Dalla prima all'ultima classifica ATP: un viaggio nel tempo

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Dalla prima all’ultima classifica ATP: un viaggio nel tempo

Poco meno di 46 anni fa veniva stilata la prima classifica mondiale basata sui risultati ottenuti nei tornei. Chi era il numero 1? E chi avrebbe giocato le Next Gen Finals, se fossero esistite?

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Il 23 agosto 1973 è una data storica per il tennis. Quel giorno (un giovedì) l’ATP pubblicò la prima classifica mondiale basata sui risultati ottenuti dai giocatori nei diversi tornei disputati.

Le regole per l’attribuzione dei punteggi erano sensibilmente diverse dalle attuali. Per potercisi destreggiare era necessario possedere una laurea in numerologia e rudimenti di astrologia. Basti pensare che le categorie entro le quali erano suddivisi i tornei ATP erano sei contro le tre attuali (1000-500-250) e i criteri di attribuzione dei punti ai tornei erano legati al numero di giocatori partecipanti e al montepremi in palio. Solo verso la fine degli anni ’70 si giunse ad un sistema analogo a quello che oggi conosciamo e che, seppure non perfetto, ha quantomeno il pregio della chiarezza e della semplicità.

Pur con tutti i suoi difetti, la nuova classifica ATP sotto il profilo dell’oggettività era però sicuramente preferibile a quella precedente, che per decenni era consistita semplicemente in un elenco stilato da un autorevole giornalista sportivo sulla base delle proprie (in)sindacabili opinioni. Il giornalista in questione era il britannico Lance Tingay del Daily Telegraph – dal 1982 membro della International Tennis Hall of Fame – la cui classifica annuale dei migliori tennisti del mondo fino al 1972 costituiva l’unica che contasse.

 

Dall’estate dell’anno successivo tutto cambiò. In quei giorni chi scrive si godeva le vacanze estive in attesa di cominciare la terza elementare e quindi omise di commentare la Numero Uno (cit. Walt Disney) delle classifiche. Egli intende rimediare ora e, già che c’è, azzardare anche qualche parallelo con l’ultima. Iniziamo dalla Top 20 vintage.

Classifica Giocatore Età Nazione
1 Ilie Nastase 27 Romania
2 Manuel Orantes 24 Spagna
3 Stan Smith 27 USA
4 Arthur Ashe 30 USA
5 Rod Laver 35 Australia
6 Ken Rosewall 39 Australia
7 John Newcombe 29 Australia
8 Adriano Panatta 23 Italia
9 Tom Okker 29 Olanda
10 Jimmy Connors 20 USA
11 Jan Kodes 27 Cecoslovacchia
12 Paolo Bertolucci 22 Italia
13 Roger Taylor 31 GBR
14 Marty Riessen 31 USA
15 Tom Gorman 27 USA
16 Nikola Pilic 34 Jugoslavia
17 Cliff Richey 26 USA
18 Mark Cox 30 GBR
19 Roy Emerson 36 Australia
20 Karl Meller 24 Germania

Sotto il profilo numerico al vertice comandavano gli Stati Uniti con 6 giocatori seguiti dall’Australia con 4. Complessivamente gli statunitensi nella top 100 schieravano 23 rappresentanti contro i 16 degli australiani. Attualmente sono rispettivamente 9 e 6. L’Europa si consolava con il primo e il secondo miglior giocatore del pianeta, un rumeno e uno spagnolo. Il tennista rumeno attualmente meglio classificato è Marius Copil al numero 80, mentre la Spagna per curiosa coincidenza occupa ancora la seconda posizione grazie a Rafael Nadal.

Osserviamo che il fenomeno dei giocatori di vertice “agee” non è un’esclusiva della nostra epoca; quarantacinque anni fa 8 dei primi 20 tennisti avevano infatti trenta o più anni contro i 10 attuali. L’Italia tennistica godeva di ottima salute quantitativamente e qualitativamente. Come vedremo tra poco, a Panatta e Bertolucci si aggiungevano infatti nella top 100 altri due giocatori molto giovani: Tonino Zugarelli e Corrado Barazzutti.

Il numero 29 quel giorno era occupato da un ragazzo svedese di 17 anni: Bjorn Borg. Oggi è presidiato da Pablo Carreno Busta. A scanso di equivoci precisiamo che Roger Taylor era un ottimo tennista inglese per tre volte semifinalista a Wimbledon e una agli Australian Open e non faceva il batterista dei Queen a tempo perso.

CASA ITALIA

Attualmente l’Italia vanta sei giocatori in top 100 e diciannove in top 200. Nel 1973 erano rispettivamente cinque e otto.

