Wimbledon viaggia verso la resa (Semeraro). I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Azzolini)

Rassegna stampa

Wimbledon viaggia verso la resa (Semeraro). I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 29 marzo 2020

Pubblicato

il

Wimbledon viaggia verso la resa (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

La prossima settimana, molto probabilmente, Wimbledon deciderà di annullare i suoi Championships. Una scelta dolorosa, visto che dal 1877 in avanti il Torneo si è fermato solo in occasione delle due Guerre Mondiali. L’11 ottobre 1940 una squadriglia di bombardieri tedeschi sganciò anche cinque bombe sull’impianto, sfondando il tetto. Nessuno immaginava che il prossimo pericolo sarebbe stata una bomba batteriologica. Una riunione di emergenza del Committee più famoso del mondo è stata annunciata qualche giorno fa, le alternative alla cancellazione scarseggiano. A rischio, dopo la stagione sulla terra, in realtà è tutta quella sull’erba, con l’aggravante che mentre il rosso può sperare di recuperare in autunno (il Roland Garros ha già deciso di partire il 20 settembre), il verde ha una finestra molto stretta. «Al momento – hanno spiegato dall’All England Club – in base ai consigli che ci vengono dalle autorità sanitarie, la finestra molto limitata in cui potremmo organizzare The Championship a causa della natura della superficie suggerisce che un rinvio non sarebbe privo di difficoltà». Tradotto dal “wimbledonese”, una dichiarazione di resa quasi certa. «Non so di quanto potrebbero rinviarlo – ha spiegato Andy Murray, che quest’anno sognava di dare un addio in grande stile sul Centre Court – Ci sono le esigenze di altri tornei da considerare e molte altre cose, come le ore di luce disponibili, che calano ogni giorno». […]

