Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c'è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 26 gennaio 2020

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Da bad boy a eroe in quattro ore e 26 minuti. Tanto è durato il braccio di ferro, di colpi e di nervi, tra Nick Kyrgios e Karen Khachanov, cinque set con il super tiebreak finale ad aumentare la suspence. Alla fine la spunta Nick, davanti al pubblico australiano che aspetta un vincitore dal 1976 con Edmonson e un finalista dal 2005 con Hewitt, anche ieri nel box del talento pazzoide come capitano di Davis. Nick parte lanciato, accumula un vantaggio di 2 set a 0, spreca match point sia nel terzo che nel quarto, e alla fine chiude al tie break del quinto, crollando a terra sfinito, di gioia e di paura dopo la vittoria 6-2, 7-6 (7/5), 6-7 (6/8), 6-7 (7/9), 7-6 (10/8). Il match più lungo della sua carriera, e forse quello più importante per il ragazzaccio dal cuore d’oro, che ha lanciato la sottoscrizione per le vittime degli incendi, ma è ancora in «libertà vigilata» dopo le intemperanze estive contro gli arbitri. Dovrà trattenersi anche domani, quando avrà di fronte il suo nemico numero 1, Rafa Nadal. Ogni volta che i due si incrociano sono sempre scintille. Fin dalla prima, quando il ragazzo di Canberra ha battuto il mancino di Maiorca agli ottavi di Wimbledon 2014. Una delle sconfitte più dolorose subite da Nadal. Che con l’australiano, ora 24enne, ha perso tre volte. L’ultima a febbraio del 2019, quando Nick ha dato il meglio di sé facendo impazzire l’avversario tra medical time out tattici e servizi «da sotto». Pochi mesi dopo, al secondo turno di Wimbledon, l’australiano ha anche cercato di perforare lo spagnolo tirandogli addosso un violentissimo passante di dritto. I riflessi hanno salvato Rafa da una bella botta, per la quale il bad boy non solo non si è scusato, ma addirittura ha messo il carico: «Perché avrei dovuto scusarmi? Con tutti gli Slam che ha vinto, e i milioni che ha guadagnato, non può prendersi una pallata nel petto?». Allora la reazione di Rafa è stata come sempre di grande fair play: «Non penso lo faccia per provocarmi. Ma certi colpi possono essere pericolosi. Non sono arrabbiato, mi interessa solo giocare a tennis». […]

Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

«Una delle partite più pazze della mia vita». E se lo dice lui, Nick il Folle, bisogna credergli. Cinque set, quattro ore e 26 minuti, quattro tie-break Alla fine – chi l’avrebbe detto? – dalla battaglia di nervi che vale un ottavo di finale contro Nadal è uscito con le braccia alzate proprio Nick Kyrgios, una delle cose migliori che, in teoria, sarebbero capitate al tennis negli ultimi sei anni. In teoria, e “sarebbero”, perché Nick le sue imprevedibili equazioni fra braccio e mente non riesce a risolverle quasi mai. Quando nel 2014 si materializzò a Wimbledon come un meteorite ingovernabile, sradicando dal torneo la quercia Nadal, era sembrata l’epifania di un nuovo Genio. Fisico potente, stacchi da Nba, grande velocità di braccio. Un giovane Holden made in Canberra, con una sintassi tennistica tutta sua, e purtroppo una scatola cranica brillante ma non sempre connessa con le esigenze del professionismo. […] Accanto al dottor Nick c’è però anche Mr Kyrgios, quello che s’ingarella con il pubblico, dileggia gli avversari; che butta le partite e tira in campo le sedie (al Foro, l’anno scorso). Che si fa multare, sospendere, odiare da molti. E amare, nonostante tutto, da chi sogna di vederlo rinascere come figliol prodigo, non normalizzato ma un minimo gestibile, soprattutto da se stesso. Contro Khachanov ha perso due tie-break e ne ha vinti altri due, soprattutto l’ultimo, il super tie-break del quinto, dopo essere stato a un centimetro dalla sconfitta. Ha finito con una mano distrutta, i polmoni esausti e le gambe «che pesavano quaranta chili ciascuna», come ha detto piegato in due sul campo. «E’ stato un match da pazzi, da malati. Ho avuto match-point nel terzo set, nel quarto, poi mi sono trovato sotto 8-7 nel tie-break del quinto e ho iniziato a pensare a qualsiasi cosa. Soprattutto che stavo per perdere…». […] All’Australia manca da tempo un eroe, il discendente se non di Laver e Rosewall almeno di Rafter e Hewitt, e al tennis un “bad boy” che non sia troppo “bad”, e che soprattutto vinca qualcosa di importante. Il match di domani contro Nadal – Nick ha vinto 3 volte su 7, un bilancio mica male – può diventare uno spartiacque, e illuminare il torneo. «Non ho mai detto che odio Nadal», ha precisato. «E’ un grandissimo tennista, e come persona è okay, fra noi c’è rispetto. Tutti sanno come gioca, ma lo fa così bene che diventa impossibile batterlo. Sono eccitato dall’idea di affrontare un campione così sul centrale nel mio Slam di casa: sarà molto “cool”».

