Cosa succede durante una pandemia a chi incorda le racchette di Federer

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Cosa succede durante una pandemia a chi incorda le racchette di Federer

Il New York Times ha raccontato la storia di Ron Yu, l’incordatore delle racchette dei campioni, il cui fatturato è sceso a zero in queste settimane e ha dovuto trovare un altro lavoro part-time. “A mia mamma piace raccontare che sono amico di Federer e lavoro con lui”

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Ron Yu, l'incordatore di Roger Federer (ph. by Eve Edelheit for The New York Times)

Vi proponiamo la traduzione di un articolo del New York Times – trovate qui la versione originale. L’articolo racconta la storia di Ron Yu, che per l’azienda ‘Priority One’ incorda le racchette dei giocatori più forti del mondo. Più che incordarle, le personalizza al 100%: dai grip alle impugnature, sistemando anche dei pesi particolari laddove richiesti dal giocatore. E oggi, come tanti altri lavoratori del mondo dello sport, ha visto il suo fatturato scendere praticamente a zero ed è stato costretto a trovare un altro lavoro di ripiego, che si augura temporaneo fino a quando si riprenderà a giocare.


Ron Yu si è innamorato del tennis quando studiava al Georgia Institute of Technology – una passione così intensa che non si è mai laureato, abbandonando gli studi dopo meno di due anni. “Trascorrevo così tanto tempo giocando e bazzicando il negozio dove avrei iniziato a lavorare” dice Yu. “Dando un’occhiata ai miei voti, mi avrebbero cacciato comunque, quindi non è stata poi una decisione tanto difficile in quel momento”.

Cittadino statunitense nato in Corea del Sud ed emigrato negli USA da bambino con i suoi genitori coreani, Yu è diventato uno dei migliori tecnici per quanto riguarda le racchette. Le incorda e personalizza modificando manici e grip e aggiungendo peso ai telai. Ha avuto un ruolo dietro le quinte in 23 titoli Slam di singolare per giocatori come Andre Agassi, Lleyton Hewitt, Stan Wawrinka e Roger Federer. Yu, cinquantaduenne, lavora per l’azienda di servizi per racchette Priority One dal 2001. Fondata dal tecnico che si occupava degli attrezzi di Pete Sampras Nate Ferguson, la Priority One lavora esclusivamente per un piccolo gruppo di giocatori di élite, tra cui il numero 1 del mondo Novak Djokovic e Federer, cliente dal 2004.

 

L’azienda concentra la propria attività nei quattro Slam e negli eventi ATP di più alto livello. Però, come chiunque altro lavori nel circuito tennistico, l’attività internazionale di Yu è stata messa a terra dalla pandemia. I Tour sono fermi dall’inizio di marzo e la ripresa non avverrà prima di agosto, forse decisamente più avanti. Priority One ha licenziato uno dei suoi tre tecnici, Glynn Roberts, primo incordatore di Andy Murray e Djokovic. Yu è rimasto con l’azienda e ha detto che ancora personalizza racchette e ne incorda una o due al giorno per clienti non professionisti – una caduta verticale dalle 25-30 che potrebbe incordare quotidianamente durante un torneo.

“Secondo i contratti, i giocatori ci pagano per incordare e customizzare quando giocano e viaggiano e noi siamo ai tornei” spiega Yu. Così, al momento, il fatturato è praticamente zero. Yu dice di aver accettato una riduzione dello stipendio alla Priority One e trovato un lavoro part-time di inserimento dati vicino alla sua casa di Tampa, in Florida, per cercare di compensare la perdita di entrate.

D: Quante settimane all’anno sei in viaggio durante un anno normale?
Yu: Fino a un massimo di 33 settimane durante il momento migliore, ma poi sono scese a 26 e ne sono felice. Come ci si sente a dover restare fermi per l’immediato futuro? Mi piace essere a casa con mia moglie, poter cenare con lei ogni sera seduti in cortile. Ma mi manca viaggiare. Mi manca essere ai tornei e mi mancano gli amici conosciuti nel Tour, perché il Tour è un piccolo villaggio che si muove attorno al mondo. Anche se sei in una città nuova, vedi le stesse persone. Lavorare part time fuori dal tennis mi ha davvero fatto capire quanto ancora lo ami. Non che questo nuovo lavoro sia terribile, ma talvolta, dopo essere stato in viaggio per quattro o cinque settimane, mi dicevo qualcosa come “Ohi, mi sono proprio stancato del tennis“. Ma questo mi ha reso ancora più evidente la grandezza di questo sport.

Qual è l’impatto di questa sospensione del Tour sulla comunità degli incordatori?
Mi sono fatto tanti amici che incordano nei tornei dello Slam come parte del servizio on-site e la maggior parte di queste persone hanno un negozio o ci lavorano, e quei negozi sono chiusi o hanno probabilmente perso dall’80 al 90% delle loro entrate. Perfino in tempi normali, non diventi ricco con questo lavoro. Puoi condurre una vita comoda e piacevole da ceto medio, ma quello che sta succedendo è davvero devastante per la comunità del tennis, per gli incordatori e i proprietari dei negozi.

Avete cercato di darvi aiuto reciproco, sia economico o emotivo?
Siamo tutti sulla stessa barca. Non voglio dire che gli incordatori siano una sorta di eremiti, ma possono essere piuttosto introversi. Puoi trovarti in una stanza con dieci altri incordatori a un torneo e sì, scherzi un po’ e chiacchieri; però, quando stai lavorando sul serio e devi sbrigarti, potresti non dire una parola a nessuno per ore. Non sono sicuro che gli incordatori si confidino né chiedano aiuto come fanno invece molte altre persone. Forse dovrebbero.

Quando guardi un incontro, con la tua conoscenza della tecnologia di corde e racchette, lo guardi in modo differente dall’appassionato medio?
Probabilmente quando vedo un colpo e dico che non sarebbe stato possibile vent’anni fa. Ai vecchi tempi, quando la maggior parte dei tennisti giocava con corde in budello naturale, non potevi colpire ogni volta tanto forte quanto avresti voluto, perché dopo cinque o sei colpi avresti perso controllo. Il budello è ‘vivace’, perlopiù. Oggi ci devono mettere un po’ più topspin, ma tirano quasi a tutta velocità. Anche quando si giocano un punto importante e c’è molta pressione, li vedi rispondere e sono in grado di colpire forte quanto vogliono. Oppure, quando uno viene a rete e l’altro, in allungo, la mette incrociata per un passante vincente. E io, “questo non sarebbe successo venticinque anni fa”.

Hai detto che la tua famiglia non approvò la tua decisione di lasciare gli studi al Georgia Tech e lavorare come incordatore. Cosa ne pensano adesso?
A mia mamma piace raccontare alle sue amiche in Corea che “mio figlio è amico di Roger Federer e lavora con lui.” Ciò ha alleviato il dolore.

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A proposito dei Re di Roma: quando la pistola di Borg sconfisse il fucile di Lendl

Oppure quando il legno sconfisse (meglio, dominò!) metallo e fibra di vetro. Con tutto il corollario di volée perfette e passanti imprendibili

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La scorsa settimana abbiamo dedicato sette articoli ad altrettanti campioni che nel corso dell’era Open hanno vinto più di una volta gli internazionali d’Italia. Tra di essi ci sono Ivan Lendl e Bjorn Borg.

Nel corso della loro carriera l’ex cecoslovacco e lo svedese si sono affrontati sette volte nelle quali per cinque volte ha avuto la meglio Borg.

In questo articolo vogliamo parlarvi della partita che li vide protagonisti nella finale del Masters 1980, disputatasi il 18 gennaio del 1981. Una partita nella quale Borg dimostrò che non sempre “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile l’uomo con la pistola è un uomo morto” (dal film ‘Per un pugno di dollari’).

 

Prima di addentrarci nella cronaca postuma di quel match crediamo utile premettere qualche informazione di contorno. Il Volvo Masters è l’equivalente delle attuali Finals. All’edizione del 1980 presero parte gli otto giocatori presenti nelle prime otto posizioni del ranking alla fine dell’anno precedente che, in ordine di classifica, erano:

1. Bjorn Borg
2. John McEnroe
3. Jimmy Connors
4. Guillermo Vilas
5. Gene Mayer
6. Ivan Lendl
7. Harold Solomon
8. Louis Clerc

Il ventenne cecoslovacco numero 6 del mondo in semifinale aveva superato in due comodi set lo statunitense Gene Mayer mentre Bjorn Borg aveva avuto la meglio su Jimmy Connors al termine di tre set molto combattuti. Prima delle semifinali non erano mancate le polemiche: Connors aveva infatti accusato Lendl di avere volontariamente perso contro di lui nell’ultima partita del round robin per evitare di incontrare Borg in semifinale e lo aveva definito un vigliacco (chicken in inglese).

