Storie di tennis: Orantes-Vilas US Open '75, la partita della vita

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Storie di tennis: Orantes-Vilas US Open ’75, la partita della vita

Andiamo a rivivere una partita storica giocata sulla terra verde di Forest Hills 45 anni fa: lo spagnolo vince una semifinale che sembrava perduta per poi andare a vincere il titolo

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Se qualcuno pensa che Roger Federer abbia l’esclusiva dei match point falliti in partite importanti, dopo aver letto questa puntata di “storie di tennis” dovrà ricredersi. Nella semifinale degli US Open del 1975, l’argentino Guillermo Vilas compì infatti suo malgrado un’impresa difficilmente eguagliabile, alla cui realizzazione diede un impagabile contributo il suo avversario, lo spagnolo Manuel Orantes. Ma andiamo con ordine.

La kermesse numero 94 del più importante torneo nord-americano si disputò a Forest Hills tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre. Fu un’edizione storica per due ragioni: l’introduzione delle sessioni notturne grazie all’uso della luce artificiale e la sostituzione della superficie in erba con la terra verde tecnicamente nota con il nome di har-tru, all’epoca molto in voga nel circuito statunitense. La velocità di questa superficie oggigiorno caduta in disuso era inferiore a quella dell’erba naturale e, quindi, almeno in teoria avrebbe dovuto aumentare la durata degli scambi e conseguentemente delle partite.

Per questo motivo gli organizzatori quell’anno decisero di fare disputare i primi tre turni sulla distanza dei tre set. Per la cronaca, tale formula rimase in uso sino al 1978 incluso, anno in cui l’har-tru venne definitivamente sostituito dal cemento.

Il programma del 6 settembre 1975 prevedeva la disputa delle due semifinali maschili e, nel mezzo, della finale femminile. Nella prima semifinale Jimmy Connors, campione in carica e numero 1 del mondo, sconfisse con un triplice 7-5 Bjorn Borg. La finale femminile fu vinta da Chris Evert in tre set contro l’australiana Evonne Goolagong. Nella seconda semifinale, iniziata poco dopo le 20, si affrontarono due mancini specialisti della terra rossa: Guillermo Vilas e Manuel Orantes, rispettivamente numero 3 e 9 della classifica ATP.

Era la dodicesima volta che i due giocatori di lingua spagnola si affrontavano e Orantes, classe ’49 e quindi di tre anni maggiore di Vilas, conduceva per sei vittorie a cinque. Le caratteristiche tecniche dell’argentino sono note ai più: un formidabile giocatore da fondocampo dotato di un fisico straordinario donatogli da mamma e papà e di una resistenza atletica derivante da una dedizione all’allenamento degna di un asceta. Tra le tante qualità di Vilas in campo, certamente la fantasia non era la più rimarchevole ed è quindi curioso segnalare che il tweener – il colpo più estroso che si possa vedere su un campo da tennis – fu “inventato” proprio dal giocatore argentino che, come lui stesso racconta, trasse ispirazione dalla visione di una clip pubblicitaria in cui un giocatore di Polo la eseguiva.

Meno note sono forse le caratteristiche di Orantes, nonostante nella prima classifica ATP della storia figurasse al secondo posto assolutoEra soprannominato “il piccolo Manuel” per distinguerlo dal suo più celebre connazionale: Manuel Santana. Il tennista spagnolo era meno potente e regolare di Vilas, ma gli era superiore sotto il profilo del tocco di palla e della fluidità nell’esecuzione dei colpi. All’epoca della semifinale di Forest Hills a livello di Slam il miglior risultato dei due contendenti era rappresentato da una finale a Parigi dove erano entrambi stati sconfitti da Borg: nel 1974 Orantes e l’anno successivo Vilas.

