Borg jr: "Il consiglio di papà? Divertirmi" (Sonzogni). Giulia Gatto-Monticone: "Wimbledon, poi l'azzurro. Mai stata così in forma" (Mecca). Corrado Barazzutti: "Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna" (Muretto)

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Borg jr: “Il consiglio di papà? Divertirmi” (Sonzogni). Giulia Gatto-Monticone: “Wimbledon, poi l’azzurro. Mai stata così in forma” (Mecca). Corrado Barazzutti: “Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna” (Muretto)

La rassegna stampa di mercoledì 19 febbraio 2020

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Borg jr: “Il consiglio di papà? Divertirmi” (Cristian Sonzogni, Gazzetta dello Sport)

I capelli lunghi, che lo rendevano ancora più somigliante a papà Björn, li ha tagliati corti corti. Ma gli occhi azzurri e intensi, come il sorriso sornione, non si possono nascondere e sono proprio quelli di famiglia. Leo Borg, 16 anni, numero 103 del ranking juniores, ha esordito a Bergamo nel circuito dei professionisti, ha perso al primo turno del Challenger contro Tseng (cinese di Taipei, a segno per 6-3 6-1 in 46 minuti) […] Un figlio che è tanto legato al genitore quanto distante dalla storia che ha contribuito a scrivere, nonostante abbia interpretato il ruolo del giovane Björn nel film del 2017 che racconta la storica rivalità con McEnroe. «Non guardo i suoi vecchi match e le sue imprese – dice Leo del padre – nemmeno i video su Youtube. Non credo sia utile per me, non aggiungerebbe nulla a quello che so. Devo stare concentrato su me stesso. Che poi è quello che mi dice lui. Mi suggerisce di divertirmi, di imparare sempre qualcosa di nuovo ogni giorno». Lo ripete come un mantra, il piccolo Borg, che poi tanto piccolo non è, e ha già le spalle larghe del papà. Spalle che dovranno sopportare una pressione non indifferente, nel percorso che lo attende. «Certo che ne sono consapevole – spiega lui sereno – ma cosa posso farci? Nulla, non posso cambiare l’attenzione nei miei confronti, devo concentrarmi su ciò che è nel mio controllo». Il ragazzo dimostra di avere testa e, tutto sommato, pure talento. Nella (prevedibile) sconfitta contro Tseng si vede un rovescio che ricorda l’arma letale di Borg senior, ma si vede anche un repertorio nel suo complesso all’altezza. Il difficile sta nei dettagli, in quelle cose che non si notano ma fanno la differenza. «Nel servizio – continua – devo migliorare tanto, e così nel gioco di gambe. Il rovescio sì, è il mio punto di forza, ma per diventare professionista e raggiungere i top players serve continuità». Sembra un po’ di sentire Rafa Nadal nei suoi 16 anni, quando ciò che stupiva del maiorchlno, più ancora del tennis, era la capacità di calarsi con piena consapevolezza nel ruolo di futuro campione. «Rafa, in effetti, è il mio modello – conferma – perché per lui ogni “quindici” conta allo stesso modo, e ogni partita non è mai finita fino all’ultimo punto. Un esempio». Mentre il padre è una presenza importante, senza poter essere un punto di riferimento: «Lo sento ogni giorno, mi dà consigli, mi segue. Ma poi in campo ci vado io» […]

Giulia Gatto-Monticone: “Wimbledon, poi l’azzurro. Mai stata così in forma” (Giorgia Mecca, Corriere Torino)

[…] Giulia Gatto-Monticone, a pochi giorni dal suo esordio vincente in Fed Cup, è già pronta per partire per il Sudamerica dove giocherà ad Acapulco e Monterrey. Tra una trasferta e l’altra vuole tenersi stretta ancora per un po’ la sua prima esperienza in nazionale […] Che cosa si prova a giocare per l’Italia? «In campo per fortuna ci si dimentica di tutto e si pensa soltanto a colpire la pallina. Ero più tesa a tifare per Camila, Elisabetta e Jasmine. La tensione si avverte, non stai giocando solo per te, ma per le tue compagne e per il tuo Paese, una sensazione insolita per noi tenniste, abituate a soffrire in solitudine». Si aspettava la convocazione? «Non ci speravo più. Negli anni scorsi c’era un gruppo consolidato e io mi sentivo fuori dai giochi, avevo paura fosse troppo tardi. Sapevo che Tathiana credeva in me, ma pure che la sua fiducia da sola non sarebbe bastata, dovevo dimostrare di meritarla». Nel 2019 lo ha dimostrato eccome: esordio in uno Slam, best ranking (numero 140 al mondo) e poi Wimbledon contro Serena Williams. «Tutti si ricordano di Serena, in realtà per fortuna ci sono molti altri momenti che mi hanno fatto pensare: “Wow, si stanno finalmente unendo i puntini”. Il debutto a Parigi è stato l’inizio di tutto, poi c’è la vittoria in Giappone, Londra, il giro di campo che mi hanno fatto fare la mattina della partita, il cerimoniale da imparare e rispettare». L’ha rispettato? «No, la regola impone che alla fine della partita i due giocatori debbano fermarsi e uscire insieme dal campo. Io me n’ero dimenticata. E stata Serena a fermarmi e a dirmi di aspettare, che dovevamo uscire insieme». Il prossimo luglio sarà più abituata. «L’anno scorso era tutto nuovo. Quello, in particolare, è stato un pomeriggio lungo. Alla fine della partita stavo scrivendo un messaggio al mio compagno Tommaso (Tozzo, il suo coach), avevo gli occhi sul cellulare e non mi sono accorta che davanti a me c’era Kate Middleton che voleva farmi i complimenti». […] E l’obiettivo per il 2020? «Entrare tra le prime cento del mondo». […] Quindi ha rivisto la partita sull’erba di Wimbledon? «Tantissime volte. Alla fine del torneo consegnano a tutti i giocatori una chiavetta usb con alcune foto e i video integrali della partita. La conservo come fosse un trofeo». Pensieri sul ritiro? «Mai. Sarebbe fuori luogo. Non sono mai stata così in forma in tutta la mia vita».

