Andrea Gaudenzi ai tempi della peste e le amicizie tennistiche italo-polacche

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Andrea Gaudenzi ai tempi della peste e le amicizie tennistiche italo-polacche

Il noto giornalista polacco Tomasz Tomaszewski parla dei legami tennistici tra Italia e Polonia e ci regala un profilo del nuovo presidente ATP Gaudenzi

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Tomasz Tomaszewski

Gli italiani a Monte Carlo

Poco più di un anno si stava concludendo il torneo di Montecarlo.  L’italiano Fabio Fognini ottenne il più grande successo della sua carriera battendo in finale il serbo Dusan Lajovic. Prima, in semifinale, Fabio aveva battuto Rafael Nadal. Compiendo questa grande impresa l’italiano si è iscritto per sempre nella storia del tennis, non solo come vincitore di uno dei più antichi e dei più prestigiosi tornei, ma anche come l’unico italiano capace di battere Rafa quattro volte sulla terra battuta. Si è trattato del primo italiano, dai tempi dell’indimenticabile Nicola Pietrangeli, vincitore del torneo disputato sul campo più bello del mondo, sospeso sulla roccia sopra l’azzurro del Mar Ligure.

Quando Nicola Pietrangeli, insieme al principe Alberto, consegnava a Fognini la tanto desiderata coppa, nel box dell’italiano piangeva di felicità sua moglie, Flavia Pennetta. Una volta rivale di Marta Domachowska e Agnieszka Radwańska, campionessa dell’US Open, applaudiva il marito in compagnia del capitano della nazionale italiana di Coppa Davis, Corrado Barazzuti.

Corrado Barazzutti, Flavia Pennetta e Fabio Fognini – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Fu un torneo straordinario, anche per me. Per la prima volta andai a Monaco come cronista della Polsat. Furono tre giorni di emozioni e ricordi delle mie precedenti visite, un viaggio commovente sulle orme dell’amico di mio padre, Władysław Skonecki.

 

Nicola Pietrangeli, il vincitore di Monte Carlo degli anni 1961, 1967 e 1968, giocava meravigliosamente. Il suo tennis era come poesia. Venne due volte a Varsavia, negli anni 1956 e 1958, per la Coppa Davis. L’anno scorso, a metà giugno, visitò la Polonia su invito dell’ambasciatore d’Italia. Per il centenario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche polacco-italiane, l’ambasciatore Aldo Amati organizzò un incontro con la leggenda e un torneo amichevole, il Trofeo d’Amicizia. Ho avuto l’onore di condurre l’incontro con Nicola nella bella sala da ballo del palazzo dell’ambasciata, in piazza Dąbrowskiego. Pietrangeli ha ricordato i duelli sul campo con Władysław Skonecki, gli anni ’60 a Roma, la dolce vita, l’amicizia con Marcello Mastroianni e con Charlton Heston, i suoi viaggi – anche quelli a Varsavia.

Le avventure di Gaudenzi

Un altro italiano che prima di Fabio Fognini sfiorò la finale nel Principato di Monaco fu Andrea Gaudenzi. Gaudenzi conta tre titoli ATP (Casablanca, Sankt Polten, Bastad). Nel 1995, in semifinale a Monte Carlo, era in vantaggio di un set su Tomas Muster e conduceva 5-2 nel tie-break del secondo. Gli mancò un po’ di fortuna, Tomas cominciò a zoppicare per la prima volta, forse simulando la contusione (cosi, scherzosamente, suggerì lo stesso Leitgeb) e l’italiano si fece scappare la chance della vita. In finale Muster vinse in cinque set con Boris Becker. Fu del resto la più bella finale nella lunga storia di questo straordinario torneo. Becker aveva avuto un match point nel quarto set. Il duello fu un’anteprima delle partite tra Federer e Nadal. Becker, un po’ come più tardi Federer, giocava in modo offensivo, perfetto da metà campo in avanti; il mancino Muster, archetipo di Nadal, giocava a fondo campo – ma da lì attaccava. Si dà il caso che l’allenatore e il manager dei due tennisti fosse l’austriaco Ronnie Leitgeb.

Ho parlato con Ronnie prima di scrivere questo articolo, e mi ha ricordato alcuni dettagli della carriera del tennista italiano, campione di Roland Garros e dell’US Open juniores. Andrea Gaudenzi nacque a Faenza in una famiglia di tennisti. Suo nonno, Teo Gaudenzi, era un agiato commerciante che giocava anche a tennis da discreto terza categoria. Lo zio Stefano, sesto tennista d’Italia (dopo Pietrangeli, Sirola, Gardini, Merlo e Tacchini) fu vicino ad entrare nella squadra di Coppa Davis. Oggi è titolare di un rinomato studio legale a Ravenna. Anche il padre Gabriele, di professione ingegnere edile, attualmente in pensione, partecipava a tornei. Nei primi anni ‘90, quando l’unico modo per vedere il tennis ogni settimana era avere una parabola, la famiglia ne acquistò una ed era l’unica della zona. Il giovane Andrea divise il suo tempo tra la carriera di tennista professionista (arrivò alla 18° posizione nel ranking ATP) e gli studi di legge a Bologna.

Girava la voce che si fosse impegnato troppo in palestra con Muster fino a infortunarsi alla spalla destra, il che ebbe ripercussioni sulla finale di Coppa Davis a Milano (1998) quando l’Italia affrontò la Svezia. Nella massacrante partita di cinque set con Magnus Norman, quando era 6 pari nel quinto set, si ruppe il tendine della spalla.

Il suo tennis poteva apparire poco raffinato. Era basato su un’ottima preparazione fisica. Gaudenzi era un tennista al quale piaceva il contrattacco, il suo modo di giocare si potrebbe paragonare oggi forse allo stile dello spagnolo Pablo Carreno Busta. La carriera di Andrea è stata costellata da molti momenti felici, vittorie brillanti, anche contro le leggende del tennis. Vinse con Pete Sampras a Parigi al Roland Garros e con Roger Federer al Foro Italico di Roma. All’età di 17 anni firmò il contratto con Cino Marchese, chiamato nell’ambiente del tennis Silver Fox (volpe argentata, per la sua folta chioma grigio-bianca che sfoggiava fin dall’età di poco più di trent’anni), gioielliere di professione, uno dei pionieri del tennis professionale in Italia. Era amico di Mark McCormack, fondatore della famosa agenzia IMG. Alto, elegante, maestro del marketing, anche quello della propria persona, originario di Valenza in provincia di Alessandria.

Marchese diventò presto un grande personaggio del tennis italiano, il capo europeo della potente IMG. L’agenzia impose al giovanissimo Gaudenzi un allenatore, una volta eccezionale giocatore, l’australiano Bob Hewitt, che dopo rappresentò il Sudafrica, mentre oggi sta scontando a Johannesburg una pena per stupro ai danni di minorenni (poco più di un mese fa gli è stata concessa la libertà vigilata per gli ultimi due anni e mezzo di pena, ndr).

L’UOMO CHE NON HA MAI PAURA DI SCEGLIERE – Ma il giovane italiano di Faenza sentiva di avere più cose in comune con gli austriaci, con Thomas Muster e Ronnie Leitgeb. Vedendo la rigogliosa carriera di Muster, si rivolse a Leitgeb per il supporto e ruppe il contratto con l’influente IMG, legandosi per il resto della sua carriera al manager austriaco. La sua vittoria più brillante e memorabile fu forse quella nella mitica partita contro Jim Courier, al secondo turno dello US Open 1994. Sessione serale allo stadio Louis Armstrong. Andrea era molto ispirato, con gli spalti pieni e vibranti.

Mi è rimasto nella memoria anche il suo duello degli ottavi di finale di Parigi contro Goran Ivanisevic, nella stessa stagione. Durante il terzo set l’arbitro, avendo problemi alla vescica, scese dalla sedia per andare alla toilette. Gaudenzi, divertito, si arrampicò sulla sedia, si sedette lassù e al microfono disse con calma: “Jeu, set et match Gaudenzi”. Tutti scoppiarono a ridere. Un momento di spensieratezza, molto parigino, francese, caratteristico di questo torneo. Il croato vinse quella partita in quattro set e fu lui ad avanzare ai quarti di finale.

La ‘performance’ di Andrea comincia al minuto 1:33

INIZIA LA CARRIERA DI MANAGER – Andrea terminò presto la carriera di tennista, all’età di 30 anni. Il suo primo lavoro fu quello di manager nella società austriaca di scommesse Bwin. Diventò subito specialista della gestione di crisi, perché all’indomani del suo ingresso i dirigenti dell’azienda furono arrestati dalla polizia francese a La Turbie, una località situata in montagna, al di sopra di Monaco.

Poco dopo diventò socio della Musixmatch, una start-up che è il più grande catalogo online di testi di canzoni, per poi diventare anche membro del board of director della ATP Media. La sua conoscenza della legge, del business (ha conseguito un MBA all’università di Monaco), dello sponsoring, delle nuove tecnologie e della televisione, lo rende un capo del tennis mondiale particolarmente competente e apprezzabile. Tagliato per i tempi della crisi.

Ha iniziato a lavorare nel periodo degli incendi apocalittici prima dell’Australian Open e continua durante la pandemia di coronavirus. Prende decisioni rapide e ferme, se la cava benissimo con i media. Anticipa problemi, decidendo per esempio di rinunciare  tempestivamente ai tornei di Indian Wells e Miami. Contrariamente alle previsioni di alcuni giornalisti perdona a Guy Forget la decisione di posticipare la data dello Slam parigino per la fine di settembre. Fa di tutto per salvare la stagione sui campi di terra battuta. Gli appuntamenti più importanti dovrebbero essere lo Slam parigino e gli internazionali d’Italia a Roma, con il supporto dei due presidenti delle associazioni nazionali, del presidente Macron e del presidente del consiglio italiano Conte. Per combinazione il presidente della Federtennis è il sardo Angelo Binaghi e della FFT il corso Bernard Giudicelli. I tornei dovrebbero essere il simbolo del rialzarsi di Francia e dell’Italia dalle ginocchia dopo la pandemia di coronavirus. Se tutto andrà in porto dipenderà dallo sviluppo dell’epidemia mondiale nelle prossime settimane.

Gaudenzi ha buone relazioni con i grandi: Nadal, Federer e Djokovic. Anche a seguito di una sua proposta lo svizzero ha rinviato la quarta edizione della Laver Cup al 2021 per lasciare spazio al Roland Garros. Mantiene buone relazioni con Tennis Australia e con l’USTA. È apprezzato e rispettato dai giocatori, del resto è uno di loro.

UN TENNIS TUTTO NUOVO – L’italiano dell’Emilia-Romagna  ha la sua visione del tennis. Vuole unire il tennis maschile e quello femminile. Sostiene, giustamente, che sia un solo prodotto. È creativo, aperto a ogni novità, gli piace per esempio la formula Next Gen Finals. Pone il tifoso al centro di ogni ragionamento di business. Capisce perfettamente le necessità e le sfide della televisione moderna ai tempi dell’internet. E infine cerca di unire diversi organismi del tanto diviso mondo del tennis: ATP, WTA, ITF, il board degli Slam. I conflitti di interessi sono inevitabili. La federazione australiana insieme a quella statunitense supportano due nuovi eventi: Laver Cup e ATP Cup, mettendo francesi e Roland Garros in secondo piano. Il futuro della Coppa Davis nella nuova formula, chiamata con cattiveria Coppa Piqué, è stato messo in discussione. Il board degli Slam è un ente che non funziona, non svolge il suo ruolo di base, che è quello di tutelare ad ogni costo i tornei del Grande Slam.

Gaudenzi colma questa lacuna e mette le cose in chiaro. Lo fa con fermezza, ma con il sorriso. Per lui i tornei del Grande Slam sono i più importanti, il fondamento del tennis. Dopo vengono i Masters 1000, ATP 500 e ATP 250. Ha inoltre creato un programma dedicato ai tennisti più colpiti nel periodo della crisi. Il suo modus operandi è usare il pugno di ferro in guanti di velluto.

Il primo presidente dell’ATP non anglosassone abita da anni a Londra con la moglie, anch’essa tennista italiana. I due hanno tre figli dell’età rispettivamente di 13, 11 e 9 anni. Li chiama: messicano, cubano e tedesco, in linea con i loro caratteri. I ragazzi giocano a tennis a livello agonistico. Il papà li porta ogni fine settimana a un torneo LTA, trasferendo loro la sua esperienza. Parla fluentemente l’inglese, il francese, lo spagnolo e discretamente il tedesco. Andrea Gaudenzi ha 46 anni e il futuro del tennis è nelle sue mani.


Tomasz Tomaszewski è un telecronista di Polsat sport, giornalista e scrittore polacco. Ha lavorato in Italia per Canale 5 con Rita dalla Chiesa (programma Forum) negli anni 90, ha fatto il modello e l’attore recitando in una decina di film e serial – ‘Il Barbiere di Rio’ di Giovanni Veronesi nel 1995, tra gli altri.

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

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