L’esito della loro sfida sulla carta era quindi molto incerto, anche se nel corso del torneo Orantes aveva smarrito due set mentre Vilas nei precedenti cinque turni era parso invincibile: 14 game complessivamente perduti. Durissima – in particolare – la lezione inflitta negli ottavi di finale a Jan Kodes e poco meno mortificante quella riservata nei quarti a Jaime Fillol: 6-2 6-0 6-0 al cecoslovacco e 6-4 6-0 6-1 al cileno. Sino al terzo game del terzo set Vilas continuò a sembrare invincibile; vinse il primo e il secondo set con il punteggio di 6-4 6-1 e si portò avanti di un break all’inizio del terzo.

A quel punto lo spagnolo ebbe un ritorno imperioso che gli permise di conquistare sei giochi consecutivi e di portare la partita al quarto set dove, però, si trovò presto a dovere affrontare una situazione di punteggio drammatica: 0-5 0-40. Tre match point consecutivi per Vilas. Con due volée e uno smash in qualche modo Orantes in quel frangente se la cavò ma nel game seguente dovette fronteggiare altri due match point consecutivi non potendo contare sul servizio. Evidentemente però la maledizione che in questa situazione di punteggio talvolta colpisce Federer non è esclusiva dello svizzero poiché anche Vilas non fu capace di chiudere l’incontro e da quel momento sino alla fine del set non riuscì neppure a procurarsi una singola palla game per tacere di una palla break, per la disperazione del suo coach, Jon Tiriac, che si sgolava invano dagli spalti.

Anni dopo in un’intervista l’argentino dichiarò di essersi leggermente lesionato un addominale alla fine del terzo set e di avere quindi giocato menomato per il resto dell’incontro ma, soprattutto, che lo choc derivante dalla perdita del quarto set non lo abbandonò più; con un sussulto d’orgoglio nel parziale decisivo riuscì a riportarsi sul 4 pari dopo essere stato in ritardo di un break ma poi perse nuovamente il servizio e infine la partita. Un suo passante in rete decretò la fine del match e la sua consegna alla storia del tennis.

L’incontro durò oltre quattro ore e terminò dopo la mezzanotte. Poche ore dopo il vincitore era atteso in finale da un avversario più riposato e che nei precedenti otto confronti lo aveva battuto sette volte. Ma quando si supera con successo una situazione come quella in cui si era trovato Orantes presumiamo si esca dalla sfera umana per entrare in quella divina e di questa trasfigurazione fece le spese Connors che dovette arrendersi a un Orantes in grado di disputare una partita che lo stesso statunitense definì qualitativamente sbalorditiva: 6-4 6-3 6-3 il punteggio a favore dello spagnolo, il secondo in grado di conquistare questo torneo dopo Santana che ci era riuscito nel ’65.

Manuel Orantes in seguito non seppe più ripetere l’exploit ma resta comunque uno dei giocatori europei più vincenti dell’era Open con 33 successi nel circuito. Guillermo Vilas vinse lo US Open nel 1977 superando a sua volta in finale Jimmy Connors che nei quarti si era vendicato di Orantes battendolo in tre set; a questo major aggiunse il Roland Garros nel medesimo anno, gli Australian Open nel ’78 e nel ’79 e altri 58 tornei che fanno di lui il nono tennista di sempre per numero di vittorie. Vilas, come Orantes, ha un best ranking ufficialmente rappresentato dalla seconda posizione assoluta, ma qualcuno sostiene che fu numero 1 del mondo non riconosciuto per alcune settimane. Questa però è un’altra storia e quella di oggi si conclude qui.

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Storie di tennis: quando il tennis può fare male

Due storie legate al tennis: finite, purtroppo, con la morte del protagonista. Parliamo di due re e di molti, molti secoli fa…

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Carlo VIII di Valois, re di Francia

Evasione. Quella dello spirito in questi giorni oppresso da pensieri cupi. E cosa può esserci di più adatto di una bella storia di tennis per un’evasione spirituale domenicale, il giorno che in tempi normali è dedicato al riposo? Due storie di tennis. Quelle che vi proponiamo oggi.