Corrado Barazzutti: “Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna” (Roberto Muretto, Nuova Sardegna)

Da giocatore aveva il diavolo in corpo. Da capitano non giocatore della nazionale di tennis (dal 2001) è diventato una persona quasi flemmatica. Corrado Barazzutti, nato a Udine 66 anni fa, è stato anche n. 7 al mondo, seconda migliore classifica ATP di un tennista italiano dall’introduzione del sistema di calcolo computerizzato, dopo Adriano Panatta, 4 nel 76 […] Ha ricordi legati all’isola come giocatore? «Forse ho partecipato a qualche torneo over 35. Non mi viene in mente altro». E come ct in Coppa Davis? «Per fortuna tutti belli. Tante volte abbiamo giocato qui e abbiamo sempre vinto». Ci racconta di lei e il presidente Binaghi, cagliaritano? «Una collaborazione iniziata tanto tempo fa. Con Angelo quando presidente federale era Galgani ci incontravamo al mare, parlavamo di fare qualcosa per cambiare federazione. Lui è stato prima consigliere, io sono arrivato come tecnico, poi promosso capitano non giocatore. Tra di noi c’è stima reciproca e amicizia. Abbiamo fatto tutti insieme un gran lavoro e cambiato il volto della Fit, ottenendo risultati che forse sono andati oltre le aspettative. Se dopo 20 anni sono ancora qui vuol dire che il lavoro è stato apprezzato» […] Binaghi recentemente ha detto che da anni la Sardegna non ha un giocatore di livello, perché secondo lei? «Senza conoscere bene la situazione è difficile dare delle risposte. Bisogna capire che lavoro si fa. Certe volte si fanno ottime cose e non si ottengono grandi risultati. Non dipende solo dalla capacità dei maestri ma anche dal materiale che hai a disposizione» […] Le piace la nuova formula della Coppa Davis? «Secondo me andrebbe rivista. Troppe squadre in un’unica sede… rischi che gli incontri vengano giocati a notte fonda. Io sono della vecchia scuola ma questo non vuol dire che non sia per i cambiamenti». Ai suoi tempi si giocava al meglio dei cinque set. «Portarla al meglio dei tre set ha per certi versi sminuito la manifestazione. Capisco che i tempi sono cambiati, le necessità sono diverse, la televisione vuole la sua parte. Però il fascino della Davis era quello che i pronostici contavano poco e spesso venivano sovvertiti. Se potessi decidere io tornerei alla vecchia formula». Tutti dicono che con la Corea del Sud sarà facile. Ma… «Non è vero. Se uno va a vedere i giocatori coreani e i risultati che hanno ottenuto ultimamente non mi pare si possa dire così. Nello sport nulla è semplice. Sarà un match da affrontare con determinazione. Noi non sottovalutiamo nessuno e sappiamo che anche in questa occasione bisognerà dare il massimo». Sinner lo convoca? «Lo saprete il giorno che darò l’elenco dei convocati. Stiamo parlando di un ragazzo interessante, dalle enormi potenzialità. Insieme a Berrettini e Sonego rappresenta il futuro del nostro tennis. Per Sinner prevedo un futuro grandioso, è un predestinato. Ha la testa giusta per giocare ad alti livelli e lo sta dimostrando». Ma forse non lo convoca. «Vedremo. Non è corretto anticipare i nomi dei giocatori. Prima di dirlo ai giornalisti devo informare loro». Sarà la volta buona per tornare ad alzare una Coppa che l’Italia ha vinto 44 anni fa, con lei in campo? «Speriamo, posso augurarmelo. Io ho avuto la soddisfazione di vincerla ed è stata una emozione fortissima. Sarebbe bello riuscirci anche da capitano. Ma sappiamo che la strada è lunga e anche molto molto complicata. Di sicuro siamo consapevoli delle nostre potenzialità e vogliamo esprimerlo al top» […]

 

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Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Frasca). Senza Wimbledon (Mecca). Panatta: “La volta in cui fui davvero libero” (Burreddu)

