Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c'è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 26 gennaio 2020

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Da bad boy a eroe in quattro ore e 26 minuti. Tanto è durato il braccio di ferro, di colpi e di nervi, tra Nick Kyrgios e Karen Khachanov, cinque set con il super tiebreak finale ad aumentare la suspence. Alla fine la spunta Nick, davanti al pubblico australiano che aspetta un vincitore dal 1976 con Edmonson e un finalista dal 2005 con Hewitt, anche ieri nel box del talento pazzoide come capitano di Davis. Nick parte lanciato, accumula un vantaggio di 2 set a 0, spreca match point sia nel terzo che nel quarto, e alla fine chiude al tie break del quinto, crollando a terra sfinito, di gioia e di paura dopo la vittoria 6-2, 7-6 (7/5), 6-7 (6/8), 6-7 (7/9), 7-6 (10/8). Il match più lungo della sua carriera, e forse quello più importante per il ragazzaccio dal cuore d’oro, che ha lanciato la sottoscrizione per le vittime degli incendi, ma è ancora in «libertà vigilata» dopo le intemperanze estive contro gli arbitri. Dovrà trattenersi anche domani, quando avrà di fronte il suo nemico numero 1, Rafa Nadal. Ogni volta che i due si incrociano sono sempre scintille. Fin dalla prima, quando il ragazzo di Canberra ha battuto il mancino di Maiorca agli ottavi di Wimbledon 2014. Una delle sconfitte più dolorose subite da Nadal. Che con l’australiano, ora 24enne, ha perso tre volte. L’ultima a febbraio del 2019, quando Nick ha dato il meglio di sé facendo impazzire l’avversario tra medical time out tattici e servizi «da sotto». Pochi mesi dopo, al secondo turno di Wimbledon, l’australiano ha anche cercato di perforare lo spagnolo tirandogli addosso un violentissimo passante di dritto. I riflessi hanno salvato Rafa da una bella botta, per la quale il bad boy non solo non si è scusato, ma addirittura ha messo il carico: «Perché avrei dovuto scusarmi? Con tutti gli Slam che ha vinto, e i milioni che ha guadagnato, non può prendersi una pallata nel petto?». Allora la reazione di Rafa è stata come sempre di grande fair play: «Non penso lo faccia per provocarmi. Ma certi colpi possono essere pericolosi. Non sono arrabbiato, mi interessa solo giocare a tennis». […]

Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

«Una delle partite più pazze della mia vita». E se lo dice lui, Nick il Folle, bisogna credergli. Cinque set, quattro ore e 26 minuti, quattro tie-break Alla fine – chi l’avrebbe detto? – dalla battaglia di nervi che vale un ottavo di finale contro Nadal è uscito con le braccia alzate proprio Nick Kyrgios, una delle cose migliori che, in teoria, sarebbero capitate al tennis negli ultimi sei anni. In teoria, e “sarebbero”, perché Nick le sue imprevedibili equazioni fra braccio e mente non riesce a risolverle quasi mai. Quando nel 2014 si materializzò a Wimbledon come un meteorite ingovernabile, sradicando dal torneo la quercia Nadal, era sembrata l’epifania di un nuovo Genio. Fisico potente, stacchi da Nba, grande velocità di braccio. Un giovane Holden made in Canberra, con una sintassi tennistica tutta sua, e purtroppo una scatola cranica brillante ma non sempre connessa con le esigenze del professionismo. […] Accanto al dottor Nick c’è però anche Mr Kyrgios, quello che s’ingarella con il pubblico, dileggia gli avversari; che butta le partite e tira in campo le sedie (al Foro, l’anno scorso). Che si fa multare, sospendere, odiare da molti. E amare, nonostante tutto, da chi sogna di vederlo rinascere come figliol prodigo, non normalizzato ma un minimo gestibile, soprattutto da se stesso. Contro Khachanov ha perso due tie-break e ne ha vinti altri due, soprattutto l’ultimo, il super tie-break del quinto, dopo essere stato a un centimetro dalla sconfitta. Ha finito con una mano distrutta, i polmoni esausti e le gambe «che pesavano quaranta chili ciascuna», come ha detto piegato in due sul campo. «E’ stato un match da pazzi, da malati. Ho avuto match-point nel terzo set, nel quarto, poi mi sono trovato sotto 8-7 nel tie-break del quinto e ho iniziato a pensare a qualsiasi cosa. Soprattutto che stavo per perdere…». […] All’Australia manca da tempo un eroe, il discendente se non di Laver e Rosewall almeno di Rafter e Hewitt, e al tennis un “bad boy” che non sia troppo “bad”, e che soprattutto vinca qualcosa di importante. Il match di domani contro Nadal – Nick ha vinto 3 volte su 7, un bilancio mica male – può diventare uno spartiacque, e illuminare il torneo. «Non ho mai detto che odio Nadal», ha precisato. «E’ un grandissimo tennista, e come persona è okay, fra noi c’è rispetto. Tutti sanno come gioca, ma lo fa così bene che diventa impossibile batterlo. Sono eccitato dall’idea di affrontare un campione così sul centrale nel mio Slam di casa: sarà molto “cool”».

Nick il profeta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Come far capire a Nick Kyrglos che non è lui il numero uno? C’è qualcuno che se la sente di spiegarglielo? Badate, il problema è serio. Il moro di Adelaide con i capelli acconciati come fossero un tatuaggio, metà malese, metà greco, ma tutto australiano, è assolutamente convinto di essere il capofila di almeno due o tre graduatorie innovative, che tutte assieme gli garantirebbero il ruolo di tennista più seguito dal pubblico. Più di Federer? «Credo di sì». Più di Nadal? «Quello è certo». In ordine, le classifiche sono quella dei maggiori casinisti in circolazione, dei colpi più entusiasmanti, e dell’attenzione mediatica. Ragazzo intelligente, si è accorto presto di avere dei più forti soltanto i colpi, non la tenuta mentale, la continuità, la vita ordinata, nemmeno il corredo da bravo ragazzo che avrebbe concorso a dare solidità alla sua candidatura. Decise così di mettere da parte le motivazioni più classiche dei tennisti di vertice, la rincorsa agli Slam, la voglia di supremazia, il titolo da n. 1. Stabilì di poter svettare in ben altre graduatorie, su tutte quella del tennista più seguito, capace ovunque di riempire le tribune. Si corredò di lingua lunga, di scatti d’ira improvvisa, di sfrontatezza e faccia tosta, e di un arsenale di colpi da circo cui ha aggiunto il settore dei “Colpi Impropri” come il lancio delle sedie in campo, la calata dei pantaloncini sotto il livello dei glutei, lo scuotimento del seggiolone arbitrale. Finora, in questi Australian Open che ancora cercano una loro definizione, Kyrgios ha fatto il bravo, utilizzando giusto il repertorio dei colpi a effetto, quello da eseguire strettamente con racchetta e piatto corde. La vittoria di ieri su Khachanov gli ha dato modo di proporre un finale molto patriottico, stendendosi sul campo e baciando il cemento. Ha condono nei primi due set, ha avuto due match point nei tie break del terzo e del quarto, ha rincorso e vinto, stavolta da giocatore vero. Ma è nel prossimo turno che Nick verrà tenuto sotto stretta sorveglianza, dato l’incrocio con uno dei soggetti che maggiormente scatenano la sua natura polemica, quello con Rafa Nadal. Una vecchia storia, che si trascina fin dai giorni del primo confronto, sul Centre Court di Wimbledon nel 2014, che Nick vinse rivolgendosi apertamente al pubblico affinché lo sostenesse. «Non mi piace cosa dicono e pensano quelli che stanno intorno a Rafa», tentò di spiegare una volta Kyrgios, «ho sempre la sensazione che mettano loro stessi in cima a tutto. Ce l’hanno con me perché non accettano che riesca spesso a trovare un modo per batterlo». Si chiude intanto la rincorsa di Camila Giorgi, contro la Kerber. Partita discretamente giocata, vinta dalla più forte in tre set.