Nick il profeta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Come far capire a Nick Kyrglos che non è lui il numero uno? C’è qualcuno che se la sente di spiegarglielo? Badate, il problema è serio. Il moro di Adelaide con i capelli acconciati come fossero un tatuaggio, metà malese, metà greco, ma tutto australiano, è assolutamente convinto di essere il capofila di almeno due o tre graduatorie innovative, che tutte assieme gli garantirebbero il ruolo di tennista più seguito dal pubblico. Più di Federer? «Credo di sì». Più di Nadal? «Quello è certo». In ordine, le classifiche sono quella dei maggiori casinisti in circolazione, dei colpi più entusiasmanti, e dell’attenzione mediatica. Ragazzo intelligente, si è accorto presto di avere dei più forti soltanto i colpi, non la tenuta mentale, la continuità, la vita ordinata, nemmeno il corredo da bravo ragazzo che avrebbe concorso a dare solidità alla sua candidatura. Decise così di mettere da parte le motivazioni più classiche dei tennisti di vertice, la rincorsa agli Slam, la voglia di supremazia, il titolo da n. 1. Stabilì di poter svettare in ben altre graduatorie, su tutte quella del tennista più seguito, capace ovunque di riempire le tribune. Si corredò di lingua lunga, di scatti d’ira improvvisa, di sfrontatezza e faccia tosta, e di un arsenale di colpi da circo cui ha aggiunto il settore dei “Colpi Impropri” come il lancio delle sedie in campo, la calata dei pantaloncini sotto il livello dei glutei, lo scuotimento del seggiolone arbitrale. Finora, in questi Australian Open che ancora cercano una loro definizione, Kyrgios ha fatto il bravo, utilizzando giusto il repertorio dei colpi a effetto, quello da eseguire strettamente con racchetta e piatto corde. La vittoria di ieri su Khachanov gli ha dato modo di proporre un finale molto patriottico, stendendosi sul campo e baciando il cemento. Ha condono nei primi due set, ha avuto due match point nei tie break del terzo e del quarto, ha rincorso e vinto, stavolta da giocatore vero. Ma è nel prossimo turno che Nick verrà tenuto sotto stretta sorveglianza, dato l’incrocio con uno dei soggetti che maggiormente scatenano la sua natura polemica, quello con Rafa Nadal. Una vecchia storia, che si trascina fin dai giorni del primo confronto, sul Centre Court di Wimbledon nel 2014, che Nick vinse rivolgendosi apertamente al pubblico affinché lo sostenesse. «Non mi piace cosa dicono e pensano quelli che stanno intorno a Rafa», tentò di spiegare una volta Kyrgios, «ho sempre la sensazione che mettano loro stessi in cima a tutto. Ce l’hanno con me perché non accettano che riesca spesso a trovare un modo per batterlo». Si chiude intanto la rincorsa di Camila Giorgi, contro la Kerber. Partita discretamente giocata, vinta dalla più forte in tre set.