La scienza medica ha autorevolmente affermato che il tennis è uno sport che fa bene alla salute. Purtroppo non è sempre così. Per dimostrarlo ci rechiamo alla corte del Re Enrico V d’Inghilterra, protagonista dell’omonima opera di Shakespeare nella quale il drammaturgo inglese gli fa pronunciare uno dei discorsi più celebri di tutti i tempi alla vigilia della battaglia di Azincourt, vinta dagli inglesi. Siamo quindi nella prima metà del 1400 e “le jeu de paume” – ovvero il gioco del palmo – grazie a Enrico V, che in gioventù ne era stato appassionato praticante, inizia a diffondersi in tutto il regno unito. Tale era l’amore giovanile di questo sovrano per l’antenato del tennis che il giorno prima della battaglia sopra citata i francesi per scherno gli inviarono un cesto pieno di palline da tennis; il re contraccambiò il regalo inviando ai francesi un cesto pieno di palle da cannone. Ma questa è un’altra storia.

Tornando alla nostra, scopriamo che dal 1406 sino al 1424 alla corte del re d’Inghilterra era presente un lontano discendente di Robert Bruce (il personaggio protagonista del film “Braveheart”), formalmente in qualità di ostaggio ma nella realtà in veste di ospite di riguardo: Giacomo I di Scozia. Nei 18 anni trascorsi a Londra egli divenne un fervente sostenitore dei costumi e della cultura inglese nonché un appassionato praticante del jeu de paume. In quell’epoca questo gioco si praticava con un guanto in cuoio o in pelle calzato sul palmo della mano mediante il quale si colpivano le palle a loro volta fatte di pellame animale e imbottite di piume. Le prime racchette da tennis giunsero un secolo dopo e le palline in gomma vulcanizzata quasi cinque secoli più tardi.

Giacomo I nel 1424 fece ritorno in patria dove continuò a praticare il gioco appreso alla corte d’Inghilterra e nell’inverno del 1437 si trovò a Perth con la consorte all’interno di un convento che – cosa non insolita per l’epoca – era dotato di uno spazio riservato al jeu de paume. In quei giorni Giacomo Primo vi si dedicò molto ma senza grandi risultati; perse una notevole quantità di palle mandandole per errore dentro una conduttura di scolo adiacente il campo e collegata con l’esterno del convento. Spazientito per l’inconveniente il sovrano impartì l’ordine che si rivelerà per lui fatale: murare l’estremità del condotto. Fu così che le palline furono salve e il re perduto.

Il 20 febbraio del 1437 intorno a mezzanotte Giacomo I stava giocando a scacchi con la regale consorte e alcuni amici quando vide il bagliore di numerose torce e udì i passi di uomini armati dirigersi rapidamente verso di loro. Il re mise al sicuro moglie e amici e poi cercò di mettersi a sua volta in salvo, ma commise un errore: cercare di uscire dal convento passando attraverso il cunicolo che tre giorni prima aveva fatto murare. Fu quindi costretto a tornare sui suoi passi dove fu circondato e ucciso a colpi di pugnale e di spada non senza avere opposto una fiera resistenza, come racconta nel suo diario la regina che, a differenza del re, si salvò. 

Per raccontare la seconda storia dobbiamo fare un piccolo salto nel tempo e nello spazio, prendendo atto che il quindicesimo secolo fu un periodo maledetto per i re del vecchio continente appassionati di giochi con la palla (da tennis). Protagonista è Carlo VIII di Valois, re di Francia dal 1483 al 1498 soprannominato “l’affabile” ma che con più precisione avrebbe dovuto essere chiamato “lo sbadato”, come presto vedremo.

Carlo VIII era nato nel 1470 nella valle della Loira nel castello di Amboise e in quel castello morì il 7 aprile del 1498. Quel giorno per volontà del re si disputava un torneo di jeu de paume organizzato allo scopo di distrarre la regina Anna di Bretagna dal doloroso pensiero di un recente parto non andato a buon fine. La mattina del 7 aprile per accedere al fossato in cui si sarebbe disputato il torneo Carlo VIII percorse a cavallo una stretta e buia galleria e, prima di uscire alla luce del giorno, colpì violentemente il capo contro un architrave in pietra.