I duelli di John McEnroe con Borg e con il mondo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Comprava Picasso e Renoir. Aveva solo ventun anni. E non era ancora John McEnroe. Entità suprema, già allora, negli anni Ottanta. Ed erano solo gli inizi. Una divinità magrolina e in costante trambusto con se stessa, ma con pretese artistiche rivolte a tutto il mondo. E investimenti mirati. Pierre-Auguste Renoir era il preferito. Soldi spesi bene, i primi vinti agli Us Open. E una visione dell’arte che coincideva con la sua. Applicabile al tennis. L’obiettivo tennistico di John era raffigurare qualcosa d’indescrivibile. Un’esperienza tennistica non ripetibile. Chiusa dentro di lui ed estinta con il suo ritiro. Molti anni dopo, nel 1992. Sempre che non fosse spuntato, da qualche parte, un suo uguale. Ma non è mai successo. […] «Oggi non si lascia niente al caso, tutto è computerizzato, studiato, dall’allenamento tecnico a quello fisico, dall’alimentazione agli schemi, alla programmazione dei punti e del rendimento», ebbe a dire anni dopo. «Ma non c’è più fantasia, non c’è personalità. E il tennis ne soffre. Anche quando arrivai io sembrava che tutti avessero il collo della camicia inamidato. Reagii tirando fuori la mia personalità. Chissà se fra un po’ arriverà qualcun altro, magari con idee diverse, ma in grado di fare altrettanto». Un campione senza eredi. Tanto più che qualcuno è arrivato, alla fine, a riempire il nostro sport della personalità che serviva, per quanto diversa da quella di McEnroe. Federer, poi Nadal. E John è stato uno dei cantori in diretta delle loro gesta, riconoscendone i meriti e i talenti infiniti. Lui che quella parola, talento, se l’era giocata come un dardo per trapassare la logica impenetrabile di Ivan Lendl, il nemico insopportabile della seconda metà del suo mandato agonistico. «Ho più talento io nel mignolo della mia mano, di quanto ne abbia Lendl in tutto il suo corpo». Sul campo vinceva Ivan, 21 a 15. In quel 1980 reso indimenticabile da un tie break di 34 punti uno più bello dell’altro, che avvicinò di molto McEnroe al concetto stesso di imbattibilità, rappresentato in quegli anni da Borg e dalle sue cinque vittorie filate ai Championships, in molti collocano l’avvio dell’Era McEnroe. […] L’immagine della perfezione era ancora lontana da quel tipetto esile e incazzoso che nel breve volgere di pochi secondi strappava applausi e faceva raggrinzire la pelle degli spettatori per le frasi che gli uscivano dalla bocca. Borg, se non altro, ne dava un’interpretazione più solida. Quella di una perfezione bionda e distaccata dagli umani affanni. Una perfezione svedese. Il 1980 quasi perfetto di Borg finì per trasmettere a McEnroe una sensazione d’incompiutezza che poco lo fece esultare per l’avvenuta conquista del numero uno. L’altro aveva ancora una marcia in più. Così sembrava… Era stato sconfitto per la prima volta in esibizione a Dusseldorf, Coppa delle Nazioni, ma per il primo k.o. nel circuito fu necessario attendere agosto, la Rogers Cup a Toronto. E per ritiro. Eppure, quella corsa a due, spalla a spalla, finì per consumare lo svedese, per primo. Aveva tanto più da perdere, Bjorn, ma fece fatica soprattutto a rendersi conto che un rivale lo avesse ormai appaiato. Fu come se in quel tie break nel quarto set a Wimbledon, che tutti pensavano cancellato dalla vittoria al quinto, Borg avesse inalato un virus potente, che prese a consumarlo da dentro. Prima lentamente, poi a morsi. Battuto sull’erba per l’ultima volta, McEnroe superò il ghiacciolo svedese al quinto nella finale degli Us Open, la seconda che vinceva. Infine lo cancello da quella del Masters. Borg mantenne per poche briciole la vetta della classifica a fine anno. Ma la perse a Wimbledon dell’anno dopo, insieme con il torneo. Era il 1981. E lì davvero tutti compresero che il tennis era passato nelle mani di Mac. […] In quel palcoscenico che era il campo da tennis, Mac e Bjorn finirono per assumere il molo di autentici innovatori. Uno cambio il gioco. L’altro lo rese teatro. Borg imprimeva ai colpi rotazioni allora fuori da qualsiasi schema. Lo faceva colpendo la palla nella parte superiore, da maestro del top spin. La sfera subiva un’accelerazione in avanti e un innalzamento della traiettoria, al contempo anticipava la ricaduta. Si disse, a ragione, che Borg aveva allargato il campo da tennis. McEnroe tocchettava, smistava, accelerava d’improvviso e piombava a rete per volleare con naturale eccentricità, tenendo la racchetta fra le dita come un cucchiaino da the. Le due finali a Wimbledon del 1980-81 furono al centro di una disputa finita nel mito. Borg vinse il primo confronto (e il suo quinto Championship) ma non riuscì a impedire a McEnroe di realizzare, anche nella sconfitta, l’impresa della giornata, vincendo al 34° punto il tie break del quarto set, forse il più avvincente mai giocato. Borg si vide cancellare, uno a uno, 5 match point. Ma vinse al quinto (1-6 7-5 6-3 6-7 8-6), perché, disse, «ero ancora convinto di essere il più forte». […] Ivan Lendl fu il secondo grande avversario di McEnroe. Da fantascienza le tre sole sconfitte subite da McEnroe nella stagione che gli consegno la sconfitta più devastante fra tutte. Tre sconfitte in 85 match. Una con Vijay Amritraj a Cincinnati. Un’altra con Henrik Sundstroem nella finale di Coppa Davis in Svezia. Ma la prima di tutte, contro di lui, Ivan Lendl. Anno 1984, finale del Roland Garros. «L’esperienza più dolorosa della mia vita nell’anno in cui sfiorai la perfezione». Di rado un match di tennis produsse effetti così sconquassanti nella vita di due giocatori: accadde una sorta di mutazione che lasciò stremato e incerto il tennista che fin lì aveva dominato, e l’altro invece rinvigorito, quasi avesse succhiato la linfa vitale dell’avversario. Nessuno accetterebbe di accusare Lendl di vampirismo, seppure il suo tennis abbia finito per prosciugare decine di avversari, ma da quell’incontro i due non furono più gli stessi. Mac vinse ancora, tantissimo. Tredici trofei. E tornò a battere Lendl nella finale degli Us Open e in quella del Masters. Ma subì l’affronto della sconfitta a Parigi come una malattia debilitante. E dalla fine del 1984 non seppe più conquistare uno Slam. Lendl invece, da grandissimo perdente (il pollo) divenne irresistibile, fino a instaurare una vera e propria dittatura In largo vantaggio (due set), McEnroe trovo il modo di distrarsi in una guerricciola da quattro soldi con un tecnico della tv. Dette in escandescenze, strappo gli auricolari al poveretto, inveì e dimentico Lendl. Quando tornò a occuparsene i magnifici congegni del suo gioco si erano inceppati, mentre l’avversario, per quei misteriosi meccanismi che fanno la storia segreta di tanti avvenimenti sportivi, era rinsavito e aveva trovato nel lob un formidabile alleato. Il match si rovescio (3-6 2-6 6-4 7-5 7-5) e Mac ancora oggi non se ne dà pace. «È stata la peggiore sconfitta della mia vita, una sconfitta devastante: a volte ancora mi tiene sveglio la notte. Persino adesso è dura per me parlare di quel Roland Garros. Mi fa star male ripensare a quella partita, a cosa ho gettato via e a come sarebbe stata diversa la mia vita se avessi vinto. E so che sarà un dolore che mi porterò dietro per sempre». «Avessi vinto», disse anni dopo a Panatta durante una cena, «lo avrei perfino incoraggiato. Una bella pacca sulla spalla e via. Gli avrei detto: non te la prendere Ivan, in fondo sei sempre il numero due». La replica gli giunse in anni ancor più vicini ai nostri, tagliente come solo la lingua di Ivan sapeva essere. La raccontò lo stesso McEnroe, masticando amaro. «Aveva organizzato un evento dalle sue parti, nel Connecticut, e m’invito a fare da voce fuori campo, in pratica da intrattenitore. Gli dissi volentieri di sì, fra l’altro la paga era buonissima. Quando arrivai, ci salutammo e per rompere il ghiaccio gli dissi: “Dì la verità, Ivan, non sai proprio fare a meno di me’: Mi guardo serio. “Non direi,’ mi rispose, “ma sono sempre stato convinto che prima o poi avresti lavorato per me».

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Gli anni di Fabio (Cocchi). Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Grilli). Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2020

Pubblicato

il

Gli anni di Fabio: «Mi manca la gara, ma adesso sono un esperto di Tom & Jerry» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Trentatré sono gli anni che compie oggi Fabio Fognini, mai come ora preso dal ruolo di padre e uomo di famiglia. Tre sono gli anni che ha compiuto Federico, il primogenito di Fabio e Flavia Pennetta, finalmente festeggiati senza una valigia in mano. Un’età importante. E tempo di bilanci per Fognini, genio e sregolatezza del tennis italiano, capace di far passare al tifoso medio tutto l’arco costituzionale delle emozioni, dall’esaltazione alla furia. Fabio, che sapore ha questa giornata? «Il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il “grande”, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto».

Lei e Flavia festeggerete quattro anni di matrimonio l’11 giugno. ma forse non avete mai passato tanto tempo insieme…

 

È proprio così, la quotidianità per così dire “prolungata” è una dimensione che ci mancava. E devo dire che non è stato sempre facile, soprattutto all’inizio. In 15 anni di carriera sono sempre stato abituato ad andare e venire, stare fermo e non sapere nulla del futuro mi rendeva un po’ nervoso. Ma pian piano ci siamo abituati. Abbiamo iniziato a collaborare di più, io ho cercato di aiutarla. Magari cucinando, o tenendo Federico quando è più occupata con Farah. E così abbiamo trovato il ritmo. E siamo anche riusciti a divertirci. […] Per una vita dopo il tennis c’è tempo, però mi sento cresciuto come padre e come marito. E ora ho pure una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io. […]

Finalmente è tornato ad allenarsi in campo. Quanto le mancano i tornei?

Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie.

Cosa ne pensa coach Barazzutti?

La pensa come me. Ci sentiamo ogni giorno, ma non mi dà grosse indicazioni. Non sono più un giovane che deve approfittare della pausa per cambiare il proprio gioco. Ci confrontiamo, ma restiamo in attesa di sapere che sarà della stagione. Ora le classifiche sono congelate, ma il ranking non mi interessa. Guardo chi c’è davanti a me, e a parte i tre fenomeni gli altri sono tutti giocatori che ho già battuto e so di poter battere di nuovo. Anche Berrettini, che ha fatto grandi cose, è ancora giovane e ha tanti punti da difendere. Vediamo cosa ci riserverà il futuro.

Riserverà distanziamento sociale e nuove abitudini. A proposito, l’abbiamo vista giocare col guanto: come si è trovato?

Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza.

Cosa porterà con sé da questo momento assurdo che stiamo vivendo?

Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini.

Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Paolo Grilli, La Nazione)

Prima giapponese a vincere uno Slam, l’Us Open del 2018, e prima tennista asiatica in grado di raggiungere la vetta della graduatoria Wta, Naomi Osaka può gioire anche per un altro record, certo meno evocativo ma di enorme conforto: è lei la sportiva più pagata al mondo, secondo Forbes, avendo guadagnato nel 2019 circa 34 milioni di euro (lordi) tra montepremi e contratti di sponsorizzazione. E la ciliegina sul primato, per la 22enne nipponica, è quella di aver superato di poco la rivale Serena Williams, che si era sempre piazzata sul gradino più alto del podio femminile degli introiti nei quattro anni precedenti. L’asiatica occupa la 29esima posizione dei guadagni tra gli sportivi di tutto il mondo, mentre l’eterna campionessa americana non va oltre la 33esima piazza. Si tratta comunque della prima volte nella storia in cui due donne riescono a entrare nella top 50 assoluta: un piccolo passo verso una reale e auspicata parità di genere dello sport. La Osaka, ironia della sorte, non è stata protagonista di un 2019 stellare. Ha vinto gli Australian Open in gennaio, facendo il bis negli Slam dopo la vittoria a New York dell’autunno precedente, ma poi ha conosciuto una lunga impasse, tra difficoltà tecniche e fisiche. E solo alla fine dell’anno scorso ha vinto due tornei (Pechino e… Osaka!) riscattando le figure non proprio eccelse rimediate negli altri Slam. Quest’anno, poi, proprio agli Australian Open ha incassato una secca sconfitta dall’astro nascente Usa Cori Gauff. E Naomi è arretrata cosi fino alla decima posizione Wta. Ma ormai lei è un fenomeno globale e gli sponsor fanno a gara per mettere i loro marchi accanto al suo sorriso. […]

Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Voglia di ricominciare. Il tennis, travolto come il resto del mondo dall’emergenza coronavirus, ricerca lentamente la sua normalità e anche se fino al 31 luglio sono sospese tutte le attività, i campioni hanno cominciato ad allenarsi e alcuni di loro si stanno pure muovendo per garantirsi una parvenza di agonismo attraverso match senza valore ufficiale. Così, mentre Nadal posta su Instagram le foto del primo giorno di preparazione nella sua Accademia (e un giornalista spagnolo lo propone come ministro degli Esteri in un eventuale governo tecnico per gestire il post-pandemia), Djokovic festeggia il compleanno (33 come Fognini, compiuti venerdì) lanciando l’Adria Tour, un mini circuito itinerante di partite di esibizione che coinvolgeranno quattro Paesi dell’ex Jugoslavia e che scatterà il 13 giugno. L’obiettivo dell’evento è la solidarietà a favore di vari progetti umanitari nei Balcani. Il numero uno del mondo sarà affiancato da alcuni top player, innanzitutto da quel Dominic Thiem che Nole ha sconfitto a fatica nella finale degli Australian Open di gennaio. Poi ci saranno Grigor Dimitrov nonché l’amico e connazionale Viktor Troicki, mentre non si conoscono ancora i nomi degli altri quattro tennisti che dovrebbero completare il parterre della manifestazione. Il mini circuito si svolgerà in quattro diversi fine settimana e quattro differenti località, con un match bonus tra Djokovic e Damir Dzumhur che chiuderà l’Adria Tour il 5 luglio. Il programma prevede la prima tappa a Belgrado (Serbia, 13-14 giugno), la seconda a Zagabria (Croazia, 20-21 giugno), la terza in Montenegro (27-28 giugno) e la quarta a Banja Luka (Bosnia, 3-4 luglio), con il bonus a Sarajevo il giorno dopo. Per ogni weekend, i partecipanti saranno ripartiti in due gruppi e si sfideranno secondo la formula del round robin. I vincitori di ciascun gruppo giocheranno la finale. Gli incontri seguiranno le regole del Fast 4: set ai quattro game e partite al meglio dei tre set. La speranza è che possa addirittura giocarsi con il pubblico, visto il basso tasso di contagiosità dei quattro Paesi. […] Chi sembra non avere nessuna fretta di ripartire è Roger Federer, che infatti ha dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo perché non ha stimoli sufficienti, considerando che resta forte l’incertezza sulla data di inizio dei tornei. In una chat con Kuerten, il Divino ha rivelato: «Al momento sono fermo, perché non vedo il motivo per preparami. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa. Quando avrò un obiettivo per cui allenarmi, sarò super motivato». Filosofia da Maestro.

Continua a leggere

Rassegna stampa

Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Calabresi)

La rassegna stampa del 23 maggio 2020

Pubblicato

il

Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Marco Calabresi, Il Corriere della Sera)

