Topspin: cosa ci dicono i dati di fine 2019

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Topspin: cosa ci dicono i dati di fine 2019

Diamo un’occhiata ai dati sulle rotazioni raccolti durante i due eventi conclusivi della stagione ATP, le Next Gen e il Master

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il topspin è la conditio sine qua non del tennis contemporaneo. Notoriamente, l’allargamento del sweet spot delle racchette a partire dai primi anni Ottanta ha fatto sì che fosse molto più agevole colpire con margine sulla rete, abbassando la percentuale di errori da fondo senza compromettere la pesantezza del colpo, ben lungi. In una sorta di corsa agli armamenti, impugnature e swing si sono evoluti di pari passo (come sottolineato dal New York Times), esacerbandone l’utilizzo, tant’è che oggi l’utilizzo del termine “colpi piatti” è meramente retorico, perché quasi tutti i colpi (specialmente i dritti) generano rotazione.

Allo stesso tempo, però, i dati vanno relativizzati, perché se è vero che tutti mettono rotazione sui colpi, è altresì innegabile che alcuni ne applichino molta più di altri, rendendo di fatto piatti i colpi meno arrotati nella percezione di chi li riceve, e uno stile di gioco non può che essere legato al modo in cui l’avversario vi si rapporta.

Un esercizio interessante (e per nulla sterile, in quanto ci dà un’idea di come le rotazioni influenzino i vari stili di gioco) è quindi di confrontare i dati dei vari giocatori all’interno di un torneo, ancorché limitati a pochi eventi – Tennis TV fornisce topspin rates solo per i 1000 e per le due Finals, NextGen e Master ‘dei grandi’.

 

E proprio di questi ultimi due tornei, vinti rispettivamente da Jannik Sinner e Stefanos Tsitsipas, si è occupato (il suo handle, probabile rimando a un suo connazionale, ancorché emigrato e naturalizzato britannico quale Kazuo Ishiguro, è “Vestige du jour”), utente di Twitter e fan di Nishikori che ha raccolto i dati disponibili per i 16 partecipanti ai due eventi di fine stagione (piccolo caveat: Tennis TV generalmente fornisce i dati in RPS, Rounds Per Second, ma l’utente ha scelto di convertirli in RPM, Round Per Minute, probabilmente per rendere più enfatiche le differenze fra i vari dati).

Trattandosi di dati parziali (si parla di campioni fra le tre e le cinque partite per giocatore), vanno presi con le pinze, ma si possono trarre alcune inferenze, tre delle quali sono a nostro parere più interessanti.

OMOLOGAZIONE – La prima, e più rilevante, riguarda l’evidente proporzionalità fra i due colpi da fondo per quasi tutti i giocatori considerati. Se si eccettuano Gronchi rosa come Tiafoe, il cui dritto viaggia sopra i 3000 RPM, oltre il doppio rispetto al rovescio (un’antinomia persino più lampante si noterebbe analizzando i dati di Cameron Norrie, non presente qui), o come un’istanza di Sinner, sopra i 2800 di rovescio contro 2200 di dritto (che però corrisponde al match con Ymer, finito 4-0 4-2 4-1, quindi troppo sbilanciato per essere attendibile), si può notare come quasi tutti i valori si situino nella fascia centrale, che rappresenta un rapporto fra rotazione del rovescio e del dritto che si attesta fra il 60 e il 65%.

In particolare, la stragrande maggioranza dei campioni si situa rispettivamente fra i 2700 e i 3000 di dritto, e fra i 1800 e i 2300 di rovescio, che sarebbero 45-50 e 30-38 in termini di RPS – in questa categoria troviamo Djokovic, un’istanza di Federer, un’istanza di Zverev, Humbert, Kecmanovic, Sinner, Davidovich Fokina, e Ymer, vale a dire la metà dei giocatori considerati, fra cui tanti dei giovani, un dato significativo su quale sia la formazione delle nuove leve.

La suddetta percentuale è confermata da un’altra tabella del nostro amico appassionato di statistica, vale a dire quella relativa alle cifre della stagione 2018, raccolte fra sei Masters 1000 (Miami, Montecarlo, Madrid, Roma, Canada, Cincinnati):

Un corollario di questa correlazione riguarda il dato molto basso di De Minaur e Medvedev, due giocatori con diversi aspetti in comune, soprattutto il dritto con presa eastern che li porta ad impattare la sfera senza troppa alternanza fra pronazione e supinazione dell’avambraccio, generando quindi meno spin. Il loro stile semi-piatto si estende anche al rovescio, però, e li fa classificare come contrattaccanti, data la loro abitudine ad appoggiarsi alla velocità dell’avversario con entrambi i colpi.

