I re del Roland Garros: l’ineluttabile 5 giugno di Mats Wilander

Racconti

I re del Roland Garros: l’ineluttabile 5 giugno di Mats Wilander

La finale del Roland Garros 1988 è da molti considerata la partita perfetta di Mats

Pubblicato

il

C’è stato un giorno nella vita di Mats Wilander in cui tutto gli riuscì alla perfezione. Si alzò al mattino in una grande capitale europea e fece colazione insieme a Sonya Mulholland, fotomodella sudafricana sposata appena un anno prima. Non sappiamo cosa mangiò, né se la colazione si protrasse a lungo. Neppure sappiamo se Wilander si perse negli occhi della bella Sonya. Quel che sappiamo è che con lei tardò al check-in di un volo già prenotato per New York. Che strani i casi della vita: un regolarista che non era mai arrivato in ritardo a colpire una sola palla da tennis in carriera, fece tardi all’aeroporto e perse un aereo. In cambio ebbe salva la vita.

Era il 21 dicembre 1988 e quel volo, il Pan Am 103 decollato da Londra, esplose sopra i cieli di Lockerbie in Scozia, uccidendo 270 persone, che dovevano essere 272. Alcuni morirono in volo, altri all’impatto col terreno. Altri ancora, gli incolpevoli cittadini di Lockerbie (ma chi aveva colpe quel giorno?), investiti nelle loro case da una “palla di fuoco” e dall’enorme fusoliera con ancora le ali agganciate. Qualunque sarebbe stata la sua specifica sorte a bordo di quell’aeroplano, come negare che fu quello il giorno migliore nella vita di Mats?

In realtà altri sostengono che non fu così, e che la palma di giorno della vita il fuoriclasse svedese debba assegnarla al 5 giugno dello stesso anno. In quella data Wilander giocò la sua ultima finale al Roland Garros, quella che alcuni definiscono la sua partita perfetta.

 

È un’opinione comprensibile. Noi conosciamo Mats Wilander solo perché è stato (ex aequo) il tennista più vincente negli Slam degli anni ’80, l’unico di quell’epoca a vincere tornei dello Slam su tre superfici differenti (e non solo per il colore, come è oggi). Per noi è stato un grande tennista, come oggi è un commentatore mai banale, alle volte bastiancontrario, che non eccelle particolarmente nei pronostici. Se fosse stato invece solo un cittadino svedese molto fortunato, sul suo perfect day non ci sarebbe alcun dubbio.

Quel 5 giugno 1988 i dubbi invece c’erano e insieme alle nuvole di Parigi, aleggiavano sui riccioli biondi di Mats. Lo svedese si era issato alla finale di quella edizione degli Internazionali di Francia non proprio con il percorso netto da dominatore. Inopinatamente prossimo alla sconfitta contro Slobodan Zivojinovic in terzo turno, costretto ancora al quinto set in semifinale per domare l’astro nascente Agassi, affrontava per la seconda volta in una finale parigina un idolo di casa. La prima volta, cinque anni prima, mal gliene aveva colto, dominato da Yannick Noah.

Ora gli toccava Henri Leconte, giocatore che a Noah assomigliava per estro. Attaccante come Noah, ma di quella razza oggi scomparsa che preferiva farlo sulla lenta terra battuta (qualcuno si ricorda di un tale Adriano Panatta?). Talento immenso, braccio sinistro letteralmente capace di tutto: di far innamorare chi scrive del gioco del tennis, ma anche di portare cibo in eccesso e qualche calice di Borgogna di troppo alla bocca. Leconte viaggiava sulle ali di una tiepida infatuazione parigina in quel giugno così simile a un ottobre. Aveva eliminato Becker nella più bella partita del torneo, superato Chesnokov in una strana partita in cui sembrava che i due in campo giocassero sport differenti. Svensson in semifinale si scansò quasi, eppure Parigi riservava a Leconte un amore tiepido, estetico, apollineo.

Non si poteva non apprezzare la bellezza del tennis di “Riton”, né restare indifferenti ai suoi alti e bassi, così capaci di fare breccia nei cuori più materni. Ma Henri Leconte, a differenza di Noah, era troppo tipicamente francese, nei pregi e nei difetti. Non aveva quel sapore esotico e cosmopolita che aveva il gemello nero Noah. La Francia avrebbe anche potuto amare Henri ed il suo tennis, ma Parigi non è Francia, Parigi è Parigi, e per farsi amare occorre stupirla.

Wilander era invece un libro scritto, del quale si sapeva tutto e dal quale non ci si attendeva nulla di nuovo. Di conseguenza qualcuno, non pochi in verità, pensarono che il tennis estemporaneo e offensivo del mancino francese, come quello di Noah cinque anni prima, avrebbe destabilizzato Mats. Si sa, la madre degli ottimisti è sempre incinta, parafrasando i latini.

Qui in alto trovate l’intera riproposizione della partita. Se amate i finali scontati, ebbene, è lo spettacolo che fa per voi. Wilander scese in campo non solo come un libro scritto, ma anche come uno che i libri li aveva letti. Sun-Tsu, Confucio, o forse gli era bastato leggere in tivù da ragazzo le partite di Borg. Scese in campo con un piano tattico semplice, ma installato in una mente impermeabile al caos, capace costantemente di attingere alla strategia eletta, senza che il match, il vento, il pubblico, l’avversario potessero distrarlo. Dall’altra parte c’era Leconte, che era un fascio di nervi, un innamorato che trema per l’emozione e che per questo è condannato a non farsi mai amare.

