiarò Nole. Nel 2011 il serbo rimase imbattuto fino al Roland Garros quando si arrese in semifinale a Roger Federer. 

2017: Federer vs. Kyrgios: uno dei match dell’anno

Dopo l’incredibile Australian Open culminato con il successo in finale contro Rafael Nadal, Roger Federer diede spettacolo anche a Miami. La semifinale dell’edizione 2017 tra Roger Federer e Nick Kyrgios fu la partita del torneo. Un match epico, lottato dal primo all’ultimo punto. Una carrellata di emozioni in cui lo svizzero riuscì a salvare vari set e l’australiano match point. Dopo tre ore e dieci minuti di battaglia, il tennista di Basilea si impose per 7-6 (9), 6-7 (9), 7-6 (5). “È stato fantastico. Non capita spesso di vincere una partita con tre tiebreak” dichiarò lo svizzero. “È stato bello vincere in questo modo, anche perché ricordo ancora la sfida contro di lui a Madrid nel 2015”. (ndr. In quell’occasione vinse Kyrgios per 6-7 (2), 7-6 (5), 7-6 (12) dopo aver salvato due match point).

2019: Benvenuti all’Hard Rock Stadium…

Dopo trentadue edizioni disputate a Crandon Park (dal 1987 al 2018), il torneo di Miami ha dato addio allo storico impianto di Key Biscayne. Dal 2019, infatti, il torneo si è trasferito all’Hard Rock Stadium, l’impianto che ospita la squadra di football dei Miami Dolphins. La nuova sede presenta 29 campi da gioco di cui 11 costruiti nei parcheggi meridionali dell’Hard Rock Stadium. La prima edizione nella nuova sede è stata vinta da Roger Federer che si è imposto in finale sull’americano John Isner.

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Focus

Panatta: “I tornei che hanno tradizione vanno tutelati, Federer se ne farà una ragione”

Adriano Panatta, intervistato da ‘La Stampa’, approva lo spostamento del Roland Garros. Per Roma invece “ottobre va benissimo”. E su Federer dice: “Mi sta simpatico ma non possiamo andare dietro a lui”

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I canali social ci permettono di tenerci aggiornati su ogni passo – anche quando non si muovono da casa – di tutti i campioni di nuova generazione, ma quando si vuole sapere come se la passano le vecchie glorie è la carta stampata che corre in aiuto. In questo caso si tratta proprio del quotidiano ‘La Stampa’ che il 26 marzo ha pubblicato un’intervista realizzata da Stefano Semeraro ad Adriano Panatta: la domanda di apertura non poteva non essere sull’emergenza Coronavirus. “Sto in casa, non mi muovo, esco una volta alla settimana per fare la spesa. Basta” ha fatto sapere l’ex tennista romano che ora si trova a Treviso, dove ha da poco aperto un nuovo centro tennis.

Lo sport tuttavia in questo momento passa in secondo piano. “È l’ultimo dei problemi. In questo isolamento forzato però si ha più tempo per cose che di solito trascuriamo. Ad esempio pensare: a quello che potrei fare, a quello che ti impediranno di fare dopo. Le preoccupazioni sono tante. Paragonano questo momento al dopoguerra, cioè il periodo in cui l’Italia, fino al boom degli anni ’60, ha dato il meglio. Speriamo si ripeta quel fenomeno. Speriamo che i nostri governanti abbiano capito che le priorità devono essere diverse”.

Iniziando poi a parlare di tennis, Adriano non nasconde affatto il suo disinnamoramento per questo sport, o quanto meno per il suo aspetto organizzativo. “Non mi piace per niente. Tutto quanto è pensato per i grandi gruppi, che ormai fanno il bello e il cattivo tempo. […] Vogliono lo spettacolo ma lo sport è fatto anche di altre cose“. Sulla decisione di spostare il Roland Garros a settembre si è detto d’accordo, adducendo come motivazione la storia centenaria del torneo: Fine settembre è una collocazione giusta anche se per i giocatori passare dal cemento alla terra battuta è un piccolo problema. Io lo avrei spostato anche una settimana più tardi“. E la concomitanza con la Laver Cup sponsorizzata da Federer non gli appare affatto un problema. Federer mi sta anche simpatico ma si è fatto una società per conto suo, se ne farà una ragione. Non possiamo andare dietro a lui“. Un pensiero decisamente in contrasto con chi vede il campione svizzero come il principale traino del movimento tennis mondiale.

 

La situazione romana per lui è invece di più facile soluzione e non sembra contemplare un cambio di sede. Gli Internazionali “vanno recuperati. Ottobre va benissimo, anche dopo Parigi. Ha presente le famose ottobrate romane? A Roma maggio come clima non è meglio di ottobre, anzi”. E da questo tema parte una richiesta diretta al presidente dell’ATP:Faccio un appello ad Andrea Gaudenzi. Non gli chiedo da italiano di favorire l’Europa, ma le istituzioni del tennis hanno il dovere di salvaguardare i grandi tornei che hanno tradizione. Giocare a Phoenix, Arizona, non è più importante che giocare a Roma. Bisogna che tutti se lo mettano in testa”. Affermazioni non troppo dissimili da quelle fatte qualche giorno fa dall’ex tennista francese Benneteau.

Conclude infine prima con una nota seria e poi con un augurio per il futuro. Quando gli viene fatto notare che i tennisti di secondo piano soffrono economicamente per il blocco, lui ammette schiettamente: “Mi dispiace. Ma sono più preoccupato dell’operaio della Finsider”. Mentre una volta che la vita sarà tornata alla normalità, “speriamo di riuscire a fare un po’ di ironia anche su questa brutta cosa. L’ironia batte tutto“. E lui anche in questo campo se ne intende parecchio.

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