Le accuse a Zverev: Olga Sharypova racconta la sua versione a Racquet Magazine

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Le accuse a Zverev: Olga Sharypova racconta la sua versione a Racquet Magazine

Ben Rothenberg ha realizzato un’intervista con l’ex-fidanzata di Alexander Zverev. La giovane russa racconta le violenze che avrebbe subito durante la loro relazione, arrivando a tentare il suicidio

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Qualche giorno fa, Olga Sharypova aveva accusato Alexander Zverev di abusi domestici, in particolare durante lo US Open 2019. Zverev ha replicato con un breve post su Instagram in cui ha scritto sia di questa vicenda che della gravidanza di un’altra sua ex, Brenda Patea, negando in toto, e la sua posizione è stata ribadita da Bela Anda, uno specialista nella risoluzione di crisi legate alle pubbliche relazioni assunto dal tedesco.  

In una nuova intervista, però, la giovane russa è entrata nei particolari di una vicenda che, se confermata, potrebbe avere delle gravi conseguenze per uno dei tennisti più in vista del pianeta, sebbene Sharypova abbia ribadito di non voler sporgere denuncia. Ben Rothenberg, freelance che solitamente scrive per il New York Times, l’ha intervistata per oltre due ore (qui potete leggere l’articolo originale), ripercorrendo una relazione durata 13 mesi ma con radici profonde.

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I PRIMI EPISODI

L’intervista si apre con la testimonianza del giornalista stesso a cui viene mostrato lo screenshot di una conversazione su WhatsApp di un anno fa contenente due foto di Sharypova con dei lividi sul volto e sul braccio, a cui fa seguito uno scambio di battute con un’amica, che le chiede, “cos’è questo?”. “Questo è Sascha”, è la risposta di Olga – va sottolineato che questa schermata non è presente nell’articolo, mentre altre chat risalenti a quei giorni a New York lo sono.

 

La ventitreenne moscovita, ex-giocatrice a livello juniores, ha raccontato di aver conosciuto Zverev a un torneo negli Stati Uniti quando i due avevano 14 anni. “L’anno dopo, ha voluto che diventassi la sua ragazza. Sono rimasta in America per un mese; durante quel periodo abbiamo parlato tanto, e poi abbiamo iniziato a frequentarci. Ci mandavamo messaggi, parlavamo durante i tornei e passeggiavamo”. A 15 anni, però, Olga (Olya per gli amici) ha smesso di giocare, e i due si sono persi di vista. Nel 2018, però, i rapporti si sono riallacciati quasi per errore: durante lo US Open, Sharypova aveva postato una foto scattata a New York anni prima, e Zverev, in città per il torneo, l’aveva contattata perché pensava che si trovasse lì in quel momento. Anche se non era così, i due hanno ricominciato a sentirsi: Mi ha chiesto di andare a Montecarlo per vedersi, e così abbiamo ricominciato a frequentarci per una seconda volta”.

È sempre nel Principato che si sarebbe verificato il primo episodio di violenza, anche se Sharypova non ricorda precisamente in che periodo del 2019. “Eravamo nel suo appartamento a Monaco. Me ne stavo andando perché avevamo litigato pesantemente. Ero all’ingresso, e mi ha sbattuto la testa contro il muro”. Dopo essere stata colpita, si sarebbe accasciata sul pavimento:Si è spaventato e ha iniziato a mentire, dicendo che l’avevo colpito per primo e che non aveva fatto niente, che non aveva mai fatto niente del genere. Io ho solo detto, ‘cosa? Sono io quella accasciata sul pavimento, di cosa stai parlando?’”.

I litigi sarebbero iniziati durante una vacanza alle Maldive, anche se all’epoca non vi era stata una deriva fisica: “Credo sia importante dire che non è solo la violenza fisica ad essere importante, c’è anche quella psicologica, da cui poi è scaturita quella fisica. Posso gestire il fatto che degli sconosciuti mi diano della puttana sui social media o che scrivano che sono una cattiva persona, ma non è qualcosa che voglio sentirmi dire dalla persona che amo. Era una situazione tossica, mi diceva cose terribili come ‘non sei nessuno. Non hai guadagnato niente in vita tua. Io sono una persona di successo, io guadagno dei soldi, mentre tu non sei nessuno’”.

Secondo Sharypova, Zverev era molto possessivo anche quando lei si allontanava per tornare a Mosca: “Quando decidevo di lasciarlo di solito smettevo di parlargli e bloccavo il suo contatto, ma lui mi faceva comunque arrivare messaggi attraverso i miei amici o attraverso la mia famiglia. Magari ero con degli amici e lui iniziava a chiamarmi. Io dicevo, ‘Sascha, sono con i miei amici, posso passare un po’ di tempo con loro?’ e lui rispondeva, ‘no, devi parlare con me. Io sono importante. Non sono forse importante per te?’ Io gli dicevo, ‘certo che voglio parlare con te, ma più tardi. Va bene se ti richiamo fra qualche ora?’ ma lui ribatteva ‘no. Non sono importante per te? Non mi ami? Non vuoi passare del tempo con me?’. Anche se andavo in un bar, finivo per passare tutto il tempo al telefono perché lui voleva così. Non avevo il tempo per farmi una vita. Non so neanche come avesse il tempo di comportarsi così, fra allenamenti e preparazione fisica”.