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Borg jr: “Il consiglio di papà? Divertirmi” (Sonzogni). Giulia Gatto-Monticone: “Wimbledon, poi l’azzurro. Mai stata così in forma” (Mecca). Corrado Barazzutti: “Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna” (Muretto)

La rassegna stampa di mercoledì 19 febbraio 2020

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Borg jr: “Il consiglio di papà? Divertirmi” (Cristian Sonzogni, Gazzetta dello Sport)

I capelli lunghi, che lo rendevano ancora più somigliante a papà Björn, li ha tagliati corti corti. Ma gli occhi azzurri e intensi, come il sorriso sornione, non si possono nascondere e sono proprio quelli di famiglia. Leo Borg, 16 anni, numero 103 del ranking juniores, ha esordito a Bergamo nel circuito dei professionisti, ha perso al primo turno del Challenger contro Tseng (cinese di Taipei, a segno per 6-3 6-1 in 46 minuti) […] Un figlio che è tanto legato al genitore quanto distante dalla storia che ha contribuito a scrivere, nonostante abbia interpretato il ruolo del giovane Björn nel film del 2017 che racconta la storica rivalità con McEnroe. «Non guardo i suoi vecchi match e le sue imprese – dice Leo del padre – nemmeno i video su Youtube. Non credo sia utile per me, non aggiungerebbe nulla a quello che so. Devo stare concentrato su me stesso. Che poi è quello che mi dice lui. Mi suggerisce di divertirmi, di imparare sempre qualcosa di nuovo ogni giorno». Lo ripete come un mantra, il piccolo Borg, che poi tanto piccolo non è, e ha già le spalle larghe del papà. Spalle che dovranno sopportare una pressione non indifferente, nel percorso che lo attende. «Certo che ne sono consapevole – spiega lui sereno – ma cosa posso farci? Nulla, non posso cambiare l’attenzione nei miei confronti, devo concentrarmi su ciò che è nel mio controllo». Il ragazzo dimostra di avere testa e, tutto sommato, pure talento. Nella (prevedibile) sconfitta contro Tseng si vede un rovescio che ricorda l’arma letale di Borg senior, ma si vede anche un repertorio nel suo complesso all’altezza. Il difficile sta nei dettagli, in quelle cose che non si notano ma fanno la differenza. «Nel servizio – continua – devo migliorare tanto, e così nel gioco di gambe. Il rovescio sì, è il mio punto di forza, ma per diventare professionista e raggiungere i top players serve continuità». Sembra un po’ di sentire Rafa Nadal nei suoi 16 anni, quando ciò che stupiva del maiorchlno, più ancora del tennis, era la capacità di calarsi con piena consapevolezza nel ruolo di futuro campione. «Rafa, in effetti, è il mio modello – conferma – perché per lui ogni “quindici” conta allo stesso modo, e ogni partita non è mai finita fino all’ultimo punto. Un esempio». Mentre il padre è una presenza importante, senza poter essere un punto di riferimento: «Lo sento ogni giorno, mi dà consigli, mi segue. Ma poi in campo ci vado io» […]

Giulia Gatto-Monticone: “Wimbledon, poi l’azzurro. Mai stata così in forma” (Giorgia Mecca, Corriere Torino)

[…] Giulia Gatto-Monticone, a pochi giorni dal suo esordio vincente in Fed Cup, è già pronta per partire per il Sudamerica dove giocherà ad Acapulco e Monterrey. Tra una trasferta e l’altra vuole tenersi stretta ancora per un po’ la sua prima esperienza in nazionale […] Che cosa si prova a giocare per l’Italia? «In campo per fortuna ci si dimentica di tutto e si pensa soltanto a colpire la pallina. Ero più tesa a tifare per Camila, Elisabetta e Jasmine. La tensione si avverte, non stai giocando solo per te, ma per le tue compagne e per il tuo Paese, una sensazione insolita per noi tenniste, abituate a soffrire in solitudine». Si aspettava la convocazione? «Non ci speravo più. Negli anni scorsi c’era un gruppo consolidato e io mi sentivo fuori dai giochi, avevo paura fosse troppo tardi. Sapevo che Tathiana credeva in me, ma pure che la sua fiducia da sola non sarebbe bastata, dovevo dimostrare di meritarla». Nel 2019 lo ha dimostrato eccome: esordio in uno Slam, best ranking (numero 140 al mondo) e poi Wimbledon contro Serena Williams. «Tutti si ricordano di Serena, in realtà per fortuna ci sono molti altri momenti che mi hanno fatto pensare: “Wow, si stanno finalmente unendo i puntini”. Il debutto a Parigi è stato l’inizio di tutto, poi c’è la vittoria in Giappone, Londra, il giro di campo che mi hanno fatto fare la mattina della partita, il cerimoniale da imparare e rispettare». L’ha rispettato? «No, la regola impone che alla fine della partita i due giocatori debbano fermarsi e uscire insieme dal campo. Io me n’ero dimenticata. E stata Serena a fermarmi e a dirmi di aspettare, che dovevamo uscire insieme». Il prossimo luglio sarà più abituata. «L’anno scorso era tutto nuovo. Quello, in particolare, è stato un pomeriggio lungo. Alla fine della partita stavo scrivendo un messaggio al mio compagno Tommaso (Tozzo, il suo coach), avevo gli occhi sul cellulare e non mi sono accorta che davanti a me c’era Kate Middleton che voleva farmi i complimenti». […] E l’obiettivo per il 2020? «Entrare tra le prime cento del mondo». […] Quindi ha rivisto la partita sull’erba di Wimbledon? «Tantissime volte. Alla fine del torneo consegnano a tutti i giocatori una chiavetta usb con alcune foto e i video integrali della partita. La conservo come fosse un trofeo». Pensieri sul ritiro? «Mai. Sarebbe fuori luogo. Non sono mai stata così in forma in tutta la mia vita».

Corrado Barazzutti: “Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna” (Roberto Muretto, Nuova Sardegna)