Fu il prototipo di quella che secoli dopo Fantozzi definì “una craniata pazzesca” ma il monarca, forse imbarazzato per la figura poco regale, resistette in sella al cavallo e si accomodò al suo posto a fianco della consorte e dei suoi ospiti per assistere allo spettacolo come se nulla fosse capitato; alcune ore dopo, intorno alle 2 del pomeriggio, il monarca si accasciò improvvisamente al suolo a causa di un’emorragia cerebrale causata dall’infortunio. Le cure dei medici furono vane e nelle nove ore successive riprese conoscenza solo per pochi secondi subito prima di morire, duranti i quali chiese inutilmente a Dio e alla Vergine Maria di soccorrerlo. Spirò intorno alle 23.

Lo scorso secolo è stato teatro di un’altra tragica fatalità avvenuta nel 1983 allo US Open junior che costò la vita a un giudice di linea, che fu colpito all’inguine dal servizio di un giovanissimo Edberg e sfortunatamente, nel cadere per terra, batté fatalmente la testa. Ma mentre le prime due vicende sono così lontane nel tempo da poter essere viste e trattate con relativo distacco, non così si può dire della terza, sulla quale pertanto non ci sentiamo di aggiungere altro. A presto per un’altra storia di tennis.

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Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

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Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

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L’ATP Cup ha ucciso i 30 anni di storia della Hopman Cup. Da un’esibizione all’altra?

Paul McNamee e Pat Cash gli ideatori. Il via con Steffi Graf e John McEnroe. Chi era “Geppetto” Hopman, il capitano di Coppa Davis più vincente. 10 deludenti partecipazioni italiane. L’albo d’oro

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Roger Federer/Belinda Bencic, vincitori dell'ultima Hopman Cup nel 2019 (foto via Twitter @hopmancup)

La ATP Cup, al via il 3 gennaio, vorrebbe seppellire la Davis Cup (che qualcuno chiama la Piquè Cup, ma è comunque organizzata dall’ITF, la federazione internazionale chel’ha sempre “gestita”) ma per ora la manifestazione lanciata dall’ATP in aperta concorrenza all’ITF ha seppellito soltanto la Hopman Cup.

L’ATP, di concerto con la federazione australiana (che tiene il piede in due staffe, anzi in tre, ATP, ITF e Laver Cup), si è accaparrata la settimana della Hopman Cup a Perth, nella costa West dell’Australia, organizzando lì a compensazione un girone dell’ATP Cup. E lì giocheranno Spagna, Giappone, Georgia e Uruguay nel girone B, e Italia, USA, Norvegia e la favorita Russia nel girone D.

Aver “portato” il n.1 del mondo Rafa Nadal a Perth, ma anche lo squadrone russo composto da Medvedev e Rublev, consolerà i cittadini di quella bella città per l’assenza degli australiani e la “scomparsa” della Hopman Cup. Che poi l’ATP Cup possa durare quanto la Hopman Cup, 30 anni, sarà  tutto da vedere.

 

STORIA DELLA HOPMAN CUP – Negli ultimi 30 anni gli ultra-appassionati di tennis hanno tentato di sopperire all’assenza di vero agonismo nel mese di dicembre e durante le feste natalizie seguendo a distanza la Hopman Cup, quella strana competizione mista, un singolare maschile e uno femminile, seguiti da un doppio misto, nata nel 1989 per merito e idea di Paul McNamee, tre volte campione di doppio a Wimbledon.

È sempre stata più un’esibizione che un evento ufficiale – e non ho mai condiviso chi ha tentato in vari momenti di considerarne ufficiali i risultati e gli head to head – ma era una manifestazione simpatica, originale e diversa, ideale per quei giocatori che volessero prepararsi all’Australian Open, al jet-lag, al clima, ai campi, con qualcosa di moderatamente impegnativo su una superficie di anno in anno simile.

