I re del Roland Garros: l’ineluttabile 5 giugno di Mats Wilander

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I re del Roland Garros: l’ineluttabile 5 giugno di Mats Wilander

La finale del Roland Garros 1988 è da molti considerata la partita perfetta di Mats

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C’è stato un giorno nella vita di Mats Wilander in cui tutto gli riuscì alla perfezione. Si alzò al mattino in una grande capitale europea e fece colazione insieme a Sonya Mulholland, fotomodella sudafricana sposata appena un anno prima. Non sappiamo cosa mangiò, né se la colazione si protrasse a lungo. Neppure sappiamo se Wilander si perse negli occhi della bella Sonya. Quel che sappiamo è che con lei tardò al check-in di un volo già prenotato per New York. Che strani i casi della vita: un regolarista che non era mai arrivato in ritardo a colpire una sola palla da tennis in carriera, fece tardi all’aeroporto e perse un aereo. In cambio ebbe salva la vita.

Era il 21 dicembre 1988 e quel volo, il Pan Am 103 decollato da Londra, esplose sopra i cieli di Lockerbie in Scozia, uccidendo 270 persone, che dovevano essere 272. Alcuni morirono in volo, altri all’impatto col terreno. Altri ancora, gli incolpevoli cittadini di Lockerbie (ma chi aveva colpe quel giorno?), investiti nelle loro case da una “palla di fuoco” e dall’enorme fusoliera con ancora le ali agganciate. Qualunque sarebbe stata la sua specifica sorte a bordo di quell’aeroplano, come negare che fu quello il giorno migliore nella vita di Mats?

In realtà altri sostengono che non fu così, e che la palma di giorno della vita il fuoriclasse svedese debba assegnarla al 5 giugno dello stesso anno. In quella data Wilander giocò la sua ultima finale al Roland Garros, quella che alcuni definiscono la sua partita perfetta.

 

È un’opinione comprensibile. Noi conosciamo Mats Wilander solo perché è stato (ex aequo) il tennista più vincente negli Slam degli anni ’80, l’unico di quell’epoca a vincere tornei dello Slam su tre superfici differenti (e non solo per il colore, come è oggi). Per noi è stato un grande tennista, come oggi è un commentatore mai banale, alle volte bastiancontrario, che non eccelle particolarmente nei pronostici. Se fosse stato invece solo un cittadino svedese molto fortunato, sul suo perfect day non ci sarebbe alcun dubbio.

Quel 5 giugno 1988 i dubbi invece c’erano e insieme alle nuvole di Parigi, aleggiavano sui riccioli biondi di Mats. Lo svedese si era issato alla finale di quella edizione degli Internazionali di Francia non proprio con il percorso netto da dominatore. Inopinatamente prossimo alla sconfitta contro Slobodan Zivojinovic in terzo turno, costretto ancora al quinto set in semifinale per domare l’astro nascente Agassi, affrontava per la seconda volta in una finale parigina un idolo di casa. La prima volta, cinque anni prima, mal gliene aveva colto, dominato da Yannick Noah.

Ora gli toccava Henri Leconte, giocatore che a Noah assomigliava per estro. Attaccante come Noah, ma di quella razza oggi scomparsa che preferiva farlo sulla lenta terra battuta (qualcuno si ricorda di un tale Adriano Panatta?). Talento immenso, braccio sinistro letteralmente capace di tutto: di far innamorare chi scrive del gioco del tennis, ma anche di portare cibo in eccesso e qualche calice di Borgogna di troppo alla bocca. Leconte viaggiava sulle ali di una tiepida infatuazione parigina in quel giugno così simile a un ottobre. Aveva eliminato Becker nella più bella partita del torneo, superato Chesnokov in una strana partita in cui sembrava che i due in campo giocassero sport differenti. Svensson in semifinale si scansò quasi, eppure Parigi riservava a Leconte un amore tiepido, estetico, apollineo.

Non si poteva non apprezzare la bellezza del tennis di “Riton”, né restare indifferenti ai suoi alti e bassi, così capaci di fare breccia nei cuori più materni. Ma Henri Leconte, a differenza di Noah, era troppo tipicamente francese, nei pregi e nei difetti. Non aveva quel sapore esotico e cosmopolita che aveva il gemello nero Noah. La Francia avrebbe anche potuto amare Henri ed il suo tennis, ma Parigi non è Francia, Parigi è Parigi, e per farsi amare occorre stupirla.

Wilander era invece un libro scritto, del quale si sapeva tutto e dal quale non ci si attendeva nulla di nuovo. Di conseguenza qualcuno, non pochi in verità, pensarono che il tennis estemporaneo e offensivo del mancino francese, come quello di Noah cinque anni prima, avrebbe destabilizzato Mats. Si sa, la madre degli ottimisti è sempre incinta, parafrasando i latini.

Qui in alto trovate l’intera riproposizione della partita. Se amate i finali scontati, ebbene, è lo spettacolo che fa per voi. Wilander scese in campo non solo come un libro scritto, ma anche come uno che i libri li aveva letti. Sun-Tsu, Confucio, o forse gli era bastato leggere in tivù da ragazzo le partite di Borg. Scese in campo con un piano tattico semplice, ma installato in una mente impermeabile al caos, capace costantemente di attingere alla strategia eletta, senza che il match, il vento, il pubblico, l’avversario potessero distrarlo. Dall’altra parte c’era Leconte, che era un fascio di nervi, un innamorato che trema per l’emozione e che per questo è condannato a non farsi mai amare.

Due ore di partita, con l’andamento che sembra tratto dall’epica classica del nostro sport. L’avventuroso attaccante che va avanti nel primo set e va a servire sul 5-4 in suo favore. Il pubblico di Parigi che si guarda intorno per condividere lo stupore e la meraviglia, alla ricerca di un sorso di Perrier che sgrassi l’ugola per l’imminente “marsigliese”.

Poi, nel momento della verità, arrivò un game sottotono di Leconte. Proprio quello che doveva dargli il set. Wilander, che in quei 40 minuti non aveva ceduto nulla di suo, non alzò il ritmo, né tentò cose nuove. Mats attese, cosa che gli innamorati non sanno fare, finché Leconte non sbagliò una facile volée di rovescio di un metro e perse il game. Quel che poteva essere un romanzo d’appendice divenne un verso di Baudelaire. L’albatro Henri si posò sulla terra battuta, le ali gigantesche a minarne il cammino. Il 5 giugno tornò ad esservi semplicemente una partita di tennis, e se solo una partita di tennis doveva essere, il francese doveva imperativamente sgretolarsi per fare posto alla realtà, sotto il peso di una coscienza ingombrante. Il giudice di sedia nell’annunciare il contro-break disse soltanto “Jeu Wilander”, ma avrebbe benissimo potuto aggiungere “set e match”: nessuno avrebbe protestato. Leconte avrebbe stretto tra le mani soltanto altri tre giochi, così simili a tre bicchieri d’assenzio. Wilander tutto il resto, compreso il trofeo.

La partita di Wilander stritolò quella di Leconte ma non indispose il pubblico parigino. Paradossalmente lo svedese era stato più fischiato quando, appena diciassettenne, batté Vilas nel 1982, al termine di una finale fatta di pallonetti e scambi soporiferi. Quel 5 giugno, invece, il pubblico parigino, apprezzò la inattaccabile solidità del numero due del mondo, l’assoluta perfezione ingegneristica del suo gioco. E forse, apprezzò un poco anche la lezione impartita a quel proprio connazionale troppo emotivo, inaffidabile e mediterraneo.

Sarebbe stato il secondo Slam vinto su due giocati nel 1988 per Mats Wilander. Metà Grande Slam, sarebbe riaccaduto solo 28 anni dopo a Djokovic. A fine stagione sarebbe stato numero uno del mondo, ma non servì settembre e la vittoria anche agli US Open per farci comprendere cosa il 23enne di Vaxjo aveva fatto quel giorno. Il suo gioco privo di circoletti rossi, di highlights da copertina, poco gettonato dai nostalgici su YouTube, si era mimetizzato sotto le luci sfavillanti degli estemporanei colpi di Leconte. Guardando le statistiche di fine incontro, in tempi in cui le grafiche non erano frequenti e internet un’idea di Dio, si comprese che Mats aveva prodotto una delle prestazioni più incredibili della storia del tennis.

Mats Wilander

Su 72 punti giocati nei suoi turni di battuta, Wilander aveva messo in campo per 70 volte il primo servizio. Per chi ama i numeri la percentuale di prime palle in campo fu pari al 97%. E giusto per non far credere a chi non c’era che avesse servito da sotto, un ace pure riuscì ad infilarlo. Si pensò persino che le statistiche fossero sbagliate. Ai lettori, tutti amanti del tennis, il compitino di comprendere cosa abbia significato, nell’economica della partita, quella percentuale bulgara di prime palle in campo.

Qui si suggerisce solo quanto ciò possa avere spaesato Leconte, come si sia sentito il francese a dover affrontare per due ore un destino sempre uguale, punto dopo punto, un giorno della marmotta tennistico, frustrato nella speranza di un aiuto, di un cedimento, incapace di sottostare con la mente alla routine, all’efficiente monotonia di Mats Wilander. Quel giorno Mats fu ineluttabile. Non c’è aggettivo migliore che descriva la sua prova. Lui che sapeva anche fare altro, che non era solo uomo incollato al fondo del campo, scelse di esserlo perché quella era la strada da seguire. Un esercizio mentale perfetto, di ferrea volontà, per la partita perfetta.

Ineluttabile. Nel dizionario della lingua italiana si legge: Contro cui non si può lottare, imposto da una tragica e fatale necessità. Nel dizionario tennistico si legge: “Come Mats Wilander il 5 giugno 1988”. Null’altro è noto di ineluttabile, se non la morte. Entrambi ineluttabili, il tristo mietitore e quel tale che stritolò Henri Leconte, quel Mats Wilander che alla morte è riuscito persino a sfuggire, scappando via da un aereo esploso in cielo, trattenendosi a colazione con Sonya mentre era comodamente assiso sul trono del tennis mondiale. Impresa facile, direte voi, un gioco da ragazzi, se con la nera signora si arriva ad avere qualcosa in comune.


Re e Regine del Roland Garros

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Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

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Flash

La volta in cui Stefanos Tsitsipas ha rischiato di morire

Parlando con la BBC, il tennista greco ha raccontato un episodio spiacevole occorsogli nel 2016, e di come il padre l’abbia salvato

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Stefanos e Apostolos Tsitsipas - Australian Open 2021 (Mohammed 4K Photos)

TSITSIPAS vs MEDVEDEV – ORE 9:30

Stefanos Tsitsipas si è qualificato per la terza semifinale Slam della sua carriera, dopo quella sempre qui a Melbourne nel 2019 (vs Nadal) e a Parigi nel 2020 (vs Djokovic). Per la prima volta potrà giocarsi le sue chance contro un giocatore diverso da un Fab 3, Daniil Medvedev, per quanto in fortissima ascesa e in netto vantaggio nei precedenti (5-1 il bilancio). Per riuscirci ha dovuto compiere un’impresa contro Rafael Nadal. Ma la storia raccontata in questo articolo riguarda un episodio accaduto cinque anni fa, poco conosciuto dai media e raccontato da un articolo della BBC.


Qui l’articolo originale

Quando Stefanos Tsitsipas è arrivato a Melbourne per l’Australian Open, nel suo bagaglio era stipato anche un legame con il passato. Un oggetto semplice – una maglietta recante una scritta: URSS 1956 – che però aiuta a illustrare qualcosa riguardo alla personalità di uno dei talenti più interessanti nel mondo del tennis.

 

Nel 1956, il nonno materno di Stefanos, Sergei Salkinov, divenne campione olimpico a Melbourne, giocando come attaccante nella squadra di calcio dell’Unione Sovietica. 65 anni più tardi, il ventiduenne nipote greco che Sergei non ha mai conosciuto compete per la prima vittoria Slam nella stessa città.

La famiglia è fondamentale per Tsitsipas, e così pure lo è l’Australian Open, il torneo nel quale per la prima volta ha mostrato tutto il proprio potenziale sconfiggendo il suo idolo Roger Federer in una cavalcata che lo avrebbe portato alle semifinali, nel 2019. Da allora, Stefanos ha vinto 4 titoli ATP, incluse le ATP Finals del 2019, ed è sesto nel ranking mondiale.

Visto come un erede naturale dell’attuale generazione di campioni, oltre a essere una meraviglia per gli occhi, è una presenza fresca e nuova sia dentro che fuori dal campo. Ma il greco nasconde un lato inaspettato. Nonostante l’immagine sicura ostentata oggi, per lungo tempo il giovane ha dovuto fare i conti con una estrema timidezza e con i postumi di una esperienza che gli è quasi costata la vita, che egli stesso afferma condizionarlo ancora.

La prima parte della storia di Tsisipas è abbastanza banale, per gli standard del mondo del tennis. Inizia a giocare molto giovane, assistito da genitori con esperienza nello sport. Da una parte la madre Julia Apostoli, ella stessa giocatrice professionista, dall’altra il marito Apostolos, maestro di Tennis nella periferia di Atene. “Mia madre era anche la mia allenatrice quando ero più giovane, mi ha insegnato molto, comprese la disciplina, la generosità e la gentilezza”, racconta Stefanos a BBC Sport. “Anche mio padre ha avuto una grossa influenza su di me, e ce l’ha tuttora. Mi ha aiutato a sviluppare il mio gioco. La sua guida e i suoi consigli mi hanno aiutato a maturare”.

Il giovane Tsitsipas era talentuoso, amava giocare e grazie a questo ha raggiunto un successo significativo fin dalla più tenera età – è stato infatti numero uno del ranking juniores. All’età di 16 anni ha cominciato ad allenarsi in un’Academy francese gestita da Patrick Mouratoglou, l’allenatore di Serena Williams. Tuttavia, nella sua storia ci sono alcuni dettagli unici, e almeno uno di questi è particolarmente degno di nota.

Nell’ottobre del 2016, mentre nuotava vicino alle coste di Creta, Tsisipas e un amico sono quasi annegati dopo essere stati sbalzati in mare aperto da una pericolosa corrente improvvisa. Nessuno dei due aveva idea di cosa stesse succedendo. Entrambi cercarono di combattere contro la corrente, con l’unico risultato di esaurire presto le energie. Tsitsipas ha raccontato l’orrore di questa vicenda in un video di nove minuti, fortemente evocativo, nel quale ha descritto con dovizia di particolari il terrore provato durante quella esperienza, di come si sentisse impotente durante quei momenti, e di come abbia dovuto affrontare e accettare il pensiero di non farcela, il tutto mentre alcune immagini della propria infanzia gli balenavano alla mente, incontrollate.

Per chi conosce l’inglese, il video è questo

Oggi riflette su come quell’incidente lo abbia cambiato e maturato – aveva compiuto 18 anni solo due mesi prima di quella vicenda – e come lo abbia fatto sentire, da allora in poi, “senza paura” – lo chiama “il giorno in cui avrei dovuto perdere la vita”.

Fu Apostolos a salvare entrambi i giovani. Nuotò verso di loro e in qualche modo riuscì a trarli in salvo. “Quello che accadde fu il risultato di un automatismo insito in tutti gli esseri umani, in particolare in quelli che sono genitori – spiega Apostolos – quando quel meccanismo si attiva, come successe quel giorno, anche i miracoli diventano possibili. Condizione essenziale per cui cose come quella accadano è la fede incondizionata in ciò che stiamo facendo e in ciò che amiamo. Quello che è successo è la conferma della fede e dell’amore che abbiamo l’uno per l’altro, e del fatto che i sacrifici che facciamo non sono vani”.

Nel video su YouTube, Tsitsipas dice di suo padre: “Se avessimo perso la vita quel giorno, avremmo dovuto farlo insieme. È stato un eroe. Quello è stato il giorno in cui ho messo le cose in una diversa prospettiva. Ricordo quanto, a partire da quel momento, sono cambiato psicologicamente”.

Tsitsipas ora si vede come una persona che “comprende la vita in maniera migliore, una persona che prende decisioni migliori”. Una parte di questo processo è stato influenzato da tutto ciò che è successo l’anno passato. “All’inizio del 2020 mi sentivo perso – racconta – non avevo mai affrontato qualcosa di simile a questa pandemia, trovandomi costretto a rimanere lontano dalle competizioni e segregato in casa senza potermi muovere. Ma l’ho vista come un’opportunità per provare cose nuove ed espandere i miei orizzonti, cosa di cui sono molto grato. Mi ha dato tempo per riflettere, per vedere le cose da un punto di vista diverso. Sono maturato molto emozionalmente e mentalmente”.

Questo sviluppo si può notare non solo sul campo, ma anche nei video che pubblica su Youtube, nelle fotografie o nei podcast. Tsitsipas esplora diversi modi di esprimersi. “Per me è un modo di vivere il momento. Mi trasmette molta libertà. Mi sento come se fossi nel mio spazio personale, il mio mondo. È una scappatoia dal mondo del tennis, un hobby che potrebbe portare anche ad un secondo lavoro, un giorno”, racconta.

Crescendo, tuttavia, Stefanos era molto timido, bullizzato dai compagni di scuola. “Non era facile per me approcciarmi alle persone – esordisce Stefanos – ero un buon osservatore e un buon ascoltatore. Ero curioso, molto curioso di sentire quello che la gente aveva da dire, e imparavo dalle persone. Ero molto tranquillo anche in famiglia, sempre in disparte ad osservare il mondo”.

Quella particolarità del suo carattere fu notata anche da Mouratoglou, nel sud della Francia. Il coach francese rappresenta qualcosa di simile a uno spirito affine, da questo punto di vista, avendo vissuto a sua volta una fanciullezza caratterizzata dal carattere timido. Stefanos ha costruito il proprio mondo interiore – racconta Mouratoglou, il quale assieme ad Apostolos allena Tsisipas ancora oggi – all’inizio, quando è arrivato nel 2015, aveva un carattere molto introverso. Era solito stare in famiglia, lontano dagli altri. Di solito, quando le persone non mostrano le proprie emozioni, costruiscono un mondo interiore solido. In seguito ha compreso che io e lui abbiamo avuto esperienze molto simili, e ne abbiamo parlato. Non penso sia così timido oggi, ha fatto molti progressi”.

Aggiunge il diretto interessato: “Non mi sento timido. Sono una persona a cui piace catturare i momenti della vita, avere i miei pensieri e le mie esperienze trasmesse online perché è così che vanno le cose oggi. Il tennis è uno sport solitario, avere hobby al di fuori di quello è importante per la salute mentale. Anche mio nonno Sergei era un produttore e scrittore cinematografico. Penso che questa passione arrivi dalla parte russa del mio patrimonio genetico”.

Nonostante o forse proprio a causa di un legame così forte, ci sono momenti di tensione anche pubblica all’interno della famiglia Tsitsipas. Alla ATP Cup nel 2020, Stefanos ha colpito accidentalmente il padre mentre distruggeva una racchetta a bordo campo.

Un mese dopo, a Dubai, disse che a volte sentiva che i genitori fossero “decisamente troppo coinvolti” nella sua carriera. Per tutta risposta, la madre decise di partecipare ad una delle sue conferenze stampa, ponendogli una serie di domande inerenti all’importanza della famiglia nel successo, mettendo il giovane in una posizione scomoda.

Quando Stefanos era più giovane – ammette Apostolos – era tutto più facile; il mio doppio ruolo deve essere riconsiderato in parallelo alla sua crescita. Devo accettare che stia assumendo più responsabilità e prendendo più decisioni. Devo imparare ad ascoltarlo di più. Ha lavorato sodo negli ultimi due anni. Ha giocato parecchi incontri, semifinali, finali, match molto duri che l’hanno aiutato ad accumulare esperienza. Ha preso alcune decisioni in autonomia, scelto alcuni dei dettagli su cui focalizzarsi, e organizzato i protocolli di lavoro suoi e del team. Si sta assumendo le sue responsabilità, sapendo dove vuole arrivare e come farlo. Sono cose che portano nuove energie”.

Stefanos aggiunge: “Va abbastanza bene. Abbiamo una buona chimica. A volte litighiamo, ma a conti fatti non ci separiamo, e siamo sempre presenti l’uno per l’altro. È una persona buona, ha un grande cuore. La mia famiglia è parte della mia stabilità, le devo molto”.

Fino a dove può spingersi Tsitsipas? Tanto per cominciare, sia lui che il suo team hanno grandi aspettative per questo mese. Per certi versi sarebbe il posto perfetto per una prima grande vittoria, data la forte componente greca presente a Melbourne. Forse la Grecia non è mai stata considerata una nazione particolarmente competitiva nel tennis, ma quella mentalità è cambiata proprio grazie alla scalata di Stefanos nel ranking – è già il miglior giocatore nella storia del tennis greco. “Stefanos ha il potenziale per vincere degli Slam”, racconta Mouratoglou, egli stesso con radici greche. Apostolos conferma: “Penso che sia pronto per vincere un torneo dello Slam, anche psicologicamente. Crede nelle proprie capacità, e ancora non vediamo limiti”.

Per Tsitsipas, la sua famiglia e il suo Paese, questa è un’opportunità per scrivere un altro capitolo. “Penso sia solo l’inizio”, dice Stefanos, “Penso che se vincessi uno Slam, renderei mio nonno molto orgoglioso. Se lavorerò abbastanza duro e avrò un po’ di fortuna, sarà possibile. Sarebbe il momento migliore della mia carriera, sicuramente”.


Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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Racconti

Storie di tennis: il lungo viale del tramonto di Andy Murray e la calda estate di Jimmy Connors

L’orgoglio dei campioni che non si arrendono al tempo. Da una parte Murray, fermato dal Covid, che è a Biella per giocare le quali di un challenger. Dall’altra la cavalcata di Jimmy Connors allo US Open 1991. Quando Jimbo entrò nella pelle delle pubblico

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Andy Murray - ATP Challenger Maiorca 2019 (foto via Twitter, @rnadalacademy)

Nel film del 1962 “Una faccia piena di pugni” Anthony Quinn interpreta la struggente vicenda di un ex campione dei pesi massimi, Luis Macigno Rivera. L’età e le precarie condizioni fisiche gli impediscono di combattere ancora e lui – incapace di adattarsi a una vita lontana dai riflettori e assillato da problemi economici – decide quindi di ripiegare sul wrestling accettando di esibirsi per pochi dollari. L’indimenticabile immagine finale ce lo mostra mentre danza travestito da indiano su uno squallido ring di provincia davanti a pochi spettatori e agli occhi colmi di lacrime dell’unico amico rimasto al suo fianco.

Questa scena ha attraversato come un lampo la mente del non più giovane autore di questo articolo, mentre leggeva quello dedicato all’ultima disavventura in ordine di tempo di Andy Murray, che a causa del Covid-19 ha dovuto rinunciare all’Australian Open. Anche a causa dell’impossibilità di competere in Australia, qualche giorno dopo Andy ha deciso di confermare la sua presenza a Biella per il challenger che si disputerà in concomitanza con la seconda settimana dello Slam australiano, dal 15 al 21 febbraio. Ha poi addirittura deciso di raddoppiare la dose e chiedere una wild card per le qualificazioni (sì, avete capito bene!) del challenger di categoria inferiore che si gioca sempre a Biella la settimana precedente, a partire da lunedì 8 febbraio, poiché tutte le wild card per il tabellone principale erano già state assegnate.

Dal ritiro ai quarti del challenger di Mons (Belgio) nel 2005, quando aveva diciotto anni, Murray ha giocato appena altre tre partite nel circuito challenger – a Maiorca nel 2019, in piena convalescenza, dove è stato fermato agli ottavi dall’italiano Matteo Viola.

Murray non emulerà mai Macigno Rivera, ma il lungo calvario sportivo che questo atleta sta attraversando con stoica perseveranza, ci ha fatto sorgere una domanda: cosa significa per un campione ritirarsi? Cosa significa “…confrontarsi con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori…”, sentire una folla immensa cantare il tuo nome e leggerlo sulle prime pagine dei giornali e poi d’improvviso trovarsi seduti in poltrona, a guardare le gesta di atleti “che porco giuda potrei essere io qualche anno fa”?

 
Andy Murray – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Lo status di campioni ci è più distante di Saturno, ma crediamo che passare dalle luci della ribalta alla penombra dei ricordi non sia facile; se poi al disagio psicologico si aggiungono considerazioni di natura economica, compiere scelte che a uno spettatore imparziale parrebbero ovvie può diventare difficile. Per quale ragione – per esempio – il quasi quarantaduenne Ivo Karlovic dovrebbe rinunciare a guadagnare qualche centinaio di migliaia di euro all’anno giocando a tennis? Per dedicarsi alla pulizia delle orecchie delle giraffe? Fossimo nei suoi lunghi panni continueremmo a servire ace. Il tennista croato non costituisce un caso isolato nel tennis maschile; giocatori ben più illustri di lui hanno continuato a inseguire (non per puro divertimento) una pallina da tennis ben oltre il loro apogeo, altri hanno deciso di ributtarsi nella mischia anni dopo essersi ritirati.

I campioni più famosi appartenenti alla prima categoria sono Ken Rosewall e Jimmy Connors (forse ce n’è un altro più celebre di loro ma non lo citiamo per amore e scaramanzia); alla seconda Bjorn Borg e Thomas Muster. Ken “muscle” Rosewall disputò il suo ultimo incontro ufficiale a Melbourne in singolare il 20 ottobre 1980 a quasi 46 anni d’età; seppure lontano dai fasti dei giorni migliori, a quella veneranda età questo australiano con il rovescio preso in prestito dall’Onnipotente era ancora il numero 61 del mondo. Jimmy Connors giocò l’ultima partita ad Atlanta – un doppio – il 29 aprile 1996, all’età di 43 anni; in singolare occupava la posizione numero 413 al mondo.

Ma mentre Rosewall giocò un discreto numero di tornei sino alla fine della carriera, l’americano tra il 1993 e il 1996 ne disputò complessivamente soltanto undici. La sua ultima stagione a tempo pieno fu il 1992 in cui si presentò ai nastri di partenza di 17 eventi e il suo ultimo grande acuto sportivo avvenne l’anno precedente. Lo statunitense cominciò il 1991 alla posizione numero 936 della classifica e la risalì sino a giungere alla numero 174 alla fine di agosto. Un recupero notevole ma non sufficiente per entrare nel tabellone dell’ultimo major della stagione, lo US Open. Gli organizzatori decisero quindi di concedergli una wild card che a lui regalò un’estate indimenticabile e a noi una nuova puntata della serie “storie di tennis”.

LA CALDA ESTATE DI JIMBO

Il primo match di Connors fu programmato nella sessione notturna per permettere al maggior numero di persone di assistere a quella che poteva essere l’ultima rappresentazione di una carriera memorabile. Jimbo non era mai stato nelle grazie del pubblico newyorkese, ma ora che appariva come un leone in disarmo non c’era ragione per non fare il tifo per lui, e nonostante anche il suo primo avversario fosse un altro statunitense, Patrick McEnroe, la folla quella sera lo sostenne all’unanimità.

Patrick all’epoca aveva 25 anni, era il numero 35 del mondo e – pur essendo un giocatore infinitamente meno dotato di suo fratello John – era un tennista molto solido. “Quando vidi il nome del mio primo avversario pensai che fosse buffo trovarlo al primo turno. Poi mi resi conto che era Patrick e non John” dichiarò anni dopo Connors. Bastarono però appena due set, tre game e tre punti per far pensare agli organizzatori di aver sprecato una wild card. Connors era infatti sul punteggio di 4-6 6-7 0-3 e doveva annullare tre break point consecutivi. Ero convinto – affermò McEnroe jr – che Jimmy fosse spacciato e che io avessi già vinto.

In quel momento – affermò Connors – volevo solo prolungare la partita a qualunque costo. Ma l’aver salvato il turno di servizio cambiò il mio stato d’animo. Il pubblico entrò nel match e mi sembrò di avere qualcuno al mio fianco che mi sospingeva verso la vittoria”. E vittoria fu dopo 4 ore e 20 minuti di battaglia terminata all’una e trenta del mattino. “Jimmy ha saputo sfruttare il favore del pubblico. Oggettivamente se fossi stato davanti al televisore sarei stato il suo primo sostenitore” commentò a mente fredda McEnroe.

Sulle ali dell’entusiasmo nei due turni successivi il nostro protagonista superò con disarmante facilità Schapers e il numero 11 del mondo Karel Novacek e fu così che si trovò ancora vivo e vegeto all’inizio della seconda settimana del torneo. Il suo avversario agli ottavi di finale era il ventiquattrenne statunitense Aaron Krickstein, alias ‘Aronne’ nelle cronache e negli articoli di Gianni Clerici.

Krickstein fu un prodigio di precocità. È a tutt’oggi il tennista più giovane ad avere raggiunto la top 100 e la top 10, rispettivamente a 16 anni e 2 mesi e a 17 anni e 11 giorni. La precocità fu probabilmente alla base degli innumerevoli problemi fisici che tormentarono questo giocatore sin dalla prima metà degli anni ’80 e che infine lo costrinsero al ritiro all’inizio del 1996 a 29 anni. Una via crucis che ricorda quella di un altro ragazzo prodigio coetaneo di Krickstein, del quale vi abbiamo tempo fa narrato le gesta: Kent “il diavolo” Carlsson.

Aronne era un regolarista/podista dotato di sopraffina intelligenza tattica con la quale era capace di disinnescare il gioco di qualunque avversario, come sapeva fare il suo amico e mentore Brad Gilbert. Ma la partita che lo attendeva quel giorno di settembre sotto il profilo ambientale e psicologico si giocava in una dimensione a lui sconosciuta; il caso volle anche che si disputasse il 2 settembre, giorno del compleanno di Connors che si presentò quindi in campo in uno stato di trance agonistica degna di un gladiatore romano.

Krickstein vinse il primo set e nel secondo – dopo aver recuperato in extremis al nono gioco il turno di battuta perso all’inizio del set – giunse al tie-break; sul punteggio di 7 pari Connors si portò a rete ed effettuò uno smash incrociato che finì sulla linea secondo il giudice di linea e fuori secondo il giudice di sedia che assegnò quindi il punto a Krickstein. Connors manifestò pacatamente al giudice il suo dissenso pronunciando – tra le altre – le seguenti parole: “Figlio di p…! Non hai il diritto di farmi questo! È il mio compleanno! Si vede nettamente il segno della palla sulla riga. Scendi dalla sedia! Forza scendi! Scendi”. Conseguenze disciplinari? Le stesse del match di semifinale del 1977 contro Barazzutti: nessuna.

Krickstein, evidentemente frastornato, perse quasi senza opporre resistenza i tre punti successivi e con essi il set. Riuscì a vincere il terzo parziale, perse il quarto e infine arrivò a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 5-3. “Pensavo che più il match durava e più ero favorito” dichiarò in seguito.

Si sbagliava. Connors gli tolse il servizio e poi vinse il gioco decisivo con il punteggio di sette punti a quattro. Prima di prodursi nello sprint decisivo, durante un cambio di campo Connors guardò dritto dentro la telecamera alle sue spalle e disse: “È per questo che la gente ha pagato il biglietto. È questo che sono venuti a cercare”. A caldo, sul campo pochi minuti dopo la vittoria al microfono dell’intervistatore affermò: “Vincere una partita 7-6 al quinto è ciò per cui vivo”.

Krickstein: “Ero diventato la preda e lui il cacciatore. Tutto lo stadio voleva che vincesse lui. Guardando il volto di Aaron e quello di suo padre Herb nel corso del tie break finale si può forse intuire lo stato d’animo dei martiri cristiani al Colosseo.

Il quarto di finale contro l’olandese Paul Haarhuis fu programmato per la sessione notturna. Il fatto che Haarhuis avesse 15 anni meno di Connors e lo precedesse di 130 posizioni in classifica parevano dettagli ininfluenti per l’esito della partita. E tali si rivelarono. L’olandese – vinto il primo set – nel secondo si portò sul 5-4 con il servizio a favore ma si trovò a fronteggiare una palla break sul punteggio di 30-40. In quel preciso momento l’epica sportiva irruppe in campo: Connors “parò” con successo quattro smash consecutivi del suo avversario e infine conquistò il punto e il break con un passante di rovescio. Un punto oggettivamente sensazionale. Il boato del pubblico in risposta al gesto di esultanza di Connors “fu di un’intensità che non avevo mai sentito prima su un campo da tennis e non ho mai più sentito in seguito affermò Haarhuis.

Il resto del match fu poco più che una formalità per Connors che conquistò in quattro set il diritto di disputare nuovamente una semifinale a New York a distanza di quattro anni dall’ultima.

La favola per Connors finì qui. Contro il ventunenne Jim Courier racimolò otto game in tre set, la standing ovation del pubblico al momento di lasciare il campo e 108 posizioni in più nel ranking.

Connors avrebbe disputato per l’ultima volta l’Open degli Stati Uniti l’anno successivo e perso al secondo turno contro Ivan Lendl. Il suo bilancio a New York è straordinario: detiene il record di partecipazioni in Era Open (22), di match giocati (115, record all time) e di match vinti (98, anche questo all time). Quanto ai risultati, tra il 1973 e il 1985 è sempre arrivato almeno ai quarti di finale del torneo e dodici volte consecutive è arrivato in semifinale, tra il ’74 e l’85. Sette finali raggiunte, cinque vinte e due perse. Chapeau.

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