Due ore di partita, con l’andamento che sembra tratto dall’epica classica del nostro sport. L’avventuroso attaccante che va avanti nel primo set e va a servire sul 5-4 in suo favore. Il pubblico di Parigi che si guarda intorno per condividere lo stupore e la meraviglia, alla ricerca di un sorso di Perrier che sgrassi l’ugola per l’imminente “marsigliese”.

Poi, nel momento della verità, arrivò un game sottotono di Leconte. Proprio quello che doveva dargli il set. Wilander, che in quei 40 minuti non aveva ceduto nulla di suo, non alzò il ritmo, né tentò cose nuove. Mats attese, cosa che gli innamorati non sanno fare, finché Leconte non sbagliò una facile volée di rovescio di un metro e perse il game. Quel che poteva essere un romanzo d’appendice divenne un verso di Baudelaire. L’albatro Henri si posò sulla terra battuta, le ali gigantesche a minarne il cammino. Il 5 giugno tornò ad esservi semplicemente una partita di tennis, e se solo una partita di tennis doveva essere, il francese doveva imperativamente sgretolarsi per fare posto alla realtà, sotto il peso di una coscienza ingombrante. Il giudice di sedia nell’annunciare il contro-break disse soltanto “Jeu Wilander”, ma avrebbe benissimo potuto aggiungere “set e match”: nessuno avrebbe protestato. Leconte avrebbe stretto tra le mani soltanto altri tre giochi, così simili a tre bicchieri d’assenzio. Wilander tutto il resto, compreso il trofeo.

La partita di Wilander stritolò quella di Leconte ma non indispose il pubblico parigino. Paradossalmente lo svedese era stato più fischiato quando, appena diciassettenne, batté Vilas nel 1982, al termine di una finale fatta di pallonetti e scambi soporiferi. Quel 5 giugno, invece, il pubblico parigino, apprezzò la inattaccabile solidità del numero due del mondo, l’assoluta perfezione ingegneristica del suo gioco. E forse, apprezzò un poco anche la lezione impartita a quel proprio connazionale troppo emotivo, inaffidabile e mediterraneo.

Sarebbe stato il secondo Slam vinto su due giocati nel 1988 per Mats Wilander. Metà Grande Slam, sarebbe riaccaduto solo 28 anni dopo a Djokovic. A fine stagione sarebbe stato numero uno del mondo, ma non servì settembre e la vittoria anche agli US Open per farci comprendere cosa il 23enne di Vaxjo aveva fatto quel giorno. Il suo gioco privo di circoletti rossi, di highlights da copertina, poco gettonato dai nostalgici su YouTube, si era mimetizzato sotto le luci sfavillanti degli estemporanei colpi di Leconte. Guardando le statistiche di fine incontro, in tempi in cui le grafiche non erano frequenti e internet un’idea di Dio, si comprese che Mats aveva prodotto una delle prestazioni più incredibili della storia del tennis.

Mats Wilander

Su 72 punti giocati nei suoi turni di battuta, Wilander aveva messo in campo per 70 volte il primo servizio. Per chi ama i numeri la percentuale di prime palle in campo fu pari al 97%. E giusto per non far credere a chi non c’era che avesse servito da sotto, un ace pure riuscì ad infilarlo. Si pensò persino che le statistiche fossero sbagliate. Ai lettori, tutti amanti del tennis, il compitino di comprendere cosa abbia significato, nell’economica della partita, quella percentuale bulgara di prime palle in campo.

Qui si suggerisce solo quanto ciò possa avere spaesato Leconte, come si sia sentito il francese a dover affrontare per due ore un destino sempre uguale, punto dopo punto, un giorno della marmotta tennistico, frustrato nella speranza di un aiuto, di un cedimento, incapace di sottostare con la mente alla routine, all’efficiente monotonia di Mats Wilander. Quel giorno Mats fu ineluttabile. Non c’è aggettivo migliore che descriva la sua prova. Lui che sapeva anche fare altro, che non era solo uomo incollato al fondo del campo, scelse di esserlo perché quella era la strada da seguire. Un esercizio mentale perfetto, di ferrea volontà, per la partita perfetta.

Ineluttabile. Nel dizionario della lingua italiana si legge: Contro cui non si può lottare, imposto da una tragica e fatale necessità. Nel dizionario tennistico si legge: “Come Mats Wilander il 5 giugno 1988”. Null’altro è noto di ineluttabile, se non la morte. Entrambi ineluttabili, il tristo mietitore e quel tale che stritolò Henri Leconte, quel Mats Wilander che alla morte è riuscito persino a sfuggire, scappando via da un aereo esploso in cielo, trattenendosi a colazione con Sonya mentre era comodamente assiso sul trono del tennis mondiale. Impresa facile, direte voi, un gioco da ragazzi, se con la nera signora si arriva ad avere qualcosa in comune.


Re e Regine del Roland Garros

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

Continua a leggere

Racconti

La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

Pubblicato

il

Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

Pubblicato

il

Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement