Italia facile, oggi la Croazia (Crivelli, Viggiani). Federer e Nadal scuotono l'Africa (Crivelli, Semeraro). Fognini-Sinner in Olanda. Marcora, che settimana! (Semeraro). Berrettini: "Cagliari, farò di tutto per giocare" (Pilia)

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Italia facile, oggi la Croazia (Crivelli, Viggiani). Federer e Nadal scuotono l’Africa (Crivelli, Semeraro). Fognini-Sinner in Olanda. Marcora, che settimana! (Semeraro). Berrettini: “Cagliari, farò di tutto per giocare” (Pilia)

La rassegna stampa dell’8 febbraio 2020

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Italia, la tripletta è fin troppo facile. Ora la sfida decisiva con la Croazia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Poco più di un allenamento, in attesa della sfida decisiva per muovere il primo passo verso un paradiso che resta ancora piuttosto lontano. L’Italia vince la terza partita su tre del suo girone di Zona Europa/Africa e oggi pomeriggio incrocia la Croazia, seconda dell’altro girone, con in palio un posto nei playoff di Fed Cup di aprile contro una delle perdenti dei preliminari del Gruppo Mondiale. Il match con la Grecia priva della starlette Sakkari è stato una passeggiata: le nostre rivali in singolare hanno schierato due ragazzine di 15 e 14 anni senza classifica Wta. […] A ogni modo le ragazzi di Tathiana Garbin oggi entreranno in campo da favorite contro le croate, guidate da Iva Majoli (campionessa a Parigi 1997) e prive delle due migliori, Petra Martic e Donna Vekic: dovrebbero perciò giocare Jana Fett (n. 234 Wta) e Lea Boskovic (n.300 Wta). Intanto la nostra c.t. fa i complimenti alla new entry Cocciaretto: «Mi aspettavo tanto da Elisabetta, ho avuto fiducia e mi ha ripagato. Siamo una squadra omogenea, che può solo crescere». Dalla prima giornata dei preliminari del Gruppo Mondiale non mancano le sorprese, come la Osaka, che non riesce a trovare l’uscita dal tunnel, sconfitta in Spagna dalla Sorribes Tormo (giapponesi sotto 2-0), mentre tra le altre big non deludono la Bertens (Olanda 1-1 con la Bielorussia) e la Bencic. (Svizzera 2-0 sul Canada senza la Andreescu). Marcora corsa finita Tra gli uomini, impegnati nei primi tornei dopo l’Australia, finisce la corsa di Roberto Marcora sul cemento di Pune (India, 495.000 euro): il lombardo numero 174 del mondo, promosso dalle qualificazioni, mai cosi avanti in un appuntamento Atp, dopo aver battuto il francese Benoit Paire (n.19) non si è ripetuto contro l’australiano James Duckworth (n. 96), che lo ha sconfitto 6-3 7-6 (4). Comunque applausi.

Italia facile, oggi la Croazia (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

 

[…] Le ragazze guidate da Tàthiana Garbin dopo Austria ed Estonia hanno passeggiato contro la Grecia, chiudendo al comando del proprio girone. E oggi sotto con la Croazia nei play off di questa fase che serve a scegliere le otto squadre in aprile opposte alle altrettante perdenti dei preliminari del Gruppo Mondiale (le vincitrici di quelle sfide faranno parte del roster che nel 2021 assegnerà la coppa). IERI Già priva di Maria Sakkari, quasi Top 20, la Grecia ha dato una bella mano alle nostre: dopo aver sfiancato Desmina Papamichail e Valentini Grammatikopolou nei primi due turni, ieri nei singolari ha mandato in campo due teenager prive di classifica Wta e debuttanti in coppa, le 15enni Dimitra Pavlou e Michaela Latri, questa addirittura priva di scheda informativa sul sito della Fed Cup! Elisabetta Cocciaretto, anche lei teenager ma una veterana rispetto alle due greche, e Jasmine Paolini non si sono distratte e hanno conquistato rapidamente le due vittorie che hanno assicurato la leadership dell’Italia nella pool B. Elisabetta ha concesso 3 game e 52′ alla Pavlou, Jasmine 5 game e 55′ alla Latri. L’inutile doppio è stato vinto da Cocciaretto e Gatto Monticone 6-1 6-0. OGGI Le avversarie odierne, le croate, si sono presentate in Estonia prive di Petra Martic (n. 15 Wta) e Donna Vekic (23). Tra le cinque convocate, si affidano più che altro a Jana Fett (234), che ieri ha strappato un set alla Top Five ucraina Elisa Svitolina, Lea Boskic (300) e Danja Jurak (32 in doppio).L’Italia ha vinto i due precedenti, ci sono i presupposti per allungare la striscia positiva.