La rassegna stampa del 4 aprile 2020

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Wimbledon cancellato con il sorriso: spunta la polizza da 100 milioni (Guido Frasca, Il Messaggero)

Fortunati? No, meglio lungimiranti. Wimbledon salva i conti grazie a una clausola nel contratto assicurativo contro la cancellazione per pandemie virali del valore di circa 1,6 milioni di curo all’anno. l.a notizia circolava da mercoledì scorso, quando è stata ufficializzato l’annullamento, ed è ora una certezza confermata da Richard Lewis, direttore generale dell’All England Club: «Siamo fortunati ad avere l’assicurazione e questo ci aiuta. Gli assicuratori, i broker e tutti quelli che sono stati coinvolti hanno svolto un lavoro eccellente», ha sottolineato. Nelle casse dell’AELTC entreranno oltre 100 milioni di curo di risarcimento, con oscillazioni che dipendono dagli incassi. Il torneo più antico e famoso del mondo cadrà sul morbido, che a Church Road vuol dire sui prati, dopo aver già dato appuntamento agli appassionati di tutto il mondo al 2021. […] UNICO TRA I QUATTRO MAJOR L’idea di estendere la copertura assicurativa risale al 2003, in seguito ai timori per l’epidemia da Sars. Da allora l’organizzazione l’ha sempre rinnovata di anno in anno, unico tra i quattro Slam e in generale tra i tornei del circuito mondiale. F probabilmente tra gli eventi sportivi in generale. Va da sé che si tratta anche di uno dei pochi che poteva permettersi di stipularla. I Championships lo scorso anno hanno generato introiti per circa 260 milioni di curo, mentre gli US Open ne hanno incassati oltre 300 stravincendo la sfida della biglietteria (110 a 43). Gli Australian Open nel 2019 hanno fatto registrare introiti per circa 210 milioni di curo, mentre il Roland Garros è stato costretto al rinvio da maggio a settembre proprio per scongiurare perdite stimate in 240 milioni. Il coronavirus avrà un impatto duraturo: cosa potrà accadere ai tornei più piccoli?

Senza Wimbledon (Giorgia Mecca, Il Foglio)

 

E il maggio 1940, i nazisti sono ovunque in Europa, la Francia ha smesso di esistere: “Abbiamo perso la battaglia”, scrivono da Parigi al primo ministro britannico Winston Churchill, i tedeschi stanno arrivando anche da voi. Mentre l’Europa cade a pezzi, alla fine del mese l’All England Lawn Club dirama una nota: “Siamo spiacenti, dobbiamo posticipare Wimbledon, ma soltanto di qualche giorno. Non si giocherà più il 21 giugno, ma il 19 luglio”[…] Da quel momento il campo centrale diventerà sterpaglia, deposito di macerie, i tedeschi proveranno a raderlo al suolo gettandoci sopra le bombe ma non ci riusciranno. Mercoledì pomeriggio, dopo settimane di discussioni, annunci rimandati, occhi tappati ed evidenze impronunciabili, il presidente del torneo Ian Hewitt ha dovuto ammettere che Wimbledon quest’anno non si giocherà per l’ottava volta nella sua storia: “È una decisione che non abbiamo preso a cuor leggero, ma con il più grande rispetto per la salute pubblica”. Salta così tutta la stagione sull’erba, il luglio vestito di bianco, l’inchino ai reali, l’immancabile pioggia, le fragole, il tennis come cattedrale, silence please. Subito dopo l’annuncio, da New York la federazione statunitense ha dichiarato che gli Us Open continuano a essere in programma dal 31 agosto al 13 settembre, nel frattempo però a Flushing Meadows sta per essere allestito un ospedale da campo per i malati di coronavirus. Roger Federer, che aveva programmato la sua riabilitazione per essere presente a Londra, ha scritto su Twitter di essere devastato dalla notizia dell’annullamento di Wimbledon. Gli rimarrà il rimorso di quei due match point sprecati per un altro anno, mentre il tabellone del Centrale, come vuole la tradizione, continuerà a indicare il punteggio dell’ultima partita della scorsa stagione: Djokovic batte Federer 7-6 1-6 7-6 4-6 13-12 in quattro ore e 57 minuti. Un messaggio lanciato nel vuoto, rivolto a nessuno. Oggi il campo è rimasto senza rete e così rimarrà, con i sedili coperti dal nylon per proteggerli, l’erba tagliata inutilmente e inutilmente perfetta, come sempre il primo giorno. “Una croce sopra”, ha titolato l’Equipe, “Torneranno giorni migliori”, ha ribadito l’account di Wimbledon costretto a chiudere le porte all’estate, ai pomeriggi di tutti, tennis negli occhi finché non cala la sera, al sabato e alla domenica della finale, alla nostalgia del giorno dopo, a quel total white fuori dal mondo, inappropriato ovunque tranne che lì, così reazionario e così perfetto su sfondo verde. Non ci sarà nessuna celebrazione per i quarant’anni della finale tra Björn Borg e John McEnroe, quel tie break che ci ha fatti innamorare del tennis. Sarà un luglio vuoto

Panatta: “La volta in cui fui davvero libero” (Giorgio Burreddu, Il Foglio)