Classifica Giocatore Età
8 A. Panatta 23
12 P. Bertolucci 22
41 A. Zugarelli 23
51 M. Mulligan 32
73 C. Barazzutti 20
148 E. Castigliano 27
151 E. di Matteo 24
175 P. Toci 24

Panatta in seguito giunse sino alla quarta posizione; Barazzutti alla settima, Zugarelli alla ventisettesima. Insieme a Bertolucci nel 1976 conquistarono la Coppa Davis. Martin Mulligan era australiano di nascita. Fu naturalizzato italiano nel 1968 e giocò per i nostri colori – non senza aspre polemiche – nove incontri di Coppa Davis. Aveva quasi 33 anni nell’agosto del 1973 ed era, per dirla nella sua lingua nativa, “past his prime”, ovvero in parabola discendente. Una parabola che aveva raggiunto il vertice nel 1962 quando fu nettamente sconfitto in finale a Wimbledon da Rod Laver che quell’anno si avviava a realizzare il suo primo grande Slam. Castigliano, di Matteo e Toci non riuscirono mai a entrare in top 100.

Nel 1973 non esisteva un torneo riservato agli under 21 e i più maliziosi probabilmente commenteranno che si stava meglio quando si stava peggio. Ma se fosse esistito chi si sarebbe classificato applicando le attuali regole? Il 31 ottobre 1973 i sette migliori classificati nati dopo il 31 dicembre 1951 erano (classifica – nazione):

  • Jimmy Connors (4 – USA)
  • Brian Gottfried (21 – USA)
  • Bjorn Borg (22 – Svezia)
  • Vijai Armitraj (26 – India)
  • Guillermo Vilas (31 – Argentina)
  • Raul Ramirez (32 – Messico)
  • Harold Solomon (58 – USA)

Primo degli esclusi Corrado Barazzutti, numero 73. Ranking medio 28 e mediana 26. Sei di loro raggiunsero la top ten (best ranking):

  • Connors (1)
  • Borg (1)
  • Vilas (2)
  • Gottfried (3)
  • Ramirez (4)
  • Solomon (5)
  • Barazzutti (7)

Armitraji si dovette accontentare (se così si può dire) della sedicesima posizione. Il ranking medio dei loro pronipoti (attualmente Tsitsipas, Auger-Aliassime, Shapovalov, Tiafoe, de Minaur, Ruud, Kecmanovic) è 39 e la mediana 30. Abbiamo pochi dubbi sul fatto che non esiterebbero un istante a sottoscrivere un contratto che gli garantisse la medesima carriera. Non gli stessi guadagni.

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Storie di tennis: Orantes-Vilas US Open ’75, la partita della vita

Andiamo a rivivere una partita storica giocata sulla terra verde di Forest Hills 45 anni fa: lo spagnolo vince una semifinale che sembrava perduta per poi andare a vincere il titolo

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Se qualcuno pensa che Roger Federer abbia l’esclusiva dei match point falliti in partite importanti, dopo aver letto questa puntata di “storie di tennis” dovrà ricredersi. Nella semifinale degli US Open del 1975, l’argentino Guillermo Vilas compì infatti suo malgrado un’impresa difficilmente eguagliabile, alla cui realizzazione diede un impagabile contributo il suo avversario, lo spagnolo Manuel Orantes. Ma andiamo con ordine.

La kermesse numero 94 del più importante torneo nord-americano si disputò a Forest Hills tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre. Fu un’edizione storica per due ragioni: l’introduzione delle sessioni notturne grazie all’uso della luce artificiale e la sostituzione della superficie in erba con la terra verde tecnicamente nota con il nome di har-tru, all’epoca molto in voga nel circuito statunitense. La velocità di questa superficie oggigiorno caduta in disuso era inferiore a quella dell’erba naturale e, quindi, almeno in teoria avrebbe dovuto aumentare la durata degli scambi e conseguentemente delle partite.

Per questo motivo gli organizzatori quell’anno decisero di fare disputare i primi tre turni sulla distanza dei tre set. Per la cronaca, tale formula rimase in uso sino al 1978 incluso, anno in cui l’har-tru venne definitivamente sostituito dal cemento.

Il programma del 6 settembre 1975 prevedeva la disputa delle due semifinali maschili e, nel mezzo, della finale femminile. Nella prima semifinale Jimmy Connors, campione in carica e numero 1 del mondo, sconfisse con un triplice 7-5 Bjorn Borg. La finale femminile fu vinta da Chris Evert in tre set contro l’australiana Evonne Goolagong. Nella seconda semifinale, iniziata poco dopo le 20, si affrontarono due mancini specialisti della terra rossa: Guillermo Vilas e Manuel Orantes, rispettivamente numero 3 e 9 della classifica ATP.

Era la dodicesima volta che i due giocatori di lingua spagnola si affrontavano e Orantes, classe ’49 e quindi di tre anni maggiore di Vilas, conduceva per sei vittorie a cinque. Le caratteristiche tecniche dell’argentino sono note ai più: un formidabile giocatore da fondocampo dotato di un fisico straordinario donatogli da mamma e papà e di una resistenza atletica derivante da una dedizione all’allenamento degna di un asceta. Tra le tante qualità di Vilas in campo, certamente la fantasia non era la più rimarchevole ed è quindi curioso segnalare che il tweener – il colpo più estroso che si possa vedere su un campo da tennis – fu “inventato” proprio dal giocatore argentino che, come lui stesso racconta, trasse ispirazione dalla visione di una clip pubblicitaria in cui un giocatore di Polo la eseguiva.

