Uno contro tutti: Borg e ancora Connors

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Uno contro tutti: Borg e ancora Connors

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi introduciamo Bjorn Borg e ritroviamo Jimbo

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A quattro anni esatti dalla sua prima apparizione, il 23 agosto 1977 il ranking ATP ha un nuovo leader, il quarto in assoluto: Bjorn Borg. Lo svedese, campione per la seconda volta consecutiva a Wimbledon, è diventato tale senza dover scendere in campo in quanto il sistema di conteggio dei punti ha fatto sì che Connors, incapace di difendere adeguatamente le vittorie ottenute l’anno precedente a Washington, North Conway e Indianapolis, sia scivolato – sia pur di poco – alle spalle del rivale. In realtà, anche a distanza di tanto tempo, la situazione non è del tutto chiara; Borg, infatti, verrà considerato leader per una sola settimana e quindi, nel momento in cui a Forest Hills prendono il via gli US Open dovrebbe essere di nuovo alle spalle di Connors mentre l’ATP tuttora lo considera n.1 durante lo svolgimento dello Slam statunitense.

Di per sé il fatto ha un rilievo relativo, anche perché lo svedese si procura un infortunio al pettorale destro e nel match di ottavi di finale contro Dick Stockton sarà costretto al ritiro all’inizio del terzo set, ma evidenzia come il sistema avesse ancora bisogno di essere perfezionato. A complicare ulteriormente la già confusa situazione sarà poi la conquista del titolo da parte di Guillermo Vilas. Già campione al Roland Garros ai primi di giugno, sulla terra l’argentino dimostra di non avere rivali e arriva a New York con una dote di 35 vittorie consecutive sulla superficie in oggetto, che diventano 42 il giorno della finale in cui il pubblico è tutto per lui nonostante stia giocando contro un americano. Jimbo sa già che, comunque vada, tornerà in vetta al ranking ma in quel momento l’unica cosa che conta è giocare e vincere in un’atmosfera del genere.

Sia lui che Vilas sono arrivati lì senza perdere set ma il giorno prima Connors ne ha fatta una delle sue, rischiando la squalifica: è andato nella metà campo di Barazzutti, il suo avversario di semifinale, per cancellare il segno di una palla dubbia contestata dall’italiano. Il giudice di sedia, Jack Stahr, lo riprende pubblicamente dicendogli che quello che ha fatto non è divertente e che non aveva il diritto di farlo ma, anziché squalificarlo, conferma la chiamata e il match prosegue tra le proteste del pubblico e l’incredulità di Barazzutti. Forse anche per questo – nonché per la sua fama di antipatico – in finale, l’ultima finale di sempre in quel glorioso stadio, buona parte del pubblico vuole vederlo perdere.

Vilas è contratto ma dal secondo set in poi torna quello imbattibile e chiude in quattro set con un 6-0 conclusivo; la pallina dell’ultimo punto non ha ancora rimbalzato due volte che il centrale viene inondato dagli spettatori, alcuni dei quali si issano sulle spalle l’argentino come fosse Carlos Monzon o Pelè. Invece è un tennista, che chiuderà la stagione con altre 37 vittorie sulla terra e si arrenderà solo a una diavoleria, la famigerata racchetta-spaghetti con cui Ilie Nastase lo costringerà al ritiro nella finale di Aix-en-Provence. Siamo rimasti a lungo su Vilas in quanto, trattando la storia dei numeri 1, l’argentino ha più volte rivendicato (forse non del tutto a torto) il diritto a far parte di questa lista, sia per i risultati ottenuti in quel 1977 e sia, come dimostrò il giornalista Eduardo Puppo raccogliendo oltre mille fogli di dati, per alcune settimane tra il 1975 e il 1976. Ma, pur riconoscendo le falle del sistema, l’ATP non ha mai ammesso le lacune e ufficialmente il best-ranking di Vilas resta il n.2.

Quindi, la più equilibrata fra le ultime stagioni del circuito rimanda il verdetto – ma solo virtualmente – al Masters del Madison Square Garden. Il triangolo dei pretendenti al trono è scaleno perché Vilas batte Connors nel girone, poi perde con Borg in semifinale che a sua volta esce sconfitto da Jimbo in una finale in cui si aggiudica un gioco in più del rivale e che termina 6-4/1-6/6-4 per l’americano. In realtà, come di consuetudine, il torneo dei maestri chiude un’annata ma, disputandosi in gennaio, inizia di fatto quella successiva. Siamo nel 1978, gli Australian Open sono diventati anche in senso temporale l’ultimo major e sperano che qualcuno faccia suoi i primi tre appuntamenti perché in tal caso Melbourne diventerebbe il teatro per la possibile rincorsa al Grand Slam. Progetto ambizioso, quello australiano, ma non così astruso; succederà infatti per ben due stagioni su tre che un giocatore, Bjorn Borg, si troverà a una sola vittoria dal completare i ¾ del leggendario percorso ma verrà sempre respinto.

La prima volta accade subito. Lo svedese domina a Parigi (è la volta in cui Barazzutti, sconfitto in semifinale 6-0/6-1/6-0, al momento di stringergli la mano gli dirà ironicamente “peccato per quel game che hai perso”) mentre a Wimbledon trema solo al primo turno, spaventato dalla pioggia che rende ancora più insidiosa l’erba e dal gigante americano Victor Amaya. Mancino di oltre due metri, l’ormai ventiquattrenne di Denver si trova a un passo dall’impresa quando, in vantaggio due set a uno, ha la palla del doppio break nel quarto set: 3-1 e 30-40. Se avesse vinto quel punto, avrebbe vinto la partita” ammetterà onestamente Borg alla fine della sfida. Ma la seconda dello scandinavo è profonda e con sufficiente effetto da scongiurare il pericolo e, come disse lo stesso Amaya, “fece girare il match”.

Victor Amaya

Con un best-ranking da top-20 sia in singolare che in doppio, Victor comporrà con il connazionale Hank Pfister una coppia di ottimo livello (vittoria al Roland Garros nel 1980, finale agli US Open nel 1982) e chiuderà la carriera da singolarista con un record curioso: 3 titoli conquistati battendo in finale sempre vincitori Slam, passati o futuri, come Teacher, Edmondson e Lendl.

 

A pagina due, ancora Borg e quel pollice ‘menomato’

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A 40 anni dalla finale di Wimbledon 1980: metti un Rocavert tra Borg e McEnroe

Oggi la finale di Wimbledon più famosa dell’Era Open festeggia 40 anni. Eppure non tutti ricordano che quella partita rischiò di non andare mai in scena… per colpa di un terzo incomodo, Terry Rocavert

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Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della partita di tennis più famosa dell’Era Open, o quantomeno una delle più iconiche: parliamo della finale di Wimbledon ’80 tra Bjorn Borg e John McEnroe.

Di quella partita ho un ricordo particolare e straordinariamente nitido, costituito dalla frase che mi disse mio padre all’inizio del terzo set: “Vado a fare due passi, tanto questi due vanno avanti almeno altre due ore“. Mio papà ebbe molta fortuna, perché un’ora dopo – lui assente – Borg, complice un ispirato McEnroe, sprecò due match point consecutivi al servizio dandogli così modo di aggiudicarsi il tie-break del quarto set – forse il più memorabile squarcio di tennis di tutti i tempi – e di portare il match al quinto – che di memorabile invece ebbe solo il punteggio, perché Borg offrì un esempio di forza mentale straordinario e lo dominò, concedendo al suo avversario solo tre punti nei suoi sette turni di servizio, due dei quali nel primo.

Spero che i lettori mi perdoneranno ma su cotanta partita non aggiungerò altro. In fondo, penne ben più nobili e meritevoli della mia se ne sono a più riprese occupate e io rischierei quindi solo di fare brutta figura, producendo uno scontato esercizio di retorica sportiva. Pochi invece si sono occupati di un altro incontro che si disputò a Wimbledon quell’anno e che solo per pochissimi punti non impedì lo svolgimento della finale così come noi la conosciamo.

 

Si tratta di un incontro nel quale mi sono imbattuto per puro caso nel momento in cui – per preparare l’introduzione all’articolo celebrativo – ho analizzato il tabellone per ripercorrere il percorso fatto da Borg e McEnroe per raggiungere la finale; sono rimasto così colpito dal punteggio di questo incontro che ho prima deciso di saperne qualche cosa di più e – dopo averlo fatto – di compiere… un ammutinamento giornalistico. Mi riferisco al match di secondo turno che vide John McEnroe opposto a Terry Rocavert.

Alzi la mano chi – oltre al nostro Direttore – ricorda questo carneade australiano nato a Sidney nel 1955, più esattamente il 21 ottobre (come l’autore dell’articolo, nda). Il sito dell’ATP su di lui dice soltanto che raggiunse nel maggio del 1980 la sua miglior posizione assoluta – la novantaduesima–  e nel medesimo anno sul cemento outdoor di Columbus l’unica finale della carriera. Aggiungiamo a queste informazioni che suo padre – Don Rocavert – fu un discreto giocatore agli inizi degli anni 50.

Al primo turno dei Championships l’australiano battè in rimonta in cinque set un ottimo “quasi ex” giocatore, il trentanovenne inglese Roger Taylor al quale era stata offerta una wild card e al secondo si trovò di fronte McEnroe reduce da una facile vittoria in tre set contro il connazionale Butch Walts. Nessuno si aspettava quindi che il numero due del mondo potesse faticare per arrivare al terzo turno. Nessuno tranne (forse) Terry Rocavert.

La partita fu sospesa per pioggia sul punteggio di 2-2 nel primo set e riprese il giorno successivo. Rocavert rischiò seriamente di non arrivare in tempo per ricominciare a giocare a causa di una serie di rocamboleschi contrattempi stradali ma alla fine, fortunatamente per lui e per la nostra storia, ci riuscì. Quella che segue è la traduzione di un’intervista che Rocavert rilasciò anni dopo a un sito australiano, Theage.com.

Terry Rocavert

Quel giorno arrivai a Wimbledon in abiti civili; corsi a cambiarmi, presi le mie racchette e iniziai a giocare meravigliosamente. Vinsi così il primo set e persi il secondo ingiustamente, perché a mio parere giocai meglio io di lui. Il mio colpo migliore era il rovescio e pertanto il servizio a uscire dei mancini non mi dava fastidio, anzi, era il contrario. A un certo punto la pallina iniziò a sembrarmi grande come una palla da basket e a venirmi incontro al rallentatore; ero in stato di grazia al punto che vinsi il tie-break del terzo set per 7 punti a 0.

Anche il quarto set giunse al tie-break (che per la prima volta a Wimbledon si disputava sul punteggio di 6-6 e non più sull’8-8, nda) e sull’1-1 McEnroe commise un doppio fallo regalandomi così un mini-break; lo vidi scrollare le spalle subito dopo quell’errore e in quel momento si spezzò l’incantesimo. Pensai alle conseguenze di una mia possibile vittoria e a quello che mi avrebbero chiesto in conferenza stampa e fu la fine“.

McEnroe si aggiudicò infatti il tie-break e il set decisivo dell’incontro. Risultato finale: J. McEnroe b. T. Rocavert 4-6 7-5 6-7 7-6 6-3. Il rischio corso ebbe l’effetto di una scarica elettrica positiva su McEnroe, che nelle successive quattro partite perse solo un set in semifinale contro Connors.

A Rocavert il destino invece non riservò più momenti di gloria sul campo, ma non gli precluse una buona carriera di allenatore in Australia durante la quale tenne a battesimo il debutto nel circuito professionistico di giocatori del calibro di Todd Woodbridge e Jason Stoltenberg.

Un’ultima curiosità su Rocavert: alcuni anni fa, in collaborazione con la federazione australiana, ha importato in Australia dall’Italia il materiale con il quale vengono preparati i terreni in terra rossa del Foro Italico per ricreare nel suo Paese campi da tennis con una superficie identica a quello in cui si disputano gli Internazionali d’Italia. Questo perché – a suo avviso – il dominio dei giocatori europei e sudamericani dipende dal fatto che crescono giocando sul mattone tritato. Detto da uno che giunse ad un passo dal battere McEnroe sull’erba fa sicuramente un certo effetto.

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Stati Uniti a Wimbledon: una storia di grandi successi

Il 4 luglio è il giorno dell’Indipendenza negli USA. Per noi è l’occasione di ricordare i 90 titoli vinti tra singolare maschile e femminile nella storia dei Championships. Da Serena e Venus fino a Sampras e Agassi, passando per le delusioni di Roddick

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Serena Williams - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

La storia degli Stati Uniti a Wimbledon, il cui pretesto per raccontarla ci viene fornito dalla ricorrenza di oggi, 4 luglio nonché Indipendence Day, è una storia di grandi successi. Gli USA figurano al secondo posto nella classifica dei titoli vinti nel singolare maschile (33), dietro alla sola Gran Bretagna che però ha vinto 35 dei suoi 37 titoli prima dell’Era Open (addirittura 31 prima del 1910), mentre al femminile sono di gran lunga primi con 57 trofei (28 in Era pre Open, 29 in Era Open). Ultimamente però i successi scarseggiano: l’ultimo titolo maschile risale al 2000 con Pete Sampras e anche le inossidabili sorelle Williams, pur continuando ad arrivare in finale, stanno pagando lo scotto dell’età con delle vere e proprie batoste nelle partite decisive. Proviamo a ripercorrere le varie vicende dei tennisti a stelle e strisce nel torneo più famoso della storia del tennis, dai primi partecipanti alle grandi vittorie fino alle difficoltà del presente.

I pionieri e l’Era pre Open

La prima edizione che ha visto la partecipazione di tennisti statunitensi è stata quella del 1884. Ben tre furono i giocatori giunti da oltreoceano: Richard Sears, James Dwight e Arthur Rives. Di questi solo Dwight riuscì a vincere una partita, perdendo poi la seconda al quinto. Al femminile la prima invece fu Marion Jones nel 1900. Il primo titolo per gli Stati Uniti arrivò proprio nel singolare femminile, grazie alla vittoria di May Sutton nel 1905, prima tennista non britannica ad aggiudicarsi il trofeo. Sutton poi replicherà il successo nel 1907, mentre gli uomini dovranno aspettare fino al 1920 per sollevare la coppa di Wimbledon. A trionfare in quell’anno (e anche nel successivo) fu il leggendario Bill Tilden.

Dopo la doppietta di Tilden gli USA vinceranno altri sedici titoli prima dell’Era Open. In questo lasso di tempo solo l’Australia dei vari Emerson, Hoad, Laver e Newcombe regge il confronto con dodici successi. I diciotto titoli conquistati fanno degli Stati Uniti la seconda nazione più vincente dell’era amatoriale, seconda solo alla Gran Bretagna che conta 34 successi (31 dei quali però giunti prima del 1910). Ancora più clamorosa l’accelerata al femminile: 28 titoli prima dell’Era Open di cui 15 consecutivi dal 1938 al 1958 (dal 1940 al 1945 il torneo non si è disputato a causa della Seconda Guerra Mondiale).

 

Era Open (1968-2000): il dominio

Il vero periodo d’oro sui prati di Wimbledon però arriva tra il 1968 e il 2000. Al maschile, dopo le doppiette di Laver e Newcombe, è Stan Smith a rompere il digiuno, sconfiggendo Ilie Nastase in cinque set nella finale del 1972. Solo un Bjorn Borg ai limiti dell’invulnerabilità elargisce delusioni ai giocatori e tifosi statunitensi vincendo cinque titoli consecutivi tra il 1976 e il 1980 (quattro dei quali contro tennisti USA) e attutendo così l’esplosione ad altissimi livelli di Jimmy Connors (due titoli in sei finali) e John McEnroe (cinque finali consecutive e tre titoli).

Dopo il magico 1984 di McEnroe seguono sette anni di vacche magre, interrotti dalla sorprendente vittoria di Andre Agassi che nel 1992 supera in cinque set Goran Ivanisevic, aggiudicandosi il suo primo Slam. Quel che resta degli anni ’90 è appannaggio di Pete Sampras, che domina come nessuno prima di allora e fa sue tutte le edizioni dal 1993 al 2000, con l’illustre eccezione del 1996 quando fu sorpreso da Richard Krajicek.

Anche al femminile il periodo è particolarmente florido con ben 16 titoli in 23 edizioni dal 1968 e 1990, vinti però da sole tre giocatrici: Billie Jean King, Chris Evert e Martina Navratilova. Il dato beneficia del fatto che Navratilova, pur essendo nata in Cecoslovacchia, dal 1975 ha gareggiato sotto bandiera a stelle e strisce avendo ricevuto asilo dagli USA in cambio però della rinuncia alla precedente cittadinanza. Dal momento che il primo titolo a Wimbledon di Martina è del 1978, tutti e nove i suoi successi sono stati ottenuti da cittadina statunitense.

“Duemila e non più duemila”: la crisi al maschile e i successi delle sorelle Williams

Il terzo millennio ha due volti completamente diversi: estremamente positivo sul versante femminile e estremamente deludente su quello maschile. Tra le donne pesa tantissimo l’impatto sul mondo del tennis delle sorelle Williams, che a Wimbledon assume connotati ancora più clamorosi. Tra il 2000 e il 2016, le due si spartiscono ben cinque piatti (sette per Serena, cinque per Venus), cannibalizzando di fatto il torneo, eccezion fatta per le incursioni estemporanee di Amelie Mauresmo, Maria Sharapova, Marion Bartoli e per la doppietta di Petra Kvitova, ad oggi l’unica altra vincitrice multipla del ventunesimo secolo.

Nonostante l’età che avanza, Venus e Serena sono riuscite ad arrivare in finale nelle ultime tre edizioni disputate, anche se in verità hanno raccolto magre figure. Nel 2017, Venus fu dominata da Garbine Muguruza, mentre nel 2018 e 2019 Serena ha ricevuto due dure lezioni da Angelique Kerber e Simona Halep per un totale di appena quindici giochi vinti in tre partite dalle sorelle.

Al maschile invece negli ultimi vent’anni, il torneo è stato molto avaro di soddisfazioni per i giocatori statunitensi. Vero che la presenza di Roger Federer (8 titoli), Novak Djokovic (5 titoli), Rafael Nadal (2 titoli) e Andy Murray (2 titoli) ha lasciato poco o nulla ai tennisti di ogni nazionalità, ma per gli USA un rimpianto c’è e risponde al nome di Andy Roddick. Per lui tre finali, tutte perse, tutte contro Roger Federer. Quella che veramente fa male però è la terza, quella del 2009, quando con una sciagurata volée larga Andy vanificò la possibilità di andare avanti di due set in una giornata in cui era davvero intoccabile al servizio. Il resto della storia lo conoscono tutti, Federer vinse quel secondo set e finì per prevalere 16-14 al quinto set dopo più di quattro ore.

A parte Roddick, gli USA ultimamente si sono dovuti accontentare di singoli exploit senza velleità di conquistare poi il trofeo. Per due anni consecutivi, Sam Querrey è riuscito nell’impresa di eliminare il numero uno al mondo, nonché campione uscente: nel 2016 Novak Djokovic, nel 2017 Andy Murray. In quest’ultima occasione si spinse fino alle semifinali, sconfitto da Marin Cilic. L’ultimo risultato degno di nota è la semifinale fiume persa da John Isner, che di partite lunghe a Wimbledon se ne intende, contro Kevin Anderson nel 2018 per 26 a 24 al quinto set. Insomma il digiuno di titoli maschili sui sacri prati di Church Road dura da quell’ultimo titolo di Sampras, all’alba del nuovo millennio, e all’orizzonte non si intravede al momento chi possa spezzare la maledizione.

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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