Da giocatore aveva il diavolo in corpo. Da capitano non giocatore della nazionale di tennis (dal 2001) è diventato una persona quasi flemmatica. Corrado Barazzutti, nato a Udine 66 anni fa, è stato anche n. 7 al mondo, seconda migliore classifica ATP di un tennista italiano dall’introduzione del sistema di calcolo computerizzato, dopo Adriano Panatta, 4 nel 76 […] Ha ricordi legati all’isola come giocatore? «Forse ho partecipato a qualche torneo over 35. Non mi viene in mente altro». E come ct in Coppa Davis? «Per fortuna tutti belli. Tante volte abbiamo giocato qui e abbiamo sempre vinto». Ci racconta di lei e il presidente Binaghi, cagliaritano? «Una collaborazione iniziata tanto tempo fa. Con Angelo quando presidente federale era Galgani ci incontravamo al mare, parlavamo di fare qualcosa per cambiare federazione. Lui è stato prima consigliere, io sono arrivato come tecnico, poi promosso capitano non giocatore. Tra di noi c’è stima reciproca e amicizia. Abbiamo fatto tutti insieme un gran lavoro e cambiato il volto della Fit, ottenendo risultati che forse sono andati oltre le aspettative. Se dopo 20 anni sono ancora qui vuol dire che il lavoro è stato apprezzato» […] Binaghi recentemente ha detto che da anni la Sardegna non ha un giocatore di livello, perché secondo lei? «Senza conoscere bene la situazione è difficile dare delle risposte. Bisogna capire che lavoro si fa. Certe volte si fanno ottime cose e non si ottengono grandi risultati. Non dipende solo dalla capacità dei maestri ma anche dal materiale che hai a disposizione» […] Le piace la nuova formula della Coppa Davis? «Secondo me andrebbe rivista. Troppe squadre in un’unica sede… rischi che gli incontri vengano giocati a notte fonda. Io sono della vecchia scuola ma questo non vuol dire che non sia per i cambiamenti». Ai suoi tempi si giocava al meglio dei cinque set. «Portarla al meglio dei tre set ha per certi versi sminuito la manifestazione. Capisco che i tempi sono cambiati, le necessità sono diverse, la televisione vuole la sua parte. Però il fascino della Davis era quello che i pronostici contavano poco e spesso venivano sovvertiti. Se potessi decidere io tornerei alla vecchia formula». Tutti dicono che con la Corea del Sud sarà facile. Ma… «Non è vero. Se uno va a vedere i giocatori coreani e i risultati che hanno ottenuto ultimamente non mi pare si possa dire così. Nello sport nulla è semplice. Sarà un match da affrontare con determinazione. Noi non sottovalutiamo nessuno e sappiamo che anche in questa occasione bisognerà dare il massimo». Sinner lo convoca? «Lo saprete il giorno che darò l’elenco dei convocati. Stiamo parlando di un ragazzo interessante, dalle enormi potenzialità. Insieme a Berrettini e Sonego rappresenta il futuro del nostro tennis. Per Sinner prevedo un futuro grandioso, è un predestinato. Ha la testa giusta per giocare ad alti livelli e lo sta dimostrando». Ma forse non lo convoca. «Vedremo. Non è corretto anticipare i nomi dei giocatori. Prima di dirlo ai giornalisti devo informare loro». Sarà la volta buona per tornare ad alzare una Coppa che l’Italia ha vinto 44 anni fa, con lei in campo? «Speriamo, posso augurarmelo. Io ho avuto la soddisfazione di vincerla ed è stata una emozione fortissima. Sarebbe bello riuscirci anche da capitano. Ma sappiamo che la strada è lunga e anche molto molto complicata. Di sicuro siamo consapevoli delle nostre potenzialità e vogliamo esprimerlo al top» […]

 

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Provaci ancora Kim. Un set da campionessa (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 18 febbraio 2020

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Provaci ancora Kim. Un set da campionessa (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Sul 2-0 per Kim Clijsters nel tie-break del secondo set, a tremare non è stata solo Garbine Muguruza: la ex numero 1 del mondo, la finalista degli ultimi Australian open, e soprattutto l’avversaria di Kim nel primo turno del torneo Wta di Dubai. Ha tremato un po’ tutto il tennis femminile. Perché se alla Clijsters, che non giocava un match ufficiale dagli Us Open del 2012, che è mamma di tre figli e si porta dietro tutte le ruggini di una lunga inattività – compreso qualche chilo di troppo – fosse riuscito di trascinare la partita al terzo set (il primo lo aveva incamerato per 6-2 la spagnola) e magari di piazzare il colpaccio, beh, un paio di generazioni tennistiche di sue eredi, ammettiamolo, non ci avrebbero fatto una grande figura […] L’istinto agonistico, le geometrie impeccabili, le botte anticipate diritto e rovescio – quando può colpire da ferma – sono ancora lì; e persino un abbozzo delle sue famose ‘spaccate’. Quello che manca è la mobilità, altrimenti per la Muguruza sarebbero stati guai più seri […] «Penso che sia stata una partita speciale – ha detto Garbine, visibilmente sollevata – perché non sapevo come avrebbe giocato Kim. So che può farlo in maniera incredibile, e a tratti ci è riuscita, specie nel secondo set. È stato un match equilibrato. E divertente da giocare, contro una grandissima campionessa». Nella sua prima carriera, fra un ritiro e un rientro, la ex numero 1 del mondo belga aveva vinto 41 titoli, compresi quattro Slam, tre dopo essere diventata mamma, guadagnandosi già un posto nella Hall of Fame del tennis. Vederla staccarsi dalla storia del tennis per rientrare in campo è affascinante e inquietante insieme, ma vale la pena capire fin dove mamma Kim potrà arrivare giocando contro tenniste che – vedi la quindicenne Coco Gauff – potrebbero essere sue figlie […]