Meno note sono forse le caratteristiche di Orantes, nonostante nella prima classifica ATP della storia figurasse al secondo posto assolutoEra soprannominato “il piccolo Manuel” per distinguerlo dal suo più celebre connazionale: Manuel Santana. Il tennista spagnolo era meno potente e regolare di Vilas, ma gli era superiore sotto il profilo del tocco di palla e della fluidità nell’esecuzione dei colpi. All’epoca della semifinale di Forest Hills a livello di Slam il miglior risultato dei due contendenti era rappresentato da una finale a Parigi dove erano entrambi stati sconfitti da Borg: nel 1974 Orantes e l’anno successivo Vilas.

L’esito della loro sfida sulla carta era quindi molto incerto, anche se nel corso del torneo Orantes aveva smarrito due set mentre Vilas nei precedenti cinque turni era parso invincibile: 14 game complessivamente perduti. Durissima – in particolare – la lezione inflitta negli ottavi di finale a Jan Kodes e poco meno mortificante quella riservata nei quarti a Jaime Fillol: 6-2 6-0 6-0 al cecoslovacco e 6-4 6-0 6-1 al cileno. Sino al terzo game del terzo set Vilas continuò a sembrare invincibile; vinse il primo e il secondo set con il punteggio di 6-4 6-1 e si portò avanti di un break all’inizio del terzo.

A quel punto lo spagnolo ebbe un ritorno imperioso che gli permise di conquistare sei giochi consecutivi e di portare la partita al quarto set dove, però, si trovò presto a dovere affrontare una situazione di punteggio drammatica: 0-5 0-40. Tre match point consecutivi per Vilas. Con due volée e uno smash in qualche modo Orantes in quel frangente se la cavò ma nel game seguente dovette fronteggiare altri due match point consecutivi non potendo contare sul servizio. Evidentemente però la maledizione che in questa situazione di punteggio talvolta colpisce Federer non è esclusiva dello svizzero poiché anche Vilas non fu capace di chiudere l’incontro e da quel momento sino alla fine del set non riuscì neppure a procurarsi una singola palla game per tacere di una palla break, per la disperazione del suo coach, Jon Tiriac, che si sgolava invano dagli spalti.

Anni dopo in un’intervista l’argentino dichiarò di essersi leggermente lesionato un addominale alla fine del terzo set e di avere quindi giocato menomato per il resto dell’incontro ma, soprattutto, che lo choc derivante dalla perdita del quarto set non lo abbandonò più; con un sussulto d’orgoglio nel parziale decisivo riuscì a riportarsi sul 4 pari dopo essere stato in ritardo di un break ma poi perse nuovamente il servizio e infine la partita. Un suo passante in rete decretò la fine del match e la sua consegna alla storia del tennis.

L’incontro durò oltre quattro ore e terminò dopo la mezzanotte. Poche ore dopo il vincitore era atteso in finale da un avversario più riposato e che nei precedenti otto confronti lo aveva battuto sette volte. Ma quando si supera con successo una situazione come quella in cui si era trovato Orantes presumiamo si esca dalla sfera umana per entrare in quella divina e di questa trasfigurazione fece le spese Connors che dovette arrendersi a un Orantes in grado di disputare una partita che lo stesso statunitense definì qualitativamente sbalorditiva: 6-4 6-3 6-3 il punteggio a favore dello spagnolo, il secondo in grado di conquistare questo torneo dopo Santana che ci era riuscito nel ’65.

Manuel Orantes in seguito non seppe più ripetere l’exploit ma resta comunque uno dei giocatori europei più vincenti dell’era Open con 33 successi nel circuito. Guillermo Vilas vinse lo US Open nel 1977 superando a sua volta in finale Jimmy Connors che nei quarti si era vendicato di Orantes battendolo in tre set; a questo major aggiunse il Roland Garros nel medesimo anno, gli Australian Open nel ’78 e nel ’79 e altri 58 tornei che fanno di lui il nono tennista di sempre per numero di vittorie. Vilas, come Orantes, ha un best ranking ufficialmente rappresentato dalla seconda posizione assoluta, ma qualcuno sostiene che fu numero 1 del mondo non riconosciuto per alcune settimane. Questa però è un’altra storia e quella di oggi si conclude qui.

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L’ATP Cup ha ucciso i 30 anni di storia della Hopman Cup. Da un’esibizione all’altra?

Paul McNamee e Pat Cash gli ideatori. Il via con Steffi Graf e John McEnroe. Chi era “Geppetto” Hopman, il capitano di Coppa Davis più vincente. 10 deludenti partecipazioni italiane. L’albo d’oro

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Roger Federer/Belinda Bencic, vincitori dell'ultima Hopman Cup nel 2019 (foto via Twitter @hopmancup)

La ATP Cup, al via il 3 gennaio, vorrebbe seppellire la Davis Cup (che qualcuno chiama la Piquè Cup, ma è comunque organizzata dall’ITF, la federazione internazionale chel’ha sempre “gestita”) ma per ora la manifestazione lanciata dall’ATP in aperta concorrenza all’ITF ha seppellito soltanto la Hopman Cup.