Matteo Berrettini ha trascorso il periodo di lockdown a Boca Raton, in Florida. A migliaia di chilometri di distanza, invece, tanti ragazzini e ragazzine crescono sperando di diventare come lui. Per loro, e per tantissimi circoli della Capitale (lunedì, tra gli altri, riapriranno il CC Roma e il CC Lazio), è stato un periodo durissimo e oltre due mesi di «buco» non saranno semplici da colmare. […]Nelle accademie c’è voglia di normalità: mascherine per i maestri, sorrisi per gli atleti. Nel Lazio c’è il 12% del movimento nazionale: circa 370 circoli (280 a Roma, molti dei quali scuole tennis riconosciute dalla Fit), oltre 4omila tesserati, e tanto talento. Nello sport romano che arranca soprattutto a livello di discipline di squadra, il tennis è una piacevole eccezione. L’effetto Berrettini (Matteo è attualmente al numero 8 della classifica Atp) è l’elemento trainante: opinione comune, nei circoli, è che il suo percorso abbia creato nei giovani la consapevolezza che non sia necessario primeggiare a livello di Under 12 o Under 14, bensì seguire un percorso di formazione tecnica che vada aldilà del risultato. […] «Matteo, da giovanissimo, non era tra i top, lo ha ammesso anche lui – racconta il suo allenatore, Vincenzo Santopadre – Stare meno con le luci puntate lo ha aiutato, ma lui è stato comunque bravo a mantenere il giusto equilibrio. Non pensare a vincere il torneo di oggi, ma a costruirsi un futuro migliore. In questo senso, è stato fondamentale tutto l’ambiente che lo ha circondato: la famiglia, noi dello staff, il CC Aniene. E forse è stato importante anche il periodo dell’anno in cui ha raggiunto i risultati più importanti: gli Us Open tra agosto e settembre, quando la gente è ancora in vacanza e si è potuta svegliare di notte per vederlo e sognare con lui. Ho tanti amici nel tennis che hanno figli: vogliono tutti sapere quando Matteo è a Roma per andarlo a vedere o a chiedergli un autografo». La bella immagine di Berrettini, ma non solo: «C’è nuova linfa per il nostro tennis. Arriva dai giocatori di vertice come Matteo, ma anche dalla popolarità che lo sport sta acquisendo, e che ci ha permesso di aumentare i numeri. Tutto questo, nonostante a Roma ci sia carenza di strutture al coperto che permettono l’allenamento con qualsiasi condizione atmosferica. E fondamentale che nei circoli ci sia qualità, necessaria per far emergere le potenzialità dei giovani». Santopadre segue Berrettini, ma è anche tra i fondatori della Rome Tennis Academy, dove si allena Jacopo, fratello minore di Matteo (classe ’98). Con Santopadre, c’è Stefano Cobolli, papà di Flavio, tra i talenti da seguire della NextGen romana. Nato nel 2002, era passato anche per il settore giovanile della Roma, prima di scegliere la racchetta. Su di lui, e su Matteo Gigante, sono riposte grandi speranze, ma non sono i soli: Giulio Zeppieri (2001, di Latina) e Gian Marco Moroni (1998) sono in rampa di lancio. Come tutto il tennis romano

Continua a leggere

Rassegna stampa

«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Agresti). Maggio, mese da n. 1 (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 22 maggio 2020

Pubblicato

il

«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Stefano Agresti, Corriere della Sera)

Nicola Pietrangeli ha 86 anni e la memoria di un ragazzo: ricorda tutto, nomi, date e numeri. Viveva anche grazie al lavoro di consulente per la Federtennis, ma adesso quello stipendio non ce l’ha più. Pietrangeli cos’è successo? «Il 10 marzo mi ha chiamato il presidente Binaghi, il quale gentilmente mi ha detto: a causa del coronavirus vengono sospesi tutti i rapporti con i collaboratori esterni. Ho ascoltato in silenzio. Poi, nei giorni successivi, ho scoperto una cosa che ha cambiato tutto. Ho scoperto che questo è accaduto solo nel tennis. Credevo che fosse una decisione comune a tutte le discipline, invece non è così. E non stiamo parlando di una federazione povera, al contrario: la Fit è ricca. A quel punto l’ho presa malissimo, come chiunque quando gli tolgono tutto lo stipendio da un giorno all’altro. E non mi coprivano d’oro, sia chiaro: era una retribuzione dignitosa per uno della mia età».

L’azzeramento dello stipendio l’ha messa in crisi?

 

Se dicessi di no, sarebbe una mezza bugia. Per me è un brutto colpo. Anche perché non mi sono fatto ricco con lo sport. Oggi chi vince il Roland Garros prende quasi 2,5 milioni di euro, a me hanno dato 150 dollari: non ci ho comprato nemmeno un mini-appartamento. Il tennis mi ha dato tanta fama e pochi soldi.

Ha sentito qualcuno dopo il 10 marzo?

Nemmeno lo straccio di una telefonata e questa è un’altra cosa che mi ha fatto molto male. Ho 86 anni, qualcosa nel tennis ho combinato: un po’ di attenzione la meritavo, una chiamata me la dovevano. Anche solo per rispetto: ma sei morto? Conosco Binaghi da quando era bambino: da una parte lo ringrazio perché abbiamo collaborato assieme, ma dall’altra proprio non lo capisco. Lo sa qual è l’ultima scortesia che mi hanno fatto? Dal 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato. Ne parlavo l’altro giorno con Lea Pericoli. Se facciamo la somma, in due abbiamo vinto 51 titoli nazionali: 27 lei, 24 io. E ci hanno tenuto fuori da tutto. […]

Maggio, mese da n. 1 (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Gaby a Roma festeggiava compleanni e vittorie. Non fu la sola, certo l’unica cui i sospirosi tifosi romani avrebbero preparato volentieri la torta con le proprie mani. A patto di consegnargliela personalmente. Nata il 16 notte, quando la festa del calendimaggio volge al termine. Tradizione vuole che in quella giornata, ballando e ruzzando, si chieda alla primavera di accompagnarci verso l’estate più bella. Usanze tenute in gran conto anche nelle Marche e in Abruzzo, le terre del Dna italiano di Gabriela Sabatini, dovei nonni nacquero e decisero ancora giovani di tentare l’avventura da migranti, in Argentina. Per questo, forse, il settennato romano della pupa, ieri bella e oggi bellissima cinquantenne, molto somiglia a una primavera. C’erano il sole, la lieve brezza romana, e una Dea da amare. La storia prese il via da una finale persa nel 1987 contro Stef Graf che molto costò al torneo romano. Fu un confronto impari sia sul piano del gioco, del tutto a favore della tedesca, sia per il tributo amoroso che gli appassionati del Foro rivolsero alle due contendenti. E qui Gabriela vinse a mani basse, raccogliendo incitamenti innamorati che mai si erano sentiti sugli spalti. Lenzuola grandi come letti a tre piazze rimboccarono il Centrale. Ce n’erano di tutti i tipi: «Roma uguale Gabyland», «Il Moro ci piace, ma la Mora anche di più», «Gaby nei cuor avanti con ardor». Tutti per lei, nessuno per la giovane tedesca, che per completare l’opera venne dipinta come “bruttina non ancora stagionata” in un articolo di uno dei nostri quotidiani più importanti. Steffi ritirò il premio, si presentò dagli organizzatori e con semplicità li fece precipitare in un incubo: «Qui, non mi vedrete mai più». Gli anni di Gaby, alla fine, si scontrarono con Conchita Martinez. Sabatini vinse nell’88 e nell’89, fu semifinalista nel ’90, tornò a dominare nei due anni successivi. Abdicò nel 1993 e Conchita nei vinse quattro di seguito. Svogliata, Steffi rientro solo nel 1996 per una passerella che convinse i romani anche delle sue qualità estetiche. Maggio è il mese dei compleanni, nel tennis. […] Cosi, in attesa che i perduti Internazionali tornino fra noi (ma quando? davvero a settembre?) niente vieterebbe di organizzare un Masters virtuale fra i tennisti di maggio. Titoli alla mano, il n. 1 del tabellone maschile spetta a Novak Djokovic, nato il 22. All’altro capo, John Newcombe (23). Poi Fred Perry (18) e Andy Murray (15) e via via gli altri: Pancho Gonzales (9), Manuel Santana (10), Tony Roche (17), Yannick Noah (18), Pat Cash (27), Cliff Drysdale (26), Grigor Dimitrov (16), Kevin Anderson (18), Fabio Fognini (24), Miloslav Mecir (19), Tomas Smid (20) e Karen Khachanov (21). […] Non manca il torneo femminile, con l’imbattibile Suzanne Lenglen (24) davanti alla concorrenza. Poi Gabriela (16), e Johanna Konta (17). A seguire Harkleroad (2), Buzarnescu (4), Cibullcova (6), Tomljanovic e Kasatkina(7), Kuzmova e McHale (11), Mladenovic (14), Sabalenka, la nostra Silvana Lazzarino (19), Lepchenko (21). Ce n’è per una buona esibizione. […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement