L'uomo dietro l'1% decisivo per Medvedev: intervista a Fabrice Sbarro

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L’uomo dietro l’1% decisivo per Medvedev: intervista a Fabrice Sbarro

Vi raccontiamo la bella storia del data analyst di Daniil Medvedev, che ha contribuito agli straordinari successi dell’estate 2019… presentandosi in Canada con uno zainetto e la testa piena di numeri

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Fabrice Sbarro

C’è una storia poco conosciuta che val la pena di essere raccontata ed è quella di Fabrice Sbarro, data analyst, creatore del sito Tennisprofiler e maestro di tennis (in rigoroso ordine) che nella pirotecnica estate 2019 di Daniil Medvedev ha fatto parte del team del russo assieme al suo coach storico Gilles Cervara. Lo abbiamo intervistato via Zoom è la chiacchierata è stata ricca di spunti, tanto che abbiamo deciso di dividerla in tre parti: in una prima parte tratteggiamo la storia di Fabrice e come è entrato nel team di Medvedev, nella seconda parte racconteremo qualche retroscena sull’incredibile estate del russo vista da un insider. 

L’ultima parte, che verrà pubblicata domenica 24 maggio, è dedicata ad alcune chiacchiere in libertà sul tema. Se alla fine dell’articolo vi verrà la curiosità di vedere l’intervista integrale, la potrete trovare a questo link. Di seguito trovate la lista di alcuni momenti salienti della video intervista:

  • l’inizio della collaborazione con il team di Medvedev (al minuto 5:50)
  • i retroscena di Wawrinka-Medvedev, Australian Open 2020 (15:13)
  • l’esplosione di Berrettini (19:54)
  • la collaborazione con Mahut al Masters di Londra 2019 (21:50)
  • Murray (31:40)

CAPITOLO 1 – GLI INIZI SUI CAMPI DI PROVINCIA

Una bella storia, prima ancora che un’interessante chiacchierata con un ragazzo svizzero che forse ha avuto solo il difetto di essere un po’ troppo in anticipo sullo spirito del tempo. E di questi tempi in cui di tennis giocato se ne vedrà poco ancora per qualche mese, gli spunti e gli approfondimenti sono ancor più graditi. Per prima cosa allora inquadriamo il soggetto: Fabrice Sbarro, 40 anni, svizzero, da 13 anni sta portando l’analisi statistica sui campi da tennis con il charting dei match. Sbarro ha sempre avuto una passione per il tennis ma a differenza di altri coetanei ha incanalato i suoi sforzi già poco dopo i 20 anni nell’attività di coach a livello ITF e WTA. Va detto che il buon Fabrice ci ha provato eccome, ma il mondo del tennis non è solo l’empireo dei Fab 3. E non è nemmeno solo l’olimpo della top 10 o di tutti quei valorosi professionisti che si danno battaglia col coltello tra i denti per restare nella top 100.

Il tennis è anche quel purgatorio dantesco fatto di challenger, future e tornei nazionali con montepremi di poche migliaia di euro. Una montagna da scalare un passo alla volta, fatta di tanti pendii che devono essere superati per poter accedere al mondo che conta. Certo, fra i suoi assistiti Mr. Sbarro ha potuto anche vantare una futura top 150, a senza sfondare quel tetto di cristallo che avrebbe fatto la differenza. Per anni quindi Fabrice ha assaggiato le forche caudine per le quali tutti i tennisti professionisti sono passati, mettendo in campo tanta passione e macinando ore di macchina per accompagnare il proprio assistito, salvo poi vederlo perdere a volte anche al primo turno. Le tessere del puzzle che portano un giocatore a compiere quell’ascesa sono tante e poche volte si incastrano, e purtroppo non è stato il caso dei giocatori allenati da Fabrice.

Tutta questa attività però, che è si è protratta per oltre un decennio, non è stata inutile perché ha spinto il coach svizzero a interrogarsi su come trovare il modo di far fare ai propri giocatori il tanto agognato salto di qualità. E questa ricerca lo ha portato nel mondo dell’analisi dei dati per ricavarne un framework pratico. L’idea era quella di mappare i match di tennis, fino a creare una base di dati significativa su cui costruire le proprie analisi di coach. Un compito che si presentava come una montagna da scalare a mani nude (i nerd appassionati di charting sicuramente conosceranno il match charting project promosso da Jeff Sackman, ideato come uno sforzo comunitario di decine di appassionati. Il concetto è simile, ma in questo caso lo sforzo è profuso da una sola persona).

