Roland Garros: la nuova copertura del Philippe Chatrier

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Roland Garros: la nuova copertura del Philippe Chatrier

Vi sveliamo i segreti architettonici del ‘nuovo’ centrale del Roland Garros, sperando che possa essere inaugurato già quest’anno. Non solo il tetto, ma tante altre innovazioni

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Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno in cui tutti e quattro i tornei del Grande Slam si sarebbero infine dotati di un campo centrale coperto, da utilizzare in caso di maltempo. La Rod Laver Arena è provvista di tetto retraibile fin dalla sua costruzione nel 1987; il Centre Court di Wimbledon dal 2009 e l’Arthur Ashe Stadium lo installò nel 2016. Mancava solo il mitico Court Philippe-Chatrier del Roland Garros, che avrebbe presentato al mondo la sua nuova copertura mobile se non fosse arrivato l’ondata epidemica a stravolgere e rinviare tutti i calendari sportivi di questa annata. C’è ancora speranza che il torneo francese possa disputarsi a settembre e le ultime dichiarazioni di Bernard Giudicelli a riguardo sono sembrate possibiliste. Si rimane in attesa di conferme e, inevitabilmente, di buone notizie.

Sin dal 1891 lo Slam parigino si è sempre svolto sugli stessi campi del XVI Arrondissement, evolvendosi e allargandosi in quasi 130 anni di storia interrotta solo dalle due Guerre Mondiali. Il nuovo Philippe-Chatrier aveva già debuttato durante l’edizione 2019 del torneo e il primo match giocato nella nuova cornice vide la sconfitta di Kerber contro la russa Potapova. Nei giorni successivi al match point che ha consegnato a Rafa Nadal la sua dodicesima Coppa dei Moschettieri nell’atto conclusivo contro Thiem, è stato riaperto il cantiere del colossale progetto di rimordernizzazione dell’intera area in cui svolge il torneo che comprende la nuova Place des Mousquetaires dove sorgeva il Court 1, il nuovo Village Roland Garros, il Court Simonne-Mathieu (un vero gioiello tra le serre d’Auteuil) e una nuova sistemazione dei campi al Fonds des Princes.

Secondo il sito ufficiale dedicato al progetto l’intero costo dell’investimento della Féderation Francaise de Tennis raggiungerebbe i 380 milioni di Euro. L’intero edificio ha aumentato la sua larghezza di 10 metri e di 15 metri la sua altezza rispetto a prima; la capacità del campo Centrale è stata mantenuta a 15.000 posti, ma le nuove tribune offrono una migliore visuale agli spettatori e un miglior comfort a giocatori e media attraverso nuovi spazi ricavati al di sotto delle tribune.

 

Il progetto è stato affidato agli studi di architettura parigini ACD Girardet & Associates in partnership con Daniel Vaniche & Associates che hanno concepito un tetto composto da 11 travi a cassone in acciaio con un profilo che ricordano le ali di un aeroplano, in omaggio al pioniere dell’aviazione che dà il nome al torneo.

Ognuna di queste “ali” pesa 350 tonnellate, ha un’altezza di circa 3 metri e copre una luce di oltre 100 metri. Collegate l’una con l’altra sono innestate su due rotaie principali sui lati lunghi dello stadio permettendo il loro scorrimento. Il sistema di apertura e chiusura è alimentato da motori elettrici e azionando il meccanismo da un computer è possibile coprire l’intera superficie di 10.000 metri quadrati in quindici minuti, in modo tale che gli atleti impegnati in un match eventualmente sospeso non dovrebbero raffreddarsi troppo prima di riprendere a giocare.

Nella realizzazione di questa struttura vi è anche un’importante presenza italiana di cui essere orgogliosi: gli elementi della copertura sono stati studiati e pre-fabbricati dall’azienda italiana Cimolai, azienda impegnata in tutto il mondo in progetti di ingegneria metallica con sede in Friuli-Venezia-Giulia. Ognuna delle undici ali è stata suddivisa in sette tronconi realizzati in Italia, in seguito consegnati e assemblati nell’allée centrale del Roland Garros e infine issate sui carrelli sopra le tribune tramite due gru comandate via joystick.


