Trevisan, resurrezione con il sorriso. Dopo l'anoressia ecco il primo Slam (Crivelli). Trevisan, lo Slam è un mondo nuovo (Semeraro). Federer: "Djokovic e Nadal alla fine vinceranno più di me" (Paglieri)

Rassegna stampa

Trevisan, resurrezione con il sorriso. Dopo l’anoressia ecco il primo Slam (Crivelli). Trevisan, lo Slam è un mondo nuovo (Semeraro). Federer: “Djokovic e Nadal alla fine vinceranno più di me” (Paglieri)

La rassegna stampa del 18 gennaio 2020

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Trevisan, resurrezione con il sorriso. Dopo l’anoressia ecco il primo Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Non esiste un mostro o un miracolo più grande di noi stessi. E con un ace sul match point contro la ex numero 7 del mondo, Martina Trevisan ha definitivamente rinchiuso i suoi demoni, conoscendo la favola della resurrezione. Promesse e malattia A 26 anni, la fiorentina con il cognome che tradisce le origini friulane del padre rinasce a nuova vita, battendo la Bouchard e qualificandosi per la prima volta a uno Slam, un risultato che quando era junior esperti pronosticavano come una costante formalità. Già, Martina è stata una grande promessa, da figlia di una maestra di tennis e sorella di un numero 1 mondiale giovanile, Matteo, vincitore del Bonfiglio nel 2007 e a quei tempi considerato il nuovo messia delle racchette. tricolori. […] E invece, nel 2010, le pressioni ingestibili, un paio di infortuni e la crisi tra i genitori la gettano nell’abisso. Diventa anoressica: «Forse è stato un modo per farmi prendere sul serio, per farmi capire quanto profondo fosse il mio malessere. Non mi piaceva più giocare a tennis, non mi sembrava che ne valesse più la pena». Smette per quattro anni, si rivolge a una psicoterapeuta, si concede una vita finalmente normale, torna a scuola, impara la zumba, quando può tira tardi con le amiche e intanto diventa maestra di tennis a Pontedera. E nel 2014, ritrovato finalmente l’equilibrio con se stessa, capisce che lo spirito competitivo non l’ha mai abbandonata. E decide di riprovarci: «Quando l’ho detto ai miei allievi, erano tutti strafelici. Appena si è saputo che volevo tornare all’agonismo nemmeno uno ha provato a farmi cambiare idea. È stato come se per anni tutti fossero rimasti in attesa di quel momento». Basta debolezze Il 25 febbraio 2014 un post su Facebook («Let’s start a new beginning») è il segnale della ripartenza. La Trevisan chiama il Centro Federale di Tirrenia, e le rispondono che la stanno aspettando a braccia aperte. Fino al 2017 la segue Tathiana Garbin, che la convoca pure in Fed Cup e che ieri notte è stata la prima persona abbracciata da Martina dopo l’impresa: «E una ragazza caparbia – dice la capitana azzurra – che ha lavorato molto sulle sue debolezze e quando è riuscita ad accettarle, le ha superate». In tre partite non ha concesso nemmeno un set, ha domato prima il fumo e poi il vento: «E il mio giorno più bello, lo dedico alla nipotina Emma e al mio allenatore Matteo Catarsi ». Al decimo tentativo, Martina giocherà finalmente uno Slam. E sembra il rumore di una porta che si chiude lasciandosi dietro tutte le ombre.

Trevisan, lo Slam è un mondo nuovo (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Ci sono punti che chiudono una partita e aprono un mondo. Martina Trevisan a Melbourne ha usato un ace per scrollarsi di dosso in due set Eugenie Bouchard, biondissima canadese decaduta dai piani alti del tennis dopo un paio d’anni di furore, ed entrare per la prima volta in carriera nel tabellone di uno Slam. A 26 anni, incipit vita nova DUE VITE. Gli Slam erano il mondo a cui Martina la fiorentina, volto intenso da ritratto del Masaccio, braccio benedetto, sembrava destinata già a sedici anni, quando spopolava fra le juniores e vinceva partite anche fra le pro. Una predestinata, che la racchetta se l’era trovata in mano da bebè. Poi la vita si è messa di traverso. Le turbolenze in famiglia, la pressione di stare al passo con le aspettative altrui dopo che il fratello maggiore Matteo, numero 1 del mondo juniores nel 2007, che fa il maestro fra Prato e Firenze, si era perso fra infortuni (tanti), fragilità e scelte sbagliate […] Così un giorno del 2010 Martina ha alzato le braccia. Battuta, prima che le partite vere iniziassero, da un’avversaria vigliacca. «I miei si stavano separando – ha raccontato – avevo i riflettori puntati addosso, e aggiungiamoli anche un paio di infortuni. L’anoressia mi ha trovata già spiazzata. Penandoci ora è stato un modo per farmi prendere sul serio, per gridare tutto il mio malessere». FELICITA: Il match si è interrotto per quattro anni, Martina ha iniziato a fare la maestra a Pontedera, ha ritrovato l’equilibrio, vinto il tie-break con il corpo e la mente. Tutti tranne uno. «Ero serena. Ma mi sono accorta che non ero davvero felice». […] Prima tappa l’Itf di Caserta – quarti di finale arrivando dalle qualificazioni – poi è venuto il resto. La classifica (oggi è n.154), la convocazione in Fed Cup. L’anno scorso proprio agli Australian Open la qualificazione l’aveva mancata di due punti, contro la cinese Zhu. Questione di centimetri. Stavolta, nonostante la disperata rimonta finale di Gene, aiutata dagli strattoni del vento, non ha fallito. «Dopo la sconfitta con la Zhu ho lavorato molto sulla parte mentale, proprio per evitare gli errori di un anno fa. Con la Bouchard ho giocato punto su punto invece di pensare che dal 6-4 5-0 mi ero ritrovata sul 5-3. Alla fine il braccio ha un po’ tremato, ma non mi sono fatta prendere dall’ansia e ho giocato con lucidità . E’ il giorno più bello della mia vita tennistica, lo dedico a Emma, mia nipotina di due anni, e a tutti quelli che mi sono stati vicini». Benvenuta nel nuovo mondo. Anzi, in un mondo nuovo.