L’ATP, di concerto con la federazione australiana (che tiene il piede in due staffe, anzi in tre, ATP, ITF e Laver Cup), si è accaparrata la settimana della Hopman Cup a Perth, nella costa West dell’Australia, organizzando lì a compensazione un girone dell’ATP Cup. E lì giocheranno Spagna, Giappone, Georgia e Uruguay nel girone B, e Italia, USA, Norvegia e la favorita Russia nel girone D.

Aver “portato” il n.1 del mondo Rafa Nadal a Perth, ma anche lo squadrone russo composto da Medvedev e Rublev, consolerà i cittadini di quella bella città per l’assenza degli australiani e la “scomparsa” della Hopman Cup. Che poi l’ATP Cup possa durare quanto la Hopman Cup, 30 anni, sarà  tutto da vedere.

 

STORIA DELLA HOPMAN CUP – Negli ultimi 30 anni gli ultra-appassionati di tennis hanno tentato di sopperire all’assenza di vero agonismo nel mese di dicembre e durante le feste natalizie seguendo a distanza la Hopman Cup, quella strana competizione mista, un singolare maschile e uno femminile, seguiti da un doppio misto, nata nel 1989 per merito e idea di Paul McNamee, tre volte campione di doppio a Wimbledon.

È sempre stata più un’esibizione che un evento ufficiale – e non ho mai condiviso chi ha tentato in vari momenti di considerarne ufficiali i risultati e gli head to head – ma era una manifestazione simpatica, originale e diversa, ideale per quei giocatori che volessero prepararsi all’Australian Open, al jet-lag, al clima, ai campi, con qualcosa di moderatamente impegnativo su una superficie di anno in anno simile.

Per quanto mi concerne io l’ho seguita di persona una sola volta, nel 1998, mi aveva invitato tante volte Paul McNamee, e ci ero andato anche perché ad essa seguivano a Perth i campionati mondiali di nuoto, disciplina cui mi ero affezionato per aver conosciuto quelli che sarebbero stati gli eroi di Sydney 2000, Rosolino, Fioravanti, Brembilla, l’indimenticabile coach Castagnetti che di tennis era appassionatissimo e ne ricordo tante interessanti conversazioni. Conobbi anche Lucie Hopman, personaggio dolcissimo, morta proprio nel giorno del mio compleanno il 31 agosto 2018. Purtroppo non c’era l’Italia, vinsero Kucera e la Habsudova, e sebbene non fosse stata un’edizione memorabile al Burshwood Superdome c’era sempre il tutto esaurito, 8.000 spettatori tutti i giorni.

Karol Kucera e Karina Habsudova – Hopman Cup 1998

Il timing per l’annuncio di McNamee e Fancutt, effettuato nel giugno 1988, era perfetto perché l’Australian Open si sarebbe spostato allora dall’erba di Kooyong al Rebound Ace di Flinders Park (che ancora non si chiamava Melbourne Park).

L’idea era nata anche dal fatto che a Perth, nella Western Coast d’Australia – dove l’Italia di Pietrangeli e Sirola nel ’60 aveva vinto la semifinale interzonale di Coppa Davis rimontando da 0-2 sugli Stati Uniti di Buchholz e MacKay, con Sirola che batté 9-7 6-3 8-6 sul 2-2 MacKay che in prima giornata aveva battuto 13-11 al quinto Pietrangeli – il grande tennis internazionale era praticamente scomparso.

Quattro anni prima dell’88 nell’appartamento di Melbourne di McNamee – l’inseparabile compagno del fu McNamara – Paul, Pat Cash e Charlie Fancutt, fra una birra e l’altra avevano buttato giù l’embrione dell’idea. Fancutt aveva già esperienze di promoter nel suo natio Queensland (Brisbane, Gold Coast). Pat Cash, vittorioso a Wimbledon nell’87 (su Lendl) era stato il principale protagonista delle vittorie australiane in Davis nell’83 e nell’86.

Decisero di chiamare l’evento nel nome di Harry Hopman che da tennista aveva vinto due Australian Slam in doppio con Jack Crawford (1929 e 1930) e cinque in doppio misto (i primi quattro con la prima moglie Nell Hall: un record imbattuto per due coniugi) ma soprattutto era stato il capitano di Coppa Davis più vittorioso della storia: 16 Davis vinte fra il 1939 e il 1967, con lui capitano di 22 squadre, la prima delle quali nel 1938 quando l’Australia perse dagli Stati Uniti. Quella del ’39 fu la prima vinta, una gran rivincita recuperando da 0-2 a Filadelfia con Quist e Bromwich, gli stessi due giocatori che avevano perso l’anno prima.

