Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

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Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

Chi dice che iL Diavolo non ha mai calcato i campi del circuito ATP? C’è stato Kent Carlsson, secondo Gianni Clerici ‘il re degli arrotini’

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“Oggi ho perso contro il diavolo” (Massimo Cierro, torneo di Bari 1986) 

L’infortunio alla spalla sinistra di Djokovic ha tenuto banco nei forum tennistici nel corso delle ultime settimane. Ma, sempre per rimanere in tema di infortuni, si è parlato anche di Kim Clijsters e della sua volontà di tornare in campo nel 2020 e della vittoria di Filip Polasek a Cincinnati in doppio dopo essere stato lontano dal circuito per cinque anni a causa di gravi problemi fisici.

Oggi rimarremo quindi in argomento narrando le vicende sportive di uno dei più forti e sfortunati terraioli della seconda metà degli anni ’80. Un tennista noto agli appassionati italiani con il soprannome affibbiatogli da Massimo Cierro (best ranking 113) con la  battuta citata in apertura: lo svedese Kent Carlsson.

 

Carlsson nacque a Eskilstuna il 3 gennaio 1968. Alla nascita il neonato ricevette da mamma e papà grandi doti fisiche e un difetto che si rivelerà fatale: una gamba tre centimetri più corta dell’altra (o più lunga, secondo i punti di vista). Probabilmente il piccolo diavolo iniziò a palleggiare già in culla dal momento che lo troviamo a Ginevra nel tabellone principale del torneo nel settembre del 1983; lo vediamo poi aggiudicarsi il Roland Garros junior nel 1984 ed entrare nella top 100 nel luglio del 1985.

Il 1986 fu per lui un anno benedetto dall’assenza di infortuni e ciò gli permise di chiudere la stagione con le vittorie di Bari e Barcellona e il 14esimo posto nel ranking. A Indian Wells nel 1987 si dovette ritirare a causa del primo di una lunga serie di infortuni al ginocchio; da questo in particolare si riprese comunque bene e nella stessa stagione vinse prima a Nizza e poi a Bologna superando in entrambi i casi in finale Emilio Sanchez, uno che di terra rossa se ne intendeva parecchio.

Come lui stesso affermò anni dopo, a Bologna raggiunse probabilmente l’apice della sua arte tennistica e stabilì un record ancora oggi imbattuto, consistente nell’avere perso il minor numero di game complessivi nel corso di un torneo: dieci. Dopo averne concessi cinque al primo turno a Meinecke, nelle quattro partite successive ne smarrì complessivamente altrettanti: tre in finale contro Sanchez; uno contro Paolo Canè; zero contro Franco Davin (l’ex coach di Fognini) e uno 1 contro Rebolledo.

Il giorno successivo alla vittoria bolognese Carlsson raggiunse la top 10 e due mesi dopo fu costretto a entrare in sala operatoria per ricostruire i legamenti del ginocchio. Il ritorno in campo avvenne ad aprile del 1988.

Da quel momento in poi Carlsson giocò bardato da una ginocchiera alla Goldrake e non poté più calcare altri terreni di gioco al di fuori della terra rossa sulla quale si impose nei tornei di Madrid, Amburgo (6-2 6-1 6-4 in finale a Leconte che due mesi dopo giunse in finale al Roland Garros), Kitzbuhel (ancora in finale contro Emilio Sanchez che evidentemente doveva avergli fatto qualche cosa di male) Saint Vincent e Barcellona, che costituirà l’ultimo dei suoi 9 successi.

La ciliegina sulla torta di questa straordinaria annata arrivò a settembre: sesta posizione mondiale alle spalle di Becker, Agassi, Edberg, Lendl e Wilander.Non andò oltre; dove non poterono gli avversari poté il ginocchio che lo costrinse al ritiro ad appena 23 anni dopo avere perso al primo turno del torneo di Kitzbuhel del 1989. Il suo bilancio tennistico è rappresentato da 160 match vinti e 54 persi.

Non si può però parlare di Kent Carlsson senza soffermarsi sul suo modo unico di interpretare il gioco del tennis. I filmati dell’epoca ci mostrano un tennista con movenze curiosamente simili a quelle del cantante Alberto Camerini nel video di “Tanz bambolina”: una specie di marionetta sincopata.

Per avere poi un’idea dello spettacolo che Carlsson infliggeva agli inermi spettatori, prendiamo in prestito un commento scritto da Rino Tommasi per la Gazzetta dello Sport all’indomani della sua vittoria contro Joakim Nystrom nei quarti di finale degli internazionali d’Italia del 1987: “…infine l’ultimo quarto tra gli svedesi Carlsson e Nystrom, una partita alla quale solo uno psicopatico avrebbe potuto assistere”; le cronache parlano di una estenuante vicenda di pallettoni scagliati due metri sopra la rete durata circa tre ore e trenta.

Forte di una resistenza fisica prodigiosa, Kent poteva giocare con la medesima intensità dalle 11 del mattino alle 11 di sera rigorosamente ancorato alla riga di fondo campo. Non esistono testimonianze attendibili di sue discese a rete, e se ne trovate qualcuna su Internet diffidate: è quasi certamente un fake.

Gianni Clerici lo definì a ragione “re degli arrotini poiché egli, brandendo la racchetta con una impugnatura più chiusa di un riccio, con entrambi i colpi di rimbalzo infliggeva alla pallina rotazioni superiori a quelle raggiunte da un frullatore atomico.La sua nemesi tennistica fu un giocatore ancora più cocciuto (e più bravo) di lui, Mats Wilander, che lo batté quattro volte su quattro (tra cui anche una finale a Palermo, nel 1988). Ivan Lendl si prese addirittura il lusso di rifilargli un 6-0 al terzo set nella semifinale di Amburgo dopo avere perso il primo 6-3.

Mats Wilander e Kent Carlsson – Finale del torneo di Palermo 1988

Da tempo Carlsson è uscito dal mondo del tennis dove per qualche anno si distinse come coach di professionisti d’élite quali Magnus Norman e Thomas Johansson. Attualmente vive in Svezia dove alleva cavalli per i quali sin da ragazzo ha avuto una grande passione.

Rileggendo l’articolo ci siamo resi conto di avere omesso di dire quale ginocchio gli fu fatale, se il destro o il sinistro. Dal momento che parliamo del Diavolo ci sembra però superfluo precisarlo.

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L’ATP Cup ha ucciso i 30 anni di storia della Hopman Cup. Da un’esibizione all’altra?

Paul McNamee e Pat Cash gli ideatori. Il via con Steffi Graf e John McEnroe. Chi era “Geppetto” Hopman, il capitano di Coppa Davis più vincente. 10 deludenti partecipazioni italiane. L’albo d’oro

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Roger Federer/Belinda Bencic, vincitori dell'ultima Hopman Cup nel 2019 (foto via Twitter @hopmancup)

La ATP Cup, al via il 3 gennaio, vorrebbe seppellire la Davis Cup (che qualcuno chiama la Piquè Cup, ma è comunque organizzata dall’ITF, la federazione internazionale chel’ha sempre “gestita”) ma per ora la manifestazione lanciata dall’ATP in aperta concorrenza all’ITF ha seppellito soltanto la Hopman Cup.

L’ATP, di concerto con la federazione australiana (che tiene il piede in due staffe, anzi in tre, ATP, ITF e Laver Cup), si è accaparrata la settimana della Hopman Cup a Perth, nella costa West dell’Australia, organizzando lì a compensazione un girone dell’ATP Cup. E lì giocheranno Spagna, Giappone, Georgia e Uruguay nel girone B, e Italia, USA, Norvegia e la favorita Russia nel girone D.

Aver “portato” il n.1 del mondo Rafa Nadal a Perth, ma anche lo squadrone russo composto da Medvedev e Rublev, consolerà i cittadini di quella bella città per l’assenza degli australiani e la “scomparsa” della Hopman Cup. Che poi l’ATP Cup possa durare quanto la Hopman Cup, 30 anni, sarà  tutto da vedere.

 

STORIA DELLA HOPMAN CUP – Negli ultimi 30 anni gli ultra-appassionati di tennis hanno tentato di sopperire all’assenza di vero agonismo nel mese di dicembre e durante le feste natalizie seguendo a distanza la Hopman Cup, quella strana competizione mista, un singolare maschile e uno femminile, seguiti da un doppio misto, nata nel 1989 per merito e idea di Paul McNamee, tre volte campione di doppio a Wimbledon.

È sempre stata più un’esibizione che un evento ufficiale – e non ho mai condiviso chi ha tentato in vari momenti di considerarne ufficiali i risultati e gli head to head – ma era una manifestazione simpatica, originale e diversa, ideale per quei giocatori che volessero prepararsi all’Australian Open, al jet-lag, al clima, ai campi, con qualcosa di moderatamente impegnativo su una superficie di anno in anno simile.

Per quanto mi concerne io l’ho seguita di persona una sola volta, nel 1998, mi aveva invitato tante volte Paul McNamee, e ci ero andato anche perché ad essa seguivano a Perth i campionati mondiali di nuoto, disciplina cui mi ero affezionato per aver conosciuto quelli che sarebbero stati gli eroi di Sydney 2000, Rosolino, Fioravanti, Brembilla, l’indimenticabile coach Castagnetti che di tennis era appassionatissimo e ne ricordo tante interessanti conversazioni. Conobbi anche Lucie Hopman, personaggio dolcissimo, morta proprio nel giorno del mio compleanno il 31 agosto 2018. Purtroppo non c’era l’Italia, vinsero Kucera e la Habsudova, e sebbene non fosse stata un’edizione memorabile al Burshwood Superdome c’era sempre il tutto esaurito, 8.000 spettatori tutti i giorni.

Karol Kucera e Karina Habsudova – Hopman Cup 1998

Il timing per l’annuncio di McNamee e Fancutt, effettuato nel giugno 1988, era perfetto perché l’Australian Open si sarebbe spostato allora dall’erba di Kooyong al Rebound Ace di Flinders Park (che ancora non si chiamava Melbourne Park).

L’idea era nata anche dal fatto che a Perth, nella Western Coast d’Australia – dove l’Italia di Pietrangeli e Sirola nel ’60 aveva vinto la semifinale interzonale di Coppa Davis rimontando da 0-2 sugli Stati Uniti di Buchholz e MacKay, con Sirola che batté 9-7 6-3 8-6 sul 2-2 MacKay che in prima giornata aveva battuto 13-11 al quinto Pietrangeli – il grande tennis internazionale era praticamente scomparso.

Quattro anni prima dell’88 nell’appartamento di Melbourne di McNamee – l’inseparabile compagno del fu McNamara – Paul, Pat Cash e Charlie Fancutt, fra una birra e l’altra avevano buttato giù l’embrione dell’idea. Fancutt aveva già esperienze di promoter nel suo natio Queensland (Brisbane, Gold Coast). Pat Cash, vittorioso a Wimbledon nell’87 (su Lendl) era stato il principale protagonista delle vittorie australiane in Davis nell’83 e nell’86.

Decisero di chiamare l’evento nel nome di Harry Hopman che da tennista aveva vinto due Australian Slam in doppio con Jack Crawford (1929 e 1930) e cinque in doppio misto (i primi quattro con la prima moglie Nell Hall: un record imbattuto per due coniugi) ma soprattutto era stato il capitano di Coppa Davis più vittorioso della storia: 16 Davis vinte fra il 1939 e il 1967, con lui capitano di 22 squadre, la prima delle quali nel 1938 quando l’Australia perse dagli Stati Uniti. Quella del ’39 fu la prima vinta, una gran rivincita recuperando da 0-2 a Filadelfia con Quist e Bromwich, gli stessi due giocatori che avevano perso l’anno prima.

Dal ’40 al 46 Hopman aveva lasciato il tennis per la guerra e i suoi impegni collegati al giornalismo, ma dopo la sconfitta con gli USA nel ’46 e tre finali perse fino al ’49, l’opinione pubblica lo spinse a furor di popolo di nuovo sulla sedia di capitano. Con i giovani Sedgman e McGregor Hopman riconquistò la Coppa nel 1950. In quasi 25 anni le sue squadre vinsero 38 incontri, perdendone soltanto 6. Ovviamente poté disporre di campioni straordinari, dopo Sedsman e McGregor, Hoad, Rosewall, Cooper, Rose, Hartwig, Anderson, Fraser, Emerson, Laver, Newcombe, Stolle, Roche. La sua ultima Davis da capitano fu nel ’69, quando con Ruffels, Bowrey, Alexander e Dent perse dal Messico a Città del Messico (che schierava Osuna e Loyo Mayo… sì Joaquin Loyo Mayo, decisamente il più forte tennista che il direttore di Ubitennis abbia mai sconfitto! Accadde a San Luis Potosi, 1973, settimana di Pasqua, per me fu davvero una Semana Santa!).

Hopman decise allora di trasferirsi negli Stati Uniti (come hanno poi fatto tanti aussies, Laver, Newcombe, Stolle…) dove ebbe modo, da coach professionista, di “consigliare” Gerulaitis e McEnroe a Port Washington.

In Florida, assieme alla seconda moglie Lucy, Harry Hopman – che il nostro Gianni Clerici ribattezzò Geppetto perché con tanti “Pinocchio” talentuosi ma grezzi riuscì nell’impresa di trasformarli in grandi campioni dimostrando qualità straordinarie – fondò una Accademia, a Largo. Hopman era morto lì il 27 dicembre 1985. Il suo ricordo era vivissimo nella mente di tutti gli appassionati di tennis australiani. Non aveva vinto una Coppa Davis da capitano ma, ribadisco, 16!