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Djokovic, eccoti Schwartzman, il piccoletto che stende i giganti (Crivelli). Halep, battuto anche il tifo contro (Corriere dello Sport). Djokovic sa volare così Ruud si inchina. È la decima finale a Roma (Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 21 settembre 2020

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Djokovic, eccoti Schwartzman, il piccoletto che stende i giganti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il gigante e il bambino. Roma riserverà i suoi baci a Djokovic, l’uomo che oggi pomeriggio giocherà la 52° finale in un Masters 1000, primo della storia, inseguendo il quinto trionfo al Foro, oppure El Peque Schwartzman, l’argentino tascabile tutto cuore che invece debutta su un palcoscenico di questo prestigio dopo aver sottratto il trono a sua maestà Nadal? Certamente, malgrado la stazza tecnica monumentale dell’avversario che lo attende, il piccolo guerriero di Buenos Aires non arretrerà di un passo, abituato com’è ad affrontare da sempre a muso duro le difficoltà della vita, fin da quando i medici gli dissero che non sarebbe più cresciuto oltre il metro e 70 cui era arrivato e lui non si scoraggiò comunque, scegliendo il tennis invece del calcio come sarebbe convenuto a chi porta quel nome, Diego, in adorazione di Maradona. Finalmente lo show Agli Internazionali è il giorno del pubblico, 1000 spettatori per la sessione diurna, in maggioranza bambini e ragazzi delle scuole tennis che si presentano con un certo agio malgrado l’apertura dei cancelli alle 9, e 1000 per quella serale, che invece accettano di fare un po’ di coda per acquistare i biglietti, ignari profeti di ciò che li attenderà nella seconda semifinale, quella tra Schwartzman e Shapovalov, con il Djoker in tranquilla attesa dopo essersi liberato nella prima del tignoso Ruud. Alla fine di 3 ore e un quarto di puro spettacolo che illumina la partita di gran lunga più bella del torneo, il Peque alza le mani al cielo stremato ma ebbro di gioia,

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Il gaucho, primo argentino finalista a Roma da Coria 2005, vince perché possiede l’animo del guerriero che rimanda ogni palla e supplisce con un orgoglio smisurato a una condizione atletica che pian piano si smorza a furia di correre per tutti gli angoli del campo

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Il talentuoso Shapo, che con il rivale si è allenato spesso alle Bahamas dove risiedono entrambi (beati loro), pur uscendo tra gli applausi dei mille che lo avevano eletto a idolo di serata, si macererà tuttavia nei rimpianti, perché da metà del secondo set appare come il padrone del campo, ma trema quando si trova con il turno di servizio per chiudere la sfida, sul 5-4. Eppure, dopo un primo set in cui tiene percentuali troppo basse di prime, il canadese rimonta perché alterna palle piatte ad altre lavorate, sta sulla riga di fondo e muove il rivale verso gli angoli, senza aver fretta di trovare soluzioni estemporanee, come gli ha insegnato (e bene) il nuovo tecnico Youzhny. Riecco Novak Il tie break, però, è tutto di Schwartzman, più lucido e gagliardo: toccherà a lui, dopo due battaglie infernali nei quarti e in semifinale, ritrovare l’adrenalina per provare a infilzare Djokovic. Nole, intanto, gli aveva già riservato gli osanna: «Quello che Diego ha fatto contro Nadal è stato sensazionale, ha giocato una partita fantastica». Il numero uno, con il traguardo che si avvicina, ricalibra però il suo gioco e le sue sensazioni: il norvegese Ruud, sul 5-4 del primo set, si procura due set point ma li sciupa con altrettanti rovesci lunghi e da quel momento viene sovrastato da un Djoker finalmente in versione-lusso.

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Nei precedenti, Djokovic è avanti 4-0, compresa la semifinale dell’anno scorso che però andò al terzo. Il Peque, peraltro, era 0-9 pure con Nadal prima di sabato sera. E sapete com’è andata a finire.

Halep, battuto anche il tifo contro (Corriere dello Sport)


«E’ stato bello vedere un po’ di gente sugli spalti, anche se oggi non mi hanno sostenuto per niente. Erano per la Muguruza, l’ho capito subito, ma io sono stata comunque felice di vederli e ho sentito l’energia di cui avevo bisogno». Continua a colpire duro, Simona Halep, anche dopo aver chiuso vittoriosamente la sua semifinale. E’ la giocatrice più forma, la testa di serie numero 1 (e numero 2 del mondo), e si sarebbe aspettata un po’ di conforto in più. Vedremo oggi cosa succederà, nella sfida per il titolo contro la campionessa uscente, Karolina Pliskova (4 nel ranking Wta),

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Halep ha fatto sua una partita ricca di alti e bassi, dove Garbine è stata sempre costretta ad inseguire. Vinta facilmente la prima frazione, la romena è sembra in controllo del secondo set – finito invece a favore della Muguruza – e poi anche del terzo. E invece, sotto per 0-4 e poi per 1-5, la ragazzona nata a Caracas ha provato la grande rimonta per poi spegnersi sul 4-5, stroncata dal grande caldo e da un fastidio alla gamba sinistra, chiudendo nel peggiore dei modi, con due doppi falli. Alla sua terza finale agli Internazionali in quattro anni, Halep – imbattuta da 13 partite, e nel 2020 ne ha vinte 19 su 21 – cercherà il suo primo trionfo su questi campi:

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Nel derby della Repubblica Ceca, la più forte delle gemelle Pliskova ha vinto la sua semifinale più facilmente del previsto, riuscendo con i suoi colpi piatti ad avere ragione dei tentacoli della Vondrousova, che sabato aveva irretito Svitolina. Due finali consecutive a Roma, non male per una giocatrice considerata adatta quasi esclusivamente per i campi veloci.

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Insomma, vincitrice nel 2019 sulla Konta in finale, Karolina vuole cancellare un periodo ricco più di delusioni che di soddisfazioni. Oggi parte sfavorita – 7-4 i precedenti per la Halep, 1-1 sulla terra battuta – vediamo se l’aria di Roma l’aiuterà nella rincorsa al bis.

Djokovic sa volare così Ruud si inchina. È la decima finale a Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Ci si affanna, talvolta, a spiegare quale sia la differenza fra un campione e un giocatore come tanti, e alla fine è quest’ultimo a passare per l’eroe di giornata. Perché ci ha provato… E in effetti CasperRuud ha provato in tutti i modi a battere Novak Djokovic ma come si è avvicinato alla meta, davanti ai suoi piedi si è aperto un baratro. E c’è finito dentro. Ha avuto due palle set nel primo, e l’altro gliel’ha cancellate con un frego rosso (rovescione e smorzata chirurgica), come una maestra su una frase pasticciata dall’alunno. Ha avuto due palle per ottenere un nuovo break, e Nole gli ha servito due ace. È stato a un passo dal tie break e quello gliel’ha impedito. Era 5-4 nel primo set e serviva lui. Non è bastata l’eroe è caduto prima di toccare l’ultimo bastione. La differenza è dunque il baratro.

[…]

Esclusi gli intoccabili, simili a divinità tennistiche e come tali esentati da qualsiasi paragone terreno, piace molto al pubblico il giocatore umile. Soffrire e pedalare, remare o morire. Ve ne sono alcuni che si ammantano di umiltà e fanno bene, quella è loro parte migliore. Ma basta l’umiltà a creare un campione? E ancora… I campioni possono fare a meno dell’umiltà? La risposta è no, a entrambe le domande. Nei campioni l’umiltà circola dentro, l’hanno mitridatizzata, si sono resi immuni dalla sua invadenza e la utilizzano quando serve. Per raggiungere gli obiettivi seguono percorsi diversi, e più affascinanti. Sono tutti, nessuno escluso, dei visionari nel fissare le mete più irraggiungibili, e tutti sanno come trasformare l’illusione in realtà. Di contro, un umile al numero uno, mai lo abbiamo visto. Nole ne ha fissati due di obiettivi, vincere più Slam di Federer e di Nadal, e procedere allabbordaggio del record di settimane da primo del mondo, in possesso dello svizzero. Ci riesca o meno non è così importante, le sue mete sono alte, le più alte.

[…]

Djokovic non gli ha lasciato più niente. Ha smesso di litigare con l’arbitro Adel Nour, che per tre volte ha sbagliato la chiamata, e ha piazzato un ace di seconda. Così, giusto per festeggiare la sua decima finale romana. «Ruud è stato davvero bravo, mi ha posto in seria difficoltà, ma sono riuscito a raddrizzare le cose. Ho servito bene. Questa la novità più gradita. Un buon viatico per il Roland Garros». In finale c’è El Peque, il piccoletto Schwartzman. Dura semifinale con Shapovalov, tra break e controbreak regalati e malamente dispersi. Soluzione al tie break del terzo, con l’argentino più preciso


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Tennis, delusione Berrettini. Festa Ruud dopo tre ore di lotta (Franci). Il rimpianto di Berrettini (Esposito). Demolitor pentito. Così Berrettini regala le semifinali (Azzolini). Nadal giù per terra, la Decima sfuma (Crivelli). Djokovic nervoso e vincente: «Roma mi ama» (Marchetti)

La rassegna stampa di domenica 20 settembre 2020

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Tennis, delusione Berrettini. Festa Ruud dopo tre ore di lotta (Paolo Franci, La Nazione)

Il sogno di Matteo Berrettini e dell’Italia tennistica finisce così, con un maledetto tie break al terzo set dopo tre ore di battaglia durissima contro il norvegese Casper Ruud. Una specie di iceberg in maglia rossa, solidissimo, atleticamente eccellente e meno falloso del tennista romano. Evapora così il sogno di incrociare la racchetta con Nole Djokovic, che tra l’altro, prima di scendere il campo sul Centrale per battere al terzo set il giustiziere di Musetti, il tedesco Koepfer, s’era presentato al ‘Pietrangeli’ per studiare il suo prossimo avversario. Chissà, forse anche lui era convinto che sarebbe stato Matteo Berrettini. Poi però, come si dice, in campo c’è anche l’avversario e certamente Ruud è quel che negli spogliatoi i giocatori definiscono «cagnaccio», dal tennis fastidioso, che non scende mai a rete, che corre come tre persone facendo sfiancare l’avversario. Matteo era partito bene per portare a casa la semifinale di Roma, casa sua. Ha vinto il primo set dando la sensazione di poter chiudere la storia. Da quel momento però, la partita diventa una scivolosa salita, sulla quale Casper s’arrampica i virtù di un tennis essenziale e una condizione atletica notevole. Quando tutto sembra perduto al tie break del terzo set, Berrettini torna dominatore per un lampo di partita. Uno sguardo al tabellone luminoso e quel 5-3 sembra sufficiente a spingere il numero 8 del mondo lassù, dove lo attende Nole. E invece no: dritto fuori, due ace di Ruud e ancora un errore sul dritto, anche banale. Ruud esulta. Matteo rimane lì, immobile, testa china e chissà quante cose gli passano per la testa. Tre ore, 4/6, 6/3, 7/6 e l’ultimo degli italiani, dopo l’eliminazione di Sinner e Musetti, saluta il Foro e se ne va.

Il rimpianto di Berrettini. «Il tifo mi sarebbe servito, però ho sbagliato troppo» (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

E’ vero, non bisogna vivere di rimpianti. Ma dietro all’eliminazione di Matteo Berrettini, l’ultimo italiano ancora in corsa in questi strani Internazionali, ce ne sono tanti. Troppi. Rimpianti per i colpi mancati, prima di tutto. La partita dei quarti contro Casper Ruud, numero 34 del ranking, è finita 4-6, 6-3, 7-6(5). Matteo, che era partito a mille attaccando con potenza il norvegese e mostrando un grande gioco fatto di rovesci incrociati, lungolinea all’angolino, smash, ace e una straordinaria efficacia sottorete, è poi mancato nei momenti chiave, non riuscendo a sfruttare le chance di divorare il match e prendersi le tanto desiderate semifinali. Il 24enne romano, 8 del mondo, ci ripensa e non si nasconde. «Ci sono due-tre occasioni che proprio non mi vanno giù: quella volée nel primo game del terzo set per andare sull’1-0, e poi ho subito il break; il dritto fuori di poco sul 5-4 30-30; soprattutto quello vincente ma appena fuori misura nel tie break, quando stavo avanti 5-3. Io purtroppo ho molta memoria, mi ricordo ogni singolo punto…». Altro rimpianto: l’assenza del pubblico. Matteo, infatti, analizzando la sua partita, fa una sincera autocritica: «Nel secondo set ho abbassato un pochino l’intensità e a questo livello ogni minimo calo si paga caro. Dopo aver vinto il primo, mi sono sentito comodo, e di conseguenza moscio, poco adrenalinico. Non era una questione fisica, ma di energia emotiva. Di certo se ci fossero stati i tifosi al mio fianco sarebbe stato tutto diverso. Non so dire se avrei vinto, ma di certo avrei avuto molta più adrenalina, sarei stato più teso». Ma non è finita. Berrettini confessa anche di aver avuto qualche problema sul Pietrangeli: «Finora avevo sempre giocato sul Centrale, quindi lì sarei stato più abituato. E il Pietrangeli secondo me è in condizioni un pochino più brutte, proprio dal punto di vista del manto. Mi sarebbe piaciuto il Centrale, insomma, ma non voglio trovare alibi: staremmo parlando di tutt’altro se avessi tirato dentro quel dritto sul 5-3». Allora basta rimpianti. Del resto il Berrettini visto oggi ha fatto vedere anche moltissime cose buone. Il gioco c’è e lui è ottimista per il futuro, a partire dall’imminente Roland Garros: «Qui a Roma ho giocato tre partite ad alto livello, nonostante mancassi dalla terra rossa da oltre un anno e nonostante le tre ore di match contro Casper non mi sento neanche stanco. Avrei potuto fare tranquillamente altri due set. Quindi sono contento di me, sto bene, e lo penso anche in ottica Parigi. Margini di miglioramento? Ce ne sono, ma il mio livello si sta già alzando, lo dico io e lo dicono i miei allenatori. Poi certo, non posso ritenermi soddisfatto, anche se sono fiero di come ho affrontato le partite dopo tanto tempo senza terra».

Demolitor pentito. Così Berrettini regala le semifinali (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A volte Matteo incanta. Anzi, quasi sempre. Lo fa quando sembra volteggiare fra le asperità più acute dei match. A suo modo un artista, anche se non lo direste mai, visti gli spari che produce. Altre volte ammalia con quel suo modo di incombere sul match, e sembra ingrandirsi a ogni punto che incamera. La storia questa volta ribolle di suggestioni psicologiche, e non sapremmo quale titolo affidarle, se non sommando i momenti centrali del match. Forse… Il Demolitor Pentito Sottotitolo: come regalare altrui una semifinale che sembrava già scritta. Tranquillo, Matteo. Ti sei appena iscritto a una lista di attori di grande spessore, che sanno come strappare le emozioni dalle nostre anime. Su quei campi abbiamo visto regalare finali e vittorie, altro che semifinali, e se hai voglia di leggere i nomi che hanno condiviso quello stesso malessere, al primo posto trovi nientemeno che Federer, dissipatore di due match point nel 2006 al cospetto di Nadal. Eppure, anche tu hai saputo aggiungere un tocco di magnificenza alla recita. Perché hai capovolto la trama quando nessuno se l’aspettava. Filava tutto liscio, e non c’erano motivi per lasciarsi prendere dai dubbi. E allora, perché? Hai dato come l’impressione di esserti pentito di tanta supremazia, quasi fossi convinto che il norvegese – per quello che poneva in atto – non meritasse un trattamento tanto soverchiante. Gli hai offerto di tirare su la testa per respirare. Lo hai fatto a inizio secondo set. Forse perché ti sentivi comodo, o chissà, non vedevi in che modo lui potesse salire fino al tuo livello. Ti diranno – vedrai – che sei mancato di personalità. Noi, al contrario, pensiamo che tu ne abbia sin troppa. Malgrado ciò, c’era solo una cosa da fare, la più semplice: colpire Casper fino a trasformarlo in una illusione. Il resto è venuto da sé, anche quando hai recuperato il break del terzo e hai condotto le operazioni nel tie break finale. Lì è mancato qualcosa, un dritto l’hai sprecato un filo fuori, sul 5-3 del tie break. […]

Nadal giù per terra, la Decima sfuma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il re è nudo. Nadal è a terra. Smascherato dal Peque, il prode gaucho Schwartzman, che dal basso del suo metro e 70 dimentica gli schiaffoni precedenti negli scontri diretti (9-0 Rafa, con un parziale di 22 set a 2) e giganteggia contro l’ombra del campionissimo che su questa polvere rossa si è preso nove volte il trionfo. Il 2020, a suo modo, continua perciò a essere memorabile e d’altronde 200 giorni senza partite, nemmeno in esibizione (tanti ne sono passati dalla vittoria ad Acapulco di febbraio al debutto romano di mercoledì), tutto d’un tratto presentano il conto al maiorchino, troppo falloso e troppo passivo per opporsi alla serata stellare dell’argentino tascabile. Del resto, se servi con il 42% di prime contro uno dei migliori ribattitori del circuito, sei destinato ad un’apnea prolungata: forte di una smagliante condizione atletica ed esaltato dalla prospettiva di abbattere il monumento, Diego può così azzannare al collo Nadal fin dall’inizio dello scambio, resiste sulla diagonale del rovescio al dritto uncinato dello spagnolo e anzi lo pizzica più volte fuori posizione con il lungolinea. Una lezione al dominatore degli ultimi 15 anni: oggi entrerà il pubblico, ma non troverà Nadal, che esce dal torneo con mille dubbi e senza l’opportunità di un eventuale test in finale con Djokovic sulla via di Parigi. Nole la sua semifinale la agguanta interrompendo la corsa del sorprendente Koepfer, ma si porta ancora appresso il fardello del fattaccio degli Us Open: «Quella pallata mi accompagnerà per tutta la carriera, dovrò imparare a conviverci». Sul campo, i tanti pensieri hanno annacquato una delle sue armi letali, il killer instinct nei momenti decisivi. Capita anche contro il mancino della Foresta Nera, che fino a una settimana fa non aveva mai vinto una partita Atp sulla terra. Eppure Djokovic comincia da Djokovic, inchiodando subito l’avversario a un parziale di quattro game a zero. Lì però si concede la prima dormitina, esorcizzata con il break del 5-3 che gli consegna in pratica il primo set. E quando sale 2-0 nel secondo, la 68 semifinale in un Masters 1000 pare una semplice questione di minuti. E invece Novak piomba d’improvviso nei tormenti della confusione, compie scelte tecniche affrettate, perde il dritto che ora gli esce corto dalle corde e spesso non riesce a contrastare il rovescio incrociato del tedesco. Roso dal nervosismo, il numero uno adesso soffre le accelerazioni del Pitbull Koepfer, non sfrutta quattro palle break nel nono game che lo porterebbero a servire per il match e si incarta finendo per regalare il set. Per la frustrazione distrugge la racchetta: «Mi spiace, non sono perfetto. Sono umano». Con il carisma e l’orgoglio, più che con la qualità del gioco, Nole allunga di nuovo a inizio terzo set, e stavolta non si farà più raggiungere.[…]

Djokovic nervoso e vincente: «Roma mi ama» (Christian Marchetti, Corriere dello Sport)

Nole (Djokovic) sull’orlo di una crisi di nervi. Di questi tempi non è una novità. Stavolta c’è una partita contro Koepfer che è il festival dei blackout, ma anche una racchetta fracassata. Shapo (Shapovalov), invece, è all’ultimo respiro. Perché per correre come lui serve almeno un’altra coppia di polmoni. In un’ideale corsa sui 100 metri, sul traguardo vede comunque la top 10 del ranking mondiale. Non parte male il numero 1 del mondo. Un battito di ciglia ed è già 4-0. Poi Koepfer riesce a limitare i danni fino al 6-3 del serbo. Il secondo set è regalato al tedesco. In mezzo una racchetta fracassata, che «non è la prima né sarà l’ultima che spaccherò nella mia carriera. Sto lavorando sull’aspetto mentale». Arriviamo al terzo set, dove il povero Dominik esce con le gambe rotte da quel terzo gioco che invece fa crescere Nole fino al traguardo (6-3, 4-6, 6-3). E, per quest’ultimo, strada spianata per la settima semifinale a Roma. «Credo di avere un feeling speciale con i romani E non mi riferisco soltanto a quelli sugli spalti. Tolte Serbia e Cina, qui trovo tanto calore e sono riconoscente per come riescono a farmi sentire le persona». A vedere andare Denis così veloce, viene quasi da pensare che abbia impegni per la serata. Che diventano impellenti quando utilizza il rovescio. Rovescio mancino e a una mano, farina del diavolo. Il solito Shapo, insomma Dimitrov fa quel che può: cede il primo set 6-2 e corre. E, quando prova a tornare, dall’altra parte trova una difesa efficace. Eppure vince il secondo set, colpa anche della frenesia di Shapovalov. Ma il terzo è un monologo del canadese. Un dinamico, insostenibile, monologo: 3-0 e ancora 5-2 che diventa 6-2. Denis parla del successo contro il bulgaro, che poi è il numero 100 in totale, come di «un grande passo avanti per la mia carriera» e di questo ringrazia tutti, compreso il suo psicologo «che mi ha aiutato tanto, anche per il mio gioco».

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Rassegna stampa

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La rassegna stampa del 19
settembre

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il

Matteo, missione semifinale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Un quarto di finale a Roma, la sua città. Contro il solido tronco di Norvegia Ruud, buonissimo ma non certo inavvicinabile. E perciò con la speranza vivida di una semifinale che all’Italia manca dal 2007, quando Volandri, negli ottavi giustiziere di Federer allora padrone Indiscusso della scena, si fermò contro «Mano de Pedra» Gonzalez. E se le congiunzioni astrali si allineeranno per entrambi, il passo successivo sarà una sfida a Djokovic, ancora mai affrontato: il completamento della personale trilogia dopo Roger a Wimbledon e Rafa agli Us Open. E con il prezioso sussidio dei mille spettatori che il ministro Spadafora ha concesso per le ultime due giornate. Derby complicato. Berrettini è dunque l’ultimo highlander tricolore. Ne è rimasto solo uno, perché gli ottavi non si rivelano un paese per giovani, interrompendo la fantastica avventura di Sinner e Musetti. Non si prospettava semplice la giornata del numero 8 del mondo, sia perché i derby sono sempre insidiosi sia perché Travaglia possiede il ritmo e il gioco di gambe per farlo muovere verso gli angoli e disinnescargli così la penetrazione dei colpi a rimbalzo. In una battaglia allo specchio, dove la diagonale di rovescio per tutti e due è un terreno pericoloso da sminare girando attorno alla palla e azionando il dritto anomalo, Matteo prende il vantaggio di un break tanto nel primo quanto nel secondo set, ma non lo difende (anzi pasticciando quando andrà a servire per il match sul 5-3) e perciò deve rifugiarsi nelle insidie di due tie break, giocati con la lucidità del più forte, per aggiustare una pratica il cui equilibrio è testimoniato dallo stesso numero di vincenti (17) e di gratuiti (28) dei contendenti: «Sapevo sarebbe stata una partita difficile – ammetterà il vincitore – lui è un lottatore. Sono stato bravo nei momenti chiave e sono contentissimo per il risultato, la mia prima volta nei quarti non era per nulla scontata». Ora, dopo íl fratello d’arte Federico Coria al secondo turno, gli capita il figlio d’arte Casper Ruud, che ha già ottenuto il primo obiettivo in carriera, cioè fare meglio di papà Christian in classifica (che fu al massimo 39, lui adesso è 34) e pur senza il colpo che spacca ti concede pochissimo ed è abilissimo in difesa: «Con il norvegese ho giocato due settimane fa a New York (vincendo in tre set, ndr) ma sulla terra mi ha battuto l’anno scorso a Parigi. Chi arriva ai quart’ è comunque in forma, sarà una partita difficile perché qui ogni match è una lotta. Devo dire però che sono molto soddisfatto della mia condizione fisica, a ogni step metto dentro qualcosa in più». E’ lui il il leader, il condottiero del movimento, ma la settimana romana lo avrà sicuramente fatto sentire ben accompagnato per il futuro: «Musetti e Sinner sono impressionanti per la loro precocità e la capacità di gestire i momenti chiave con avversari di spessore, alla loro età avevo molto meno tennis». Addio ai sogni. Peccato che la corsa della fenomenale baby-coppia italiana si arresti tra qualche rimpianto e piccole frustrazioni, assolutamente comprensibili nel cammino di crescita, confermando la maledizione degli Internazionali verso gli Under 20 azzurri, perché il primato di gioventù per un nostro giocatore tra i migliori otto resta di Andrea Gaudenzi, che aveva appunto 20 anni e 10 mesi nel 1994. Jannik gioca un primo set di grande spessore contro Dimitrov, poi si lascia abbindolare dal rovescio in back del bulgaro sul quale non può appoggiarsi pagando pure qualche momento di confusione tecnica. Però ha l’orgoglio e la tigna per recuperare il break di svantaggio nel terzo set e di annullare quattro match point sul 5-4 e servizio, prima di arrendersi a un clamoroso smash spedito in rete da un metro: «Non ho avuto problemi fisici, ma è andata un po’ giù la condizione generale. Io devo accettare che ci sono avversari fisicamente più forti di me e che a questo livello devo potenziarmi. Potrà succedere tra due settimane, un anno, dieci anni. Non mi metto fretta, gioco tranquillo. So cosa devo fare». È il medesimo refrain di Musetti, legittimamente stanco e scarico dopo le meraviglie dei giorni scorsi, con la spalla destra dolorante e incapace di opporsi alle palle alte e lavorate del mancino tedesco Koepfer, 97 Atp, che gli impediscono di prendere il controllo con lo schiaffo di rovescio: «Ma se mi avessero detto tre settimane fa che avrei fatto terzo turno a Roma non ci avrei creduto. Mi porterò tante emozioni, tante notti passate a cercare invano di dormite». Ben svegliato, Lollo.

Nadal e Djokovic, esperienza e fame. Il cuore di Vika (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

 

[…] Prendete Rafa. Alla fine del match contro Dusan Lajovic, vinto 6-16-3 in un’ora e mezzo esatta, passa due minuti ad andare ad indicare al suo coach Carlos Moya il punto preciso in cui è finita quella palla che gli hanno chiamato fuori e che invece “era dentro!”. Che cosa gli importa? Ha stravinto, è volato ai quarti (dove affronterà l’argentino Schwartzman, «uno dei più forti al mondo», dice), perché interessarsi ancora a quella palla? Perché ha ancora e sempre fame, perché è un perfezionista, perché non gli basta battere l’avversario, deve farlo nel miglior modo possibile, anche se manca dai campi da sei mesi. Per questo ha tenuto duro su ogni palla, non lasciando quasi nulla al serbo che pure ha provato davvero in tutti i modi a dargli fastidio. Nel secondo game del match, dopo che il maiorchino lo aveva lasciato a zero nel primo, Lajovic ha osato addirittura fargli un break. Reazione? Dodici minuti abbondanti di gioco nel terzo pur di riuscire a riequilibrare la situazione. Il resto è stato gestione, esperienza appunto. Ma Nadal è sincero: «L’inizio è stato durissimo, non gioco da tanto e si sente. Alla fine sono contento così, ma devo fare ancora tante partite e continuare a migliorare». Non bastano dunque il 6-1 6-1 contro Carreno Busta e questo 6-1 6-3, Rafa vuole di più. Eppure sembra chiaro a tutti che, pure non al top, sulla terra rossa è sempre lui l’uomo da battere. Nole, non è fortuna. Fame ed esperienza, dicevamo. Novak Djokovic ha mostrato entrambe nel suo match contro l’amico e connazionale Filip Krajinovic. Il suo primo set è stato faticoso, lo ha conquistato (dopo aver fallito due set point sul 5-4) soltanto al tie break dopo addirittura un’ora e 27 minuti. «Uno dei più lunghi della mia carriera. Filip era in gran forma e il primo set sarebbe potuto finire diversamente. Per fortuna mi è andata bene». Per fortuna? Ecco, in questo anche il modesto Nole sbaglia. Non è fortuna, è esperienza. E poi c’è la fame. Quella che lo sta spingendo a dare il massimo colpo dopo colpo, per tornare a vincere il torneo che tanto ama dopo cinque anni di astinenza. Domani gioca i quarti (contro il mattatore di Musetti Koepfer) per la quattordicesima volta consecutiva. E anche se questo è un anno strano, è convinto – come sempre – di poter tornare ad alzare il trofeo. Potrebbe farlo davanti a mille persone, quelle a cui dalle semifinali sarà concesso l’ingresso: «Beh, ne sarei ovviamente molto felice». E su questo Nadal non può che essere d’accordo: «È fantastico, meglio mille di niente!». Azarenka infermiera. Ma ieri il Foro Italico ha raccontato anche un’altra storia, che va oltre lo sport. Durante il tie break del match contro la Azarenka, la russa Daria Kasatkina si infortuna in uno scatto per recuperare una palla corta: la caviglia che si gira, le urla, il pianto. E qui “mamma” Azarenka mette da parte ogni rivalità e si lancia sulla 23enne scavalcando la rete, la accarezza, la accudisce. La gara non riprenderà, ma ogni tanto una dose di rara umanità è meglio di un rovescio perfetto.

Sinner e Musetti…escono insieme. “Dateci tempo, siamo ragazzi” (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

[…] Jannik Sinner, classe 2001: «Penso che fisicamente debba ancora crescere molto. II gioco sta migliorando e questo succede quando metti una partita dietro l’altra, ma devo migliorare su quell’aspetto per pareggiare i fattori». Lorenzo Musetti, classe 2002: «Ha pienamente ragione, siamo ancora ragazzi Guardate la mia partita contro Koepfer. Lui era al sesto match come me, ma era senz’altro più fresco». NIENTE SCUSE. Jannik lo dice dopo due ore e mezza a giocare allo stesso livello con Dimitrov, il quale alla fine la spunta esasperando il back e buttando tra una racchettata e l’altra tonnellate d’esperienza. Lorenzo ha invece una sacca del ghiaccio sulla spalla bollita e nella testa quei trionfi con Wawrinka, Nishikori e i veraci «Congratulezzioni» dei giornalisti stranieri collegati via Internet. I ragazzi piangono, ma lo fanno oggi per essere più forti domani. Al contempo c’è tanta maturità: gli elogi che i due si scambiano pubblicamente, la soddisfazione di vedere campioni seguire i loro match. «Ringrazio Nole Djokovic, ma mi dispiace che abbia dovuto assistere a questa partita», quasi arrossisce Musetti. Il più arrabbiato è Sinner. In conferenza stampa mangiucchia unghie come il demonio fa con le fiamme dell’inferno. «Perdere così fa male. Parlerò col team e vedremo». Contro Dimitrov la vittoria sembrava una formula matematica. Break sin dal primo gioco e nervi d’acciaio per arrivare al primo 6-4. Break e controbreak in apertura di secondo set con il bulgaro che prende le contromisure col rovescio in back «Ci devo lavorare su – dice Sinner – Lo so io, lo sa Riccardo» (coach Piatti, ndr)» e cresce in maniera esponenziale. Infine quel maledetto set decisivo: Jannik che risale da 5-2 a 5-4 e perde la partita sul suo servizio, al quinto match point, scagliando sul nastro uno smash non impossibile. CRESCERE. Poco da dire sulla partitaccia di Lorenzo. Nonostante il 6-4, il primo set scappa subito via. Il secondo è invece una punizione troppo severa, seppure sportivamente giusta. E quel dolore alla spalla. «Porterò con me tante emozioni, tante notti trascorse a cercare di dormire. Inutilmente, perché i pensieri in testa erano troppi. Nelle prossime settimane giocherò a Forlì con una wild card, poi stop, poi ancora Parma, infine Sardegna. Ho bisogno di giocare». Però non troverà un Nadal a dargli una pacca sulla spalla come accaduto al Foro. «Un gesto che mi ha colpito particolarmente per la sua umiltà». Bilancio anche per Sinner: «Da questo torneo ho capito tante cose e certo questa non era la fine che volevo. C’è quella parte fisica da migliorare e, per ora, devo solo accettare la situazione». I ragazzi piangono di rabbia e quella ha tutta l’aria di essere rabbia giusta.

Aggrappati a Berrettini. Sinner e Musetti si sciolgono, “Limiti fisici, cresceremo” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

[…] E invece, viaggiando a fari spenti sulla terra della sua città, Matteo Berrettini si prende di forza il primo quarto di finale a Roma (oggi a mezzogiorno contro il norvegese Ruud sul Pietrangeli, un campo di bellezza struggente che il mondo ci invidia), ha solo 24 anni ed è numero 8 del ranking eppure nell’euforia della nouvelle vague di questi Internazionali molto d’Italia l’avevamo considerato l’usato sicuro. Ora è l’ultimo baluardo. Si arrendono in rapida successione sia Jannik Sinner che Lorenzo Musetti, 37 anni in due, dimostrando limiti più di fisico che di testa e senza che evapori il profumo di campione che entrambi emanano forte, ciascuno a modo suo, Jan baciato dalla facilità con cui i colpi gli escono dalla racchetta e Lollo ricco sfondato di tennis nel braccio, tutti e due destinati a un futuro radioso. La giovane Italia, insomma, c’è, anche le sconfitte sono utili per migliorare: «Come non butta via una palla, Jannik non spreca i match, anche quelli persi — riflette coach Riccardo Piatti sbollita l’arrabbiatura per una partita tenuta in pugno con Dimitrov e decisa da pochi break —. Lui capisce tutto, usa tutto: la lezione gli servirà». Con il bulgaro ex n.3, Sinner ha un netto calo nel terzo, contro il mancinaccio tedesco Koepfer, Musetti accusa un dolore alla spalla, tiene nel primo set, crolla nel secondo, ma è chiaro che i ragazzi sono ancora teneri per gli urti del tennis di alto livello, va dato loro il tempo di crescere e assestarsi. «Andando avanti nella partita la condizione fisica scendeva e quella è la parte dove devo migliorare tanto. Ho perso partite che potevo vincere per questo motivo. Adesso c’è solo da imparare e cercare di capire cosa si può far meglio a partire dal Roland Garros. Non mi metto fretta, ho le idee chiare» spiega Sinner, killer di Tsitsipas, che già in Australia si era piegato senza spezzarsi (crampi e mal di schiena), cresciuto nei sei mesi di stop per la pandemia ben di 5 cm in altezza e 4 chili di muscoli. Musetti condivide l’analisi di Jannik: «I tanti match giocati qui e le quattro settimane di fila nei tornei si sono fatte sentire. Ma se mi avessero detto che a Roma avrei battuto Wawrinka e Nishikori, non ci avrei creduto. Dal Foro mi porterò dietro tantissime emozioni e notti insonni perché avevo tanti pensieri in testa» dice il carrarese, che ha ricevuto i complimenti di Nadal e Djokovic. […] Vitamina preziosa per Matteo Berrettini, nato a un paio di colli romani da qui: l’enfant du pays vorrebbe farsi largo nel torneo prenotato da Djokovic e Nadal e in previsione di una semifinale con il numero uno serbo qualche daje dalle tribune sarebbe prezioso. «Sono impressionato dai giovani azzurri, io a 18 anni non giocavo al loro livello» osserva il capitano aggrappato ai suoi sogni_ E noi, di rimando, a lui.

Berrettini sulle tracce di Djokovic (Massimo Griili, Il Corriere dello Sport)

[…]Ma così è andata, e allora non ci resta che tifare per il nostro numero uno, Matteo Berrettini, finalmente nei quarti di finale di Roma, due anni dopo Fognini. Ieri ha battuto, in un derby molto combattuto, il quarto azzurro ancora in gara, Stefano Travaglia, che l’ha tenuto in campo per due ore esatte arrendendosi solo dopo un doppio tie break. «Sapevo che mi aspettava una partita difficile – ha detto il vincitore – perché Stefano ha un tennis che mi dà fastidio e le nostre prime sfide sono state tutte battaglie. Ho vinto un bel braccio di ferro, per fortuna nei tie break (vinti per 7-5 e 7-1, ndr) sono riuscito ad alzare il livello del mio gioco». L’ equilibrio in campo è dimostrato dal numero dei vincenti (17) e degli errori non forzati (28), esattamente pari tra i due giocatori. In una partita giocato a specchio sulla diagonale di sinistra, Matteo – che aveva perso tre volte su tre contro contro il tennista ascolano, ma sempre a livello di tornei Futures, e l’ultima volta nel 2016 – non ha fatto cose strabilianti al servizio (solo 3 ace contro i 6 dell’avversario) alternando belle cose a qualche errore di troppo da fondo campo. «Ma partita dopo partita sento di Ruud: «Meno male che non sia 1 pe centro Matteo W.» migliorare – ha detto il romano in conferenza stampa – dalla ripresa dell’attività ho giocato poco (8 incontri, ndr), è normale che non possa essere al massimo della forma. Mi sono sentito un po’ scarico in alcuni momenti importanti, perd lo considero un ottimo match. Quello che conta poi è che fisicamente mi sento molto bene, meglio anche rispetto all’inizio della stagione (il riferimento è ai problemi avuti all’anca, ndr). Questo grazie al lavoro svolto durante il lockdown». VERSO NOLE. […] «Il ritorno del pubblico è una cosa molto positiva, ovvio che mi sarebbe piaciuto che ci fosse già dall’inizio del torneo. Mille persone non sono poche, le motivazioni e la spinta ci saranno. Io mi sto abituando a giocare senza tifosi al Centrale, ma fa male al cuore vedere questo stadio vuoto». E la possibile sfida con Nole? Lasciatemi pensare alla gara dei quarti… – si schermisce Berrettini, ieri assistito da papà e mamma in tribuna – Ruud è un ottimo giocatore, ho visto la sua partita di giovedl contro Sonego e mi ha impressionato, picchia duro». Due i confronti diretti con il figlio d’arte (papà Christian è stato 39 nella classifica dell’Arp, mentre lui, Caspar, è già 34) con una vittoria a testa: tre set a zero per il norvegese, ventidue anni il 22 dicembre, al Roland Garros del 2019 e tre set a zero per Berrettini due settimane fa sul cemento di Flushing Meadows. «So che mi aspetta un match molto duro – ha detto ieri Ruud – Matteo ha un gran servizio, un dritto potente, proverò ad aggredirlo io per primo. A New York ha vinto facilmente lui, ma sulla terra è un altro sport. E poi, sono contento che il pubblico non ci sia. Non posso immaginare come sarebbe giocare contro Berrettini davanti a diecimila spettatori…».

Berrettini, l’età giusta per Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Non si tratta di porre inutili barriere psicologiche, e nemmeno di sottovalutare la gang dei tre colori, che coni 18 anni di Musetti e i 19 di Sinner ha lambito il traguardo, senza trovare l’ultimo appoggio per completare la scalata.[…] Una è questa: per gli ottavi, svolte, basta la spinta di una spregiudicata gioventù, ma i quarti pretendono un pizzico di maturità in più. Ce ne teniamo uno. Matteo Berrettini l’età giusta ce l’ha. È ancora giovane e fresco, ma ha già superato i primi esami cui il Tour inevitabilmente sottopone gli allievi più giovani e rampanti. Matteo ne ha da poco 24 e alla sua età vi sono riusciti in pochi. Tra questi non c’è il prossimo sposo Panatta, che vanta il numero più alto di sconfinamenti dagli ottavi. Adriano è giunto ai quarti in quattro occasioni, la prima per vincere il torneo. Ma aveva 25 anni, quasi 26. La lista non è lunga. Vi compaiono 15 nomi, per 23 tentativi riusciti. A ruota di Adriano, due volte Bertolucci e due Volandri, entrambi semifinalisti, due anche Camporese e due Gaudenti. Poi Zugarelli, Barazzutti, Odeppo, Cancellotti e Claudio Panatta insieme nel 1984. E ancora Claudio Mezzadri, Canè, Seppi e Fognini. Berrettini, appunto, è il quindicesimo, e l’impresa gli è costata un bel po’ di fatica mentale, oltre che fisica, in una giornata da 34 gradi. Era un derby, si dirà. Mentre Sinner incontrava Dimitrov e Musetti era alle prese con il più sconosciuto dei partecipanti, il tedesco Dominik Koepfer, 26 anni, di scuola americana. Numero 97 del mondo al suo arrivo a Roma. È vero, era un derby italiano, ma da giocare col fiatone. […] Matteo ha affrontato Stefano Travaglia sapendo che c’era un tempo in cui Steto lo batteva. Sono passati anni, e lui è da mesi piazzato comodo su una poltrona della Top Ten, ma niente è più disagevole nel tennis di un ricordo negativo che ti circola dentro. «Non è mancanza di fiducia nei propri mezzi – azzarda una spiegazione Matteo -, è che ci si conosce a fondo, e lui ha il tennis che mi dà più fastidio. Colpisce bene con il servizio e con il dritto, è resistente, corre e risponde bene. Nel primo set mi ha fatto il break in un game in cui ho servito quattro prime. Come se niente fosse». Ma anche lui gliel’ha fatto, e ha accelerato i ritmi del suo tennis martellante. «Ho corso il rischio di andare qualche volta fuori giri, ma era importante che fossi io ad avere l’iniziativa». Eccole le scelte mature che servono. Matteo e Steto hanno boxato alla pari, in definitiva, ma Berrettini ha avuto gli spunti migliori quando serviva. «Nel tie break .. Alla fine sono stati proprio loro a fare la differenza». C’è Ruud nei quarti. Matteo l’ha battuto di recente a New York, traumatizzandolo. Sul rosso sarà più difficile, e per il romano c’è il precedente negativo del Roland Garros di un anno fa. Il norvegese gioca dentro le righe, a un ritmo ossessivo. Servizi e dritti contundenti saranno indispensabili per disinnescarlo. Ci si chiede se Musetti avrebbe potuto approfittare meglio del tennis volitivo ma in qualche caso artigianale di Koepfer. Difiìcile dire. Tartarini, il coach, avverte che Lorenzo è giunto al match «troppo stanco». Ci sta. Sette partite di fila negli ultimi giorni, e due vittorie che possono far smarrire la retta via. Alla fine, va bene così. Musetti (frenato anche da un problema alla spalla) ha sostenuto il primo esame di tennis vero. Per il resto c’è tempo. 

Sinner a scuola del back (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] Dei tre match giocati in questa seconda campagna romana che l’ha consegnato agli ottavi per poi sospingerlo fino all’orlo dei quarti, quello con Grigor Dimitrov è stato il match più vero, e gli servirà per capire e capirsi. Non la solita banalità sulle sconfitte che consentono di crescere più del le vittorie, piuttosto dell’insieme di stimoli e novità con cui il bulgaro l’ha invitato a confrontarsi nel breve volgere di tre set. Se conosciamo bene Riccardo Piatti, i compiti a casa glieli ha già affidati, al giovane Pel di Carota. Una tesina, di sicura Titolo: come opporsi a un avversario che impone continui cambiamenti al gioco. […] A conti fatti, Jannik Sinner ci ha pure provato, ma le sue buone intenzioni non si sono tramutate in quel tennis di continue percussioni che in altre occasioni gli abbiamo visto fare. Tenga conto, l’esaminando, che l’avversario in questione, un tempo aitante steward della stella siberiana Sharapova, oggi frustrato da un inizio di calvizie, è di quelli che si sottrae a tutto, e se non si sta attenti e pure capace di farlo lui, lo sgambetto infido.[…] Consiglieremmo a JS di focalizzare un intero capitolo su come reagire meglio agli improvvisi rallentamenti mossi dal rovescio in back di Grisha. La mobilità che occorre per recuperarli e la tattica utile a trasformarli in repliche vincenti, a costo di frequentare con assiduità le zone calde vicine alla rete. Semola se n ‘è reso conto. «Il back lungo non mi ha creato problemi, l’ho saputo gestire. Meno bene, invece, quando ha colpito in back per offrirmi palle senza forza. Sono colpi che Grigor sa rendere facili, e non sempre li ho intuiti con il giusto anticipo». Sinner ha condotto il primo set, senza strafare. Un break in avvio, e l’ha portato a casa. La battaglia ha preso fuoco nella seconda frazione, e ancora di più nel finale della terza. Grigor ha pareggiato il conto alla prima occasione, un set point offerto da Sinner nel frangente imbambolato dai repentini cambi di gioco di Dimitrov Nel terzo, il bulgaro ha preso il largo e servito per il match sul 5-3, qui Sinner ha mostrato di sapersi ribellare ai momenti di sconforto. Ha ottenuto il controbreak, ma non l’ha saputo sfruttare. Al quinto tentativo Dimitrov ha sfondato. E si misurerà con Shapovalov nei quarti. Semola ha a disposizione un università unica nel suo genere. Potrà rivedere il match nei dettagli. È un ragazzo fortunato. La sconfitta di ieri farà da prodromo a una vittoria domani. Basta crederci.