Dal ’40 al 46 Hopman aveva lasciato il tennis per la guerra e i suoi impegni collegati al giornalismo, ma dopo la sconfitta con gli USA nel ’46 e tre finali perse fino al ’49, l’opinione pubblica lo spinse a furor di popolo di nuovo sulla sedia di capitano. Con i giovani Sedgman e McGregor Hopman riconquistò la Coppa nel 1950. In quasi 25 anni le sue squadre vinsero 38 incontri, perdendone soltanto 6. Ovviamente poté disporre di campioni straordinari, dopo Sedsman e McGregor, Hoad, Rosewall, Cooper, Rose, Hartwig, Anderson, Fraser, Emerson, Laver, Newcombe, Stolle, Roche. La sua ultima Davis da capitano fu nel ’69, quando con Ruffels, Bowrey, Alexander e Dent perse dal Messico a Città del Messico (che schierava Osuna e Loyo Mayo… sì Joaquin Loyo Mayo, decisamente il più forte tennista che il direttore di Ubitennis abbia mai sconfitto! Accadde a San Luis Potosi, 1973, settimana di Pasqua, per me fu davvero una Semana Santa!).

Hopman decise allora di trasferirsi negli Stati Uniti (come hanno poi fatto tanti aussies, Laver, Newcombe, Stolle…) dove ebbe modo, da coach professionista, di “consigliare” Gerulaitis e McEnroe a Port Washington.

In Florida, assieme alla seconda moglie Lucy, Harry Hopman – che il nostro Gianni Clerici ribattezzò Geppetto perché con tanti “Pinocchio” talentuosi ma grezzi riuscì nell’impresa di trasformarli in grandi campioni dimostrando qualità straordinarie – fondò una Accademia, a Largo. Hopman era morto lì il 27 dicembre 1985. Il suo ricordo era vivissimo nella mente di tutti gli appassionati di tennis australiani. Non aveva vinto una Coppa Davis da capitano ma, ribadisco, 16!

Harry Hopman

McNamee trovò la sede ideale per la Hopman Cup nella resort di Burshwood Island, si garantì un contratto di 3 anni con Channel 7, trovò il primo grande sponsor in un’azienda produttrice di birra, perfetta per i tennisti australiani che ne erano fortissimi consumatori, nonostante proprio Hopman si affannasse a dire che avrebbero dovuto limitarne il consumo.

A luglio di quell’anno McNamee e Fancutt poterono annunciare il primo grande colpo: Steffi Graf avrebbe giocato per la Germania. La Hopman Cup aveva bisogno di una superstar per il suo lancio e chi meglio di Steffi che nell’88 avrebbe realizzato il Super Grande Slam, i 4 Major più l’oro olimpico a Seul? Alla Graf si sarebbero aggiunti Pat Cash, ça va sans dire, Mandlikova, Sukova, Mecir, Pernfors…un campo di partecipazione che a Perth da anni non si era mai visto.

Cash e Jeremy Bates giocarono il match d’apertura, davanti a 5.000 spettatori pigiati nel Burshwood Superdome. Dove erano stati distesi due campi Rebound Ace, uno per l’evento, l’altro per gli allenamenti.

La prima edizione, con Cash che si ammalò, vide l’Australia perdere in finale da Mecir e la Sukova. Il dado era stato tratto. Nella prima edizione fra le otto squadre mancavano gli Stati Uniti. McNamee rimediò l’anno dopo. John McEnroe, uno degli allievi più prestigiosi di “Geppetto” Hopman, si sentì in dovere di partecipare. E da 8 squadre si passò a 12. Si aggiunsero a McEnroe (e alla Shriver), Noah, Muster, i due Sanchez, Emilio e Arantxa che approfittando della superiorità di Arantxa sulla Shriver vinsero la seconda edizione della Hopman Cup. Per la prima volta c’era anche l’Italia: con la Golarsa reduce dalla memorabile battaglia di Wimbledon contro Chris Evert, nonché Paolo Canè che anche lui si era fatto valere a Wimbledon, ma nell’87, con Lendl: era stato avanti 2 set a uno e aveva perso il quarto 7-5 dopo aver avuto grandi occasioni per staccarlo. Canè si sarebbe ripresentato a Perth anche l’anno dopo, questa volta in compagnia di Raffaella Reggi.

Il decollo era ormai assicurato. Tennis Australia ufficializzò l’evento: nel 1990 ecco partecipare e trionfare Monica Seles per la Jugoslavia insieme a Prpic. Ma c’erano anche Cash – al ritorno da un infortunio – e la tennista di Perth Liz Smylie. Inoltre ancora la Francia con Forget e Tanvier, la Spagna con i due Sanchez a difendere il titolo, la Russia con Chesnokov e la Zvereva, la Svizzera con Hlasek e Manuela Maleeva-Fragniere (che avrebbero vinto la Hopman Cup l’anno dopo, nonostante la presenza del duo più celebre e prestigioso: Graf e Becker).

Beh, il miglior modo di ripercorrere la storia di questi 30 anni di Hopman Cup, è leggere l’albo d’oro, dove con la collaborazione di Alessandro Stella che ha fatto la ricerca segnaliamo le dieci partecipazioni italiane, purtroppo senza registrare passaggi alle semifinali. Con la Hopman Cup del 2015 iniziò l’ultima stagione della carriera di Flavia Pennetta, che avrebbe annunciato il suo addio al tennis subito dopo aver vinto lo US Open a settembre per poi chiudere con la sua prima e unica partecipazione alle WTA Finals. Giocò quella Hopman Cup al fianco di Fabio Fognini, che avrebbe poi sposato nella cattedrale di Ostuni il 16 giugno del 2016, prima di dargli due figli, Federico e Farah.