Federer e Nadal fanno la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La storia sono loro. E i 51.954 spettatori dello Stadium di Città del Capo che hanno voluto sedersi a un passo dalle leggende, ammirarle da vicino nella loro grandezza di icone popolari di questo secolo. […] Il primato, fresco fresco, apparteneva sempre al Maestro di Basilea nell’esibizione di novembre a Città del Messico contro Zverev, che staccò 42.517 biglietti. Ma la scelta simbolica del Sudafrica, patria della madre di Roger, ha ammantato l’evento benefico a favore della Fondazione dello svizzero di un’aura magica che pochi altri campioni nel mondo hanno il potere di vivificare. Amici per la vita Il campo in cemento, ma rosso come la terra di Parigi così cara allo spagnolo, ospita i miti e le loro prodezze subito dopo il doppio in cul Federer è accoppiato a Bill Gates e Nadal al presentatore tv Trevor Noah, che sta in America dopo aver conosciuto l’abisso dell’apartheid. NUMERO 40 Confronti diretti Federer e Nadal si sono affrontati 40 volte in partite ufficiali, l’ultima nella semifinale di Wimbledon 2019: lo spagnolo è avanti 24-16 Tra sorrisi, abbracci, il riscaldamento del Divino con la maglia degli Springboks numero 8 (come i titoli a Wimbledon) donatagli personalmente dal capitano sudafricano Siya Kolisi e il coinvolgimento di un paio di giovani raccattapalle, la partita scorre divertente fino all’epilogo favorevole a Roger (6-4 3-6 6-3) per il tripudio della folla, che lo considera uno di casa. Ma stavolta, più che mai, il risultato non conta, di fronte alla meravigliosa empatia che unisce due amici, prima ancora che avversari. Nel pomeriggio avevano palleggiato coi bambini nelle townships di Hout Bay, regalando loro quella felicità così ostica da inseguire nella povertà e nel pregiudizio. I «Match for Africa», cinque prima di ieri, avevano sempre avuto come scenario l’Europa o gli Usa ed è per questo che prima della sfida serale Roger ha commentato con grande soddisfazione la raccolta fondi: «Puntavamo a un milione di euro, siamo arrivati a 3 e mezzo grazie a biglietti, sponsor e cena della Fondazione». Nadal non è stato un semplice ospite: «Questo invito mi ha reso orgoglioso, sono felice di aver contribuito anche solo indirettamente al progetto. Essere un esempio per chi è più sfortunato di noi, soprattutto se sono bambini, riempirà per sempre il mio cuore». Ritorno alle origini Malgrado le radici, Federer non aveva mal giocato in Sudafrica, ma il legame con la terra di mamma Lynette è sempre stato inciso nella carne: «Da bambino passavo qui due mesi all’anno, tutta la famiglia era li, compresa mia sorella. Abbiamo sempre trascorso le vacanze estive in Sudafrica, visitato i membri della famiglia, visitato il Kruger National Park. Ho pure il passaporto sudafricano, ma è scaduto. Sono felice come un bambino quando gli Springboks vincono, perché so cosa significhi per il paese». Tra l’altro, Roger non tornerà subito a Dubai per la preparazione: «Abbiamo organizzato una grande festa per il giorno dopo la partita, in cui ci riuniremo con tutti i familiari. Non potevo giocare e andare via sùbito». E poi un pensiero al futuro: «Dopo il ritiro farò di più per la Fondazione, perché mi piace essere coinvolto e avrò più tempo. Non potrò giocare come oggi, perciò dovremo compiere sforzi ancora maggiori per raccogliere denaro». Ci sarà modo. Intanto il desiderio più immediato vira come sempre verso il verde: «Da giocatore, ho ancora dei sogni da Inseguire. Vincere Wimbledon per la nona volta, per esempio». Un altro viaggio nell’immortalità. Questo invito mi riempie d’orgoglio: è bello essere un esempio per i bambini