I momenti peggiori si verificavano quando i due erano insieme, però. “Non avevo nessuno a supportarmi e a dirmi che non fossi una cattiva persona. Venivo incolpata di tutte le sue brutte prestazioni. Ero la ragione delle sue sconfitte. Per lui ero la fonte di tutti i suoi problemi”. Sharypova afferma di essersi sentita pronta a “sacrificare” carriera e amici per Zverev, ma che non era preparata alla sensazione di vuoto e di inutilità che ne è seguita. “Lui piaceva molto ai miei genitori; non dicevano niente, ma si erano accorti di quanto fossi cambiata. Ero una persona sempre attiva, sempre positiva, a cui piaceva stare con le persone […]. Invece in quel periodo ero sempre in casa, e loro mi dicevano, ‘perché non esci con i tuoi amici? Che ti è successo?’. E io rispondevo, ‘non so, non mi va’. Non volevo che Sascha stesse male per questo motivo”.

Alla domanda, lecita, sul perché non se ne sia andata prima, risponde così: “Restavo sempre, e dicevo, ‘cosa stai facendo? Non è normale, non puoi comportarti così con una donna’. Dopo ogni litigata cercavo di sistemare le cose. Lui si scusava, capiva di aver fatto qualcosa di sbagliato. Era un circolo vizioso. Subito dopo, iniziava ad incolparmi, e io incolpavo me stessa, perché forse avevo torto, forse avrei dovuto stare zitta ad ascoltarlo. Avevo un alto grado di sopportazione, ma non per tutto. Ogni tanto gli dicevo, ‘se sono una persona tanto cattiva, perché stai con me? Lasciamoci. Ora me ne vado – perché andiamo avanti con questa storia?’”.

US OPEN 2019

Le cose avrebbero iniziato a prendere una piega ancora peggiore, come noto, a New York: Quella volta ho temuto per la mia vita. Non è stata la solita litigata – ho davvero avuto paura. Stavo urlando, e lui mi ha spinta sul letto e mi ha messo un cuscino in faccia. Per un po’ non sono riuscita a respirare, e ho solo cercato di scappare. Liberatasi, Sharypova è corsa a piedi nudi nel corridoio del quarantaseiesimo piano del Lotte New York Palace, un albergo con cui Zverev aveva un accordo di sponsorizzazione. “Ho avuto il tempo di scappare fino all’atrio; lui aveva paura ad inseguirmi perché lì ci sarebbero potuti essere dei testimoni”.

La giovane dichiara di essersi rifugiata su un divano nell’area della reception, dove temeva di essere vista. “C’erano tante persone, e io volevo andarmene. Non volevo che nessuno dell’ambiente del tennis mi vedesse mentre piangevo”. Da lì si sarebbe spostata verso l’ingresso posteriore, dove degli sconosciuti, notando le sue condizioni, l’avrebbero aiutata a nascondersi da Zverev: “Mi hanno visto, e hanno visto Sascha che veniva a cercarmi, e alcuni di loro sono andati a parlare con lui. Nel frattempo sono scappata dove non potesse vedermi”. Sharypova vuole trovare le immagini dell’ingresso dell’hotel di quella sera per confermare la sua storia, ma l’ufficio del Lotte ha fatto sapere che le pubblicherebbe solo se costretto da un giudice, e che comunque non è certo che le immagini siano state conservate.

Olya ha quindi scritto a un amico d’infanzia, Vasil Surduk, che si trovava in New Jersey, e di questo possiamo avere la certezza perché ci sono gli screenshot:

Screenshot from phone of Vasil Surduk, subtitled by @SaltyTennis

I due (e una terza persona) avevano passato insieme il pomeriggio, e Surduk ricorda che Sharypova si era messa a piangere durante una telefonata con Zverev. Aveva poi riportato l’amica in albergo, ma appena arrivato a casa aveva iniziato a ricevere messaggi e telefonate che lo pregavano di andarla a riprendere. “Mi ha scritto, ‘puoi venirmi a prendere? Non so chi altro chiamare all’infuori di te’”. Olya è quindi stata ospitata nell’abitazione di Surduk, dove sua cugina le ha dato scarpe e vestiti. Vasil dice: “Non pensavo fosse una cosa seria, e invece ha finito per diventare una brutta situazione. […] Mi ha detto della litigata, ma non mi ha detto che era già successo o di quanto fosse grave la questione”.

Qualche ora dopo, Zverev avrebbe iniziato a mandargli dei messaggi chiedendo di lei, e Surduk dice di avergli creduto: “Tendo sempre a fidarmi prima dell’uomo, perché sono un uomo anch’io, anche se conoscevo Olga da tanto tempo”.  Il giorno dopo l’ha riportata in albergo per prendere le sue cose, che Sharypova ha trovato sparse per il corridoio, come si vede dalla foto:

Screenshot from phone of Vasil Surduk, subtitled by @SaltyTennis

Gli unici oggetti mancanti erano il passaporto, cosa che le impediva di tornare subito in Russia come avrebbe voluto, e i regali che le aveva fatto Zverev; il tennista tedesco aveva deciso di riprenderseli. Una volta tornati in New Jersey, la matrigna di Surduk (che non ha voluto essere citata ed è quindi chiamata Mrs V nell’articolo) avrebbe organizzato un incontro con Sascha a casa loro, contravvenendo alla richiesta di Sharypova. Vasil è quindi andato a prenderlo al Billie Jean King National Tennis Center. A quel punto, lui e Mrs V avrebbero cercato di far rappacificare i due, come confermato dalla donna: “Ha iniziato a dire, ‘la amo, la voglio’. Quando un ragazzo così famoso dice cose del genere ci credi, no? Aveva fatto tutta quella strada per lei”.

La donna avrebbe quindi incoraggiato Sascha a chiederle di sposarlo, e lui avrebbe risposto: “Lo farei, ma continua a scappare da me”. In quel momento, sia Surduk che la sua matrigna confermano di essere stati dalla parte del tedesco, convincendo Sharypova a fare pace.Sono io quella che l’ha spinta a tornare da lui perché nessuno di noi voleva crederle. Lei non voleva, siamo stati io e Vasil. Abbiamo creduto a [Zverev], la sua storia era così convincente. Mi sento fottutamente in colpa per non aver creduto ad Olga”.

LA LAVER CUP

Sharypova è quindi tornata con Zverev per un po’: “L’ho davvero perdonato perché mi avevano convinta a farlo. Ho pensato, ‘forse sono fuori di testa e non capisco cosa sto facendo e cosa dovrei fare’. Così siamo volati a Ginevra”. In Svizzera, l’attuale N.7 ATP doveva giocare la Laver Cup, organizzata da Team 8, l’agenzia che lo rappresenta. Ed è lì che si sarebbe sfiorata la tragedia: Ero profondamente depressa. Non sapevo più per cosa stessi vivendo. Ciò che è successo a Ginevra è stato molto peggio degli episodi precedenti […] Abbiamo litigato di nuovo, e per la prima volta mi ha dato un pugno in faccia, e quando ha lasciato la stanza stavo morendo dentro. […] Ho realizzato di non poter più vivere così; non potevo più stare con lui, ma sapevo che non mi avrebbe lasciata andare”.

Avrebbe quindi deciso di iniettarsi dell’insulina trovata nella camera di Zverev (sembra che tedesco soffra di diabete, anche se non l’ha mai confermato direttamente). “Sapevo che una persona sana rischia la morte iniettandosi dell’insulina. L’ho fatto e non ho avuto paura; volevo solo andarmene in qualche modo perché non ce la facevo più. Quando è tornato io ero chiusa a chiave in bagno, ad aspettare che succedesse. Lui ha capito e ha iniziato a supplicarmi di aprire”.

Stando alla versione della russa, Zverev ha trovato un organizzatore che l’ha convinta a lasciarli entrare nel bagno (questa persona è stata contattata da Rothenberg ma non si è fatto intervistare perché professionalmente deve mantenere privati episodi di questo tipo legati ai giocatori). Una volta uscita, le sarebbe stato somministrato del glucosio per contrastare l’insulina, ma pur stando bene avrebbe passato i successivi tre giorni chiusa in camera a pensare al tentato suicidio.

Ora Olga sta molto meglio, anche grazie alla decisione di condividere la sua versione dei fatti. Rothenberg ha concluso alludendo a ciò che sarebbe successo nel mese successivo, quando Sharypova avrebbe definitivamente lasciato Zverev durante la tournée asiatica, ma per ora non ci sono dettagli su questi ulteriori sviluppi. Ha voluto però aggiungere un’ultima cosa: “Voglio solo dire che all’epoca sono stata ignorata, ma non succederà più. Non sono insignificante. Sono una persona, ho una voce e non voglio più stare in silenzio. […] Voglio mostrare a tutti che ci può essere un lieto fine, perché un anno fa non volevo più vivere e ora invece sono qui a raccontare la mia storia”.

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Murray, prospettiva 2021: “Non ho dimenticato come si gioca a tennis”

Lo scozzese si sta allenando in vista del prossimo Australian Open, sulla cui data d’inizio non ci sono certezze. Negli ultimi tre anni Murray ha giocato appena 40 partite, ma sente di poterne giocare ancora di importanti

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C’è anche Andy Murray tra i tanti che hanno messo nel mirino il prossimo Australian Open come punto di ripartenza. Non lo vediamo in campo da metà ottobre a Colonia, quando ha perso al primo turno con Fernando Verdasco per poi assecondare una fastidiosa pubalgia che gli ha suggerito di fermarsi. Ho ripreso ad allenarmi al centro federale di Roehampton due settimane fa – ha raccontato a The Guardian – puntando molto sul lavoro di forza in palestra per compensare la velocità, che non è ancora quella di prima”. Dopo l’operazione per installare una protesi all’anca, successiva all’Australian Open del 2019, il tre volte campione Slam è apparso nel circuito a intermittenza. A ottobre dello scorso anno il punto più alto della nuova scalata, con il successo ad Anversa. Poi nel 2020 – stagione tormentata già di suo – solo la bolla di Flushing Meadows (dove ha battuto Zverev, al secondo turno di Cincinnati), il Roland Garros e, come detto, Colonia. Sette partite giocate, che diventano appena 40 (con 23 vittorie) se si allarga l’analisi alle ultime tre stagioni (2018-2020); sono meno di quelle vinte da Djokovic e Rublev, 41, nel solo 2020.

IPOTESI RINVIO – Nell’agenda di Sir Andy c’è adesso l’atterraggio in Australia, non appena gli sarà consentito, in attesa di conoscere le disposizioni definitive sul periodo di quarantena obbligatoria e sulla possibilità o meno di allenarsi (e di giocare, perché no, qualche torneo). “Lo scenario migliore, al momento – è il suo punto di vista – sarebbe rinviare l’Australian Open di un paio di settimane, ciò consentirebbe ai giocatori di arrivare lì a inizio gennaio. Ma non si può andare oltre, perché altrimenti verrebbero toccati Indian Wells e Miami in programma marzo”. In realtà, le ultime notizie dicono che l’ipotesi più probabile sembra essere quella del rinvio a febbraio, ma è tutto ancora avvolto nella nebbia.

Sull’ipotesi di clausura pre-torneo, una voce critica ma realista. Non di totale opposizione: “Sarebbe complicato – spiega -, ci sono giocatori che provengono da climi molto freddi. Chiedere loro di giocare a 35, 36 gradi senza preparazione per la partita aumenterebbe solo il rischio di infortuni e forse la qualità del tennis non sarebbe così alta. In ogni caso, non sarebbe un problema per me. Renderebbe solo tutto un po’ più duro“. Nessun dubbio invece sull’opportunità, guardando al medio-lungo termine, di subordinare al vaccino la possibilità di girare per il mondo nei tornei.

OBIETTIVI – La spinta che Murray ha alle spalle è quella di chiudere il cerchio, attraversando una stagione quasi “normale”, con tutto ciò che si è messo alle spalle. Pur nella consapevolezza di quanto possa essere controproducente guardare indietro. “Non ho dimenticato come si gioca a tennis – dichiara – so che potrò interpretare ancora grandi partite se riuscirò a mantenermi in salute e in forma“. Attualmente al numero 122 del ranking, lo scozzese – che ha rinunciato alla trasferta australiana nello scorso gennaio – può entrare nel tabellone principale di Melbourne con una wild card sulla quale non dovrebbero esserci dubbi. Ritroverebbe così quei campi su cui – dopo l’ultima dolorosa apparizione, gennaio 2019 – aveva annunciato un ritiro che per fortuna non è mai arrivato.

Il ritardo con cui si avvierà la spedizione gli consentirà di passare il Natale in famiglia – prendendo le dovute accortezze – e guardare con fiducia ai prossimi mesi. Per un due volte campione olimpico, Tokyo non potrà che essere una priorità. “Non posso negare di pensarci – ammette – nel 2021 voglio giocare l’Australian Open e tornare a Wimbledon, poi, se dovessi essere in forma, andrei all’Olimpiade con l’obiettivo di vincere un’altra medaglia“.

 

CASO OLYA – L’ultimo spunto è politico. Murray rivolge all’ATP l’invito a prendere “estremamente sul serio” i casi di violenza domestica, quella di cui è accusato Alexander Zverev (il quale però ha smentito ogni addebito). “Non so quanto tempo sia passato, ma di certo non è stata una reazione immediata“, ha commentato in relazione alla cauta (in assenza di azioni legali) presa di posizione dell’ATP dello scorso 13 novembre. Arrivata quando erano passate due settimane dalla pubblicazione delle dichiarazioni di Olya Sharipova sui media russi. “Il tennis oggi non ha una policy in materia – ha concluso -, penso che invece l’ATP dovrebbe sapere già cosa fare in questo tipo di situazioni, invece che dover pensare e poi reagire. Possono essere maggiormente proattivi in una situazione simile, che va presa molto sul serio aspettando di capire cosa uscirà fuori nei prossimi mesi“.

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Il primo anno di Andrea Gaudenzi alla presidenza dell’ATP

Cosa è successo nei primi dodici mesi di Andrea Gaudenzi a capo dell’ATP, perché è nata la PTPA di Djokovic e Pospisil e perché non può coesistere con l’ATP. Il nodo, come sempre, sono i soldi (delle TV e per i giocatori)

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Manca un mese a quello che sarà un Natale (in teoria) festeggiato in modo diverso dal solito, seguito poi da una notte di San Silvestro che vivremo priva delle illusioni che da sempre l’accompagnano: ciò che ha funestato il 2020 non svanirà il primo di gennaio. La parte positiva è che alcuni buoni propositi, invece di essere traditi nel giro di pochi giorni, potrebbero rimanere validi per parecchio tempo – “andrò in palestra cinque volte alla settimana… se mai le riapriranno”.

Non si scappa invece per quanto riguarda l’anno tennistico, più precisamente il circuito ATP terminato domenica scorsa, la cui gestione può quindi essere valutata. Ce ne dà lo spunto l’intervista rilasciata da Andrea Gaudenzi a SportsPro, nella quale il presidente dell’Associazione dei Professionisti torna a parlare dei suoi progetti per il tennis tra le cui ruote la pandemia ha infilato più di un bastone. Vediamo allora dove si propone di arrivare e come intende farlo, Gaudenzi, ma anche come ha gestito la sua prima stagione, oggettivamente travagliatissima e non solo a causa della pandemia.

“Il tema è l’unità” esordisce. “Si tratta prima di tutto di trovare un modo perché giocatori e tornei possano davvero lavorare insieme e crescere nella stessa direzione invece di passare il 90 per cento del tempo in conversazioni deleterie che alla fine sottraggono energie, tempo e denaro. Dovendo ridiscutere i montepremi ogni due anni, è molto difficile ragionare su come risolvere i problemi e migliorare nel lungo periodo”. Com’è noto, il CdA dell’ATP, composto dal presidente, da tre rappresentanti dei tornei e da tre dei giocatori, è il luogo di composizione di questi interessi a prima vista (ma anche a seconda) contrapposti: più soldi per una parte significano meno soldi per l’altra. “La seconda cosa” prosegue Gaudenzi, “è cercare di convincere tutti a spostare l’attenzione sui fan perché, in ultima istanza, siamo al loro servizio. Sono loro che comprano i biglietti, guardano gli incontri in TV, leggono i media e sono i destinatari dei nostri sponsor”. L’idea è allora di lavorare insieme superando l’approccio di parte, sia esso dei tennisti o dei tornei.

 

PTPA E ATP: UNA CONVIVENZA IMPOSSIBILE

Va da sé, quindi, che la nascita della PTPA non poteva essere accettata di buon grado da Gaudenzi. Se l’assenza di un’associazione di categoria dei tennisti è sempre stata ingombrante, con i risultati ottenuti dai rappresentanti dei giocatori all’interno dell’ATP evidentemente ritenuti non adeguati, la tempistica di questa creazione, nel momento più complicato per il tennis con i circuiti pro appena ripartiti grazie a notevoli sforzi organizzativi, non ha contribuito ad attrarre simpatie urbi et orbi. Né hanno giovato dichiarazioni (poco) implicitamente belligeranti come quella di Vasek Pospisil, secondo il quale la neonata associazione nel breve termine, le due associazioni possono assolutamente coesistere. Non c’è neanche da leggere tra le righe. È come se Darth Vader dicesse che “ finché non terminiamo i lavori, la Morte Nera e il vostro inutile pianeta possono coesistere”. Ma, anche senza l’ausilio della cultura pop, è chiaramente impossibile la convivenza con l’ATP come è attualmente strutturata.

Novak Djokovic – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Per fare un esempio, diciamo che, all’interno del Board ATP, i rappresentanti dei tornei raggiungono un determinato accordo con i rappresentanti dei giocatori; poi, arrivano quelli della PTPA e dicono che quell’accordo non va bene e vogliono negoziare altre condizioni per i loro affiliati: non può funzionare. Inoltre, è stata introdotta, ad hoc e all’ultimo minuto, la regola peraltro ineccepibile secondo cui, detta semplicemente, chi vuole ‘demolire’ l’ATP non può ricoprire cariche all’interno dell’ATP stessa. L’effetto, invero sbalorditivo, della nuova sigla è stato di compattare tutti gli organi che governano il tennis internazionale, immediatamente allineati alla risposta dell’ATP. Sbalorditivo perché il disallineamento di ATP, WTA, ITF e dei quattro Slam è il tratto distintivo dell’ultima decade tennistica. Andrea è da poco tornato sull’argomento ribadendo che “è l’ora dell’unità non dei conflitti. Combatterci non porta a nulla e ci perdono tutti. I tornei hanno bisogno dei giocatori e i giocatori hanno bisogno dei tornei”.

Non va neppure dimenticato, tuttavia, che tra la primavera e l’estate erano state diverse le voci dei giocatori ad alzarsi critiche nei confronti di Andrea Gaudenzi. Marco Trungelliti riteneva opportuno un taglio delle retribuzioni da parte dei dirigenti, un gesto dall’innegabile valore simbolico. Nick Kyrgios non usava mezzi termini nel suo “Amico, ti sei davvero preso cura dei giocatori in questo periodo… Sul serio, che ne dici di collaborare davvero con noi?”. Gilles Simon twittava (anche se in fretta cancellava) “Cari Massimo [Calvelli, il CEO dell’ATP] e Andrea, vi faccio solo sapere che siamo tornati in campo. Le vacanze sono finite. Spero di vedervi presto”, subito sostenuto da Reilly Opelka.

Certo, gli animi erano particolarmente inquieti perché lo stop forzato del Tour significava nessun reddito e non si possono non considerare le difficoltà oggettive legate alla gravità di una situazione senza precedenti, ma, probabilmente, la comunicazione di quel periodo avrebbe meritato una più attenta gestione. Per questo, che si parlasse di un sindacato dei giocatori ormai dagli anni ’90 ma che la sua creazione sia avvenuta quest’anno, è forse dipeso anche da un altro motivo, vale a dire che la nuova leadership ATP era percepita come debole, almeno rispetto alle precedenti.

PARLIAMO DI SOLDI: DIRITTI TV E MONTEPREMI

Durante la precedente esperienza triennale come amministratore non esecutivo per ATP Media, Andrea ha capito quanto sia importante cogliere le opportunità offerte dall’era digitale per uno sport con le caratteristiche del tennis che sembrano studiate per farlo apparire un prodotto poco appetibile alla TV lineare: l’aleatorietà di orari di inizio e durate dei match, il non sapere quando gioca chi fino alla sera prima. Senza abbandonare la fetta di appassionati che fruiscono dei servizi tradizionali (“ancora molto significativa; nella musica ci sono voluti quindici anni per invertire il rapporto di acquisto 80/20 tra CD fisici e digitale”), Gaudenzi rileva che le società media OTT, distribuendo tramite internet contenuti accessibili da diversi dispositivi, rappresentano la soluzione perfetta: “Campi multipli, disponibilità quotidiana, globale”.

E sottolinea l’importanza di un prodotto forte sia maschile sia femminile in correlazione con un pubblico altrettanto eterogeneo, circostanza che rende enormemente valida la cosiddetta ‘argomentazione esclusiva di vendita’. A questo proposito, è spuntata l’idea di una fusione tra ATP e WTA. Non bisogna però dimenticare che gli introiti del circuito femminile ammontano a poco più di un quarto dell’omologo maschile e per questo una tale proposta non ha l’appoggio incondizionato di tutti gli attori. Per completezza di informazione, i ricavi dei quattro Slam insieme valgono il 58% della torta. Una torta che è però troppo piccola rispetto alle potenzialità.