La finale mise uno di fronte all’altro non solo il monarca regnante del tennis contro un possibile, futuro pretendente al trono, ma anche – se ci passate la metafora – una pistola contro il fucile: la Donnay in legno di Borg contro la Kneissl in fibra di vetro di Lendl. Fu René Lacoste a proporre per primo racchette fatte con materiale diverso dal legno intorno alla metà degli anni ’60, ma solo dalla metà degli anni ’70 questi materiali (metallo e fibra di vetro) iniziarono a prendere piede nel circuito maggiore. I vantaggi derivanti dall’uso di racchette costruite con i nuovi materiali erano evidenti: leggerezza e maneggevolezza le rendevano sensibilmente superiori a quelle tradizionali.

Lendl – nato nel 1960 e pertanto quattro anni più giovane di Borg – appena giunto al professionismo alla fine degli anni ’70 (ovvero quando le racchetta in fibra non rappresentavano più un’eccentrica eccezione) abbandonò la tradizionale Dunlop in legno utilizzata nel circuito junior per affidarsi ad uno strumento prodotto da una casa austriaca: la Kneissl World Star Cup in fibra di vetro. Fu la racchetta che lo accompagnò per tutta la carriera. L’Adidas “Ivan Lendl GTX Pro” con il quale lo ricordiamo era identica al precedente modello e appositamente costruita per lui dallo sponsor francese.

Con i suoi 400 grammi di peso e i 75 pollici quadrati di piatto corde questa racchetta impallidisce sotto il profilo delle prestazioni rispetto alle attuali, più leggere, aereodinamiche e con piatto corde raramente inferiore ai 95 pollici quadrati. Ma rispetto alla racchetta di Borg è un gioiello tecnologico; per averne un’idea leggiamo le caratteristiche tecniche della sua Donnay: una clava sormontata da un piatto corde di circa 70 pollici quadrati per un peso complessivo di 440 grammi, con corde di budello tirate ad un peso superiore di 33 chili (ma questa non era una scelta della Donnay bensì dell’orso svedese).

Con una racchetta simile era necessaria la forza di polso e di avambraccio di un saltatore con l’asta per tirare oltre la metà campo avversaria la pallina e la precisione di un amanuense per colpirla perfettamente al centro del piatto corde onde evitare di accecare qualche spettatore. Doti che evidentemente Borg possedeva in abbondanza se con quel misero strumento riuscì ad impartire una severa lezione a Lendl: 6-4 6-2 6-2 il risultato finale in suo favore.

Abbiamo molte testimonianze video di quella partita che ci permettono di ammirare le straordinarie qualità del vincitore e di fare qualche considerazione. Noi per farle abbiamo utilizzato una sintesi di circa 13’ presente su YouTube. Al termine della visione anche a un profano apparirà evidente che Borg non era soltanto un grande decatleta con la racchetta, bensì anche un tennista tecnicamente straordinario. E non solo quando tirava randellate da fondocampo.

Guardando le immagini si sorride pensando che il campione svedese nell’immaginario collettivo è posto nella categoria dei giocatori da fondocampo (pallettaro è un termine che per principio e per rispetto non osiamo neppure prendere in considerazione per definire il suo gioco). Forse lo era per gli standard dell’epoca quando – favoriti dalla rapidità delle superfici e dal fatto che le racchette non consentivano di tirare proiettili travestiti da palline come succede oggi – erano in maggioranza gli attaccanti. Ma non certo per quelli attuali.

Borg, pur prediligendo il gioco difensivo, era un ottimo giocatore di volo dotato di mano sensibile e di grande senso della posizione a rete. Se non avesse padroneggiato adeguatamente il gioco offensivo, non avrebbe potuto vincere per cinque volte consecutive Wimbledon in un’epoca in cui la pallina sull’erba rimbalzava pochissimo. Lendl, che il gioco a rete non lo padroneggiava altrettanto bene, Wimbledon non lo ha mai vinto. A fortiori sottolineiamo il fatto che a inizio carriera Borg ottenne ottimi risultati anche in doppio, culminati in due semifinali consecutive al Roland Garros nel ’74 e nel ’75.