Federer: “Djokovic e Nadal alla fine vinceranno più di me” (Claudio Paglieri, Il Secolo XIX)

Dici Roland Garros e pensi a Rafa Nadal (12 titoli). Dici Wimbledon e pensi Roger Federer (8). Dici Australian Open, il torneo che da lunedì apre la stagione degli Slam, e non puoi non considerare favorito Novak Djokovic, che di vittorie ne ha già messe insieme sette, senza perdere neppure una finale. […] La lotta tra i due è acerrima, 29-26 per il serbo negli scontri diretti, e molti altri ne vedremo. Nadal è nella parte alta del tabellone e ha avuto un buon sorteggio: dovrà guardarsi da Kyrgios, Thiem e Medevdev. Però la storia racconta che lo spagnolo, in Australia, nonostante la sua resistenza fisica e le sue doti di lottatore ha vinto solo una volta, nel lontano 2009, e ha poi perso quattro finali compresa quella indimenticabile del 2018 con Federer. Lo svizzero, numero 3 del mondo, a 38 anni va ancora rispettato e temuto. Lo scorso anno ha perso Wimbledon dopo i famosi due match point con Djokovic. E’ nella parte bassa del tabellone con Shapovalov, Tsitsipas e Djokovic. Durissima. In compenso, visto che per ripararsi dal fumo degli incendi si giocherà spesso indoor, col tetto chiuso, lo svizzero troverà condizioni a lui più favorevoli. I tre grandi si sono spartiti ben 55 Slam. Ovvvero quasi tutti. Federer è a 20, Nadal a 19, Djokovic a 16. Alla fine, chi ne avrà collezionati di più? «E’ una questione importante per noi tre — ha detto ieri Federer — per me fu importante superare i 14 di Sampras, anche se battere quel record mi fece sentire un po’ a disagio». Lo svizzero ha poi ammesso: «Mi sembra ovvio che Novak e Rafa vinceranno più Slam di me, sono incredibilmente forti e hanno più anni di carriera davanti. Il livello mostrato nel 2019 dimostra che continueranno a vincere». Molti sperano che Roger si sbagli, e che in Australia cominci finalmente il regno di un giovane sovrano. I nomi plausibili sono due: il greco Tsitsipas, 21 anni, numero 6 del mondo, che ha appena vinto le Atp Finals, e il russo Medvedev, 23 anni, numero 4, rivelazione della seconda parte di stagione nel 2019 con la finale agli Us Open. Tsitsipas può essere davvero, per eleganza dei gesti, l’erede di Federer, mentre Medvedev sembra più un’evoluzione di Djokovic. […] Riguardo agli italiani, Berrettini e Fognini sono dalla stessa parte di tabellone. Sarebbe bello un derby negli ottavi di finale, anche perché significherebbe avere un azzurro nei quarti. Melbourne non ha mai dato grandi soddisfazioni ai nostri tennisti, nel 2015 Seppi batté Federer ma perse negli ottavi (con match point) da Kyrgios, anche Fognini non è mai andato oltre gli ottavi e Berrettini ha perso due volte al primo turno. [….] La curiosità dei tifosi è anche puntata su Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, forse già pronti per i massimi livelli. Sinner 18 anni, non ha ancora vinto un match nel 2020, forse distratto dalla straordinaria attenzione mediatica. Musetti, 17 anni tesserato Park Genova, ha vinto ieri 6-7 6-4 7-5 il secondo turno di qualificazione contro Copil. “La partita più bella della mia vita. Ho rischiato nel terzo set, quando si sono rotti i lacci delle scarpe nuove, l’arbitro non mi ha permesso di cambiarli e sono andato sotto 3-0”. Ma ha rimontato da 2-5 e vinto. Oggi con l’olandese Griekspoor si gioca l’ingresso in tabellone. Impresa riuscita per la prima volta a Martina Trevisan, 26 anni, ex grande promessa ora ritrovata, che ha battuto la canadese Bouchard, ormai più influencer che tennista. Un buon segnale per il nostro tennis femminile, ormai quasi azzerato

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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