Fonte: documento confidenziale ATP di 92 pagine (visionato da Open Court)

Secondo i dati raccolti dal chairman, il quarto sport al mondo per popolarità con oltre un miliardo di fan racimola appena l’1,4 per cento della totalità della vendita dei diritti ai media, una cifra inferiore ai 700 milioni di dollari. “Ogni fan porta un’entrata di 50 centesimi di dollaro; per il golf è di 3 dollari”. Il problema, di nuovo, è la frammentarietà dell’offerta, addirittura all’interno della stessa ATP. Si torna così al discorso di assumere una posizione comune mettendo i fan davanti a tutto, perché i detentori dei diritti “parlano alle stesse persone. Inoltre, non sono in competizione tra loro, dal momento che occupano spazi diversi nel calendario. Wimbledon non è in concorrenza con l’Australian Open, proprio come i nostri tornei non sono in competizione diretta con loro”.

L’idea del faentino è di fissare un incremento annuo dei montepremi pari al 2,5%, la divisione a metà dei profitti tra organizzatori e tennisti (con tanto di revisori contabili indipendenti per valutare i bilanci dei tornei), l’allargamento di alcuni Masters 1000 in termini di tabelloni e durata, con ATP 250 programmati durante la seconda settimana, la concessione di un determinato status ai tornei per un periodo più lungo per offrire più certezze agli investitori e dunque opportunità di crescita (sul modello di Indian Wells, il fiore all’occhiello del Tour, forte della sua licenza trentennale).

Nell’attesa di sviluppi in questo senso, è stata senza dubbio apprezzabile e apprezzata la decisione di comprimere il prize money destinato a chi arriva in fondo a favore di un aumento della somma destinata ai perdenti dei primi turni negli eventi disputati dalla ripresa. A questo riguardo, un’altra nota positiva è l’essere riuscito a offrire una seconda parte di stagione quasi completa, con anche l’introduzione di quattro nuovi tornei e relativi piccoli incentivi per gli organizzatori; una differenza enorme rispetto a quanto è riuscita a fare WTA, per quanto penalizzata in misura molto maggiore dalla cancellazione dello swing asiatico e, forse, dall’assenza totale o parziale di alcune protagoniste come Barty, Andreescu e Halep.

Ottima anche la gestione del coup del Roland Garros, egoisticamente lanciatosi su due settimane che non gli appartenevano, evitando una dura contrapposizione e negoziando invece uno slittamento che ha permesso la disputa di una breve stagione sul rosso. Da mettere su un piatto della bilancia (ognuno decida su quale dei due) anche l’adozione del nuovo sistema di classifica biennale, nelle dichiarate intenzioni volto a proteggere chi non può o non vuole viaggiare durante la pandemia, ma che ha prodotto storture anche enormi nel ranking – per tacere di iniziative estemporanee, come i punti delle ATP Finals 2019 sottratti all’inizio della scorsa settimana e poi di nuovo aggiunti dopo un paio di giorni.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tornando ai piani del romagnolo trapiantato nel Regno Unito, si ripresenta il tema della frammentazione. I nostri tornei hanno 64 siti web, 64 app. Una ridondanza non necessaria e controproducente che si traduce nella mancanza di dati per gestire strategicamente i rapporti con gli attuali fruitori e quelli potenziali. Biglietti, merchandising, abbonamenti TV:Non siamo in grado di offrire un luogo unico in cui trovare tutto il tennis perché non abbiamo quel tipo di piattaforme”. Superare questa lacuna non può che portare a un’ulteriore diffusione del nostro sport.

Se da un lato il coronavirus ha distratto sforzi e impegno dalla realizzazione dei piani originariamente studiati, ha anche “mostrato chiaramente che dobbiamo lavorare insieme”. Il riferimento di Gaudenzi è sempre ai vari enti del tennis. “In questo momento, abbiano i quattro Slam, la WTA, l’ATP, alcuni ‘250’ e l’ITF che vanno sul mercato in cicli differenti, separatamente, con strategie diverse”. Per fare l’esempio dell’Italia, pure con il vantaggio dell’eccezionalità di Supertennis che trasmette in chiaro il Tour WTA e la maggior parte degli ATP 500 e 250, occorre rivolgersi ad altre due piattaforme (Sky ed Eurosport) per vedere gli Slam e i Masters 1000. Una possibilità presa in considerazione è il modello di GolfTV, canale monotematico realizzato grazie ad un accordo a lungo termine sui diritti con il PGA Tour. Perché il COVID-19, con gli stadi vuoti, ha anche accelerato la tendenza della necessità di raggiungere gli appassionati attraverso i media. Anche perché, meno dell’uno per cento di quel miliardo è raggiungibile in loco, per definizione”.

L’opportunità è chiara e presente, i mezzi per coglierla e sfruttarla altrettanto, ma il percorso per arrivarci è ancora molto lungo e accidentato. Tra critiche e buoni propositi, Andrea Gaudenzi merita comunque di poter portare a termine il proprio mandato triennale, con l’augurio che nei prossimi due anni possa essere il tennis – e non la gestione del virus – al centro del progetto.