Ciò che ci preme sottolineare (e che si evince anche dai dati dei vari Simon, Murray, Mannarino, e ancor di più da quelli di Kukushkin) è che la loro inclusione in un immaginario di giocatori reattivi è una prima istanza che sfida le dicotomie classiche con cui quasi tutti i tifosi guardano ad attaccanti e difensori, di fatto creando una scollatura fra significante e significato. Fino a 15-20 anni fa, l’attaccante tirava forte su superfici veloci e il difensore tirava carico su superfici lente, mentre invece adesso gli attaccanti che amano sbracciare tendono a giocare meglio su superfici lente, mentre i sopracitati contrattaccanti rendono al meglio proprio indoor (perché consente un impatto pulito) e su superfici rapide – non consideriamo Medvedev alle Finals, in riserva da settimane. Questo è a nostro parere l’argomento più affascinante del gioco contemporaneo, e non c’è spazio per approfondirne l’eziologia qui (dai cambiamenti fisici a quelli degli strumenti a quelli delle superfici), ma sarebbe un soggetto importante per uno studio futuro, ed è comunque significativo notare come i numeri confermino questo cambiamento.

Chiudiamo questa prima fase sottolineando come sia fuori scala anche il nostro Matteo Berrettini, che ha fatto registrare il dritto più carico in assoluto (3600 RPM), a dispetto di un rovescio nella media, fra i 2000 e i 2100.

EVOLUZIONE – Il secondo spunto riguarda l’adattamento di campioni cresciuti sulla terra battuta (e.g. Nadal e Thiem, chiamarli terraioli sarebbe riduttivo) per avere successo sul Green Set indoor di Londra.

Nello specifico, si può fare un confronto con la seconda tabella di cui sopra. Come si può notare, il loro dato medio è sensibilmente più alto. Questo perché l’umidità abbassa il rimbalzo al chiuso, rendendo anodino il topspin e castigando posizioni particolarmente arretrate sul campo, obbligando perciò a cercare soluzioni più piatte (o sarebbe meglio dire meno arrotate), più avanzate (cosa che di contro li obbliga ad accorciare le aperture), e più verticali – questo dato è reso più che apodittico dalla nota di quest’ultima tabella, che riporta topspin più alti del 5-7% nei tre tornei più lenti, Miami (cemento tropicale, con condizioni molto più umide rispetto all’aria rarefatta di Madrid), Montecarlo, e Roma.

Il contrasto per l’austriaco è particolarmente sensibile, ed è sintomatico della sua enorme crescita tecnica sotto Massú, soprattutto per quanto riguarda l’attacco lungolinea con il rovescio in anticipo (conduttivo per la discesa a rete, e il tema del rovescio tornerà fra poco) e più in generale la posizione in campo, decisamente più avanzata.

Ribaltando il ragionamento, si può inferire che giocatori con dati simili che però hanno deluso in questi tornei, vale a dire Ruud e Berrettini (0-3 per il norvegese, 1-2 per l’azzurro), non abbiano ancora sviluppato la completezza di gioco necessaria per mutare la propria pelle tennistica in condizioni diverse. Ruud, in particolare, ha colpi arrotatissimi da entrambi i lati (che gli stanno portando bene in America Latina), ed è l’unico bimane che supera con frequenza i 2400 RPM, se si eccettua il match di Sinner di cui sopra.

LIMITAZIONE? – Un altro dato smentisce un assioma del tennis contemporaneo, perlomeno fra i fan, e cioè che il rovescio a una mano non abbia futuro perchè meno incisivo del corrispettivo bimane. Questo è un falso mito: come si può vedere, i tre rovesci single presenti alle ATP Finals (Federer, Tsitsipas, e Thiem) hanno sempre superato i 2100 RPM, risultando mediamente più pesanti rispetto a quasi tutti i rivali, e il dato diventa inequivocabile guardando la seconda tabella, nella quale tutti i rovesci superiori a 2300 (a parte Jaziri e Nadal) sono monomani.

Il problema del rovescio a una mano non è pertanto la sua assertività (una leva più lunga genera più spin e più velocità rispetto al punto d’impatto più vicino al corpo di un rovescio a due mani), quanto la sua praticità: infatti, la distanza del punto più impatto lo rende più problematico sulle palle alte (basti pensare alla diagonale sinistra che ha condannato Federer per anni contro Nadal), e soprattutto la necessità di sbracciare e di colpirlo di lato per farlo viaggiare al massimo lo limitano sulle superfici rapide, e nello scambio e in risposta – si potrebbe quasi dire che il suo limite sia proprio la poca versatilità e l’eccessiva macchinosità della sua potenza di fuoco, soprattutto per chi non ama giocare il rovescio tagliato.

Qualcuno potrebbe obiettare: sì, però tre semifinalisti su quattro alle Finals sono stati monomani, senza considerare che altri hanno raggiunto traguardi importanti durante la stagione indoor, vedi Shapovalov, Dimitrov, e Wawrinka. Verissimo, ma innanzitutto alcuni (Federer, il bulgaro, e il canadese) hanno una rapidità di braccio tale da potersi adattare perfettamente a questo tipo di condizioni, che per questo motivo sono anzi le loro preferite, vista anche l’efficacia dello slice di Roger e del suo epigono; e in secondo luogo, Thiem e Tsitsipas hanno dovuto apportare dei grandi cambiamenti tecnici per avere successo sul veloce, imparando ad anticipare e appiattire il colpo per non perdere campo – basta guardare a quanti più giocatori con questo colpo fanno bene sulla terra rispetto all’erba, proprio perché il rosso facilita la botta da lontano in risposta e nello scambio, mentre i prati di SW19 risultano indigesti a chiunque non si chiami Roger, un altro chiaro ribaltamento di vecchie dicotomie.

Vorremmo quindi concludere proprio su questa idea, e cioè che i numeri ci aiutano a mediare fra preconcetti e realtà dei fenomeni, ponendoci di fronte a considerazioni oggettive che di primo acchito potrebbero sembrare contro-intuitive. Il connubio contraccanti semi-piatti/rovescio a una mano (soprattutto in relazione alle superfici dove rendono al meglio) è la rappresentazione perfetta di questo concetto, perché se è vero che il topspin rate è solo un lato della medaglia, dall’altro questa è una statistica che potrebbe avere un ruolo nella formazione dei giovani tennisti, soprattutto alla luce di un gioco sempre più fondato sui punti rapidi (da zero a quattro colpi) e sulle soluzioni potenti, e che quindi potrebbe ampliare la forbice fra chi tira il colpo da KO diretto e chi tira quello d’incontro. Sarà questa la direzione del nostro sport?

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Roland Garros: la nuova copertura del Philippe Chatrier

Vi sveliamo i segreti architettonici del ‘nuovo’ centrale del Roland Garros, sperando che possa essere inaugurato già quest’anno. Non solo il tetto, ma tante altre innovazioni

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Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno in cui tutti e quattro i tornei del Grande Slam si sarebbero infine dotati di un campo centrale coperto, da utilizzare in caso di maltempo. La Rod Laver Arena è provvista di tetto retraibile fin dalla sua costruzione nel 1987; il Centre Court di Wimbledon dal 2009 e l’Arthur Ashe Stadium lo installò nel 2016. Mancava solo il mitico Court Philippe-Chatrier del Roland Garros, che avrebbe presentato al mondo la sua nuova copertura mobile se non fosse arrivato l’ondata epidemica a stravolgere e rinviare tutti i calendari sportivi di questa annata. C’è ancora speranza che il torneo francese possa disputarsi a settembre e le ultime dichiarazioni di Bernard Giudicelli a riguardo sono sembrate possibiliste. Si rimane in attesa di conferme, e inevitabilmente di buone notizie.

Sin dal 1891 lo Slam parigino si è sempre svolto sugli stessi campi del XVI Arrondissement, evolvendosi e allargandosi in quasi 130 anni di storia interrotta solo dalle due Guerre Mondiali. Il nuovo Philippe-Chatrier aveva già debuttato durante l’edizione 2019 del torneo e il primo match giocato nella nuova cornice vide la sconfitta di Kerber contro la russa Potapova. Nei giorni successivi al match point che ha consegnato a Rafa Nadal la sua dodicesima Coppa dei Moschettieri nell’atto conclusivo contro Thiem, è stato riaperto il cantiere del colossale progetto di rimordernizzazione dell’intera area in cui svolge il torneo che comprende la nuova Place des Mousquetaires dove sorgeva il Court 1, il nuovo Village Roland Garros, il Court Simonne-Mathieu (un vero gioiello tra le serre d’Auteuil), e una nuova sistemazione dei campi al Fonds des Princes.

Secondo il sito ufficiale dedicato al progetto l’intero costo dell’investimento della Féderation Francaise de Tennis raggiungerebbe i 380 milioni di Euro. L’intero edificio ha aumentato la sua larghezza di 10 metri ed di 15 metri più alto di prima, la capacità del campo Centrale è stata mantenuta a 15.000 posti, ma le nuove tribune offrono una migliore visuale agli spettatori e un miglior comfort a giocatori e media attraverso nuovi spazi ricavati al di sotto delle tribune.

 

Il progetto è stato affidato agli studi di architettura parigini ACD Girardet & Associates in partnership con Daniel Vaniche & Associates che hanno concepito un tetto composto da 11 travi a cassone in acciaio con un profilo che ricordano le ali di un aeroplano, in omaggio al pioniere che dell’aviazione che dà il nome al torneo.

Ognuna di queste “ali” pesa 350 tonnellate, ha un’altezza di circa 3 metri e copre una luce di oltre 100 metri. Collegate l’una con l’altra sono innestate su due rotaie principali sui lati lunghi dello stadio permettendo il loro scorrimento. Il sistema di apertura e chiusura è alimentato da motori elettrici e azionando il meccanismo da un computer è possibile di coprire l’intera superficie di 10.000 metri quadrati in quindici minuti, in modo tale da non raffreddare eccessivamente gli atleti impegnati in un match.

Nella realizzazione di questa struttura vi è anche un’importante presenza italiana di cui essere orgogliosi: gli elementi della copertura sono stati studiati e pre-fabbricati dall’azienda italiana Cimolai, azienda impegnata in tutto il mondo in progetti di ingegneria metallica con sede in Friuli-Venezia-Giulia. Ognuna delle undici ali è stata suddivisa in sette tronconi realizzati in Italia, in seguito consegnati e assemblati nell’allée centrale del Roland Garros e infine issate sui carrelli sopra le tribune tramite due gru comandate via joystick.


Pietro Tovaglieri, architetto

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Opinioni

L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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