Original 9: Kristy Pigeon

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Original 9: Kristy Pigeon

Primo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Si comincia con la più giovane, la mancina Kristy Pigeon

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La prima protagonista è Kristy Pigeon. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nella prima puntata di una nuova serie sulle giocatrici che hanno fondato la WTA, abbiamo incontrato Kristy Pigeon, il membro più giovane del pionieristico Original 9. Kristy Pigeon aveva solo 20 anni quando prese posizione come Original 9 ai Virginia Slims Invitational nel 1970. Vincitrice dei titoli junior US e Wimbledon, la mancina ha raggiunto gli ottavi all’All England nel 1968 e 1969 ed è stata Top 10 degli Stati Uniti. Pigeon ha lasciato il tour nel 1975 all’età di 25 anni e ha conseguito una laurea in Arte e Biologia presso la UC Berkeley. Dopo essere tornata brevemente a giocare nel World Team Tennis, si è trasferita in Idaho, dove ha gestito la Elkorn Tennis School per 11 anni. Nel 1991 ha fondato il Centro di addestramento equino Sagebrush per portatori di handicap, che è diventata una delle principali sedi di ippoterapia della nazione. Si è ritirata da direttore esecutivo di SETCH nel 2011, ed è un’ambientalista attiva.

Come hai iniziato a giocare a tennis?
All’età di sei anni mi sono unita a una squadra di nuoto competitiva nella mia città natale di Danville, in California. Durante l’estate del 1962 fu offerto un programma di tennis gratuito presso il centro ricreativo della comunità situato a pochi passi dalla piscina. Dopo l’allenamento di nuoto mi mettevo le mie Keds e mi dirigevo al campo con ancora il mio costume da bagno Speedo nero addosso. Alla fine dell’estate ho vinto il torneo cittadino e mi sono appassionata al tennis.

 

In quale momento hai capito che amavi giocare a tennis e volevi sceglierlo come carriera?
Dopo aver vinto il torneo in città, ho accettato un lavoro al Diablo Country Club per pulire il negozio pro in cambio di lezioni. All’età di 13 anni mia madre mi ha fatta entrare nei tornei junior della Northern California Tennis Association e sono rapidamente salita al top della mia fascia d’età. All’inizio del 1968 ho fissato un obiettivo impegnativo e ho deciso che il tennis era l’elemento più importante della mia vita.

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Il tennis mi ha offerto l’opportunità di sviluppare la fiducia e le abilità di vita che porto con me ancora oggi. I viaggi e il cameratismo internazionale mi hanno esposto ad un mondo grande in giovane età. La mia capacità di fissare obiettivi e rimanere concentrata si è sviluppata grazie alle mie esperienze di tennis.

Quale è stata la tua esperienza più memorabile mentre giocavi nel Tour WTA?
La mia esperienza più memorabile non è stata quella di giocare nel tour, ma di aver contribuito a creare le basi nel 1970 che hanno portato alla formazione della WTA nel 1973. Come una degli Original 9, ho combattuto per un premio in denaro uguale per donne e uomini.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Dato che preferivo il serve-and-volley, le mie migliori performance sono state sull’erba. Penso di aver detenuto per un po’ di tempo il record per aver giocato la partita più breve agli Open di Francia! Nella mia prima partita su terra rossa ho perso con Ann Haydon Jones 6-0, 6-0 in 39 minuti. Ho imparato che il gioco serve-and-volley non funziona sulla terra lenta!

Che cosa hai fatto da quando ti sei ritirata?
Dopo essermi ritirata dal tennis e aver conseguito la laurea, mi sono trasferita a Sun Valley, nell’Idaho. Insegnavo a sciare in inverno e gestivo una scuola di tennis in estate. Nel 1991, ho fondato un programma di equitazione terapeutica senza scopo di lucro per essere utile ad adulti e bambini con problemi mentali e fisici nell’Idaho meridionale. Oggi il mio obiettivo è costruire paludi e ripristinare l’habitat per la fauna selvatica.

Descrivi un ostacolo che sei riuscita a superare durante la tua carriera nel tennis.
Mio padre non era favorevole al mio interesse per il tennis. Invece di esercitarmi in campo, pensava che avrei dovuto fare un provino per cheerleader del liceo. La sua idea della donna perfetta era quella che indossava maglioni d’angora stretti e sfoggiava tacchi altissimi! Ho superato questo ostacolo dissociandomi da mio padre, mantenendo il percorso scelto e accettando il sostegno di mia madre.

A chi guardi e perché?
Gladys Heldman (madre di Julie, ndr). Era una innovatrice, una donna d’affari di successo e una pensatrice creativa. Sono rimasto amica di Gladys molto tempo dopo che abbiamo formato il Virginia Slims Circuit. È diventata la mia mentore nell’arte di diventare una raccoglitrice di fondi di successo a beneficio delle organizzazioni no profit.

Descrivi la tua vittoria più memorabile e ciò che hai imparato.
Ho vinto il Welsh Open nel 1968 dopo aver quasi perso con una ragazza locale al primo turno. Stavo giocando orribilmente contro questa sconosciuta e ho perso la mia grinta. Dopo aver ottenuto la vittoria, ho scoperto che ogni punto può determinare il risultato di una partita e che bisogna rimanere equilibrati e concentrati su ogni punto. Un aggiustamento dell’atteggiamento mi ha aiutato a vincere il torneo.

Qual è stato il tuo torneo preferito da giocare?
Senza dubbio Wimbledon! Non c’è niente di più bello al mondo di un campo da tennis ben curato!

Qual è il tuo film preferito sullo sport?
‘La battaglia dei sessi’, ovviamente!

Traduzione a cura di Andrea Ferrero

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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Le dieci regine del Foro Italico e il successo pugliese di Raffaella Reggi

L’albo d’oro dell’Italian Open: dal dominio di Evert alla doppietta di Elina Svitolina, passando per i successi di Sabatini, Martinez e Sharapova e le finali perse da Navratilova

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Chris Evert è la giocatrice che ha vinto più volte l'edizione femminile degli Internazionali d'Italia

Dall’10 al 17 maggio, se non fosse intervenuto il coronavirus a complicare tutto, si sarebbero giocati gli Internazionali BNL d’Italia. Per lenire un po’ la nostalgia, e sperando che il torneo possa essere recuperato quest’anno, abbiamo preparato una serie di articoli sui Sette Re di Roma da pubblicare fino a domenica, il giorno in cui si sarebbe disputata la finale.

Oggi integriamo la storia del torneo maschile con una selezione di campionesse che hanno brillato all’Italian Open.


La storia degli Internazionali d’Italia femminili non ha nulla da invidiare a quella del maschile. Finali memorabili, campionesse straordinarie e rivincite si sono alternate anche tra le donne, che a dirla tutta sono state “sfrattate” dal Foro Italico nel 1980, costrette a traslocare prima a Perugia e poi a Taranto. Questo l’albo d’oro, con le dieci regine dell’Italian Open di cui ripercorreremo i successi che hanno segnato la storia della manifestazione.

Evert: 5 titoli
Sabatini, Martinez, Serena Williams: 4 titoli
Sharapova: 3 titoli
Seles, Hingis, Mauresmo, Jankovic, Svitolina: 2 titoli

La giocatrice più vincente in Italia è Chris Evert con i suoi cinque titoli. Tuttavia perde la sua prima finale agli Internazionali d’Italia nel 1973 contro Evonne Goolagong, alla quale fa seguito anche la sconfitta al Roland Garros (sua prima finale Slam) poche settimane dopo. Ma la sua è una storia di riscatto: nei due anni successivi centra la doppietta Roma-Parigi, battendo facilmente Martina Navratilova al Foro nel ’74 e ’75. Passano cinque anni prima di rivederla in finale all’Italian Open, che nel frattempo ha traslocato al Junior Tennis di Perugia solo per il torneo femminile, mentre gli uomini continuano a calcare i campi della Capitale. In Umbria stavolta Evert si supera, inanellando tre successi consecutivi: i primi due contro Virginia Ruzici e l’ultimo, nel 1982, battendo Hana Mandlikova. Due anni dopo avrà anche l’opportunità di vincere il sesto titolo, ma dovrà arrendersi a Manuela Maleeva in due set.

Il 1985 è invece l’anno di gloria per Raffaella Reggi. Gli Internazionali d’Italia hanno nuovamente cambiato sede. Roma è ancora off-limits e perciò è Taranto a ospitare un edizione del torneo in tono decisamente minore. Il tabellone è piuttosto aperto per le giocatrici italiane e infatti in semifinale le azzurre occupano tre dei quattro posti disponibili. Laura Garrone viene eliminata però dalla statunitense Vicki Nelson e sfuma il sogno di una finale tutta azzurra. Il derby nella parte bassa del main draw se lo aggiudica Raffaella Reggi, che lascia solo un game a Caterina Nozzoli. In finale la romagnola si impone con un doppio 6-4 e riesce a vincere il titolo, l’ultimo di una giocatrice italiana agli Internazionali. Si tratta di una settimana speciale per Raffaella, che trionfa anche in doppio con la compagna Sandra Cecchini.

Per rivedere una tennista italiana in finale agli Internazionali, stavolta a Roma, si dovranno attendere altri 29 anni. Sara Errani raggiunge infatti la finale nel 2014, ma viene sconfitta da Serena Williams, che nell’albo d’oro si piazza appena un gradino dietro Chris Evert, con quattro titoli. Procedendo in ordine cronologico, a fine anni Ottanta incontriamo altre due campionesse che eguagliano i successi di Serena al Foro.

Gabriela Sabatini e Conchita Martinez, che dominano per un decennio nella Capitale: l’argentina gioca ben sei finali in sette anni. Perde la prima contro Steffi Graf (unico trionfo della tedesca in Italia) nel 1987, l’anno del ritorno del torneo femminile nella Città Eterna. La stagione successiva si prende la rivincita su Steffi a Boca Raton e due mesi più tardi centra il primo di quattro trionfi a Roma, battendo Helen Kelesi in finale. Riesce a difendere il titolo nell’89, ma nel 1990 Martina Navratilova (quattro finali e zero vittorie in carriera al Foro) la ferma in semifinale prima di cedere a Monica Seles nell’ultimo atto. La stessa Seles, dieci anni dopo il primo titolo e sette anni dopo l’attentato di Amburgo, riesce a cogliere anche un secondo successo agli Internazionali nel maggio del 2000.

Prima però dovrà ingoiare amaramente due sconfitte consecutive in finale contro Sabatini. Gabriela è presente anche nella finale del 1993, ma la spagnola Conchita Martinez le soffia il titolo, vincendo in due set. Si apre qui un nuovo ciclo nel segno dell’attuale allenatrice di Garbine Muguruza. Conchita vince quattro titoli di fila finché nel 1997, alla sua quinta finale a Roma, Mary Pierce mette fine al suo progetto di dominio quinquennale. La tennista spagnola rimane a quattro titoli, una lunghezza dietro Chris Evet.

A fine secolo il Foro saluta la nascita di diverse future stelle del tennis. Martina Hingis vince nel 1998, ma dovrà aspettare otto anni per trionfare una seconda volta. Nel 1999 la svizzera ha già messo cinque Slam in saccoccia, ma si ferma in semifinale e ad alzare il trofeo è Venus Williams, che nel 2000 inizierà a collezionare Slam assieme alla sorella Serena, campionessa per la prima volta a Roma nel 2002. A cavallo tra anni Novanta e Duemila esplode anche il talento di Amelie Mauresmo, una delle giocatrici con più finali disputate in carriera al Foro Italico, ben cinque, le prime tre tutte perse. L’anno buono è il 2004, quando vince al tie-break del terzo contro Jennifer Capriati; lafrancese centra anche il bis dodici mesi più tardi. Tra 2007 e 2008 è invece tempo di doppietta per Jelena Jankovic, che manca il tris nel 2010 contro una straordinaria Maria José Martinez Sanchez.