La libertà sta in una palla tagliata, in una volée. Magari in una veronica. “Quella no, la mia veronica non è mai stata un gesto di libertà, mi usciva e basta. Il perché non lo so. La colpivo, e la pallina andava sempre a finire lì. Liberamente”. Adriano Panatta è stato libero sempre. Nella volontà e nella rappresentazione. “Sognavo di vincere tre cose: Roma, Parigi e la Davis. Ci sono riuscito”. […] Ironia e saper vivere. “Sono nato nel ’50, praticamente durante il boom, la guerra era finita da poco, non c’era una lira, ma io ricordo di aver avuto un’infanzia bellissima, libera, sono stato figlio unico per dieci anni, mio fratello Claudio è arrivato dopo, e io giocavo da solo, e la mia libertà era quella: organizzarmi come poteva fare un ragazzino a quel tempo”. Prigioniero ce lo fece diventare il tennis, in un certo senso. […] Adesso che c’è il virus a condizionare le nostre giornate, la libertà è qualcosa su cui riflettere, qualcosa che possiamo misurare. “Essere veramente liberi sarebbe bello. Secondo me la piena libertà non esiste per nessuno, saranno almeno mille, un milione, le volte in cui non mi sono sentito completamente libero di dire o di fare qualcosa. A volte ti freni anche per buona educazione. Però forse in queste settimane la stragrande maggioranza degli italiani ha capito una cosa: la responsabilità. Il rinunciare a una parte di libertà per gli altri. Quelli che non l’hanno capito sono scemi. Ma quella è ignoranza, non puoi farci nulla”. Lo sport ha rinunciato a tutto, ai gesti e all’aggregazione, e se questa non è una mancanza di libertà, allora cos’è? “Lo sport ha cercato di resistere, ogni singolo atleta ha fatto un programma con il suo allenatore, ma tutto è andato per aria. È giusto che sia così. Non si può fare un evento importante come l’Olimpiade in queste condizioni. Anche il tennis si deve adattare. Ad agosto magari sarà tutto finito, ma ci sarà uno strascico, forse la normalità la riavremo a settembre. Lo sport dà un grande senso di libertà. Parlo dello sport nel campo di gioco, quando gli atleti sono lì dentro, dentro al campo, quello per loro è il vero senso di gratificazione, di libertà. Quello che sta intorno all’improvviso non conta più, che sia industria o politica, quando sono lì gli sportivi sono liberi”. Lui fu libero di indossare una maglietta rossa contro il regime, contro Pinochet, nel ’76, in Cile. “Quello fu un segnale contro un delinquente, perlomeno doveroso. Il vero gesto di libertà lo feci nel mio ultimo match di Coppa Davis, perdendo. Fuori dal Foro Italico c’era un ragazzino, io stavo andando alla macchina, mi fermò: “Mi regali la racchetta?”. No, te le regalo tutte. Mi ricordo ancora i suoi occhi, quel senso di sorpresa e gratitudine. Ecco, quello è stato un momento in cui mi sono sentito veramente libero”. Esce poco, il tempo della spesa. “Una volta a settimana, quindici minuti. La cosa che mi colpisce di più sono le persone che ti scansano, si scansano, e sono tutti irriconoscibili, le mascherine, le sciarpe, gli occhiali, siamo un gruppo di anonimi che gira, vaga, si sbriga, e va a destra o a sinistra a seconda di dove vai tu. C’è un po’ di paranoia purtroppo”. In casa, Panatta scivola tra la cucina e il letto, è da letto che fa tutto: legge, scrive, telefona, guarda la tv. Retaggio degli anni Settanta, quando la casa la condivideva con Paolo Bertolucci, che stava fisso in salotto. “Io non soffro tantissimo, sono sempre stato un casalingo, non mi sento soffocare”. Il concetto di libertà cambia nel tempo e nello spazio. “La mia generazione non ha fatto la guerra, però abbiamo passato il terrorismo, gli anni di piombo. Io abitavo in Toscana, mi ricordo i posti di blocco quando tornavo, i sacchi di sabbia a Roma Nord. Mio nonno mi raccontava del Ventennio, di quando la libertà non c’era. Faceva il marmista, è diventato cieco con una scheggia. Ha contribuito a tirare su il Colosseo quadrato, all’Eur. Lui era amico di Nenni, i fascisti lo avevano menato due o tre volte, a casa mia si parlava di socialismo, io sono sempre stato di sinistra. Comunista mai, perché il comunismo l’avevo visto: andavamo due o tre volte l’anno nei Paesi dell’Est, e i miei coetanei non potevano venire a giocare da noi, non potevano neanche bere la Coca-Cola. Non c’era libertà”. Qualcuno adesso sente la mancanza della libertà che c’era prima. “Il nostro è un grande popolo, che trova il meglio di sé quando le cose sono scappate un pochino di mano. Però reagisce. L’italiano è per bene. Quelli sui balconi li ho visti cantare, liberi di farlo. E poi ci sono quelli come me, a cui girano i coglioni”

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Emozionando – L’imperatore Adriano (Grilli)