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Seppi battuto a New York (Gazzetta dello Sport). Intervista a Martina Trevisan: “Sono arrivata a pesare 49 chili. Ora ho vinto la partita più dura” (Misale). Un evento alle ATP di Londra. Torino si presenta al tennis (Ricci)

La rassegna stampa di lunedì 17 febbraio 2020

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Seppi battuto a New York. La Cljisters riparte da Dubai (La Gazzetta dello Sport)

Si ferma a un passo dal poker il cammino dì Seppi a New York (…) Andreas, numero 98 Atp, non riesce a ottenere il quarto titolo in carriera perdendo 7-5 6-1 la finale contro il britannico Edmund, 62 Atp, che torna al successo dopo due anni. Primo set equilibrato, poi la potenza dell’avversario e il suo elevato rendimento al servizio prendono il sopravvento. Oggi intanto è il gran giorno di Kim Cljisters a Dubai. La belga ex numero 1 al mondo scende in campo contro Garbine Muguruza (…) avrebbe dovuto ripartire da Melbourne ma un problema al gomito destro ha rallentato la sua preparazione.

(…)

 

Doppietta consecutiva a Rotterdam (veloce indoor) anche par Monflls. Il francese ha sconfitto il canadese Auger Aliassime 6-2 6-4.

Intervista a Martina Trevisan: “Sono arrivata a pesare 49 chili. Ora ho vinto la partita più dura” (Paco Misale, Nazione-Carlino-Giorno)

(…).

Martina Trevisan: dal buio alla rinascita. Lei, 26enne fiorentina, azzurra del tennis e attualmente numero 148 del mondo, racconta il calvario prima della sua seconda vita.

Martina, lei a 16 anni giocava regolarmente gli Slam junior, la sua carriera era avviata al successo. Poi? «(…) Era il 2009 e sapevo di non sentirmi bene. Non riuscivo a gestire ciò che avevo intorno, le pressioni, le aspettative che c’erano su di me. (…). E poi, in casa c’erano tensioni, perché i miei si stavano separando. Un paio di guai fisici hanno fatto il resto. E sono crollata. Stavo male, così l’anoressia si è infilata nella mia vita divorandomi piano piano».

Come si è manifestata la malattia? «Con la depressione, le fissazioni sul cibo. Non mangiavo. E, mesi più avanti, ogni volta che mandavo giù qualcosa, iniziavo a vomitare. Sono arrivata a pesare 49 chili. Pochissimi, per una atleta».

Colpa del tennis? «Non mi piaceva più giocare, ma la professione non c’entrava granché».

E allora, cos’era? «Volevo essere come le altre ragazze, magra e in forma, sentirmi fisicamente a posto. Non mi piacevo, il confronto con le mie coetanee mi stava logorando».

(…)

Come ne è uscita? «Cercando aiuto. Non ha senso contare solo sulle proprie forze, parlare con un esperto è fondamentale per venirne fuori, è un po’ come nel tennis».

Chi l’ha aiutata? «Oltre a mia mamma, anche una bravissima psicoterapeuta con cui ho messo a nudo le mie ferite e che mi ha guarito».

Che consiglio darebbe a chi sta vivendo la sua esperienza di allora? «Parlarne, affrontare la malattia e farsi aiutare. Sempre. L’anoressia può essere sconfitta. Certo, non è un percorso facile e nemmeno breve. Ci vuole tempo, ma piano piano se ne esce».

