Massimo Cierro: memorie di un tennista

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Massimo Cierro: memorie di un tennista

Non di soli predestinati è fatta la storia del tennis. Oggi vi raccontiamo la storia di Massimo Cierro, ex tennista napoletano, che batté Muster ma non ci riuscì con Connors

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5-2, manca un game, poi set, match e torneo. Al servizio la coppia avversaria. Prima risposta buttata via. Fuori. Palesemente fatto apposta.
“Ma cosa fai, dobbiamo chiudere”.
“No, il torneo si vince quando sarò io a servire!”
“Ma non possiamo rischiare, e poi non ho mai vinto un torneo di doppio, mica vuoi lo perda così?”
“Ho detto che devo essere io a servire il game decisivo della vittoria e basta”.
E via palle sparacchiate nei teloni fino al game in questione.

Al servizio Julio Goes. Il game tanto invocato. Il suo. Doppio fallo.
“A fine match giuro che ti strozzo, non esiste che perda così una partita vinta e il torneo”.
“Non preoccuparti”.
Altro doppio fallo. Rabbia, insulti e lacrime si mischiano.
“Bene, adesso si fa sul serio, piazzo quattro ace e vinciamo il titolo e tu la smetti di frignare! Te l’ho detto, si vince quando sarò io a servire ed ora sono io che sto servendo”.
Due ace e due servizi vincenti, da 0-30, game set, match e torneo. Massimo Cierro vince il torneo in coppia con Julio Goes, tennista brasiliano e persona sui generis che per dimostrare a chi lo pensa di non sbagliare, da vita a una esultanza/danza il cui leit motiv è… indicare i genitali al pubblico.


Agadir, Marocco. 1992. Cierro vs Davin. Match point Cierro sul 6-5. Massimo si gira verso Castellani che lo segue in quel periodo.
“Cosa faccio, che ho una paura?”
“Batti e scendi”.
“Sicuro Albè?”
“Batti e scendi”.
“E battiamo e scendiamo”.
Se Castellani ha detto di far così, si fa così. Servizio, risposta nei piedi, splendida volée stoppata, Davin prende la palla al secondo rimbalzo e la ributta di là. Racchetta in aria ed esultanza. L’arbitro chiama la parità. Proteste di Cierro, perplessità di chiunque ha visto. Il match continua ma per Massimo è finito là. Vince Davin 7-6 al terzo.


Massimo Cierro da Napoli, famiglia di tennisti e il fratello Gianni come coach, raggiunse l’apice della notorietà battendo a Roma nel 1991 Karel Novacek, top 10 e fresco vincitore del torneo di Amburgo dove aveva steso Becker in finale. Cierro non era, per gli addetti ai lavori, un (cog)nome nuovo, di lui si parlava già da un po’ per i buoni risultati che stava ottenendo nel circuito. Durante la sua carriera avrebbe raccolto diversi scalpi tra cui un giovanissimo Muster, Korda, Schapers, Alberto Mancini, Martin Jaite, perso incontri ben giocati come quello col finalista di Roma 1988 Perez Roldan e giocato non come avrebbe potuto e voluto contro Connors (Roma 1989) e Vilas. Vinse cinque titoli di Campione d’Italia (tre in doppio e due in singolare) che gli valsero anche, cosa bizzarra, un contratto con Lacoste, da sempre marchio di riferimento della “francesità”.

Ha prodotto un modello di racchetta davvero strano Lacoste, in mano a Forget va che è una meraviglia. Ha la particolarità di essere simmetricamente ammaccata ai lati dell’ovale, che chi la vede pensa di essere ubriaco prima di realizzare che proprio di un’ammaccatura si tratta. Massimo non è che ci si trovi tanto bene, e prima di partire per Parigi va in una autocarrozzeria e fa dipingere di nero le sue vecchie racchette su cui farà apporre il logo del coccodrillo.

Parigi finalmente. Primo turno sul campo 1 contro Henry Leconte. Caos tra racchette vecchie pittate, nuove ammaccate e l’emozione e difficoltà di giocare al Roland Garros contro un francese. Leconte è tanta roba, tanta spocchia e ancor maggiore talento e braccio veloce. Poco da fare, buon secondo set, primo e terzo un po’ meno e il match viene archiviato nella cartella “è meglio perdere che non essersi mai incontrati.”

Sarà vero che uno sportivo abbisogni di una corretta alimentazione? Cierro ricorda, in quel di Rotterdam, quando con l’amico Cancellotti commentavano le imprese culinarie di Camporese, mentre loro pesavano e contavano anche le foglie di insalata. Qualche giorno dopo avrebbero commentato quelle tennistiche. Omar vinse il torneo in finale contro Ivan Lendl, match che chiunque può trovare sul tubo e apprezzarne il folle finale con la chicca della telecronaca del duo Scanagatta/Lombardi.

In rilassati pomeriggi al sole, Cierro nei panni di Massimo, racconta di questo ed altro, di quando in un primo turno a Roma, si prese a male parole con Pistolesi rimediando una multa di consistenza appena inferiore al piacere della vittoria o quando il giovane Nargiso affermava senza pudore alcuno di essere nel tennis quello che Maradona era nel calcio prendendosi gli insulti e sfottò di chiunque. E ancora della annichilente personalità di Capitan Panatta, della competenza di Paolo Bertolucci, di Barazzutti “dedizione e lavoro” e Zugarelli mix degli ultimi due. Sorride nel ricordare la testa scollegata dal talento di Paolo Canè contro cui ha anche vinto, la tigna organizzativa di Piatti, di cui ha battuto l’allora pupillo Furlan e di quando Rino Tommasi, durante un US Open, lo umiliò nelle sue pagelle che la metà sarebbe bastato.

Cierro è stato numero 113 del mondo. Dotato di buona gamba e capacità di muovere il gioco, avrebbe potuto avere una carriera migliore se avesse creduto maggiormente in se stesso da dedicarsi con più convinzione anche alla stagione sul duro. Purtroppo in quegli anni il tennis in Italia nasceva e finiva sul rosso e nessuno pensava di poter azzardare altro ed oltre. Eppure si poteva. I successi di Pozzi, Camporese e del Pescosolido di Scottsdale stavano a dimostrarlo, iniziando a sdoganare il concetto, tutto latino, dell’imprescindibilità del tennis dalla terra.

Chi non agisce non ha rimpianti. Massimo ha quelli di aver buttato qualche match, su tutti quello contro Connors e di non aver intrapreso la carriera di coach. Adesso si gode la sua vita di tecnico federale, insegnando tennis in un circolo sul mare nella sua Napoli, raccontando a chi vuol saperne, dell’Italia del tennis negli anni ’80 e ’90, di quando Mc Enroe e Lendl avevano pensionato le star del decennio precedente e Becker, Edberg e Wilander dominavano ignari che la generazione del 1970/71 stava per spazzare via tutto, ridisegnando il tennis e trasportandolo in una nuova era.

Il libro della Storia dell’uomo raccoglie tanti capitoli e tante singole storie. La copertina di ognuno ha per l’icona l’eroe degli avvenimenti che narra. Quella di Massimo Cierro è quella di un ragazzo normale, che si divertiva a giocare a tennis e che, passo dopo passo, si è ritrovato a recitare se stesso con una racchetta in mano, nei grandi teatri che quel palcoscenico offriva. Non di soli predestinati son pieni gli avvenimenti. Una canzone la canta per primo il cantante, ma poi a tutti appartiene.

“La storia siamo noi
nessuno si senta offeso
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”


Ancora, su Massimo Cierro: fu lui a soprannominare ‘Diavolo’ lo svedese Kent Carlsson

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