Le immagini della finale del Masters confermano la nostra affermazione. Ammiriamo la volée di rovescio in allungo con il quale Borg si aggiudica il primo scambio della sintesi citata e chiediamoci: quanti dei migliori giocatori della Next Generation dotati di racchette bioniche saprebbero eseguirla con altrettanta efficacia ed eleganza? Forse Tsitsipas. E poi? Domanda che potremmo riproporre a proposito del rovescio d’attacco che la precede ed alla quale probabilmente dovremmo dare una risposta analoga. Una rondine non fa però primavera. Quindi, per raccogliere altre prove sulle capacità offensive di Borg soffermiamoci su due volée di diritto al minuto 3.18 e 5.43 della sintesi e, già che ci siamo, aggiungiamoci quella che pose fine alla partita: in tutti i casi un mix di tecnica e di riflessi spettacolare.

Non vogliamo spingerci sino a sostenere la tesi che Borg fu altrettanto forte a rete come da fondocampo, perché sarebbe un’evidente forzatura. La natura prevalentemente difensiva del gioco di Borg emerge in alcune circostanze del match in cui un attaccante sarebbe sceso a rete mentre lui non lo fa. Sosteniamo però con convinzione che quando decideva che era il momento di attaccare sapeva come farlo e raramente perdeva il punto. Vi ricorda forse qualche giocatore contemporaneo che – en passant – ha pure migliorato il suo record di vittorie a Parigi?

Veniamo ora al pezzo forte dell’orso svedese: la difesa. Quando non soffoca Lendl con incessanti martellamenti sul rovescio, lo annichilisce con passanti straordinari come quello di diritto al termine di uno scambio di 17 colpi che strappa l’ovazione al pubblico al minuto 9.20, oppure come quello forse ancora più difficile effettuato poco dopo con il rovescio. Non a torto il commentatore lo definisce “quasi fisicamente impossibile”. Dal filmato non emerge chiaramente, ma Borg aveva anche a sua disposizione una prima di servizio importante. A tale proposito possiamo portarvi la testimonianza diretta di Luca Bottazzi – numero 133 del mondo nel 1985 – che si allenò spesso con lo svedese quando questi tentò il rientro nel circuito a metà anni ’80: “Una mazzata tremenda e molto precisa. Finiva sempre sulle righe”.

Una macchina da tennis prodigiosa di fronte al quale l’eterna disputa su chi sia il più grande tennista di sempre ci pare davvero discorso da tifosi da bar sport più che da veri competenti. Diamo agli attuali top ten la Donnay di Borg e ne vedremo delle belle! Vale anche il discorso inverso: Borg tentò il rientro con la sua vecchia racchetta in legno perché non seppe adattarsi alle nuove racchette in fibra e i risultati – disastrosi – si videro.

Tornando alla finale del Masters, confessiamo che, insieme agli applausi, il filmato ci ha strappato anche qualche lacrima di commozione poiché da lì a pochi mesi Borg annuncerà al mondo attonito la sua decisione di ritirarsi a soli 25 anni. Ma quel 18 gennaio 1981 pistola batté fucile 3 set a 0.

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Quel Thiem dirompente che annichilì Nadal agli Internazionali 2017

Un affresco del quarto di finale di Roma 2017, quando persino una ‘nadaliana’ in tribuna Tevere dovette applaudire le bordate dell’austriaco. Per poi ripiegare su Djokovic… e Zverev

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Mi chiedessero di definirli in poche battute non avrei dubbi: dinamici come il cinema di Spielberg, vintage come un affresco alla Pupi Avati! Gli Internazionali d’Italia sono così: una macchina in continua evoluzione cullata nel fascino antico del Foro Italico. Aggiungerei passionali, per via di un pubblico senza mezze misure che ama pendere comunque per qualche cocco di mamma eletto a beniamino. Talora con qualche contraddizione, come avveniva nell’edizione del maggio 2017

C’ero anch’io, altroché se c’ero! Per l’esattezza me ne stavo appollaiato nell’anello più basso di quella tribuna Tevere che senza far torto a nessuno regala ombra fino all’ora di pranzo e sole negli occhi di lì all’imbrunire. Così, alle cinque di quel venerdi pomeriggio, avrei firmato in bianco per un bel panama a tese larghe che mi lasciasse osservare, seppure a chiazze, uno scoppiettante confronto tra Rafael Nadal e Dominic Thiem. Un quarto di finale che il Dio Elios lasciava appena intravedere affidando il resto a sonori schiocchi di palla replicati all’infinito tra le righe del centralone romano. 

