Topspin: cosa ci dicono i dati di fine 2019

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Topspin: cosa ci dicono i dati di fine 2019

Diamo un’occhiata ai dati sulle rotazioni raccolti durante i due eventi conclusivi della stagione ATP, le Next Gen e il Master

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il topspin è la conditio sine qua non del tennis contemporaneo. Notoriamente, l’allargamento del sweet spot delle racchette a partire dai primi anni Ottanta ha fatto sì che fosse molto più agevole colpire con margine sulla rete, abbassando la percentuale di errori da fondo senza compromettere la pesantezza del colpo, ben lungi. In una sorta di corsa agli armamenti, impugnature e swing si sono evoluti di pari passo (come sottolineato dal New York Times), esacerbandone l’utilizzo, tant’è che oggi l’utilizzo del termine “colpi piatti” è meramente retorico, perché quasi tutti i colpi (specialmente i dritti) generano rotazione.

Allo stesso tempo, però, i dati vanno relativizzati, perché se è vero che tutti mettono rotazione sui colpi, è altresì innegabile che alcuni ne applichino molta più di altri, rendendo di fatto piatti i colpi meno arrotati nella percezione di chi li riceve, e uno stile di gioco non può che essere legato al modo in cui l’avversario vi si rapporta.

Un esercizio interessante (e per nulla sterile, in quanto ci dà un’idea di come le rotazioni influenzino i vari stili di gioco) è quindi di confrontare i dati dei vari giocatori all’interno di un torneo, ancorché limitati a pochi eventi – Tennis TV fornisce topspin rates solo per i 1000 e per le due Finals, NextGen e Master ‘dei grandi’.

 

E proprio di questi ultimi due tornei, vinti rispettivamente da Jannik Sinner e Stefanos Tsitsipas, si è occupato (il suo handle, probabile rimando a un suo connazionale, ancorché emigrato e naturalizzato britannico quale Kazuo Ishiguro, è “Vestige du jour”), utente di Twitter e fan di Nishikori che ha raccolto i dati disponibili per i 16 partecipanti ai due eventi di fine stagione (piccolo caveat: Tennis TV generalmente fornisce i dati in RPS, Rounds Per Second, ma l’utente ha scelto di convertirli in RPM, Round Per Minute, probabilmente per rendere più enfatiche le differenze fra i vari dati).

Trattandosi di dati parziali (si parla di campioni fra le tre e le cinque partite per giocatore), vanno presi con le pinze, ma si possono trarre alcune inferenze, tre delle quali sono a nostro parere più interessanti.

OMOLOGAZIONE – La prima, e più rilevante, riguarda l’evidente proporzionalità fra i due colpi da fondo per quasi tutti i giocatori considerati. Se si eccettuano Gronchi rosa come Tiafoe, il cui dritto viaggia sopra i 3000 RPM, oltre il doppio rispetto al rovescio (un’antinomia persino più lampante si noterebbe analizzando i dati di Cameron Norrie, non presente qui), o come un’istanza di Sinner, sopra i 2800 di rovescio contro 2200 di dritto (che però corrisponde al match con Ymer, finito 4-0 4-2 4-1, quindi troppo sbilanciato per essere attendibile), si può notare come quasi tutti i valori si situino nella fascia centrale, che rappresenta un rapporto fra rotazione del rovescio e del dritto che si attesta fra il 60 e il 65%.

In particolare, la stragrande maggioranza dei campioni si situa rispettivamente fra i 2700 e i 3000 di dritto, e fra i 1800 e i 2300 di rovescio, che sarebbero 45-50 e 30-38 in termini di RPS – in questa categoria troviamo Djokovic, un’istanza di Federer, un’istanza di Zverev, Humbert, Kecmanovic, Sinner, Davidovich Fokina, e Ymer, vale a dire la metà dei giocatori considerati, fra cui tanti dei giovani, un dato significativo su quale sia la formazione delle nuove leve.

La suddetta percentuale è confermata da un’altra tabella del nostro amico appassionato di statistica, vale a dire quella relativa alle cifre della stagione 2018, raccolte fra sei Masters 1000 (Miami, Montecarlo, Madrid, Roma, Canada, Cincinnati):

Un corollario di questa correlazione riguarda il dato molto basso di De Minaur e Medvedev, due giocatori con diversi aspetti in comune, soprattutto il dritto con presa eastern che li porta ad impattare la sfera senza troppa alternanza fra pronazione e supinazione dell’avambraccio, generando quindi meno spin. Il loro stile semi-piatto si estende anche al rovescio, però, e li fa classificare come contrattaccanti, data la loro abitudine ad appoggiarsi alla velocità dell’avversario con entrambi i colpi.

Ciò che ci preme sottolineare (e che si evince anche dai dati dei vari Simon, Murray, Mannarino, e ancor di più da quelli di Kukushkin) è che la loro inclusione in un immaginario di giocatori reattivi è una prima istanza che sfida le dicotomie classiche con cui quasi tutti i tifosi guardano ad attaccanti e difensori, di fatto creando una scollatura fra significante e significato. Fino a 15-20 anni fa, l’attaccante tirava forte su superfici veloci e il difensore tirava carico su superfici lente, mentre invece adesso gli attaccanti che amano sbracciare tendono a giocare meglio su superfici lente, mentre i sopracitati contrattaccanti rendono al meglio proprio indoor (perché consente un impatto pulito) e su superfici rapide – non consideriamo Medvedev alle Finals, in riserva da settimane. Questo è a nostro parere l’argomento più affascinante del gioco contemporaneo, e non c’è spazio per approfondirne l’eziologia qui (dai cambiamenti fisici a quelli degli strumenti a quelli delle superfici), ma sarebbe un soggetto importante per uno studio futuro, ed è comunque significativo notare come i numeri confermino questo cambiamento.

Chiudiamo questa prima fase sottolineando come sia fuori scala anche il nostro Matteo Berrettini, che ha fatto registrare il dritto più carico in assoluto (3600 RPM), a dispetto di un rovescio nella media, fra i 2000 e i 2100.

EVOLUZIONE – Il secondo spunto riguarda l’adattamento di campioni cresciuti sulla terra battuta (e.g. Nadal e Thiem, chiamarli terraioli sarebbe riduttivo) per avere successo sul Green Set indoor di Londra.

Nello specifico, si può fare un confronto con la seconda tabella di cui sopra. Come si può notare, il loro dato medio è sensibilmente più alto. Questo perché l’umidità abbassa il rimbalzo al chiuso, rendendo anodino il topspin e castigando posizioni particolarmente arretrate sul campo, obbligando perciò a cercare soluzioni più piatte (o sarebbe meglio dire meno arrotate), più avanzate (cosa che di contro li obbliga ad accorciare le aperture), e più verticali – questo dato è reso più che apodittico dalla nota di quest’ultima tabella, che riporta topspin più alti del 5-7% nei tre tornei più lenti, Miami (cemento tropicale, con condizioni molto più umide rispetto all’aria rarefatta di Madrid), Montecarlo, e Roma.

Il contrasto per l’austriaco è particolarmente sensibile, ed è sintomatico della sua enorme crescita tecnica sotto Massú, soprattutto per quanto riguarda l’attacco lungolinea con il rovescio in anticipo (conduttivo per la discesa a rete, e il tema del rovescio tornerà fra poco) e più in generale la posizione in campo, decisamente più avanzata.

Ribaltando il ragionamento, si può inferire che giocatori con dati simili che però hanno deluso in questi tornei, vale a dire Ruud e Berrettini (0-3 per il norvegese, 1-2 per l’azzurro), non abbiano ancora sviluppato la completezza di gioco necessaria per mutare la propria pelle tennistica in condizioni diverse. Ruud, in particolare, ha colpi arrotatissimi da entrambi i lati (che gli stanno portando bene in America Latina), ed è l’unico bimane che supera con frequenza i 2400 RPM, se si eccettua il match di Sinner di cui sopra.

LIMITAZIONE? – Un altro dato smentisce un assioma del tennis contemporaneo, perlomeno fra i fan, e cioè che il rovescio a una mano non abbia futuro perchè meno incisivo del corrispettivo bimane. Questo è un falso mito: come si può vedere, i tre rovesci single presenti alle ATP Finals (Federer, Tsitsipas, e Thiem) hanno sempre superato i 2100 RPM, risultando mediamente più pesanti rispetto a quasi tutti i rivali, e il dato diventa inequivocabile guardando la seconda tabella, nella quale tutti i rovesci superiori a 2300 (a parte Jaziri e Nadal) sono monomani.

Il problema del rovescio a una mano non è pertanto la sua assertività (una leva più lunga genera più spin e più velocità rispetto al punto d’impatto più vicino al corpo di un rovescio a due mani), quanto la sua praticità: infatti, la distanza del punto più impatto lo rende più problematico sulle palle alte (basti pensare alla diagonale sinistra che ha condannato Federer per anni contro Nadal), e soprattutto la necessità di sbracciare e di colpirlo di lato per farlo viaggiare al massimo lo limitano sulle superfici rapide, e nello scambio e in risposta – si potrebbe quasi dire che il suo limite sia proprio la poca versatilità e l’eccessiva macchinosità della sua potenza di fuoco, soprattutto per chi non ama giocare il rovescio tagliato.

Qualcuno potrebbe obiettare: sì, però tre semifinalisti su quattro alle Finals sono stati monomani, senza considerare che altri hanno raggiunto traguardi importanti durante la stagione indoor, vedi Shapovalov, Dimitrov, e Wawrinka. Verissimo, ma innanzitutto alcuni (Federer, il bulgaro, e il canadese) hanno una rapidità di braccio tale da potersi adattare perfettamente a questo tipo di condizioni, che per questo motivo sono anzi le loro preferite, vista anche l’efficacia dello slice di Roger e del suo epigono; e in secondo luogo, Thiem e Tsitsipas hanno dovuto apportare dei grandi cambiamenti tecnici per avere successo sul veloce, imparando ad anticipare e appiattire il colpo per non perdere campo – basta guardare a quanti più giocatori con questo colpo fanno bene sulla terra rispetto all’erba, proprio perché il rosso facilita la botta da lontano in risposta e nello scambio, mentre i prati di SW19 risultano indigesti a chiunque non si chiami Roger, un altro chiaro ribaltamento di vecchie dicotomie.

Vorremmo quindi concludere proprio su questa idea, e cioè che i numeri ci aiutano a mediare fra preconcetti e realtà dei fenomeni, ponendoci di fronte a considerazioni oggettive che di primo acchito potrebbero sembrare contro-intuitive. Il connubio contraccanti semi-piatti/rovescio a una mano (soprattutto in relazione alle superfici dove rendono al meglio) è la rappresentazione perfetta di questo concetto, perché se è vero che il topspin rate è solo un lato della medaglia, dall’altro questa è una statistica che potrebbe avere un ruolo nella formazione dei giovani tennisti, soprattutto alla luce di un gioco sempre più fondato sui punti rapidi (da zero a quattro colpi) e sulle soluzioni potenti, e che quindi potrebbe ampliare la forbice fra chi tira il colpo da KO diretto e chi tira quello d’incontro. Sarà questa la direzione del nostro sport?

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Australian Open

Berrettini-Nadal, una vigilia tormentata più per noi che per loro. Il torneo l’hanno già vinto

Chi ha più da perdere? Forse Nadal. Però lui non ha mai sofferto troppo le grandi pressioni. E non crede di averla questa volta. Matteo: diventare top-5, battere un top-5, conquistare una seconda finale Slam…forse ne ha più lui

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Sono curioso di apprendere da Eurosport-Discovery il numero dei connessi, via tv, computer, streaming, dispositivi vari, che avranno messo la sveglia alle 4:30 del mattino per seguire il duello Nadal-Berrettini.

Sarà come mettere il termometro alla passione dei fans italiani. Immagino si possano sapere anche i dati di chi ha registrato la partita per vederla con maggior agio.

Chi lavora e deve andare in ufficio per le 8:30 quale opzione avrà esercitato?

Io la sveglia l’ho messa. A volta è accaduto che io fossi fuori per una cena che non potevo mancare e ho registrato una partita (di tennis o della Fiorentina) per vedermela al mio ritorno, ma una semifinale di uno Slam in Australia è un unicum… e poi il rischio che qualcuno mi mandi un WhatsApp che mi dica il risultato di Berrettini-Nadal, quale che fosse, mi rovinerebbe tutto il gusto.

Né posso staccare il telefono per 3 o anche 4 ore al mio risveglio per evitare che qualcuno mi chiami o mi messaggi dicendomi che è successo.

Che cosa succederà davvero non lo so. Mi chiedo anche, nella sera italiana della vigilia, che caldo possa fare alle 14 del pomeriggio in Australia. Con certe temperature, chi sarebbe favorito? E se piovesse e giocassero indoor? In una previsione meteo ho visto che ci si attende una grande umidità. Chi la soffrirebbe di più però?

Non voglio tornare sulla difficoltà di sbilanciarsi in pronostici a decine di migliaia di km di distanza ma i dettagli ignoti sono troppi per farlo. Sarebbe esercizio da presuntuosi.

Lasciatemi prima dire qualcosa su quanto è già successo. Il torneo femminile nelle ultime fasi ha offerto magari vincitrici a sorpresa ma una serie di partite davvero deludenti. A senso unico. Alludo alle due semifinali e a tutti i quarti della parte alta del tabellone. Quattro lotte al terzo set invece nei quarti della parte bassa, ma un livello a mio avviso non straordinario.

Tanto di cappello però per Ashley Barty che fin qui ha dominato le sue avversarie in modo impressionante. Ricordo che una volta Mary Pierce al Roland Garros giunse in finale avendo perso solo 10 game, e poi le due sorelle Williams, capaci di dominare con tanta disinvoltura.

Come ho avuto modo di dire anche nel mio quotidiano lancio su Instagram Ash ha perso solo 21 game in 6 partite, per una media di tre game e mezzo a match! Così Amanda Anisimova che ha fatto 7 game, più di tutte, 6-4,6-3 è stata due volte sopra quella media imbarazzante e Camila Giorgi 5 che era così seccata di aver giocato male…tutto sommato avendo raccolto cinque game non ha fatto poi così male come credeva.

Non ho mai dimenticato, a proposito di domini altrettanto impressionanti, quello di Bjorn Borg al Roland Garros 1978, il terzo di sei che vinse: quell’anno perse soltanto 32 game in 7 match, cioè in 21 set. Fu una media di 4 game e mezzo concessi a partita. Contribuirono ad abbassarla Corrado Barazzutti che in semifinale fece un solo game e alla fine lo ringraziò per averglielo concesso, 6-0,6-1,6-0, ma anche Paolo Bertolucci – in questi giorni molto ricordato per aver raggiunto i quarti a Parigi nel ’73 insieme a Panatta così come Sinner e Berrettini – da Borg rimediò anche lui un 6-0 e un paio di 6-2,6-2. Finì cioè sotto media. Se non fosse stato per Roscoe Tanner che in un match solo strappò, grazie al mostruoso servizio mancino ben 12 game all’Orso Bjorn, le “lezioni” date dallo svedese a tutti i suoi avversari avrebbero avuto numeri complessivi ancora più netti e umilianti.

Fra le donne ad avere dominato così nel terzo millennio ci sono state Serena Williams, che ne perse solo 16 all’US Open 2013 e 19 l’anno prima e poi la sorella Venus 20 a Wimbledon 2009.

Spero a questo punto che la rivelazione Collins, n.30 in procinto di diventare top-ten da lunedì, riesca almeno a lottare con la Barty, visto che anche lei, dopo aver rischiato la sconfitta soprattutto con la danese Tauson e poi anche con la belga Mertens, ha poi dominato sia la Cornet sia la Swiatek.

Senza immaginare chi potrà vincere, anche se posso immaginare in base a che cosa potrebbe vincere Matteo – una grande percentuale di prime in campo! Tanti dritti vincenti, una gran resilienza con il rovescio …- oppure in base a che cosa potrebbe vincere Rafa – massacrando di dritti in topspin il rovescio slice di Matteo (che almeno quando lo deve giocare incrociati dovrebbe coprirli tutti se non vuole fare la fine del tordo) – mi sento di scommettere che assisteremo a una grande battaglia. Almeno me la auguro e …per concludere nel modo più banale, che vinca il migliore.

Vincerà il meno stanco? Io credo che dopo un giorno e mezzo un venticinquenne sia in grado di recuperare al giorno d’oggi, e un trentaseienne dopo qualche ora di più anche. Però come faccio a sapere come si sentono? Sarà semmai un alibi per chi avrà perso.

L’esperienza, anche in situazioni del genere, incide. E Nadal ne ha di più. Però quando l’altro giorno contro Monfils Matteo ha deciso di non spremersi a fondo nel quarto set, una volta subito il break, per tenersi qualche energia per il quinto, ha dimostrato di avere maturato anche lui una discreta esperienza.

A Nadal i grandi battitori hanno sempre dato fastidio. A tutti, per la verità, non solo a Nadal. Ma ricordo Isner portare al quinto Nadal anche sulla terra rossa di Parigi…

Le motivazioni sono straordinarie per entrambi. Rafa ha vinto tutti altri Slam almeno due volte, salvo l’Australian Open dove ha vinto solo nel 2009, e poi c’è – o forse prima… – lo Slam n.21 all’orizzonte. Come trascurare un obiettivo del genere?

Matteo sa che se dopo la finale di Wimbledon centrasse anche questa di Melbourne, e battendo per la prima volta un top 5 in uno Slam …diventando n.5 lui stesso, – e top-five suona meglio che top-ten!-, avrebbe raggiunto un traguardo davvero storico anche se poi dovesse perdere nuovamente in finale. Avrebbe scritto la storia. Non si parlerebbe di lui solo come del miglior tennista italiano negli Slam dell’Era Open (Open lo scrivo per non irritare Pietrangeli!).

Matteo sa di avere un’occasione più unica che rara. Il Nadal del 2022 non è il Nadal di 10 anni fa quando perse a Melbourne quell’assurda finale con Djokovic che durò 6 ore…. Non è quello che fu tradito dal fisico contro Wawrinka… forse non è nemmeno quello del 2017 quando vinceva 3-1 al quinto con Federer.

Ma per Matteo questa consapevolezza è un handicap. In fondo, soprattutto se è vero quel che Rafa sostiene, e cioè che vincere o non vincere lo Slam n.21 o uno più di Djokovic e Federer, non gli fa una grande differenza, Nadal forse può permettersi di giocare più libero, con meno pressione addosso. Lui con la pressione c’è cresciuto e l’ha sempre saputa gestire.

Matteo non è più il Matteo di 30 mesi fa, certamente, ma non lo è nemmeno Nadal.

Ma diciamo la verità, tutte queste sono chiacchiere di presentazione che lasciano il tempo che trovano. Tutto sommato entrambi hanno ragione di ritenere il loro torneo un successo, comunque vada la loro semifinale. Per motivi diversi non era scontato che ci arrivasse né l’uno né l’altro. Ripeto, speriamo solo che sia un bel match.

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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ATP

ATP Dubai, l’entry list: torna Djokovic. Presente anche Sinner

Il numero uno del mondo dovrebbe esserci per l’ATP 500 in programma negli Emirati dal 14 febbraio

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Novak Djokovic con il trofeo - Dubai 2020 (via Twitter, @NatSportUAE)

Continua la stagione del tennis sul cemento dopo l’Australian Open, e le entry list ci forniscono informazioni interessanti sul futuro di Novak Djokovic. Il numero uno del mondo non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo il fiasco dell’Australian Open ma ha fatto sentire la sua presenza nell’entry list dell’ATP 500 di Dubai, in programma dal 14 febbraio sul cemento degli Emirati. Non è la prima volta per Djokovic nel torneo arabo: Nole l’ha infatti vinto per sei volte, di cui tre consecutive tra il 2009 e il 2011 e una nell’ultimo torneo disputato pre-lockdown (vinse una semifinale tiratissima con Gael Monfils prima di battere Tsitsipas in finale). Negli Emirati Arabi Uniti non è richiesto l’obbligo vaccinale, fattore che favorisce sicuramente la presenza di un Djokovic che vorrà ritrovare ritmo partita in attesa di capire a quali tornei potrà partecipare nel prossimo futuro, se continuerà nella sua decisione di non vaccinarsi.

Non mancheranno i tennisti di alto profilo oltre a Djokovic. Fra questi il campione in carica Aslan Karatsev, che proprio qui l’anno scorso concluse al meglio in finale contro Lloyd Harris una prima parte di stagione fantastica per gioco e risultati. Presenti anche tre Top 10, tra cui il canadese Felix Auger-Aliassime, Andrey Rublev e il nostro Jannik Sinner, che nel 2021 uscì ai quarti proprio contro Karatsev.

 

Anche fuori dai primissimi ci saranno tanti tennisti di alto profilo come Gael Monfils, Roberto Bautista-Agut e Marin Cilic, tutti reduci da buone prestazioni all’Australian Open, e il croato Borna Coric, al ritorno nel Tour dopo mesi di assenza per un infortunio alla spalla. Poca la presenza degli italiani, che oltre Sinner vedranno soltanto Lorenzo Musetti ai nastri di partenza. Il tennista di Carrara ha deciso di saltare lo swing sudamericano su terra per migliorare il suo gioco sul veloce ma si trova a sei ritiri di distanza dall’entrare nel tabellone principale e per ora dovrà disputare le qualificazioni (Dubai fu peraltro il suo primissimo main draw ATP).

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