Roma, per la presentazione degli Internazionali le comiche. Una gaffe dopo l’altra. E i rimborsi? Boh

Editoriali del Direttore

Roma, per la presentazione degli Internazionali le comiche. Una gaffe dopo l’altra. E i rimborsi? Boh

Il presidente FIT Angelo Binaghi promuove il super-voucher virtuale, ma non offre altre opzioni agli acquirenti di 7 milioni di biglietti già spesi. Prende in contropiede il sindaco Virginia Raggi e Luigi Abete di BNL. Irrita la Regione Lazio che pretende le scuse. Tiriac e Madrid invece hanno già rimborsato

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Le comiche. Beh sì, scene da ridere mi pare ce ne siano state diverse ieri, nel corso della presentazione degli Internazionali d’Italia. Alla buon’ora! Mancano appena tre giorni all’inizio delle qualificazioni del torneo. Un altro po’ e la presentazione la organizzavano a fine torneo. Non sto a ricapitolare tutto quel che è stato scritto in due articoli usciti su Ubitennis ieri. Il primo è questo, Binaghi: “Super-voucher per chi ha comprato i biglietti. Cerchiamo coperture per i rimborsi”. Il secondo è la replica della Regione Lazio, che trovate qui. Ma poiché qualcuno è magari pigro e non ha voglia di aprirseli, prima di entrare nei dettagli delle comiche che vedono involontari attori il presidente FIT Angelo Binaghi, il sindaco di Roma Virginia Raggi, il presidente di BNL Luigi Abete, provo a ricostruire la piece teatrale.

Nel primo articolo in sostanza il presidente FIT Angelo Binaghi non accenna a rimborsare i 7 milioni incassati dalla prevendita dei biglietti se non offrendo agli acquirenti ante maggio (ma ATTENZIONE: sul sito degli Internazionali BNL d’Italia c’era – almeno fino a ieri – ancora la possibilità di acquistare biglietti per il torneo) un’unica opzione: si tratta, al momento, di un voucher di un valore maggiorato del 25% rispetto al prezzo del biglietto (del cui prezzo, peraltro, in questo momento non si può avere idea naturalmente) e spendibile nei prossimi due anni sia per le prossime edizioni degli Internazionali d’Italia che per le ATP Next Gen Finals (ma è sicuro che ci saranno ancora? Chi l’ha detto? E semmai dove? Milano? Torino? Nota di UBS) e le ATP Finals di Torino.

Un lettore di Ubitennis ha “postato”: “Se poi aumentassero i biglietti del 50% sarebbe sempre un guadagno o una fregatura?”. Un altro mi ha scritto: “Un supervoucher supervirtuale! I prezzi li fanno loro”. Un altro ancora ironizzava: “Saranno ticket ristorante?”

 

La postilla aggiuntiva pronunciata in corso di presentazione da Binaghi poteva già suscitare più d’un sorriso ironico: “Stiamo cercando la copertura finanziaria per coloro che non intendono usufruire del super-voucher”. In altre parole, certo molto meno “furbe” ma di sicuro più oneste e sincere, Angelo Binaghi avrebbe anche potuto dire: “Cari amici appassionati, ci dispiace tanto ma quei soldi ce li siamo già spesi e non li abbiamo più. Ora dateci il tempo di capire come ritrovarli, li stiamo cercando con un po’ di finanza creativa (ehi, dico io, ma in cinque mesi non vi è ancora venuta nessuna idea?)… intanto per adesso e per un po’ scusateci (già! Ogni tanto un minimo accenno di scuse a questi bravi appassionati che hanno scucito tanti soldini in anticipo non si poteva proprio fare?) abbiate pazienza”.

Dopo di che riguardo alla incerta procedura di quel rimborso che Ion Tiriac e Madrid hanno invece saputo attivare con grande professionalità in pochissime ore… beh, chi vivrà vedrà. Ubitennis non può che dirvi:Armatevi tutti di santa pazienza oppure accettate a occhi chiusi quel cosiddetto super-voucher e raccomandatevi alla Provvidenza” (che in questo caso non è Divina ma Binaghiana. Tutto non si può pretendere).