Una prima mezz’ora luci e ombre che l’arbitro santifica con un 4-1 per l’austriaco e che la dice lunga sulla strana piega presa dal match. I due rantolano a qualche metro da me mentre alle mie spalle una ‘sfegatata nadaliana’ piuttosto in carne va facendo un gran chiasso per rivendicare la cattiva giornata del suo amato eroe. Non molla neanche quando il giovane Thiem sigilla il primo set con un 6-4 senza macchia. “ Gentile signora”, azzardo voltandomi il giusto per spizzarla con l’occhio, “non se ne abbia a male, ma quel ragazzo ha qualità da vendere”! “Per carità, caro lei, non lo dica neanche per scherzo”, replica piuttosto inviperita dondolando nervosamente un viso rotondo nascosto sotto un caschetto di capelli tinti di nero malamente tirati sulle orecchie e più arrabbiati di lei, “…ma non lo vede che non è in giornata?”. 

 

Come da copione, il secondo set accende nel maiorchino forti reazioni ma ogni tentativo ne esce frustrato di fronte a una macchina da guerra che dalla parte avversa spedisce diritti da codice penale e rovesci smazzolati con i quali muove la palla a piacimento tra diagonali lungolinea e sporadiche smorzate. “ Sei solo fortunato…”, torna a gracchiare l’indiavolata donnona all’indirizzo del bel Dominic . “Vuoi darti una calmata…?” esordisce d’acchito un signore accanto rivelandosi quale impacciato consorte, “ se non la pianti me ne vado”. “…uff che strazio”, replica lei paonazza in volto e senza tante storie.

In campo l’austriaco mostra qualche flessione, e io mi abbandono a taciti pensieri su quel match che anche a posteriori avrei giudicato il più bello del torneo e su quel ragazzo che per un’edizione orfana di Federer era per l’organizzazione una vera manna dal cielo. Avesse cercato di più la rete e alternato qualche anguilla scivolosa di rovescio sarebbe già stato un serio incomodo per i Fab Four . Divenendo un incubo se solo si fosse ritagliato una postura più avanzata mettendo il gioco sul piano del timing più che della forza. Pensieri in libertà di fronte a quel fior di giocatore che intanto dirigeva l’orchestra portandosi avanti 4-3 al secondo.

Dominic Thiem, Roma 2017 (foto di Roberto Dell’Olivo)

Dai forzaaaa”, si danna a squarciagola la spaventapasseri lanciando messaggi al corrucciato spagnolo intento ad allinear bottiglie durante il cambio di campo. Rintronato faccio per voltarmi quando il maritozzo, giocando d’anticipo, prende iniziativa: “…basta mi hai rotto le palle”, ruggisce aggrottando la fronte, e senza aggiungere sillaba si alza di scatto e sgattaiola via appena in tempo per guadagnare la fuga prima che una graziosa hostess chiudesse il passaggio. Lasciata alla sua sorte, la rabbiosa consorte si dà un tono replicandogli alle spalle: “…fai un po’ come ti pare. Che ne sai tu di tennis”!

Con una serie vertiginosa di bombarde, l’austriaco chiude la questione con un secco 6-3 che rende pan per focaccia alle finali perse in successione a Barcellona e Madrid. È la seconda vittoria in carriera contro Nadal e il pubblico gli tributa la giusta standing ovation; lui ripaga tutti con sorrisi elargiti ai quattro venti. In forte minoranza, anche la paonazza tifosa, si aggiunge, con fare un po’ furtivo, al resto dei plaudenti e con i piedi in due staffe non rinuncia al suo canto d’amore: “Rafa sei sempre grande ma mi hai deluso”! È il giro di boa e sull’onda dell’osanna generale subito dopo si lascia andare: “Dominic, sei fantastico”! Il Giuda in gonnella aveva saltato il fosso facendo abiura e abbandonando il buon Nadal al suo destino. Di lì in avanti avrebbe tifato Thiem? Due giorni dopo dipanavo l’arcano sbirciandola, questa volta a debita distanza, mentre in esordio di finale se la prendeva a cuore per Novak Djokovic. Il serbo perdeva il primo e vista la malparata la fedigrafa finiva col gettarsi senza ritegno tra le braccia di un giovane Zverev, punta di diamante del nuovo che avanza e vincitore a sorpresa di quell’edizione 2017.

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Italiani

I sette re di Roma: Adriano Panatta

Nella settimana in cui si sarebbero dovuti giocare gli Internazionali d’Italia, un articolo per ognuno dei sette migliori giocatori della storia del torneo. L’ultimo è dedicato ad Adriano Panatta, unico italiano a vincere a Roma in Era Open

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Dall’10 al 17 maggio, se non fosse intervenuto il coronavirus a complicare tutto, si sarebbero giocati gli Internazionali BNL d’Italia. Per lenire un po’ la nostalgia, e sperando che il torneo possa essere recuperato quest’anno, abbiamo preparato una serie di articoli sui Sette Re di Roma da pubblicare fino a domenica, il giorno in cui si sarebbe disputata la finale. Abbiamo selezionato i sette tennisti che più degli altri hanno contribuito a scrivere la storia di questo torneo in Era Open.

Il settimo e ultimo re di Roma non poteva che essere Adriano Panatta, l’unico italiano capace di vincere gli Internazionali d’Italia in Era Open.


Pensi ad Adriano Panatta e non puoi non pensare innanzitutto al 1976, il suo anno d’oro, con la vittoria al Foro Italico, a Parigi e culminata poi nella vittoria in Cile nella Coppa Davis. Pensi ad Adriano e alle sue voleé, alle sue smorzate che mandavano al manicomio Bjorn Borg costretto a lasciare la presa bimane per arrivare su quelle palle, al suo servizio certo poderoso per l’epoca.

 

Adriano aveva anche un gran diritto con il quale si apriva il campo per le sue discese a rete  e lo mascherava benissimo, perchè con lo stesso movimento dell’attacco in chop poteva invece giocare a sorpresa micidiali smorzate favorite dal tocco delicato e sopraffino. Il rovescio, nelle giornate migliori, era un’ottima arma per venire a rete. In quelle peggiori diventava un handicap. Lui soffriva inevitabilmente chi era capace di attaccarlo sul rovescio nelle giornate in cui il passante lo aveva abbandonato. Di fatto era facile individuare le giornate in cui si presentava in campo il miglior Adriano: erano quelle in cui il passante di rovescio andava subito a segno.

Panatta è rimasto impresso nella mente dei tanti appassionati di quell’epoca soprattutto per la sua abilità istintiva e straordinaria a improvvisarsi portiere di razza. I suoi tuffi spettacolari sotto rete lo trasformavano in un Dino Zoff con racchetta. E come dimenticare, poi, la famosa “Veronica”, termine inventato da Rino Tommasi, mutuandolo dal gergo della tauromachia, anche se in realtà con tori e toreri non c’entrava per nulla tanto che spesso Gianni Clerici all’udirla se ne mostrava quasi infastidito? A dispetto di Clerici e della sua idiosincrasia quel termine improprio è entrato nel lessico popolare del tennis. Cosa era, vi chiederete, la “Veronica”? Era il termine con il quale, Rino dixit, si indicava la voleé alta di rovescio con spalle alla rete nelle quali Adriano era un vero straordinario maestro. Nelle corride era in realtà quel movimento che il torero fa verso il toro quando volteggia la muleta.

Insomma Adriano è sempre stato considerato da tutti l’erede naturale di Nicola Pietrangeli, talento cristallino ma anche (solo male lingue?) poco propenso a sacrificarsi con duri allenamenti, a prepararsi fisicamente giorno dopo giorno con la consistenza di tanti altri giocatori assai meno talentuosi di lui. Dove sarebbe mai giunto se si fossero, Pietrangeli e Panatta, allenati quanto gli altri migliori tennisti della loro epoca?

Ma la forza di Panatta era proprio quella: prendere il tennis con leggerezza, divertirsi e far divertire, non lasciare mai l’iniziativa agli avversari, anche nelle giornate peggiori. Quando girava tutto per il meglio Adriano era un vero spettacolo e i tifosi del Foro Italico non riuscivano a contenersi, a volte esagerando fino a scandalizzare; le grida “Aaaaaaadrianooooooooooooo, Aaaaaaadrianoooooooooo! rimbombavano da una tribuna all’altra del Centrale del Foro Italico che ancora non si chiamava Pietrangeli ma aveva già quella cornice di magnifiche statue che ne fanno forse il più bel campo del mondo, certo unico.

Molti imputano la svolta del 1976 nella carriera di Adriano Panatta all’arrivo sulla panchina della nazionale di Coppa Davis di Nicola Pietrangeli, capace nel suo ruolo di dare maggiore sicurezza al campione romano. Questo aspetto poteva forse valere per la storica competizione a squadre, nella quale peraltro Corrado Barazzutti si dimostrò spesso perfino più solido di Adriano che però restava sempre il leader carismatico della squadra, colui al quale veniva attribuita la maggior parte dei meriti di un successo della squadra anche perché in coppia con Paolo Bertolucci formava un doppio fantastico e vincente. Se poteva capitare che Adriano perdesse un punto in singolare contro un giocatore battuto da Barazzutti, Adriano poteva vincere il doppio e conquistare due punti come Corrado. E se i due punti finali della vittoria, quello del doppio più il singolare della terza giornata li portava lui, l’eroe del match, quello che finiva in copertina era lui.

