L'uomo dietro l'1% decisivo per Medvedev: intervista a Fabrice Sbarro

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L’uomo dietro l’1% decisivo per Medvedev: intervista a Fabrice Sbarro

Vi raccontiamo la bella storia del data analyst di Daniil Medvedev, che ha contribuito agli straordinari successi dell’estate 2019… presentandosi in Canada con uno zainetto e la testa piena di numeri

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Fabrice Sbarro

C’è una storia poco conosciuta che val la pena di essere raccontata ed è quella di Fabrice Sbarro, data analyst, creatore del sito Tennisprofiler e maestro di tennis (in rigoroso ordine) che nella pirotecnica estate 2019 di Daniil Medvedev ha fatto parte del team del russo assieme al suo coach storico Gilles Cervara. Lo abbiamo intervistato via Zoom è la chiacchierata è stata ricca di spunti, tanto che abbiamo deciso di dividerla in tre parti: in una prima parte tratteggiamo la storia di Fabrice e come è entrato nel team di Medvedev, nella seconda parte racconteremo qualche retroscena sull’incredibile estate del russo vista da un insider. 

L’ultima parte, che verrà pubblicata domenica 24 maggio, è dedicata ad alcune chiacchiere in libertà sul tema. Se alla fine dell’articolo vi verrà la curiosità di vedere l’intervista integrale, la potrete trovare a questo link. Di seguito trovate la lista di alcuni momenti salienti della video intervista:

  • l’inizio della collaborazione con il team di Medvedev (al minuto 5:50)
  • i retroscena di Wawrinka-Medvedev, Australian Open 2020 (15:13)
  • l’esplosione di Berrettini (19:54)
  • la collaborazione con Mahut al Masters di Londra 2019 (21:50)
  • Murray (31:40)

CAPITOLO 1 – GLI INIZI SUI CAMPI DI PROVINCIA

Una bella storia, prima ancora che un’interessante chiacchierata con un ragazzo svizzero che forse ha avuto solo il difetto di essere un po’ troppo in anticipo sullo spirito del tempo. E di questi tempi in cui di tennis giocato se ne vedrà poco ancora per qualche mese, gli spunti e gli approfondimenti sono ancor più graditi. Per prima cosa allora inquadriamo il soggetto: Fabrice Sbarro, 40 anni, svizzero, da 13 anni sta portando l’analisi statistica sui campi da tennis con il charting dei match. Sbarro ha sempre avuto una passione per il tennis ma a differenza di altri coetanei ha incanalato i suoi sforzi già poco dopo i 20 anni nell’attività di coach a livello ITF e WTA. Va detto che il buon Fabrice ci ha provato eccome, ma il mondo del tennis non è solo l’empireo dei Fab 3. E non è nemmeno solo l’olimpo della top 10 o di tutti quei valorosi professionisti che si danno battaglia col coltello tra i denti per restare nella top 100.

Il tennis è anche quel purgatorio dantesco fatto di challenger, future e tornei nazionali con montepremi di poche migliaia di euro. Una montagna da scalare un passo alla volta, fatta di tanti pendii che devono essere superati per poter accedere al mondo che conta. Certo, fra i suoi assistiti Mr. Sbarro ha potuto anche vantare una futura top 150, a senza sfondare quel tetto di cristallo che avrebbe fatto la differenza. Per anni quindi Fabrice ha assaggiato le forche caudine per le quali tutti i tennisti professionisti sono passati, mettendo in campo tanta passione e macinando ore di macchina per accompagnare il proprio assistito, salvo poi vederlo perdere a volte anche al primo turno. Le tessere del puzzle che portano un giocatore a compiere quell’ascesa sono tante e poche volte si incastrano, e purtroppo non è stato il caso dei giocatori allenati da Fabrice.

Tutta questa attività però, che è si è protratta per oltre un decennio, non è stata inutile perché ha spinto il coach svizzero a interrogarsi su come trovare il modo di far fare ai propri giocatori il tanto agognato salto di qualità. E questa ricerca lo ha portato nel mondo dell’analisi dei dati per ricavarne un framework pratico. L’idea era quella di mappare i match di tennis, fino a creare una base di dati significativa su cui costruire le proprie analisi di coach. Un compito che si presentava come una montagna da scalare a mani nude (i nerd appassionati di charting sicuramente conosceranno il match charting project promosso da Jeff Sackman, ideato come uno sforzo comunitario di decine di appassionati. Il concetto è simile, ma in questo caso lo sforzo è profuso da una sola persona).

Però, poco a poco, l’idea che nasce come un supporto alla propria attività di coach diventa sempre più centrale: basta sfacchinate in posti sperduti, e così da maestro di tennis che all’epoca (agli inizi parliamo di oltre 10 anni fa) veniva visto dai suoi colleghi come un alieno o un simpatico svitato, prende sempre più sul serio la sfida e ne fa il centro della propria attività. E più si va avanti, più lo svizzero si rende conto di alcune cose; di quanto sia difficile sfondare con l’attività di coaching quell’elite assoluta del professionismo maschile e femminile.

 

La chiave del successo sarà invece proprio essere quella di battere un terreno che per il tennis è inesplorato, ma che in altri sport con gli anni è diventato la norma, se non il minimo sindacale per poter competere, come accade in NBA – uno sport che ormai è diventato il regno delle statistiche avanzate, le quali hanno tracciato la strada per ridisegnare completamente le shooting map dei parquet d’oltreoceano. Se volessimo rappresentare le statistiche avanzate come un prodotto e ne volessimo descrivere il grado di maturità nei diversi sport, probabilmente la situazione sarebbe una curva di questo tipo:

Nel tennis siamo ancora evidentemente indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket. Nel calcio ad esempio il Liverpool, sfruttando un cocktail tecnico e manageriale ben preparato, è riuscito nell’impresa di centrare due finali consecutive di Champions League. Una piccola (?) parte del merito va anche al team di data scientist unanimemente riconosciuto come all’avanguardia. O uno stadio più avanzato della curva troviamo appunto la NBA dove il paradigma del moneyball si è ormai largamente affermato.

Quella che era nata come un’attività collaterale diventa un’attività a tempo pieno. Ad oggi Fabrice ha registrato più di un milione di punti (per dare un’idea, durante l’iconica finale di Wimbledon 2019 da 5 ore si giocarono 422 punti, per cui tracciare un milione di punti implica uno sforzo stimabile in circa 12.000 ore di lavoro per dare un ordine di grandezza). E nel perseguire questo sforzo Fabrice si è concentrato sull’elite ATP e WTA, ovvero i primi 100 della classifica degli ultimi anni, al fine di costruire una base dati sufficientemente solida e significativa. Insomma, un mattoncino alla volta, Fabrice ha cominciato a farsi conoscere nel giro, passando dallo scetticismo alla curiosità e infine all’attenzione delle sue controparti. Siamo quindi pronti per la seconda parte di questo viaggio, nella quale il duro lavoro ha cominciato a dare i suoi frutti e nella quale i pezzi del puzzle cominciano finalmente ad andare al loro posto. Riavvolgiamo il nastro e andiamo a luglio 2019, torneo ATP di Montreal.

CAPITOLO 2 – LA FOLLE ESTATE NORDAMERICANA

Questa è la parte narrativamente più godibile dell’intervista, la favolosa estate 2019. Provate un po’ a immaginare di mettervi nei panni di Fabrice. Avete sgobbato duro per guadagnarvi il diritto ad avere un’opportunità, ma per anni neanche l’ombra di uno spiraglio. Avete portato avanti l’attività di coaching per oltre un decennio sperando come un cercatore d’oro di scovare la pepita, ovvero un giocatore che potesse raggiungere la top 100. Ma senza successo. Quindi arriva il momento di cambiare il proprio biglietto da visita: passare dal presentarsi come un coach a presentarsi in primo luogo come un data analyst. Sì, è vero, i primi contatti cominciano ad arrivare anche prima del 2019, ma probabilmente i tempi non sono maturi e non aiuta il fatto di continuare a mantenere in vita l’attività di allenatore. Magari con un po’ di fortuna già nel 2016 la scintilla sarebbe potuta scattare ma per vari motivi l’occasione non arriva, i tempi ancora non sono maturi.

Così, nell’estate 2019, quando si esaurisce anche l’ultimo rapporto di lavoro come allenatore di un giocatore a livello ITF, durante un corso in Svizzera Fabrice incontra il coach di Gilles Simon, Etienne Laforgue, un esperto di neuroscienze. Da un paio d’anni il 37enne tennista francese si era affidato a questo nuovo allenatore al fine di migliorare quelle imperfezioni biomeccaniche del proprio gioco e allungare così la carriera. L’idea di Sbarro in quell’occasione era semplicemente fare un po’ di networking e trovare un complemento ai propri lavori. Invece Laforgue, inaspettatamente, gli porge l’occasione che aspettava: “Perché non fai un giro nel Tour (ATP) per presentare i tuoi lavori? Ti posso introdurre ad alcuni coach di mia conoscenza. E così, due settimane dopo questo incontro fortuito arriva il momento di preparare lo zaino, con in mano un biglietto aereo, destinazione Canada: è l’anno in cui il Masters 1000 nordamericano si gioca a Montreal.

Come ci racconta Fabrice (dal minuto 5:50 dell’intervista), si trova catapultato all’interno di un torneo di livello, con i migliori 50 giocatori del mondo che conosceva molto bene, ma solo sulla carta, dopo averne passato al microscopio migliaia di punti per ognuno. E così, dopo qualche approccio interlocutorio, la sua strada incrocia quella di Gilles Cervara, il coach di Medvedev, che gli concede udienza. Sbarro presenta così il suo approccio e la sua metodologia e ma non si aspetta di trovare un terreno così fertile. Cervara infatti è un coach aperto alle novità e come potete leggere anche in questa intervista realizzata da Ubitennis lo scorso anno al torneo di Barcellona, Fabrice è perfetto per le esigenze di Cervara: qualcuno che sappia interpretare dati fornendo insight azionabili, consentendo di ottimizzare il processo di preparazione dei match.

Gilles Cervara nel box di Daniil Medvedev – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

“Ok Fabrice, facciamo una prova, proviamo a preparare il prossimo match di Daniil con Kyle Edmund”. I due si trovano a collaborare nella preparazione di un match prendendo in esame gli spunti statistici prodotti dall’analista svizzero. Il match in questione è quello di secondo turno fra Medvedev ed Edmund, un cliente ostico che all’epoca navigava intorno al numero 30 e veniva dalla vittoria contro Kyrgios, vincitore a Washington pochi giorni prima proprio contro Medvedev. La partita finisce 6-3 6-0. Dopo il match, il telefono di Sbarro squilla: è Cervara. “Ok Fabrice, dobbiamo parlare, per questo torneo prepareremo assieme tutti i match di Daniil. I match seguenti del russo lo vedono sfidare Garin, Thiem e Kachanov. Risultato: tre vittorie, sei set vinti, 0 persi e prima finale del russo in un Masters 1000 contro Nadal, contro il quale poi soccomberà.

Ricapitoliamo: sette giorni prima Fabrice era in volo per il Canada armato solo delle proprie idee. Ora è riuscito a entrare nel team di un top player e a dare il suo contributo per aiutarlo a raggiungere la prima finale in un Masters 1000 della carriera. Finito Montreal, Cervara invita il ragazzo venuto dalla Svizzera ad aiutarlo anche per il torneo seguente, il secondo Masters 1000 dell’estate americana, quello di Cincinnati. Cincinnati è un torneo che talvolta riserva delle sorprese, come nel 2017 quando in finale si affrontarono Kyrgios e Dimitrov. Nel 2019 la sorpresa è proprio Medvedev, che batte Djokovic in un match incredibile con il quale guadagna l’accesso alla finale. Superato lo scoglio serbo, il russo si sbarazzerà agevolmente di Goffin per sollevare il primo trofeo 1000 della carriera. Riassumendo, Fabrice si è trovato indubbiamente al posto giusto e nel momento giusto, aiutando Medvedev a diventare l’uomo copertina dell’estate sul cemento americano.

E qui Fabrice ci dà forse la chiave di lettura giusta: “Ovviamente io ho solo dato un contributo in tutto questo, era Daniil a scendere in campo; tuttavia credo di aver fatto quel che potevo per aiutarlo a compiere quell’ultimo step che a volte fa la differenza. Mettiamola così, ho dato il mio contributo affinché Daniil potesse migliorare le proprie performance di quell’1% marginale che gli serviva per sfondare definitivamente. Insomma dopo Cincinnati il vento ha decisamente cominciato a cambiare per Fabrice, e al riguardo riportiamo anche un fatto curioso: durante lo US Open, il rapporto di collaborazione con il team di Medvedev non era ancora esclusivo e nel frattempo anche il team di Wawrinka aveva chiesto una prova con il nostro analista svizzero. Peccato che ai quarti di finale fosse in programma proprio Wawrinka-Medvedev, e quindi in quel caso Fabrice ha dovuto gentilmente declinare l’invito del team di Stananimal: chi l’avrebbe detto appena un paio di mesi prima!

Appuntamento a domenica per l’ultima parte dell’intervista, in cui parleremo del misero 2% che divide Gasquet dai tre fenomeni e di tante altre cose.

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Flash

WTA Palermo: Ruse non sa più perdere, 12° vittoria di fila e finale contro Collins

PALERMO – La giocatrice rumena centra la seconda finale consecutiva dopo il titolo di Amburgo. Sfiderà ancora Collins, sconfitta ai quarti in Germania

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C’è aria di sport (e pani câ meusa, da assaggiare al mercato Vucciria) anche a Palermo, a oltre diecimila chilometri di distanza dall’epicentro sportivo di queste due settimane, Tokyo, dove si stanno disputando le Olimpiadi. Poco più di quatto ore complessive sono servite per scoprire che la finale della 32° edizione del Palermo Ladies Open sarà un affare tra Danielle Collins – alla prima finale sulla terra battuta, cerca ancora il primo titolo WTA – ed Elena Gabriela Ruse, che sembra aver disimparato la sconfitta e ha vinto la 12° partita consecutiva. Campionessa ad Amburgo partendo dalle qualificazioni, è in finale qui in Sicilia (passata sempre attraverso le forche caudine delle quali) dove ha vinto però una partita in meno, in virtù del ritiro di Teichmann agli ottavi.

Partiamo proprio dalla vittoria di Ruse, che delle quattro ore di gioco odierne ne ha occupate ben tre. A fare da co-protagonista Oceane Dodin, che aveva vinto il primo set ed era riuscita a frenare la rimonta della sua avversaria in ben due momenti del secondo set, salvo poi perdere – a zero – il tie-break che avrebbe potuto darle la vittoria e crollare quindi nel terzo set. Non una partita dai contenuti tecnici memorabili – ne sono prova i ben 22 doppi falli della giocatrice francese, che nel resto del torneo ne aveva commessi altri 30 – ma una partita che si è fatta via via appassionante, e anche più godibile in virtù del sole sempre meno aggressivo.

Dodin era la giocatrice più potente in campo, o quantomeno quella capace di esprimere la maggior velocità sul singolo colpo, ma tante volte l’abbiamo vista sotterrare malamente entrambi i colpi di rimbalzo. Ruse non ha giocato una gran partita, ha anche accusato un mezzo malore dopo il quinto game del secondo set (era in vantaggio di un break, immediatamente svanito al ritorno in campo) a seguito del quale le è stata misurata la pressione, ma sul fatto che lei volesse vincerla più dell’avversaria non c’è mai stato dubbio. Ben incitata dal suo box e da alcuni tifosi dislocati nel resto delle tribune, Ruse ha largamente superato quota venti c’mon nel corso della partita, sbuffato ad ogni errore, incenerito con lo sguardo un gruppo di tifosi troppo rumorosi e proferito a mezza voce qualche frase in rumeno che certamente non aveva i contorni dell’Ave Maria. Dopo aver convertito il match point, ha liberato un urlo tanto acuto da costringere il cameraman a proteggersi dietro l’obiettivo.

 

Insomma, ha tenuto la scena dall’inizio alla fine. Dimostrando grandi doti di mobilità, capacità di colpire in corsa e maggiore abitudine a lavorare la palla per mandare in tilt il fragilissimo cannone avversario. 23 anni, fisico non statuario ma agile e funzionale al suo gioco di rimessa, Ruse forse non diventerà mai una star. Ma probabilmente è destinata a rimanere per tutta la carriera una di quelle giocatrici che non vuoi mai affrontare, specie sulla terra battuta.

Sono morta!” – ha detto Ruse a fine match, – “Ad essere onesta, pensavo che mi sarei ritirata perché mi sentivo davvero male sin dall’inizio. Mi girava la testa, non riesco a immaginare cosa sia successo. Sono così felice di essere in un’altra finale, significa molto per me. Voglio ringraziare il mio allenatore, la mia famiglia, tutti i miei allenatori romeni. Un ringraziamento speciale al mio allenatore di Bucarest e ai miei amici italiani che vengono qui ogni giorno per sostenermi“.

Ha avuto molto meno bisogno di mettere in mostra le sue doti di lottatrice Danielle Collins, che dopo i primi venti minuti disputati a un livello molto alto – da entrambe le giocatrici – nella seconda semifinale contro Shuai Zhang ha alzato di netto i giri del motore, quando era sotto 4-2, finendo per vincere dieci dei successivi tredici game. Decisamente più solida con il servizio (7 ace e il 76% di prime difese, pur avendone messe in campo solo una su due), a un certo punto Danielle ha ritrovato nel borsone il dritto smarrito e ha fatto quello che deve fare la numero uno del seeding, vincere d’autorità. Zhang ha ripreso a colpire qualche buon vincente sul calare del secondo set, col cielo di Palermo ormai scuro, ma Collins aveva smarrito del tutto la voglia di scherzare – ammesso ne abbia, quando va in campo (ci permettiamo di dubitare, visto il temperamento) – e si è presa la finale.

Danielle Collins

La giornata si è poi conclusa lì, perché l’after suitable rest che avrebbe dovuto separare la fine del match dall’inizio della semifinale di doppio con la stessa Zhang in campo si è prolungato ad libitum fino all’annuncio del ritiro della cinese, troppo stanca per scendere in campo dopo le 22.

Sarà quindi ancora Collins vs Ruse, come una settimana fa ad Amburgo con vittoria della rumena in tre set. Oltre al logico sentimento di rivalsa, Danielle (Rose) Collins avrà probabilmente voglia di togliersi dalla spalla la scimmia dei zero tituli in carriera, che per una giocatrice che ha trascorso buona parte degli ultimi tre anni in top 50 è un peccatuccio che deve essere corretto. Sarebbe un peccato, questa volta nostro, dimenticare che in questi mesi ha subito prima una diagnosi di artrite reumatoide e poi quella di endometriosi, storia quest’ultima che si è messa alle spalle appena due mesi fa. Giocherà la sua prima finale in carriera, mentre per la sua avversaria sarà la seconda (ma entrambe negli ultimi sette giorni). Vinca la migliore: si giocherà alle 19:30, col sole basso, alleluja. Anche perché la spiaggia di Mondello dista appena un paio di chilometri e forse è opportuno farci un salto.

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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ATP

Vit Kopriva stupisce ancora: è in semifinale all’ATP di Gstaad

Il tennista ceco conferma la bella vittoria con Shapovalov lasciando un solo game a Ymer. Gaston annulla 4 match point a Garin

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La vittoria su Denis Shapovalov negli ottavi di finale non è stata un caso. Il 24enne Vit Kopriva è l’uomo della settimana all’ATP 250 di Gstaad. Il tennista ceco ha vinto i match di qualificazione per il torneo svizzero e ha potuto fare il suo debutto in un evento ATP. Nel suo primo quarto di finale in carriera nel circuito maggiore, sfidava il classe 1998 Mikael Ymer. Il giovane svedese aveva tutti i favori del pronostico, ma è entrato in campo con un atteggiamento molto remissivo. Kopriva invece, forte della striscia di vittorie inanellata negli ultimi giorni, ha dominato la partita, soprattutto con il dritto. Ymer non ha avuto la pazienza necessaria per tenere il palleggio e non è mai entrato nel match.

Kopriva ha chiuso 6-1 6-0 in appena 51 minuti. È il secondo giocatore che nel 2021 riesce a raggiungere le semifinali al suo primo torneo ATP (Juan Manuel Cerundolo ci arrivò a Cordoba). L’ultimo a farcela fu Attila Balazs a Bucarest 2012.

La semifinale della parte bassa del tabellone vedrà incrociare le racchette Hugo Gaston e Laslo Djere. Il giocatore francese, già messosi in mostra lo scorso autunno al Roland Garros, ha infiammato il match contro lo specialista Christian Garin, sconfitto nei quarti di finale anche una settimana fa a Bastad. Il cileno, quarta testa di serie, ha sprecato un break di vantaggio nel terzo set (conduceva 4-2) e ha anche servito per il match sul 5-4. Nel tie-break Gaston è riuscito ad annullare 4 match point, chiudendo 13-11 il gioco decisivo. Anche per lui sarà la prima semifinale nel circuito maggiore.

 

Djere è invece arrivato nel penultimo atto di un torneo ATP per la terza volta nel solo 2021 (sempre sul rosso). Anche lui ha vinto al terzo set, contro il francese Rinderknech. Djere non ha mai perso il servizio in tutto il match, ma dopo aver chiuso 6-4 il primo ha ceduto il tie-break della seconda frazione al numero 100 ATP. Ha dimostrato una certa sicurezza a inizio terzo parziale, nonostante i suoi turni siano stati sotto attacco per due volte di fila. Un nastro fortunoso che gli ha accomodato la palla sul match point gli ha dato la vittoria finale.

In chiusura di programma Casper Ruud ha superato in 3 set Benoit Paire, apparso comunque in netta ripresa come attengiamento in campo. Il norvegese continua la sua eccellente estate sul rosso dopo la vittoria nell’Open di Svezia a Bastad la scorsa settimana. Affonterà Kopriva in semifinale

Risultati:

[Q] V. Kopriva b. M. Ymer 6-1 6-0
[3] C. Ruud b. [6] B. Paire 6-2 5-7 6-3
H. Gaston b. [4] C. Garin 6-4 1-6 7-6(11)
[7] L. Djere b. A. Rinderknech 6-4 6-7(5) 6-4

Il tabellone completo

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