Roma, per la presentazione degli Internazionali le comiche. Una gaffe dopo l’altra. E i rimborsi? Boh

Editoriali del Direttore

Roma, per la presentazione degli Internazionali le comiche. Una gaffe dopo l’altra. E i rimborsi? Boh

Il presidente FIT Angelo Binaghi promuove il super-voucher virtuale, ma non offre altre opzioni agli acquirenti di 7 milioni di biglietti già spesi. Prende in contropiede il sindaco Virginia Raggi e Luigi Abete di BNL. Irrita la Regione Lazio che pretende le scuse. Tiriac e Madrid invece hanno già rimborsato

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Le comiche. Beh sì, scene da ridere mi pare ce ne siano state diverse ieri, nel corso della presentazione degli Internazionali d’Italia. Alla buon’ora! Mancano appena tre giorni all’inizio delle qualificazioni del torneo. Un altro po’ e la presentazione la organizzavano a fine torneo. Non sto a ricapitolare tutto quel che è stato scritto in due articoli usciti su Ubitennis ieri. Il primo è questo, Binaghi: “Super-voucher per chi ha comprato i biglietti. Cerchiamo coperture per i rimborsi”. Il secondo è la replica della Regione Lazio, che trovate qui. Ma poiché qualcuno è magari pigro e non ha voglia di aprirseli, prima di entrare nei dettagli delle comiche che vedono involontari attori il presidente FIT Angelo Binaghi, il sindaco di Roma Virginia Raggi, il presidente di BNL Luigi Abete, provo a ricostruire la piece teatrale.

Nel primo articolo in sostanza il presidente FIT Angelo Binaghi non accenna a rimborsare i 7 milioni incassati dalla prevendita dei biglietti se non offrendo agli acquirenti ante maggio (ma ATTENZIONE: sul sito degli Internazionali BNL d’Italia c’era – almeno fino a ieri – ancora la possibilità di acquistare biglietti per il torneo) un’unica opzione: si tratta, al momento, di un voucher di un valore maggiorato del 25% rispetto al prezzo del biglietto (del cui prezzo, peraltro, in questo momento non si può avere idea naturalmente) e spendibile nei prossimi due anni sia per le prossime edizioni degli Internazionali d’Italia che per le ATP Next Gen Finals (ma è sicuro che ci saranno ancora? Chi l’ha detto? E semmai dove? Milano? Torino? Nota di UBS) e le ATP Finals di Torino.

Un lettore di Ubitennis ha “postato”: “Se poi aumentassero i biglietti del 50% sarebbe sempre un guadagno o una fregatura?”. Un altro mi ha scritto: “Un supervoucher supervirtuale! I prezzi li fanno loro”. Un altro ancora ironizzava: “Saranno ticket ristorante?”

 

La postilla aggiuntiva pronunciata in corso di presentazione da Binaghi poteva già suscitare più d’un sorriso ironico: “Stiamo cercando la copertura finanziaria per coloro che non intendono usufruire del super-voucher”. In altre parole, certo molto meno “furbe” ma di sicuro più oneste e sincere, Angelo Binaghi avrebbe anche potuto dire: “Cari amici appassionati, ci dispiace tanto ma quei soldi ce li siamo già spesi e non li abbiamo più. Ora dateci il tempo di capire come ritrovarli, li stiamo cercando con un po’ di finanza creativa (ehi, dico io, ma in cinque mesi non vi è ancora venuta nessuna idea?)… intanto per adesso e per un po’ scusateci (già! Ogni tanto un minimo accenno di scuse a questi bravi appassionati che hanno scucito tanti soldini in anticipo non si poteva proprio fare?) abbiate pazienza”.

Dopo di che riguardo alla incerta procedura di quel rimborso che Ion Tiriac e Madrid hanno invece saputo attivare con grande professionalità in pochissime ore… beh, chi vivrà vedrà. Ubitennis non può che dirvi:Armatevi tutti di santa pazienza oppure accettate a occhi chiusi quel cosiddetto super-voucher e raccomandatevi alla Provvidenza” (che in questo caso non è Divina ma Binaghiana. Tutto non si può pretendere).

Alla conferenza di presentazione degli Internazionali, cui non era stato invitato quale relatore – a differenza degli ultimi anni – Giovanni Malagò, presidente del CONI, di Binaghi prima nemico, poi amico, poi di nuovo nemico, poi chissà… l’importante è la salute, più che lo Sport e la Salute… – c‘era invece come in tutti gli ultimi anni il sindaco Virginia Raggi in odor di rielezione per un secondo mandato. Il sindaco/a avrà certamente chiesto in separata sede a Binaghi come si fa a essere rieletti per sei mandati di fila, se lei fatica a conquistarne due. Pare che Binaghi le abbia dato questo consiglio: “Prima di tutto cara Virginia, cerca di fare in modo che non si presenti alcun altro candidato. Le probabilità di rielezione aumentano esponenzialmente”.