Anche Maria Sharapova ha scritto pagine di storia importanti a Roma negli anni Dieci. Dopo il primo titolo nel 2011, vince una delle finali più belle delle ultime edizioni contro Li Na nel 2012 e il mese successivo trionfa anche a Parigi, completando il Career Grand Slam. Tra il suo secondo e terzo successo agli Internazionali ecco che ritorna lo strapotere di Serena Williams, che trita Viktoria Azarenka nella finale 2013 (stagione in cui ritroverà anche il titolo al Roland Garros) e un’acciaccata ed eroica Sara Errani l’anno successivo.

Dopo il quarto (e per ora ultimo) titolo di Serena a Roma nel 2016 e la terza affermazione di Sharapova nel 2015, è l’ucraina Elina Svitolina a incantare il Foro Italico per due stagioni consecutive, nel 2017 e 2018, battendo Simona Halep in entrambe le finali. In attesa che il mondo si tolga di dosso il grave peso del coronavirus e ATP e WTA possano annunciare una ripresa delle gare, il Foro Italico attende, gli Internazionali attendono. Fino ad allora Karolina Pliskova resterà la campionessa in carica.

 

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Original 9: da Bartkowicz a Pigeon, chi sono le donne che hanno cambiato il tennis

Iniziamo a scoprire le ‘Original 9’, le nove donne a cui la WTA deve la sua esistenza

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Questo articolo racchiude estratti da due pezzi di Adam Lincoln, uno del 2017 e uno del 2020. Qui il link alla versione originale del primo, e qui quello del secondo. Seguiranno nelle prossime settimane le storie di questi nove personaggi cruciali per la storia della WTA

Il primo articolo – Original 9: un retaggio di indipendenza ed emancipazione


Jane “Peaches” Bartkowicz aveva 21 anni quando firmò il contratto da un dollaro per giocare a Houston. Dopo una stellare carriera juniores che l’aveva vista vincere innumerevoli titoli, fra cui Wimbledon a soli 15 anni, Bartkowicz ottenne scalpi importanti quali Virginia Wade e Evonne Goolagong, raggiungendo i quarti allo US Open nel 1968 e nel 1969 e vincendo l’Open del Canada nel 1968. Parte della squadra americana che vinse la Fed Cup nel 1969, si ritirò nel 1971 per poi tornare brevemente a giocare nel tour e nel World Team Tennis nel 1974.

 

Era fuor di dubbio che qualcosa andasse fatto, così quando venne organizzato il torneo di Houston non esitai, soprattutto perché sapevo che c’era Gladys Heldman dietro l’iniziativa”, racconta. “Era la proprietaria di una rivista di tennis, era una donna, e sua figlia Julie avrebbe partecipato al torneo, perciò sapevo che era interessata a noi. Onestamente, Gladys mi intimidiva, era una donna molto decisa, ma era anche molto gentile, ed ero sicura che sapesse cosa stava facendo. Capii che se si riesce a fare qualcosa del genere nel tennis, nel mondo degli affari, o in qualunque altro campo, può esserci un effetto domino che alla lunga porterà benefici a tutti”.

Terza miglior giocatrice del mondo nel 1970 (suo best ranking), Rosie Casals aveva 22 anni quando sconfisse Judy Dalton nella finale del Virginia Slims Invitational. Vincitrice di 11 tornei professionistici, raggiunse due finali Slam, entrambe a Forest Hills, perdendo da Court nel 1970 e da King nel 1971. Il suo bottino di 112 tornei vinti in doppio, che include cinque Wimbledon in coppia con King e nove Slam totali, è secondo solo a quello di Martina Navratilova – ha anche vinto tre Slam in doppio misto. Sette volte campionessa in Fed Cup, fa parte della Hall of Fame di Newport dal 1996.