Però, poco a poco, l’idea che nasce come un supporto alla propria attività di coach diventa sempre più centrale: basta sfacchinate in posti sperduti, e così da maestro di tennis che all’epoca (agli inizi parliamo di oltre 10 anni fa) veniva visto dai suoi colleghi come un alieno o un simpatico svitato, prende sempre più sul serio la sfida e ne fa il centro della propria attività. E più si va avanti, più lo svizzero si rende conto di alcune cose; di quanto sia difficile sfondare con l’attività di coaching quell’elite assoluta del professionismo maschile e femminile.

 

La chiave del successo sarà invece proprio essere quella di battere un terreno che per il tennis è inesplorato, ma che in altri sport con gli anni è diventato la norma, se non il minimo sindacale per poter competere, come accade in NBA – uno sport che ormai è diventato il regno delle statistiche avanzate, le quali hanno tracciato la strada per ridisegnare completamente le shooting map dei parquet d’oltreoceano. Se volessimo rappresentare le statistiche avanzate come un prodotto e ne volessimo descrivere il grado di maturità nei diversi sport, probabilmente la situazione sarebbe una curva di questo tipo:

Nel tennis siamo ancora evidentemente indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket. Nel calcio ad esempio il Liverpool, sfruttando un cocktail tecnico e manageriale ben preparato, è riuscito nell’impresa di centrare due finali consecutive di Champions League. Una piccola (?) parte del merito va anche al team di data scientist unanimemente riconosciuto come all’avanguardia. O uno stadio più avanzato della curva troviamo appunto la NBA dove il paradigma del moneyball si è ormai largamente affermato.

Quella che era nata come un’attività collaterale diventa un’attività a tempo pieno. Ad oggi Fabrice ha registrato più di un milione di punti (per dare un’idea, durante l’iconica finale di Wimbledon 2019 da 5 ore si giocarono 422 punti, per cui tracciare un milione di punti implica uno sforzo stimabile in circa 12.000 ore di lavoro per dare un ordine di grandezza). E nel perseguire questo sforzo Fabrice si è concentrato sull’elite ATP e WTA, ovvero i primi 100 della classifica degli ultimi anni, al fine di costruire una base dati sufficientemente solida e significativa. Insomma, un mattoncino alla volta, Fabrice ha cominciato a farsi conoscere nel giro, passando dallo scetticismo alla curiosità e infine all’attenzione delle sue controparti. Siamo quindi pronti per la seconda parte di questo viaggio, nella quale il duro lavoro ha cominciato a dare i suoi frutti e nella quale i pezzi del puzzle cominciano finalmente ad andare al loro posto. Riavvolgiamo il nastro e andiamo a luglio 2019, torneo ATP di Montreal.

CAPITOLO 2 – LA FOLLE ESTATE NORDAMERICANA

Questa è la parte narrativamente più godibile dell’intervista, la favolosa estate 2019. Provate un po’ a immaginare di mettervi nei panni di Fabrice. Avete sgobbato duro per guadagnarvi il diritto ad avere un’opportunità, ma per anni neanche l’ombra di uno spiraglio. Avete portato avanti l’attività di coaching per oltre un decennio sperando come un cercatore d’oro di scovare la pepita, ovvero un giocatore che potesse raggiungere la top 100. Ma senza successo. Quindi arriva il momento di cambiare il proprio biglietto da visita: passare dal presentarsi come un coach a presentarsi in primo luogo come un data analyst. Sì, è vero, i primi contatti cominciano ad arrivare anche prima del 2019, ma probabilmente i tempi non sono maturi e non aiuta il fatto di continuare a mantenere in vita l’attività di allenatore. Magari con un po’ di fortuna già nel 2016 la scintilla sarebbe potuta scattare ma per vari motivi l’occasione non arriva, i tempi ancora non sono maturi.