Per quanto mi concerne io l’ho seguita di persona una sola volta, nel 1998, mi aveva invitato tante volte Paul McNamee, e ci ero andato anche perché ad essa seguivano a Perth i campionati mondiali di nuoto, disciplina cui mi ero affezionato per aver conosciuto quelli che sarebbero stati gli eroi di Sydney 2000, Rosolino, Fioravanti, Brembilla, l’indimenticabile coach Castagnetti che di tennis era appassionatissimo e ne ricordo tante interessanti conversazioni. Conobbi anche Lucie Hopman, personaggio dolcissimo, morta proprio nel giorno del mio compleanno il 31 agosto 2018. Purtroppo non c’era l’Italia, vinsero Kucera e la Habsudova, e sebbene non fosse stata un’edizione memorabile al Burshwood Superdome c’era sempre il tutto esaurito, 8.000 spettatori tutti i giorni.

Karol Kucera e Karina Habsudova – Hopman Cup 1998

Il timing per l’annuncio di McNamee e Fancutt, effettuato nel giugno 1988, era perfetto perché l’Australian Open si sarebbe spostato allora dall’erba di Kooyong al Rebound Ace di Flinders Park (che ancora non si chiamava Melbourne Park).

L’idea era nata anche dal fatto che a Perth, nella Western Coast d’Australia – dove l’Italia di Pietrangeli e Sirola nel ’60 aveva vinto la semifinale interzonale di Coppa Davis rimontando da 0-2 sugli Stati Uniti di Buchholz e MacKay, con Sirola che batté 9-7 6-3 8-6 sul 2-2 MacKay che in prima giornata aveva battuto 13-11 al quinto Pietrangeli – il grande tennis internazionale era praticamente scomparso.

Quattro anni prima dell’88 nell’appartamento di Melbourne di McNamee – l’inseparabile compagno del fu McNamara – Paul, Pat Cash e Charlie Fancutt, fra una birra e l’altra avevano buttato giù l’embrione dell’idea. Fancutt aveva già esperienze di promoter nel suo natio Queensland (Brisbane, Gold Coast). Pat Cash, vittorioso a Wimbledon nell’87 (su Lendl) era stato il principale protagonista delle vittorie australiane in Davis nell’83 e nell’86.

Decisero di chiamare l’evento nel nome di Harry Hopman che da tennista aveva vinto due Australian Slam in doppio con Jack Crawford (1929 e 1930) e cinque in doppio misto (i primi quattro con la prima moglie Nell Hall: un record imbattuto per due coniugi) ma soprattutto era stato il capitano di Coppa Davis più vittorioso della storia: 16 Davis vinte fra il 1939 e il 1967, con lui capitano di 22 squadre, la prima delle quali nel 1938 quando l’Australia perse dagli Stati Uniti. Quella del ’39 fu la prima vinta, una gran rivincita recuperando da 0-2 a Filadelfia con Quist e Bromwich, gli stessi due giocatori che avevano perso l’anno prima.

Dal ’40 al 46 Hopman aveva lasciato il tennis per la guerra e i suoi impegni collegati al giornalismo, ma dopo la sconfitta con gli USA nel ’46 e tre finali perse fino al ’49, l’opinione pubblica lo spinse a furor di popolo di nuovo sulla sedia di capitano. Con i giovani Sedgman e McGregor Hopman riconquistò la Coppa nel 1950. In quasi 25 anni le sue squadre vinsero 38 incontri, perdendone soltanto 6. Ovviamente poté disporre di campioni straordinari, dopo Sedsman e McGregor, Hoad, Rosewall, Cooper, Rose, Hartwig, Anderson, Fraser, Emerson, Laver, Newcombe, Stolle, Roche. La sua ultima Davis da capitano fu nel ’69, quando con Ruffels, Bowrey, Alexander e Dent perse dal Messico a Città del Messico (che schierava Osuna e Loyo Mayo… sì Joaquin Loyo Mayo, decisamente il più forte tennista che il direttore di Ubitennis abbia mai sconfitto! Accadde a San Luis Potosi, 1973, settimana di Pasqua, per me fu davvero una Semana Santa!).