Pietro Tovaglieri, architetto

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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La lettera di Naomi Osaka sul caso George Floyd: “Non basta non essere razzisti. Dobbiamo essere anti-razzisti”

“Sono giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”. La tennista giapponese ha scritto un editoriale per Esquire, dando la sua opinione sui fatti di Minneapolis e sul razzismo negli Stati Uniti

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka non è più da tempo solo una giocatrice di tennis che ha vinto due Slam. Dopo essere diventata abbastanza rapidamente un’icona in Giappone, un titolo che le ha consentito di diventare l’atleta di sesso femminile più pagata di tutti i tempi, la tennista giapponese si sta imponendo anche come ‘role model’ in virtù della sua immagina positiva, genuina e mai divisiva. Testimonial affermata di Nike, Osaka si è subito schierata in seguito ai fatti che hanno causato la morte di George Floyd, fino a partecipare di persone alle manifestazioni di Minneapolis. Ha quindi riassunto la sua posizione in una lettera molto accorata pubblicata da Esquire, che potete leggere in lingua originale qui


Mi chiamo Naomi Osaka, e da che ricordo le persone hanno faticato a definirmi. Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme. Sono nata ad Osaka, in Giappone, figlia di un haitiano e di una giapponese, ma ho passato gli anni della mia formazione in America. Sono una figlia, una sorella, un’amica, e una fidanzata. Sono asiatica, nera e donna. Sono una ventiduenne ordinaria, se non per il fatto che mi è capitato di diventare brava a tennis. Mi sono accettata come Naomi Osaka.   

Onestamente, non ho mai avuto molto tempo per fermarmi e riflettere prima di adesso, un fatto piuttosto comune, credo, visto il modo in cui la pandemia ha cambiato le nostre vite da un giorno all’altro. Negli ultimi mesi, ho pensato a ciò che davvero conta nella mia vita, un riassestamento di cui forse avevo un grande bisogno. Mi sono chiesta, “se non potessi giocare a tennis, come potrei fare la differenza?”. Perciò ho deciso che era ora di dire la mia, cosa che non avrei mai immaginato di fare due anni fa, quando ho vinto lo US Open e la mia vita è improvvisamente cambiata. Immagino che, quando mi ritroverò a leggere questo pezzo in futuro, sarò una persona ancora diversa, ma qui e ora sono così, e questi sono i miei pensieri.

 

Mi è venuta una fitta al cuore guardando l’agghiacciante video dell’assassinio e della tortura di George Floyd da parte di un poliziotto e di tre suoi colleghi. Mi sono sentita chiamata ad agire, il troppo è infine stato troppo. Io e il mio ragazzo siamo volati a Minneapolis qualche giorno dopo l’omicidio per rendere omaggio a George e per far sentire le nostre voci nelle strade della città. Abbiamo sofferto con gli abitanti di St. Paul e abbiamo manifestato pacificamente; abbiamo visitato il George Floyd Memorial e ci siamo uniti a chi piangeva l’ennesimo atto insensato e l’ennesima vita cancellata senza motivo. Sentivamo che andare a Minneapolis fosse la cosa giusta da fare in quel momento.

Quando sono tornata a Los Angeles, ho firmato petizioni, protestato e donato, come tanti di noi, ma continuavo a chiedermi cosa potessi fare per rendere il mondo un posto migliore per i miei figli. Quindi ho deciso di parlare anch’io del razzismo sistemico e della police brutality.

George è stato assassinato da uomini pagati per proteggerlo, e per ogni George c’è una Brianna, un Michael, un Rayshard – la lista è lunga, sfortunatamente, e queste sono solo le tragedie riprese in video. Ricordo di aver assistito, nel 2014, alla rabbia e all’indignazione per Michael Brown [un diciottenne afroamericano assassinato da un poliziotto a Ferguson, in Missouri, con sei colpi di pistola, ndr], e niente è cambiato da allora. La comunità nera ha combattuto da sola per anni contro questa forma di oppressione, e nella migliore delle ipotesi i progressi sono stati effimeri. Non essere razzisti non è abbastanza, dobbiamo essere anti-razzisti.

Coco Gauff e Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono a favore dell’iniziativa per tagliare i fondi alla polizia. Non intendo dire che andrebbero cancellati del tutto, ma solo che alcuni finanziamenti – come quelli per i piani retributivi riservati agli agenti condannati – dovrebbero essere ridiretti alle comunità per costruire case, stimolare l’educazione scolastica e creare programmi per i giovani, settori spesso trascurati. Dobbiamo avere una visione olistica delle nostre comunità e tenerci al sicuro a vicenda.  

Dovrà essere uno sforzo collettivo. Le proteste odierne sono promettenti e stanno avendo grande spinta. C’è un’energia diversa, stavolta, perché gruppi diversi si sono uniti al movimento. La protesta è diventata globale, da Oslo a Osaka, da Tallahassee a Tokyo, persone di tutte le razze ed etnie sono scese in piazza. Persino in Giappone ci sono state delle manifestazioni targate Black Lives Matter, un evento che molti di noi non avrebbero ritenuto possibile.

Il Giappone è un Paese molto omogeneo, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media, e non possiamo lasciare che l’ignoranza di pochi offuschi il progressismo delle masse. L’affetto che avverto da parte degli appassionati giapponesi di ogni età, in particolare dai più giovani, mi ha sempre scaldato il cuore – sono orgogliosa di rappresentare il Giappone e lo sarò sempre.

