Topspin: cosa ci dicono i dati di fine 2019

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Topspin: cosa ci dicono i dati di fine 2019

Diamo un’occhiata ai dati sulle rotazioni raccolti durante i due eventi conclusivi della stagione ATP, le Next Gen e il Master

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
 

Il topspin è la conditio sine qua non del tennis contemporaneo. Notoriamente, l’allargamento del sweet spot delle racchette a partire dai primi anni Ottanta ha fatto sì che fosse molto più agevole colpire con margine sulla rete, abbassando la percentuale di errori da fondo senza compromettere la pesantezza del colpo, ben lungi. In una sorta di corsa agli armamenti, impugnature e swing si sono evoluti di pari passo (come sottolineato dal New York Times), esacerbandone l’utilizzo, tant’è che oggi l’utilizzo del termine “colpi piatti” è meramente retorico, perché quasi tutti i colpi (specialmente i dritti) generano rotazione.

Allo stesso tempo, però, i dati vanno relativizzati, perché se è vero che tutti mettono rotazione sui colpi, è altresì innegabile che alcuni ne applichino molta più di altri, rendendo di fatto piatti i colpi meno arrotati nella percezione di chi li riceve, e uno stile di gioco non può che essere legato al modo in cui l’avversario vi si rapporta.

Un esercizio interessante (e per nulla sterile, in quanto ci dà un’idea di come le rotazioni influenzino i vari stili di gioco) è quindi di confrontare i dati dei vari giocatori all’interno di un torneo, ancorché limitati a pochi eventi – Tennis TV fornisce topspin rates solo per i 1000 e per le due Finals, NextGen e Master ‘dei grandi’.

 

E proprio di questi ultimi due tornei, vinti rispettivamente da Jannik Sinner e Stefanos Tsitsipas, si è occupato (il suo handle, probabile rimando a un suo connazionale, ancorché emigrato e naturalizzato britannico quale Kazuo Ishiguro, è “Vestige du jour”), utente di Twitter e fan di Nishikori che ha raccolto i dati disponibili per i 16 partecipanti ai due eventi di fine stagione (piccolo caveat: Tennis TV generalmente fornisce i dati in RPS, Rounds Per Second, ma l’utente ha scelto di convertirli in RPM, Round Per Minute, probabilmente per rendere più enfatiche le differenze fra i vari dati).

Trattandosi di dati parziali (si parla di campioni fra le tre e le cinque partite per giocatore), vanno presi con le pinze, ma si possono trarre alcune inferenze, tre delle quali sono a nostro parere più interessanti.

OMOLOGAZIONE – La prima, e più rilevante, riguarda l’evidente proporzionalità fra i due colpi da fondo per quasi tutti i giocatori considerati. Se si eccettuano Gronchi rosa come Tiafoe, il cui dritto viaggia sopra i 3000 RPM, oltre il doppio rispetto al rovescio (un’antinomia persino più lampante si noterebbe analizzando i dati di Cameron Norrie, non presente qui), o come un’istanza di Sinner, sopra i 2800 di rovescio contro 2200 di dritto (che però corrisponde al match con Ymer, finito 4-0 4-2 4-1, quindi troppo sbilanciato per essere attendibile), si può notare come quasi tutti i valori si situino nella fascia centrale, che rappresenta un rapporto fra rotazione del rovescio e del dritto che si attesta fra il 60 e il 65%.

In particolare, la stragrande maggioranza dei campioni si situa rispettivamente fra i 2700 e i 3000 di dritto, e fra i 1800 e i 2300 di rovescio, che sarebbero 45-50 e 30-38 in termini di RPS – in questa categoria troviamo Djokovic, un’istanza di Federer, un’istanza di Zverev, Humbert, Kecmanovic, Sinner, Davidovich Fokina, e Ymer, vale a dire la metà dei giocatori considerati, fra cui tanti dei giovani, un dato significativo su quale sia la formazione delle nuove leve.