Federer e Nadal scuotono l’Africa (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Roger Federer che si scalda indossando la maglia numero 8 degli Springboks, la nazionale sudafricana campione del mondo di rugby, che gli ha consegnato in campo Siya Kolisi, il capitano dei “bokke”.[…]Impossibile non sovrapporla, per un attimo, a quella di Francois Pienaar che consegna il jersey numero 6 a Mandela dopo la finale del Mondiale ovale del ’95 a Johannesburg. Federer che è sudafricano a metà per via di mamma Lynette, nata a Kempton Park ha molto a cuore il futuro della nazione arcobaleno. Il ricavato dell’esibizione andrà alla sua fondazione, che in 15 anni ha aiutato tm milione di bambini ad avere un’educazione. Quasi 50.000 spettatori, record per il tennis, venuti anche dai Paesi vicini. PRIMA VOLTA. […] «Non avevo mai giocato in Sudafrica in vent’anni di carriera – ha ammesso Federer che ha vinto 6.4 3-6 6-3 – Non me lo sarei mai perdonato alla fine di quest’avventura». Nadal invece aveva gareggiato da ragazzino a Sun City, «e mi ero divertito anche molto. Ma è passato tanto tempo’‘. Il campo arancione – che secondo Jan Kemmer che l’ha allestito in legno e resina acrilica su una piattaforma rialzata al centro del campo, «ha un rimbalzo simile alla terra» – è stato scelto in onore di Nadal. «Tanto stasera non può raggiungermi come numero di Slam, quindi sono tranquillo», ha scherzato Federer; in vantaggio ormai solo di un titolo, 20 contro 19. Prima del singolare i due sono scesi in campo in doppio, e Federer a fianco di Bill Gates, l’ha spuntata contro Nadal e l’attore e animatore sudafricano Trevor Noah. Il singolare è stato il solito cocktail di giocate spettacolari e siparietti – inevitabile quello con la raccattapalle – ma il pubblico ha gradito. E’ stata una festa. BATTAGLIA DEI SESSI Il circuito parallelo delle esibizioni accompagna da sempre il tennis `vero”, e in qualche occasione ne ha segnato la storia. Basta ricordare la strafamosa “Battaglia dei sessi” fra Bobby Riggs e Billie Jean King, che ha ispirato anche un film e nel 1973 raccolse 30.472 spettatori all’Astrodome di Houston, incollandone 90 milioni alla tv e producendo fortunate repliche e tentativi di imitazioni. Negli anni 90 la Grand Slam Cup, esibizione di lusso, ha fatto concorrenza al Masters; più recentemente a inizio stagione i tornei-esibizione di Abu Dhabi e Kooyong, a cui si è aggiunta nel 2019 anche la Diriyah Cup in Arabia Saudita, sono diventati un classico. E da tre anni la Laver Cup, organizzata proprio da Federer è un successone di pubblico. Perché Roger ovviamente, è il re delle esibizioni A novembre, nel suo tour sudamericano insieme con Zverev a Città del Messico, aveva staccato un nuovo record, 42.517 paganti, a dicembre si è esibito anche in Cina. L’evento di ieri sera lo preparava da mesi. Con Nadal in totale ha giocato otto volte, compresa la “Battle of Surfaces” del 2007 quando i due si sfidarono in un campo metà in erba metà in terra, cambiandosi le scarpe ogni due giochi. Con il primo dei “Match for Africa”, nel 2010, entrarono in cassa 4 milioni di dollari, ieri sempre Rafa e Roger hanno riacceso i fari sull’Africa. Gli spettatori sono arrivati anche dai Paesi confinanti per ammirare i due divi del tennis, inseguiti dalle tv e dall’interesse di mezzo mondo. Chissà che qualcosa non parta proprio da qui.

Fognini-Sinner in Olanda. Marcora, che settimana! (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

[…] Nel week-end si giocherà la finale della prima tappa del circuito indoor europeo, a Montpellier e si conduderanno anche i tornei di Pune (India) e Cordoba (Argentina). Il miglior azzurro della settimana è stato Gabriele Marcora, che a Pune, a trent’anni, è diventato il più anziano italiano a vincere Il suo primo match Atp Tour e si è spinto fino ai quarti dove ieri però è stato battuto dall’australiano Duckwort. Da lunedì il tour europeo e la `gira’ sudamericana sulla terra entrano però nel vivo. A Rotterdam si gioca uno degli Atp 500 più tradizionali e nobili del circuito: prima edizione nel 1972, nell’albo d’oro, fra gli altri, i nomi di Ashe, Borg, Vilas, Edberg, Federer Murray, Del Potro, oltre che di Omar Camporese, vittorioso nel 1991 in finale su Lendl. Proprio in Olanda, dopo la delusione dell’eliminazione al primo turno a Montpellier contro Ymer Jannik Sinner cerca il riscatto sfruttando un’altra wild card. In tabellone c’è anche Fabio Fognini, che invece aveva saltato l’appuntamento francese. Fabio quest’anno ha deciso di non giocare sulla terra in Sudamerica per tentare la carta indoor, ed è la testa di serie numero 6 in un tabellone dove spiccano ben quattro top-10: Daniil Medvedev, Stefanos Tsitsipas, Roberto Bautista Agut e Gael Monfils, e di cui fanno parte anche Goffin, Shapovalov, Khachanov, Dimitrov, Auger-Aliassime e Rublev. Il 250′ di Buenos Aires ha invece dovuto incassare il ritiro dei primi due favoriti: il finalista degli Australian Open Dominic Thiem e Matteo Berrettini, che dopo Melbourne ha preferito fermarsi ancora (aveva già rinunciato alla Atp Cup) per risolvere si spera definitivamente i problemi agli addominali: è volato in Spagna dal dottor Cotorro e dovrebbe essere in campo la settimana successiva. In tabellone, a parte quelli impegnati in qualificazione, altri due italiani: Lorenzo Sonego e Marco Cecchinato, il campione uscente, che deve difendere punti molto pesanti per evitare di finire fuori dai top-100. Nel `250′ di New York, che si gioca su cemento indoor a guidare le teste di serie, dopo l’ennesimo forfait di Nishikori (a cui si è aggiunto quello di Kyrgios), John Isner con Seppi per ora unico azzurro in tabellone. Donne: a St.Pietroburgo Kvitova e Bertens guidano il seeding, con Camila Giorgi iscritta alle qualificazioni. A Hua Hin, in Thailandia, la numero 1 è Elina Svitolina e non ci sono italiane in gara

Berrettini: “Cagliari, farò di tutto per giocare” (Enrico Pilia, Unione Sarda)