La Hopman ha cominciato con Steffi Graf, ha proseguito un anno dopo con McEnroe, due anni dopo con la Seles, è finita in gloria e bellezza con due vittorie di Roger Federer (e Bencic) e con l’iconico abbraccio tra Roger Federer e Serena Williams dopo aver giocato per la prima volta l’uno contro l’altra in doppio. Lassù Harry e Lucie Hopman saranno dispiaciuti ma anche felici di un trentennio davvero indimenticabile.

L’albo d’oro e le partecipazioni italiane in grassetto.

  • 2019 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2018 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2017 – Francia – Richard Gasquet & Kristina Mladenovic
  • 2016 – Australia – Nick Kyrgios & Dar’ja Gavrilova
  • 2015 – Polonia – Jerzy Janowicz & Agnieszka Radwańska (Italia presente con Pennetta-Fognini)
  • 2014 – Francia – Jo-Wilfried Tsonga & Alizé Cornet (Italia presente con Pennetta-Seppi)
  • 2013 – Spagna – Fernando Verdasco & Anabel Medina Garrigues (Italia presente con Schiavone-Seppi)
  • 2012 – Rep. Ceca – Tomáš Berdych & Petra Kvitová
  • 2011 – Stati Uniti – John Isner & Bethanie Mattek-Sands (Italia presente con Schiavone-Starace)
  • 2010 – Spagna Spagna – Tommy Robredo & María José Martínez Sánchez
  • 2009 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Dominika Cibulková (Italia presente con Pennetta-Bolelli)
  • 2008 – Stati Uniti – Mardy Fish & Serena Williams
  • 2007 – Russia – Dmitrij Tursunov & Nadia Petrova
  • 2006 – Stati Uniti – Taylor Dent & Lisa Raymond
  • 2005 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Daniela Hantuchová (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2004 – Stati Uniti – James Blake & Lindsay Davenport
  • 2003 – Stati Uniti – James Blake & Serena Williams (Italia presente con Farina-Sanguinetti)
  • 2002 – Spagna – Tommy Robredo & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2001 – Svizzera – Roger Federer & Martina Hingis
  • 2000 – Sudafrica – Wayne Ferreira & Amanda Coetzer
  • 1999 – Australia – Mark Philippoussis & Jelena Dokić
  • 1998 – Slovacchia – Karol Kučera & Karina Habšudová
  • 1997 – Stati Uniti – Justin Gimelstob & Chanda Rubin
  • 1996 – Croazia – Goran Ivanišević & Iva Majoli
  • 1995 – Germania – Boris Becker & Anke Huber
  • 1994 – Rep. Ceca – Petr Korda & Jana Novotná
  • 1993 – Germania – Michael Stich & Steffi Graf
  • 1992 – Svizzera  – Jakob Hlasek & Manuela Maleeva-Fragniere
  • 1991 – Jugoslavia – Goran Prpić & Monica Seles (Italia presente con Reggi-Cané)
  • 1990 – Spagna – Emilio Sánchez & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Golarsa-Cané)
  • 1989 – Cecoslovacchia – Miloslav Mečíř & Helena Sukova

L’Italia ha dunque partecipato a dieci edizioni, la prima nel 1990 e l’ultima nel 2015. Solo nel 1990 ha passato un turno, ma si giocava ancora con la formula a eliminazione diretta; le altre volte è sempre stata eliminata ai gironi.

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Quell’unico anno in cui gli Internazionali d’Italia Indoor sbarcarono a Ferrara

La storia di uno dei troppi tornei perduti nei ricordi di chi c’era nel 1983, per la sua unica edizione. Chi si aspettava McEnroe e Borg si ritrovò a tifare… Högstedt

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Ferrara Open 1983 (foto Fabio Zecchi)

C’era una volta… no. C’è stato una volta il Ferrara Open, torneo internazionale di tennis del circuito Volvo Grand Prix. Il livello corrispondeva a un attuale ATP 250, ma l’Associazione dei Pro non avrebbe preso le redini del tour fino al 1990. Erano tempi in cui qualcuno ancora si chiedeva perché chiamarlo ‘open’ se si giocava al chiuso: certe definizioni non erano per tutti. Ma era anche un periodo in cui la Rai trasmetteva il tennis e – sembra difficile da credere adesso – in Italia non esistevano solo gli Internazionali di Roma. L’elenco dei tornei perduti nel corso degli anni è così tristemente lungo che diventa pressoché impossibile ricordarseli tutti anche limitandosi a quelli maschili, ma di sicuro i tennisti che hanno poi raggiunto la top ten non si sono dimenticati del torneo italiano che ha inaugurato il loro palmares: José-Luis Clerc, Andrei Chesnokov e Magnus Larsson a Firenze, Stefan Edberg e Roger Federer a Milano, Kent Carlsson a Bari, Alberto Mancini e Marcelo Rios a Bologna, Thomas Enqvist a Bolzano, Mariano Puerta e Tomas Berdych a Palermo.

Non è stato così per il torneo di Ferrara, ma il tappeto azzurro fu comunque calpestato da alcuni saranno famosi: Jakob Hlasek, futuro numero 7 del mondo, aveva appena festeggiato il diciannovesimo compleanno; Guy Forget, di un paio di mesi più giovane, sarebbe arrivato al quarto posto del ranking; tra gli italiani, c’erano Paolo Canè, che batté proprio Forget, e Francesco Cancellotti. Vinse lo svedese Thomas Högstedt, oggi affermato coach (Li Na, Caroline Wozniacki, Eugenie Bouchard, Maria Sharapova…), in finale contro il californiano Butch Walts – un nome da personaggio di film western e capace di estrarre servizi a velocità tutt’altro che modeste. Quella domenica pomeriggio, in coppia con il sudafricano Bernard Mitton, Walts alzò il trofeo del doppio, coronando quella che era la stagione del suo pieno rientro dopo malattia, due interventi chirurgici, chemioterapia e quindici chili persi.

Oggi, scoprire che in quella provincia emiliana snobbata dalla Via Emilia ha fatto tappa il circuito maggiore lascia stupiti anche diversi appassionati della stessa città – e non solo quelli meno attempati. Era il 1983 e, l’anno prima, la locale squadra di basket dal nome poco fantasioso (Pallacanestro Ferrara) si era guadagnata la promozione in serie A2 e con essa il nuovissimo palasport. Con la passione di un manipolo di ardimentosi sognatori, la possibilità di accaparrarsi un evento del circuito professionistico divenne realtà, dodici mesi dopo che quello stesso palazzetto che ancora odorava di vernice fresca vide esibirsi quattro personaggi non proprio nel fiore degli anni, ma ancora in grado di esprimere un grande tennis: Rod Laver, Ken Rosewall, Roy Emerson e Cliff Drysdale. “Trovarsi a cenare con quei quattro grandissimi del tennis è stata un’esperienza indimenticabile” racconta il professor Pierangelo Turatti, coinvolto nell’organizzazione di entrambe le manifestazioni. “Nonostante l’affluenza di pubblico per quella esibizione sia stata sotto le aspettative, l’anno successivo abbiamo colto l’opportunità di organizzare un evento del Grand Prix”.

 

A onor del vero, l’idea originale di Massimo Annesi, allora presidente del comitato provinciale FIT, era di portare in città un torneo di rilevanza nazionale. Lo spunto piacque a Paolo Francia, vice presidente federale oltre che giornalista per il Resto del Carlino e La Nazione, che suggerì un evento ben più importante: gli Internazionali d’Italia Indoor, torneo che si era disputato nella sua Bologna per quattro anni prima dell’edizione dell’anno precedente ad Ancona. “L’intervento di Paolo fu determinante per avere il torneo” ci spiega l’avvocato Annesi. “Io ero il responsabile del comitato organizzativo e lo sforzo necessario per quel tipo di manifestazione era notevole, ma riuscimmo a gestirlo nel migliore dei modi, anche con il supporto dell’amministrazione locale che si adoperò per farci avere il Palasport per la settimana del torneo. Una struttura che abbiamo adattato in tempi rapidissimi alle diverse esigenze del tennis rispetto alla pallacanestro”. Un ricordo che è rimasto a 36 anni di distanza? La soddisfazione del palazzetto pieno in occasione della finale come premio per l’ottimo lavoro svolto. A causa dell’impegno richiesto, anche e soprattutto economico, l’anno successivo il torneo migrò a Treviso per poi scomparire.

Un giorno c’era lo sciopero dei cameraman della Rai o qualcosa del genere, non ho una gran memoria per i dettagli” ci racconta Enrico, adolescente degli anni ’80 e oggi assiduo frequentatore dei tornei di quarta categoria. “In ogni caso, io me ne stavo defilato in un angolo di quella gradinata, che poi era la curva dei tifosi del basket, con il mio gilet rosa appena comprato e un paio di decine di persone”. Non cogliamo l’importanza del particolare relativo al gilet ma, nella speranza che sotto indossasse la camicia o almeno una maglietta, continuiamo ad ascoltare la sua storia. “Durante un cambio campo, arrivò uno dell’organizzazione invitando tutti a prendere posto nella parte centrale della tribuna in modo che le telecamere fisse non mostrassero il pubblico inevitabilmente sparuto del primo pomeriggio di lunedì o quello che era. Mentre gli altri ne approfittarono all’istante, questo tipo continuava a sperticarsi in inutili lodi sul posto offerto, incredulo davanti al mio rifiuto. Nulla di sorprendente: alla posizione laterale, in molti preferiscono la visione dall’angolo oppure quella da dietro, per abitudine ‘televisiva’. “Abitudine poca” chiarisce Enrico, “perché prima di quel torneo evitavo il tennis come la peste. Se proprio devo essere sincero sulle mie motivazioni, a parte che non volevo rischiare essere inquadrato mentre giravo la testa a destra e sinistra come uno scemo, da lì avevo una vista privilegiata su una raccattapalle. Una che frequentava la mia stessa scuola e mi piaceva.

Torniamo velocemente a rifugiarci nei ricordi di ben altro genere del professor Turatti, all’epoca dei fatti maestro di tennis e insegnante di educazione fisica che, per adempiere i propri compiti, dovette attendere l’autorizzazione del provveditorato che ne decretava il ‘distacco’. “Mi occupavo di tutto il necessario in campo, dai giudici di linea ai raccattapalle, dall’acqua agli asciugamani. E del campo stesso, nel senso che ho dato il mio contributo quando si è trattato di stendere il tappeto sul parquet” dice mentre estrae da una cartellina tutta la documentazione: il libriccino della manifestazione dal quale apprendiamo l’ammontare del prize money (75.000 dollari), lo schema disegnato a mano con la posizione dei giudici di linea, le ‘important instructions for all ball persons‘ (una copia anche in italiano), l’elenco dei raccattapalle con i loro numeri di telefono a cinque cifre e senza prefisso (sì, anche quello della compagna di scuola di Enrico).

Grazie a uno sforzo investigativo in verità piuttosto contenuto, abbiamo scovato un ex ball boy, Marco. Lo raggiungiamo sul telefono di casa: incredibile, ha lo stesso numero di un secolo fa. È la sera della vigilia di Natale e, dal tono, ci sembra incomprensibilmente perplesso – forse per l’argomento dell’intervista. Ci svela subito che allora era un agonista quindicenne allenato dal maestro Turatti. Un raccomandato? “Venivamo tutti da una scuola di tennis o da un’altra, ma ero molto contento di esserci perché il torneo sostituiva quello di Bologna in cui avevano giocato John McEnroe, Bjorn Borg e Yannick Noah, quindi mi aspettavo di trovarmi in campo con loro e altri di quel livello. Invece, mi è rimasto l’autografo di Högstedt….

Thomas Högstedt con Maria Sharapova, molti e molti anni dopo

Però, è stata una buona scusa per saltare un po’ di scuola. “Si cominciava alle dieci del mattino e l’impegno era per l’intera giornata, quindi ci dividevamo i giorni. Mi è toccato anche quello con i sette chilometri del ritorno in bicicletta sotto la neve e l’inevitabile sgridata dei miei”. Con il senno di poi, si può scorgere almeno un aspetto positivo: “Non c’era ancora la moda di chiedere l’asciugamano per poi rilanciarlo sudato al povero ragazzino. E quello che batteva non pretendeva tre o quattro palline in più per scegliere la coppia perfetta”. Infine, il peso della celebrità: “Tutti quelli che conoscevo sempre a dirmi di avermi visto in TV. Dopo un mese, ne hai abbastanza”. Vent’anni prima degli albori di YouTube – per tacere dei social media –, vedere qualcuno che incontri tutti i giorni comparire dal tubo catodico faceva ancora un certo effetto.

Carlo, ormai decisamente oltre la cinquantina, ha comprato la sua prima racchetta dopo essere andato ad assistere al torneo e propone una versione improbabile di quell’evento. “Capita qualche volta di parlarne negli spogliatoi del circolo. C’è chi si vanta di aver scoperto Guy Forget, subito seguito da quello che tira fuori la solita battuta «don’t forget Forget». Chi ne approfitta per ricordarmi che Hlasek ha iniziato a giocare tardi, a 15 anni, quindi non posso accampare scuse, e chi riporta, a suo dire, le prime coloritissime imprecazioni di Paolo Canè nel Tour. Tuttavia, la verità è che ha brillato una grandiosa attrazione, una star che, a conti fatti, è stata alla base della stessa esistenza del torneo: Vincent van Patten.” Storditi dall’iperbole, non colleghiamo immediatamente quel cognome al tennis anche se riattiva un ricordo sepolto: Dick van Patten. Già, l’attore che interpretava il ruolo di Tom, genitore di otto figli, nell’allora popolarissima serie La Famiglia Bradford era nella vita reale il padre di Vincent, ex n. 26 del mondo. “Poter dire di aver visto giocare Vince, il figlio di Tom Bradford, non ha prezzo” sospira Carlo. “È stato così che da vago curioso del tennis sono diventato un fanatico”.

Queste sono solo alcune delle tante piccole storie nate grazie a quell’evento la cui fugacità non gli ha però impedito di lasciare un segno ancora vivido nella memoria di chi c’era, di rinsaldare e amplificare vecchi entusiasmi e, in qualche caso, di accenderne di nuovi. Perché il vantaggio – per ora perduto – di avere dei tornei magari non prestigiosi ma a portata di mano, oltre all’occasione per gli appassionati di gustarsi dal vivo degli incontri di alto livello e di scoprire futuri campioni, è che ci puoi anche capitare per caso, per incontrare una ragazza o per vedere il figlio di un attore. A quel punto, però, è molto probabile che il tennis ti resti addosso.

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