La suddetta percentuale è confermata da un’altra tabella del nostro amico appassionato di statistica, vale a dire quella relativa alle cifre della stagione 2018, raccolte fra sei Masters 1000 (Miami, Montecarlo, Madrid, Roma, Canada, Cincinnati):

Un corollario di questa correlazione riguarda il dato molto basso di De Minaur e Medvedev, due giocatori con diversi aspetti in comune, soprattutto il dritto con presa eastern che li porta ad impattare la sfera senza troppa alternanza fra pronazione e supinazione dell’avambraccio, generando quindi meno spin. Il loro stile semi-piatto si estende anche al rovescio, però, e li fa classificare come contrattaccanti, data la loro abitudine ad appoggiarsi alla velocità dell’avversario con entrambi i colpi.

Ciò che ci preme sottolineare (e che si evince anche dai dati dei vari Simon, Murray, Mannarino, e ancor di più da quelli di Kukushkin) è che la loro inclusione in un immaginario di giocatori reattivi è una prima istanza che sfida le dicotomie classiche con cui quasi tutti i tifosi guardano ad attaccanti e difensori, di fatto creando una scollatura fra significante e significato. Fino a 15-20 anni fa, l’attaccante tirava forte su superfici veloci e il difensore tirava carico su superfici lente, mentre invece adesso gli attaccanti che amano sbracciare tendono a giocare meglio su superfici lente, mentre i sopracitati contrattaccanti rendono al meglio proprio indoor (perché consente un impatto pulito) e su superfici rapide – non consideriamo Medvedev alle Finals, in riserva da settimane. Questo è a nostro parere l’argomento più affascinante del gioco contemporaneo, e non c’è spazio per approfondirne l’eziologia qui (dai cambiamenti fisici a quelli degli strumenti a quelli delle superfici), ma sarebbe un soggetto importante per uno studio futuro, ed è comunque significativo notare come i numeri confermino questo cambiamento.

Chiudiamo questa prima fase sottolineando come sia fuori scala anche il nostro Matteo Berrettini, che ha fatto registrare il dritto più carico in assoluto (3600 RPM), a dispetto di un rovescio nella media, fra i 2000 e i 2100.

EVOLUZIONE – Il secondo spunto riguarda l’adattamento di campioni cresciuti sulla terra battuta (e.g. Nadal e Thiem, chiamarli terraioli sarebbe riduttivo) per avere successo sul Green Set indoor di Londra.

Nello specifico, si può fare un confronto con la seconda tabella di cui sopra. Come si può notare, il loro dato medio è sensibilmente più alto. Questo perché l’umidità abbassa il rimbalzo al chiuso, rendendo anodino il topspin e castigando posizioni particolarmente arretrate sul campo, obbligando perciò a cercare soluzioni più piatte (o sarebbe meglio dire meno arrotate), più avanzate (cosa che di contro li obbliga ad accorciare le aperture), e più verticali – questo dato è reso più che apodittico dalla nota di quest’ultima tabella, che riporta topspin più alti del 5-7% nei tre tornei più lenti, Miami (cemento tropicale, con condizioni molto più umide rispetto all’aria rarefatta di Madrid), Montecarlo, e Roma.

Il contrasto per l’austriaco è particolarmente sensibile, ed è sintomatico della sua enorme crescita tecnica sotto Massú, soprattutto per quanto riguarda l’attacco lungolinea con il rovescio in anticipo (conduttivo per la discesa a rete, e il tema del rovescio tornerà fra poco) e più in generale la posizione in campo, decisamente più avanzata.

Ribaltando il ragionamento, si può inferire che giocatori con dati simili che però hanno deluso in questi tornei, vale a dire Ruud e Berrettini (0-3 per il norvegese, 1-2 per l’azzurro), non abbiano ancora sviluppato la completezza di gioco necessaria per mutare la propria pelle tennistica in condizioni diverse. Ruud, in particolare, ha colpi arrotatissimi da entrambi i lati (che gli stanno portando bene in America Latina), ed è l’unico bimane che supera con frequenza i 2400 RPM, se si eccettua il match di Sinner di cui sopra.

LIMITAZIONE? – Un altro dato smentisce un assioma del tennis contemporaneo, perlomeno fra i fan, e cioè che il rovescio a una mano non abbia futuro perchè meno incisivo del corrispettivo bimane. Questo è un falso mito: come si può vedere, i tre rovesci single presenti alle ATP Finals (Federer, Tsitsipas, e Thiem) hanno sempre superato i 2100 RPM, risultando mediamente più pesanti rispetto a quasi tutti i rivali, e il dato diventa inequivocabile guardando la seconda tabella, nella quale tutti i rovesci superiori a 2300 (a parte Jaziri e Nadal) sono monomani.

Il problema del rovescio a una mano non è pertanto la sua assertività (una leva più lunga genera più spin e più velocità rispetto al punto d’impatto più vicino al corpo di un rovescio a due mani), quanto la sua praticità: infatti, la distanza del punto più impatto lo rende più problematico sulle palle alte (basti pensare alla diagonale sinistra che ha condannato Federer per anni contro Nadal), e soprattutto la necessità di sbracciare e di colpirlo di lato per farlo viaggiare al massimo lo limitano sulle superfici rapide, e nello scambio e in risposta – si potrebbe quasi dire che il suo limite sia proprio la poca versatilità e l’eccessiva macchinosità della sua potenza di fuoco, soprattutto per chi non ama giocare il rovescio tagliato.

Qualcuno potrebbe obiettare: sì, però tre semifinalisti su quattro alle Finals sono stati monomani, senza considerare che altri hanno raggiunto traguardi importanti durante la stagione indoor, vedi Shapovalov, Dimitrov, e Wawrinka. Verissimo, ma innanzitutto alcuni (Federer, il bulgaro, e il canadese) hanno una rapidità di braccio tale da potersi adattare perfettamente a questo tipo di condizioni, che per questo motivo sono anzi le loro preferite, vista anche l’efficacia dello slice di Roger e del suo epigono; e in secondo luogo, Thiem e Tsitsipas hanno dovuto apportare dei grandi cambiamenti tecnici per avere successo sul veloce, imparando ad anticipare e appiattire il colpo per non perdere campo – basta guardare a quanti più giocatori con questo colpo fanno bene sulla terra rispetto all’erba, proprio perché il rosso facilita la botta da lontano in risposta e nello scambio, mentre i prati di SW19 risultano indigesti a chiunque non si chiami Roger, un altro chiaro ribaltamento di vecchie dicotomie.

Vorremmo quindi concludere proprio su questa idea, e cioè che i numeri ci aiutano a mediare fra preconcetti e realtà dei fenomeni, ponendoci di fronte a considerazioni oggettive che di primo acchito potrebbero sembrare contro-intuitive. Il connubio contraccanti semi-piatti/rovescio a una mano (soprattutto in relazione alle superfici dove rendono al meglio) è la rappresentazione perfetta di questo concetto, perché se è vero che il topspin rate è solo un lato della medaglia, dall’altro questa è una statistica che potrebbe avere un ruolo nella formazione dei giovani tennisti, soprattutto alla luce di un gioco sempre più fondato sui punti rapidi (da zero a quattro colpi) e sulle soluzioni potenti, e che quindi potrebbe ampliare la forbice fra chi tira il colpo da KO diretto e chi tira quello d’incontro. Sarà questa la direzione del nostro sport?

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Coppa Davis

Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il suo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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Swiatek piglia tutto e la sorpresa Bouzkova. Ecco le giocatrici più vincenti del 2022

Iga Swiatek si conferma la vera dominatrice del circuito WTA del 2022. Seguono Simona Halep e, un po’ a sorpresa, la ceca Marie Bouzkova. Ecco le 10 giocatrici con la miglior percentuale di vittorie nel 2022

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Archiviata la stagione 2022, è tempo di bilanci e statistiche. Anche quest’anno, ci troviamo a fare i conti con una stagione compromessa dal conflitto bellico e soprattutto, quando si parla del circuito femminile, con la tournée asiatica ancora cancellata dal calendario, con motivazioni che vanno al di là della situazione pandemica. Sono note le posizioni della WTA dopo il caso Peng Shuai e non si sa quando e se si potrà tornare a disputare i tornei d’Oriente.

Il ban per le atlete russe e bielorusse che non hanno potuto partecipare allo Slam londinese pregiudica inevitabilmente qualsiasi statistica sui rendimenti di fine anno, ivi compresa la classifica stessa poiché, lo ricordiamo, non sono stati assegnati punti. E nel mondo del tennis femminile sono mancate diverse giocatrici di prima fascia come Aryna Sabalenka, Darja Kasatkina e Vika Azarenka.

