La materia di cui sono fatte le stelle. Perché Federer, Nadal e Djokovic dominano

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La materia di cui sono fatte le stelle. Perché Federer, Nadal e Djokovic dominano

L’ANALISI – Il dominio dei Big Three è fatto ormai noto. Ma perché è successo e perché continua a succedere? Proviamo a spiegarvelo

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

L’estate del 2019 trasuda fatica anche per chi non si trovava a Londra il 14 luglio o a New York l’8 settembre, ma la sostanza di ciò che si è visto durante la già eternata finale di Wimbledon e la godibile cinqueore che ha concluso lo US Open non è stata qualche forma di traveggole: Nole Djokovic, l’uomo che ha anestetizzato la competizione fra il 2011 e la primavera del 2016, ha vinto quattro degli ultimi sei Slam, convinto di aver consolidato la presa sul trono ATP dopo un biennio da Sisifo. Si è però intromesso con grande profitto Rafael Nadal, che aggiudicandosi i due Slam restanti (Roland Garros e US Open 2019) ha guadagnato addirittura i favori del pronostico per chiudere la stagione in corso da numero uno del mondo.

Più significativamente, però, il fatto che gli unici due giocatori capaci di spingere Djokovic al limite sul Centre Court di Londra, a un anno e spiccioli di distanza, siano gli avversari di sempre, è il segnale di qualcos’altro, e cioè del fatto che quest’ultimo successo perpetui tre anni di restaurazione: gli ultimi 12 Major sono stati vinti da Djoker (quattro), spietato ai limiti dell’impersonale (mai come stavolta, e nell’esultanza finale e nel modo in cui ha trasmesso una padronanza totale del contesto in una partita dove è probabilmente stato inferiore sotto ogni aspetto), da Nadal (cinque), forse il più grande di tutti nella cangiante aggiunta di armi al proprio arsenale, o da Federer (tre), l’atleta più fotogenico di sempre, che continua a sbertucciare realtà in precedenza inoppugnabili quali la fisica o l’obsolescenza.

Per chi avesse passato gli ultimi tre lustri in criogenesi, sono gli stessi atleti che hanno elevato il concetto di rivalità nel maschile a quello di eroi dei fumetti, in cui i due (tre), così lontani ma così vicini, si affronteranno per l’eternità, reboot dopo reboot. I numeri, nel loro caso, sono uno strano incrocio fra la pura routine, in quanto già letti e sentiti ad libitum, e l’ineffabile, necessitando di continui aggiornamenti: 55 Slam, 96 Master 1000, 11 ATP Finals, 261 tornei vinti, 775 settimane in vetta al ranking.  

 

In ogni caso, il punto di questo pezzo non è analizzare la continuità di tre uomini manifestamente fuori dalla curva a campana dell’ordinario. Piuttosto, la sua ragion d’essere deriva dalla continuità espressa non solamente da loro, ma anche, uno o due plateaux più giù, dai vari Murray (meticcio dei due livelli), Ferrer, Tsonga, Berdych, e Wawrinka. Altri nomi potrebbero essere fatti, ma il succo della questione è: approssimativamente fra il 2008 e il 2015, e per certi versi anche ora, un nutrito drappello di tennisti semplicemente non poteva perdere contro elementi estranei alla loro élite.

I seguenti numeri evidenziano la continuità senza precedenti del drappello

  • Murray: 30 quarti Slam, 9 Finals (9 anni in Top 10, 12 in Top 20), 51 quarti 1000;
  • Ferrer: 17 quarti Slam, 7 Finals (7 anni in Top 10, 11 in Top 20), 45 quarti 1000;
  • Berdych: 17 quarti Slam, 6 Finals (7 anni in Top 10, 12 in Top 20), 45 quarti 1000;  
  • Tsonga: 15 quarti Slam, 3 Finals (6 anni in Top 10, 10 in Top 20), 26 quarti 1000;
  • Wawrinka: 16 quarti Slam, 5 Finals (5 anni in Top 10, 8 in Top 20), 23 quarti 1000.

Numeri simili e costanti, con Murray ovviamente più vincente, e con la possibile eccezione di Stanimal, che ha vinto tre Slam a fronte di un numero (relativamente) non elevatissimo di quarti Slam.

Ciò che colpisce è che questi piazzamenti sono simili, se non addirittura superiori, a quelli di gente con molti più galloni nell’epoca precedente. Qualche esempio? Murray ha vinto meno Slam di Courier, ma i numeri dell’americano (15 quarti Slam, 4 Finals, 4 anni in Top 10, 5 in Top 20, 26 quarti 1000) sono nel complesso di molto inferiori: per molti versi Sir Andy è paragonabile più a Becker ed Edberg che a Jimbo.

E lo stesso si può dire per i suoi contemporanei, che spesso e volentieri hanno vissuto più vite al vertice rispetto a dei predecessori con più trofei sollevati sui grandi stage. Gli unici con dei numeri paragonabili sono il neo-Hall-of-Famer Kafelnikov (13 quarti Slam con due titoli, 7 Finals, 6 anni in Top 10, 8 in Top 20, 25 quarti 1000, peraltro senza mai vincerne) e l’uomo che ha per certi versi rappresentato il trait d’union fra i due periodi, Roddick (19 quarti Slam con una vittoria, 8 Finals, 9 anni in Top 10, 11 in Top 20, 35 quarti 1000).

Gli altri vincitori di quel periodo, persino i più celebrati come Stich, Bruguera, Safin, Rafter, persino Guga Kuerten, evidenziano picchi maggiori (1, 2, 2, 2, e 3 Slam vinti, rispettivamente, più Stich e Kuerten campioni al Master), ma una continuità inferiore – nessuno di loro ha fatto più di 9 quarti Slam, 3 anni in Top 10, e 19 quarti 1000. Ciò che si trae è un periodo, gli anni ’90 e primi 2000, particolarmente frammentato ai vertici del tennis, in cui i due dominatori, Sampras e Agassi, vincevano a maggioranza più che all’unanimità, vuoi per l’allergia alla terra dell’uno, vuoi per le distrazioni e le paturnie dell’altro, ed erano inseguiti da un numero molto maggiore di pretendenti. Fa da contraltare, invece, l’epoca odierna, segnata dalla maggiore continuità di tre dioscuri con un cocciuto gruppo di inseguitori.

La domanda che sorge spontanea è: come ha fatto il tennis maschile dell’ultimo decennio ad esprimere tanti giocatori sincronicamente capaci di raggiungere una tale consistenza?

L’argomento è di raro interesse, almeno per coloro che hanno sviluppato parafilie sia per la racchetta che per le statistiche, specialmente se si guarda, come in parte già fatto, al tennis del periodo 1990-2004, quella che potrebbe essere considerata l’era degli specialisti, con un particolare riferimento agli inizi della scorsa decade. Il gioco consisteva in un avvicendamento colturale, con giocatori capaci di menare le danze per un certo periodo dell’anno per poi dileguarsi, impossibilitati a competere tout court dagli innumerevoli gradi di separazione vigenti fra le superfici: l’erba e il sintetico si articolavano sugli schemi blitzkrieg dei serve-and-volleyers, la terra battuta era quasi esclusivamente un convivio di trincee difensive e dritti arrotati, e il cemento si trovava nel mezzo a seconda delle condizioni e delle poetiche dei vari tornei – David Foster Wallace, per esempio, riporta una particolare lentezza del Deco Turf in “Democracy and Commerce at the US Open” del 1995.

Il corollario, come detto, fu una prevalenza degli specialisti che andò via via esacerbandosi, causando la sostanziale impossibilità, a inizio anni 2000, nell’ereditare le chiavi del Tour da Sampras e Agassi, specialmente considerando il livello di usura per il fisico che un’evoluzione tecnologica smodata può causare, portando ogni pretendente, di fatto, ad avere vita breve ai vertici – Kuerten, Safin, Hewitt e Ferrero sono dei chiari esempi di quella che Gianni Clerici definisce “usura” in “500 anni di tennis”, anche se nel caso del russo uno stile di vita non propriamente monastico ha indubbiamente contribuito ai suoi malanni.       

La specializzazione del gioco, che a questo punto andrebbe considerata un’eccezione più che una regola all’interno della sua storia, va ricondotta alla continua evoluzione delle racchette, i cui materiali sempre più leggeri avevano ampliato i sweet spot per l’impatto. Questi a loro volta accrescevano (e accrescono) la portata dei colpi violenti (servizio, risposta, e colpi da fondo), permettendo di generare sia maggiore potenza che maggiore spin, ampliando la differenza fra stili e superfici a seconda delle preferenze individuali.

La situazione di cui sopra, autentica distopia del progresso, fece sì che il firmamento del tennis fosse occupato da stelle part-time, producendo un calo di interesse per il gioco, o in altre parole un mancato ritorno d’investimento per le parti in causa, una situazione ben diversa dallo stato attuale: nel 2015, tennisindustry.org riportava che il valore economico del gioco era di 5.94 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti (nonostante un vicolo apparentemente senza uscita di risultati nel maschile); il report del 2018 di Tennis Europe segnala un numero record di club, campi, e coach, un aumento di cui l’Italia sa qualcosa; gli Australian Open hanno raddoppiato l’affluenza nel giro di 20 anni (l’attuale “Happy Slam” negli anni ’90 aveva un montepremi più basso di tanti tornei meno glam, come Stoccarda e Miami); e l’Estremo Oriente, sempiterno target di qualunque impresa capitalistica, ha scoperto che le racchette più grandi hanno il loro fascino, con Shangai in coda per un allargamento a 96 giocatori del tabellone, e una parte di stagione interamente dedicata. 

Cosa è cambiato nell’immagine del gioco per causare questa eucatastrofe?

Una possibile ancorché semplicistica spiegazione è quella di una Golden Age d’imposizione divina, un momento storico irripetibile, inspiegato ed inspiegabile. Ora, non c’è dubbio che la grandezza generi grandezza, e che i più grandi campioni siano generalmente dotati di uno sconfinato talento preternaturale – ciò che si è sempre detto di Federer come atleta trascendente va ormai reiterato per i suoi due rivali. Allo stesso tempo, però, questo non spiega la presenza di un gruppo di inseguitori quasi altrettanto costante, finché ne ha avuto, e più in generale una differenza tanto marcata fra due generazioni contigue. Per dare un’interpretazione più accurata, tre fattori sembrano i più significativi.

Innanzitutto, l’evoluzione incessante della medicina sportiva, soprattutto riguardo ai tempi di recupero, che ha significativamente allungato le carriere di quasi tutti i top player, estendendo il loro picco ben dopo i 30 anni, e per certi versi spostandolo in avanti, perché se il corpo è in grado non solo di rimanere su livelli costanti ma addirittura di progredire negli anni, è quasi ovvio che un giocatore dia il meglio più avanti, quando il suo QI tennistico raggiunge la piena maturità e il gioco “rallenta” nella sua percezione – Ferrer e Wawrinka sono due casi emblematici di come l’usura di cui sopra, certamente non diminuita negli ultimi tre lustri, sia ora maggiormente gestibile.

Il signore dei Benjamin Button tennistici è ovviamente Federer, a cui da over 35 sono riuscite le seguenti imprese: tornare da un sabbatico semestrale trionfando in Australia con tre match al quinto nel 2017, nell’anno dei 36; a ridiventare numero uno nel febbraio del 2018; a perdere una finale Slam francamente dominata all’alba della trentottesima rivoluzione terrestre. Il tutto rinunciando alla filosofia all-out di Edberg in favore di un gioco da fondo completo come forse mai prima d’ora sotto l’egida di Ljubicic. Lo svizzero è stato benedetto dal DNA, ma quello che la scienza e il duro lavoro hanno fatto per lui non andrebbe sottovalutato.

E il duro lavoro è oggi più che mai un aspetto complementare dell’evoluzione della preparazione atletica: il modello iper-professionista, che abbandona i valori decubertiniani del successo sulla base della rivalità nazionale in favore dalla vittoria in un contesto superiore, trova terreno fertile in uno sport individualista e apolide come il tennis, facendo sì che gli atleti non siano preparati a livelli inimmaginabili solo sotto il profilo atletico, ma anche sotto quello psicologico, garantendo una longevità matusalemmiana ai più forti, dotati come sono di maggiori certezze.

Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Un secondo aspetto fondamentale nel coagulare la superiorità è stato il nuovo approccio al business da parte dell’ATP: nel 1999 venne siglato un nuovo accordo di sponsorizzazione con ISL Worldwide, all’interno del quale venne inserita la presenza obbligatoria per gli allora Masters Series (Montecarlo ha poi perso lo status di evento obbligatorio nel 2009), di fatto forzando i migliori ad affrontarsi molto più spesso, consolidando la posizione dei migliori – basti pensare che con il vecchio sistema dei Super 9 nessuno ha mai vinto più di tre eventi in una stagione, mentre i Big Three hanno avuto stagioni da quattro, cinque, e sei successi.

Un altro cambiamento apparentemente sottile avvenne nel 2001: Wimbledon, e a seguire gli altri Majors, espansero il numero delle teste di serie da 16 a 32, di fatto annullando la possibilità di un upset nei primi turni – non sarà sfuggito all’attenzione di molti lettori che l’iniziale decisione di tornare a 16 per il 2019 è stata accantonata abbastanza in fretta, probabilmente perché non converrebbe a nessuno rischiare di perdere i nomi di cartello nella prima settimana. Questa decisione ha permesso un livellamento maggiore dello sport, con tanti giocatori a fluttuare nella fascia 17-32 per eoni (Verdasco, Simon, Kohlschreiber, Bautista fino a quest’anno, ecc…), con rare alterazioni significative, e con una probabilità molto inferiore di tabelloni spalancati (a meno di morie stile US Open 2017), cosa che peraltro ha innalzato il livello medio degli avversari per i campioni Slam in termini di ranking (ad oggi, il tabellone più complesso è quello di Nadal al Roland Garros del 2013, seguito a breve distanza da Federer agli Australian Open del 2010), ma ha abbassato la possibilità di minacce concrete nei primi due/tre turni.   

In ogni caso, il vero motore del cambiamento tecnico-tattico è la famosa (famigerata?) omologazione delle superfici. Un semplice dato per dimostrare le attuali affinità? Dal 2007 la differenza di break fra cemento e terra si è progressivamente ridotta (dati settesei.it), così come, dal 2004, quella fra il Roland Garros e Wimbledon (quella fra RG e US Open è sostanzialmente nulla nel 2016, dati tennismylife.org).

Il nostro Luca Baldissera è categorico in materia: “L’omologazione delle superfici è stato il fattore determinante per avere la continuità ad altissimi livelli degli ultimi 15 anni, senza precedenti, da parte dei top-player. […] Basti un esempio per capire quanto la scomparsa della specializzazione abbia influito: Thomas Muster, numero uno del mondo a metà anni novanta, devastante sulla terra rossa in modo paragonabile – per un paio di stagioni solamente – a Rafa Nadal, a Wimbledon o non andava, o perdeva subito. In carriera, solo 4 partecipazioni, 4 sconfitte al primo turno

Federico Principi de L’Ultimo Uomo, aggiunge: “Credo invece che il fattore che abbia sempre più omologato i risultati sia stata l’evoluzione del gioco, che ha creato un ritmo sempre più serrato da fondocampo, al punto tale che diventa difficile interpretare le partite in maniera diversa da quella ormai canonica.” Questa interpretazione pone dunque l’accento sull’uniformazione degli stili prima ancora delle superfici, implicando che se tutti fanno le stesse cose, chi le fa meglio sarà sempre destinato a vincere più degli altri, anche se allo stesso tempo è difficile pensare ad un appiattimento tattico se non sostenuto da uno sviluppo simile per i terreni di battaglia dello sport.