Preso atto dello spassionato consiglio di un Binaghi che per ora non sogna di diventare sindaco di Roma, dopo aver aspirato a cariche importanti d’altro tipo nella sua Sardegna e magari anche al Coni… (se riuscisse a togliere di mezzo Malagò, hai visto mai…), Virginia ha fatto una appassionata dichiarazione d’amore per il torneo di Roma, “un fiore all’occhiello per la sua città” e per lei che, con tutto il suo partito, ha sempre amato l’idea di poter offrire ai propri cittadini i più grandi eventi sportivi. Tranne che le Olimpiadi (ma questo non l’ha detto).

Ovviamente Binaghi, gentiluomo quasi come Malagò anche se non indulge nei baciamano alle signore, si è sperticato nei dovuti (e solo apparentemente sentiti) ringraziamenti e, in brodo di giuggiole, si è sbilanciato un pochino ai begli occhi di Virginia gonfiando il petto e definendo gli Internazionali d’Italia: “Il più grande evento sportivo italiano”. Pare che gli organizzatori del Gran Premio di Formula Uno a Monza abbiano incaricato i loro avvocati di stendere una lettera di diffida nei confronti della visione “tenniscentrica” di Binaghi. Avrebbero voluto dare vita a una analoga diffida anche i legali della Gazzetta dello Sport che organizza un altro evento sportivo in fondo non modestissimo, il Giro d’Italia, ma poi Urbano Cairo ha preferito soprassedere per salvaguardare i rapporti commerciali che da anni legano la “Rosea” alla FIT, soprattutto ora che – si mormora – un altro gruppo editoriale si sarebbe fatto sotto per scalzarli. Garantendo ovviamente la censura su ogni accenno critico alla politica federale per tutti gli anni a venire.

Ma aveva da poco finito di ringraziare la Raggi che il presidente FIT si è malauguratamente distratto… Quando si ha un microfono sotto un naso è umano. Può capitare. Imbufalito per la decisione che lo obbligava a rinunciare al pubblico e a tanti soldini così difficili da recuperare e restituire agli sfortunati creditori (poveretti) ecco che Binaghi non ha più retto il semolino, ma ha preso cappello (come suol dirsi… e poi a lui piace anche se non è elegante) e ha rovesciato fiele su tutta la Regione Lazio definendo quella decisione – in un’intervista senza peli sulla lingua (e io che pensavo che Binaghi quei peli li avesse…) – “un’idiozia!”.

Come la Regione, attraverso il suo Capo di Gabinetto Albino Ruberti lo abbia poi aspramente rimpolpettato, chiedendogli pubbliche scuse potete leggerlo in questo secondo articolo con tutto il testo della reprimenda e di cui vi fornisco nuovamente il link. Ruberti si illude. Binaghi, come il bell’uomo di quello spot che reclamizzava una schiuma da barba (“L’uomo che non deve chiedere mai…”) non è tipo che concepisca l’istituto delle scuse. Altrimenti lo avrebbe messo in atto con il sottoscritto, quando un anno fa i suoi scherani con un pretesto ridicolo mi ritirarono l’accredito media il sabato delle semifinali degli Internazionali facendomi pedinare l’indomani da quattro agenti della sicurezza, dopo che io mi ero acquistato un normale biglietto “ground” (senza accesso al centrale) per vedermi la finale al megaschermo del Foro Italico.

Una figuraccia internazionale, un boomerang. Accreditato per La Nazione mi ero permesso di criticare la gestione biglietti, campi, orari del torneo di un anno fa su Ubitennis, testata per la quale non avevo fatto la richiesta di accredito. Fu questa la motivazione ufficiale! Ovunque i freelance collaborano per più testate, non di rado concordano collaborazioni perfino durante un evento. Era una scusa evidente. Un dispetto. Alla FIT arrivarono lettere ufficiali di biasimo da parte di tutti gli organismi sindacali italiani, USSI, FNSI, AST, ODG, più quella dell’ITWA (International Tennis Writers Association), ma per un evidente disguido postale le scuse di Binaghi non sono mai arrivate.

La gaffe compiuta ieri con la Regione Lazio non sarebbe stata l’unica. Nel giorno delle comiche sarebbe sopraggiunta anche quella con Virginia Raggi, tradita da un “corno” quasi brutale, un vero atto di… infedeltà coniugale. “Se l’avessimo saputo avanti – ecco l’ingenua rivelazione di Binaghi pochi minuti dopo il ringraziamento al sindaco di Roma – avremmo potuto giocare il torneo a Genova dove si svolge il più grande challenger italiano o in Puglia dove in passato si sono svolti gli Internazionali”. N.B. Binaghi la storia del tennis la racconta spesso a modo suo: nel 1985 i cosiddetti Internazionali si trasferirono effettivamente in Puglia, a Taranto. Li vinse Raffaella Reggi: il montepremi era 50.000 dollari, il torneo con 16 sole partecipanti fu di serie C, nemmeno B. Raffi non me ne voglia. Batté in semifinale Caterina Nozzoli 6-0 6-1 e in finale (6-4 6-4) l’americana Vicky Nelson che aveva superato Garrone 6-4 6-0. Parterre de roi.

La gaffe non era stata consumata solo ai danni di Roma e della Raggi. Ma anche del title sponsor del torneo dal 2007, BNL la cui sede storica è a Roma. Difatti Luigi Abete, presidente della Banca Nazionale del Lavoro che ha rinnovato nel 2017 la sua sponsorship per 8 anni (fino al 2024 compreso) per una cifra vicina ai 25 milioni di euro, ha subito smentito il presidente FIT dichiarando: “Veramente noi di BNL con l’idea di spostarsi da Roma non saremmo stati d’accordo!.

Ok, ho un po’ maramaldeggiato sulle “comiche”, sulle imprecisioni e le gaffes del Presidente FIT, però, ragazzi mi volete spiegare perché mai lui e i suoi consiglieri potevano ritenere che al Foro Italico per il tennis il pubblico avrebbe dovuto e potuto entrare tranquillamente quando invece all’adiacente Olimpico per le gare di Roma e Lazio non lo si consente?Vogliamo paragonare gli strumenti di pressione del calcio, della FIGC, della Lega, dei network televisivi? Se non ce la fa il calcio a persuadere il ministro dello Sport – che non mi pare di aver visto alla presentazione… del più grande evento sportivo d’Italia: un manifesto segnale di distacco se non di disinteresse? – si poteva ragionevolmente pensare che ce l’avrebbe fatta il tennis?

Allo stadio Olimpico sarebbe molto meno complicato – una volta disciplinati gli ingressi – distanziare qualche migliaio di spettatori piuttosto che al Foro Italico dove separare una zona dall’altra, un campo dall’altro, in spazi talvolta angusti, è tutt’altro che banale. Paragoni con le strutture del Roland Garros, tre centrali, due da 15.000 e 10.000 posti, un terzo da 5/6.000, in un’area di 12 ettari (quasi 10 volte quelli di Roma), sono assolutamente improponibili. A Parigi c’è la possibilità di limitare la circolazione delle 11.500 persone che potranno entrare ogni giorno, ma distribuite in tre zone non incrociabili fra loro. A Roma no. Binaghi lo sa benissimo, anche se finge di non saperlo.

Tutt’al più posso concedere che lo slittamento del campionato a… post Internazionali, non abbia giovato. È stata una vera sfortuna. Un “via libera”, eventuale, eventualissimo, al calcio, avrebbe potuto far entrare anche il tennis dalla porta di servizio… anziché sbatter le porte in faccia ai 5.000 spettatori al giorno che Binaghi avrebbe voluto far entrare anche per non veder sfumare un paio di milioncini provenienti dagli stand commerciali (cui sarebbe stato praticato uno sconto per la ridotta affluenza).

In tutto questo approccio approssimativo a un torneo che comincia con le qualificazioni fra solo tre giorni, ai lettori di Ubitennis interesserà pochissimo sapere che una comunicazione ufficiale ai giornalisti che hanno inoltrato l’accredito stampa per seguire il torneo non è ancora giunta. Nessuno giornalista, nessun media, sa cosa succede, che cosa il comitato disorganizzatore abbia in mente. Se si può seguire il torneo in loco oppure no, quali protocolli sanitari vadano eventualmente eseguiti, se quella trentina di giornalisti che dovrebbero essere ammessi – vox populi, in assenza di ufficialità – potranno vedere le partite fuori dagli schermi della sala stampa, naturalmente con le mascherine indosso. Insomma pare che non si possano seguire i match neppure dalla tribuna del campo centrale, che pure è certo a distanza di sicurezza da dove si esprimono i tennisti.

Vero che anche a New York per l’US Open l’accesso ai campi è stato consentito ai giocatori e a pochi rappresentanti della stampa, però c’è la possibilità da tutto il mondo di intervistare i giocatori collegandosi in via remota attraverso Zoom al termine di ogni partita. A Roma no. Qui in Italia il presidente della Lega Calcio e l’USSI hanno a suo tempo concordato che 70 fra giornalisti e fotografi possono accedere allo stadio per servizi di cronaca a margine delle partite di calcio. Egualmente il presidente della Federbasket ha concordato con l’USSI la presenza di 10 fra giornalisti e fotografi agli incontri di basket… i cui palazzetti dello sport raramente sono grandi come il centrale del tennis del Foro Italico che ha quasi 10.000 posti.