Lei è stata fuori dai tornei per 4 anni e mezzo. «Ma non ho mai lasciato il tennis. Mi sono messa a insegnare, l’assenza di competizione mi rilassava. Ero serena, ma a un certo punto sentivo che mi mancava qualcosa».

Le partite? «Esatto, ho tentennato un po’, mi spiaceva lasciare i miei allievi, ma alla fine ho deciso di rientrare nel circuito. Adesso sogno la top 100».

Un evento alle ATP di Londra. Torino si presenta al tennis (Giulia Ricci, Corriere Torino)

Un grande evento di promozione a Londra. È il prossimo obiettivo delle Atp Finals: portare Torino alle ultime finali inglesi dal 15 al 22 novembre. Giovedì sera il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge sulle Olimpiadi di MilanoCortina 2026 e sul torneo di tennis che il capoluogo sabaudo ospiterà dal 2021 al 2025. «Una legge importante — ha dichiarato la sindaca Chiara Appendino — perché istituisce il comitato organizzatore e finanzia le garanzie, un atteggiamento positivo dal governo: sono stati assegnati tre milioni in più per l’anno 2020 che non erano previsti e consentono di accelerare l’organizzazione. Intanto abbiamo istituto quest’estate un gruppo di lavoro comunale. Ci sarà il masterplan — conclude — il piano delle opere annesse e grazie a questa normativa avremo procedure più snelle». Il comitato organizzatore sarà tutto politico: a presiederlo sarà la prima cittadina, che non ha nessuna intenzione di dare deleghe per l’evento di cui è tanto orgogliosa, mentre vice saranno il governatore piemontese Alberto Cirio o, più probabilmente, l’assessore allo Sport della Regione Fabrizio Ricca, per la Federazione italiana tennis ci sarà il presidente Angelo Binaghi e per il governo il ministro Vincenzo Spadafora. Il comitato ha funzioni di coordinamento e monitoraggio per la promozione della città e del territorio, per favorire anche lo sviluppo delle attività locali economiche, sociali e culturali. Ma il decreto prevede anche una Commissione tecnica di gestione, formata da cinque membri di cui tre designati dalla Federazione Italiana Tennis.

(…)

mentre la Regione dovrebbe indicare l’imprenditore (e papabile candidato alle comunali del 2021 per il centrodestra) Paolo Damilano, giá sponsor con la sua azienda Valmora di diversi tornei Atp e di importanti atleti. Ma non solo. Per aggiungere una quota torinese, tra i membri designati da Fit ci sarà sicuramente il direttore generale Marco Martinasso, che nel capoluogo ci è nato e ci ha lavorato per anni: un nome che unirà la conoscenza del mondo dello sport a quella per Torino, la vera protagonista dell’evento, che nei sogni della giunta Appendino «girerà il mondo» grazie alle Atp Finals. Prima tappa di questo viaggio, Londra, dove dal 15 al 22 novembre si terranno le ultimi finali prima dell’edizione piemontese. E proprio nell’o2 Arena che i due neonati comitati organizzeranno un grande evento di promozione per far conoscere agli atleti, ma soprattutto al pubblico, la futura tappa delle Atp: il capoluogo sabaudo.

(…)

Un evento nell’evento tennistico dove portare le eccellenze dal made in Turin e annunciare la nuova tappa delle Atp. Ma, nel frattempo, si continuerà il lavoro sul masterplan, quel «piano delle opere e infrastrutture pubbliche e delle opere private destinate alla ricettività, alle attività turistiche, sociali e culturali». Protagonista sarà il PalaAlpitour, ma la giunta Appendino ha già in testa un evento diffuso sul territorio, dall’area davanti allo stadio Comunale, al Teatro Ragazzi e allo Sporting Torino: quest’ultimo sarà sede di allenamento dei giocatori.

(…)

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