La rassegna stampa di venerdì 3 aprile 2020

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Emozionando – L’imperatore Adriano (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

«Aaaa-driaa-no, Aaaa-driaano…». Sono tre ore e passa che soffriamo sotto il sole cocente di Roma, a sgolarci e a incitare. Siamo in ottomila, pigiati sul campo Centrale del Foro Italico, quello dalle gradinate di marmo di Carrara costruito negli Anni Trenta e ora “arricchito” da tribune di legno e tubi Innocenti per contenere più pubblico. E siamo tutti qui, a rischio insolazione, per il nostro idolo, Adriano Panatta, il figlio del custode del Tennis Club Parioli di viale Tiziano, il bel ragazzo romano e romanista, che finalmente sta per compiere il passo tanto atteso verso la gloria tennistica. È il 30 maggio del 1976, nella finale degli Internazionali d’Italia il nostro campione è in vantaggio per due set a uno (e 5-1 al tie break del quarto set) sul grande favorito e testa di serie numero 1 del torneo, Guillermo Vilas, e da domani il tennis italiano non sarà più lo stesso. Ma ci sono altri due personaggi da presentare, entrambi seminascosti nello spazio che si trova alle spalle del giudice di sedia, che oggi è Berne Bowron. Mario Belardinelli, cappelletto bianco in testa, sembra seguire in trance i colpi di Panatta. Ha 56 anni e da dieci è il mentore e l’allenatore di Adriano, colui che scoprì un giorno (parole sue), «un ragazzo con un servizio molle, dal tennis appoggiato, che arrivava sempre tardi sulla palla. Aveva possibilità enormi, ma non era sorretto dal fisico». C’è poi papà Ascenzio, che dopo aver lasciato il Parioli lavora come operaio specializzato presso il centro Coni al Tre Fontane. «Adriano è il mio primo figlio, l’ho chiamato come un imperatore romano ma non credevo che potesse diventare così forte, non mi importava neanche. Mi auguravo che diventasse un brav’uomo, questo sì, che studiasse e facesse le scelte giuste. E il Padreterno ci ha aiutati». La sosta al cambio di campo sembra infinita, forse Adriano sta ripensando alle tante occasioni sciupate in carriera. A luglio compirà 26 anni, è il numero 1 d’Italia ma i suoi grandi risultati si possono contare sulle dita di una mano. Le vittorie a Boumemouth e Stoccolma, una semifinale al Roland Garros. Insomma, finora ha vinto molto poco per la qualità del suo tennis sempre altamente spettacolare, teso alla ricerca del punto, che si regge su un gran servizio, un ottimo dritto e delle volée al bacio (quella alta di rovescio, giocata con le spalle alla rete, ha pure un nome tutto suo, Veronica). E poi quella facilità nel fare le smorzate. Qualche anno fa ha fatto impazzire così a Parigi l’astro nascente Borg, che sulla terra sembra imbattibile. II problema è che Panatta è troppo alterno nei risultati, poco propenso a faticare in allenamento. […] Ecco, forse il nostro sta pensando che questo di Roma – dove tante volte ha già fallito – è l’ultimo treno a cui può afferrarsi per dare una svolta alla sua carriera, per cancellare le ultime terribili critiche ricevute solo pochi mesi fa, dopo la doppia sconfitta in Coppa Davis contro i non irresistibili francesi Jauffret e Dominguez. Anche il tennis italiano sta aspettando un nuovo profeta, dopo il ritiro di Nicola Pietrangeli. Adesso è ora di riprendere il gioco. Panatta si fa consegnare due palline bianche dai raccattapalle, si dà la spinta con il classico armonioso movimento di servizio e scaglia con la Wip che porta il suo nome l’ennesimo ace. Siamo 6-1 nel tie break, Adriano ha cinque match point per chiudere il match. Chissà se in questo momento pensa che solo cinque giorni fa, nel primo turno contro l’australiano Warwick, di match point lui ne aveva dovuti annullare 11, una cosa mai vista a questi livelli. Un inizio in salita nel torneo, e dopo aver superato facilmente Zugarelli e Franulovic, nei quarti un altro colpo di scena, contro Harold Solomon, che sul 5-4 e servizio nel terzo set ha avuto la cattiva idea di sfidare prima l’arbitro di sedia – per una chiamata a suo parere sbagliata – e poi tutto il pubblico del Foro. Risultato? Un coro infinito di “scemo, scemo” e l’americano che mette sotto il braccio le sue racchette e se ne va.. In semifinale, invece, tutto liscio: ieri Panatta ha travolto (6-2 6-4 6-4) John Newcombe, gran tennista ma ormai trentaduenne. Adesso è Guillermo Vilas a dover servire nel tie break sull’1-6. E’ nervoso per l’occasione persa, per i tre set point di fila sprecati pochi minuti prima che l’avrebbero portato al quinto set, verso tina probabile vittoria (a differenza del romano, ha un fisico instancabile, adatto alle maratone tennistiche). Argentino di Buenos Aires, un braccio sinistro che fa paura, ha 23 anni e si è rivelato al grande pubblico proprio qui a Roma, due anni fa, raggiungendo da semi sconosciuto le semifinali. È uno degli interpreti della new wave del tennis, basata sul gioco di pressione da fondo campo e sulla resistenza fisica. […] Qui a Roma è il favorito, perché Borg ha preferito un torneo meno faticoso in Germania, mentre Connors ha dato a tutti appuntamento alla stagione inglese su erba. Guillermo ha dominato facilmente Panatta nel primo set, con i suoi colpi sfiancanti da fondo campo e i passanti al bacio. Gianni Minà si intrufola a un cambio di campo vicino al nostro, che gli sussurra al microfono: «Se lui continua così, è un gran casino. Io devo migliorare, ma Vilas deve cominciare a sbagliare qualcosa». E’ quello che succede nel secondo set, Panatta vince facilmente un paio di giochi, guadagna fiducia e risveglia l’anima battagliera di noi spettatori, cosa che, si capisce subito, infastidisce, e molto, Vilas. Il secondo set si decide in un tie break romanzesco. Adriano rimonta da 3-5 ma è il set point a segnare la svolta del match: uno scambio furibondo, con Panatta che colpisce in tuffo una volée, si rialza, replica d’istinto alla bordata di rovescio che gli arriva dall’argentino e poi chiude con un dritto al volo. L’urlo del Foro è incredibile, ci alziamo tutti in piedi, mi scivola lo zaino che finisce sulla schiena dello spettatore che è davanti a me. Ma non fa niente, ci guardiamo e ci abbracciamo, come fossimo al Colosseo. Adriano è ormai un altro giocatore rispetto al timido inizio, e vince il terzo set facilmente. Dopo la pausa, la partita si trasforma in un braccio di ferro, in un saliscendi di emozioni fino al nuovo tie break, che abbiamo lasciato sul 6-1 per Panatta. Serve Vilas, che poi prova una smorzata insensata, come se non volesse prolungare la sua agonia; il nostro campione ci arriva facilmente e piazza il suo dritto proprio all’incrocio delle righe. E finita (2-6 7-6 6-2 7-6) Panatta può finalmente gioire e salta con le braccia tese verso l’alto. Gli ottomila del Foro esplodono in un unico grido di gioia, mentre un centinaio di tifosi si rovescia in campo, frenato a fatica dai carabinieri. Panatta si getta tra le braccia di Belardinelli, mentre papà Ascenzio mostra orgoglioso al pubblico la pallina del match-point, che è riuscito miracolosamente ad acciuffare, strappandola a un raccattapalle. […]