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Personaggi

In memoria di Diego Maradona, eternamente giovane

Le ragioni del cordoglio unanime per il più discusso calciatore della storia

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Mi ha telefonato mia sorella oggi. Vive da anni lontana dalla mia città. Piangeva lei e piangevo io. Ci siamo chiesti il perché. Nessuno di noi conosceva Maradona personalmente. Nessuno di noi aveva mai avuto il piacere di una foto, di un incontro. Maradona, nella nostra vita di bambini napoletani di un tempo, era solo un coro, una casa a Posillipo, il battito di ali di una farfalla distante, nello spazio e nel tempo, capace oggi di scatenare l’uragano.

Ma non siamo gli unici a piangere e disperarsi. Le prefiche abbondano ovunque, e paiono persino portatrici di strazi sinceri. Si fatica a comprendere come mai, in morte, Maradona stia riscuotendo i consensi che la vita da un bel po’ gli aveva negato. L’uomo divisivo, manicheo, bianco o nero, sembra sparito. L’uomo che, o eri con lui o eri contro di lui (ma coma facevi ad essere con lui? dove era lui?), in queste prime ore della sua morte sembra essere riuscito a riscrivere di colpo la sua intera biografia. Miracolo, l’ultimo di una lunga serie.

Quello che gli stanno tributando tutti, non è il rispettoso e spesso ipocrita parce sepulto. Qui tutti sembrano amarlo per davvero. Diremmo di più: sembrano averlo amato. Tutti salgono sulla barca Diego. Ti guardi in giro e sono tutti argentini, tutti per i deboli dell’umanità, tutti Maradona è megl ‘e Pelé. Da buon napoletano, la cosa non mi convince. Cca nisciun è fess e la gelosia, noi napoletani, la mettiamo nel caffè.

 

Lasciamo perdere Napoli e l’Argentina, non fanno testo. Una città ed una nazione incoerenti fino al midollo, almeno sul punto saranno fedeli alla linea. Pensiamo piuttosto alle società di calcio italiane, che lo hanno detestato, che hanno riso delle sue patetiche vicende extracalcistiche. Oggi quasi ringraziano Maradona per i gol segnati contro di loro. Pensiamo ai comici, che si sono costruito una carriera facendo la battuta delle strisce del campo tirate su per il naso, e che oggi dicono che è morto il più grande. Pensiamo ai tifosi dell’Olimpico, che gli fischiarono l’inno nazionale in mondovisione in una finale mondiale, e che oggi raccontano a figli e nipoti di avere avuto l’onore ed il privilegio di averlo visto giocare.

Chissà se parlerà Andoni Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, l’uomo che nel 1983 gli spezzò la caviglia in Spagna. Sono certo che anche lui si dirà affranto, dirà che Diego era il suo idolo e per commozione infilerà il piede sotto il primo tir di passaggio verso i Pirenei.

Guardandoci in giro, sembra davvero affetto sincero. Perché d’improvviso lo amano tutti? Perché si piange per l’immenso giocatore che da circa trent’anni aveva lasciato il campo al discutibile uomo?

Discutibile per non dire “pessimo” come fanno in tanti. Nel suo dizionario dei luoghi comuni Flaubert aggiungerebbe questa frase: “Diego Armando Maradona è un giocatore immenso in campo, ma fuori dal campo un pessimo uomo”.

Si sentono dire molte cose, sin da quando giocava, su Diego Armando Maradona. Sono sempre più o meno le stesse e sono tutte vere. Vale la pena riassumerle. Cocainomane, evasore fiscale, adulterino. Frequentatore di camorristi nelle notti napoletane. Ha impiegato vent’anni per riconoscere un figlio. Uomo kitsch, non elegante nel look e nelle sembianze, un po’ indio, un poco meridionale. Tracagnotto, godereccio, dionisiaco, quasi satiro. Ebbene, secondo molti così avremmo definito un uomo, e invece abbiamo definito i benpensanti.

C’è almeno un personaggio pubblico amatissimo, venerato, per ognuno dei difetti o attributi appena elencati. Ci sono state rock star che celebriamo da decenni morte con l’ago in vena. Campioni dello sport, imprenditori a capo di multinazionali, che hanno patteggiato con il fisco italiano e che ancora inviteremmo per il tè. I frequentatori di camorristi sono stati e forse sono ancora in parlamento, e a differenza di Maradona frequentavano i camorristi proprio perché gli serviva la camorra, non per una serata in discoteca. Quanto agli adulterini, ai kitsch e ai meridionali, beh quelli siamo noi: alle volte solo uno dei tre. Altre volte non ci vergogniamo di essere tutto.

Poi c’è il Maradona “politico”, il più pasticciato. Il nazional-comunista, un po’ peronista, un po’ bolivariano. L’amante della rivoluzione cubana, amico di Castro, Chavez e Maduro, ma anche colui che eliminando l’Inghilterra dai mondiali volle vendicare la sconfitta militare alle Falkland/Malvinas della dittatura fascista di Videla.

L’uomo del popolo, quello di Villa Fiorito lo è sempre restato. Roberto Benigni accogliendo un Oscar disse che ringraziava i suoi genitori per avergli dato il regalo più grande, la povertà. Maradona non sarebbe mai stato in grado di esprimere un concetto così nobile e così paraculo al tempo stesso. Ma la povertà se l’è portata addosso, in eterno. Cucita insieme a una dose di beata ignoranza. Il Maradona che con i suoi limitati mezzi culturali tuonava contro la Fifa, Havelange e Blatter, Platini e Pelé, la Federazione Argentina, ha bene o male sempre avuto ragione. Solo che a tutti è sempre sembrato che ciò fosse un caso, una schedina fortunata giocata insieme alle Marlboro morbide di sabato sera, e non la sfacciata sincerità di una persona che il sistema non è mai riuscita a contenere e a corrompere.