Ma questi presidenti hanno ritenuto importante una presenza mediatica il più allargata possibile. Forse in Federtennis invece si preferisce circoscriverla al massimo. Dall’estero non credo che verrà nessun collega. Saranno forse presenti alcuni corrispondenti romani di agenzie e testate estere. Al momento non c’è nessuna previsione che consenta di intervistare i giocatori, salvo per quella trentina di giornalisti che dovrebbero essere ammessi al Foro, ma i quali anche dovranno farlo a distanza… da quel poco che si è capito. Come vedete, appunto, si è capito poco… ma il silenzio comunicazionale è stato fino a oggi assordante. Ci siamo basati su voci, non confermate, di corridoio.

Chissà che prima dell’inizio del torneo non si venga informati un po’ di più. Per poter svolgere il nostro lavoro e informare anche voi. Concludendo questo editoriale vengo assalito da un terribile dubbio: non sarà che tutte queste vicende che riferisco sono in realtà frutto della mia fantasia? Perché è vero che non le leggo su nessun giornale, non le sento in alcuna radio, non le vedo e le sento commentare in nessuna tv. Le sogno allora? O magari interessano solo a me? In quest’ultimo caso farei meglio a non perdere tempo.

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Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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Editoriali del Direttore

Internazionali di Roma: a una giornata memorabile per gli azzurri, ne seguirà un’altra?

Sei italiani si sono aggiunti alle due teste di serie al secondo turno. Non un record, ma quasi. Musetti formidabile con un Wawrinka così così. Ma attenti a non ripetere l’errore di Sinner. Cecchinato e Caruso che guerrieri. Con chi qui scrive… nuova figuraccia FIT!

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Lorenzo Musetti - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Che meraviglia sarebbe stata per gli spettatori del martedì al Foro Italico… se avessero potuto esserci. Chissà quando mai succederà di nuovo che tre italiani raggiungano i tre che si erano qualificati per il secondo turno lunedì pur avendo, tutti e sei, giocato contro classifica e forse anche contro pronostico.

Di certo nessuno poteva pronosticare Lorenzo Musetti vittorioso contro Stan Wawrinka, anche se si poteva dubitare un po’ sullo stato di forma dello svizzero che aveva preferito evitare la trasferta americana. Ma Lorenzo, uscito dalle qualificazioni dopo una aspra battaglia con l’amico Zeppieri, sembrava alla vigilia un po’ troppo tenero per impensierire un giocatore dal CV (tre Slam) e dalla personalità di Stan The Man. Invece, dopo avergli rifilato un 6-0 al primo set che per i bookmakers non avrebbe avuto quota, Musetti ha dimostrato una freddezza e una tranquillità inaspettata anche nella gestione del secondo set, quando Wawrinka si è rifatto sotto e ha cacciato anche qualche urlo guerriero non appena ha recuperato il break e raggiunto il 3 pari.

Ma non solo quelle sono le qualità espresse dal tennista di Carrara che io vidi vincere il torneo junior di Pasqua alle Cascine di Firenze nel 2018, 20 anni dopo Roger Federer che lo aveva vinto anche lui prima di compiere i 17 anni. Potete rivederlo qua sotto con quel trofeo in mano prima della mia intervista.

 

Lorenzo, ex campione junior poi all’Australian Open, nel conquistare la prima vittoria di un 2002 in un Masters 1000 sotto gli occhi del suo mentore Simone Tartarini che lo ha seguito ovunque con l’affetto di un secondo padre, ha messo in mostra anche un grande talento: eh sì, la naturalezza con la quale ha duettato contro Wawrinka anche sulla diagonale dei rovesci, a una mano il suo come quello di Stan The Man che gode fama di essere uno dei primissimi al mondo, è stata non solo spesso vincente, ma davvero impressionante. Ha giocato anche un passante di rovescio stretto e incrociato da… spellarsi le mani per gli applausi.

Che peccato che al Foro ci fossero solo quattro gatti ad ammirarlo. Chi stava davanti alla tv come me – al sottoscritto la FIT ha ritenuto di non dare un accredito di presenza al Foro, ma solo uno virtuale, a differenza di 48 colleghi evidentemente… più simpatici a Binaghi e soci – non poteva trasmettergli tutto l’entusiasmo e la partecipazione che certamente avrebbero comunicato gli appassionati italiani.

GUAI A PARLARE ORA DI MUSETTI COME È STATO FATTO PER SINNER

Non illudiamoci ora. Se Piatti ha sempre detto che per Sinner occorreva aver pazienza, anche per Musetti occorre averla. Incontra Nishikori adesso. Il giapponese ha saltato il fake Cincinnati e New York, ma se a Roma ha battuto al primo turno Ramos-Vinolas che sulla terra rossa non è l’ultimo arrivato, beh non sarà un avversario tenero. Quindi non sovraccarichiamo le spalle (pur assai rafforzate: serve sopra i 200 km l’ora! E con mille variazioni di effetti e angoli) del giovanissimo Musetti pretendendo che si ripeta in omaggio alla famosa prova del nove. Speriamo che giochi un’altra bella partita, senza timori reverenziali, questo sì. Non innalziamo per Musetti i cori innalzati troppo presto al pur bravissimo Jannik Sinner, che secondo troppi avrebbe dovuto giocare da top ten già quest’anno per diventare numero 1 l’anno prossimo.

Se Musetti ha fatto il colpo del boom, grande ammirazione si deve agli altri due azzurri protagonisti di giornata. Non so dire chi dei due avesse l’avversario più tosto. Tennys Sandgren, l’abituale giustiziere degli italiani (Cecchinato, due volte Fognini, Berrettini, Sonego) nelle occasioni importanti, oppure Kyle Edmund, il bombardiere del Regno Unito che una volta lottava con Quinzi e poi ha raggiunto le semifinali dell’Australian Open?

Caruso ha lottato con un cuore ammirevole in una giornata caldissima ed è riuscito a battere uno che – a differenza di Paire e tanti altri – non molla un punto che è uno. Sandgren in Australia aveva avuto sette matchpoint con Federer. Non avrebbe certo mollato il matchpoint ieri al Foro, se Salvo non fosse stato bravo a lottare senza paura. Quando al ragazzo di Avola scappava… un doppio fallo, rimediava subito con un servizio vincente. Che grande prova di carattere. Idem dicasi per Cecchinato che, battuto nove volte di fila al primo turno nel suo annus horribilis, non aveva troppi motivi per aver fiducia in se stesso, sebbene per la verità avesse detto il contrario pochi giorni fa, ispirato dalla nascita del primogenito e rasserenato dalla maestria al suo fianco di Max Sartori, un nome che è una garanzia di serietà e professionalità ai massimi livelli.

Cosa sia successo fra Piatti e Sartori perché Max si sia allontanato da Bordighera –magari nulla, so che voleva avvicinarsi all’anziana madre a Vicenza – non lo so, ma diciamo che prendersi cura di un cavallo un po’ imbizzarrito come Cecchinato non era affar semplice e banale, ma il duo ha lavorato sodo ed è arrivato questo risultato importante in un torneo importante… che certo restituirà fiducia a un tennista che era salito addirittura al n.16 del mondo nel 2018 e che se anche non valesse quel livello è certo che vale molto di più del suo ranking attuale. Sulla terra rossa Marco può stare tranquillamente fra i primi 30. E aspirare anche a qualcosa di più. Anche senza battere Djokovic in un altro Slam.

Poichè avevano vinto lunedì altri tre azzurri, ne contiamo adesso sei lì, più i due teste di serie, Berrettini n.4 e Fognini n.7. Non è un record averne 8: anche nel ’69 ne avemmo 8 e nel 1973 addirittura 10. Un gran bel segnale anche agli scettici che dicessero: “L’importante è vedere quanti andranno in fondo”. Ok per calma e gesso, però Sinner ha 19 anni, Musetti 18, Zeppieri tre mesi in più, Berrettini 24 e Sonego 25…vengono quasi trattati come veterani! E Cecchinato a 28, fresco padre, è un nonno, così come Travaglia, anche lui 28?

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Ora finalmente sento dire da tutti – con una quindicina di anni di ritardo rispetto a quando invece non era sciocca competizione ma vera guerra aperta – che la collaborazione fra FIT e team privati ha segnato la svolta ed è all’origine di questi progressi del tennis italiano. Ce n’è voluto per capirlo, meglio tardi che mai. Era il segreto di Pulcinella. Probabilmente sono state le vittime del vecchio sistema che, finalmente coinvolte nella più recente gestione federale, hanno fatto in modo che gli errori del passato non si ripetessero.

Ma perché ciò accadesse era necessario che, appunto, i vecchi giocatori d’esperienza internazionale – come aveva sempre fatto la Federtennis francese che sapeva di potersi affidare a giocatori di un certo spessore anche intellettuale e culturale (Dominguez, Moretton, Bedel, Portes, Haillet, Caujolle, Forget) – la mettessero al servizio del loro Paese. Da noi invece perfino per tre componenti su quattro della squadra che ha vinto la nostra unica Coppa Davis si è messa in mostra più ostilità che spirito di collaborazione. E anche i vari Pozzi, Pescosolido, Sanguinetti (i primi che mi vengono in mente) non sono stati ritenuti capaci di apportare contributi validi e interessanti. Forse non erano abbastanza pronti a stendere tappeti rossi.

OGGI PROSEGUIREMO SU QUESTA STRADA?

Ora speriamo soltanto che il torneo prosegua, almeno in parte, sulla strada intrapresa. Chiaramente Berrettini è quello che sembra avere più possibilità di riuscirci. Altrimenti non avrebbe la classifica che ha e non sarebbe testa di serie n.4. Ma la classifica, lo abbiamo visto ieri, conta fino a un certo punto. E il fattore campo avrebbe aiutato, se ci fosse stato. Per Cecchinato c’è Krajinovic, suo coetaneo di vecchia data nei challenger: lo ha battuto tre volte su sette. L’unico duello nel circuito maggiore è avvenuto in Australia a gennaio: aveva vinto i primi due set, ci ha perso al quinto.

Caruso con Djokovic onestamente non può aspirare che a cercare di fare una buna partita, anche se il n.1 del mondo di solito non è incline a far fare bella figura ai suoi avversari. Almeno Salvo giocherà libero. Sono curioso di vedere Sinner con Tsitsipas. Giocarono contro anche un anno fa. Chi ha fatto più progressi dei due? È la risposta che proveremo a darci stasera. Anche se un solo match in realtà non la può dare. Sono pessimista sul conto di Fognini dopo aver seguito la sua prova a Kitzbuhel. E mi è sembrato pessimista anche lui. Travaglia con Coric non può illudersi, ma ci può provare perché Coric non gioca sempre bene. Ci proverà anche Sonego con Ruud, brutto pesce norvegese (non son tutti salmoni). Ma se ieri, oltre agli exploit degli azzurri, Koepfer ha battuto De Minaur e Coria Struff, quasi nessun risultato è davvero scontato. Come dicon tutti: si parte sempre dallo 0 a 0.

UN SOTTOZERO PER L’ULTIMA FIGURACCIA FIT

Sotto zero invece mi sembra, ancora una volta, il comportamento della FIT che mi ha negato un accredito stampa al Foro Italico, commettendo un’altra clamorosa gaffe se non un abuso. Ho un accredito virtuale, cioè posso seguire e partecipare alle conferenze stampa – bontà loro – ma al contrario di 48 colleghi che sono stati… ammessi a corte, io non ne sono stato ritenuto degno. Chissà, forse avrei dovuto scrivere che la Fit aveva fatto proprio bene a non restituire i soldi dei biglietti ai loro creditori. Come hanno fatto tutti gli altri Masters 1000 che non si sono disputati. Buon tennis a tutti dalla tv di casa mia.

P.S. Dimenticavo: recentemente L’ International Hall of Fame mi ha fatto l’onore di nominarmi membro del comitato che seleziona annualmente i campioni da inserire eventualmente nella Hall of Fame. Unico giornalista italiano. La proposta di inserirmi nell’Enshrinement Nominating Committee (di cui fanno parte Martina Navratilova, Pam Shriver, Jan Kodeš, Mark Woodforde, Frew McMillan, Fred Stolle, Arantxa Sanchez e altri vincitori di Slam) e’ venuta da Todd Martin e Stan Smith e sono stato orgoglioso di accettare. Qualcuno lo segnali a chi si occupa di fare gli accrediti FIT.


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Editoriali del Direttore

L’ATP progetta un torneo di 11/12 giorni per Roma nel 2022

Complesso piano di Gaudenzi, 92 pagine, con ‘allungamenti’ analoghi per Madrid e Shanghai. Un 1000 sull’erba. Benefici economici per i tennisti e investimenti per attirare un pubblico più giovane “ma se non ci saranno frammentazioni interne”

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Alla brutta conferma giunta martedì di un torneo 2020 senza pubblico al Foro Italico e dei conseguenti incassi, segue una lieta novella… per ora in fieri. Se tutto procede secondo i desideri dell’ATP, di Andrea Gaudenzi, Massimo Calvelli e ovviamente Angelo Binaghi, nel 2022 Roma potrebbe godere di 11/12 giorni per ospitare gli Internazionali d’Italia. Forse per tabelloni allargati, non più soltanto da 56 giocatori ma come minimo 64. Con i top-players che dovrebbero giocare un turno in più, ma godendo anche di qualche giorno di riposo fra un match e l’altro. Oggi chi comincia a giocare il mercoledì e va in finale deve giocare cinque giorni di fila. I tabelloni da 96 giocatori invece per Roma e Madrid paiono esclusi: non ci sono abbastanza campi per comportarsi come Indian Wells e Miami. Roma e Madrid dovrebbero rinunciare al torneo femminile e questo non è ipotizzabile.

Questo sviluppo per Roma sarebbe un gran bel colpo. La realizzazione di un sogno risalente a diversi anni fa, quando Roma e Madrid parevano in guerra… Così come è stato un gran brutto colpo quello di martedì. Più che prevedibile, se non addirittura quasi inevitabile, come ho scritto l’altro giorno. Ma pur sempre brutto, perché è chiaro che il tennis – e non solo la FIT – non guadagna se uno spettacolo manca di atmosfera, soprattutto direi al Foro Italico dove non è mai mancata.

I riflessi dell’assenza di pubblico sono negativi per la FIT che non incassa 15/18 milioni di euro, per gli appassionati che non possono godersi uno spettacolo di grande livello, per gli sponsor che perdono la miglior occasione per promuoversi in Italia, per le aziende che lavorano nel mondo del tennis e possono risentirne pesantemente in un anno già pesantemente compromesso dal COVID (ben oltre dagli immediati danni derivanti dall’assenza degli stand commerciali e dalla contrazione delle vendite in loco e fuori), inclusi tutti i media che danno priorità di spazio al tennis. Fra questi ultimi Ubitennis, purtroppo.

 

Chi pensa che io possa essere stato contento perché il torneo di quest’anno sarà giocato senza pubblico non capisce granchè. Non sono stato contento soltanto perché la vicenda non è stata gestita bene dalla FIT, nei tempi e nei modi. E con troppa arroganza. Senza la quale forse il risultato avrebbe potuto essere diverso. Così sono andati a sbattere contro un muro. Dovrebbe essere chiaro a chiunque che un sito di tennis ha tutto l’interesse a che un evento tennistico italiano abbia il maggiore successo possibile, sotto tutti i profili. Commerciale in primis: se l’attenzione e l’interesse sono diffusi tutte le aziende del tennis vanno meglio, se la FIT va meglio, si investirà di più nel tennis, nei vari rivoli. Forse anche in Ubitennis.

Ci ho tenuto a chiarirlo perché c’è sempre chi crede di aver capito tutto e non ha invece capito un bel nulla. Il fatto che chi scrive – il sottoscritto – abbia preso una posizione decisamente critica nei confronti della FIT per l’inaccettabile ingiustizia legata al mancato rimborso dei biglietti venduti in prevendita per una cifra di oltre 7 milioni di euro senza che nessuno abbia accennato a come sarebbero stati spesi né a un minimo di scuse vero i creditori – quella somma è tanta roba e non può essere assolutamente trattenuta con la gabola del presunto Super-voucher che avrebbe semmai potuto essere soltanto un’opzione alternativa – non significa davvero che io non mi augurassi che il pubblico, anche poche migliaia di appassionati per creare un minimo di atmosfera, fosse ammesso a sedersi almeno sul centrale, pur rispettando il giusto distanziamento.

Oltretutto, con una punta di egoismo, sarebbe piaciuto anche a me, dopo quasi mezzo secolo di presenze ininterrotte agli Internazionali d’Italia, non ritrovarmi accreditato solo virtualmente – come anche per l’US Open ma spero non a Parigi – a seguire il torneo da casa mia a Firenze.

Il progetto ATP è ancora in nuce e forse è uscito – sospetto – non tanto perché ci sia stata una vera fuga di notizie, ma perché penso si possa aver voluto lanciare un messaggio trasversale a chi dei tennisti debba ancora scegliere se seguire Djokovic e Pospisil e la PTPA. Un messaggio un tantino ambiguo, riassumibile da questa frase: “Il progetto potrà avere un risultato positivo se non ci saranno frammentazioni all’interno”. La notizia del possibile (probabile?) allungamento degli Internazionali a 11/12 giorni nel 2022 è quella che interessa probabilmente di più il pubblico italiano e la FIT di tutto il resto. Il resto è più per i giocatori, i direttori dei tornei. Ma anche gli appassionati più curiosi. Sono invece una priorità per i tennisti i loro prospettati aumenti, a partire da un iniziale incremento dei montepremi del 2,5 per cento.

LA TRASPARENZA DEI CONTI NEI MASTERS 1000

Questi potrebbero crescere assai di più per i Masters 1000 una volta che venisse concordata con tutti gli organizzatori dei tornei la possibilità di dare accesso ad una società di revisione neutrale e indipendente ai conti dei tornei. Questa società dovrebbe – a caro prezzo e con tempi tutt’altro che brevi – cercare di stabilire la vera entità degli eventuali guadagni di un torneo ATP (nel corso di due anni e non di uno solo). Lo scopo è quello di avere una trasparenza di quei conti per accrescere le percentuali spettanti ai giocatori. Se l’ATP riuscisse a centrare questo obiettivo si spunterebbero inevitabilmente le armi della PTPA. Ma chissà quanto ci vorrà!

Sì perché l’obiettivo dichiarato sarebbe quello di arrivare al 50-50 per organizzatori e giocatori una volta coperte le spese e le tasse. Che i primi accettino, visto che sono loro a correre i rischi imprenditoriali, non mi sembra facile. Infatti finora se ne sono ben guardati. Vero che se i Masters 1000, collettivamente e non ciascuno individualmente, avessero perso soldi in quel caso il montepremi del biennio successivo verrebbe ridiscusso e magari abbassato. Cosa che finora non accadeva. Anche questo presuppone la volontà di una “solidarietà finanziaria” fra i diversi Masters 1000 alla quale io personalmente credo piuttosto poco.

Ci si arrivasse nel 2022 verrebbero accertate le suddivisioni degli eventuali introiti del 2018 e del 2019. Le società di revisioni hanno bisogno di tempo per andare a fondo sui conti di nove tornei. Mi immagino che se il progetto andasse avanti ci sarà la corsa a gonfiare le spese da parte dei promoter più disinvolti. La società di revisione avrà il suo bel daffare a orientarsi, credetemi. Soprattutto in alcuni Paesi. E non fatemi dire quali.

CON GLI SLAM SARÀ PIÙ DURA

E comunque sia i giocatori, poi, in realtà amerebbero poter mettere le mani soprattutto sui profitti netti dei quattro Slam, cioè su una fetta ben più ricca che non quella dell’attuale 15% (mediamente) rappresentato dai montepremi dei quattro Majors. Ma sugli Slam, che generano il 58% degli incassi totali del tennis, l’ATP non ha alcuna giurisdizione. E i veri incassi sono sempre stati nascosti ai tennisti. Senza un accordo fra le sette entità del tennis, ATP, WTA, ITF, e ciascuno dei quattro Slam sarà dura. Riusciranno a collaborare? Mah…

ANDREA GAUDENZI DISSE

Fin dalla prima intervista che Andrea Gaudenzi rese a Ubitennis, insieme a colleghi di altre testate, il nuovo chairman mise l’accento sul fatto che in termini di popolarità il tennis è il quarto sport nel mondo, dopo calcio, basker e (non ci crederete) cricket! Ma genera soltanto l’1,3% dei diritti mondiali dello sport. I 2,200 miliardi che il tennis fatturerebbe sono divisi in tre fette più o meno equivalenti: biglietti, sponsor, diritti tv più dati media. Ma rispetto ai principali sport il tennis riscuote la percentuale più alta dalla biglietteria e la più bassa, di gran lunga, dai diritti media-tv.

Se ricordate tutte queste cose Gaudenzi ce le aveva dette in quella prima intervista. Adesso, in 92 pagine (anticipate da L’Equipe) che sono sicuro non vorreste vi riassumessi aggiungo solo alcune cosette, ma poi ritorneremo sopra tante altre che avrebbero richiesto tre articoli.

a) Soltanto il 55 per cento degli appassionati segue il tennis in diretta. Il 30% opta per gli highlights (ergo i match durano troppo…), il 12% segue contenuti extracampo (gossip, foto, vita privata, lo sport live). Questo significa che i contenuti digitali sono e saranno in continua espansione. Per questo motivo l’ATP pensa a creare un proprio centro di produzione, con contenuti brevi e non necessariamente legati alle partite. Lo si potrà fare ovviamente solo con la collaborazione dei giocatori… più richiesti.

b) Ci saranno, come è accaduto adesso per Kitzbuhel, più tornei ATP 250 nelle seconde settimane degli Slam e dei tornei che dureranno 11/12 giorni.

c) C’è una idea di aggiungere un decimo Masters 1000 (dopo che per tanti anni l’ATP voleva ridurli a sette), aggiungendo agli attuali nove uno sull’erba. Sia il Queen’s sia Halle godono di un discreto successo…

d) I Masters 1000 pagherebbero una quota per aumentare l’espansione dei diritti tv e il bonus pool e anche per aiutare gli ATP 250 (che non godono di buona salute). In cambio otterrebbero la protezione del loro status per 30 anni. Così come i Masters 500, che verserebbero una quota minore, avrebbero la garanzia di poter mantenere la loro categoria per 15 anni.

e) Come aveva già fatto capire Gaudenzi il tennis deve conquistare i giovani. E ampliare i numeri dei fan. Come? Sviluppando una politica rivolta a loro in un mondo in cui i vari Netflix, Spotify, Facebook, Amazon, Instagram, i social network hanno indicato una strada.

f) Si dovrà studiare anche i data emergenti dal mondo delle scommesse, i vari streaming ad esso connessi, e utilizzarli in modo intelligente riunendoli sotto un solo tetto comune. Cominciando ad analizzare quelli in possesso dell’ATP. L’ITF ha un accordo per 70 milioni di dollari in cinque anni con Sportsradar, ma finora ogni sigla ha fatto corsa a sé. Gaudenzi, che intanto ha raccolto un comitato del quale fanno parte alcuni executive di Apple Music, BWin, Facebook e Amazon, stima che ci vorranno dai tre ai cinque anni per raccogliere tutti i dati possibili sotto un unico cappello… ma se ci sarà la collaborazione di tutti i sette padroni del microcosmo tennis. Ci sarà?

g) Djokovic e Pospisil stanno facendo proseliti fra quelli che vogliono allargare la base. Gaudenzi la pensa diversamente: prima occorre far crescere la torta che oggi corrisponde a 270 milioni di dollari di prizemoney totale annuo, e soltanto poi occuparsi della distribuzione delle fette. Non è un contrasto ideologico da poco. Quindi i giocatori meno forti secondo Gaudenzi dovranno munirsi di santa pazienza. L’ATP non ha gli Slam e soltanto i Masters 1000 (nemmeno tutti) guadagnicchiano: in genere somme non diverse dal montepremi che mettono in palio. Non tantissimo, alla fine, se poi tanti vorrebbero acchiapparne delle fette sempre più grosse.


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