L’aspetto più affascinante del fenomeno, e se vogliamo il più machiavellico, è la maniera quasi pollicinesca con cui le modifiche sono state apportate, iniziando attorno al 1996: quello fu l’ultimo anno in cui le ATP Finals si svolsero sul sintetico (con la solitaria eccezione di Shanghai 2005), progressivamente abbandonato in favore del cemento indoor – l’ultimo Master 1000 sintetico è Bercy 2006, l’ultimo utilizzo in assoluto nel circuito maggiore è il primo turno di Coppa Davis 2009.

L’epitome dell’ammodernamento, però, è senza dubbio il passaggio di Wimbledon a un diverso compostaggio (da 70% segale e 30% festuca rubra a 100% segale), determinato dall’intenzione di rallentare i campi, e che ha notoriamente sterminato il serve-and-volley, portando molti più giocatori a vincere a SW19 giocando da fondo.  

Piccolo excursus comparativo: è interessante notare come la FIFA nel calcio e la NBA nella pallacanestro abbiano incontrato a loro volta problemi nella esagerata dimensione fisica raggiunta nello stesso periodo storico, e come entrambe abbiano apportato delle modifiche regolamentari per favorire lo spettacolo. Nel calcio, i cambiamenti fondamentali furono la modifica del fuorigioco in linea e del retro-passaggio, e l’espulsione per fallo da tergo, mentre nel basket USA i provvedimenti riguardarono l’hand-checking, i tre secondi difensivi, e l’interpretazione dell’infrazione di passi. Mentre sarebbe eccessivo, se non addirittura dietrologico, leggere la situazione in maniera totalmente olistica, è comunque interessante notare come, nell’arco di un decennio, gli sport più popolari del globo abbiano sentito la necessità di apportare delle modifiche per rimanere al passo coi tempi. 

Non tutti i dati sono a sostegno dell’assunto sul rallentamento delle superfici (gli ace sono aumentati e i break sono diminuiti, per esempio, andando a sostegno della maggiore importanza dei colpi potenti, come detto), ma molti sembrano quantomeno puntare ad un’uniformazione delle velocità: la prima finale post-lifting erbaceo (Wimbledon 2002) fu anche la prima fra due giocatori da fondo in tempi moderni, Hewitt vs Nalbandian; e fra i principali 14 tornei del circuito (Slam, 1000 ed ATP Finals) solo tre sono classificati come medio-rapidi (Australian Open, Shanghai, e le Finals), e nessuno come veloce (dati perfect-tennis.com).

Ça va sans dire, non si sta alludendo ad un complotto dell’ATP per pompare questo o quel giocatore, ci mancherebbe. Piuttosto è logico pensare che si sia voluto conservare (e migliorare) l’intrattenimento delle partite, che eufemisticamente tende ad incidere sui rating. Principi riassume perfettamente: “Onestamente non credo che, ad esempio, il rallentamento dell’erba sia stato deciso per fare in modo che ad ottenere il successo sarebbero stati sempre gli stessi tennisti, ma è un dato oggettivo che i giocatori di successo stiano diventando sempre più alti e i servizi sempre più potenti – al punto che Nadal ha prospettato per il futuro un accorciamento del rettangolo del servizio – per cui sarebbe impossibile oggi mettere in scena partite divertenti sull’erba degli anni Ottanta, a mio parere

Un secolo fa, Virginia Woolf scriveva che la prosa avrebbe assorbito la poesia, e lo stesso discorso potrebbe essere riproposto qui: si potrebbe dire che le modifiche abbiano favorito una certa gestalt del gioco, quello della continua pressione da fondo, il discorso ritorna all’uniformità del modo di intendere lo sport che favorisce i migliori in questa specifica interpretazione. L’uovo e la gallina paiono sempre più confuse, insomma.

Rafael Nadal – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Cosa prospetta il futuro allora? Anche se questa sarà la prima generazione di tennisti dai tempi di Laver e Rosewall che avrà la possibilità di competere e contemporaneamente avere una crisi di mezza età, il tempo può essere ingannato fino a un certo punto. Il continuo successo dei Big Three (soprattutto negli Slam) ha fatto assurgere questa fase del tennis maschile ad era geologica, ma ogni tifoso dovrà realizzare che la sua fine, ancorché non improvvisa, prima o poi avverrà.

Ecco perché l’ATP, che in quanto multinazionale sa cosa fare e quando farlo, spamma a livelli parossistici il mantra NextGen e la Race To Milan – non avrebbe avuto senso creare l’iniziativa nel 2010, quando non c’era neanche un Under 22 in Top 100, a dispetto dei 10 attuali. Per lo stesso motivo, il torneo meneghino è anche la cavia da laboratorio per le supposte modifiche TV-friendly, che sembrano toccare tutto tranne le superfici in sé, anche se sorge spontaneo chiedersi: a) perché non si possa semplicemente accelerare alcuni campi come a Melbourne se si vogliono partite più rapide e b) perché bisognerebbe effettivamente accorciare le partite se il pubblico televisivo vuole scambi più lunghi ed epici.

Dovremmo dunque preoccuparci per l’outlook escatologico del tennis maschile? “Da un lato, varietà equivale a interesse. Ma l’elemento del cosiddetto ‘stardom’ che esprimono i tre big è notevolissima e ancora di difficile quantificazione. Per ‘stardom’ si intende la capacità di attrarre pubblico soprattutto generalista e non specificamente appassionato di tennis, vista la presa mediatica che personaggi che Federer, Nadal e in minor misura Djokovic esercitano. Il primo a riuscirci fu Bjorn Borg a inizio anni ’80, con scene di isteria che ricordavano le apparizioni dei Beatles,” dice Baldissera. “I vertici del gioco dovranno cercare di spingere dei nuovi personaggi, ma il pericolo in assenza di grandi rivalità è il minore interesse. Se Zverev (per esempio) si metterà a vincere 3 Slam all’anno senza trovare avversari che lo impensieriscano con continuità, il rischio è concreto. Perché non è detto che il ragazzo abbia lo spessore per reggere da solo l’attenzione del pubblico

Principi non vede così buio: “Secondo me avere quattro vincitori diversi nei quattro Slam stagionali non pregiudica la credibilità del tennis di alto livello, però dipende dalle dinamiche che ci sono dietro. Nel 2012 ad esempio questo fenomeno si è verificato ma nessuno si è sognato di mettere in dubbio l’altissimo livello di quei giocatori – che, per l’appunto, erano Djokovic, Nadal, Federer e Murray in ordine. Se si crea un club ristretto di 4-5-6 tennisti che si confermano costantemente al di sopra della media, a mio avviso, quella situazione è garanzia di eccellenza e non è un problema se i quattro Slam stagionali vedano quattro vincitori diversi compresi tra quella ristretta élite.”

Allo stesso modo, però, risponde al riflesso meno accattivante: “Diverso sarebbe il caso in cui i quattro vincitori diversi vengano percepiti come ‘casuali’, se avessero semplicemente fatto il torneo della vita partendo dalla posizione 25 del ranking e tornandoci dopo un anno, soprattutto se il rimescolamento dei top 10 dovesse essere continuo. Se l’elenco dei potenziali credibili vincitori di uno Slam si allargasse perfino a 20 nomi, come è successo più volte nel circuito femminile con l’assenza di Serena Williams o in quello maschile prima dell’arrivo di Federer, allora forse quello a mio avviso sarebbe il segnale di una scarsa qualità del livello di eccellenza. […] Per cui, secondo me, il tennis ha sempre bisogno di giocatori che mantengano un livello costante al vertice per poter mantenere alta la credibilità sulla raffinatezza del proprio prodotto, e non è importante il semplice fatto che a vincere i quattro Slam stagionali siano quattro giocatori differenti”.

La stagione sull’erba non è stata certamente la miglior pubblicità per il rinnovamento della nomenclatura, date le pessime figure rimediate da molti giovani, ma l’estate nordamericana – soprattutto grazie alla deflagrazione di Daniil Medvedev – ha consolidato un trend di parziale rinnovamento, almeno nel due su tre, dove il massimo grado di continuità (soprattutto mentale) sul lungo periodo non è richiesto. Da Cincinnati 2016, solo 14 dei 31 tornei maggiori (fra 1000 e Finals) sono stati vinti dai Big Three, e per la prima volta in tre anni, a Indian Wells, un torneo a cui erano presenti Nadal, Djokovic e Federer è stato vinto da qualcun altro, ovvero Dominic Thiem.

In fondo, proprio l’attuale N. 1 è stato battuto da diversi giovani nell’ultimo anno: Tsitsipas a Toronto 2018, Khachanov a Bercy 2018, Zverev alle ultime Finals, e Medvedev a Montecarlo e Cincinnati nel 2019 – il russo è anche l’unico ad averlo messo in difficoltà a Melbourne, così come Hurkacz ha forse giocato il suo miglior tennis di sempre per un paio d’ore a Wimbledon contro Nole.

Il dato interessante è che i nuovi esemplari del gioco, quasi tutti abbondantemente over-sized, non sembrano essere molto interessati ad imitare chi è venuto prima di loro, venendo spesso impostati con servizi pesanti e dritti dalle aperture ampie con flessione del gomito e presa Western, ma Baldissera nota che la discrasia è in realtà esclusivamente stilistica: “In realtà, dai dati recentemente raccolti da Craig O’Shannessy (stratega ed esperto di match analisys del team Djokovic), oltre il 70% dei punti nel circuito maschile viene risolto entro i primi 4 scambi, a maggior ragione da parte dei tre big, che a loro volta ottengono la grande maggioranza dei punti vincenti proprio dalla combinazione servizio e dritto. Ovviamente, agli appassionati rimangono in mente gli scambi epici da 25 mazzate a punto, ma l’analisi statistica ci dice che il tennis moderno si fonda nella gestione aggressiva dei primi tre, massimo quattro colpi dopo il servizio. I giovani, a partire da Alexander Zverev, fanno esattamente la stessa cosa, magari in modo meno brillante o a volte spettacolare, ma come sappiamo, un 15 vale un 15, che sia ottenuto con la ‘banale’ pressione dei fondamentali o che arrivi da un anticipo fulminante, o altra soluzione di cosiddetta ‘classe’”.

Alexander Zverev – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

La certezza è che il tennis del futuro si fonderà su dei canoni ben precisi, ed è quindi facile immaginare che eventuali modifiche del gioco andranno a favorire i migliori di questa Nouvelle Vague.

Riassumendo, la Golden Age di questi anni è stata coadiuvata da una serie di fattori? Certamente. L’ATP dovrebbe facilitare gli uomini nuovi come ha fatto per gli ultimi 20 anni? Molto probabilmente sì. C’è il rischio che la prossima finale di cinque ore su Centre Court abbia meno risalto se questo non verrà fatto? La logica del “quando si ritireranno quei tre smetterò di seguire il tennis” non dovrebbe appartenere ai veri appassionati, quindi non ci preoccuperemmo troppo.

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I re del Roland Garros: Rafael Nadal, l’uomo del 118-2, compie 34 anni

Rafa festeggia il compleanno lontano da Parigi appena per la terza volta lontano negli ultimi 16 anni. Un decennio e mezzo in cui al Roland Garros ha perso la miseria di due partite

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Rafael Nadal, a terra - Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

Che Rafael Nadal sia indiscutibilmente il più grande terraiolo di tutti i tempi non è e non sarà in discussione chissà per quanti anni; anche i tifosi di Borg – che festeggia il compleanno tra tre giorni – si saranno ormai dovuti rassegnare. Nessuno, né in campo maschile, né in quello femminile, è mai riuscito a vincere uno stesso Slam per 12 volte. Nessuno, tranne lui. Ovviamente e rigorosamente a Parigi.

Certo, senza questa pandemia domenica 7 giugno lo spagnolo avrebbe potuto fare tredici sul suo campo preferito, che dovrà attendere ancora un po’ per sfoggiare il suo nuovo tetto retrattile. Rafa deve inoltre accontentarsi di spegnere le trentaquattro candeline lontano dal Philippe Chatrier, una dinamica tanto inusuale che negli ultimi quindici anni si è verificata solo due volte – nel 2009 per colpa di Soderling e nel 2016 a causa di un problema al polso che l’ha costretto al ritiro prima del terzo turno. Chissà se il futuro gli riserverà altre occasioni di festeggiare il compleanno, che ricorre oggi, sollevando la coppa dei moschettieri; solo il tempo conosce la risposta, ma non vi consigliamo di scommettere contro un tale tiranno (in questo caso il tiranno è Nadal, mica il tempo).

C’è però un’altra statistica che esprime con ancora maggior forza la sua infinita grandezza, quel dominio assoluto e praticamente incontrastato sulla sua superficie preferita. Nel corso della carriera Rafa ha disputato, nell’arco di 15 anni, ben 120 incontri sul mattone tritato sulla lunga distanza, tre set su cinque. Tutti i match a Bois de Boulogne, quelli della defunta Coppa Davis (ah, quanto ci manca…!) alcune vecchie finali dei 1000 e non solo.

Bene, il verdetto pressoché unanime recita in questo genere di partite il seguente score: 118 vittorie e 2 sconfitte. 118-2. Se non è il record più incredibile e impressionante dell’intera storia del tennis ‘avanti COVID-19’ ci siamo piuttosto vicini, e merita pertanto di essere tramandato ai posteri, scolpito nero su bianco, come personalissimo regalo di compleanno per Rafa.

2004
1) Davis SF Clement (65) W 64 61 62
2) Davis F Roddick (2) W 67(6) 62 76(6) 62

2005
3) Montecarlo F Coria (9) W 63 61 06 75
4) Barcellona F Ferrero (58) W 61 76(4) 63
5) Roma F Coria (11) W 64 36 63 46 76(6)
6) RG R128 Burgsmuller (96) W 61 76(4) 61
7) RG R64 Malisse (46) W 62 62 64
8) RG R32 Gasquet (31) W 64 63 62
9) RG R16 Grosjean (24) W 64 36 60 63
10) RG QF Ferrer (21) W 75 62 60
11) RG SF Federer (1) W 63 46 64 63
12) RG F Puerta (37) W 67(6) 63 61 75
13) Stoccarda F Gaudio (13) W 63 63 64
14) Davis P.O. Bracciali (92) W 63 62 61
15) Davis P.O. Seppi (78) W 61 62 57 64

2006
16) Montecarlo F Federer (1) W 62 67(2) 63 76(5)
17) Barcellona F Robredo (15) W 64 64 60
18) Roma F Federer (1) W 67(0) 76(5) 64 26 76(5)
19) RG R128 Soderling (50) W 62 75 61
20) RG R64 Kim (116) W 62 61 64
21) RG R32 Mathieu (32) W 57 64 64 64
22) RG R16 Hewitt (14) W 62 57 64 62
23) RG QF Djokovic (63) W 64 64 ret.
24) RG SF Ljubicic (4) W 64 62 76(7)
25) RG F Federer (1) W 16 61 64 76(4)
26) Davis P.O. Seppi (69) W 60 64 63
27) Davis P.O. Volandri (38) W 36 75 63 63

2007
28) RG R128 Del Potro (59) W 75 63 62
29) RG R64 Cipolla (227) W 62 61 64
30) RG R32 Montanes (50) W 61 63 62
31) RG R16 Hewitt (16) W 63 61 76(5)
32) RG QF Moya (26) W 64 63 60
33) RG SF Djokovic (6) W 75 64 62
34) RG F Federer (1) W 63 46 63 64

2008
35) RG R128 Bellucci (76) W 75 63 61
36) RG R64 Devilder (148) W 64 60 61
37) RG R32 Nieminen (26) W 61 63 61
38) RG R16 Verdasco (23) W 61 60 62
39) RG QF Almagro (20) W 61 61 61
40) RG SF Djokovic (3) W 64 62 76(3)
41) RG F Federer (1) W 61 63 60
42) Davis SF Querrey (39) W 67(5) 64 63 64
43) Davis SF Roddick (8) W 64 60 64

2009
44) Davis 1st RD Tipsarevic (47) W 61 60 62
45) Davis 1st RD Djokovic (3) W 64 64 61
46) RG R128 M. Daniel (97) W 75 64 63
47) RG R64 Gabashvili (72) W 61 64 62
48) RG R32 Hewitt (48) W 61 63 61
49) RG R16 Soderling (25) L 26 76(2) 46 67(2)
50) Davis F Berdych (20) W 75 60 62

2010
51) RG R128 Mina (655) W 62 62 62
52) RG R64 Zeballos (44) W 62 62 63
53) RG R32 Hewitt (33) W 63 64 63
54) RG R16 Bellucci (29) W 62 75 64
55) RG QF Almagro (21) W 76(2) 76(3) 64
56) RG SF Melzer (27) W 62 63 76(6)
57) RG F Soderling (7) W 64 62 64

2011
58) RG R128 Isner (39) W 64 67(2) 67(2) 62 64
59) RG R64 Andujar (48) W 75 63 76(4)
60) RG R32 Veic (227) W 61 63 60
61) RG R16 Ljubicic (37) W 75 63 63
62) RG QF Soderling (5) W 64 61 76(3)
63) RG SF Murray (4) W 64 75 64
64) RG F Federer (3) W 75 76(3) 57 61
65) Davis SF Gasquet (15) W 63 60 61
66) Davis SF Tsonga (10) W 60 62 64
67) Davis F Monaco (26) W 61 61 62
68) Davis F Del Potro (11) W 16 64 61 76(0)

2012
69) RG R128 Bolelli (111) W 62 62 61
70) RG R64 Istomin (43) W 62 62 60
71) RG R32 Schwank (192) W 61 63 64
72) RG R16 Monaco (15) W 62 60 60
73) RG QF Almagro (13) W 76(4) 62 63
74) RG SF Ferrer (6) W 62 62 61
75) RG F Djokovic (1) W 64 63 26 75

2013
76) RG R128 Brands (59) W 46 76(4) 64 63
77) RG R64 Klizan (35) W 46 63 63 63
78) RG R32 Fognini (29) W 76(5) 64 64
79) RG R16 Nishikori (15) W 64 61 63
80) RG QF Wawrinka (10) W 62 63 61
81) RG SF Djokovic (1) W 64 36 61 67(3) 97
82) RG F Ferrer (5) W 63 62 63
83) Davis P.O. Stakhovsky (92) W 60 64 64

2014
84) RG R128 Ginepri (279) W 60 63 60
85) RG R64 Thiem (57) W 62 62 63
86) RG R32 L. Mayer (65) W 62 75 62
87) RG R16 Lajovic (83) W 61 62 61
88) RG QF Ferrer (5) W 46 64 60 61
89) RG SF Murray (8) W 63 62 61
90) RG F Djokovic (2) W 36 75 62 64

2015
91) RG R128 Halys (296) W 63 63 64
92) RG R64 Almagro (154) W 64 63 61
93) RG R32 Kuznetsov (120) W 61 63 62
94) RG R16 Sock (37) W 63 61 57 62
95) RG QF Djokovic (1) L 57 36 16

2016
96) RG R128 Groth (100) W 61 61 61
97) RG R64 Bagnis (99) W 63 60 63

2017
98) RG R128 Paire (45) W 61 64 61
99) RG R64 Haase (46) W 61 64 63
100) RG R32 Basilashvili (63) W 60 61 60
101) RG R16 Bautista Agut (18) W 61 62 62
102) RG QF Carreno Busta (21) W 62 20 ret.
103) RG SF Thiem (7) W 63 64 60
104) RG F Wawrinka (3) W 62 63 61

2018
105) Davis QF Kohlschreiber (34) W 62 62 63
106) Davis QF A. Zverev (4) W 61 64 64
107) RG R128 Bolelli (129) W 64 63 76(9)
108) RG R64 Pella (78) W 62 61 61
109) RG R32 Gasquet (32) W 63 62 62
110) RG R16 Marterer (70) W 63 62 76(4)
111) RG QF Schwartzman (12) W 46 63 62 62
112) RG SF Del Potro (6) W 64 61 62
113) RG F Thiem (8) W 64 63 62

2019
114) RG R128 Hanfnann (180) W 62 61 63
115) RG R64 Maden (114) W 61 62 64
116) RG R32 Goffin (29) W 61 63 46 63
117) RG R16 Londero (78) W 62 63 63
118) RG QF Nishikori (7) W 61 61 63
119) RG SF Federer (3) W 63 64 62
120) RG F Thiem (4) W 63 57 61 61

 

LE 120 PARTITE IN NUMERI

  • totale set disputati: 391
  • totale set vinti: 353 (90,28%)
  • totale set persi: 38 (9,72%)
  • match finiti al quinto set: 4 (3,33% del totale degli incontri, tutti vinti, di cui 1 finito ad oltranza e 2 al tie-break)
  • totale set finiti al tie-break: 33 (8,44%, di cui 24 vinti e 9 persi)
  • totale set finiti 6-0: 26 (6,65%, di cui 25 vinti e 1 perso)
  • match disputati al Roland Garros: 95 (di cui 93 vinti e 2 persi)
  • match disputati in Davis: 18 (tutti vinti)
  • top 10 incontrati: 35 (34 vittorie e 1 sconfitta)
  • n.1 incontrati: 9 (8 vittorie e 1 sconfitta)
  • finali disputate (esclusi gli incontri di finale di Davis): 19 (tutte vinte)
  • finali disputate al RG: 12 (tutte vinte)

GLI AVVERSARI AFFRONTATI

8 volte: Federer (4 RG F, 2 RG SF, 1 Montecarlo F, 1 Roma F, tutte vinte), Djokovic (2 RG F, 3 RG SF, 2 RG QF di cui uno perso, 1 Davis)

4 volte: Ferrer, Hewitt, Soderling (1 sconfitta), Thiem, Almagro

3 volte: Gasquet, Del Potro

2 volte: Coria, Roddick, Wawrinka, Murray, Ljubicic, Seppi, Bolelli, Bellucci, Monaco, Nishikori

1 volta: Verdasco, Fognini, Carreno Busta, Robredo, Berdych, Clement, Ferrero, Burgsmuller, Malisse, Grosjean, Puerta, Gaudio, Bracciali, Kim, Mathieu, Volandri, Cipolla, Montanes, Moya, Devilder, Nieminen, Querrey, Tipsarevic, M. Daniel, Gabashvili, Mina, Zeballos, Melzer, Isner, Andujar, Veic, Tsonga, Istomin, Schwank, Brands, Klizan, Stakhovsky, Ginepri, L. Mayer, Lajovic, Halys, Kuznetsov, Sock, Groth, Bagnis, Paire, Haase, Basilashvili, Bautista Agut, Kohlschreiber, A. Zverev, Pella, Marterer, Schwartzman, Hanfmann, Maden, Goffin, Londero

CONSIDERAZIONI FINALI

Delle 120 partite in questione, 95 si sono disputate al Roland Garros, 18 in Davis (imbattuto) e 7 in finali ATP (imbattuto).