Quel ragazzo mi ricorda Panatta (Gianni Clerici, La Repubblica)

Gardini ml battè nella finale del mio club, il tennis Como. Pietrangeli lo battei al Parioli ma capii che non lo avrei più battuto. Rosewall sconfisse al 1′ turno di Parigi Gardini, e il Fausto diede questo risultato come irripetibile. John McEnroe tira tutto più lungo di un metro, ml disse suo padre. Lo vedrà tirare più corto, gli risposi. Sampras e Chang giocavano in un campetto di periferia, e a Bud Collins dissi: “Entrambi vinceranno uno slam”: avevo ragione. Può Musetti aspirare a qualcosa di simile? Sinner sicuramente si, ne va della mia serietà di pronosticatore. Dopo aver visto Musetti penso che possa diventare almeno un nuovo Panatta. […] Dissi ad Ascenzio, il papà di Adriano: per un match di Davis se uno mi nomina Adriano va bene, il fratello minore Claudio, no. Non è certo l’occasione per giudicare Musetti inferiore o superiore a Sinner nel futuro, Rianna e Tartarini lo conoscono meglio di me: il primo dà la colpa a una spalla dolorante, il secondo perché dopo 8 partite precedenti non aveva dormito bene. Probabilmente hanno tutti e due ragione

Sinner e Musetti fuori, Berrettini vuole Nole (Paolo Rossi, La Repubblica)

ROMA – Ne restò uno soltanto, dei quattro moschettieri giovani e belli. Quello con il pedigree e con la classifica migliore di tutti. […] Ai quarti di finale degli Internazionali Bnl d’Italia accede Matteo Berrettini che ha la meglio su Stefano Travaglia (7-6, 7-6) ed escono dal tabellone Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i due terribili teenager che hanno allietato la settimana romana del tennis. Il più giovane, il diciottenne Lorenzo, s’è sciolto di pomeriggio (dopo le magie notturne dei turni precedenti) contro Dominik Koepfer, 26enne tedesco non proprio di primo pelo nei giorni di massima celebrità. Ma, come ha commentato un indigeno sugli spalti, “A Roma bisogna saper battere anche i parafangari, non solo i padri nobili del Foro”, con chiaro riferimento agli scalpi eccellenti dei giorni precedenti (Wawrinka e Nishikori) del carrarese. L’altro, Jannik, aveva invece iniziato lo spartito secondo i dettami di coach Piatti, e andava con il vento in poppa prima che arrivasse la bonaccia, tradito da stanchezza e, forse anche dall’assenza di un piano B, quello che amava scrivere Foster Wallace: «Non ci vuole solo la velocità meccanica: occorre intelligenza, intuitività, senso del campo, capacità di interpretare e manovrare gli avversari, fuorviare e dissimulare, usare fiuto tattico». Spenta la luce, al bulgaro Dimitrov non è parso vero di poter rientrare nel match, riequilibrarlo (4-6, 6-4) e addirittura involarsi verso un insperato successo fino al 5-2. Ma qui, e di questo non può che esserne felice Piatti, il suo pupillo ha mostrato la stoffa e si è ricordato di certe lezioni di strategia: «La fortuna aiuta chi si crea le occasioni, non arriva per colpi isolati» e dunque, cocciuto come solo un orgoglioso 19enne di montagna può esserlo, s’è rifiutato di perdere e ha attinto alle energie residue, gettando nell’angolo l’avversario, fino al 4-5. Ma Jannik ha esaurito la riserva del serbatoio, e l’ultima stilla s’è dispersa in uno smash di frustrazione. «Imparerà da questi momenti» ha sentenziato capitan Piatti, e tutti hanno volto il pensiero verso Musetti. Resta dunque Berrettini, atteso oggi al suo mezzogiorno di fuoco sul campo Pietrangeli con Casper Ruud per un nuovo remake: se il norvegese vinse al Roland Garros 2019, Matteo ha avuto la sua rivincita a New York, agii US Open 2020. In semifinale ad aspettare il vincitore ci sarà probabilmente Djokovic. L’ultimo azzurro ad arrivarci fu Volandri: era il 2007

Berrettini, quarti con vista sul sogno. Sinner-Musetti ko (Gianluca Cordella, Il Messaggero)

«Pijamose Roma». Ecco, Matteo Berrettini non sarà – per fortuna – minaccioso come il Libanese di “Romanzo criminale” ma ne condivide il piano. […] In questo progetto che è poco criminale ma che potrebbe diventare uno splendido romanzo di sport, ieri ha fatto un significativo passo avanti, battendo Stefano Travaglia nel derby tutto azzurro e qualificandosi per i quarti di finale. È la seconda volta che ci riesce in un Masters 1000, dopo Shanghai 2019. Non saranno purtroppo al suo fianco Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, i nostri due talentuosissimi Next Gen, che, dopo aver sognato e fatto sognare, sono stati bruscamente riportati alla realtà da Grigor Dimitrov e Dominik Koepfer. I loro Internazionali sono comunque da applausi scroscianti. MATCH SPINOSO Dopo aver portato otto giocatori agli ottavi, il tennis italiano si ritrova con il solo Matteo a cullare ancora sogni di gloria. «Sapevo che in termini di ranking ero favorito con Travaglia ma sapevo che era una partita difficile perché lui per caratteristiche mi può dare molto fastidio». E infatti al di là delle differenze in classifica – Berrettini è numero 8 del mondo, Travaglia 84 (ma dopo Roma diventerà 72, suo best ranking) – pesavano sulla sfida che ha aperto il programma del Centrale i precedenti. Matteo e Stefano, che mai si erano sfidati prima di ieri nel circuito maggiore, a livello di Future avevano battagliato tre volte tra il 2015 e il 2016 e aveva sempre vinto il marchigiano. Un dato che in parte è do- vuto alla differenza d’età, all’epoca dei fatti Matteo avevo 19 anni e Stefano 23, differenza non da poco in quella fascia anagrafica.[…] Che anche ieri ha provato a togliere il ritmo al drittone di Matteo, servendo molto bene e spingendolo il più possibile sul lato del rovescio. Il romano ci ha messo un po’ a trovare le contromisure ma, ciò che più conta per lui, è riuscito a trovarle nei momenti clou, i due tie-break, chiusi a 5 punti e a 1, che hanno decretato il suo passaggio al turno successivo. Matteo diventa così il quinto italiano a qualificarsi per i quarti romani dal 2000 in poi, l’ultimo era stato Fabio Fognini nel 2018, fermato poi da Rafa Nadal. Oggi, a partire dalle 12, sul Pietrangeli ritroverà il norvegese Casper Ruud, numero 34 del mondo, battuto pochi giorni fa sul cemento di New York Ma quello agli Us Open non è l’unico precedente fra i due che si sono sfidati anche sulla terra rossa, un anno fa al Roland Garros, e quella volta ad imporsi fu il norvegese (che dopo aver eliminato Lorenzo Sonego, ieri ha battuto 6-2 7-6 Marin Cilic). Ma Matteo vuole prendersi Roma, o quantomeno arrivare a giocarsi la semifinale nel torneo di casa con un po’ di pubblico in tribuna. «Pecccato che non ci fosse dall’inizio…», la chiosa. DOPPIO STOP Se Matteo sorride, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti hanno la faccia dei ragazzini messi in castigo che sanno di avere sbagliato. Lorenzo, complice un problema fisico, è stato travolto 6-4 6-0 dal qualificato tedesco Koepfer, altro livello rispetto ai già battuti Wawrinka e Nishikori, ma anche altra integrità fisica e pesantezza di palla. Jannik è partito benissimo contro Dimitrov, vincendo 6-4 il primo set, poi ha iniziato a sbagliare un po’ troppo e la maggior esperienza del bulgaro lo ha punito restituendogli, non uno, ma due 6-4. E i Fab Two? Novak Djokovic soffre un set contro Krajinovic poi vince 7-6 (7) 6-3. Rafa Nadal lascia le briciole a Lajovic: 6-1 6-3.

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