Così, nell’estate 2019, quando si esaurisce anche l’ultimo rapporto di lavoro come allenatore di un giocatore a livello ITF, durante un corso in Svizzera Fabrice incontra il coach di Gilles Simon, Etienne Laforgue, un esperto di neuroscienze. Da un paio d’anni il 37enne tennista francese si era affidato a questo nuovo allenatore al fine di migliorare quelle imperfezioni biomeccaniche del proprio gioco e allungare così la carriera. L’idea di Sbarro in quell’occasione era semplicemente fare un po’ di networking e trovare un complemento ai propri lavori. Invece Laforgue, inaspettatamente, gli porge l’occasione che aspettava: “Perché non fai un giro nel Tour (ATP) per presentare i tuoi lavori? Ti posso introdurre ad alcuni coach di mia conoscenza. E così, due settimane dopo questo incontro fortuito arriva il momento di preparare lo zaino, con in mano un biglietto aereo, destinazione Canada: è l’anno in cui il Masters 1000 nordamericano si gioca a Montreal.

Come ci racconta Fabrice (dal minuto 5:50 dell’intervista), si trova catapultato all’interno di un torneo di livello, con i migliori 50 giocatori del mondo che conosceva molto bene, ma solo sulla carta, dopo averne passato al microscopio migliaia di punti per ognuno. E così, dopo qualche approccio interlocutorio, la sua strada incrocia quella di Gilles Cervara, il coach di Medvedev, che gli concede udienza. Sbarro presenta così il suo approccio e la sua metodologia e ma non si aspetta di trovare un terreno così fertile. Cervara infatti è un coach aperto alle novità e come potete leggere anche in questa intervista realizzata da Ubitennis lo scorso anno al torneo di Barcellona, Fabrice è perfetto per le esigenze di Cervara: qualcuno che sappia interpretare dati fornendo insight azionabili, consentendo di ottimizzare il processo di preparazione dei match.

Gilles Cervara nel box di Daniil Medvedev – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

“Ok Fabrice, facciamo una prova, proviamo a preparare il prossimo match di Daniil con Kyle Edmund”. I due si trovano a collaborare nella preparazione di un match prendendo in esame gli spunti statistici prodotti dall’analista svizzero. Il match in questione è quello di secondo turno fra Medvedev ed Edmund, un cliente ostico che all’epoca navigava intorno al numero 30 e veniva dalla vittoria contro Kyrgios, vincitore a Washington pochi giorni prima proprio contro Medvedev. La partita finisce 6-3 6-0. Dopo il match, il telefono di Sbarro squilla: è Cervara. “Ok Fabrice, dobbiamo parlare, per questo torneo prepareremo assieme tutti i match di Daniil. I match seguenti del russo lo vedono sfidare Garin, Thiem e Kachanov. Risultato: tre vittorie, sei set vinti, 0 persi e prima finale del russo in un Masters 1000 contro Nadal, contro il quale poi soccomberà.

Ricapitoliamo: sette giorni prima Fabrice era in volo per il Canada armato solo delle proprie idee. Ora è riuscito a entrare nel team di un top player e a dare il suo contributo per aiutarlo a raggiungere la prima finale in un Masters 1000 della carriera. Finito Montreal, Cervara invita il ragazzo venuto dalla Svizzera ad aiutarlo anche per il torneo seguente, il secondo Masters 1000 dell’estate americana, quello di Cincinnati. Cincinnati è un torneo che talvolta riserva delle sorprese, come nel 2017 quando in finale si affrontarono Kyrgios e Dimitrov. Nel 2019 la sorpresa è proprio Medvedev, che batte Djokovic in un match incredibile con il quale guadagna l’accesso alla finale. Superato lo scoglio serbo, il russo si sbarazzerà agevolmente di Goffin per sollevare il primo trofeo 1000 della carriera. Riassumendo, Fabrice si è trovato indubbiamente al posto giusto e nel momento giusto, aiutando Medvedev a diventare l’uomo copertina dell’estate sul cemento americano.

E qui Fabrice ci dà forse la chiave di lettura giusta: “Ovviamente io ho solo dato un contributo in tutto questo, era Daniil a scendere in campo; tuttavia credo di aver fatto quel che potevo per aiutarlo a compiere quell’ultimo step che a volte fa la differenza. Mettiamola così, ho dato il mio contributo affinché Daniil potesse migliorare le proprie performance di quell’1% marginale che gli serviva per sfondare definitivamente. Insomma dopo Cincinnati il vento ha decisamente cominciato a cambiare per Fabrice, e al riguardo riportiamo anche un fatto curioso: durante lo US Open, il rapporto di collaborazione con il team di Medvedev non era ancora esclusivo e nel frattempo anche il team di Wawrinka aveva chiesto una prova con il nostro analista svizzero. Peccato che ai quarti di finale fosse in programma proprio Wawrinka-Medvedev, e quindi in quel caso Fabrice ha dovuto gentilmente declinare l’invito del team di Stananimal: chi l’avrebbe detto appena un paio di mesi prima!

Appuntamento a domenica per l’ultima parte dell’intervista, in cui parleremo del misero 2% che divide Gasquet dai tre fenomeni e di tante altre cose.

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ATP

ATP San Pietroburgo, avanzano Bublik e Korda

Giornata di riscaldamento in Russia, in attesa di Rublev, Shapovalov, RBA e Aslan

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Sebastian Korda – ATP 250 Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Un classico lunedì tranquillo al St. Petersburg Open, con tre soli incontri di singolare del tabellone principale. Sebastian Korda viene impegnato più del previsto da Nino Serdarusic, wild card croata che cede in due set molto tirati, con un solo break in tutto il match. Il primo parziale si decide al tie-break, con Korda che prende subito il largo aiutato dall’imprecisione del n. 248 ATP e mette a referto il 7-2. Nel secondo set, sul 5 pari, un paio di ottime risposte su altrettante seconde di Serdarusic e due gratuiti consentono a Korda di chiudere con la battuta. “Penso che lui abbia assolutamente giocato a un livello molto superiore alla sua classifica” spiega il classe 2000 di Bradenton. “Entrambi abbiamo servito molto bene, con tante prime in campo”. Tre su quattro, infatti, con percentuali di trasformazione più alte per Sebi, ma di tutto rispetto anche quelle di Nino che ha annullato 6 palle break delle 7 concesse. Non è invece mai riuscito a rendersi pericoloso in risposta e avrebbe forse dovuto provare a cambiare la posizione in ribattuta, sempre molto vicina al campo sulla prima statunitense e raramente aggressiva sulla seconda, contrariamente a quanto proposto da Korda, che ora affronterà il vincente fra van de Zandschulp e Nishioka, un duello tra qualificati.

Prima di loro, Jan-Lennard Struff ha fatto suo in due set il confronto inedito con James Duckworth, il ventinovenne di Sydney tormentato da mille infortuni che ha iniziato la stagione fuori dai primi 100 e ora è un solo passo dal varcare per la prima volta la soglia della top 50. Nell’occasione, ha faticato eccessivamente sulla propria seconda e non è riuscito a prendersi il primo parziale pur servendo sul 5-3 anche per merito della reazione tedesca. Struff si scatena anche nel tie-break per poi incamerare 6-3 la seconda partita in virtù dello strappo in un quarto gioco da ventisei punti. Al secondo turno troverà Alexander Bublik che senza alcun problema apparente supera Evgenii Tiurnev con un break per set in poco più di un’ora. Il numero 304, wild card alla seconda apparizione nel Tour, è in realtà coetaneo e concittadino del naturalizzato kazako nativo però di Gatchina, in Russia, e il bell’abbraccio sorridente fra i due a fine match fa intuire che qualcosa li lega: “Non ci volevo giocare” dirà infatti Bublik. “Siamo cresciuti insieme, è stato un incontro difficile e molto emotivo”.

Risultati:

 

J-L. Struff b. J. Duckworth 7-6(3) 6-3
[8] S. Korda b. [WC] N. Serdarusic 7-6(2) 7-5
[7] A. Bublik b. [WC] E. Tiurnev 6-3 6-4

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ATP

Jannik Sinner vince ad Anversa il quarto titolo dell’anno: best ranking e Torino più vicina

Ancora una prestazione impeccabile dell’azzurro che regola Schwartzman con un doppio 6-2

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Jannik Sinner - Anversa 2021 BELGA PHOTO KRISTOF VAN ACCOM

[1] J. Sinner b. [2] D. Schwartzman 6-2 6-2

Con un’altra prestazione maiuscola, Jannik Sinner mette le mani sul trofeo di Anversa regolando Diego Schwartzman con lo stesso doppio 6-2 con cui si era imposto sabato contro Harris. Nell’ora e un quarto di gioco, il pur rapidissimo e solido argentino è stato travolto dal ritmo imposto agli scambi da un Sinner dominante su entrambe le diagonali e incontenibile nelle accelerazioni in parallelo; molto bene anche al servizio nonostante l’usuale non altissima percentuale di prime, ma dalle quali ha ricavato 21 punti su 23, piantando anche otto ace.

L’occhio va subito alla classifica, con quel numero 11, a soli 55 punti dalla top ten, che è anche best ranking. E, altrettanto importante, è il passo avanti nella Race, con il sorpasso su Norrie che vale il nono posto (non contando Nadal, fermo per il resto della stagione), a 110 punti Hurkacz. Dopo il bis a Sofia, avevamo accennato alla possibilità ancora aperta di diventare il primo azzurro a vantare quattro titoli in una stagione. Non sappiamo se Jannik si sia distrattamente soffermato a pensare “possibilità?” con la giusta e necessaria dose di presunzione, ma di sicuro il nostro non se l’è fatta sfuggire.

 

IL MATCH – Entrambi arrivano in finale senza aver ceduto alcun set, con el Peque che in semifinale ha fatto valere il peso dell’esperienza su un Brooksby peraltro al sesto incontro della settimana, mentre Sinner ha impressionato tenendo a bada il servizio di Lloyd Harris. Avversario ovviamente ben diverso da Harris, Schwartzman inizia tenendo la battuta, subito imitato da Sinner. Diagonale sinistra proposta dall’uno e volentieri accettata dall’altro, entrambi vogliono mettere in campo il loro miglior ritmo prendendosi l’opportuno margine di sicurezza per valutare se sia sufficiente a prevalere. L’azzurro tira più forte e sta più vicino al campo, quindi il ventinovenne di Buenos Aires può solo confidare negli errori del nostro – errori gratuiti, perché, costretto troppo lontano, ha poche chance di forzarli. Hanno invece il passaporto argentino i due brutti dritti che, seguiti da un paio di gran punti in accelerazione di Sinner, valgono il sorpasso già al terzo game, subito consolidato da un turno di servizio autoritario contro quello in vetta alla classifica dei migliori ribattitori delle ultime 52 settimane.

L’angolo della telecamera principale non rende giustizia alle traiettorie dell’azzurro che mette in mostra anche esiziali dritti stretti che aprono in campo quanto e più del rovescio sull’altro lato. Dopo un altro break che vale il 4-1, sembra esserci esserci un attimo di rilassamento, ma Jannik non ha intenzione di concedere nulla e da sinistra salva le due opportunità argentine di accorciare. Diego rimane aggrappato ai punti come un mastino, annulla due set point al settimo gioco e tenta di opporsi al 40-0 di quello successivo prima di capitolare alla quinta opportunità.

Sinner non si siede sugli allori del quarto 6-2 consecutivo inflitto agli avversari e parte fortissimo anche nel secondo parziale scatenando il rovescio lungolinea che, insieme al dritto micidiale, spiana la strada all’immediato vantaggio. Schwartzman può solo cercare di rimanere in scia, non perdere troppo campo e tenere la testa fuori dall’acqua in attesa di un calo dell’avversario che, viceversa, non accenna a lasciare la presa. Anzi, prosegue sullo stesso ritmo forsennato e ogni piccolo errore di Diego diventa pesante come un macigno nell’economia del punteggio. Inevitabile un altro break e un altro 6-2 per il nostro giovanissimo alfiere che alza il quinto trofeo ATP in carriera su sei finali disputate. Per quanto riguarda invece i rimpianti per quella persa a Miami, in attesa della conclusione della Corsa a Torino, di certo si affievoliranno sempre più fino a svanire di fronte a questo livello di tennis.

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ATP

ATP Mosca: a Karatsev il derby russo, Cilic a caccia del ventesimo titolo

Khachanov dura un set contro il connazionale. Acuto di fine stagione per il trentatreenne croato, che elimina Berankis

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Aslan Karatsev - Mosca 2021 (foto Telegram VTB Kremlin Cup)

La folta presenza di tennisti russi nel torneo ATP 250 di Mosca ha trovato in Aslan Karatsev il più valido rappresentante per conquistarsi un posto in finale. Il ventottenne infatti ieri ha sconfitto 7-6(7) 6-1 il connazionale Karen Khachanov in un incontro tanto equilibrato ed incerto nel primo set quanto rapido e a senso unico nel secondo. Nel tie-break che ha deciso la prima frazione Karatsev su è trovato sotto 6 punti a 3 e in totale è stato in grado di annullare 4 set point. “Ho cercato di non pensare al punteggio nel tie-break e di giocare un punto alla volta”, ha detto Karatsev nell’intervista in campo a fine partita. Sul 5-6 ho messo a segno una grande risposta e lui si è innervosito, ed è così che sono riuscito a vincere. Per me significa tantissimo raggiungere la finale; sono stato a questo torneo molte volte, quindi la finale di domani sarà speciale per me”.

Esploso in Australia quest’anno – dove al primo Slam giocato in carriera ha raggiunto la semifinale – Karatsev ha dimostrato ampiamente che non si trattava di un episodio isolato, ma bensì semplicemente un processo di maturazione avvenuto ad un’età particolarmente avanzata per uno sportivo. Attualmente è N.22 del mondo e addirittura matematicamente sarebbe ancora in corsa per un posto alle ATP Finals di Torino, occupando la posizione N.13 della Race (con 2.180 punti), 775 punti dietro Hurkacz l’ultimo giocatore qualificato. Al momento tutto questo discorso passa in secondo piano, tuttavia, perché per Aslan c’è qualcosa di più importante: alle 15 di domenica 24 ottobre giocherà la sua terza finale ATP – ovviamente raggiunte tutte in questa stagione – e l’obiettivo è portare a casa il secondo trofeo dopo quello di Dubai a marzo.

Piccola curiosità statistica su Karatsev: il russo è il primo tennista dal 1992 a disputare nella stessa stagione almeno due finali di singolare, doppio e doppio misto. L’ultimo a riuscirsi era stato 29 anni fa l’australiano Mark Woodforde, vincitore in carriera di 17 prove Slam tra doppio e doppio misto, e 4 titoli ATP di singolare. Karatsev invece quest’anno ha raggiunto la finale in doppio sempre al fianco del connazionale Andrej Rublev nell’ATP 250 di Doha perdendo, e più recentemente al Masters di Indian Wells portando a casa il titolo. Per quel che riguarda il doppio misto invece in entrambe le occasioni era al fianco di Elena Vesnina ma i due hanno perso sia al Roland Garros che alle Olimpiadi di Tokyo.

 

Ad opporsi al gioco d’anticipo del russo nella finale dell’ATP 250 di Mosca ci sarà il veterano Marin Cilic. Nonostante il trentatreenne croato abbia ormai abbandonato da un po’ di tempo i piani alti del tennis, il suo gioco potente gli permette ancora di togliersi tante soddisfazioni, e così in semifinale è arrivata la vittoria 6-3 6-4 sul lucky loser lituano Ricardas Berankis. Quest’anno Cilic, nonostante le prestazione opache negli Slam, è riuscito a togliersi qualche soddisfazione, tra cui il titolo vinto sull’erba di Stoccarda; se dovesse accaparrarsi anche il trofeo di Mosca arriverebbe al ragguardevole traguardo di 20 titoli in carriera su 35 finali disputate. Ricordiamo che in passato ha già vinto otto tornei sul cemento indoor, a dimostrazione di quanto il suo gioco sia adattabile ad ogni condizione e superficie.

In una notevole prestazione al servizio contro Berankis, Cilic ha messo a segno 10 ace e ha vinto l’83% (33/40) di punti con la sua prima di servizio per concludere l’incontro dopo un’ora e 31 minuti. “È stata una partita difficile, Ricardas ha giocato bene”, ha detto Cilic a fine gara. “Il primo set è stato fantastico da parte mia, ho servito alla grande, ma poi Ricardas ha iniziato a trovare il suo ritmo e ha giocato molto meglio nel secondo. Si è trattato di un incontro ostico e mentalmente difficile, ma sono riuscito a giocare il mio miglior tennis al momento giusto”. Oggi il croato scenderà in campo per la terza volta in carriera nell’atto conclusivo del torneo di Mosca, dove ha già trionfato due volte nel biennio 2014-15 battendo in entrambi i casi Bautista Agut. L’unico precedente tra Cilic e Karatsev è avvenuto ad agosto di quest’anno sul cemento di Cincinnati al primo turno, dove a vincere è stato Cilic per 7-5 6-3.

Qui il tabellone completo dell’ATP di Mosca e degli altri tornei della settimana

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