Che la società cambi in meglio significa tantissimo per me, cosicché si possa scardinare il razzismo e far sì che la polizia ci protegga e non ci uccida. Devo dire che sono anche orgogliosa del ruolo, seppur piccolo, che ho avuto nell’abbattere alcuni preconcetti. Mi esalta l’idea che, nella sua classe in Giappone, una ragazzina di razza mista possa essere orgogliosa quando vinco un torneo dello Slam. Spero che il cortile della scuola possa essere un luogo più accogliente per lei, ora che ha un modello di riferimento, e spero che possa essere orgogliosa di chi è, e sognare in grande.

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In memoria del vecchio campo n.1 del Roland Garros

O anche ‘Bullring’, come veniva chiamato per la sua configurazione circolare, simile a un’arena. Ora demolito, è stato teatro dell’esordio di Nadal e di altre partite storiche

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Un mese fa, lunedì 1 Giugno, il giornalista del New York Times Christopher Clarey ha condiviso tramite il suo account Twitter una foto del cantiere in corso nell’impianto del Roland Garros: sotto un cielo senza nuvole e al cospetto del nuovo Chatrier si vedono gli operai che hanno ricominciato a lavorare dopo la pausa imposta dalla pandemia. Fino a qualche mese fa sulla distesa di terra in primo piano sorgeva l’iconico Campo N. 1, il cosiddetto Bullring.

Nel grande progetto di rinnovamento del parco in cui si svolge lo Slam parigino vi è la creazione di una grande area verde da cui, durante le due settimane di torneo, si potranno vedere le partite su un maxi schermo installato sul Philippe-Chatrier. Durante tutto il resto dell’anno la zona rimarrà aperto al pubblico come estensione del giardino delle serre d’Auteuil.

 

Amatissimo dagli spettatori del Roland Garros, il Bullring deve il suo nome alla particolare configurazione circolare che lo faceva somigliare a una arena per corride piuttosto che a un campo da tennis e la vicinanza del pubblico al terreno di gioco creava un’atmosfera da Cinco de la tarde, all’opposto dell’eleganza chic degli altri due palcoscenici del Suzanne-Lenglen e del Philippe-Chatrier. 

L’idea bizzarra di costruire un contenitore circolare per un campo rettangolare si deve all’architetto Jean Lovera, che curiosamente ebbe un passato da tennista di alto livello: raggiunse il secondo turno dell’Open di Francia nell’edizione del 1974 e ancora oggi dirige il suo studio a Grenoble continuando a disegnare palazzetti e campi da tennis. Il Bullring venne inaugurato nel 1980 alla presenza di Jean Borotra (uno dei quattro Moschettieri del Tennis francese) e fu concepito come un “Centrale bis”, forte dei suoi 4.300 posti (poi diminuiti a 3.800). Venne poi superato nel 1994 dall’arrivo del Suzanne-Lenglen, che ha una capacità di circa 10mila spettatori.

Proprio perché era diventato il terzo campo nella gerarchia del torneo (l’anno scorso addirittura il quarto con l’inaugurazione del Simonne-Mathieu), vi andavano in scena molti match considerati non “di cartello” che tuttavia sono poi entrati nella storia del torneo, e in 39 anni di servizio non sono mancati i colpi di scena. Per esempio un certo Rafael Nadal ha tenuto qui il suo battesimo a Parigi nel Maggio 2005, prima di diventare Re due settimane più tardi, alla sua prima partecipazione allo Slam. L’americana Chris Evert, sette volte campionessa, invece vi giocò l’ultima partita al Roland Garros nel 1988, perdendo al terzo turno dalla Sanchez Vicario. 

Sempre su questo campo nel 1997 un giovane brasiliano, Gustavo Kuerten, fece scalpore eliminando Thomas Muster al terzo turno e conquistando successivamente la prima delle sue tre Coppe dei Moschettieri. E come non ricordare la volta in cui Marat Safin si abbassò i pantaloncini al termine di uno scambio forsennato e memorabile durante una maratona combattuta su due giorni (6-4, 2-6, 6-2, 6-7, 11-9). Il pubblico se la rise di gusto, l’arbitro meno, tanto che lo sanzionò.

A far perdurare la memoria di questo mitico campo, oltre alle immagini e ai ricordi di Christopher Clarey e di noi tutti, restano oggi una serie di oggetti realizzati con materiali di riciclo derivati dalla sua demolizione: sedie, borse e portafogli fatti con i teloni pubblicitari e clessidre riempite di terra rossa. Tutta la collezione è andata esaurita in 24 ore e il ricavato di circa 30.000 euro è stato devoluto alla fondazione Fête le Mur, patrocinata da Yannick Noah.

Pietro Tovaglieri

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