Hopman decise allora di trasferirsi negli Stati Uniti (come hanno poi fatto tanti aussies, Laver, Newcombe, Stolle…) dove ebbe modo, da coach professionista, di “consigliare” Gerulaitis e McEnroe a Port Washington.

In Florida, assieme alla seconda moglie Lucy, Harry Hopman – che il nostro Gianni Clerici ribattezzò Geppetto perché con tanti “Pinocchio” talentuosi ma grezzi riuscì nell’impresa di trasformarli in grandi campioni dimostrando qualità straordinarie – fondò una Accademia, a Largo. Hopman era morto lì il 27 dicembre 1985. Il suo ricordo era vivissimo nella mente di tutti gli appassionati di tennis australiani. Non aveva vinto una Coppa Davis da capitano ma, ribadisco, 16!

Harry Hopman

McNamee trovò la sede ideale per la Hopman Cup nella resort di Burshwood Island, si garantì un contratto di 3 anni con Channel 7, trovò il primo grande sponsor in un’azienda produttrice di birra, perfetta per i tennisti australiani che ne erano fortissimi consumatori, nonostante proprio Hopman si affannasse a dire che avrebbero dovuto limitarne il consumo.

A luglio di quell’anno McNamee e Fancutt poterono annunciare il primo grande colpo: Steffi Graf avrebbe giocato per la Germania. La Hopman Cup aveva bisogno di una superstar per il suo lancio e chi meglio di Steffi che nell’88 avrebbe realizzato il Super Grande Slam, i 4 Major più l’oro olimpico a Seul? Alla Graf si sarebbero aggiunti Pat Cash, ça va sans dire, Mandlikova, Sukova, Mecir, Pernfors…un campo di partecipazione che a Perth da anni non si era mai visto.

Cash e Jeremy Bates giocarono il match d’apertura, davanti a 5.000 spettatori pigiati nel Burshwood Superdome. Dove erano stati distesi due campi Rebound Ace, uno per l’evento, l’altro per gli allenamenti.

La prima edizione, con Cash che si ammalò, vide l’Australia perdere in finale da Mecir e la Sukova. Il dado era stato tratto. Nella prima edizione fra le otto squadre mancavano gli Stati Uniti. McNamee rimediò l’anno dopo. John McEnroe, uno degli allievi più prestigiosi di “Geppetto” Hopman, si sentì in dovere di partecipare. E da 8 squadre si passò a 12. Si aggiunsero a McEnroe (e alla Shriver), Noah, Muster, i due Sanchez, Emilio e Arantxa che approfittando della superiorità di Arantxa sulla Shriver vinsero la seconda edizione della Hopman Cup. Per la prima volta c’era anche l’Italia: con la Golarsa reduce dalla memorabile battaglia di Wimbledon contro Chris Evert, nonché Paolo Canè che anche lui si era fatto valere a Wimbledon, ma nell’87, con Lendl: era stato avanti 2 set a uno e aveva perso il quarto 7-5 dopo aver avuto grandi occasioni per staccarlo. Canè si sarebbe ripresentato a Perth anche l’anno dopo, questa volta in compagnia di Raffaella Reggi.

Il decollo era ormai assicurato. Tennis Australia ufficializzò l’evento: nel 1990 ecco partecipare e trionfare Monica Seles per la Jugoslavia insieme a Prpic. Ma c’erano anche Cash – al ritorno da un infortunio – e la tennista di Perth Liz Smylie. Inoltre ancora la Francia con Forget e Tanvier, la Spagna con i due Sanchez a difendere il titolo, la Russia con Chesnokov e la Zvereva, la Svizzera con Hlasek e Manuela Maleeva-Fragniere (che avrebbero vinto la Hopman Cup l’anno dopo, nonostante la presenza del duo più celebre e prestigioso: Graf e Becker).