Volete l’uomo? Bene, chiedete a chi gli è stato amico. Chiedete dell’uomo. Fatevi spiegare cosa voleva dire per dei ricchi professionisti andarlo a recuperare a casa, la mattina degli allenamenti, strafatto di coca dalla nottata, per portarlo sul campo, quantomeno a farsi vedere.  Chiedete cosa fosse lui per loro mentre lo sollevavano dal letto senza sollevargli la vergogna di dosso, e gli facevano il caffè. Diego si svegliava che non li riconosceva neppure. Ma loro sapevano chi era e perciò erano lì. Chiedete a loro dell’uomo Maradona, dell’amico Maradona, del figlio Maradona, del padre Maradona. Vi diranno cose belle. Del marito no, non chiedete. Ma qui parliamo di uomini, anche di quelli che sbagliano.

Chiedete loro di uno spogliatoio prima di una partita a Milano. Della loro tensione, della loro ansia, quando qualcuno tirò fuori dal nulla una arancia ed iniziò a palleggiare. Apparentemente senza motivo. Chiedete chi fu l’uomo che per distrarre e rilassare la sua squadra, decise in uno spogliatoio di San Siro di battere il record mondiale di palleggi con arancia, mentre tutti ritmicamente battevano le mani e dimenticavano la paura.

Spiegare Maradona non è possibile. Non con le lacrime agli occhi. Principalmente perché si deve camminare sulle impronte lasciate da centinaia prima di te, che magari lo hanno davvero conosciuto e hanno scritto fiumi di bellissime parole sul più discusso calciatore mai esistito. Ripercorrere i sentieri già battuti con le lacrime agli occhi non è facile.

Allora tanto vale provare una strada nuova. Un profilo differente. Qualcosa che chi scrive conosce meglio. Cambiamo almeno la versione della storia su Napoli e Maradona. Hanno raccontato la Napoli storicamente sottomessa e umiliata che grazie a Maradona ha sollevato la testa. Hanno detto che è per questo che Napoli lo ha così amato. Fermate chi fa questo discorso, non lo state ad ascoltare. Hanno confuso l’amore con la gratitudine e a Napoli è peccato mortale. I trentenni che oggi piangono, e si radunano al San Paolo di notte, perché non avranno mai un funerale, di quell’alzata di capo non possono ricordarsi.

L’amore della città per Maradona è certamente anche l’amore per l’idolo sportivo. Ma Maradona sarebbe stato amato anche a Roma, a Milano e a Torino, città che la testa non avevano certo bisogno di sollevarla. Perché quest’uomo pessimo, in verità, al calciatore immenso un poco somigliava.

Chi gli stava vicino lo amava. Era inevitabile. Chi lo vedeva in televisione si infatuava di un sorriso. Alcune persone hanno questa qualità. Qualità che non si allena, come non si allenava Diego, ma con cui si nasce. Si chiama carisma, simpatia, leadership. Come si chiama si chiama, Maradona grondava di questa qualità. Essa dilagava in campo e fuori. Napoli era solo più ricettiva di altri posti per chi possiede questo estro, per chi è capace di farti stare meglio con un’arancia negli spogliatoi. Solo l’odio calcistico, che è sentimento forte e atroce, poteva impedire di esserne coinvolti. Si dice che l’avvocato Gianni Agnelli avesse Maradona in gran simpatia. Onore all’avvocato. E onore anche a Maradona.

Ma dopo trent’anni, questo dolore e questo cordoglio ancora non si spiegano. Quest’uomo di 60 anni, bruciatosi nell’incapacità di vivere e di esistere, giunto al limite del proprio corpo, muore. Ci sarebbe da essere tristi, fatalisti, ma non affranti.

Ecco che allora, l’unica spiegazione plausibile, è che forse non stiamo vedendo morire il sessantenne consumato da ogni vizio. Noi che non possiamo raccontare quelle mattine passate a fargli il caffè, che ne conosciamo solo una logorata immagine pubblica, vediamo morire un uomo di trent’anni, rimasto fermo lì al palo della vita, ancora in pantaloncini a maglia numero 10, mentre noi tutti andavamo verso l’età adulta.

È come se Maradona, per me e per tutti quelli che oggi lo piangono, dai 30 anni in poi non fosse più esistito. Tra droga, alcol, doping e squalifiche, odio cieco verso il sistema, figli illegittimi, orecchini sequestrati all’aeroporto, bypass gastrici, disintossicazioni, sigari e Fidel, scene sguaiate, separazioni, giornalisti sparati a sale, Maradona ha scelto di non esistere gli ultimi 30 anni. Nessun ricordo si è sovrapposto su quelli di lui in campo. Per quanto abbia penato nella seconda parte della sua vita, e fatto di tutto per gettare giù dal piedistallo la divinità, quei primi trenta anni di diamante non sono stati scalfiti.

Non è mai esistito un Maradona adulto. Non ne ho traccia, non ne ho memoria. L’adulto fuori dal campo è stato solo un’eco del ragazzo inarrestabile, riverberatasi a lungo, perché la nota di gioventù era limpida e duratura. È morto un ragazzo di trent’anni, ecco perché piango. E non parlo di me e del pezzo di me che se ne va con lui. A quei pezzi che perdiamo per la via ci stiamo tutti facendo il callo. Parlo di Diego Maradona che è rimasto là, a palleggiare con le arance, mentre noi tutti scappavamo via.

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