I re del Roland Garros: l’ineluttabile 5 giugno di Mats Wilander

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I re del Roland Garros: l’ineluttabile 5 giugno di Mats Wilander

La finale del Roland Garros 1988 è da molti considerata la partita perfetta di Mats

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C’è stato un giorno nella vita di Mats Wilander in cui tutto gli riuscì alla perfezione. Si alzò al mattino in una grande capitale europea e fece colazione insieme a Sonya Mulholland, fotomodella sudafricana sposata appena un anno prima. Non sappiamo cosa mangiò, né se la colazione si protrasse a lungo. Neppure sappiamo se Wilander si perse negli occhi della bella Sonya. Quel che sappiamo è che con lei tardò al check-in di un volo già prenotato per New York. Che strani i casi della vita: un regolarista che non era mai arrivato in ritardo a colpire una sola palla da tennis in carriera, fece tardi all’aeroporto e perse un aereo. In cambio ebbe salva la vita.

Era il 21 dicembre 1988 e quel volo, il Pan Am 103 decollato da Londra, esplose sopra i cieli di Lockerbie in Scozia, uccidendo 270 persone, che dovevano essere 272. Alcuni morirono in volo, altri all’impatto col terreno. Altri ancora, gli incolpevoli cittadini di Lockerbie (ma chi aveva colpe quel giorno?), investiti nelle loro case da una “palla di fuoco” e dall’enorme fusoliera con ancora le ali agganciate. Qualunque sarebbe stata la sua specifica sorte a bordo di quell’aeroplano, come negare che fu quello il giorno migliore nella vita di Mats?

In realtà altri sostengono che non fu così, e che la palma di giorno della vita il fuoriclasse svedese debba assegnarla al 5 giugno dello stesso anno. In quella data Wilander giocò la sua ultima finale al Roland Garros, quella che alcuni definiscono la sua partita perfetta.

 

È un’opinione comprensibile. Noi conosciamo Mats Wilander solo perché è stato (ex aequo) il tennista più vincente negli Slam degli anni ’80, l’unico di quell’epoca a vincere tornei dello Slam su tre superfici differenti (e non solo per il colore, come è oggi). Per noi è stato un grande tennista, come oggi è un commentatore mai banale, alle volte bastiancontrario, che non eccelle particolarmente nei pronostici. Se fosse stato invece solo un cittadino svedese molto fortunato, sul suo perfect day non ci sarebbe alcun dubbio.

Quel 5 giugno 1988 i dubbi invece c’erano e insieme alle nuvole di Parigi, aleggiavano sui riccioli biondi di Mats. Lo svedese si era issato alla finale di quella edizione degli Internazionali di Francia non proprio con il percorso netto da dominatore. Inopinatamente prossimo alla sconfitta contro Slobodan Zivojinovic in terzo turno, costretto ancora al quinto set in semifinale per domare l’astro nascente Agassi, affrontava per la seconda volta in una finale parigina un idolo di casa. La prima volta, cinque anni prima, mal gliene aveva colto, dominato da Yannick Noah.

Ora gli toccava Henri Leconte, giocatore che a Noah assomigliava per estro. Attaccante come Noah, ma di quella razza oggi scomparsa che preferiva farlo sulla lenta terra battuta (qualcuno si ricorda di un tale Adriano Panatta?). Talento immenso, braccio sinistro letteralmente capace di tutto: di far innamorare chi scrive del gioco del tennis, ma anche di portare cibo in eccesso e qualche calice di Borgogna di troppo alla bocca. Leconte viaggiava sulle ali di una tiepida infatuazione parigina in quel giugno così simile a un ottobre. Aveva eliminato Becker nella più bella partita del torneo, superato Chesnokov in una strana partita in cui sembrava che i due in campo giocassero sport differenti. Svensson in semifinale si scansò quasi, eppure Parigi riservava a Leconte un amore tiepido, estetico, apollineo.

Non si poteva non apprezzare la bellezza del tennis di “Riton”, né restare indifferenti ai suoi alti e bassi, così capaci di fare breccia nei cuori più materni. Ma Henri Leconte, a differenza di Noah, era troppo tipicamente francese, nei pregi e nei difetti. Non aveva quel sapore esotico e cosmopolita che aveva il gemello nero Noah. La Francia avrebbe anche potuto amare Henri ed il suo tennis, ma Parigi non è Francia, Parigi è Parigi, e per farsi amare occorre stupirla.

Wilander era invece un libro scritto, del quale si sapeva tutto e dal quale non ci si attendeva nulla di nuovo. Di conseguenza qualcuno, non pochi in verità, pensarono che il tennis estemporaneo e offensivo del mancino francese, come quello di Noah cinque anni prima, avrebbe destabilizzato Mats. Si sa, la madre degli ottimisti è sempre incinta, parafrasando i latini.

Qui in alto trovate l’intera riproposizione della partita. Se amate i finali scontati, ebbene, è lo spettacolo che fa per voi. Wilander scese in campo non solo come un libro scritto, ma anche come uno che i libri li aveva letti. Sun-Tsu, Confucio, o forse gli era bastato leggere in tivù da ragazzo le partite di Borg. Scese in campo con un piano tattico semplice, ma installato in una mente impermeabile al caos, capace costantemente di attingere alla strategia eletta, senza che il match, il vento, il pubblico, l’avversario potessero distrarlo. Dall’altra parte c’era Leconte, che era un fascio di nervi, un innamorato che trema per l’emozione e che per questo è condannato a non farsi mai amare.

Due ore di partita, con l’andamento che sembra tratto dall’epica classica del nostro sport. L’avventuroso attaccante che va avanti nel primo set e va a servire sul 5-4 in suo favore. Il pubblico di Parigi che si guarda intorno per condividere lo stupore e la meraviglia, alla ricerca di un sorso di Perrier che sgrassi l’ugola per l’imminente “marsigliese”.

Poi, nel momento della verità, arrivò un game sottotono di Leconte. Proprio quello che doveva dargli il set. Wilander, che in quei 40 minuti non aveva ceduto nulla di suo, non alzò il ritmo, né tentò cose nuove. Mats attese, cosa che gli innamorati non sanno fare, finché Leconte non sbagliò una facile volée di rovescio di un metro e perse il game. Quel che poteva essere un romanzo d’appendice divenne un verso di Baudelaire. L’albatro Henri si posò sulla terra battuta, le ali gigantesche a minarne il cammino. Il 5 giugno tornò ad esservi semplicemente una partita di tennis, e se solo una partita di tennis doveva essere, il francese doveva imperativamente sgretolarsi per fare posto alla realtà, sotto il peso di una coscienza ingombrante. Il giudice di sedia nell’annunciare il contro-break disse soltanto “Jeu Wilander”, ma avrebbe benissimo potuto aggiungere “set e match”: nessuno avrebbe protestato. Leconte avrebbe stretto tra le mani soltanto altri tre giochi, così simili a tre bicchieri d’assenzio. Wilander tutto il resto, compreso il trofeo.

La partita di Wilander stritolò quella di Leconte ma non indispose il pubblico parigino. Paradossalmente lo svedese era stato più fischiato quando, appena diciassettenne, batté Vilas nel 1982, al termine di una finale fatta di pallonetti e scambi soporiferi. Quel 5 giugno, invece, il pubblico parigino, apprezzò la inattaccabile solidità del numero due del mondo, l’assoluta perfezione ingegneristica del suo gioco. E forse, apprezzò un poco anche la lezione impartita a quel proprio connazionale troppo emotivo, inaffidabile e mediterraneo.

Sarebbe stato il secondo Slam vinto su due giocati nel 1988 per Mats Wilander. Metà Grande Slam, sarebbe riaccaduto solo 28 anni dopo a Djokovic. A fine stagione sarebbe stato numero uno del mondo, ma non servì settembre e la vittoria anche agli US Open per farci comprendere cosa il 23enne di Vaxjo aveva fatto quel giorno. Il suo gioco privo di circoletti rossi, di highlights da copertina, poco gettonato dai nostalgici su YouTube, si era mimetizzato sotto le luci sfavillanti degli estemporanei colpi di Leconte. Guardando le statistiche di fine incontro, in tempi in cui le grafiche non erano frequenti e internet un’idea di Dio, si comprese che Mats aveva prodotto una delle prestazioni più incredibili della storia del tennis.

Mats Wilander

Su 72 punti giocati nei suoi turni di battuta, Wilander aveva messo in campo per 70 volte il primo servizio. Per chi ama i numeri la percentuale di prime palle in campo fu pari al 97%. E giusto per non far credere a chi non c’era che avesse servito da sotto, un ace pure riuscì ad infilarlo. Si pensò persino che le statistiche fossero sbagliate. Ai lettori, tutti amanti del tennis, il compitino di comprendere cosa abbia significato, nell’economica della partita, quella percentuale bulgara di prime palle in campo.

Qui si suggerisce solo quanto ciò possa avere spaesato Leconte, come si sia sentito il francese a dover affrontare per due ore un destino sempre uguale, punto dopo punto, un giorno della marmotta tennistico, frustrato nella speranza di un aiuto, di un cedimento, incapace di sottostare con la mente alla routine, all’efficiente monotonia di Mats Wilander. Quel giorno Mats fu ineluttabile. Non c’è aggettivo migliore che descriva la sua prova. Lui che sapeva anche fare altro, che non era solo uomo incollato al fondo del campo, scelse di esserlo perché quella era la strada da seguire. Un esercizio mentale perfetto, di ferrea volontà, per la partita perfetta.

Ineluttabile. Nel dizionario della lingua italiana si legge: Contro cui non si può lottare, imposto da una tragica e fatale necessità. Nel dizionario tennistico si legge: “Come Mats Wilander il 5 giugno 1988”. Null’altro è noto di ineluttabile, se non la morte. Entrambi ineluttabili, il tristo mietitore e quel tale che stritolò Henri Leconte, quel Mats Wilander che alla morte è riuscito persino a sfuggire, scappando via da un aereo esploso in cielo, trattenendosi a colazione con Sonya mentre era comodamente assiso sul trono del tennis mondiale. Impresa facile, direte voi, un gioco da ragazzi, se con la nera signora si arriva ad avere qualcosa in comune.


Re e Regine del Roland Garros

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L’incredibile mistero che circonda una leggenda del tennis, Alice Marble

Se pensate che la vita di John McEnroe sia stata ricca di colpi di scena, allora forse non conoscete la storia della ‘Garbo del tennis’: Alice Marble

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Alice Marble (foto AP)

Robert Weintraub ha raccontato la vita di Alice Marble, campionessa statunitense degli anni Trenta, tratta dal libro “The Divine Miss Marble: A life of Tennis, Fame and Mystery”. Si tratta di una storia piuttosto incredibile, e Ubitennis ha tradotto l’estratto pubblicato sul New York Post; potete leggere l’articolo originale qui.


Le Alpi svizzere dominavano il paesaggio. Le montagne non sapevano che corresse il 1945, o che il mondo fosse in guerra. A quelle vette innevate non interessava il dramma che stava per concludersi molto più in basso. Su una serpeggiante strada di montagna, una macchina sportiva scivolava lungo stretti tornanti e la conducente, la protagonista di questa storia, cercava di impedire che il veicolo precipitasse nella valle sottostante. Non molto dietro c’era un’altra automobile, all’inseguimento, sempre più vicina.

La conducente della prima automobile era un’icona internazionale, una grande del tennis che sei anni prima aveva vinto il titolo più importante di questo sport, Wimbledon, nell’ultima occasione in cui il torneo si era giocato prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Si era anche laureata per quattro volte campionessa nazionale degli Stati Uniti e aveva ottenuto qualunque riconoscimento degno di nota nell’era precedente alla guerra. Era conosciuta anche per la sua oratoria, la sua abilità canora, il suo aspetto, il suo stile, la sua familiarità con le élite di Hollywood e Wall Street, e per la sua personalità ottimista e magnetica. La sua fama era particolarmente cresciuta in seguito al ritorno sulle scene dopo due anni di inattività, causati da una malattia che l’aveva colpita in quelle che sembravano le stagioni migliori della sua carriera. Lottando, aveva saputo tornare al top.

 

Insomma, era più o meno l’ultima persona che avremmo immaginato in fuga per avere salva la vita su una montagna europea, con le prove dei crimini di guerra dei nazisti sul sedile del passeggero e costretta a stringere gli occhi per riuscire a vedere nell’inchiostro della notte, restia a rallentare a scapito del rischio di morire carbonizzata.

Poco dopo, l’altra macchina la costrinse a fermarsi. Ne seguì un confronto, e la preziosa prova che aveva rubato poco prima le fu strappata con forza dalle mani. Alice si voltò e scappò via, il respiro irregolare per l’alta quota.

Echeggiò uno sparo. Un colpo alla schiena, una sensazione di bruciore, poi più niente. Che cosa diavolo stava facendo lei, lì? O per quel che vale, vi si trovava davvero?

Alice Marble era stata la tennista di maggior spicco negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Il Wimbledon Lawn Tennis Museum, nel suo “Pocket History of Champions”, ha scritto di lei: “La storia del tennis femminile può essere suddivisa in due ere: prima e dopo Alice Marble. Fu lei a inventare l’odierno stile di gioco aggressivo”. Negli articoli e nei report dell’era si diceva spesso che “giocava come un uomo” perché il suo feroce serve-and-volley e lo slancio potente dei suoi colpi erano così travolgenti che poteva essere fermata solo quando era lei stessa ad andare fuori giri. Alice conquistò 18 vittorie in quelli che oggi si chiamerebbero tornei dello Slam, cioè gli US Nationals e Wimbledon. Il numero include titoli in singolare, nel doppio e nel doppio misto, tutti conquistati tra il 1936 e il 1940, tranne uno. Poi la guerra costrinse Alice a dedicarsi ad attività ben differenti.

Alice era una personalità fuori scala per quei tempi. La chiamavano “Alice Marvel”, “La Garbo del tennis”, la “bomba bionda”. Causò un certo trambusto giocando in pantaloncini invece che in gonna. La stampa non mancava mai nel ricordare ai suoi lettori che “le sue gambe sono due colonne di mogano levigato, scoperte fino alle ginocchia, la sua figura è perfetta”, come riportò un cronista ammaliato. “Miss Marble è adorabile anche appena uscita dal campo”, diceva il famoso scrittore inglese Charles Graves descrivendo la presenza scenica di Alice. “Sono poche le ragazze di cui si può dire lo stesso. E in campo si nota il suo fisico statuario. Cammina come un pugile”.

Ma Alice divenne altrettanto celebre per i momenti in cui il suo aspetto e la sua salute erano lontane da quelle dei giorni migliori. Una serie di malattie la portarono a uno svenimento sulla terra rossa del Roland Garros a Parigi, a cui seguì una diagnosi di tubercolosi. La sua così breve carriera sembrava sul punto di essere stroncata. Messa fuori gioco e confinata in un sanatorio, Alice finì nel dimenticatoio per un paio d’anni, almeno fino a uno spettacolare ritorno che la riportò ai vertici del tennis. La vittoria degli US Nationals del 1936 innalzò Alice a nuove vette di popolarità, tanto che a un certo punto era solita ricevere circa 500 lettere al giorno dai suoi fan, che includevano quesiti sulla salute o sull’amore in aggiunta a frequenti richieste di matrimonio.

La sua capacità di combinare eccellenza tennistica e mondanità faceva di lei un personaggio molto richiesto, e le aprì molte porte. Era regolarmente invitata a partecipare a programmi radiofonici per ospitate, interviste o performance canore. La sua voce da contralto le procurò grandi elogi, tanto che le fu anche chiesto di cantare in locali della New York e della Londra bene. E poi la sua capacità di scrittura era straordinaria, specie per una che aveva abbandonato anzitempo gli studi per dedicarsi al tennis. Alice vergava frequentemente articoli per giornali e riviste, e fece anche parte dello staff che diede vita ai fumetti di Wonder Woman. Scrisse un monologo sulla sua “volontà di vincere”, e si mise a girare instancabilmente per gli Stati Uniti per recitarlo. Il suo gusto per la moda le permise di avviare una carriera parallela come disegnatrice di abbigliamento sportivo ma anche di vestiti di uso quotidiano.

Alice era un’atleta con doti naturali che mai si erano viste nel tennis femminile fino ad allora. Passò da umili origini nella sua San Francisco alla conquista dello sport dei reali. Suo padre morì quando lei era ancora una bambina e da lì in poi la sua famiglia visse alle soglie della povertà.

E lei trovò conforto nello sport. Quando era ancora una teenager, Alice era conosciuta in città per le sue qualità di giocatrice di baseball e anche per le sue apparizioni come mascotte non ufficiale per le partite dei San Francisco Seals, la squadra più forte dell’epoca precedente all’espansione ad ovest della MLB. Non appena scoprì il tennis, Alice prese a frequentare stabilmente i campi del Golden Gate Park. Anni dopo, uno scrittore del London Times fece notare che “il suo apprendimento della tecnica, che era stato rapido e per così dire molto pratico, le tornò utile quando si confrontò con giocatrici più scolastiche”. Il tennis era uno sport per ricchi oziosi, per la fauna dei country club, per le persone che potevano competere senza il problema di doversi guadagnare da vivere con il gioco, quindi a quei tempi era strettamente riservato agli amatori. Una descrizione che non era adatta per Alice, ma le ristrettezze che condizionarono i suoi primi passi la servirono bene quando iniziò a scalare il ranking.

Diventò la miglior giocatrice della California ad appena 17 anni, e il giorno del suo diciottesimo compleanno stava giocando gli US Nationals, antesignani dell’attuale US Open. Nel 1931 si spostò a est per la prima volta per giocare ai massimi livelli di questo sport. Le cose andarono male inizialmente, e questo la convinse del fatto che un bravo coach avrebbe potuto aiutarla a sfruttare al meglio il suo potenziale.

Il suddetto coach fu Eleanor “Teach” Tennant, uno dei personaggi più pittoreschi e vincenti, ancorché dimenticati, della storia del tennis. Anche lei aveva lottato per emergere dall’anonimato delle zone più povere di San Francisco, fino a diventare la principale coach della California meridionale, potendo annoverare nella sua clientela alcune tra le più importanti giocatrici del tempo. Tra queste, fu Carol Lombard, la “regina della commedia demenziale”, ad appiopparle il nomignolo con cui è passata alla storia. Lombard era una giocatrice molto seria, anche se quando Tennant le suggeriva di colpire la palla più in alto o in una posizione migliore lei le rispondeva con un sarcastico “Yes, Teacher dear [Va bene, cara maestra]”. Dopo un po’ di tempo, Lombard lo accorciò in “Teach”, e da quel momento la coach si chiamò Eleanor “Teach” Tennant.

Alice ed Eleanor si unirono per formare uno dei binomi allenatrice/allieva più vincenti di sempre negli sport individuali. La loro vicinanza andò molto al di là del tipico rapporto fra atleta e coach. Essenzialmente, Eleanor adottò Alice e la prese in carico per più di dieci anni. Le due vivevano insieme, cenavano insieme, viaggiavano insieme. Eleanor gestiva gli averi di Alice, ne curava dieta, allenamenti e vita sociale. Fu in quella fase che Alice vinse i trofei più importanti che il tennis potesse offrire.

Attraverso Eleanor, Alice fu introdotta in circoli generalmente preclusi ai tennisti. Frequentava gli attori del giro di Tennant, e strinse una grande amicizia con Lombard e con suo marito, Clark Gable. Era una presenza fissa a quello Xanadu americano [luogo idillico descritto da Coleridge in “Kubla Khan”, ndr] che era il San Simeon, il palazzo di William Randolph Hearst sull’Oceano Pacifico. A dispetto delle sue umili origini, Alice era l’ospite prediletta delle famiglie più ricche di entrambe le coste e fu molto vicina a Will Du Pont, erede di una famosa azienda chimica del Delaware.

Il rapporto di Alice con Du Pont fu sempre enigmatico, al pari di quello con Eleanor. Visti i successi ottenuti, Marble sposò appieno la visione della sua allenatrice. Alice la chiamò “la mia madre adottiva” dalle colonne del Daily Mail di Londra, ed Eleanor definiva Alice “la mia figlioccia”. Un altro cronista descrisse Eleanor come “la psichiatra” della campionessa, evidenziando “la franchezza delle sue critiche nei confronti di Alice”.

Per tutto il periodo in cui furono inseparabili, le due furono perseguitate da rumors inerenti ad una loro presunta relazione romantica. Nessuna delle due ha mai confermato un eventuale affaire, non una sorpresa visti i tempi di cui si parla. Dopo qualche breve lampo di tolleranza negli anni Venti, l’omosessualità era stata duramente repressa e spinta alla clandestinità dalla reazione contrariata del pubblico. Dichiararsi apertamente gay o bisessuale, o anche solo “etero con l’occhiolino” come Cole Porter [famoso musicista, ndr], avrebbe certamente danneggiato la rampante carriera di Alice, piena com’era di opportunità fuori dal campo.

Col passare del tempo, nonostante l’ammissione di relazioni e innamoramenti con altre donne, Alice confermò sempre che lei ed Eleanor non avevano mai avuto una relazione fisica. Tra di loro c’era certamente amore, ma nell’accezione spirituale del termine. E quando il loro rapporto terminò insieme alla carriera di Alice, stroncata al suo culmine dalla Seconda Guerra Mondiale, il distacco fu scioccante, vista la simbiosi che c’era stata tra le due per oltre un decennio.

Ma i dettagli dei rapporti di Alice con Tennant e Du Pont impallidiscono in confronto con altre e più intense relazioni (qualcuno le definirebbe “da film”) che lei affermò di aver avuto. Alice sostenne di essersi sposata durante la guerra con un ufficiale dell’aeronautica militare la cui morte avrebbe portato Alice ad acconsentire ad una missione di spionaggio volta a rintracciare e individuare un altro dei suoi amanti, un uomo del quale lei non ha mai fatto il nome che era in combutta con i nazisti. Fu quella relazione, unita al desiderio di vendicare la morte del marito, che probabilmente fece finire Alice su quella strada di montagna, in un inseguimento automobilistico che si concluse con un proiettile nella schiena.

Alice rivelò queste avventure solo nelle sue seconde memorie, “Courting Danger”, pubblicate un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1990. Quasi tutti le hanno creduto sulla parola, anche se delle recensioni e dei progetti storiografici non completati hanno provato a metterne in dubbio la veridicità.

Sono solo l’ultimo di una lunga serie di ammiratori di Alice Marble. È sempre stato facile apprezzarla conoscendo la sua vita solo superficialmente, ma addentrandomi nella tana del coniglio (d’altronde si chiamava Alice) i misteri si sono infittiti. Per scrivere questo libro ho viaggiato attraverso gli Stati Uniti e ho setacciato gli archivi internazionali in un tentativo di spazzare via i misteri sulle sue contraddizioni, di capire come potessero esistere simili zone d’ombra nella vita di un personaggio costantemente sotto i riflettori della vita pubblica. Ho visitato i luoghi simbolo della sua infanzia e della sua carriera. Ho seguito e approfondito ogni traccia, ogni indizio – alcuni, più di quanti sperassi, hanno solo portato ad altri punti interrogativi. Ho esaminato vecchia corrispondenza e pezzi di lettere scritti da Alice, registrazioni che ha inciso, articoli che ha scritto, e documenti che lei non avrebbe mai pensato potessero essere cercati da qualcuno. E sono entrato in contatto con le poche persone rimaste che l’hanno conosciuta, sperando che potessero fornirmi qualche informazione sui “Marble Mystery”.

Alla fine del lavoro di investigazione resta in me l’idea di una donna unica, rivoluzionaria e affascinante. Pensavo questo di lei già prima di scavare all’interno della sua vita. Alice Marble sarà anche misteriosa, ma non delude mai.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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Uno contro tutti: la seconda parte del regno di Sampras, Rios unico re senza corona

Nel triennio 1996-1998 Pete è meno dominante rispetto al passato ma si conferma N.1 del mondo seppur con vari intervalli. Rios prende il N.1 per sei sole settimane ma unico di questa rassegna senza titoli Slam

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Nel lungo regno di Pete Sampras, caratterizzato dal record di sei stagioni consecutive chiuse in vetta al ranking, si alterneranno sul trono altri tennisti, diversi dei quali non faranno quasi in tempo a rendersi conto dei loro privilegi che già saranno stati scalzati. Nella puntata precedente abbiamo raccontato dell’avvento (il primo, a cui ne seguiranno altri) di Andre Agassi e del blitz di Thomas Muster. È proprio con la vittoria dell’austriaco a Estoril e la successiva abidcazione che avevamo chiuso ed è da lì che riprendiamo il filo del racconto.

Pete apprende di essere tornato re nel viaggio tutto orientale tra Hong Kong e Tokyo. In Giappone Sampras festeggia conquistando il titolo ma la prima parte dell’estate porta solo tempesta. Le due sconfitte con Ulihrach e Kafelnikov a Dusseldorf vengono archiviate come rodaggio mentre la scalata alla montagna del Roland Garros passa attraverso vittorie sofferte ma significative contro due ex-campioni del torneo (Bruguera al secondo turno e Courier nei quarti, quest’ultimo battuto recuperando da 0-2) nonché l’amico Todd Martin (di nuovo al quinto). La semifinale è il suo miglior piazzamento in carriera nello Slam rosso e il sogno di mettere a segno il Career Slam si fa ogni giorno più concreto ma è di nuovo Yevgeny Kafelnikov a fermarlo, peraltro senza attenuanti (7-6 6-0 6-2).

Se Parigi rappresenta sempre una sfida, Wimbledon è da tre anni una certezza che viene però incrinata dalle due magiche settimane di Richard Krajicek. Talento e potenza in egual misura, l’olandese gioca una grande partita nei quarti e interrompe a quota 25 la striscia di vittorie consecutive ai Championships. Con un best-ranking in carriera di n.4 e un numero di infortuni da record, Krajicek avrà il privilegio di essere quello (tra i 33 che hanno chiuso la carriera in vantaggio negli head-to-head) che ha battuto Sampras più volte: ben 6 in 10 confronti.

Smaltite le delusioni europee, per il n.1 del mondo è il momento di tornare a salire. Sconfitto dallo svedese Enqvist nei quarti a Cincinnati, Sampras prepara al meglio gli US Open conquistando a Indianapolis il 41° titolo. A New York c’è spazio per un altro incontro che resterà nell’epica della carriera di Pete, quello che lo vede opposto nei quarti di finale allo spagnolo Alex Corretja. Fino a quel momento, fatta eccezione per i cinque set disputati contro Jiri Novak, il suo torneo è stato abbastanza tranquillo. Quel giorno, però, Corretja, pur lontano dall’amata terra, ha due marce in più. Sampras non sta benissimo ma a “peggiorare” il suo stato contribuisce l’iberico, che lo tiene sul campo per ore e gli strappa secondo e terzo set per 7-5 dopo aver perso il primo al tie-break. La solita afa newyorchese non aiuta Pete, che pure fa suo il quarto parziale per 6-4 prima di affidarsi al servizio per restare aggrappato alla partita e trascinarla al tie-break.

Nelle fasi iniziali del gioco decisivo, Sampras è costretto a fermarsi e vomita sul campo ma non vuole arrendersi e continua, arrivando a match-point sul 6-5. Qui Corretja lo costringe all’errore e con un dritto vincente si porta a sua volta a un solo punto dal match. Pete si piega sulle ginocchia ad ogni scambio e la disperazione gli consiglia di attaccare appena possibile; Corretja gli mette un insidioso rovescio in back che Sampras si toglie dalle stringhe e sul passante successivo dello spagnolo si allunga nella volee di dritto del pareggio (7-7). È evidente che l’americano non ce la fa più ma ha già preso un warning per perdita di tempo e tira la prima senza caricare il movimento; la palla esce e sulla seconda, aspettandosela debole, Corretja fa due passi dentro il campo per aggredire.

Tutto può aspettarsi, Alex, tranne un servizio che scheggia la linea laterale per schizzare lontano imprendibile; il pubblico non sta più nella pelle e adesso lo spagnolo, angosciato, vuole a tutti dare profondità alla sua battuta, per far colpire l’avversario senza dargli la possibilità di spingersi a rete. Ma la profondità è troppa e il doppio fallo lo mette in ginocchio, regalando la semifinale a Sampras. Mentre in campo Sampras non ha nemmeno la forza di esultare, lo fanno per lui in tribuna la fidanzata Delaina Mulcahy e Paul Annacone, che all’angolo del numero 1 ha preso il posto del povero Tim Gullikson. Passata la paura, Sampras si riprende e vince il torneo battendo in finale Chang in tre set.

 

Fatta eccezione per l’eliminazione al primo turno a Bercy, il finale di stagione di Pete è esaltante. Dopo il titolo a Basilea, Pete trova nel “vecchio” Boris Becker un avversario di grande spessore che lo batte in cinque set nella finale di Stoccarda e in due tie-break nel round-robin del Masters di Hannover. Qui però, proprio come accadde nel 1994, Sampras lo ritrova in finale e mette in bacheca la terza laurea da maestro imponendosi per 6-4 al quinto set in una delle più belle partite giocate nella storia della manifestazione.

Anno nuovo (il 1997), vita vecchia per il re Sampras che apre le ostilità mettendo a referto il nono titolo slam in quel di Melbourne. Nelle fasi centrali del torneo sono Dominik Hrbaty e Albert Costa a spingerlo fino al quinto set ma in realtà lo statunitense è in controllo per l’intera durata della manifestazione e l’atto conclusivo con il sorprendente Carlos Moya (l’altro spagnolo, insieme a Berasategui, ad aver giocato una finale Slam nell’Era Open senza essere testa di serie) è giusto una formalità. La fiducia del numero uno si esprime con altre due vittorie (a San Josè e Philadelphia) ma all’improvviso si smarrisce nel Double Sunshine: a Indian Wells si fa estromettere dal ceco Bohdan Ulihrach mentre a Miami incappa in un Bruguera eccellente anche lontano dalla terra rossa. Già numero 3 del mondo (in agosto 1994) e due volte campione al Roland Garros, il miglior risultato di Sergi sul duro rimane la finale persa contro Agassi ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996 ma in Florida lo spagnolo è in gran spolvero e si impone in tre set molto tirati per poi cedere in finale a Muster.

Sul rosso europeo, per Sampras le cose vanno ancora peggio: tre sconfitte consecutive (Monte Carlo, Roma e Dusseldorf) accompagnano l’americano al Roland Garros dove uno dei tanti svedesi che sembrano tutti uguali, Magnus Norman, lo elimina al terzo turno. Il passaggio all’erba prevede una tappa al Queen’s ma il rodaggio pre-Wimbledon non è di quelli sperati dal leader del ranking, che batte Frana al debutto, salta il secondo turno per il forfait di Brett Steven e nei quarti cade vittima di uno dei pochi svedesi che amano l’erba, Jonas Bjorkman. A Wimbledon, dove per la prima volta in quattro anni Pete non difende il titolo, Sampras non incontra nessun avversario tra i primi 15 del mondo e i due a impensierirlo maggiormente sono Korda negli ottavi e Becker nei quarti, contro i quali perde gli unici tre set del suo torneo (tutti al tie-break, due il ceco e uno il tedesco) prima di dominare sia Woodbridge che Pioline.

Il decimo Slam restituisce il sorriso al campione statunitense che a Cincinnati, alla ripresa, spazza via la concorrenza mentre a Indianapolis conferma di soffrire il gioco di Larsson; lo svedese piazza diciotto ace e nel tie-break del terzo set si porta sul 6-0 prima di vedersi annullare cinque match-point e prevalere solo al sesto, quando la paura sembrava averlo attanagliato. I primi tre turni agli US Open scivolano via senza patemi ma agli ottavi sbatte contro un giocatore in grado di creargli più di un grattacapo: Petr Korda. Pur essendo in svantaggio negli H2H per 11-4, il ceco si è già reso protagonista di tre grandi partite contro Sampras terminate al quinto set: la vittoriosa semifinale della Grand Slam Cup ’93, la finale di Indian Wells dell’anno dopo e il già menzionato ottavo a Wimbledon qualche settimana addietro. A Flushing Meadows la storia si ripete e la conclusione non può che essere al tie-break decisivo, dopo che Sampras è stato avanti di un break (3-0) all’inizio del quinto set. Qui il mancino ceco si dimostra più freddo e il numero uno mondiale vede sfumare così la possibilità di centrare il tris consecutivo nello Slam di casa, dopo esserci riuscito invece a Wimbledon.

Prima di chiudere la stagione giocando sotto un tetto, Pete è protagonista nella vittoriosa semifinale di Davis Cup; a Washington, contro l’Australia di Rafter, Philippoussis e dei “Woodies”, gli Stati Uniti chiudono in vantaggio 2-0 la prima giornata e, dopo aver perso il doppio, è proprio Sampras a dare il punto decisivo al suo team imponendosi in quattro set al neo-campione degli US Open Patrick Rafter. Approdato in Europa, il n.1 del mondo fa (quasi) un sol boccone dei tornei indoor a cui partecipa: oltre alla prestigiosa, nonché unica nella storia, doppietta dei due Masters (a Monaco la Grand Slam Cup battendo di nuovo Rafter in finale e ad Hannover l’ATP World Tour Championship, conquistato nonostante il passo falso iniziale contro Moya e imponendosi in finale a Kafelnikov) Sampras vince anche a Parigi-Bercy e l’unico a causargli un dispiacere è la bestia nera Krajicek, che gli rifila un doppio 6-4 al terzo turno di Stoccarda.

Soddisfatto ma logorato nel fisico, il campione americano vola a Goteborg dove la Svezia attende gli USA per la finale di Coppa Davis. Allo Scandinavium si gioca sul taraflex e la mossa dei padroni di casa si rivela azzeccata: Jonas Bjorkman, che sta attraversando il momento migliore della sua carriera da singolarista, porta in dote il punto iniziale battendo Chang e nel secondo singolare un infortunio al polpaccio costringe Sampras al ritiro all’inizio del terzo set contro Larsson. Il giorno dopo la Svezia si aggiudica il doppio e festeggia anzitempo la conquista della sua sesta insalatiera d’argento.

Nell’Era Open, due mancini in finale agli Australian Open c’erano stati solo ventun anni prima, quando Vilas aveva sconfitto Tanner nella prima delle due edizioni disputate nel 1977. Il 1998 del grande tennis inizia dunque con il sorprendente successo di Petr Korda su Marcelo Rios a Melbourne. Mentre il ceco avrà quell’anno grossi problemi con la giustizia sportiva e verrà squalificato per un anno dopo essere risultato positivo a un controllo antidoping a Wimbledon, il bizzoso ed eclettico cileno meriterà i titoli in prima pagina per il suo redditizio blitz “coast-to-coast” tra la California e la Florida.

Ma, prima di incensare Rios, facciamo un passo indietro e torniamo a Sampras, sconfitto a Melbourne nei quarti da Karol Kucera e in finale a San Josè dal n.71 del mondo, un connazionale che sta faticosamente riemergendo dalle tenebre: Andre Agassi. A Philadelphia, finalmente, Pete torna al successo ma nel Sunshine Double rimedia due brutte battute d’arresto contro Muster e Wayne Ferreira. Quest’ultima, in particolare, brucia perché Sampras non capitalizza due match-point nel tie-break del secondo set (il secondo con un doppio fallo) e finisce per cedere al sudafricano 0-6 7-6 6-3 sul centrale di Crandon Park a Miami.

Di per sé, le sconfitte dello statunitense non avrebbero effetti collaterali se nel frattempo Marcelo Rios non mettesse a segno l’impresa di alzare il trofeo sia a Indian Wells (battendo Rusedski in finale) che a Key Biscayne (contro Agassi). Il cileno è il quarto nella storia ad alzare i due trofei nello stesso anno (ci sono già riusciti Courier nel ’91, Chang l’anno dopo e Sampras nel 1994) e i punti guadagnati lo fanno diventare, il 30 marzo 1998, il 14° numero 1 della storia. Nelle sue prime quattro settimane da leader, Rios giocherà un solo incontro (in Davis, battendo l’argentino Hernan Gumy) perché le storture del sistema che determina il ranking riconsegnano il trono a Sampras, nonostante Pete abbia subìto una batosta tremenda al secondo turno di Monte Carlo per mano del magico Fabrice Santoro (doppio 6-1).

L’americano rimedia alla figuraccia volando ad Atlanta per conquistare il suo terzo – e ultimo – titolo in carriera sulla terra rossa ma al ritorno in Europa lo attendono nuovi contrattempi: giustificabile quello di Roma, dove perde con Chang nei quarti, assai meno quello del Roland Garros, dove a eliminarlo al secondo turno è il paraguaiano Ramon Delgado. Il sudamericano, n.97 del ranking, chiuderà la carriera con una sola finale ATP (persa a Bogoità) e un record di 2-21 nei confronti dei Top-10 (l’altro successo lo otterrà al primo turno degli US Open 2003 contro Grosjean) ma il suo mercoledì da leone a Parigi resterà per sempre: 7-6 6-3 6-4 e per Pete è l’ennesima bocciatura nell’unico Slam che manca al suo palmares.

Nemmeno l’erba del Queen’s è amica di Sampras, vittima dell’australiano Woodforde, ma a Wimbledon il giardiniere vuole affiancarsi a Borg nel numero dei titoli e la quinta coppa arriva dopo una sofferta finale contro Goran Ivanisevic. Mentre Pete torna negli States per preparare l’estate sul duro, Rios resta in Europa e i punti ottenuti sulla terra lo riportano in vetta al ranking il 10 agosto, data di inizio del torneo di Cincinnati. In Ohio il cileno perde subito con Vacek mentre a Indianapolis le cose vanno appena meglio ma la vittoria all’esordio su Bob Bryan non basta: nel turno seguente Rios perde con Byron Black e la sua breve esperienza sul trono si chiude lì. Sei settimane e appena quattro incontri fanno di Marcelo una meteora in questa rassegna, così come non depone a suo favore il primato di essere – ancora oggi – l’unico tra i 26 numeri 1 a non aver mai vinto un titolo dello Slam in carriera.

Nella prossima puntata chiuderemo il discorso relativo a Pete Sampras e ci spingeremo fino alle soglie del nuovo millennio.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – QUINDICESIMA PARTE

1997SAMPRAS, PETEULIHRACH, BOHDAN67 57INDIAN WELLSH
1997SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI75 67 46MIAMIH
1997SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS63 26 36MONTE CARLOC
1997SAMPRAS, PETECOURIER, JIM67 46ROMAC
1997SAMPRAS, PETEPHILIPPOUSSIS, MARK64 46 10 RIT.WORLD TEAM CUPC
1997SAMPRAS, PETENORMAN, MAGNUS26 46 62 46ROLAND GARROSC
1997SAMPRAS, PETEBJORKMAN, JONAS63 36 46QUEEN’SG
1997SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS67 64 67INDIANAPOLISH
1997SAMPRAS, PETEKORDA, PETR76 57 67 63 67US OPENH
1997SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD46 46STOCCARDA INDOORS
1997SAMPRAS, PETEMOYA, CARLOS36 76 26MASTERS H
1997SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS63 67 12 RIT.DAVIS CUPS
1998SAMPRAS, PETEKUCERA, KAROL46 26 76 36AUSTRALIAN OPENH
1998SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE26 46SAN JOSEH
1998SAMPRAS, PETEMUSTER, THOMAS57 36INDIAN WELLSH
1998SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE60 67 36MIAMIH
1998SAMPRAS, PETECHANG, MICHAEL26 67ROMAC
1998SAMPRAS, PETEDELGADO, RAMON67 36 46ROLAND GARROSC
1998SAMPRAS, PETEWOODFORDE, MARK36 26QUEEN’SG
1998SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE76 16 26CANADA OPENH
1998RIOS, MARCELOVACEK, DANIEL36 26CINCINNATIH
1998RIOS, MARCELOBLACK, BYRON75 16 57INDIANAPOLISH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
Uno contro tutti: Lendl
Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
Uno contro tutti: Mats Wilander
Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier
Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras

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Racconti

Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi introduciamo il dodicesimo e il tredicesimo, Andre Agassi e Thomas Muster, saliti in vetta rispettivamente nel 1995 e nel 1996

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Sono statunitensi i due migliori tennisti del mondo all’inizio del 1995 e sono ai due estremi del tabellone del primo Slam stagionale, gli Australian Open. Pete Sampras difende il titolo conquistato l’anno precedente mentre Andre Agassi può solo guadagnare punti in quanto il suo ’94 era iniziato in febbraio. Il numero uno del mondo supera tranquillamente i primi due turni ma, dopo l’allenamento che precede la sfida dei sedicesimi con Lars Jonsson, Tim Gullikson (il suo coach) accusa un malore. In un primo momento non sembra nulla di serio ma con il passare dei giorni la situazione peggiora e Tim è costretto a lasciare l’Australia per tornare a Chicago.

Aiutato nell’occasione da Paul Annacone, Sampras accusa il colpo ma sa che deve lottare per sé e per Tim. Arrivano così due rimonte consecutive da 0-2, contro il solito Magnus Larsson e contro l’amico Jim Courier nei quarti, in un sfida in cui Pete non riesce a trattenere lacrime di commozione. In semifinale Sampras è di nuovo costretto a risalire la china ma stavolta Chang gli sottrae solo il parziale d’apertura; in finale però il nuovo Agassi guidato da Brad Gilbert ha qualcosa in più e lo batte in quattro set.

Nonostante i moltissimi punti da difendere, fino al “Sunshine Double” Sampras riesce a tenere dietro di sé Agassi nel ranking. Pete perde in semifinale a Memphis con Todd Martin mentre a Philadelphia, non senza curiosità, a eliminarlo è l’olandese Paul Haarhuis, a un anno di distanza dall’analoga impresa riuscita dal partner di doppio Jacco Eltingh. I primi due si ritrovano di fronte nelle finali di Indian Wells e Key Biscayne dividendosi la posta (Andre trionfa in Florida dopo aver perso in California) e dalla stessa parte della rete nella trasferta di Palermo valida per i quarti di finale della Coppa Davis.

A quel punto Sampras sceglie il riposo e il 10 aprile Agassi diventa il dodicesimo leader ATP della storia, debuttando a Tokyo con una vittoria agevole contro il connazionale Tommy Ho. In Giappone, Andre perde in finale con Courier e di nuovo da un connazionale – Chang – perde l’ultimo atto sulla terra di Atlanta. Per poter archiviare il primo titolo da n°1, l’ex kid di Las Vegas dovrà attendere nientemeno che il 23 luglio a Washington; nel frattempo, ha dovuto arrendersi a Bruguera e Kafelnikov sulla terra di Amburgo e Parigi mentre a Wimbledon ha raggiunto le semifinali, vittima di Becker.

Sul cemento di casa, Agassi si trasforma e arriva a Flushing Meadows forte di un poker che ne evidenzia l’ottima condizione e ne accresce la fiducia, visto che a cadere al suo cospetto sono – tra gli altri – proprio Sampras (negli Open del Canada a Montreal) e Chang (a Cincinnati). Oltre a Washington e i due “Super 9”, Andre chiude la quaterna a New Haven e si presenta agli US Open da favorito per difendere il titolo conquistato l’anno precedente. Le fatiche estive iniziano però a farsi sentire fin dal secondo turno, quando lo spagnolo Alex Corretja lo fa tremare portandosi sul 2-1 prima di subire la reazione di Agassi che gli lascia appena due giochi negli ultimi set.

Sul binario parallelo, nemmeno Sampras viaggia in prima classe e sia l’australiano Philippoussis (al terzo turno) che il solito Courier (in semifinale) lo mettono alle strette. Tuttavia, la finale annunciata tra i primi due tennisti del mondo viene rispettata anche se i bookmakers verranno smentiti. La stanchezza accumulata nella durissima semifinale con Becker e un malanno al costato non mettono Agassi nella condizione di opporre adeguata resistenza a un Sampras invece tirato a lucido e desideroso di riscatto: Pete vince 6-4 6-3 4-6 7-5 e torna a rivedere le stelle che illuminano la vetta mondiale ma per scalzare l’amico-nemico dovrà attendere ancora due mesi.

 

Demotivato e acciaccato, Agassi si limita a giocare in Davis contro la Svezia e – un mese più tardi – si presenta a Essen dove viene fermato da MaliVai Washington: le sue prime trenta settimane da re finiscono in Germania mentre inizia un declino che sembra inarrestabile. Sembra solo però. Ad approfittarne, ovviamente, è di nuovo Sampras che festeggia con il 36° titolo in carriera (ottenuto a Bercy) il ritorno in vetta anche se alla Festhalle di Francoforte, dove si gioca per l’ultima volta il Masters prima del trasferimento ad Hannover, sono altri a fare festa. Il n.1 perde un match nel round-robin (con Ferreira) che lo spedisce contro un avversario che non lo batte da tre anni e mezzo e sei incontri: Michael Chang. Ma il più giovane campione Slam della storia ha buona memoria e si ricorda che, a inizio carriera, era sempre lui a uscire vittorioso dagli head-to-head con Pete; così, sbagliando pochissimo, “Michelino” si impone con un doppio 6-4 e conquista la sua prima e unica finale al Masters, dove perderà con il beniamino di casa Boris Becker.

Prima di chiudere la terza stagione consecutiva in vetta al ranking, Sampras è il primattore della finale di Davis che gli statunitensi giocano sulla terra rossa dello Stadio Olimpico di Mosca; dopo il sofferto debutto contro Chesnokov (battuto solo 6-4 al quinto), Pete domina il doppio in compagnia di Todd Martin e infine ottiene il terzo e decisivo punto contro Kafelnikov. Per Sampras è la seconda insalatiera dopo quella del 1992, la prima però da protagonista assoluto: sette gli incontri disputati tra singolare e doppio e altrettante vittorie. Stanco e appagato, Pete scende in campo anche nella Grand Slam Cup ma, dopo aver battuto al primo turno Patrick McEnroe, dà forfait nei quarti dove avrebbe dovuto affrontare Goran Ivanisevic.

Un anno prima, il 12 febbraio 1995, Thomas Muster era il diciottesimo tennista del ranking e a Dubai aveva appena perso dal n.526 mondiale. Certo, anche se decaduto, Pat Cash sul fondo rapido dell’emirato poteva sempre dire la sua contro un giocatore che costruiva le sue fortune quasi esclusivamente sulla terra rossa. Del resto, i numeri fotografavano al meglio la realtà del mancino di Leibnitz: dei 23 titoli conquistati in carriera, solo uno (Adelaide 1990) era arrivato lontano dal rosso. Certo, tra le 7 finali perse si annoveravano anche le due sul tappeto di Vienna e, soprattutto, quella non giocata nel 1989 a Key Biscayne contro Lendl, il tutto grazie all’eccesso di alcool nel corpo di tal Robert Norman Sobie, un 37enne che – alla guida di una Lincoln Continental – che aveva urtato violentemente l’automobile che stava trasportando l’austriaco; dopo un volo di diversi metri, Muster si era trovato con il ginocchio sinistro a pezzi e buone probabilità di non poter mai più giocare a tennis.

Thomas Muster e la dura sfida di tornare in campo dopo il grave infortunio

Invece, allenandosi anche con la gamba ingessata, Muster aveva reagito ed era tornato più forte e determinato di prima. Ecco perché non poteva essere preoccupato per quella sconfitta con Cash o per quella successiva con Larsson; perché anche quell’anno stava arrivando la terra e lì Thomas si sarebbe dimostrato quasi imbattibile, con un bilancio finale di 65 vittorie (sì, avete letto bene) e appena 2 sconfitte (entrambe in montagna, con Corretja a Gstaad e con Albert Costa a Kitzbuhel). Eppure, anche se la terra lo aveva portato al terzo posto del ranking, era stato il dodicesimo titolo a fare la differenza, quello ottenuto nell’Eurocard Open di Essen – appartenente alla categoria degli attuali Masters 1000 – battendo Sampras in semifinale. Sul sintetico.

Detto ciò, non era per niente prevedibile che Thomas Muster, approfittando anche della brutta china presa da Agassi, potesse diventare numero 1 del mondo. Invece, dal 12 febbraio al 13 aprile l’austriaco si siede sul trono. Da primo della classe, il calendario gli propone una nuova amarezza a Dubai (dove a batterlo è il non meno sfortunato Sandon Stolle, n.161 ATP) e altre due sconfitte a Indian Wells (Voinea) e Miami (Nicolas Pereira) ma anche la soddisfazione di giocare e vincere un torneo sulla terra, a Estoril. Muster sarà il primo di cinque nuovi numeri 1 che disturberanno con qualche notte insonne il lungo regno di Pete Sampras. In tutto, nell’arco di oltre tre anni, queste effimere falene sapranno ritagliarsi uno spicchio di immortalità pur nella complessiva caducità dei loro voli, che sommeranno appena 21 settimane complessive. Ma entreremo nel dettaglio di questo triennio nella prossima puntata.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – QUATTORDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1995SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE64 16 67 46AUSTRALIAN OPENH
1995SAMPRAS, PETEMARTIN, TODD64 67 46MEMPHISH
1995SAMPRAS, PETEHAARHUIS, PAUL46 46FILADELFIAS
1995SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE63 26 67MIAMIH
1995AGASSI, ANDRECOURIER, JIM46 36TOKYOH
1995AGASSI, ANDRECHANG, MICHAEL26 76 46ATLANTA  C
1995AGASSI, ANDREBRUGUERA, SERGI36 16AMBURGOC
1995AGASSI, ANDREKAFELNIKOV, YEVGENY46 36 57ROLAND GARROSC
1995AGASSI, ANDREBECKER, BORIS62 67 46 67WIMBLEDONG
1995AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE46 36 64 57US OPENH
1995AGASSI, ANDREWASHINGTON, MALIVAI64 16 16ESSENS
1995SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE67 64 36MASTERS S
1995SAMPRAS, PETECHANG, MICHAEL46 46MASTERS S
1996SAMPRAS, PETEPHILIPPOUSSIS, MARK46 67 67AUSTRALIAN OPENH
1996MUSTER, THOMASSTOLLE, SANDON16 63 67DUBAIH
1996MUSTER, THOMASVOINEA, ADRIAN36 57INDIAN WELLSH
1996MUSTER, THOMASPEREIRA, NICOLAS67 46MIAMIH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
Uno contro tutti: Lendl
Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
Uno contro tutti: Mats Wilander
Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier
Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras

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