Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Danka Kovinic, una questione di rispetto

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Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Danka Kovinic, una questione di rispetto

Nel 2016 Danka Kovinc realizzò il suo sogno: partecipare alle Olimpiadi. Da lì in poi la lunga crisi: “Come se il successo mi avesse preso alla sprovvista”. Poi la ripresa e il ritorno tra le prime 100. Dopo Roma, la top 80 ed una consapevolezza nuova: “Per ottenere grandi risultati non devi pensare a chi hai di fronte”

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Danka Kovinic - Internazionali di Roma 2020 (sito WTA)

Nel dicembre del 2015, un’ottantina di articoli fa, “Nei dintorni di Djokovic” faceva il suo esordio su Ubitennis raccontando la storia di Danka Kovinic. L’allora 21enne tennista montenegrina era infatti in piena ascesa, reduce dalla sua prima finale WTA e dall’ingresso tra le top 60. Ed aveva un grande sogno: diventare il primo tennista montenegrino a rappresentare il suo paese alle Olimpiadi. Un sogno che otto mesi dopo si realizzò grazie anche da un’ottima prima parte di 2016, con i quarti nel WTA di Rio de Janeiro che le valsero il best ranking al n. 46 a fine febbraio e successivamente la finale nel WTA di Istanbul e la vittoria nel prestigioso ITF di Marsiglia.

Le Olimpiadi non furono certo fortunatissime, con la sconfitta all’esordio contro la statunitense Madison Keys. Ma soprattutto furono l’inizio della crisi per la tennista di Cetinje – ma cresciuta ad Herceg Novi, cittadina montenegrina che si affaccia sull’Adriatico – dato che a quella dei Giochi di Rio fecero seguito altre sei sconfitte al primo turno, su otto tornei disputati, con l’unico exploit della semifinale di Tianjin, fondamentale per mantenere a fine anno un posto tra le prime ottanta giocatrici del mondo. “Quando adesso ripenso a quelle due stagioni, sono state veramente ricche di successi. Il best ranking, la qualificazione alle Olimpiadi di Rio, le finali WTA, i match contro i grandi nomi del tennis. Sono successe tante cose, e rivedendo il tutto adesso la sensazione è che non me lo aspettassi, che sono stata presa alla sprovvista. Sono passati tre anni da allora e credo che mi sia mancata l’esperienza per sfruttare a mio vantaggio tutti quei successi” ha raccontato Danka in un’intervista prima della partenza di questa stagione.

Nel 2017 la tennista montenegrina alterna delle buone prestazioni nei tornei ITF (tre finali) a risultati deludenti nel circuito WTA, finendo però l’anno con cinque sconfitte consecutive al primo turno – compreso un ITF e un 125K, che dovevano rappresentare l’ancora di salvezza per il ranking di fine stagione – che le costano l’uscita dalle top 100. L’anno successivo va anche peggio: fa fatica anche a livello ITF e scivola fuori dalle prime duecento della classifica mondiale. E solo per il rotto della cuffia, grazie a un paio di discreti risultati a novembre tra ITF e 125K, riesce a rientrarci nella classifica di fine anno.

“Ammetto che è stata dura. Il periodo nero è durato più di due anni. Ero triste, insoddisfatta, non vedevo la fine della striscia di risultati negativi, mi sentivo insicura in campo. La cosa più dura da accettare era il fatto che mi allenavo e mi impegnavo al massimo come quando arrivavano i risultati, ma nonostante questo niente andava come doveva. Dopo una serie di insuccessi inizia a vacillare anche la fiducia in se stessi, e così c’erano momenti in cui in campo mi ritrovavo a non avere la stessa voglia, lo stesso desiderio di vincere di prima. Non sono andata da uno psicologo sportivo o da un mental coach, ho ritenuto di doverne uscire da sola. Forse con questa scelta la strada è stata più lunga, ma ne sono uscita più forte e matura”.

 

Ma quelle vittorie a fine 2018 sono il primo timido segnale di risveglio per Danka, che comincia a ritrovarsi, pur non riuscendo a capire fino in fondo, neanche adesso, cosa sia successo. “Non riesco a determinare il motivo esatto. Tutto quello di cui ho parlato prima ha contribuito a far scendere il mio livello di gioco. Come anche il fatto che in due anni ho cambiato quattro allenatori, mentre in precedenza avevo lavorato per dieci anni con lo stesso coach. Non riuscivo a trovare qualcuno che mi andasse bene e che capisse che non ero tennisticamente al livello di quando ero top 50. Poi nel 2019 ho cominciato a sentirmi meglio, più felice. Ci sono stati ancora degli ostacoli, ma aveva ritrovato la capacità di lottare che avevo prima, ero determinata in quello che volevo e nel dimostrare che meritavo di stare lì dove ero stata”.

Il 2019 segna infatti il comeback di Danka. Ricomincia pian piano a fare la voce grossa a livello ITF (una vittoria e una finale in marzo), ma la prima svolta vera e propria arriva a luglio, con la finale nel 125K di Bastaad in mezzo ad una vittoria ed una finale ITF, risultati che le permettono di riavvicinarsi alla top 100. Dove rientra alla grande a fine ottobre, grazie alla vittoria nell’ITF di Szekesfehervar, in Ungheria. Una vittoria, quella nella “Città dei re” (così chiamata perché in epoca medioevale vi avevano luogo le incoronazioni dei re ungheresi), che ha significato molto per la 25enne tennista originaria della città montenegrina che ha dato i natali anche a Elena del Montenegro, consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia e regina d’Italia dal 1900 al 1946). Ma re, regine e corone non c’entrano nulla con il valore di quella vittoria.

Il titolo in Ungheria è stato più di un titolo. Era il torneo in cui prima dell’inizio sapevo che vincendolo avrei raggiunto l’86esima posizione in classifica e dopo due anni sarei entrata nel tabellone principale di uno Slam. La pressione era tanta, specie in finale. È stato un match molto tirato, perché sia io che la mia avversaria (la rumena Begu, sconfitta per 6-4 3-6 6-3, ndr) eravamo nella stessa situazione: solo la vittoria garantiva l’accesso al main draw dell’Australian Open. Il ritorno nelle prime 100 è stata l’aspetto che ha caratterizzato la stagione e sono orgogliosa di essere riuscita a conquistare di nuovo un posto tra le migliori. Anche nel 2019 ci sono stati degli ostacoli, ma io e il mio team non ci siamo dati per vinti e questo ha pagato”.

Inutile ribadire come il 2020 sia stata, a causa della pandemia, una stagione assolutamente anomala. Prima dello stop Danka Kovinc aveva racimolato tre sconfitte in altrettanti incontri, tra Australian Open e un paio di International WTA, ma durante il lockdown non ha smesso di allenarsi intensamente e le dieci vittorie di fila all’Eastern Europe Tennis Championship organizzato da Janko Tipsarevic nella sua Accademia, struttura dove la giocatrice balcanica si allena da diverso tempo, le hanno permesso di riprendere la confidenza con il tennis agonistico.

“È stato molto importante, ci stavamo allenando 3-4 ore al giorno senza sapere, di fatto, perché, ed inoltre io sono una giocatrice che necessita di un po’ di tempo per abituarsi al ritmo partita. Per me quell’iniziativa è arrivata al momento giusto” aveva dichiarato di recente in un’altra intervista, prima di partire per gli Stati Uniti. I risultati dopo la ripartenza lo hanno dimostrato: dopo il ko all’esordio contro Zvonareva al Western e Southern Open, ecco il secondo turno allo US Open (l’ultima volta che aveva passato un turno in uno Slam era accaduto a Melbourne tre anni prima), i quarti ad Istanbul ed infine gli ottavi a Roma partendo dalle qualificazioni, suo miglior risultato in un torneo di livello Premier. Da lunedì Danka è n. 73, con un salto di tredici posizioni, tornando così dopo più di tre anni (dall’aprile 2017) tra le prime ottanta giocatrici del mondo.

E non pare intenzionata a fermarsi, anche perché adesso ritiene di avere una consapevolezza diversa, rispetto alla ragazzina montenegrina che si affacciò timorosa nel circuito ormai diversi anni fa. “Quando sono arrivata nel circuito avevo un grande rispetto verso i ‘grandi nomi’. Anche quando, ad esempio, ho battuto Roberta Vinci (successe a Madrid, nel 2016, ndr), c’era sempre quella sensazione di rispetto, forse anche di eccessiva umiltà… io sono solo Danka Kovinic e arrivo da un piccolo paese… Ora sono cambiata, forse sono cresciuta, affronto i match e le mie avversarie con un altro approccio. Sono sempre entrata in campo per vincere, ma prima era come se a livello inconscio ci fosse qualcosa in testa che ti diceva: ‘Ehi quella è Maria Sharapova…’. Ma per ottenere grandi risultati questo non  deve succedere. Cinque anni fa per me era tutto nuovo. Da Herceg Novi mi sono ritrovata al Roland Garros. Non c’era nessuno che mi dicesse: ‘Sei arrivata fino a qua, ora puoi battere anche loro’. Mi dicevano invece ‘va bene così. Hai già fatto tanto…’. Ecco, forse questo è stato l’errore”.

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Nei dintorni di Djokovic: Davor Grgic, il ragazzino croato che batté Roger Federer

Prima di Ljubicic, Ancic e Vajda (non Marian!), il primo croato a battere Federer fu Davor Grgic. Coetaneo e amico di Roger da junior (“I nostri coach si conoscevano e giravamo spesso insieme”), le loro carriere hanno poi preso direzioni completamente diverse (“Lui è una leggenda, io un uomo normale”)

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Davor Grgic (fonte: Facebook)

Sono cinque i tennisti croati che a livello ATP possono vantarsi di aver battuto Roger Federer almeno una volta nella loro carriera. In ordine strettamente cronologico: Ivan Ljubicic, Mario Ancic, Ivo Karlovic, Marin Cilic e Borna Coric.

Quello con più “tacche” sul manico della racchetta è proprio l’attuale allenatore di FedExpress, Ivan Ljubičić, che per ben tre volte da giocatore ha stretto la mano da vincitore, a fine partita, al suo attuale allievo. A dire il vero, tutte e tre le vittorie del 41enne originario di Banja Luka sono state ottenute agli albori della carriera di Roger, tra il 2001 e il 2003. Quando non era ancora The Swiss Maestro, insomma. Sebbene l’ultima, ottenuta proprio a casa di Federer, a Basilea, arrivò proprio quando stava iniziando a diventarlo, dato che il 24enne “Ljubo” – anche lui in ascesa in quel periodo – si impose nell’occasione per 6-4 al terzo su un Roger 22enne, testa di serie n. 2, che aveva appena trionfato per la prima volta a Wimbledon e qualche settimana dopo avrebbe vinto il suo primo titolo di “Maestro” alla ATP Master Cup di Houston. Da quel momento in poi, dieci vittorie di fila per Federer, per uno score complessivo di 13-3 a suo favore. Vittorie non tutte facili però: basterà ricordare la finale di Rotterdam del 2005 in cui si impose per 7-6 al terzo, sconfitta di cui solo un anno fa Ljubicic ancora si rammaricava.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Mario Ancic vinse invece la prima sfida con Federer, il match al primo turno di Wimbledon 2002, al quale Roger si presentò con tutte le luci dei riflettori puntate addosso, dopo che l’anno prima – ancora teenager – aveva battuto Sampras negli ottavi, nel match che nell’immaginario collettivo rappresenta il passaggio di consegne tra i due fuoriclasse che più di tutti hanno dominato sull’erba londinese. Poi negli altri sei incontri (di cui quattro a livello Slam, due al Roland Garros e due a Wimbledon) lo sfortunato tennista di Spalato – che praticamente non si riprenderà mai più del tutto alla mononucleosi contratta all’inizio del 2007, dopo che l’anno prima era entrato in top 10, costringendolo al ritiro quattro anni dopo, a soli 26 anni – racimolò solo un misero set.

 

Ivo Karlovic tempo fa ha ammesso che Senza tie-break posso battere Federer solo in una rissa , e infatti l’unica vittoria in 14 sfide contro il fenomeno di Basilea l’ha ottenuta al Masters 1000 di Cincinnati del 2008, imponendosi nei tie-break del primo e del terzo set. Nei sette incontri successivi Ivo ha perso non solo le partite, ma anche tutti e sette i tie-break disputati (e ha vinto solo un set).

Curiosamente, sinora abbiamo citato tutti i protagonisti della vittoria croata in Davis nel 2005, dato che Ljubicic e Ancic furono i titolari indiscussi, sia in singolo che in doppio, di quella trionfale cavalcata, e Karlovic scese in campo (seppure a risultato acquisito) nella semifinale contro la Russia.

Della rosa dei vincitori, manca però un nome. Nonostante si fosse ritirato da un anno, Goran Ivanisevic fu convocato per la finale di quella Davis perché potesse mettere in bacheca la riproduzione in scala dell’insalatiera che l’ITF consegna ai vincitori della manifestazione. Ecco, a differenza dei sopra citati, il più forte giocatore croato della storia non ha mai battuto Federer, sebbene l’abbia affrontato in due occasioni quando lo svizzero era ancora un teenager. C’è però da dire, a onor del vero, che in quel periodo Goran era già entrato nella parabola discendente della sua carriera.

Curioso comunque notare come con la prima vittoria, allo AXA Open di Londra nel febbraio 2000, il 18enne Federer scavalcò definitivamente in classifica il 28enne Ivanisevic (passò da n. 66 a n. 58, il croato da n. 61 scese a n. 65), entrando poco dopo nella top 50, dalla quale Goran invece era già uscito a novembre dell’anno prima. La seconda si svolse un anno dopo nei quarti del Milano Indoor, il primo torneo ATP vinto da Federer, dove Ivanisevic aveva ricevuto una wild card. Esattamente come sarebbe successo qualche mese dopo a Wimbledon, dove il tennista spalatino avrebbe realizzato una delle imprese più incredibili della storia del tennis: vincere i Championships da wild card. Un’impresa in qualche modo favorita dal ragazzino svizzero, che aveva eliminato la ‘nemesi’ londinese di Ivanisevic, Pete Sampras, che per ben due volte aveva stoppato i sogni di gloria del croato a un passo dal traguardo, nelle finali del 1994 e, soprattutto, del 1998 (oltre alla semifinale del 1995).

Nel ripercorrere le vittorie dei tennisti croati su Federer, continuiamo a seguire il fil rouge dei trionfi Davis della nazione balcanica, passando ai protagonisti di quella del 2018, Cilic e Coric. Partità più, partita meno, Marin Cilic si ritrova allo stesso livello di Ancic e Karlovic: una sola vittoria negli head to head, nel suo caso in dieci sfide con The Swiss Maestro. Sebbene quell’unico trionfo sia particolarmente dolce da ricordare per il tennista di Medjugorje e per il tennis croato in generale: era la semifinale dello US Open 2014, che lo avrebbe poi visto trionfare in finale su Nishikori, per il secondo Slam vinto da un tennista croato nel singolare maschile. Meno piacevoli per Marin i ricordi degli altri tre big match giocati tra i due: in particolare i quarti di Wimbledon 2016, dove Federer rimontò due set di svantaggio annullando tre set point nel quarto. Anche le due finali Slam – quella dell’anno successivo a Londra, dove le vesciche di fatto gli impedirono di competere, e quella di Melbourne nel 2018 , dove crollò nel quinto dopo aver rimontato due set di svantaggio – non sono proprio il massimo, ma saranno comunque tra le prime cose che Marin racconterà al piccolo Baldo quando gli spiegherà che lavoro fa il papà e fin dove è arrivato.

Federer e Cilic – Australian Open 2018

L’altro grande protagonista della conquista dell’insalatiera di due anni fa è Borna Coric, che è anche quello messo meglio di tutti negli scontri contro la leggenda svizzera. Noblesse oblige, è ovviamente in svantaggio anche lui, ma con un onorevole 2-4, impreziosito dal fatto che una delle due vittorie l’ha conquistata in uno dei ‘giardini di casa’ di Federer, quel Gerry Weber Open di Halle che Roger ha vinto per ben dieci volte. Nel 2018, al primo tentativo di conquistare la ‘Decima’, Federer fu però sconfitto in finale proprio dal giovane croato.

GLI ALTRI FORTUNATI

Ma i cinque campioni – tre top 10, due top 15 – citati non sono gli unici tennisti croati a poter vantare di aver battuto il giocatore che ha conquistato più titoli Slam in singolare nel storia del tennis maschile, sebbene siano gli unici contemplati dalle statistiche ATP, che non considerano i match a livello Futures e, ovviamente, a livello juniores. È già noto agli appassionati il nome di Ivan Vajda, che sconfisse un Federer 16enne in un torneo satellite (l’equivalente degli attuali Futures) a Uster, in Svizzera, nel 1997. Vajda era all’epoca un 19enne di belle speranze, ma non avrebbe mantenuto le promesse: per lui un best ranking n. 223, una semifinale Challenger in carriera e solo un paio di sconfitte al primo turno al Croatian Open di Umago a livello ATP (una con Carlos Moya e l’altra con il compianto Federico Luzzi). Ritiratosi nel 2003, ha aperto a Zagabria un’accademia per giovani tennisti.

In Croazia però, da diverso tempo, circolava con insistenza la voce che in realtà non fosse Vajda il primo croato ad aver battuto Federer. Così, cogliendo l’occasione del “Croatian Premier Tennis” di Osijek, primo torneo disputato in Croazia dopo il lockdown, il sito d’informazione croato 24sata.hr ha intervistato colui che sembra essere a tutti gli effetti il vero detentore del primato e che vive proprio nel capoluogo della regione croata di Osijek e della Baranja, sua città natale. Stiamo parlando di Davor Grgic, ex promessa croata a livello juniores, che ha abbandonato molto presto il tennis agonistico per intraprendere la carriera di allenatore.

Davor svolge la sua attività proprio ad Osijek, dove ha seguito – e ne parleremo in seguito –  anche una sua concittadina ora in cima alle classifiche mondiali, l’attuale n. 24 del mondo Donna Vekic. Ma tornando a Federer e a quella vittoria, si tratta di qualcosa di cui Davor non ama vantarsi. “In realtà, non mi piace affatto parlarne o evidenziarla. Non so esattamente perché, forse perché Federer oggi è quello che tutti sappiamo, una vera leggenda, mentre io sono un uomo normale che vive in una piccola città. Siamo come il cielo e la terra. Però sì, l’ho battuto. E questo nel nostro primo scontro diretto, dei tre disputati in totale. Fu negli Stati Uniti, alla Sunshine Cup under 14. Ricordo anche il risultato, finì 6-4 6-4. A quei tempi ero tra i primi sei under 14 a livello europeo. Poi ci siamo incontrati in un torneo under 16 da qualche parte in Francia, credo a Lille, era una semifinale e c’era il pubblico. E mi ricordo che proprio per questo ero molto teso e vinse lui, credo 7-5 6-3. L’ultima partita, forse quella che è più realistico prendere in considerazione per parlare di lui e l’unica di cui immagino si sappia (in effetti è l’unica che si può trovare negli annali della ITF, ndr), l’abbiamo giocata a Milano al Bonfiglio, un torneo che è considerato ufficiosamente un campionato del mondo under 18. Roger mi batté 6-1 3-6 6-2″.

Era la seconda metà degli anni Novanta. Roger era ben lontano da diventare l’iconico RF e lui e Davor erano semplicemente due adolescenti che condividevano gli stessi sogni su un campo da tennis. Tanto che in quel periodo non erano solo avversari in campo, ma si frequentavano anche fuori. “Eravamo buoni amici. Il mio allenatore di allora, neozelandese, e il suo, australiano (Peter Carter, scomparso prematuramente a 38 anni, ndr), si conoscevano ed ero spesso con lui in viaggio. Siamo usciti spesso insieme. Ci sentivamo anche al telefono, ma poi quando è entrato nella top ten, ha cambiato numero e da allora non ci siamo più sentiti. Certo, avremmo potuto vederci l’anno scorso in Australia quando ero lì, ma non volevo disturbarlo. Ripeto, non sono uno che vuole farsi notare e poi chissà se si sarebbe ricordato di me”.  Per quanto vale, avendo sentito tante volte il fuoriclasse svizzero ricordare perfettamente partite giocate ad inizio carriera ed anche da junior, chi scrive non ha dubbi: Federer se ne sarebbe ricordato benissimo.

Con Davor ci sarebbe anche l’opportunità di confermare la natura (giovanile) ribelle del giovane Federer, ma il suo vecchio amico glissa e si sofferma invece sullo svizzero fuori dal campo, confermando quello che già si sapeva: senza la racchetta in mano, il “Rogi” teenager era completamente diverso. “Era uno molto alla mano, rilassato, giocoso. Praticava anche altri sport, dal cricket ad alcuni di cui all’epoca non conoscevo nemmeno il nome, e penso che sia per questo che ha sviluppato una tale gamma di abilità. Mentre gli altri si allenavano “trecento” ore a settimana, lui diversificava“.

Roger Federer, 17enne, all’esordio al torneo di Rotterdam (Fonte: Twitter)

LA CARRIERA DI DAVOR

Proprio dopo l’ultima partita contro Roger, il 16enne Grgic ottiene il suo miglior risultato a livello di Slam juniores arrivando negli ottavi al Roland Garros, dopo aver superato le qualificazioni. “In quel periodo feci un bel salto. Raggiunsi la 24esima posizione nella classifica ITF juniores.” Sembra proprio che in quell’estate del 1997 Davor stia per spiccare il volo. Rientrato da Parigi, la settimana successiva vince il suo primo torneo ITF juniores, gli Internazionali juniores di Croazia ad Umago. Ma in realtà il volo è già finito: la vittoria in patria resterà l’unica del suo palmarès, poiché da quel momento cominciano i problemi.

Mi infortunai al polso destro a causa del troppo allenamento e il recupero fu terribilmente difficile. Le aspettative erano alte, io stesso mi ero prefissato degli obiettivi ambiziosi, ma il mio sviluppo fisico e la mia maturazione non andavano di pari passo”. Una volta rientrato, Grgic inizia ad alternare l’attività juniores a quella a livello professionistico ITF, ma i problemi non sono finiti, anzi. “Ci furono poi i problemi in Germania, dove mi allenavo dall’età di 14 anni e dove avevo ottenuto un contratto di sponsorizzazione di sette anni dalla Gerry Weber (l’azienda tedesca di abbigliamento, main sponsor del torneo ATP di Halle, ndr), risolvendo così le preoccupazioni finanziarie dei miei genitori. L’accademia dove mi allenavo andò in rovina e così dopo quattro anni, proprio nel momento peggiore, dovetti tornare in Croazia”.

Davor continua a dividersi tra attività juniores e “pro” anche nel 1998, ma capisce molto presto che le cose non vanno per il verso giusto. Dopo i problemi personali arrivano quelli tecnici, derivanti dalle difficoltà di adattamento al passaggio da juniores a professionista, ma soprattutto ai cambiamenti che si stavano verificando nel gioco in quegli anni. E che lo stop forzato – a suo dire – non gli diede la possibilità di metabolizzare. “Il tennis in quel periodo stava cambiando drasticamente dal punto di vista della velocità di gioco e mentre altri, come Federer, svilupparono il loro gioco di conseguenza, io mi ritrovai all’improvviso in difficoltà sul campo. Ricordo una partita di doppio contro Fernando Gonzalez, che avevo battuto a Wimbledon juniores quando era seconda testa di serie: a rete mi sono sentito come un formaggio svizzero”. 

Diventato maggiorenne (è nato il 25 aprile del 1981), ci prova ancora per un paio d’anni, tra il 1999 e il 2000. A settembre del 1999 raggiunge il suo best ranking, n. 845, ma l’anno dopo, quando a cavallo tra la primavera e l’estate colleziona quattro sconfitte di fila al primo turno, capisce che il treno ormai è passato. “Ero rimasto indietro in quello sviluppo, e ho realizzato in poco tempo che non aveva più senso continuare. Ho giocato ancora un po’ nei campionati a squadre, ma solo per un breve periodo: molto presto mi sono dedicato alla carriera di allenatore, iniziando a fare subito esperienza”.

Nonostante la brevissima carriera da professionista, Grgic può comunque vantare qualche head to head eccellente anche a quel livello, come Baghdatis e Ferrero. “Non sapevo nemmeno di avere battuto Baghdatis, fino a quando qualcuno non me l’ha detto una volta, ovviamente da qualche parte a Cipro. Ho anche giocato contro Juan Carlos Ferrero, poco prima che si concludesse la mia esperienza in Germania, perdendo in tre set. Sei mesi dopo è entrato nella top 50 e ricordo che ci siamo chiesti tutti come fosse possibile. Fino a ieri era lì con noi ed ora giocava nei grandi tornei”. Dobbiamo segnalare che qui i ricordi di Grgic non sono del tutto precisi. I due risultati sono confermati, sia la vittoria contro un 14enne Baghdatis, al primo turno di un Future a Nicosia nel novembre 1999, sia la sconfitta contro “Mosquito” per 6-4 3-6 6-3, nel torneo satellite di Cacais, in Portogallo, nell’autunno 1997. L’esplosione del giocatore spagnolo avvenne due anni dopo quel match, quando entrò nella top 100 a metà 1999 e nella top 50 circa tre mesi dopo. Seppur non collocata esattamente nel cassetto dei ricordi, l’osservazione di Davor ai tempi ci poteva stare, considerando che prima dei suoi diciannove anni (è nato il 12 febbraio del 1980), il vincitore del Roland Garros 2003 non si era mai nemmeno avvicinato alla 300esima posizione del ranking.

Navigando tra i risultati di Grgic abbiamo trovato un’altra piccola curiosità: a chiudere nel 2000 la sua carriera agonistica –  sconfiggendolo per 6-3 6-3 al primo turno di un Future a Skopije, in Macedonia – fu proprio quell’Ivan Vajda di cui parlavamo all’inizio. Anche se in quell’inizio estate del 2000 nessuno dei due avrebbe immaginato che l’aver sconfitto anni prima quel talentuoso svizzero
– con cui Davor forse si sentiva ancora al telefono – sarebbe potuto diventare motivo di incredibile vanto per entrambi.

A proposito, diamo a Vajda quel che è di Vajda (non ci addenteremo in questioni antroponimiche e sorvoleremo sul fatto che il cognome sia lo stesso del coach di Djokovic, però nomen omen, dicevano i latini…), evidenziando come quella vittoria gli permetta comunque di fregiarsi di due primati in patria. È infatti comunque lui il primo ad aver battuto Federer a livello professionistico e, soprattutto, è l’unico croato in vantaggio negli scontri diretti con il fenomeno di Basilea. Una curiosità nella curiosità: mentre i due si sfidavano in Macedonia, il 18enne Federer aveva iniziato la terza settimana consecutiva nei top 40. Ci era entrato infatti il 12 giugno 2000, grazie agli ottavi raggiunti al Roland Garros. Non è ancora uscito. E sono passati più di vent’anni…

ORA COACH

Come dicevamo, Davor è passato presto dall’altra parte della rete, a insegnare tennis invece di giocarlo. Tra i suoi allievi il nome più famoso è quello di Donna Vekic, anche lei originaria di Osijek. “Abbiamo lavorato insieme da quando Donna aveva nove anni fino ai dodici, e poi di nuovo dopo l’interruzione della sua collaborazione con David Felgate. Ha vinto il suo primo titolo WTA con lui nel 2014 a Birmingham e un anno dopo, nei tre mesi in cui ho collaborato con lei, ha raggiunto la finale di Tashkent. In quel periodo ci siamo allenati molto bene e mentre io aiutavo lei, lei ha aiutato me: perché mi ha permesso di dimostrare qualcosa a me stesso“.

Davor Grgic e Donna Vekic – Tashkent 2015 (Fonte: tennis-talents.com)

Oggi le priorità di Davor Grgic sono la famiglia e crescere giovani talenti. Ma quest’ultima non è solo una priorità perché quella di allenatore è la sua professione, ma anche e soprattutto perché è qualcosa che lo gratifica. “Sono coinvolto in una bella iniziativa, un progetto, insieme al mio amico italiano Luca Appino che ha fondato Tennis Talents (Appino, tennis coach e talent scout – quando lavorava per Babolat mise sotto contratto, tra gli altri, il 14enne Rafa Nadal – ha fondato diversi anni fa questa accademia e il relativo metodo Tennis Talent, con l’obiettivo di scoprire talenti e aiutare a crescere giocatori di ogni livello, ndr) e seguo la sede croata qui ad Osijek. Sono già sette anni che collaboriamo e la mia soddisfazione più grande è vedere il sorriso di un bambino e il suo desiderio di tornare ad allenarsi. I bambini sono fondamentali per noi, dobbiamo garantire loro un processo di sviluppo di qualità fin dalla più tenera età, e mi piacerebbe davvero avere un supporto maggiore e migliore da parte delle istituzioni”.

Ma se ci fosse di nuovo la possibilità di lavorare con un professionista, come è accaduto con Donna, Davor ci farebbe un pensierino a tornare nel Tour? Sì lo farei. Mi piacerebbe lavorare con qualcuno che dà tutto se stesso perché sia ​​il giocatore che l’allenatore devono sacrificarsi. Un giocatore ha successo quanto il team che lo supporta. Lo scorso anno ho collaborato per un breve periodo con Bernarda Pera (la 26enne tennista statunitense, attuale n. 61 del ranking, è originaria della Croazia, ndr), ma poi non abbiamo proseguito. Per poter lavorare con i professionisti loro devono volerlo veramente. La motivazione non sarebbe il denaro, perché la mia motivazione più grande, qui, è il sorriso di un bambino”.

E chissà se in quel sorriso Davor non cerchi di ritrovare un frammento di quel sorriso che tanti fa accompagnò un bambino di Osijek dopo aver battuto un suo coetaneo svizzero. Forse no, a giudicare dalle sue parole il tempo dei rimpianti è passato. Piuttosto, da coach, può essere invece che cerchi di trovare un frammento del sorriso di quel ragazzo svizzero che lui conosceva bene. Con la speranza che proprio quel frammento racchiuda il mistero di quella cosa che chiamiamo talento. E magari la prossima volta sarà un ragazzino di Osijek, che sorrideva quando andava ad allenarsi, a cambiare il numero del cellulare perché è diventato un top ten…

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic: Ana Konjuh is back. “Forse non sono fatta per il tennis. Ma non mollo”

A quasi tre anni dal primo stop e dopo tre operazioni al gomito, a Zara abbiamo rivisto in campo Ana Konjuh. L’ex n. 20 WTA, nonostante il ranking protetto, ha deciso di ripartire dalla retrovie (“Sarà strano”) per prendere confidenza con il tennis agonistico. E il ritiro non è più un’opzione (“Ho ancora tante motivazioni”)

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Ana Konjuh - Adria Tour (foto: Ilvio Vidovich)

L’Adria Tour di Zara, purtroppo, verrà ricordato soprattutto per la positività al COVID-19 di alcuni dei protagonisti e di altre persone – fortunatamente tutte guarite, la cosa più importante – e per le conseguenti polemiche sulla mancata adozione da parte degli organizzatori dell’evento di maggiori precauzioni al fine di ridurre il rischio di contagio. Ma in quel weekend nella città che fu la capitale del Regno di Dalmazia ai tempi dell’impero austro-ungarico, c’è stato comunque qualcosa di bello da segnalare, tennisticamente parlando. Sebbene si sia trattato solo di un doppio di esibizione, in cui insieme a Borna Coric ha affrontato Novak Djokovic ed Olga Danilovic, a Zara abbiamo infatti rivisto in campo Ana Konjuh.

La 22enne talentuosa giocatrice di Dubrovnik era praticamente ferma da quasi tre anni. Da quando nell’agosto 2017, appena entrata in top 20 e dopo aver raggiunto gli ottavi a Wimbledon il mese prima, il gomito destro – già operato nel 2014 – era tornato a farle male. Da quel momento in poi, un calvario. Nell’anno e mezzo successivo, due operazioni all’articolazione (settembre 2017 e marzo 2018), tentativi di rientro e ulteriori terapie conservative. L’avevamo ritrovata in campo all’inizio del 2019. Tre sconfitte in tre incontri, l’ultimo a Budapest, in febbraio, battuta dalla francese Parmentier. E la speranza di essere guarita che subito svaniva davanti alla triste realtà: il dolore al gomito era tornato. Poco dopo ecco la quarta operazione, ultima speranza di risolvere il problema all’articolazione e tornare a giocare senza dolore. Da allora, sono passati altri sedici mesi.

Proprio qualche settimana prima del rientro in campo (prima di Zara, era scesa in campo anche in un’altra esibizione in Croazia, ad Osijek), Ana era stata intervistata in un paio di occasioni dal sito croato 24sata.hr, rivelando i retroscena della decisione di tornare per l’ennesima volta sotto i ferri. “A febbraio ero andata negli USA per una visita, non era previsto che mi operassi, ma è andata così. Il gomito era tornato a farmi molto male, non sapevo cosa fare. Il medico mi disse che non vedeva nulla, ma che era evidente che non potevo più giocare. Si è messo in contatto con i medici che mi avevano operato in precedenza e mi ha dato un’unica opzione: avrei dovuto operarmi di nuovo e avevo cinque minuti per decidere. Il giorno dopo alle cinque del mattino ero sul tavolo operatorio”.

 

Ora, tutto sta finalmente procedendo per il meglio. “Se non ci fosse stata la pandemia, probabilmente adesso sarei in giro per tornei. Mi alleno ogni giorno e spero di non avere più problemi con gli infortuni. Il gomito va bene e questa volta ho avuto molto tempo per il recupero e per una riabilitazione ottimale e confido di essere pronta quando inizieranno i tornei”.

Ana Konjuh (fonte: Facebook)

A Zara la vincitrice nel 2013 di due Slam juniores in singolare, Australian Open e US Open (“È uno dei sogni che non ho realizzato, avrei voluto vincerli tutti e quattro”), ha giocato con una vistosa protezione al gomito, ma a giudicare da quanto visto – a partire da un paio di dritti sparati addosso a Djokovic a rete – la potenza dei colpi che le valsero l’appellativo di “Baby Serena” quando iniziò a muovere i primi passi nel circuito maggiore pare non avere risentito dello stop. “Mi hanno detto che l’80% delle persone recupera completamente da questa operazione (ricostruzione del legamento collaterale ulnare, ndr). Considerando che nessuno sa esattamente quale sia il mio problema – forse è una questione biomeccanica, forse non sono “fatta” per il tennis – nel mio caso questa percentuale è inferiore. Ma mi sono detta: ‘Dai Ana, questo è l’ultimo tentativo’”. 

Un tentativo in cui ripartirà da…zero, dato che attualmente non ha una classifica WTA, considerato che gli ultimi punti erano i tre ottenuti a febbraio dell’anno scorso.

In realtà la tennista dalmata potrebbe sfruttare il ranking protetto di n. 255 (“Non sono stata molto tempestiva nel richiederlo” ha ammesso, ed è difficile darle torto considerato che lo ha fatto a metà luglio 2018, a più di dieci mesi dal primo stop e dopo che si era già sottoposta a due interventi: solo un mese prima era ancora n. 127), ma ha dichiarato che non è sua intenzione farlo subito (“Penso di utilizzarlo per le qualificazioni degli Slam”), dato che vuole iniziare giocando tornei di livello inferiore, per riprendere confidenza con i match. Tornei che non frequenta da un bel po’. “Sì, riparto da zero, è così. Ho dimenticato come sia giocare in questi tornei, perché sono passata velocemente da junior a senior. In tutti i casi, sarà strano”.

Siamo andati a controllare e in effetti per Ana sarà veramente strano, perché da quasi sei anni non frequenta i tornei ITF di livello inferiore. A parte infatti il match di primo turno a Trnava, in Slovacchia, nel gennaio dello scorso anno, nell’ultimo tentativo di rientro purtroppo andato male (dove perse 7-6 6-4 dalla n. 153 Martincova, non proprio un sorteggio favorevole per un primo turno ITF), l’ultimo ITF da 25.000$ disputato fu quello di Clemont-Ferrand nel settembre 2014, quando aveva diciassette anni.

In questi ultimi tre anni la vita di Ana è stata ben diversa da quella a cui era abituata, da juniores prima e professionista poi. Tra riposo e riabilitazione, tanto il tempo passato a casa davanti alla TV, a guardare serie TV (“Le adoro. Ho iniziato a guardare “La casa di carta” ma non ho finito. Mi sono dovuta dare una calmata, ero capace di rimanere a guardare puntate fino alle prime ore del mattino…”) e anche altri sport. “Sono diventata un’appassionata di NFL. Passo un paio di mesi all’anno negli USA e mi sono appassionata di questo sport. Eravamo a Cincinnati, vai in un ristorante e tutti ne parlano, guardano i match… Per chi faccio il tifo? Per i San Francisco 49ers, San Francisco è una città che adoro”.

Un’altra curiosità collegata alla nazione nordamericana è il fatto che abbia dichiarato che il suo migliore amico nel tour non è un connazionale, come di solito capita, ma proprio un tennista statunitense, Frances Tiafoe. “Quella dichiarazione devo cambiarla. Il mio amico più caro è Borna Coric. Devo dirlo, perché si è arrabbiato con me quando ho detto che era Tiafoe… Quindi con l’occasione mi scuso con Borna. Tra l’altro, anche Frances si era arrabbiato con me: quando gli avevano tifato contro, o meglio per Borna, quando avevano giocato contro in Coppa Davis a Zara. Non è stato facile…”.

Ana Konjuh con Borna Coric durante il doppio di esibizione a Zara (foto: Mario Cuzic/HTS)

In passato l’allieva di coach Antonio Veic, suo connazionale ed ex n. 119 del mondo, aveva più volte dichiarato – l’ultima solo lo scorso anno – che pensava di smettere presto con la carriera agonistica. “Sì, all’inizio della carriera avevo detto che era mia intenzione giocare fino ai 26 anni e poi crearmi una famiglia, diventare mamma. A causa di questi infortuni i piani sono cambiati. Giocherò probabilmente fino ai 30. Ma potrei ritirarmi prima se raggiungessi quello che vorrei…”. E cosa vuole Ana Konjuh?Vincere un torneo del Grande Slam, è il sogno di tutti quelli che giocano a tennis. Ed è questo il momento per sperarci, considerato che ci sono tenniste che periodicamente riescono a fare salto e ad ottenere il grande risultato. Basta guardare chi sono le ragazze che hanno conquistato gli ultimi Slam, sono tutte della mia generazione”.

I dati le danno assolutamente ragione: degli ultimi sei Slam solo uno (Wimbledon 2019, Simona Halep) è stato vinto da una giocatrice della generazione precedente. Gli altri sono stati appannaggio, nell’ordine, di Naomi Osaka, coetanea di Ana, di Ashleigh Barty, un anno in più della croata, e di Bianca Andreescu e Sofia Kenin, rispettivamente più giovani di diciassette e dieci mesi.

E magari lo Slam in cui trionfare potrebbe essere quello che ama di più, Wimbledon. “È particolare. Sarà per l’erba, sarà perché siamo tutti vestiti di bianco… Comunque tutti i giocatori vorrebbero giocare una volta nella vita sul Centrale di Wimbledon”. Ma nel breve termine c’è un altro obiettivo a cui la tennista croata tiene in modo particolare: la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo. Ci aveva messo una pietra sopra, ma il rinvio dei Giochi di un anno a causa della pandemia le offre ora una nuova possibilità. “Credo sia il sogno di ogni tennista partecipare alle Olimpiadi. Sono stata a Rio 2016 e la partecipazione ai Giochi è un qualcosa di unico. Spero, se sarò in salute, di poter risalire nel ranking in modo da qualificarmi per Tokyo”.

L’ultima domanda è – purtroppo – doverosa: e se il rientro non dovesse andare secondo i piani? Mesi fa la giovane croata aveva infatti fatto capire che se ci fossero stati dei nuovi problemi, avrebbe potuto veramente decidere di appendere la racchetta al chiodo. Ma il tempo ha stemperato dubbi e preoccupazioni, ed ha anche dato ad Ana la forza e l’energia per ripartire e non pensare più ad arrendersi. “Era una cosa detta a caldo. Se dovesse capitare ancora qualcosa, ritornerei ancora. Ho ancora tante motivazioni”.

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