In copertina Adriano finiva sempre, perché era personaggio, bello, elegante nel giocare come nel vestire, simpatico, romano de Roma, a suo agio con il mondo dello spettacolo, le belle donne, attrici, cantanti, da jet-society. Con Barazzutti non aveva nulla, ma proprio nulla in comune. E poi la verità era un’altra. A 26 anni Adriano aveva raggiunto la sua maturità agonistica e quell’anno (perché funziona quasi sempre così nella realizzazione delle grandi imprese), anche più di un pizzico di fortuna (peraltro assolutamente cercata e meritata) lo aiutò nel raggiungere i risultati da sempre agognati.

Roland Garros 1976 – Panatta ha appena annullato il match point a Pavel Hutka

ADRIANO AL FORO

Ma visto che stiamo celebrando il Foro Italico, quale era stato il rapporto con il torneo di casa per Adriano fino ad allora? Si sa che per il tennista italiano giocare a Roma è un sogno che si avvera. Se da un lato assicura la spinta dei tifosi (soprattutto nel vecchio Centrale), dall’altro comporta il peso di una grossa responsabilità, la dannata pressione di dover fare bene.

Figurarsi per il romanissimo Adriano, nato e cresciuto al TC Parioli, figlio di Ascenzio, indimenticato custode del circolo. Dalla prima partecipazione – giovanissimo – nel 1968, fino al 1975, Adriano non era mai andato oltre il terzo turno, battuto in qualche occasione anche da giocatori abbondantemente alla sua portata (uno fra tutti il mancino egiziano Ismail El Shafei).

E quell’anno, non ancora magico, la musica pareva proprio non voler cambiare. I famosi 11 match point annullati a Kim Warwick al primo turno (di cui 10 sul servizio dell’avversario!) si rivelarono essere proprio un segno del destino. Adriano trovò la forma (come avviene sempre in questi casi) strada facendo, battendo con fatica Zugarelli nel derby, liquidando Franulovic, venendo fuori nei quarti da una partita arroventata e piena di polemiche contro Harold Solomon, ritiratosi sul 5-4 in suo favore nel terzo set.

Il dettaglio di tutti questi match e le relative cronache dell’epoca la troverete negli articoli del nostro Direttore pubblicati a suo tempo sui giornali dei quali era inviato, La Nazione, il Resto del Carlino, e poi ripresi in una serie di libri (poi saccheggiati da chiunque in casa FIT) confluiti in un sito web creato per la massiccia parte statistica insieme a Luca Marianantoni. Troverete la ricostruzione del direttore dello strepitoso percorso di Adriano in questo articolo: ‘Dagli 11 match-point annullati, alla furia di Solomon, al trionfo con Vilas’.

Sta di fatto che Adriano avrebbe poi travolto in semifinale John Newcombe in tre set (semifinali e finali si giocavano al meglio delle 5 partite) e vinto la resistenza di Guillermo Vilas in finale, su un campo preparato ad arte, un po’ più veloce del solito per il “nostro”. Dopo una comprensibile partenza ad handicap figlia dell’inevitabile tensione, Panatta dette però il meglio di sé. Perso il primo parziale 6-2, Adriano seppe ritrovare la magia dei suoi colpi e dettare la sua legge, quella del gioco d’attacco, delle smorzate, delle voleé incredibili, delle veroniche spettacolari, trascinando con sé l’entusiasta pubblico del Foro. Quella è stata purtroppo anche l’ultima vittoria di un italiano a Roma e solo Dio sa quanto manchi agli appassionati italiani il replay di un momento del genere.

Adriano in quel suo anno magico trionfò anche a Parigi (anche lì annullò un match point al primo turno con il ceco Hutka e lo fece in maniera spettacolare, prima “Veronica” e poi voleé in tuffo) battendo in finale ancora una volta Solomon che avrebbe tanto voluto vendicarsi della sfida all’OK Corral di un paio di settimane prima. Poi come detto trascinò Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli alla vittoria in Davis con Pietrangeli che si battè come un leone, andando contro tutto e tutti per portare gli azzurri in Cile quando si susseguivano le manifestazioni della sinistra dell’epoca al grido: “No alle volée con il regime di Pinochet“. Il punto decisivo arrivò nel doppio contro Cornejo e Fillol, quando Panatta aveva convinto Bertolucci ad indossare la famosa maglietta rossa – e il rosso era il colore simbolico (Bandiera Rossa,,,) contro il regime ‘nero’ del generale e dittatore Augusto Pinochet.

Da quell’anno il rapporto di Adriano con il Foro cambiò in positivo. Nel 1977 Adriano fu sconfitto ai quarti da Gerulaitis (che poi vinse il torneo battendo Tonino Zugarelli), nel 1978 invece arrivò di nuovo in finale, quella più bella che il pubblico potesse desiderare, contro l’amico Bjorn Borg. Quell’edizione degli Internazionali fu parzialmente macchiata dal comportamento del pubblico che diede il peggio di sé nella sfida di Adriano contro José Higueras in semifinale. Accadde che lo spagnolo, trovatosi avanti 6-0 5-1, si ritrovò ad essere bersagliato dai fischi del pubblico quando i fan di Adriano si accorsero che finalmente stava reagendo e rimontando anche in quella situazione quasi disperata.

L’errore commesso da Higueras fu quello di riscaldare ancor di più gli animi rispondendo in un’occasione ad urla e sberleffi con un plateale gesto dell’ombrello. In queste condizioni la partita divenne una corrida, con Adriano che tra lancio di monetine, lattine e panini verso il suo avversario vinse in maniera inimmaginabile il set 7-5. Qui Higueras capì che oramai l’atmosfera era compromessa e lasciò il campo (“Avrei ammazzato qualcuno se fossi rimasto lì“), così come il giudice di sedia che dichiarò finito il match, scappandosene via quasi di corsa.

L’uscita dal campo di Higueras e del giudice di sedia

Messa alle spalle cotanta tensione, la finale tra Adriano e Borg del giorno successivo ebbe per tre set uno strano andamento, per diventare bellissima negli ultimi due. Adriano, complice anche una puntura di un’ape a Borg – che cercò di liberarsene roteando la racchetta come uno spadaccino – stravinse il primo set 6-1, ma perse secondo e terzo 6-1 6-3. Nel quarto Panatta con una grande prova salì 5-1 40-0, ma sprecò incredibilmente i tre set point e chiuse solo 6-4, consumando però così tante energie fisiche e mentali che probabilmente gli costarono il quinto set e la vittoria finale. Anche quel giorno il pubblico fece fatica a controllarsi, a comportarsi civilmente. Tanto che, a seguito di un lancio di monetine in direzione dello svedese da parte di un esagitato, Borg arrivò a rivolgersi all’arbitro e a dire: “O li fate smettere oppure esco dal campo!“. Di monetine non ne volarono più e alla fine la superiore condizione atletica e la proverbiale pazienza dell’”orso svedese” Borg ebbero il sopravvento.

Adriano non sfigurò nemmeno negli anni a seguire, giocando almeno altre due splendide partite, purtroppo entrambe perse ai quarti. Nel 1979 ancora contro Guillermo Vilas, vincitore in tre set. Una partita incredibile, con Vilas che si vide annullati due match point nel secondo set, ne annullò a sua volta due nel terzo prima di vincere il match. Nel 1981 invece fu un altro argentino a fermarne la corsa nei quarti, José Luis Clerc, grande amico e coetaneo di Claudio, il fratello d’arte di Adriano. Panatta cedette soltanto al tie-break del terzo set, vinto dalla fatica contro un avversario che era ben più giovane di lui. Adriano aveva quasi 31 anni, Clerc 23.

È innegabile che Adriano Panatta abbia scritto al Foro Italico le pagine più belle del tennis italiano a Roma dopo Nicola Pietrangeli e (anni prima) Fausto Gardini e Beppe Merlo. Ancora oggi, sia pure incoraggiati a sognare dalla vittoria di Fognini a Montecarlo e dai ripetuti exploit di Matteo Berrettini nel 2019 che gli hanno consentito subito dopo Fabio di raggiungere un posto nell’élite dei top-ten, non sappiamo se vivremo più emozioni azzurre così forti come quelle che Adriano ci permise di vivere in quell’indimenticabile 1976. Qui di seguito vi riproponiamo il video-racconto che Ubaldo Scanagatta ha dedicato a Panatta.


I sette re di Roma

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