Andrea Gaudenzi ai tempi della peste e le amicizie tennistiche italo-polacche

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Andrea Gaudenzi ai tempi della peste e le amicizie tennistiche italo-polacche

Il noto giornalista polacco Tomasz Tomaszewski parla dei legami tennistici tra Italia e Polonia e ci regala un profilo del nuovo presidente ATP Gaudenzi

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Tomasz Tomaszewski
 

Gli italiani a Monte Carlo

Poco più di un anno si stava concludendo il torneo di Montecarlo.  L’italiano Fabio Fognini ottenne il più grande successo della sua carriera battendo in finale il serbo Dusan Lajovic. Prima, in semifinale, Fabio aveva battuto Rafael Nadal. Compiendo questa grande impresa l’italiano si è iscritto per sempre nella storia del tennis, non solo come vincitore di uno dei più antichi e dei più prestigiosi tornei, ma anche come l’unico italiano capace di battere Rafa quattro volte sulla terra battuta. Si è trattato del primo italiano, dai tempi dell’indimenticabile Nicola Pietrangeli, vincitore del torneo disputato sul campo più bello del mondo, sospeso sulla roccia sopra l’azzurro del Mar Ligure.

Quando Nicola Pietrangeli, insieme al principe Alberto, consegnava a Fognini la tanto desiderata coppa, nel box dell’italiano piangeva di felicità sua moglie, Flavia Pennetta. Una volta rivale di Marta Domachowska e Agnieszka Radwańska, campionessa dell’US Open, applaudiva il marito in compagnia del capitano della nazionale italiana di Coppa Davis, Corrado Barazzuti.

Corrado Barazzutti, Flavia Pennetta e Fabio Fognini – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Fu un torneo straordinario, anche per me. Per la prima volta andai a Monaco come cronista della Polsat. Furono tre giorni di emozioni e ricordi delle mie precedenti visite, un viaggio commovente sulle orme dell’amico di mio padre, Władysław Skonecki.

 

Nicola Pietrangeli, il vincitore di Monte Carlo degli anni 1961, 1967 e 1968, giocava meravigliosamente. Il suo tennis era come poesia. Venne due volte a Varsavia, negli anni 1956 e 1958, per la Coppa Davis. L’anno scorso, a metà giugno, visitò la Polonia su invito dell’ambasciatore d’Italia. Per il centenario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche polacco-italiane, l’ambasciatore Aldo Amati organizzò un incontro con la leggenda e un torneo amichevole, il Trofeo d’Amicizia. Ho avuto l’onore di condurre l’incontro con Nicola nella bella sala da ballo del palazzo dell’ambasciata, in piazza Dąbrowskiego. Pietrangeli ha ricordato i duelli sul campo con Władysław Skonecki, gli anni ’60 a Roma, la dolce vita, l’amicizia con Marcello Mastroianni e con Charlton Heston, i suoi viaggi – anche quelli a Varsavia.

Le avventure di Gaudenzi

Un altro italiano che prima di Fabio Fognini sfiorò la finale nel Principato di Monaco fu Andrea Gaudenzi. Gaudenzi conta tre titoli ATP (Casablanca, Sankt Polten, Bastad). Nel 1995, in semifinale a Monte Carlo, era in vantaggio di un set su Tomas Muster e conduceva 5-2 nel tie-break del secondo. Gli mancò un po’ di fortuna, Tomas cominciò a zoppicare per la prima volta, forse simulando la contusione (cosi, scherzosamente, suggerì lo stesso Leitgeb) e l’italiano si fece scappare la chance della vita. In finale Muster vinse in cinque set con Boris Becker. Fu del resto la più bella finale nella lunga storia di questo straordinario torneo. Becker aveva avuto un match point nel quarto set. Il duello fu un’anteprima delle partite tra Federer e Nadal. Becker, un po’ come più tardi Federer, giocava in modo offensivo, perfetto da metà campo in avanti; il mancino Muster, archetipo di Nadal, giocava a fondo campo – ma da lì attaccava. Si dà il caso che l’allenatore e il manager dei due tennisti fosse l’austriaco Ronnie Leitgeb.

Ho parlato con Ronnie prima di scrivere questo articolo, e mi ha ricordato alcuni dettagli della carriera del tennista italiano, campione di Roland Garros e dell’US Open juniores. Andrea Gaudenzi nacque a Faenza in una famiglia di tennisti. Suo nonno, Teo Gaudenzi, era un agiato commerciante che giocava anche a tennis da discreto terza categoria. Lo zio Stefano, sesto tennista d’Italia (dopo Pietrangeli, Sirola, Gardini, Merlo e Tacchini) fu vicino ad entrare nella squadra di Coppa Davis. Oggi è titolare di un rinomato studio legale a Ravenna. Anche il padre Gabriele, di professione ingegnere edile, attualmente in pensione, partecipava a tornei. Nei primi anni ‘90, quando l’unico modo per vedere il tennis ogni settimana era avere una parabola, la famiglia ne acquistò una ed era l’unica della zona. Il giovane Andrea divise il suo tempo tra la carriera di tennista professionista (arrivò alla 18° posizione nel ranking ATP) e gli studi di legge a Bologna.

Girava la voce che si fosse impegnato troppo in palestra con Muster fino a infortunarsi alla spalla destra, il che ebbe ripercussioni sulla finale di Coppa Davis a Milano (1998) quando l’Italia affrontò la Svezia. Nella massacrante partita di cinque set con Magnus Norman, quando era 6 pari nel quinto set, si ruppe il tendine della spalla.

Il suo tennis poteva apparire poco raffinato. Era basato su un’ottima preparazione fisica. Gaudenzi era un tennista al quale piaceva il contrattacco, il suo modo di giocare si potrebbe paragonare oggi forse allo stile dello spagnolo Pablo Carreno Busta. La carriera di Andrea è stata costellata da molti momenti felici, vittorie brillanti, anche contro le leggende del tennis. Vinse con Pete Sampras a Parigi al Roland Garros e con Roger Federer al Foro Italico di Roma. All’età di 17 anni firmò il contratto con Cino Marchese, chiamato nell’ambiente del tennis Silver Fox (volpe argentata, per la sua folta chioma grigio-bianca che sfoggiava fin dall’età di poco più di trent’anni), gioielliere di professione, uno dei pionieri del tennis professionale in Italia. Era amico di Mark McCormack, fondatore della famosa agenzia IMG. Alto, elegante, maestro del marketing, anche quello della propria persona, originario di Valenza in provincia di Alessandria.

Marchese diventò presto un grande personaggio del tennis italiano, il capo europeo della potente IMG. L’agenzia impose al giovanissimo Gaudenzi un allenatore, una volta eccezionale giocatore, l’australiano Bob Hewitt, che dopo rappresentò il Sudafrica, mentre oggi sta scontando a Johannesburg una pena per stupro ai danni di minorenni (poco più di un mese fa gli è stata concessa la libertà vigilata per gli ultimi due anni e mezzo di pena, ndr).

L’UOMO CHE NON HA MAI PAURA DI SCEGLIERE – Ma il giovane italiano di Faenza sentiva di avere più cose in comune con gli austriaci, con Thomas Muster e Ronnie Leitgeb. Vedendo la rigogliosa carriera di Muster, si rivolse a Leitgeb per il supporto e ruppe il contratto con l’influente IMG, legandosi per il resto della sua carriera al manager austriaco. La sua vittoria più brillante e memorabile fu forse quella nella mitica partita contro Jim Courier, al secondo turno dello US Open 1994. Sessione serale allo stadio Louis Armstrong. Andrea era molto ispirato, con gli spalti pieni e vibranti.

Mi è rimasto nella memoria anche il suo duello degli ottavi di finale di Parigi contro Goran Ivanisevic, nella stessa stagione. Durante il terzo set l’arbitro, avendo problemi alla vescica, scese dalla sedia per andare alla toilette. Gaudenzi, divertito, si arrampicò sulla sedia, si sedette lassù e al microfono disse con calma: “Jeu, set et match Gaudenzi”. Tutti scoppiarono a ridere. Un momento di spensieratezza, molto parigino, francese, caratteristico di questo torneo. Il croato vinse quella partita in quattro set e fu lui ad avanzare ai quarti di finale.

La ‘performance’ di Andrea comincia al minuto 1:33

INIZIA LA CARRIERA DI MANAGER – Andrea terminò presto la carriera di tennista, all’età di 30 anni. Il suo primo lavoro fu quello di manager nella società austriaca di scommesse Bwin. Diventò subito specialista della gestione di crisi, perché all’indomani del suo ingresso i dirigenti dell’azienda furono arrestati dalla polizia francese a La Turbie, una località situata in montagna, al di sopra di Monaco.

Poco dopo diventò socio della Musixmatch, una start-up che è il più grande catalogo online di testi di canzoni, per poi diventare anche membro del board of director della ATP Media. La sua conoscenza della legge, del business (ha conseguito un MBA all’università di Monaco), dello sponsoring, delle nuove tecnologie e della televisione, lo rende un capo del tennis mondiale particolarmente competente e apprezzabile. Tagliato per i tempi della crisi.

Ha iniziato a lavorare nel periodo degli incendi apocalittici prima dell’Australian Open e continua durante la pandemia di coronavirus. Prende decisioni rapide e ferme, se la cava benissimo con i media. Anticipa problemi, decidendo per esempio di rinunciare  tempestivamente ai tornei di Indian Wells e Miami. Contrariamente alle previsioni di alcuni giornalisti perdona a Guy Forget la decisione di posticipare la data dello Slam parigino per la fine di settembre. Fa di tutto per salvare la stagione sui campi di terra battuta. Gli appuntamenti più importanti dovrebbero essere lo Slam parigino e gli internazionali d’Italia a Roma, con il supporto dei due presidenti delle associazioni nazionali, del presidente Macron e del presidente del consiglio italiano Conte. Per combinazione il presidente della Federtennis è il sardo Angelo Binaghi e della FFT il corso Bernard Giudicelli. I tornei dovrebbero essere il simbolo del rialzarsi di Francia e dell’Italia dalle ginocchia dopo la pandemia di coronavirus. Se tutto andrà in porto dipenderà dallo sviluppo dell’epidemia mondiale nelle prossime settimane.

Gaudenzi ha buone relazioni con i grandi: Nadal, Federer e Djokovic. Anche a seguito di una sua proposta lo svizzero ha rinviato la quarta edizione della Laver Cup al 2021 per lasciare spazio al Roland Garros. Mantiene buone relazioni con Tennis Australia e con l’USTA. È apprezzato e rispettato dai giocatori, del resto è uno di loro.

UN TENNIS TUTTO NUOVO – L’italiano dell’Emilia-Romagna  ha la sua visione del tennis. Vuole unire il tennis maschile e quello femminile. Sostiene, giustamente, che sia un solo prodotto. È creativo, aperto a ogni novità, gli piace per esempio la formula Next Gen Finals. Pone il tifoso al centro di ogni ragionamento di business. Capisce perfettamente le necessità e le sfide della televisione moderna ai tempi dell’internet. E infine cerca di unire diversi organismi del tanto diviso mondo del tennis: ATP, WTA, ITF, il board degli Slam. I conflitti di interessi sono inevitabili. La federazione australiana insieme a quella statunitense supportano due nuovi eventi: Laver Cup e ATP Cup, mettendo francesi e Roland Garros in secondo piano. Il futuro della Coppa Davis nella nuova formula, chiamata con cattiveria Coppa Piqué, è stato messo in discussione. Il board degli Slam è un ente che non funziona, non svolge il suo ruolo di base, che è quello di tutelare ad ogni costo i tornei del Grande Slam.

Gaudenzi colma questa lacuna e mette le cose in chiaro. Lo fa con fermezza, ma con il sorriso. Per lui i tornei del Grande Slam sono i più importanti, il fondamento del tennis. Dopo vengono i Masters 1000, ATP 500 e ATP 250. Ha inoltre creato un programma dedicato ai tennisti più colpiti nel periodo della crisi. Il suo modus operandi è usare il pugno di ferro in guanti di velluto.

Il primo presidente dell’ATP non anglosassone abita da anni a Londra con la moglie, anch’essa tennista italiana. I due hanno tre figli dell’età rispettivamente di 13, 11 e 9 anni. Li chiama: messicano, cubano e tedesco, in linea con i loro caratteri. I ragazzi giocano a tennis a livello agonistico. Il papà li porta ogni fine settimana a un torneo LTA, trasferendo loro la sua esperienza. Parla fluentemente l’inglese, il francese, lo spagnolo e discretamente il tedesco. Andrea Gaudenzi ha 46 anni e il futuro del tennis è nelle sue mani.


Tomasz Tomaszewski è un telecronista di Polsat sport, giornalista e scrittore polacco. Ha lavorato in Italia per Canale 5 con Rita dalla Chiesa (programma Forum) negli anni 90, ha fatto il modello e l’attore recitando in una decina di film e serial – ‘Il Barbiere di Rio’ di Giovanni Veronesi nel 1995, tra gli altri.

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Il preludio alla grandezza di Roger Federer: l’allenatore e una tragedia

Nell’anno in cui il grande tennista svizzero Federer annuncia il suo ritiro, ripercorriamo il suo viaggio da bambino “irrequieto” all’uomo dei record

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Di Jeremy Wilson, The Telegraph, 15 settembre 2022

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta a giugno 2019

Questa è una storia che contempla traumi e dolori. Ci racconta dell’influenza che un grande allenatore può esercitare sul suo allievo, un’influenza che è in grado di propagarsi come un’onda infinita. È una storia che ha a che fare con le origini di un gesto tecnico tra i più meravigliosi da vedere in campo sportivo: il rovescio a una mano di Roger Federer.

 

Se serve qualche indizio basta cercare su YouTube “Peter Carter” e “tennis”. Vi si trova il filmato sgranato di un Carter ancora ragazzino che si presenta tra i grandi del tennis con un graffiante vincente di rovescio incrociato, “stile Federer”, tale da consentirgli di sconfiggere John Alexander al South Australian Open.

Vi si trova poi la testimonianza dei genitori di Federer, Robert e Lynette, su come il loro ragazzo, che un tempo era “irrequieto” e dal temperamento volubile, aveva imparato a controllarsi sul campo. C’è poi il video in cui Federer vince il 20° titolo del Grande Slam, gli Australian Open del 2018, davanti ai genitori di Carter, Bob e Diana, alla Rod Laver Arena.

E poi ci sono le lacrime di Federer quando, durante un’intervista alla CNN fatta nel 2019 a Melbourne, la conversazione vira su Carter, un uomo da lui descritto come il suo “vero” coach e la cui vita venne tragicamente spezzata all’età di 37 anni.

“Peter è stato un’incredibile fonte di ispirazione per me, una persona estremamente importante nella mia vita”, dice Federer. “Mi ha insegnato il rispetto nei confronti di ogni singola persona. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza”.

È alla Peter Smith Tennis Academy di Adelaide che ha inizio la storia. Smith è stato uno degli allenatori di tennis più importanti al mondo per più di tre decenni. Mentre osserva una nuova generazione di tennisti, la voce gli trema più di una volta: “È un argomento difficile da affrontare per me”, dice.

Carter viveva a Nuriootpa, una cittadina di 6.000 abitanti a circa 80 chilometri a nord di Adelaide, quando iniziò ad allenarsi settimanalmente presso l’accademia di Smith. L’entourage di Smith aveva già nomi di spicco come Darren Cahill, Mark Woodforde e John Fitzgerald. Man mano che Carter faceva progressi, si maturò la decisione che andasse a vivere presso la famiglia Smith. Peter aveva solo 15 anni e la filosofia alla base di questa decisione era già chiaramente delineata.

Cerco di insegnare che prima di tutto vengono la salute e la famiglia… e poi viene il tennis”, dice Smith. “L’idea è quella di aiutare questi ragazzi a diventare degli uomini con dei valori e a usare il tennis come un mezzo, uno strumento. Peter era piccolo, magrino ma aveva un gran talento. Era un ragazzo adorabile. Avevamo tre figli più piccoli e lui divenne come un fratellone per loro”. Sebbene Carter sia entrato nella top 200 e abbia vinto un titolo di doppio con Cahill, i suoi progressi sono stati fortemente condizionati dagli infortuni. Mentre era in Europa, si procurò una frattura sciando. Per finanziarsi decise di lavorare per tre mesi come allenatore in Svizzera ma ben presto si ritrovò a lavorare stabilmente presso l’Old Boys’ Club di Basilea.

Fu qui che incontrò per la prima volta un ragazzino di nove anni di nome Federer: quell’incontro avrebbe cambiato la storia del tennis. “Ci sentivamo regolarmente”, dice Smith. “Gli raccontavo di questi due fratelli che avevamo in Accademia, che poi erano Jaslyn e Lleyton Hewitt. Lui mi parlava di certi ragazzi talentuosi che aveva conosciuto ma ben presto si rese conto che ce n’era uno davvero eccezionale. In cuor suo sentiva che Roger sarebbe diventato non semplicemente il numero uno al mondo ma il miglior giocatore che fosse mai esistito. Non era da Peter parlare in quel modo ma questa era la sua convinzione”.  

Queste conversazioni andarono avanti per anni prima che i due ragazzi si incontrassero. Poi Hewitt si recò in Svizzera per un torneo e i due si affrontarono. Federer ricorda ancora vividamente come si ritrovò a dover salvare un match-point, beneficiò di un’infelice chiamata del giudice di linea e alla fine ottenne una vittoria alquanto fortuita. “Poi ovviamente ci siamo affrontati molte altre volte nel corso della carriera”, dice Federer. “Ma chi l’avrebbe detto che entrambi avremmo vinto Wimbledon e saremmo diventati numeri uno al mondo? Penso che se oggi devo ringraziare qualcuno per la mia tecnica di gioco, questi è sicuramente Peter”.

Smith dice che lo stile di gioco di Peter e quello di Roger, entrambi molto eleganti, si possono legittimamente paragonare. “Può essere che Peter non fosse altrettanto bravo e forte, può anche essere che non avesse altrettanto talento, ma se le cose avessero funzionato in modo ideale, Peter in fondo avrebbe potuto realizzare qualunque obiettivo”, dice Smith. “Molte persone qui, che sanno come stanno le cose, che hanno visto Peter crescere, ritengono che sia da lui che Roger abbia tratto ispirazione per il suo splendido modo di giocare. Peter ebbe un certo seguito tra i giocatori professionisti: alcuni adoravano il suo modo di giocare. Alla fine uno insegna quello che conosce. Io, per esempio, ho un background artistico-creativo, ma ci sono molti allenatori che invece cercano di eliminare le variazioni. Peter sapeva che Roger aveva del talento: non avrebbe mai cercato di farlo conformare a degli stereotipi di gioco di livello inferiore”.

Quando Carter iniziò a portare Federer in Australia in giro per i tornei, Smith fu affascinato alla possibilità di poter vedere finalmente da vicino questo promettente ragazzo. “Aveva un talento smisurato ma aveva dei momenti in cui non sembrava del tutto concentrato”, dice Smith. “Mi sedevo accanto a Carter in molti degli incontri di Roger. A nostra insaputa, lui diceva a Roger: “Devi cercare di essere più competitivo, come Lleyton!” Roger stava gradualmente superando questo problema ma fu Lleyton che nel 2001 vinse per primo un torneo del Grande Slam”.  

Nel 2002 Peter Lundgren era diventato l’allenatore principale di Federer ma Roger si era battuto personalmente perché Carter diventasse il capitano della nazionale svizzera di Coppa Davis. Poco dopo che gli venne affidato questo incarico, Carter partì in luna di miele per il Kruger National Park in Sudafrica. Sua moglie Sylvia si stava riprendendo dal morbo di Hodgkin, a causa del quale il viaggio era stato posticipato.  

I terribili dettagli di quello che accadde furono riportati sul quotidiano The Australian. Carter si trovava su un veicolo che, per evitare uno scontro frontale con un minivan, andò fuori strada, sbalzò dal parapetto di un ponte e finì sul letto di un fiume. Peter morì sul colpo. Federer, che aveva solo 20 anni, stava giocando a Toronto quando apprese la notizia. Si dice che lasciò immediatamente l’hotel e si mise a correre per le strade in lacrime. Quella tragedia ebbe un impatto profondo su di lui. 

“Credo che in qualche modo la sua scomparsa sia stata uno stimolo per me”, dice Federer. “Da allora iniziai ad allenarmi davvero duramente”. È interessante notare che una serie di ricerche, che sono in continua crescita ed evoluzione, mettono in relazione molti atleti che hanno conseguito risultati eccezionali con qualche forma di trauma da loro subito durante gli anni formativi.

David Law, ex responsabile delle comunicazioni ATP, vide in prima persona il cambiamento che subì Federer. “Un tempo Roger si arrabbiava fin troppo in campo”, dice. “Non riusciva a gestire le piccole imperfezioni. In vita Peter fu determinante per la formazione e maturazione di Roger; alla sua morte lo fu altrettanto, in quanto Roger fu costretto ad affrontare una realtà che non aveva mai affrontato prima.

“Roger era devastato. Non credo che prima di allora avesse mai dovuto pensare seriamente alla morte. Quell’avvenimento invece lo costrinse a fermarsi e a riflettere. Si trattava di qualcuno che lui conosceva bene, che vedeva ogni giorno, con cui aveva viaggiato dappertutto. Peter era una gran brava persona”. Poco meno di un anno dopo la morte di Carter, Federer avrebbe celebrato in lacrime sul Centre Court il suo primo titolo a Wimbledon. Nessuno all’epoca sapeva a cosa fossero dovute quelle lacrime, dice Smith. “Ma subito dopo quella vittoria, Roger mi inviò una bella email, un’email a cui ho pensato un milione di volte: ‘Tutte le volte che eseguo un bel colpo o che vinco un match importante penso a Peter… Sono sicuro che mi starà guardando da lassù e che sarebbe orgoglioso di me’. Le sue parole continuano a risuonare dentro di me: ‘Sono sicuro che sarebbe orgoglioso’. Penso che sia esattamente quello che Peter abbia sempre voluto”. 

Da allora Federer, nell’arco di oltre due decenni, ha riscritto ogni record di tennis prima di annunciare il suo ritiro all’età di 41 anni. Forse però l’aspetto più toccante è il rapporto che ha mantenuto con i genitori di Carter. Ogni anno, all’Australian Open, Roger organizza per loro il viaggio, l’alloggio e il posto nel box dei giocatori insieme a tutto il resto del suo team. “Sento i genitori di Peter tre volte alla settimana e posso dire che loro semplicemente adorano Roger”, dice Smith.

“L’unico enorme rimpianto che ho – e penso che Roger la pensi allo stesso modo – è che Carter non sia riuscito a vedere i frutti del suo duro lavoro. Roger ama il tennis – credo – più di chiunque altro io abbia mai visto. Federer trascende il gioco del tennis. È l’atleta più popolare del pianeta”.  

E Carter cosa avrebbe pensato nel vedere Federer esprimere tutto il suo potenziale e vincere 20 titoli del Grande Slam? È proprio questa la domanda che all’inizio di quest’anno ha emozionato Federer fino alle lacrime. La sua risposta conclusiva non ha che confermato l’intramontabile influenza del suo mentore: “Non voleva che fossi un talento sprecato… Spero che sarebbe orgoglioso”.

Traduzione di Ilchia Di Gorga

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Stakhovsky attacca Troicki e Tipsarevic: “Antepongono i soldi al dramma della guerra”. E le loro risposte fanno discutere

L’ex tennista ucraino pubblica il contenuto di conversazioni Whatsapp con i due ex tennisti serbi, in questi giorni a San Pietroburgo per un’esibizione

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Le ripercussioni del conflitto Russia-Ucraina portano strascichi anche nei rapporti interpersonali tra tennisti. Stavolta non sono missili, ma messaggi infuocati e parole che feriscono come fossero armi. Al centro della diatriba a distanza, c’è l’ex tennista ucraino Sergiy Stakhovsky, colui che, all’indomani dell’invasione dei russi in territorio ucraino, decise di impugnare le armi per difendere la propria patria. Sergiy ha deciso di pubblicare su Twitter le conversazioni Whatsapp intercorse tra lui e due ex tennisti serbi, Viktor Troicki e Janko Tipsarevic. Questi ultimi hanno accettato l’invito a partecipare a San Pietroburgo al “Northern Palmyra Trophies”, un’esibizione in corso di svolgimento. Di qui l’attacco di Stakhovsky che ha accusato i due tennisti di anteporre l’aspetto monetario a quello etico della vicenda, ritendo fuori luogo la loro partecipazione in terra russa a un torneo di esibizione.

Il “campo di battaglia” si è trasferito su Twitter, con l’ex tennista ucraino che ha deciso di rendere  pubblici gli screen di conversazioni Whatsapp avuti proprio con Troicki e Tipsarevic. Dagli screen si deduce anche la forte risposta dei due ex tennisti serbi. Troicki ha accusato Stakhovsky di confondere sport e politica: “Questo non ha niente a che fare con la guerra, ma visto che ne parli, il mio Paese ha attraversato tutta questa m**da e non è mai stato sostenuto”.

Dello stesso tono anche la risposta di Tipsarevic il quale ha ribattuto alle accuse di Tipsarevic domandandogli: “Tu o la tua famiglia avete mai protestato o boicottato eventi quando le forze NATO bombardavano la mia nazione, la mia famiglia, il mio popolo una ventina di anni fa?”.

 

Gli screen pubblicati sono stati preceduti da un messaggio che non ha reso felici diversi cittadini serbi che gli hanno risposto in maniera piccata. Stakhovsky ha effettuato una generalizzazione parlando de “L’opinione dei serbi”, anche se il tennista serbo n. 1, Nole Djokovic, aveva interloquito con lui all’indomani dello scoppio della guerra preoccupandosi per Stakhovsky e offrendo il suo aiuto. Proprio l’ucraino aveva diffuso sui social il contenuto della conversazione.

L’esibizione, organizzata da Formula Tennis Hockey LLC, società che si è occupata dell’ATP 250 e del WTA 500 di San Pietroburgo, vede la partecipazione di tanti giocatori di casa come Aslan Karatsev, dell’ex Top 5 Nikolay Davydenko, campione russo nato in Ucraina, Evgeny Donskoy, Anastasia Potapova, Anastasia Myskina e Svetlana Kuznetsova.

Presenti anche la kazaka Yulia Putintseva, russa di nascita, lo spagnolo Pedro Martinez, i serbi Troicki, Tipsarevic e Laslo Djere, gli ungheresi Marton Fucsovics e Anna Bondar.

Il torneo coinvolge sei squadre divise in due gironi da tre e composte per sorteggio con un giocatore nel ranking ATP, una giocatrice nel ranking WTA, un capitano giocatore. Ogni incontro prevede un singolare maschile e uno femminile e un doppio misto con il punto secco sul 40-40. Tutti i match sono al meglio dei tre set con match tie-break a dieci punti al posto del parziale decisivo.

La Russia deve accontentarsi di questi eventi dal momento che a partire dall’invasione dell’Ucraina ATP e WTA hanno tolto la possibilità di ospitare tornei ufficiali.

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evidenza

Francesco Passaro e un 2022 da favola: quasi 500 posizioni scalate e un sogno chiamato Next Gen

Francesco Passaro raggiunge Lorenzo Musetti e si qualifica per le Next Gen ATP Finals. Chi l’avrebbe detto ad inizio anno?

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Francesco Passaro, Napoli 2022 - Credit: Riccardo Lolli - Tennis Napoli Cup

Dall’8 al 12 novembre Milano sarà il teatro delle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals, il torneo di fine anno dedicato agli otto migliori giocatori Under 21 del circuito ATP. Quest’anno, per la prima volta nella storia della competizione, saranno presenti due italiani, vale a dire Lorenzo Musetti e Francesco Passaro, rispettivamente numeri 3 e 9 della race (n°1 e n°7 se si escludono Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, che non saranno di scena nel capoluogo lombardo).

Musetti si trova senza ombra di dubbio nel miglior momento della sua giovane carriera, fresco vincitore dell’ATP250 di Napoli – secondo successo in carriera e in stagione dopo il ‘500’ Amburgo – e del best ranking di n°23, raggiunto lunedì 24/10. È d’obbligo però spendere qualche parola anche per Francesco Passaro, che nonostante abbia un anno in più del 20enne di Carrara è esploso più tardi. Ma, si sa, ognuno ha i suoi tempi.

Francesco Passaro Next Gen ATP Finals
Francesco Passaro, Challenger Forlì 2022 – credit: Uff. Stampa Forlì

Francesco Passaro, gli inizi: i titoli junior e le difficoltà Slam

Chissà cosa avrebbe pensato il 21enne Passaro se, un anno fa, gli avessero detto che tra pochi giorni si sarebbe giocato il titolo di miglior under 21 del 2022. Ad inizio stagione infatti – precisamente il 3 gennaio – vicino al suo nome in classifica c’era il numero 605. Un giovane di belle speranze, certo, che tuttavia non aveva ancora vinto un match neanche a livello Challenger. Ma facciamo un passo indietro.

 

Francesco Passaro nasce a Perugia il 7 gennaio 2001 e, degli otto next gen milanesi, è chiaramente il meno next. Inizia a giocare a tennis all’erà di sei anni, divertendosi però anche con il calcio. A 12 anni, come raccontato ad atptour.com, decide di appendere momentaneamente la racchetta al chiodo ed indossare esclusivamente guanti e scarpe con i tacchetti, visto il ruolo da portiere.

Un anno dopo, però, capisce di voler soltanto giocare a tennis, riprendendo ad allenarsi con continuità. Dal 2017 al 2019 – quindi dai 16 ai 18 anni – gioca nel circuito ITF riservato agli Junior, gli U18. Il 6 maggio 2019 raggiunge il best ranking di n°31, conquistando in quei tre anni altrettanti titoli, non riuscendo però mai ad andare oltre il primo turno in cinque partecipazioni agli Slam Juniores tra il 2018 e il 2019.

Tennis calcio risultati
Francesco Passaro – Torneo internazionale under 18 “Città di Santa Croce” Mauro Sabatini (foto di Massimo Covato)

2021, l’anno delle prime volte (con un nome nel destino)

Già dal 2017 comincia a giocare tra i “grandi”, mentre nel 2020 disputa il suo ultimo incontro junior e passa definitivamente al tennis adulto. Il primo salto arriva nel 2021, quando il perugino conquista i suoi primi due titoli ITF, negli M15 di Il Cairo e Xativa, entrambi sulla terra rossa (sua superficie prediletta).

Il 5 luglio entra per la prima volta nel main draw di un Challenger, perdendo nel torneo di casa a Perugia da Zhizhen Zhang. La (doppia) rivincita, un anno più tardi, sarà dolcissima. Il 2021 è l’anno del primo grande balzo in classifica: Passaro passa dal n°981 del 4 gennaio al già citato n°605 di inizio 2022, ma non si accontenta.

Francesco Passaro risultati titoli
Francesco Passaro – Australian Open Junior 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dalla cavalcata di Sanremo a Roma, inizia l’ascesa di Francesco Passaro

La seconda – e certamente la più vistosa e complicata – scalata nel ranking avviene in questa stagione. Si tratta di un cambiamento radicale, non soltanto nel numerino vicino alla dicitura “Francesco Passaro” sul sito ATP, ma una metamorfosi che investe gioco (più offensivo e verticale), prestazioni e risultati e, conseguentemente, regala al classe 2001 anche un diverso prestigio negli avversari affrontati.

Al terzo torneo del 2022 l’azzurro raggiunge subito una finale, perdendo 6-4 7-5 da Mattia Bellucci all’M15 di Monastir, dove un mese dopo conquista il suo terzo ITF in carriera, il primo stagionale.

Il vero exploit, tuttavia, avviene ad inizio aprile al Challenger di Sanremo, torneo che ha svoltato la sua stagione e, chissà, forse anche la sua intera carriera. Partendo dalle qualificazioni – dove elimina l’ex top10 Gulbis al primo turno – Passaro ottiene la sua prima vittoria in un Challenger, sconfiggendo Borna Gojo.

Nei giorni successivi il perugino betterà anche A. Muller, Valkusz e Gianluca Mager, raggiungendo una clamorosa finale che gli vale il best ranking di n°354. Qui gioca a viso aperto e rischia l’impresa contro Holger Rune – oggi n.25 ATP e seconda testa di serie a Milano – cedendo solo 6-4 al terzo set dopo essere stato avanti di un break nel parziale decisivo. “Non mi sarei mai aspettato di arrivare dove sono arrivato, aveva dichiarato il giovane italiano ai nostri microfoni dopo la finale.

L’ascesa è appena iniziata. Nelle settimane successive il 21enne di Perugia supera le prequalificazioni per gli Internazionali BNL d’Italia e ottiene la wild card per il tabellone principale. L’8 maggio fa il suo esordio nel circuito ATP, ma l’avversario, considerata la superficie, è dei più tosti in circolazione. Passaro non sfigura, ma deve arrendersi 6-3 6-2 al cileno Cristian Garin.

Passaro chi è risultati
Francesco Passaro (a destra) e Holger Rune (a sinistra) – ATP Challenger Sanremo (foto Tullio Bigordi)

Lo scalpo di un top100 e il primo titolo Challenger

Un mese più tardi l’azzurro raggiunge la seconda finale Challenger in poco tempo, schiantando in semifinale al ‘125’ di Forlì Jaume Munar, allora n.87 del mondo. È la prima vittoria contro un top100 della carriera per l’umbro, che abdicherà solo in finale di fronte a Lorenzo Musetti.

Milano sembra essere nel suo destino: un altro grande torneo non basta, perché a fine giugno la corsa di Passaro si ferma ancora in finale, battuto 7-6(2) 6-4 da Federico Coria. Il grande risultato conseguito gli vale comunque l’entrata in top200, che sublima la settimana dopo con la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo, tanto in singolare quanto in doppio (in coppia con l’amico Matteo Arnaldi).

Il quarto tentativo è finalmente quello buono. Ricordate Zhizhen Zhang? Il cinese lo aveva battuto a Perugia a luglio 2021, alla prima partita dell’italiano in un Challenger. Poco più di un anno dopo, a metà luglio 2022, Francesco Passaro è il re di Trieste, conquistando il primo torneo in carriera a livello Challenger: a soccombere in finale è proprio il 26enne cinese, sconfitto 4-6 6-3 6-3. Questo successo vale l’ingresso tra i primi 150 giocatori del mondo, con il nuovo best ranking di n°144.

Passaro Next Gen
Francesco Passaro – Trieste 2022 (foto Tennis Events FVG)

New York, Firenze e Milano, altre tre meravigliose prime volte

Gli straordinari risultati della prima metà di 2022 permettono al perugino di volare a New York, destinazione US Open. In una spedizione record di 23 italiani al via tra tabellone principale e qualificazioni, Passaro supera 6-4 7-6(2) l’australiano Polmans al primo turno. Abdica solo ad Hugo Grenier due giorni dopo, dal quale perde 7-6(12) 6-1 non sfruttando tre set point nel primo parziale.

Neanche il tempo di disperarsi che, una settimana dopo, l’azzurro raggiunge una nuova finale a Como – la quinta stagionale – cedendo solo al tedesco Stebe in due set lottati. Il 26 settembre si issa al numero 122 ATP, al momento il suo best ranking.

Due settimane più tardi c’è ancora Zhizhen Zhang nel suo destino. Passaro riceve una wild card per l’ATP250 di Firenze, dove pesca il cinese al primo turno e lo sconfigge ancora: 7-6(4) 7-6(6). È la prima vittoria in assoluto a livello ATP per lui, arrivata curiosamente non sulla terra battuta ma sul cemento, superficie su cui ha dichiarato ai nostri microfoni di voler migliorare ancora molto.

Nel giro di una settimana sarà due volte lo statunitense Mackenzie McDonald a fermarlo, al secondo turno nel capoluogo toscano e al primo round all’ATP 250 di Napoli, dov’è entrato superando le qualificazioni. I risultati straordinari gli consentono, ufficialmente, di giocarsi le sue carte a Milano contro gli altri migliori sette U21 del 2022. La certezza matematica arriva il 26 ottobre, con la sconfitta di Dominic Stricker a Basilea contro Pablo Carreño Busta.

859 posizioni scalate in due anni, 483 solo nel 2022. E chissà, a questo punto, che il meglio non debba ancora venire.

US Open 2022
Francesco Passaro – US Open 2022 (foto Ubitennis)

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