La parte più rischiosa nell’affrontare l’establishment era probabilmente il mettere a repentaglio la possibilità di giocare gli Slam”, dice Casals. “Che altri rischi c’erano? Eravamo già delle cittadine di Serie B quando giocavamo negli stessi eventi degli uomini. Da questo punto non avevamo molto da perdere, mentre gli Slam erano tutto per noi all’epoca. Non era solo una questione di soldi, ma di riconoscimento, era questione di avere posti dove giocare e di essere pagate equamente per qualcosa che sapevamo fare bene”.   

Judy Dalton (Tegart il cognome da nubile) aveva 32 anni quando perse quella finale. Nel corso della sua carriera realizzò il Career Grand Slam in doppio, vincendone nove in totale (cinque in coppia con Margaret Court). In singolare fece finale a Wimbledon nel 1968, eliminando a sorpresa Court e Nancy Richey prima di perdere contro Billie Jean King. Nel periodo che va da Wimbledon 1967 al suo ritiro (avvenuto all’Australian Open 1977, a 40 anni), Dalton raggiunse almeno i quarti in 10 Slam sui 20 a cui prese parte, vincendo anche due Fed Cup.

Addentrarsi nella politica del tennis era veramente difficile, ma quando firmammo quel contratto sapevamo che era la cosa giusta da fare”, dice oggi. “Avevo aiutato a far circolare i questionari sul gradimento del tennis femminile allo US Open, e alcuni uomini mi dissero addirittura di preferirlo a quello maschile, perché si identificavano maggiormente con scambi più lunghi. Penso che sia fantastico vedere giocatrici provenienti da così tanti Paesi diversi ora. Non credo che all’epoca potessimo anche solo sognarci che il tennis sarebbe diventato uno sport tanto globale”.

Julie Heldman, la figlia di Gladys, aveva 25 anni all’epoca. Vinse 25 tornei in carriera, fra cui Roma, e raggiunse tre semifinali Slam, divenendo la N.2 americana (N.5 del mondo) nel 1969. Fu parte di tre squadre capaci di vincere la Fed Cup prima di ritirarsi nel 1975.

La tensione era palpabile – le vite di ciascuna di noi stavano per essere stravolte”, è il suo ricordo. “I giocatori erano contro di noi e i dirigenti erano contro di noi – va tenuto a mente che allora non c’erano donne ai piani alti del tennis”.

Affettuosamente chiamata “the Old Lady”, Billie Jean King non aveva ancora compiuto 27 anni quando si prese la responsabilità di guidare le sue colleghe a Houston. A quel punto aveva già vinto cinque dei suoi 12 Slam in singolare (39 includendo le varie specialità) ed era già stata in cima alle classifiche di singolare e di doppio. Nonostante questo, aveva ancora tanto da fare, sia in campo che fuori. Mentre il suo ruolo politico si rafforzava durante i primi anni Settanta, King stava anche raggiungendo il proprio picco di tennista. Solo nel 1971 (la prima stagione disputata per intero sotto l’egida della Virginia Slims) vinse 17 tornei in singolare e divenne la prima atleta donna a guadagnare più di 100.000 dollari in una sola stagione. Nel 1973 sconfisse Bobby Riggs nella Battaglia dei Sessi e divenne fondatrice e presidente della WTA.

Billie Jean King e Bobby Riggs

“Sapevamo che per garantirci un futuro dovevamo avere un circuito, o quantomeno una serie di tornei”, racconta. “Non avevamo idea di cosa sarebbe successo, ma avevamo il sogno, la visione”.

Nel 1970, Nancy Richey aveva 28 anni e aveva vinto due Slam in singolare, l’Australia Open 1967 e il Roland Garros 1968 – il primo Slam dell’Era Open. In una carriera durata vent’anni, la texana vinse 69 tornei di singolare, raggiunse il N.2 delle classifiche nel 1969, e vinse anche quattro Slam in doppio. Si ritirò a 36 anni, allo US Open 1978, e venne ammessa nella Hall of Fame nel 2003.

Mi ricordo il tennis nei giorni del dilettantismo, quando dovevamo prendere la metro da Midtown a Forest Hills portandoci le borse, per poi tornare indietro con 20 chili di vestiti bagnati in più”, dice Richey. “Niente soldi, niente mensa, niente di niente. Adesso si gioca per milioni di dollari, il prize money è lo stesso per gli uomini e per le donne, e il gioco è cresciuto – penso che sia assolutamente fantastico. Ogni volta che vado a Flushing Meadows mi abbraccio da sola, perché è tutto ciò che sognavamo per il gioco”.

Kerry Melville Reid aveva 23 anni quando giocò a Houston nel 1970. Fra i 22 titoli in singolare che conquistò durante la sua carriera c’è anche lo Slam di casa, l’Australian Open 1977. Fra le altre 40 finali giocate si annoverano Melbourne 1970 e lo US Open 1972, anno in cui raggiunse l’ultimo atto anche nella prima edizione del torneo conclusivo del Virginia Slims Tour – le odierne WTA Finals. Presenza fissa nella Top 10 per tutti gli anni Settanta, vinse tre Slam di doppio, fra cui Wimbledon 1978 con Wendy Turnbull.

Volevo delle condizioni migliori per noi, certo, ma non mi considero una femminista”, dice oggi. “Credo che i miei genitori fossero un po’ preoccupati, ma sentivo che avevamo una leader molto forte in Billie Jean – era una top player ed era potente. Io e l’altra australiana del gruppo, Judy Dalton, non potemmo giocare in patria per un po’, ma alla fine tutto si sistemò. Alcune delle altre ragazze ci misero un po’ a convincersi, e lo capisco – era una decisione importante per il futuro di una carriera”.

Kristy Pigeon era il membro più giovane delle Original 9, visto che aveva solo 20 anni all’epoca del Virginia Slims Invitational. Dopo aver vinto Wimbledon e US Open a livello juniores, Pigeon fece due volte gli ottavi all’All England Club nel 1968 e nel 1969, ed entrò fra le dieci migliori statunitensi. Si ritirò nel 1975 dopo aver giocato per la nazionale americana e dopo aver vinto l’Open del Galles.

Ero andata a scuola a Oakland e Berkeley, dove i valori femministi erano promossi con forza… Ricordo che Betty Friedan [attivista scomparsa nel 2006, ndr] venne a farci lezione. Penso però che molte delle prime femministe non avessero approcciato la questione dalla giusta prospettiva”, racconta. “In un certo senso non fecero tanto rumore quanto ne facemmo noi tenniste, perché noi riuscimmo a dimostrare che come atlete eravamo interessanti quanto gli uomini. Le nostre partite erano stimolanti da guardare e potevano coinvolgere il pubblico – per quanto mi riguarda, questo è un modo più efficace di raggiungere la parità di genere”.

Valerie Ziegenfuss aveva 21 anni nel 1970. In singolare, raggiunse gli ottavi in tre Slam e una finale nel nascente circuito, al torneo Virginia Slims dell’Oklahoma, nel 1972. Fu anche la settima miglior giocatrice americana in singolare, mentre raggiunse il N.1 delle classifiche di doppio nel 1967.

Giocai per 14 settimane su 16, ma non mi posso certo lamentare – volevamo il nostro circuito, quindi qualcuno doveva pur farlo!” racconta. “Avevamo la responsabilità di promuovere il tour, ma onestamente mi divertii a farlo, e penso di essere stata brava. Contribuimmo tutte in qualche modo, facendo tutto ciò che potevamo per far progredire il circuito, e tutte potemmo goderci qualche abito alla moda grazie a Teddy Tinling [stilista e player liaison, una sorta di factotum, per il tour femminile, ndr]. Mi fece un abito di velluto nero con strass sul collo da abbinare a una gonna di lamé color argento. Era pensato per le luci di un’arena ed era strepitoso”.

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