Dei 95 incontri al RG ben 91 si sono conclusi con una vittoria dello spagnolo in tre o quattro set. Le altre quattro partite sono: le due perse da Soderling (2009) e Djokovic (2015), quella vinta col serbo 9-7 al quinto nella semifinale del 2013 e quella vinta 6-4 sempre al quinto con Isner al primo turno 2011.

Nelle dodici edizioni vinte, Nadal ha dovuto sconfiggere sei volte Federer e sei Djokovic.

Rafa ha vinto tutte le dodici semifinali giocate al RG (tre con Nole e due con Roger) e tutte le 12 finali parigine (quattro con Federer e due con Djokovic). Le dodici volte che è giunto in semifinale a Parigi ha dunque sempre vinto il torneo (24-0).


Re e Regine del Roland Garros

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Italiani

Quando Panatta ‘bullizzò’ Solomon: “E tu con quel fisico lì penseresti di battermi?”

L’Equipe rievoca il doppio miracolo di Panatta a Roma e Parigi nel 1976, con la frase di Adriano che turba l’americano davanti allo specchio poco prima della finale. “Gli 11 match point salvati contro Wawrwick? Mai pensato di perdere!”. Un giornalista piangerà in tribuna

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Adriano Panatta con il trofeo del Roland Garros 1976

In questi giorni in cui avrebbe dovuto svolgersi il Roland Garros, il giornale francese L’Equipe non ha mancato di rievocare lo storico trionfo del 1976 di Adriano Panatta. L’eccellente articolo di Vincent Cognet ripercorre l’exploit dell’unico tennista azzurro (tra gli uomini) ad aver conquistato uno Slam in singolare nell’Era Open. Prima di alzare al cielo il trofeo di Roma – peraltro proprio in questo giorno, era il 30 maggio 1976 – e del Roland Garros, Adriano vive in entrambi i tornei un percorso da brividi; si trova sull’orlo del baratro più e più volte, si salva in extremis per poi sbaragliare tutti al traguardo. Insomma, un vero e proprio festival di match point salvati all’ultimo respiro e all’ultimo tuffo, diventato leggenda.

Cognet ricorda dapprima l’incredibile rimonta di Max Decugis che all’Exposition Universelle di Bruxelles nel 1910 batte il neozelandese Tony Wilding 3-6 0-6 7-5 6-0 6-0 dopo essere stato in svantaggio per 6-3 6-0 5-0. “La polvere del tempo ha ricoperto quell’episodio incredibile, ma anche quel che accade in 10 settimane della primavera 1976 a Adriano Panatta non è da meno“. Al torneo di Nizza, l’italiano salva otto match point al primo turno contro il giapponese Jun Kuki (5-7 6-4 9-7). Un segno premonitore? Certamente un assaggio di quelli che avrebbe salvato quasi due mesi dopo, a Roma, ancora al primo turno, opposto all’australiano Kim Warwick (3-6 6-4 7-6). In svantaggio 2-5 al terzo set, Adriano salva la bellezza di undici match point per poi conquistare il torneo sconfiggendo in finale Guillermo Vilas.

Due settimane dopo, il tennista romano ottiene il sigillo più prestigioso in carriera, la vittoria al Roland Garros. Ancora una volta, il primo turno è da brividi. L’avversario, il cecoslovacco Pavel Hutka, ha il matchpoint per mandare a casa Panatta, ma questi sembra avere una bacchetta magica al posto della racchetta ed estrae dalle corde un salvataggio a dir poco miracoloso: “Francamente, non credo ci sia una ragione che possa spiegare tutto questo” ammette Adriano a L’Equipe, “non c’è un segreto per salvare 11 match point. Ci vuole fortuna. È un po’ il destino.. “.

 

All’epoca – ricorda Vincent Cognet – i giocatori non beneficiavano di una settimana di recupero tra il torneo di Roma e il Roland Garros. E Panatta non aveva davvero troppi punti in comune con l’ascetico Ivan Lendl. Non era davvero famoso per il suo rigore in fatto di alimentazione e stile di vita. Di sicuro non si era certo negato la gioia di festeggiare degnamente la vittoria romana”.

QUEGLI INCREDIBILI 11 MATCHPOINT, 10 SUL SERVIZIO DI WARWICK!

La cosa più incredibile – scrive ancora il collega francese riportando le parole del direttore Scanagatta (che lui definisce ‘la memoria vivente del giornalismo italiano’) – è che Adriano ha salvato dieci match point sul servizio di Warwick! Le prime due sul 5-2 40-15. Gli è riuscito tutto alla perfezione, tra cui una favolosa volée alta di rovescio, con la schiena rivolta alla rete, sulla nona palla del match. Soltanto una volta ha approfittato di una risposta sbagliata. Per il resto, è andato sempre lui a cercarsi i punti. Vi lascio immaginare l’atmosfera sul Centrale del Foro Italico. Ma la cosa più straordinaria è accaduta in conferenza stampa durante la quale Adriano ci ha confidato di non aver mai pensato di poter perdere quel match!.

Di solito giocavo meglio al Roland Garros che a Roma“, spiega Panatta a Cognet, “in Italia c’erano troppe aspettative. Ma, dopo aver battuto Warwick, credo di essermi sbloccato. Ho cominciato a giocare con una grande serenità. Rilassato, giocavo molto bene e tutto mi sembrava facile“.

Ma le emozioni non erano finite. A Roma, nell’incontro di quarti di finale contro Solomon, a causa dei precedenti numerosi errori arbitrali a favore dell’azzurro commessi dai giudici di linea – coloro che Gianni Clerici all’epoca aveva asserito essere “affetti da miopia patriottica” – è Panatta a suggerire di arbitrarsi da soli in caso di palle incerte. E sulle prime cinque chiamate discutibili proprio Panatta rende il punto in quattro occasioni all’americano. Solomon, indietro 4-0 nel terzo, conquista cinque giochi di fila e serve quindi per il match sul 5-4.

Il direttore Scanagatta – questo è sempre quanto scrive Vincent Cognet – ricorda che, sullo 0-15, “Panatta gioca un lob che viene giudicato buono. Salomon pensa sia fuori ma la chiamata ‘out’ non arriva. Colpisce allora la palla come può ma il suo dritto finisce fuori. Il giudice di linea e quello di sedia sono convinti che la palla di Panatta sia buona. Dopo il match ho chiesto a una trentina di spettatori che ritenevo neutrali cosa ne pensassero e molti di loro, tra cui Newcombe, si dichiararono d’accordo con gli arbitri. Ma Solomon, furioso, non ci sta. Sullo 0-30 rifiuta di continuare a giocare, se la decisione non viene modificata. Ovviamente il pubblico va in escandescenze. L’arbitro di sedia chiede ben otto volte a Solomon di riprendere l’incontro: ‘O giochi oppure te ne vai’. Lì Solomon prende le racchette sottobraccio e se ne va!”.

L’incidente non contribuirà a creare un’amicizia tra i due tennisti. Panatta si lamenterà: “Solomon si è comportato male con il pubblico e ancora di più con me“.

IL MIRACOLO PARIGINO, CON SOLITO BRIVIDO AL PRIMO TURNO

Due giorni dopo la vittoria in finale con Vilas a Roma, Panatta deve affrontare al primo turno del Roland Garros Pavel Hutka, un cecoslovacco dal gioco molto complicato (serviva con una mano, giocava il dritto con l’altra, il rovescio lo faceva con due; n.d.r.). Sarà una lunga via crucis. Al quinto set, l’azzurro salva un match point con un formidabile tuffo a rete degno del miglior Becker: “L’ho rivisto spesso” confessa Panatta, “perché Gil de Kermadec (fondatore del servizio audiovisivo della Federazione francese, n.d.r) aveva realizzato un filmato sul torneo. Beh, è un misto di fortuna e tecnica. Oggi viene chiamata ‘veronica’. Ma poi sono riuscito a recuperare e ho giocato molto bene”.

Ai quarti di finale, il suo cammino incrocia quello di Björn Borg: Dopo la mia vittoria agli ottavi contro Franulovic, sono tornato all’hotel a Saint-Germain-de-Prés. Poi, al Café des Arts ho guardato la sua partita con François Jauffret (vinta da Borg 10-8 al quinto set!). Facevo il tifo per Borg. Perchè perché mi piaceva affrontarlo mentre odiavo giocare contro François. È strano ma è così!“. (n.d.r. Panatta ha perso da Jauffret, che l’attaccava palla dopo palla sul suo rovescio, più d’una volta, inclusa una in Coppa Davis che di fatto ha comportato il successo della Francia sull’Italia).

Come già nel 1973, Adriano batte lo svedese (6-3 6-3 2-6 7-6) restando l’unico tennista ad averlo superato sulla terra parigina (Borg ha vinto sei edizioni del Roland Garros in otto partecipazioni; nelle altre due occasioni ha perso contro Panatta). “A Björn non piaceva giocare contro di me” dichiara Panatta, “perché non gli davo alcun ritmo. Variavo moltissimo e andavo sempre avanti. Con me ogni punto era diverso e lo facevo soffrire con le mie smorzate. Di dritto, con lo stesso movimento, riuscivo a giocare sia una smorzata, sia un vincente sia uno slice d’attacco. Così lo destabilizzavo. Poi cercavo di farlo venire a rete. Non volevo assolutamente che restasse a fondo a giocando al suo stesso ritmo“. I due erano, e lo sono sono tutt’ora, molto amici: “Alla base della nostra amicizia c’è un grande rispetto reciproco. Eppure lo prendevo spesso in giro: ‘A te non ti piace giocare contro di me eh?!” Ma Björn non si arrabbiava, dimostrava sempre sense of humour“.

In finale, due settimane dopo lo psicodramma di Roma, Panatta ritrova Solomon. Negli spogliatoi, Adriano stuzzica e non perdona: “Mi sono avvicinato a Solomon, che era davanti allo specchio ed era davvero piccolino (1,68 m) e lì gli ho proprio detto: ‘Ma dai su… guardati bene! Come puoi pensare di riuscire a battermi oggi?’ Beh, ok, non sono stato troppo… gentile ma è andata proprio così, è una storia vera“. Panatta diventa il primo giocatore italiano a imporsi a Roma e Parigi dopo Nicola Pietrangeli nel 1960. Ed entra nella storia.

All’epoca, per Ubaldo Scanagatta, era il primo Roland Garros da inviato. Alla vista di quanto accade, sul suo viso comparvero diverse lacrime. “Da junior facevo parte dei migliori giovani italiani ” racconta il Direttore a Cognet, “e (nel college di Formia) mi trovavo con Adriano, Paolo Bertolucci e diversi altri. Un giorno, tutti insieme, abbiamo fatto un patto: se uno di noi un giorno avesse vinto un torneo importante, sarebbe stata la vittoria di tutti. E allora, sul match point, ho ripensato a quel giorno e a quel momento. Ero così commosso da mettermi a piangere come un vitello. Accanto a me c’era una collega tedesca, davvero molto carina. Vedendomi in quello stato, mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Dai, su coraggio!‘ Posso proprio dire che è stato un bel momento!“.

Traduzione di Laura Guidobaldi

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Racconti

Uno contro tutti: il magico 1984 di McEnroe e il duello per la vetta con Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del testa a testa tra John e Ivan

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(credit foto: Eurosport)

L’anno del grande fratello orwelliano, del controllo su tutto e tutti, si esprime nel tennis con le fattezze e il genio di John McEnroe. Con Borg ormai fuori dal circuito e Connors che resiste al terzo posto ma non sembra possedere più l’energia per tenere il passo dei primi due, la lotta per il vertice del ranking ATP si identifica nel duello tra il mancino nato a Wiesbaden e cresciuto a New York e Ivan Lendl, nato a Ostrava in Cecoslovacchia ma con tutte le intenzioni di diventare cittadino americano.

Quando inizia la stagione 1984, è Lendl il n.1 ma nei due tornei che disputa perde altrettante finali proprio con McEnroe (a Filadelfia e Bruxelles) e con quelle la leadership. Dopo averci perso sette volte consecutive, adesso Mac sembra aver trovato le misure al grande rivale tanto da averlo battuto in cinque delle ultime sei sfide. In realtà, McEnroe ha innalzato la qualità del suo tennis ad un livello irraggiungibile per chiunque altro. Compreso il Masters di New York (che appartiene al 1983 ma si è disputato in gennaio nella consueta sede del Madison Square Garden), John ha infilato 24 vittorie consecutive per tornare n.1 (il 12 marzo) ma l’entità della sua dittatura si esplica ancora meglio conteggiando i set persi: appena 3 contro 51 conquistati.

Se però qualcuno pensa che il traguardo di aver conquistato la vetta per la decima volta in carriera (alla fine saranno ben quattordici, nessuno come lui) abbia avuto l’effetto di calmarlo, deve ben presto ricredersi. Dopo Filadelfia, Richmond, Madrid e Bruxelles, McEnroe domina le WCT Finals a Dallas e non si placa nemmeno sulla terra (verde) di Forest Hills e (rossa) della World Team Cup in programma a Dusseldorf. In entrambe le occasioni ritrova Lendl e lo liquida sempre in due set, portando a 36 gli incontri vinti uno dietro l’altro. Ma la vendetta, lo sanno tutti, è un piatto freddo, anche se arriva in un caldo e assolato pomeriggio parigino.

Sì perché nella finale del Roland Garros (mandata in onda ieri da Eurosport, a riaprire le ferite dei tifosi di Mac) accade l’imponderabile: avanti due set a zero esprimendo una qualità offensiva forse mai tradotta con tale efficacia sul centrale di Parigi, il n.1 subisce la lenta ma inesorabile rimonta di Lendl che alla fine vince il suo primo Slam con lo score di 3-6 2-6 6-4 7-5 7-5. È la prima delle tre sole sconfitte a cui andrà incontro l’americano nella stagione ma ha una valenza enorme nonché doppia. Perché Ivan, dopo aver perso le prime quattro finali Slam disputate, si è sbloccato e quando l’uragano McEnroe sarà passato, lui sarà pronto per succedergli; e perché, anche se solo per una settimana, torna ad essere il primo della lista.

Forse ebbro di gioia, Lendl approda al Queen’s da numero 1 e fa vivere a Leif Shiras il suo mercoledì da leone. Classificato oltre la centesima posizione, lo statunitense che ha studiato Shakespeare a Princeton ha un gioco che ben si adatta all’erba londinese e – dopo aver battuto Ivan 7-5 6-3 – si spinge fino all’atto finale dove strappa un set anche a McEnroe. Il ritorno alla vittoria diventa l’ennesima occasione di cambio della guardia e l’americano può difendere il titolo di Wimbledon da n.1 ma, nonostante sia lui che Lendl ribadiscano lo stesso risultato dell’anno prima, il cecoslovacco si riprende la vetta il 9 luglio. Non è sempre semplice spiegare un meccanismo che può sembrare perverso ma, lo ribadiamo una volta di più, il sistema di calcolo del punteggio non tiene sempre conto dell’esito del campo e in un caso come questo – con McEnroe che gioca forse il miglior incontro della sua vita battendo 6-1 6-1 6-2 quel Jimmy Connors che in semifinale aveva regolato proprio Lendl – diventa quasi incomprensibile.

 

Tuttavia, nelle cinque settimane successive Lendl scende in campo solo in Coppa Davis contro la Francia e perde in tre set con Henri Leconte mentre Mac supera in scioltezza gli argentini Clerc e Jaite. Il 13 agosto, alla vigilia degli Open del Canada a Toronto, anche il computer smette di fare le bizze e si adegua a ciò che il campo ha ripetutamente evidenziato: John McEnroe ridiventa n.1 e questa volta vi rimarrà per oltre un anno. Saranno due i passi falsi di John fino al termine di una stagione che chiuderà con lo stratosferico bilancio di 82-3; al primo turno di Cincinnati, dove a sorprenderlo è Vijay Amritraj, e nella prima giornata della finale di Coppa Davis a Goteborg.

È il 16 dicembre e siamo veramente agli sgoccioli di un anno memorabile per McEnroe, ma quando scende in campo per il secondo incontro della prima giornata gli Stati Uniti sono già sotto di un match perché Wilander ha battuto Connors nettamente. Nonostante entrambi gli americani abbiano miglior ranking rispetto ai due padroni di casa, sulla terra soffice stesa all’interno dello Scandinavium sia Mats che il ventenne Henrik Sundstrom (peraltro rispettivamente n.4 e n.6 del ranking) sono ossi duri. Infatti, dopo un primo set infinito, alla lunga McEnroe cede a Sundstrom con lo score di 13-11 6-4 6-3 e la Svezia ipoteca l’insalatiera. Tuttavia, ancora più profonda è la ferita del giorno dopo, quando la coppia più bella del mondo, quella composta dallo stesso McEnroe e Peter Fleming, viene battuta in quattro set da Edberg/Jarryd e vede interrotta la sua imbattibilità nella competizione, che durava da 13 incontri.

Poche settimane dopo la disavventura in Scandinavia, John McEnroe si conferma campione del Masters a New York prendendosi la rivincita su Jarryd e Wilander e regolando in finale Lendl 7-5 6-0 6-4. In buona parte, il 1985 sarà un anno simile al precedente per il mancino di Wiesbaden; da un Masters (Grand Prix) all’altro (WCT) McEnroe infila altre 19 vittorie e fa suoi gli indoor di Filadelfia, Houston, Milano e Chicago lasciando per strada appena due set. Ma a Dallas è ancora uno dei tanti “nipotini” di Borg a sbarrargli la strada: Joakim Nystrom. Dopo aver vinto il primo parziale per 6-4, il n.12 del mondo salva quattro set point nel secondo e fa suo il tie-break per 7-5 con Mac che si infuria per la chiamata di un fallo di piede; nel terzo (si gioca al meglio dei cinque) il n.1 riesce finalmente a strappare la battuta al rivale ma per lui non è proprio giornata e si arrende 6-3 sconcertando anche il pubblico.

Il passo falso in Texas viene parzialmente rimediato in Georgia, dove Mac fa suo il torneo di Atlanta ma con l’arrivo della terra arrivano anche altre tre sconfitte, due delle quali lasciano intendere che Ivan Lendl è pronto per spodestare nuovamente il re del tennis. Sia a Forest Hills (dove l’americano aveva già rischiato grosso nei quarti contro un sorprendente Claudio Panatta, che rimpiangerà otto palle break non capitalizzate nel secondo parziale e perderà solo 7-5 al tie-break decisivo) che a Dusseldorf, il n.2 anticipa quello che potrebbe succedere nel ben più prestigioso teatro del Roland Garros ma a Parigi il duello non si rinnova perché McEnroe trova sul suo cammino l’intera nazionale svedese e, dopo aver eliminato sia Sundstrom che Nystrom, in semifinale si arrende a Mats Wilander.

La grande quantità di punti da difendere costringe McEnroe a mantenere ritmi elevatissimi praticamente in ogni torneo e a Wimbledon solo il KO negli ottavi di Lendl (battuto da Leconte) attenua la sua secca sconfitta nel turno successivo contro Kevin Curren. Sudafricano di nascita ma appena naturalizzato statunitense, Curren non è nuovo a ottimi exploit nei grandi tornei, pur senza arrivare mai al successo: la sua grande occasione l’ha avuta sempre a Wimbledon nel 1983, quando ha perso in semifinale con Chris Lewis, ma anche agli Australian Open del 1984 avrebbe potuto vincere dopo aver eliminato Lendl e invece si fermò all’ultimo atto contro Wilander, nonostante l’erba fosse una superficie a lui più congeniale. Qui, McEnroe viene letteralmente annichilito (6-2 6-2 6-4) e dopo di lui Connors, che in semifinale si deve accontentare di cinque giochi, ma in finale il 27enne di Durban patisce l’emozione molto più del suo giovane avversario e consegna alla storia il talento precoce di Boris Becker.

Nell’estate americana John tiene a distanza Lendl battendolo in due set nelle finali di Stratton Mountain e Montreal ma la sfida decisiva è quella degli US Open e questa volta i primi due rispettano il pronostico trovandosi regolarmente di fronte nella finale. Oltre al titolo, è in palio anche lo scettro di n.1 del mondo e il verdetto è inappellabile: Lendl vince 7-6 6-3 6-4 e si mette comodo in poltrona, perché ci rimarrà per ben 157 settimane consecutive, sfiorando il record di Connors (160). Al contempo, si chiude qui la lunga stagione di McEnroe con numeri di assoluta qualità: 258 incontri (226-32) in 170 settimane e 51 tornei, di cui 30 vinti; infine, è il n.1 che, tuttora, ha il record di riconquiste della vetta (14). Degli anni di Ivan Lendl parleremo nella ottava puntata, che ci farà arrivare al 1988.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SETTIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 63 36 67FILADELFIAS
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN16 36BRUXELLESS
1984McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 62 46 57 57ROLAND GARROSC
1984LENDL, IVANSHIRAS, LEIF57 36QUEEN’SG
1984LENDL, IVANLECONTE, HENRI36 68 46DAVIS CUPS
1984McENROE, JOHNAMRITRAJ, VIJAY76 26 36CINCINNATIH
1984McENROE, JOHNSUNDSTROM, HENRIK1113 46 36DAVIS CUPC
1985McENROE, JOHNNYSTROM, JOAKIM46 67 36DALLAS WCTS
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN36 36FOREST HILLS WCTC
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN76 67 36WORLD TEAM CUPC
1985McENROE, JOHNWILANDER, MATS16 57 57ROLAND GARROSC
1985McENROE, JOHNCURREN, KEVIN26 26 46WIMBLEDONG
1985McENROE, JOHNLENDL, IVAN67 36 46US OPENH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
Uno contro tutti: Lendl

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