Alla conferenza di presentazione degli Internazionali, cui non era stato invitato quale relatore – a differenza degli ultimi anni – Giovanni Malagò, presidente del CONI, di Binaghi prima nemico, poi amico, poi di nuovo nemico, poi chissà… l’importante è la salute, più che lo Sport e la Salute… – c‘era invece come in tutti gli ultimi anni il sindaco Virginia Raggi in odor di rielezione per un secondo mandato. Il sindaco/a avrà certamente chiesto in separata sede a Binaghi come si fa a essere rieletti per sei mandati di fila, se lei fatica a conquistarne due. Pare che Binaghi le abbia dato questo consiglio: “Prima di tutto cara Virginia, cerca di fare in modo che non si presenti alcun altro candidato. Le probabilità di rielezione aumentano esponenzialmente”.

Preso atto dello spassionato consiglio di un Binaghi che per ora non sogna di diventare sindaco di Roma, dopo aver aspirato a cariche importanti d’altro tipo nella sua Sardegna e magari anche al Coni… (se riuscisse a togliere di mezzo Malagò, hai visto mai…), Virginia ha fatto una appassionata dichiarazione d’amore per il torneo di Roma, “un fiore all’occhiello per la sua città” e per lei che, con tutto il suo partito, ha sempre amato l’idea di poter offrire ai propri cittadini i più grandi eventi sportivi. Tranne che le Olimpiadi (ma questo non l’ha detto).

Ovviamente Binaghi, gentiluomo quasi come Malagò anche se non indulge nei baciamano alle signore, si è sperticato nei dovuti (e solo apparentemente sentiti) ringraziamenti e, in brodo di giuggiole, si è sbilanciato un pochino ai begli occhi di Virginia gonfiando il petto e definendo gli Internazionali d’Italia: “Il più grande evento sportivo italiano”. Pare che gli organizzatori del Gran Premio di Formula Uno a Monza abbiano incaricato i loro avvocati di stendere una lettera di diffida nei confronti della visione “tenniscentrica” di Binaghi. Avrebbero voluto dare vita a una analoga diffida anche i legali della Gazzetta dello Sport che organizza un altro evento sportivo in fondo non modestissimo, il Giro d’Italia, ma poi Urbano Cairo ha preferito soprassedere per salvaguardare i rapporti commerciali che da anni legano la “Rosea” alla FIT, soprattutto ora che – si mormora – un altro gruppo editoriale si sarebbe fatto sotto per scalzarli. Garantendo ovviamente la censura su ogni accenno critico alla politica federale per tutti gli anni a venire.

Ma aveva da poco finito di ringraziare la Raggi che il presidente FIT si è malauguratamente distratto… Quando si ha un microfono sotto un naso è umano. Può capitare. Imbufalito per la decisione che lo obbligava a rinunciare al pubblico e a tanti soldini così difficili da recuperare e restituire agli sfortunati creditori (poveretti) ecco che Binaghi non ha più retto il semolino, ma ha preso cappello (come suol dirsi… e poi a lui piace anche se non è elegante) e ha rovesciato fiele su tutta la Regione Lazio definendo quella decisione – in un’intervista senza peli sulla lingua (e io che pensavo che Binaghi quei peli li avesse…) – “un’idiozia!”.

Come la Regione, attraverso il suo Capo di Gabinetto Albino Ruberti lo abbia poi aspramente rimpolpettato, chiedendogli pubbliche scuse potete leggerlo in questo secondo articolo con tutto il testo della reprimenda e di cui vi fornisco nuovamente il link. Ruberti si illude. Binaghi, come il bell’uomo di quello spot che reclamizzava una schiuma da barba (“L’uomo che non deve chiedere mai…”) non è tipo che concepisca l’istituto delle scuse. Altrimenti lo avrebbe messo in atto con il sottoscritto, quando un anno fa i suoi scherani con un pretesto ridicolo mi ritirarono l’accredito media il sabato delle semifinali degli Internazionali facendomi pedinare l’indomani da quattro agenti della sicurezza, dopo che io mi ero acquistato un normale biglietto “ground” (senza accesso al centrale) per vedermi la finale al megaschermo del Foro Italico.

Una figuraccia internazionale, un boomerang. Accreditato per La Nazione mi ero permesso di criticare la gestione biglietti, campi, orari del torneo di un anno fa su Ubitennis, testata per la quale non avevo fatto la richiesta di accredito. Fu questa la motivazione ufficiale! Ovunque i freelance collaborano per più testate, non di rado concordano collaborazioni perfino durante un evento. Era una scusa evidente. Un dispetto. Alla FIT arrivarono lettere ufficiali di biasimo da parte di tutti gli organismi sindacali italiani, USSI, FNSI, AST, ODG, più quella dell’ITWA (International Tennis Writers Association), ma per un evidente disguido postale le scuse di Binaghi non sono mai arrivate.

La gaffe compiuta ieri con la Regione Lazio non sarebbe stata l’unica. Nel giorno delle comiche sarebbe sopraggiunta anche quella con Virginia Raggi, tradita da un “corno” quasi brutale, un vero atto di… infedeltà coniugale. “Se l’avessimo saputo avanti – ecco l’ingenua rivelazione di Binaghi pochi minuti dopo il ringraziamento al sindaco di Roma – avremmo potuto giocare il torneo a Genova dove si svolge il più grande challenger italiano o in Puglia dove in passato si sono svolti gli Internazionali”. N.B. Binaghi la storia del tennis la racconta spesso a modo suo: nel 1985 i cosiddetti Internazionali si trasferirono effettivamente in Puglia, a Taranto. Li vinse Raffaella Reggi: il montepremi era 50.000 dollari, il torneo con 16 sole partecipanti fu di serie C, nemmeno B. Raffi non me ne voglia. Batté in semifinale Caterina Nozzoli 6-0 6-1 e in finale (6-4 6-4) l’americana Vicky Nelson che aveva superato Garrone 6-4 6-0. Parterre de roi.

La gaffe non era stata consumata solo ai danni di Roma e della Raggi. Ma anche del title sponsor del torneo dal 2007, BNL la cui sede storica è a Roma. Difatti Luigi Abete, presidente della Banca Nazionale del Lavoro che ha rinnovato nel 2017 la sua sponsorship per 8 anni (fino al 2024 compreso) per una cifra vicina ai 25 milioni di euro, ha subito smentito il presidente FIT dichiarando: “Veramente noi di BNL con l’idea di spostarsi da Roma non saremmo stati d’accordo!.

Ok, ho un po’ maramaldeggiato sulle “comiche”, sulle imprecisioni e le gaffes del Presidente FIT, però, ragazzi mi volete spiegare perché mai lui e i suoi consiglieri potevano ritenere che al Foro Italico per il tennis il pubblico avrebbe dovuto e potuto entrare tranquillamente quando invece all’adiacente Olimpico per le gare di Roma e Lazio non lo si consente?Vogliamo paragonare gli strumenti di pressione del calcio, della FIGC, della Lega, dei network televisivi? Se non ce la fa il calcio a persuadere il ministro dello Sport – che non mi pare di aver visto alla presentazione… del più grande evento sportivo d’Italia: un manifesto segnale di distacco se non di disinteresse? – si poteva ragionevolmente pensare che ce l’avrebbe fatta il tennis?

Allo stadio Olimpico sarebbe molto meno complicato – una volta disciplinati gli ingressi – distanziare qualche migliaio di spettatori piuttosto che al Foro Italico dove separare una zona dall’altra, un campo dall’altro, in spazi talvolta angusti, è tutt’altro che banale. Paragoni con le strutture del Roland Garros, tre centrali, due da 15.000 e 10.000 posti, un terzo da 5/6.000, in un’area di 12 ettari (quasi 10 volte quelli di Roma), sono assolutamente improponibili. A Parigi c’è la possibilità di limitare la circolazione delle 11.500 persone che potranno entrare ogni giorno, ma distribuite in tre zone non incrociabili fra loro. A Roma no. Binaghi lo sa benissimo, anche se finge di non saperlo.

Tutt’al più posso concedere che lo slittamento del campionato a… post Internazionali, non abbia giovato. È stata una vera sfortuna. Un “via libera”, eventuale, eventualissimo, al calcio, avrebbe potuto far entrare anche il tennis dalla porta di servizio… anziché sbatter le porte in faccia ai 5.000 spettatori al giorno che Binaghi avrebbe voluto far entrare anche per non veder sfumare un paio di milioncini provenienti dagli stand commerciali (cui sarebbe stato praticato uno sconto per la ridotta affluenza).

In tutto questo approccio approssimativo a un torneo che comincia con le qualificazioni fra solo tre giorni, ai lettori di Ubitennis interesserà pochissimo sapere che una comunicazione ufficiale ai giornalisti che hanno inoltrato l’accredito stampa per seguire il torneo non è ancora giunta. Nessuno giornalista, nessun media, sa cosa succede, che cosa il comitato disorganizzatore abbia in mente. Se si può seguire il torneo in loco oppure no, quali protocolli sanitari vadano eventualmente eseguiti, se quella trentina di giornalisti che dovrebbero essere ammessi – vox populi, in assenza di ufficialità – potranno vedere le partite fuori dagli schermi della sala stampa, naturalmente con le mascherine indosso. Insomma pare che non si possano seguire i match neppure dalla tribuna del campo centrale, che pure è certo a distanza di sicurezza da dove si esprimono i tennisti.

Vero che anche a New York per l’US Open l’accesso ai campi è stato consentito ai giocatori e a pochi rappresentanti della stampa, però c’è la possibilità da tutto il mondo di intervistare i giocatori collegandosi in via remota attraverso Zoom al termine di ogni partita. A Roma no. Qui in Italia il presidente della Lega Calcio e l’USSI hanno a suo tempo concordato che 70 fra giornalisti e fotografi possono accedere allo stadio per servizi di cronaca a margine delle partite di calcio. Egualmente il presidente della Federbasket ha concordato con l’USSI la presenza di 10 fra giornalisti e fotografi agli incontri di basket… i cui palazzetti dello sport raramente sono grandi come il centrale del tennis del Foro Italico che ha quasi 10.000 posti.

Ma questi presidenti hanno ritenuto importante una presenza mediatica il più allargata possibile. Forse in Federtennis invece si preferisce circoscriverla al massimo. Dall’estero non credo che verrà nessun collega. Saranno forse presenti alcuni corrispondenti romani di agenzie e testate estere. Al momento non c’è nessuna previsione che consenta di intervistare i giocatori, salvo per quella trentina di giornalisti che dovrebbero essere ammessi al Foro, ma i quali anche dovranno farlo a distanza… da quel poco che si è capito. Come vedete, appunto, si è capito poco… ma il silenzio comunicazionale è stato fino a oggi assordante. Ci siamo basati su voci, non confermate, di corridoio.

Chissà che prima dell’inizio del torneo non si venga informati un po’ di più. Per poter svolgere il nostro lavoro e informare anche voi. Concludendo questo editoriale vengo assalito da un terribile dubbio: non sarà che tutte queste vicende che riferisco sono in realtà frutto della mia fantasia? Perché è vero che non le leggo su nessun giornale, non le sento in alcuna radio, non le vedo e le sento commentare in nessuna tv. Le sogno allora? O magari interessano solo a me? In quest’ultimo caso farei meglio a non perdere tempo.

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Editoriali del Direttore

Meno male che non sono andato a Montecarlo

Italiani k.o. Nadal e Djokovic irriconoscibili e inguardabili. Un clima orribile da Costa assai poco Azzurra. Cambio della guardia o De Profundis… alla Federer? Gli alti e bassi di Edberg nell’anno dell’addio

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Meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si dirà magari che faccio il verso alla volpe e l’uva “Non ci arrivo, ma tanto è troppo acerba”.

Però ho sentito dire da Fabio Fognini che faceva un freddo boia, c’era un vento dal mare che avrebbe messo in imbarazzo lo skipper di Luna Rossa Spithill, un’umidità da tagliare con il coltello. E, per una volta, mi sento di condividere tutte le parole di Fabio dalla A alla Z. Se ne è rimasto quasi sconvolto lui che è nato e vive da quelle parti, oltre ad aver vissuto lì la più grande soddisfazione della sua carriera, figurarsi come lo sarei stato anch’io che al Country Club ho preso su quelle tribune sopraelevate e scomode più mal di gola che nel resto dei miei giorni. Costa Azzurra? Costa Nera semmai.

Del resto bastava guardare la TV per capire da quei volti incappucciati e non solo infelicemente mascherati, dai passamontagna da rapinatori senza pistola, dai piumini stra-abbottonati, che quei pochi che erano assiepati a bordo campo lì sotto i tendoni verdi che restituivano a Rolex tutta quella visibilità strapagata non erano per nulla dei privilegiati. Non c’era quasi alcuna traccia visibile dei VIP solitamente paparazzati al Country Club. Ricordo che una volta furono ribattezzati very important pigs da Gianni Clerici, certo più indignato che geloso delle rumorose abboffate che facevano sulle terrazze prospicienti il “Ranieri II” come tanti “wannabe” assai fieri di poter gozzovigliare a due passi dalla tavola del principe Alberto, di Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli, con l’elite dei più ricchi cortigiani italo-monegaschi.

 

Problemi climatici a parte, questo torneo era nato sotto una cattiva stella fin dal giorno del sorteggio. E l’avevo subito scritto. Da una parte si celebrava il record delle nove partecipazioni azzurre in un 1000, dall’altra una sfiga bestiale negli accoppiamenti, nei corridoi che non c’erano o che, se c’erano, erano toccati ai nostri meno in forma. Reincarnatomi mio malgrado nelle scomode vesti bruciacchiate di Cassandra, purtroppo ho visto accadere tutto quel che temevo. Dal k.o. dell’ancor peso leggero Musetti contro il bulldozer russo Karatsev – già basta quel cognome ad intimorire  _  alla morìa degli altri otto piccoli italiani, uno dopo l’altro come in quel celebre film dove invece erano indiani.

Un altro articolo, ahinoi lugubre come un De Profundis, ha tentato di consolare gli inconsolabili, sottolineando la caducità delle umane cose, la rapida transumanza dagli altari di una presunta epoca d’oro per il tennis italiano alle polveri di un crollo che ha coinvolto senza misericordia otto italiani su nove, ultimo superstite dei nostri mohicani, il vecchio irriducibile Fabio Fognini. Gli altri? Tutti cacciati via, quasi senza ritegno e senza set (quasi) dal Principato già entro il secondo turno. Che per il nostro miglior classificato, Matteo Berrettini, top-ten ferocemente accusato di usurpazione, era in realtà il primo. Da Musetti in poi, solo bastonate.

Meno male che non c’ero a pigliar freddo e delusioni, ancorchè attese e pronosticate. E meno male che non ho incontrato Medvedev, certo con un diavolo per quei pochi capelli. Ma si può aver più sfortuna – di sfiga ho già scritto – che l’essere eliminato dal COVID la prima volta che in un torneo sulla terra battuta si è – stando al seeding fatto da un computer che non capisce di tennis – più favoriti di Rafa Nadal, el campeon principe di 11 tornei monegaschi?

Se Daniil fosse andato in hotel come tutti gli altri…a) forse non avrebbe beccato il virus b) gli avrebbero fatto un tampone ogni 4 giorni e intanto sarebbe arrivato a giocare contro Fognini. Con quel Krajinovic che ha dato via libera al nostro “vet” pur sfiduciato dopo la toccata e fuga da Marbella (Munar…), forse anche il Medvedev che odia la terra rossa… perché gli si sporcano i calzini…) – ma se non ha la lavatrice giochi con i calzini rossi! – i quarti li avrebbe probabilmente raggiunti.

Vabbè, dai, non ha senso dire che è stato meglio non andare a Montecarlo solo perché gli italiani hanno perso prima che si facesse sul serio. In fondo in quasi mezzo secolo di trasferte al Country Club, e al Casinò, le volte che i “nostri” mi hanno dato un po’ di soddisfazione patriottica, le posso contare sulle dita di una mano.

A veder Nicola Pietrangeli trionfare le sue tre volte infatti ci andò mio padre, non meno appassionato di me. E poi mia madre al Casinò vinceva sempre. Io ero ancora troppo piccolo. Più grandicello mi ricordo a malapena Barazzutti prendere una discreta stesa da Borg nel ’77 (6-3 7-5 6-0) ma era pur sempre una finale eh, e lungo il percorso aveva battuto bei giocatori (Okker, Taroczy, Kodes). Corrado l’anno dopo andò ancora bene, fino alle brutta semifinale persa 6-3 6-1 con un non irresistibile Tomas Smid. Mi ricordo poi Panatta e Bertolucci vincere a sorpresa il torneo di doppio del 1980 (6-2 5-7 6-4) in finale su McEnroe-Gerulaitis. Quella dei due amiconi newyorkesi era per la verità una coppia anomala, forse più affiatata nella vicina discoteca del Jimmy’z che sul campo da tennis, ma i nomi erano altisonanti. Eppoi Supermac era Supermac. Il suo abituale partner Peter Fleming aveva pronunciato, proprio più per convinzione che per umiltà, una “quote” rimasta celebre: “La coppia più forte di sempre? JohnMcEnroe e un altro”.