In ogni caso, la classifica stilata in base al rapporto vittorie/sconfitte ottenuto durante la stagione può fornire ottimi spunti per una riflessione di fine anno. Non sorprende che a guidare anche questa classifica sia la numero 1 del mondo Iga Swiatek, l’unica capace di superare l’80% e anzi, di avvicinarsi pericolosamente al 90% di vittorie. Di ben 76 match disputati, la 21enne polacca ha perso solo 9 incontri. Sono numeri sorprendenti. Nessun’altra ha giocato quanto lei, nessun’altra ha vinto quanto lei. Da febbraio a luglio, Iga ha messo a segno 35 vittorie consecutive (compresi due incontri di BJK Cup) e nella stagione sulla terra rossa dove meglio si esprime il suo tennis ha interpretato il ruolo di Rafael Nadal al femminile. La sua percentuale l’88.2% è inarrivabile per le sue colleghe.

Al secondo posto figura la sempiterna Simona Halep. Numero 10 del ranking, da quest’anno è allieva di Patrick Mouratoglou, nel finale di stagione è stata sospesa per doping.

La 31enne di Costanza ha giocato 50 match durante la stagione, vincendone ben 39, ottenendo una buona percentuale del 78% – dieci punti percentuali sotto la prima in classifica. Una stagione per Simona un po’ avara di risultati, soprattutto a livello Slam: solo una semifinale a Wimbledon e due titoli (Melbourne 1 e Rogers Cup) e la cocente uscita al primo turno degli US Open contro la qualificata Daria Snigur.

Segue, col 75% Marie Bouzkova. La 24enne ceca ha conquistato quest’anno il suo primo titolo al WTA 250 di Praga. Ha iniziato l’anno come numero 90 del ranking e grazie alle 42 vittorie ottenute (12 delle quali ottenute a livello di qualificazioni), chiude l’anno alla posizione 25, suo best ranking.

Al quarto posto, la numero 2 del mondo Ons Jabeur. La tunisina ha giocato 64 partite vincendone 47 (73.4% di vittorie) ed è stata l’unica apparente antagonista del dominio di Swiatek. Apparente perché, in realtà, negli scontri diretti finora sta dominando (2-0 nel 2022) ma confidiamo in un 2023 complessivamente più combattuto tra le due. Jabeur ha subito la pressione nelle fasi finali dei tornei più importanti (US Open in particolar modo) e speriamo che abbia fatto tesoro delle emozioni vissute e che si faccia trovare pronta per scalzare la trono l’indiscussa regina.

Amanda Anisimova e Belinda Bencic sono vicine con il 70.2% e il 70% di vittorie. L’americana è quella, in questa speciale classifica, che ha giocato meno partite durante l’anno – solo 47. Ha ottenuto il suo primo titolo nel WTA 250 di Melbourne 2 ad inizio anno dove ha iniziato al 78° posto del ranking; conclude l’anno al numero 23 e i quarti raggiunti a Wimbledon. La svizzera, che è scesa in campo in 60 incontri, chiude l’anno a ridosso della top 10 (12° posto), il titolo al WTA 500 di Charleston (vincendo in finale su Ons Jabeur, in una delle partite più belle dell’anno) e l’affermazione in BJK Cup.

Poco distante col 69.7% la “Maestra” 2022 Caroline Garcia, protagonista di un favoloso finale di stagione che la vede finalmente rientrare nelle posizioni che contano. La francese, dopo il grande exploit del 2017, aveva perso efficacia e consistenza, a partire del movimento del servizio che continuava a cambiare. La decisione di aver lasciato il padre-coach sembra averla liberata dei vecchi fantasmi; il 2023 per lei sarà l’anno della conferma e vedremo se sarà capace di gestire la pressione.

Sorprende la presenza in questa classifica della rumena Ana Bogdan. 30 anni, numero 48 del ranking non ha mai vinto un titolo WTA. Quest’anno ha frequentato per lo più tornei minori (WTA 125 e 250) e con le 36 vittorie conquistate, ha costruito la sua classifica attuale che le permetterà di entrare in tabellone nel primo Slam dell’anno.

La vera sorpresa di quest’anno è stata la brasiliana Beatriz Haddad-Maia che ottiene il 68.1% di vittorie ed è l’unica ad aver giocato più di 70 partite nell’anno insieme a Swiatek. A giugno ha sorpreso l’intero mondo della racchetta con due titoli consecutivi – i primi della sua carriera – sull’erba di Nottingham prima e su quella di Birmingham poi, incasellando 13 vittorie consecutive fino alla semifinale di Eastbourne. Ancora, si è spinta fino alla finale della Rogers Cup, persa solo al terzo set dopo un’estenuante lotta contro una mai doma Simona Halep. La mancina di San Paolo ha un gioco fantasioso e divertente che si esprime al meglio con le superfici veloci. La posizione al numero 15 del ranking le garantisce di essere testa di serie al prossimo Australian Open.

In ultima posizione troviamo l’americana Jessica Pegula, numero 3 del ranking. Delle 54 partite giocate, la numero 1 più ignorata della storia del tennis a stelle e strisce ne ha vinte 42 per un 66.7% di vittorie nella stagione. Ha vinto il suo primo titolo, il WTA 1000 di Guadalajara alla fine dell’anno; rispetto alle sue colleghe, la 28enne di Buffalo si distingue per la sua costanza di rendimento che le consente di esserci nelle fasi finali dei grandi tornei a cui partecipa. Nel primo Slam dell’anno potrà sicuramente dire la sua. Infine, una menzione speciale per la grande assente di quest’anno, Ashleigh Barty che si è ritirata dopo aver vinto gli Australian Open

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Vittorio Selmi, un’enciclopedia tennistica: “Quanti ricordi al Palalido, l’epoca d’oro degli svedesi e quella storica nevicata del 1985…” [AUDIO ESCLUSIVO]

L’enciclopedia del tennis Vittorio Selmi rievoca i ricordi delle edizioni più speciali del torneo di Milano. Attualmente nel capoluogo lombardo si svolgono le Next Gen ATP Finals, ma in passato sono passati tanti giocatori e ci sono tante storie da raccontare.
Selmi ricorda il torneo del 1984, quello vinto da Stefan Edberg. Nel 1983 lo svedese aveva fatto il Grande Slam a livello junior, mentre nel 1984 ha cominciato la carriera da professionista. Dopo la sconfitta nelle qualificazioni di Bruxelles riuscì ad avere la wild card a Rotterdam grazie a una rinuncia in tabellone che permise agli organizzatori di liberare e riassegnare l’invito. In Olanda arrivò in semifinale battendo gli americani Chip Hooper, Johan Kriek ed Eliot Teltscher prima di perdere da Ivan Lendl. Grazie a questa semifinale ottenne lo special exempt per giocare a Milano dove vinse il torneo vincendo contro Mats Wilander in finale. Un incrocio non casuale, visto che la fidanzata di Wilander, Annette, sarebbe diventata poi la moglie di Edberg, in un matrimonio che va ancora avanti.

L’ex direttore dell’ATP sposta il suo focus sul torneo del 2001: in questa stagione il torneo di Milano torna al Palalido dopo esser stato al Palatrussardi e al Forum di Assago. Nell’edizione 2001 vince il suo primo titolo ATP un Roger Federer ventenne. Nella finale di quel torneo succede un episodio curioso: Lars Graff, arbitro di quella partita, si confonde dopo il secondo set. Avrebbe dovuto servire per primo Julien Butter, mentre servì per primo Federer e la partita si concluse con un break sul 5-4 del set decisivo.

 

Nel 2002 Federer si presenta a Milano da campione in carica e incontra in finale Davide Sanguinetti. L’italiano batte in semifinale Ferrero testa di serie numero 2, mentre in finale riesce a spuntarla su Federer in tre set recuperando nel primo set da 4-1. Sanguinetti aveva studiato negli Stati Uniti ed era poco conosciuto in Italia, ma proprio per la formazione oltreoceano giocava particolarmente bene sui campi veloci.

L’ultima edizione fu nel 2005 con la vittoria di Robin Soderling contro Radek Stepanek: proprio nell’estate del 2005 il direttore del torneo Franco Bartoni morì e il torneo fu ceduto fino a scomparire dal calendario ATP. Nel 2003 e nel 2004 ci furono vittorie a sorpresa come quelle di Martin Verkerk e Antony Dupuis.

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