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Game over! (Semeraro). Wimbled(on) off (Crivelli). Cancellato (Piccardi). Chiude Wimbledon. Ha vinto il virus (Rossi)

La rassegna stampa di giovedì 2 aprile 2020

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Game over! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’ora più buia del tennis è stata alle cinque del pomeriggio, l’ora del tè e delle tragedie, quando gli schermi di mezzo mondo si riempiono del comunicato atteso e temuto da giorni. Quello che cancella Wimbledon dal 2020. «E’ con grande rammarico che il Main Board dell’All England Club (AELTC) e il Comitato di Gestione dei Championships hanno deciso oggi (ieri; ndr) che i Campionati 2020 saranno cancellati a causa delle preoccupazioni di salute pubblica legate all’epidemia di coronavirus. I 134esimi Championships saranno organizzati dal 28 giugno all’11 luglio 2021». E’ appena l’undicesima edizione che viene annullata dalla nascita del torneo, nel 1877. Le prime dieci (1915-18 e 1940-45) erano state vittima delle due guerre mondiali, e nel 1940 il Centre Court era stato addirittura bombardato dalla Luftwaffe. Stavolta è bastata una minuscola, ma letale mina chimica. Roger Federer posta un aggettivo che dice tutto: «Devastato». E non aggiunge nessuna immagine, «perché nessuna “gif” può descrivere i miei sentimenti». Neanche la tecnologia aiuta ad alleggerire la botta. Federer deve rinviare alla soglia dei 40 anni il suo sogno di alzare la nona coppa a Church Road, ma il lutto lo devono elaborare tutti. Wimbledon non è solo un torneo – e comunque insieme alla decisione dello Slam inglese è arrivata anche quella di Atp, Wta e Itf di sospendere ogni attività almeno fino al 13 luglio – Wimbledon “è” il tennis. L’anima, la storia, la tradizione, l’immagine del Gioco. «I’m shocked», twitta Serena Williams. Le altre cancellazioni, sospensioni o spostamenti – compreso quello del Roland Garros – erano stati difficili da digerire. Questo proprio non va giù, colpisce l’immaginario di tutti, oltre che le tasche di molti. Le alternative – rinviare ad agosto, giocare a porte chiuse – non erano realistiche, non solo per questioni climatiche e logistiche (lo stato dell’erba, le ore di luce) ma perché avrebbero messo a rischio la copertura assicurativa. Il giro di affari del torneo è di circa 300 milioni di euro, dei quali una quarantina foraggia la federtennis inglese, e che normalmente vanno a favore di tante iniziative sportive e benefiche oltre a garantire spese, paghe e stipendi dei 6000 membri dello staff. «Ci è pesato molto il fatto che i Campionati fossero stati interrotti in precedenza solo dalle guerre mondiali», ammette Ian Hewitt, presidente dell’Aeltc, e sembra di ascoltare Radio Londra ai tempi di Churchill. «Ma crediamo che annullare i Championships sia la decisione giusta quest’anno, per concentrarci su come possiamo utilizzare l’ampiezza delle risorse di Wimbledon per aiutare coloro che sono nelle nostre comunità locali e non solo. Il nostro pensiero va a tutti coloro che sono stati e continuano a essere colpiti da questi tempi senza precedenti» […]

Wimbled(on) off (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Ora che è arrivata l’uffïcialità, la tristezza ci colpisce come la lama di un pugnale conficcata nel cuore di milioni di appassionati. Si sapeva, era stato anticipato da molteplici voci: il torneo di Wimbledon 2020, che doveva giocarsi sui prati più celebri del mondo dal 29 giugno al 12 luglio, è stato cancellato. Eppure, di fronte a un evento traumatico che a questo punto ricorda davvero le conseguenze di un conflitto, mette i brividi pensare che in 134 anni di storia (prima edizione nel 1877, le donne dal 1884) solo due guerre vere, la Prima e la Seconda, abbiano obbligato lo Slam più celebre e affascinante a tenere chiusi i cancelli (in totale dieci edizioni, tra il 1915 e il 1918 e dal 1940 al 1945), mentre stavolta il vincitore è un nemico più subdolo, il coronavirus, microscopico ma ferale. Così, dopo 75 anni, i Doherty Gates non apriranno per accogliere i 500.000 fortunati possessori di un biglietto. E i 19 campi del Club, a partire dal Centrale, rimarranno coperti dai teloni, senza mostrare al mondo la perfezione dell’erba tagliata a 8 millimetri e calpestata da tre secoli da tutti i campioni più grandi. Nel giorno in cui la Gran Bretagna, per la prima volta, ha avuto più di 500 morti in 24 ore, non ci potevano essere indugi, dopo che la settimana scorsa la decisione era stata rinviata in attesa di novità che non potevano essere benauguranti e col punto fermo del rifiuto a giocare a porte chiuse, se fosse stato possibile. Così, alle 4 del pomeriggio italiane, il comunicato degli organizzatori ha confermato una scelta ineluttabile […] Contestualmente, nella nota si ufficializzano le date del prossimo anno: dal 28 giugno all’11 luglio. Troppi rischi, soprattutto nell’immediato: la preparazione di un appuntamento complesso come Wimbledon richiede che le operazioni comincino a fine aprile quando, nel contesto attuale, saranno sicuramente ancora in vigore le restrizioni per spostamenti, viaggi, distanze sociali. Una situazione ben chiara agli organizzatori: «Il nostro primo pensiero è andato soprattutto alla salute e alla sicurezza di tutti coloro che contribuiscono a mettere in piedi il torneo: il pubblico nel Regno Unito e i visitatori da tutto il mondo, i nostri giocatori, ospiti, membri, personale, volontari, partner, appaltatori e residenti locali. Ritenendo probabile che le misure del Governo continueranno ancora per parecchi mesi, riteniamo di dover agire in modo responsabile per proteggere il gran numero di persone necessarie per preparare i Championships, dall’allenamento di migliaia di raccattapalle agli ufficiali, giudici di linea, steward, giocatori, fornitori, media e appaltatori. E di considerare allo stesso modo che le persone, le forniture e i servizi richiesti per organizzare i Campionati non sarebbero comunque disponibili in nessun momento questa estate, rendendo impossibile lo spostamento in avanti». […] Non appena Wimbledon ha reso nota la propria decisione, Atp e Wta hanno annunciato la cancellazione di tutta la stagione sull’erba (in totale 14 tornei) e la sospensione di ogni attività fino al 13 luglio. Certo, nel momento in cui bisogna aspettare altri 15 mesi per godersi la tradizione di Wimbledon, il pensiero è andato a Federer e a Serena e Venus Williams, che nel luglio 2021 avranno già compiuto o si avvicineranno ai quarant’anni e magari avranno deciso che il tennis, dopo averli portati nella leggenda, non farà più per loro. Roger ha affidato a un tweet le prime emozioni: «Sono devastato. Non esiste nulla per esprimere ciò che sento». Ma un’ora dopo, su Instagram, ha rassicurato i fan con una story nella quale dice «non vedo l’ora di tornare l’anno prossimo, ma intanto state in casa e al sicuro». […]

Cancellato (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

 