Sto recuperando, oggi « sono infortunato, più avanti vedremo». […] Un problema ai muscoli addominali lo perseguita dalla metà della passata stagione, perfino a Londra – contro i migliori del mondo – lo ha tormentato e agli Australian Open quel fastidio si è ripresentato. Oggi è a Monte Carlo, dove risiede e si allena. per curarsi e pianificare con cura la stagione..Vorrei esserci, farò di tutto per scendere in campo a Cagliari – dice Berrettini – sarà una partita fondamentale per il nostro cammino e non vorrà mancare.. A seguire ogni passo dei suoi 196 centimetri, i coach Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna, artefici di una ascesa storica, per lo sport italiano. Se Fabio Fognini ne ha cambiato un paio negli ultimi anni, fino a chiudere il cerchio con Corrado Barazzutti, il rapporto fraterno fra la famiglia Berrettini e i coach non è mai andato in crisi. Matteo é nato nell’anno in cui Thomas Muster, il carroarmato austriaco, vinceva gli internazionali d’Italia a Roma. […] Poi venne Berrettini, cresciuto lentamente fra la Corte dei Conti e l’Aniene di Roma. Uno che ha giocato la prima finale di un Challenger a vent’anni, cominciando un’inarrestabile scalata a colpi di centinaia di posizioni all’anno. Fino all’incredibile 2019 che abbiamo appena vissuto, con l’ottava posizione al mondo, le semifinale allo Slam di New York e le Finals di Londra. Questo sarà l’anno in cui ripetersi sarà lt vostro obiettivo? .Si, questo é l’obiettivo e non dobbiamo però metterci a correre, per inseguire chissà cosa. Con il mio staff, lo stesso da sempre, lavoriamo per restare ai vertici mondiali sopendo che il 2019 e stato straordinario». Nelle vostra agenda anche la sfida di venerdì 6 e sabato 7 marzo a Cagliari, Monte Urpinu, contra la Corea del Sud. “Ho dovuto saltare la trasferta in Sudamerica, fra Argentina e Brasile, per questo problema fisico, che si concentra fra addominali, il pube e gli adduttori. Non posso dire con certezza che sarò pronto per la Davis, la min priorità oggi è guarire, recuperare, ma e possibile che possa farcela anche prima della gara di Cagliari». Il concetto di “non avere fretta” resta una delle vostre massime. «Ho evitato a malincuore la trasferta sudamericana per questo motivo, ore sto facendo fisioterapia. Gli infortuni si devono affrontare con cura, sennò rischi di ritrovarti in piena stagione con lo stesso problema. Ripeto. Ho appena vissuto la migliore annata della mia carriere sotto tutti gli aspetti, prima della passata stagione ci eravamo messi come obiettivo almeno tre anni per arrivare alla top ten, per cui nessuno deve dimenticare che quello era il piano originale. Continuiamo a investire, non dobbiamo avere fretta, non ci deve essere pressione. Bisogna credere nel progetto, sapendo che ho ancora tanto margine di miglioramento. Peraltro, lavoro con lo stesso team da quando avevo 14 anni, loro conoscono me e io conosco loro, e bello essere arrivati così in alto insieme.. A Cagliari l’attesa per il match di Davis è forte. E ovviamente, tutti sperano in una squadre al completo. Quante probabilità ha l’Italie di battere Chung e compagni? «Partiamo sicuramente favoriti, sia per il nostro ranking ma anche perché giocheremo in casa, sulla terra, davanti a un pubblico caldissimo e competente. Ma lo sapete tutti, la Coppa Davis è una competizione a parte, i giocatori si trasformano, entrano in gioco altri fattori e le sorprese possono essere sempre dietro l’angolo». Il presidente Angelo Binaghi sostiene che, una volta centrata la qualificazione per le finali di Madrid, questa Coppa si può anche portare a casa. «Sono d’accordo. I numeri parlano chiaro, siamo una squadra forte, un gruppo molto unito, ma soprattutto quelli che saranno convocati sono comunque giocatori di alto livello, in singolare e in doppio. Poi c’è la formula nuova, che può sempre riservare delle sorprese.. Tornando a Madrid, ci è mancato davvero poco per passare ai quarti di finale. «Certo, a Madrid bastavano due punti tirati in maniera diversa e saremmo andati ai quarti. Le partite vanno giocate tutte, dal primo all’ultimo punto, perché anche lo scambio finale pub cambiare una storia». Berrettini e le Sardegna. «Beh, ho tanti ricordi. Al Tennis Club Cagliari ho giocato una finale della coppa a squadre Under 14, ero un bambino. Poi ricordo una fase di Macroarea a Olbia, al Ceo Village. Senza dimenticare che ho giocato la Serie A sempre al Tc Cagliari, un paio di volte. MI piace l’atmosfera, mi piace la terra. E poi ovviamente ci sono stato anche in vacanza». Da queste parti, i tremila tifosi che riempiranno le tribune del centrale del Monte Urpinu si augurano che uno dei due singolariati sarà Berrettini. «Il mio obiettivo e esserci. Parvi di tutto per arrivare a Cagliari in ottime condizioni, oggi penso solo a recuperare”

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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