Beh, il miglior modo di ripercorrere la storia di questi 30 anni di Hopman Cup, è leggere l’albo d’oro, dove con la collaborazione di Alessandro Stella che ha fatto la ricerca segnaliamo le dieci partecipazioni italiane, purtroppo senza registrare passaggi alle semifinali. Con la Hopman Cup del 2015 iniziò l’ultima stagione della carriera di Flavia Pennetta, che avrebbe annunciato il suo addio al tennis subito dopo aver vinto lo US Open a settembre per poi chiudere con la sua prima e unica partecipazione alle WTA Finals. Giocò quella Hopman Cup al fianco di Fabio Fognini, che avrebbe poi sposato nella cattedrale di Ostuni il 16 giugno del 2016, prima di dargli due figli, Federico e Farah.

La Hopman ha cominciato con Steffi Graf, ha proseguito un anno dopo con McEnroe, due anni dopo con la Seles, è finita in gloria e bellezza con due vittorie di Roger Federer (e Bencic) e con l’iconico abbraccio tra Roger Federer e Serena Williams dopo aver giocato per la prima volta l’uno contro l’altra in doppio. Lassù Harry e Lucie Hopman saranno dispiaciuti ma anche felici di un trentennio davvero indimenticabile.

L’albo d’oro e le partecipazioni italiane in grassetto.

  • 2019 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2018 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2017 – Francia – Richard Gasquet & Kristina Mladenovic
  • 2016 – Australia – Nick Kyrgios & Dar’ja Gavrilova
  • 2015 – Polonia – Jerzy Janowicz & Agnieszka Radwańska (Italia presente con Pennetta-Fognini)
  • 2014 – Francia – Jo-Wilfried Tsonga & Alizé Cornet (Italia presente con Pennetta-Seppi)
  • 2013 – Spagna – Fernando Verdasco & Anabel Medina Garrigues (Italia presente con Schiavone-Seppi)
  • 2012 – Rep. Ceca – Tomáš Berdych & Petra Kvitová
  • 2011 – Stati Uniti – John Isner & Bethanie Mattek-Sands (Italia presente con Schiavone-Starace)
  • 2010 – Spagna Spagna – Tommy Robredo & María José Martínez Sánchez
  • 2009 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Dominika Cibulková (Italia presente con Pennetta-Bolelli)
  • 2008 – Stati Uniti – Mardy Fish & Serena Williams
  • 2007 – Russia – Dmitrij Tursunov & Nadia Petrova
  • 2006 – Stati Uniti – Taylor Dent & Lisa Raymond
  • 2005 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Daniela Hantuchová (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2004 – Stati Uniti – James Blake & Lindsay Davenport
  • 2003 – Stati Uniti – James Blake & Serena Williams (Italia presente con Farina-Sanguinetti)
  • 2002 – Spagna – Tommy Robredo & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2001 – Svizzera – Roger Federer & Martina Hingis
  • 2000 – Sudafrica – Wayne Ferreira & Amanda Coetzer
  • 1999 – Australia – Mark Philippoussis & Jelena Dokić
  • 1998 – Slovacchia – Karol Kučera & Karina Habšudová
  • 1997 – Stati Uniti – Justin Gimelstob & Chanda Rubin
  • 1996 – Croazia – Goran Ivanišević & Iva Majoli
  • 1995 – Germania – Boris Becker & Anke Huber
  • 1994 – Rep. Ceca – Petr Korda & Jana Novotná
  • 1993 – Germania – Michael Stich & Steffi Graf
  • 1992 – Svizzera  – Jakob Hlasek & Manuela Maleeva-Fragniere
  • 1991 – Jugoslavia – Goran Prpić & Monica Seles (Italia presente con Reggi-Cané)
  • 1990 – Spagna – Emilio Sánchez & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Golarsa-Cané)
  • 1989 – Cecoslovacchia – Miloslav Mečíř & Helena Sukova

L’Italia ha dunque partecipato a dieci edizioni, la prima nel 1990 e l’ultima nel 2015. Solo nel 1990 ha passato un turno, ma si giocava ancora con la formula a eliminazione diretta; le altre volte è sempre stata eliminata ai gironi.

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