Correva l’anno 1940. A giugno Parigi si era arresa a Hitler, solo la Gran Bretagna resisteva all’invasore. L’11 ottobre, piovvero bombe: cinque, sganciate dai cacciabombardieri tedeschi, atterrarono sul villaggio di Wimbledon, a sud di Londra; una di esse centrò il tetto del campo centrale di un circolo fondato nel 1868, sbriciolando 1200 seggiolini. Il torneo annuale su erba (nato nel 1877) sarebbe ripreso solo nel 1946, con la vittoria del francese Yvon Petra, e poi avanti per 74 anni consecutivi. Ma nella primavera 2020 piovve dal cielo il coronavirus, e Wimbledon si fermò. Dove riuscirono solo le guerre, mette a segno il suo letale ace al centro (del cuore) la pandemia. “It is with great regret…” Le parole che non avremmo mai voluto leggere sono l’incipit del comunicato bordato di viola e verde che alle 16 ora di Londra annulla il più antico, prestigioso e affascinante evento dello sport: «E’ con grande dispiacere che il board dell’All England Lawn Tennis Club ha deciso di cancellare Wimbledon 2020 in ragione dell’allarme per la salute pubblica. La prossima edizione di The Championships si terrà dal 28 giugno all’11 luglio 2021». Niente Wimbledon, niente erba, niente tennis. Inutile pensare a un posticipo nell’antica data dell’Olimpiade (24 luglio): i prati sarebbero troppo secchi, la luce molto diversa e in Church Road qualsiasi soluzione che non preveda l’eccellenza non è nemmeno contemplata. Tanto più che gli inglesi sono assicurati contro l’ipotesi di «cancellazione per pandemia»: il danno, più che monetario, è emotivo. Il Tempio non apre i battenti, tutta la stagione sul verde è annientata: Atp, Wta e Itf annunciano che le racchette resteranno nei foderi e le palline nei tubi almeno fino al 13 luglio. «Devastante» scrive Roger Federer, che a quasi 39 anni affidava all’erba le speranze di un 21°, miracoloso, titolo Major. «Sono sotto choc» confessa Serena Williams, coeva del maestro svizzero, ossessionata da quello sporco, ultimo, Slam (sarebbero 24 come la primatista assoluta Margaret Court). E ancora non è chiaro — lo scopriremo solo vivendo —, se questo stop forzato allungherà la carriera ai dinosauri del circuito oppure offrirà loro la scorciatoia per un buen retiro meritato. Senza più certezze né punti di riferimento, mentre la classifica mondiale rimane congelata, è un mondo che brancola nel buio. La verità è che tutto il tennis, fino alle Atp Finals di Londra e alla Coppa Davis di Madrid, è a rischio. […] Un’intera generazione di giocatori (non esistono solo i top-10) e tornei di fascia media comincia a immaginarsi un futuro diverso. I miliardari e gli assicurati sono una fortunata minoranza e il Tour, che non brilla per lungimiranza né per rapidità di decisioni, non ha da parte i fondi per sostenere tutti.[…]

Chiude Wimbledon. Ha vinto il virus (Paolo Rossi, La Repubblica)

Un’estate senza Wimbledon è il mondo che si rovescia. La gara più antica del mondo, in calendario dal 29 giugno al 12 luglio, non ci sarà. La tradizione spazzata via da un nemico invisibile: in 143 anni di storia, solo le bombe delle due guerre mondiali erano riuscite a interrompere il torneo, prima del coronavirus. I signori dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club dovranno riaggiornare le pagine di storia. Pensavano che Wimbledon avesse un fascino senza tempo, immune a qualsiasi virus della modernità. Gli inglesi avevano resistito a tutte le pressioni, dal passaggio dei dilettanti al professionismo, avevano vinto anche sul boicottaggio del ’73, quando 82 giocatori ribelli abbandonarono il tabellone pochi giorni prima del via. Certo, nel corso del tempo le palle bianche si sono estinte, oggi c’è il tie-break al quinto set sul 12-12, i tennisti non si inchinano più passando davanti al Royal Box, ma l’erba è rimasta, e con essa le liturgie del tempio. Contro la pandemia, però, c’è solo la resa. «Abbiamo pensato alla salute e alla sicurezza di coloro che partecipano a Wimbledon» hanno scritto gli organizzatori, comunicando al mondo la decisione intuita da giorni da tutti. «Eh, anche loro hanno dovuto rassegnarsi: fa un certo effetto», commenta Nicola Pietrangeli. «Sono devastato», il commento di Roger. Serena Williams è «sotto shock». Sarà per il 2021. «Troppe persone in movimento oltre ai giocatori: abbiamo immaginato gli scenari, non era ipotizzabile». Così come è stato impossibile un rinvio: l’umidità cambia l’erba, Wimbledon è unico anche per questa ragione. Pochi minuti dopo l’annuncio di Londra, è arrivato il comunicato congiunto di Atp e Wta, le associazioni di giocatori e giocatrici, della sospensione di ogni torneo fino al 13 luglio: spazzate via la stagione della terra rossa e quella sull’erba. L’orizzonte si sposta dunque verso l’America: New York oggi ha i suoi grandi problemi, il Billie Jean King National Tennis Center è un ospedale da campo da 350 letti, ma ci sono quattro mesi e mezzo fino agli Us Open, in programma dal 24 agosto. Può salvarsi il Roland Garros, rinviato al 20 settembre, ma pure qui non vi è certezza. Craig Tiley, direttore di Tennis Australia, è convinto che non si giocherà più a tennis: «È uno sport globale, che richiede viaggi. Molto, molto difficile»

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