L’anno dopo Adriano Panatta arrivò in semifinale. Lo aspettava Vilas che lui aveva battuto nella finale di Roma nel ’76. Solo che Adriano la sera prima andò a letto alle 4 del mattino e… indovinate il risultato. Sciagurato Adriano? No, sciagurati i suoi due amici, Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi che per vederlo giocare partirono da Roma troppo tardi. Non riuscirono ad arrivare a Montecarlo (anziché all’ora prevista, le 21) prima di mezzanotte. Di fatto lo costrinsero ad aspettarli. Mangiarono lautamente, annaffiando il tutto senza risparmio con del vino d’annata da Rampoldi, davanti al Casinò, e fra frizzi e lazzi fecero le due.

Quando Adriano sta finalmente per mettersi sotto le coltri pronto a riposare come il Principe di Condè, ecco che arriva una chiamata di soccorso. Tognazzi, l’ideatore dello “Scolapasta d’oro” e gran bella forchetta aveva esagerato a cena e si era sentito male. Era steso a terra in un giardino davanti all’hotel. Villaggio, preoccupatissimo, riuscì a rintracciare Adriano. Che non potè restare indifferente. Si alzò, rivestì, andò in soccorso dell’amico, lo sollevò di peso, lo portò al suo hotel, fino in camera arrivando a spogliarlo. “Andai a letto alle 4 e il giorno dopo – ha raccontato la vera vittima di quella serata di non programmata baldoria – con quel cagnaccio di Guillermo non ci fu gara. Finì 6-2 6-2”.

Da quel 1981 al 1995, alla semifinale che Andrea Gaudenzi avrebbe dovuto vincere ma perse (6-3 7-6) con l’amico di cui era sparring-partner Thomas Muster, a Montecarlo ho vissuto sporadici exploit azzurri, tipo un Pistolesi che sorprende uno spento Wilander  – forse anche lo svedese era stato da Rampoldi a cena la sera prima – ma niente di davvero memorabile fino a Fognini che centra la prima semifinale nel 2013 e poi il trionfo del 2019 quando però… seguito il torneo fino ai quarti, avevo lasciato Montecarlo per il Rajasthan e un viaggio con la famiglia.

Insomma, vi avevo detto, tanti ricordi monegaschi in azzurro come la Costa quante le dita di una mano, dito più o meno. Commentavo in TV, questo sì, e questo oggi mi manca più delle imprese azzurre che non ci sono quasi mai state. Ma torno ab ovo e al mio meno male che non sono andato a Montecarlo quest’anno. Eh sì, perché passi che gli italiani non ci abbiano regalato un solo risultato a sorpresa, un exploit degno di tal nome, però chi se lo poteva aspettare che Djokovic – il virgolettato riferisce parole sue dopo il k.o. più inatteso con Dan Evans – avrebbe giocato “una delle più brutte partite che io abbia mai giocato in vita mia”? Già che c’era …non era meglio se la giocava altrettanto brutta contro Sinner?

E chi poteva aspettarsi che Rafa Nadal, 11 volte principe a Montecarlo, fosse capace di perdere sette volte il servizio in tre set contro Rublev perdendo primo e terzo 6-2 dopo essere stato sotto 3-1 e palle break anche nel secondo set poi miracolosamente recuperato? “Il mio servizio è stato un vero disastro… e con il rovescio non ricordo di aver fatto un punto!” ha detto invece Rafa Nadal senza che nessuno potesse smentirlo. Io sarò anche come lo smemorato di Collegno, ma non ricordo un solo torneo importante giocato da Djokovic e Nadal in cui entrambi abbiano giocato così male, vere controfigure di se stessi. Imbarazzanti. Sospetto che non sia un problema di memoria. Credo non sia mai successo.

Djokovic a Montecarlo (ph. by Corinne Dubreuil/ABACAPRESS.COM)

E allora, mentre mi domando se le cause possano essere conseguenti ai due mesi di inattività – un bell’handicap soprattutto per giocatori che dell’allenamento agonistico, del ritmo di gara, hanno fatto un percorso religioso – o invece le prime avvisaglie di un possibile declino dovuto all’età.

Dopo che tanti – ricordo bene un articolo sul Corriere della Sera di 7, 8 o 9 anni fa, ma il Corrierone non fu davvero il solo “media” a inciampare fragorosamente– avevano preso un colossale abbaglio intonando anzitempo, molto anzitempo, il de Profundis nei confronti di un Roger Federer da poco over 30, invito tutti e per primo me stesso alla prudenza anagrafica. Non sarebbe la prima volta che Rafa zoppica in alcuni tornei che precedono il Roland Garros – a Montecarlo nel 2014 e nel 2019, a Madrid nel 2918 e nel 2019, a Roma nel 2017 e nel 2020 – e poi a Parigi straccia tutti senza pietà. Non tutti i suoi 13 trionfi sono stati preceduti da percorsi immacolati.

Ciò anche se forse ieri sera è stata la prima volta che ho visto Rafa piegarsi in due dalla fatica, e con la faccia stravolta, dopo gli scambi più lunghi, duri e lottati con Rublev che lo ha bombardato di missili dalla prima palla all’ultima, di dritto come di rovescio. Io mi spiego il nervosismo insolito di Rafa con le stesse sagge parole con cui lo ha spiegato lui “Quando non ti entra mai il servizio e lo perdi 7 volte, quando con il rovescio non ti apri gli angoli ma lo giochi corto… è normale innervosirsi. Giochi male, ti accorgi che l’altro gioca molto meglio di te e merita di vincere, per forza uno si innervosisce, è umano”.

Beh, Rafa negli ultimi 15 anni sulla terra rossa tanto umano non lo è stato, è stato piuttosto un marziano, un extraterrestre. Direi che si tratta di un fatto, non di un’iperbole. Così come è un fatto, altresì, che Rafa viaggia spedito verso i 35 anni e Nole verso i 34. Attenzione, non fraintendete: penso che saranno ancora loro i primi due favoriti al Roland Garros, ma –  e l’ho scritto ormai fino alla noia ricordando l’anno del canto del cigno di Stefan Edberg nel ’96  – quando gli anni e l’età incalzano non sono le punte di rendimento a crollare improvvisamente, è semmai la continuità di prestazione a vacillare.

Edberg battè fortissimi giocatori in quell’anno in cui aveva annunciato il suo addio alla racchetta, ma perse anche da mediocrissimi avversari. Ora, intendiamoci, Rublev è il n.8 del mondo e ieri mi è parso anche straordinariamente ispirato – sebbene abbia fatto ‘il Rublev’ sul 3-1 del secondo set fino a perdere il set 6-4 – e non è quindi un mediocre avversario, però ricordate la partita persa da Rafa a Roma con Schwartzman? Anche in quel caso Rafa era stato parecchio tempo fermo, e ha poi innestato la marcia superiore a Parigi dove il solo che gli ha creato una minima apprensione è stato Sinner, e solo per il primo set, però io non credo di sbagliarmi se penso che pian piano sia Djokovic che Nadal, fenomeni e mostri di continuità per tre lustri, incapperanno sempre più in giornate no. Ricordate Djokovic contro Sonego a Vienna?

I bassi non diventeranno troppo presto frequenti quanto gli alti, ma anche perché calerà presto il timore reverenziale dei loro avversari – è accaduto perfino con Federer – quelle che oggi noi non possiamo che definire clamorose sorprese saranno sempre meno clamorose. È inevitabile che sia così.

Molti saranno contenti di assistere ad un cambio della guardia – più o meno prossimo; se è morto perfino il Duca Filippo di Edimburgo… – altri saranno invece più nostalgici dei Fab Four. Per quanto mi riguarda, io sono abbastanza cinico perché data l’età avanzata…(ma mi sono vaccinato, ancora per un po’ reggo!)  di cambi della guardia, da Connors, McEnroe e Borg, a Lendl e Wilander, a Becker e Edberg, a Sampras e Agassi… ne ho già vissuti diversi senza troppi patimenti. Però alla fine di questo lungo tormentone, prima delle semifinali Tsitsipas-Evans (e sì che Evans ha un tennis d’antan che mi diverte… certo se penso che in Sardegna ha perso da Musetti il cuor mi si stringe) e della probabilmente più monotona sfida tutta Ru-Ru, Ruud-Rublev, ritorno a far la volpe con l’uva. E mi dico meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si sta così bene a Firenze.

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Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

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Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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