Harry Hopman

McNamee trovò la sede ideale per la Hopman Cup nella resort di Burshwood Island, si garantì un contratto di 3 anni con Channel 7, trovò il primo grande sponsor in un’azienda produttrice di birra, perfetta per i tennisti australiani che ne erano fortissimi consumatori, nonostante proprio Hopman si affannasse a dire che avrebbero dovuto limitarne il consumo.

A luglio di quell’anno McNamee e Fancutt poterono annunciare il primo grande colpo: Steffi Graf avrebbe giocato per la Germania. La Hopman Cup aveva bisogno di una superstar per il suo lancio e chi meglio di Steffi che nell’88 avrebbe realizzato il Super Grande Slam, i 4 Major più l’oro olimpico a Seul? Alla Graf si sarebbero aggiunti Pat Cash, ça va sans dire, Mandlikova, Sukova, Mecir, Pernfors…un campo di partecipazione che a Perth da anni non si era mai visto.

Cash e Jeremy Bates giocarono il match d’apertura, davanti a 5.000 spettatori pigiati nel Burshwood Superdome. Dove erano stati distesi due campi Rebound Ace, uno per l’evento, l’altro per gli allenamenti.

La prima edizione, con Cash che si ammalò, vide l’Australia perdere in finale da Mecir e la Sukova. Il dado era stato tratto. Nella prima edizione fra le otto squadre mancavano gli Stati Uniti. McNamee rimediò l’anno dopo. John McEnroe, uno degli allievi più prestigiosi di “Geppetto” Hopman, si sentì in dovere di partecipare. E da 8 squadre si passò a 12. Si aggiunsero a McEnroe (e alla Shriver), Noah, Muster, i due Sanchez, Emilio e Arantxa che approfittando della superiorità di Arantxa sulla Shriver vinsero la seconda edizione della Hopman Cup. Per la prima volta c’era anche l’Italia: con la Golarsa reduce dalla memorabile battaglia di Wimbledon contro Chris Evert, nonché Paolo Canè che anche lui si era fatto valere a Wimbledon, ma nell’87, con Lendl: era stato avanti 2 set a uno e aveva perso il quarto 7-5 dopo aver avuto grandi occasioni per staccarlo. Canè si sarebbe ripresentato a Perth anche l’anno dopo, questa volta in compagnia di Raffaella Reggi.

Il decollo era ormai assicurato. Tennis Australia ufficializzò l’evento: nel 1990 ecco partecipare e trionfare Monica Seles per la Jugoslavia insieme a Prpic. Ma c’erano anche Cash – al ritorno da un infortunio – e la tennista di Perth Liz Smylie. Inoltre ancora la Francia con Forget e Tanvier, la Spagna con i due Sanchez a difendere il titolo, la Russia con Chesnokov e la Zvereva, la Svizzera con Hlasek e Manuela Maleeva-Fragniere (che avrebbero vinto la Hopman Cup l’anno dopo, nonostante la presenza del duo più celebre e prestigioso: Graf e Becker).

Beh, il miglior modo di ripercorrere la storia di questi 30 anni di Hopman Cup, è leggere l’albo d’oro, dove con la collaborazione di Alessandro Stella che ha fatto la ricerca segnaliamo le dieci partecipazioni italiane, purtroppo senza registrare passaggi alle semifinali. Con la Hopman Cup del 2015 iniziò l’ultima stagione della carriera di Flavia Pennetta, che avrebbe annunciato il suo addio al tennis subito dopo aver vinto lo US Open a settembre per poi chiudere con la sua prima e unica partecipazione alle WTA Finals. Giocò quella Hopman Cup al fianco di Fabio Fognini, che avrebbe poi sposato nella cattedrale di Ostuni il 16 giugno del 2016, prima di dargli due figli, Federico e Farah.

La Hopman ha cominciato con Steffi Graf, ha proseguito un anno dopo con McEnroe, due anni dopo con la Seles, è finita in gloria e bellezza con due vittorie di Roger Federer (e Bencic) e con l’iconico abbraccio tra Roger Federer e Serena Williams dopo aver giocato per la prima volta l’uno contro l’altra in doppio. Lassù Harry e Lucie Hopman saranno dispiaciuti ma anche felici di un trentennio davvero indimenticabile.

L’albo d’oro e le partecipazioni italiane in grassetto.

  • 2019 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2018 – Svizzera – Roger Federer & Belinda Bencic
  • 2017 – Francia – Richard Gasquet & Kristina Mladenovic
  • 2016 – Australia – Nick Kyrgios & Dar’ja Gavrilova
  • 2015 – Polonia – Jerzy Janowicz & Agnieszka Radwańska (Italia presente con Pennetta-Fognini)
  • 2014 – Francia – Jo-Wilfried Tsonga & Alizé Cornet (Italia presente con Pennetta-Seppi)
  • 2013 – Spagna – Fernando Verdasco & Anabel Medina Garrigues (Italia presente con Schiavone-Seppi)
  • 2012 – Rep. Ceca – Tomáš Berdych & Petra Kvitová
  • 2011 – Stati Uniti – John Isner & Bethanie Mattek-Sands (Italia presente con Schiavone-Starace)
  • 2010 – Spagna Spagna – Tommy Robredo & María José Martínez Sánchez
  • 2009 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Dominika Cibulková (Italia presente con Pennetta-Bolelli)
  • 2008 – Stati Uniti – Mardy Fish & Serena Williams
  • 2007 – Russia – Dmitrij Tursunov & Nadia Petrova
  • 2006 – Stati Uniti – Taylor Dent & Lisa Raymond
  • 2005 – Slovacchia – Dominik Hrbatý & Daniela Hantuchová (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2004 – Stati Uniti – James Blake & Lindsay Davenport
  • 2003 – Stati Uniti – James Blake & Serena Williams (Italia presente con Farina-Sanguinetti)
  • 2002 – Spagna – Tommy Robredo & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Schiavone-Sanguinetti)
  • 2001 – Svizzera – Roger Federer & Martina Hingis
  • 2000 – Sudafrica – Wayne Ferreira & Amanda Coetzer
  • 1999 – Australia – Mark Philippoussis & Jelena Dokić
  • 1998 – Slovacchia – Karol Kučera & Karina Habšudová
  • 1997 – Stati Uniti – Justin Gimelstob & Chanda Rubin
  • 1996 – Croazia – Goran Ivanišević & Iva Majoli
  • 1995 – Germania – Boris Becker & Anke Huber
  • 1994 – Rep. Ceca – Petr Korda & Jana Novotná
  • 1993 – Germania – Michael Stich & Steffi Graf
  • 1992 – Svizzera  – Jakob Hlasek & Manuela Maleeva-Fragniere
  • 1991 – Jugoslavia – Goran Prpić & Monica Seles (Italia presente con Reggi-Cané)
  • 1990 – Spagna – Emilio Sánchez & Arantxa Sánchez Vicario (Italia presente con Golarsa-Cané)
  • 1989 – Cecoslovacchia – Miloslav Mečíř & Helena Sukova

L’Italia ha dunque partecipato a dieci edizioni, la prima nel 1990 e l’ultima nel 2015. Solo nel 1990 ha passato un turno, ma si giocava ancora con la formula a eliminazione diretta; le altre volte è sempre stata eliminata ai gironi.

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Quell’unico anno in cui gli Internazionali d’Italia Indoor sbarcarono a Ferrara

La storia di uno dei troppi tornei perduti nei ricordi di chi c’era nel 1983, per la sua unica edizione. Chi si aspettava McEnroe e Borg si ritrovò a tifare… Högstedt

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Ferrara Open 1983 (foto Fabio Zecchi)

C’era una volta… no. C’è stato una volta il Ferrara Open, torneo internazionale di tennis del circuito Volvo Grand Prix. Il livello corrispondeva a un attuale ATP 250, ma l’Associazione dei Pro non avrebbe preso le redini del tour fino al 1990. Erano tempi in cui qualcuno ancora si chiedeva perché chiamarlo ‘open’ se si giocava al chiuso: certe definizioni non erano per tutti. Ma era anche un periodo in cui la Rai trasmetteva il tennis e – sembra difficile da credere adesso – in Italia non esistevano solo gli Internazionali di Roma. L’elenco dei tornei perduti nel corso degli anni è così tristemente lungo che diventa pressoché impossibile ricordarseli tutti anche limitandosi a quelli maschili, ma di sicuro i tennisti che hanno poi raggiunto la top ten non si sono dimenticati del torneo italiano che ha inaugurato il loro palmares: José-Luis Clerc, Andrei Chesnokov e Magnus Larsson a Firenze, Stefan Edberg e Roger Federer a Milano, Kent Carlsson a Bari, Alberto Mancini e Marcelo Rios a Bologna, Thomas Enqvist a Bolzano, Mariano Puerta e Tomas Berdych a Palermo.

Non è stato così per il torneo di Ferrara, ma il tappeto azzurro fu comunque calpestato da alcuni saranno famosi: Jakob Hlasek, futuro numero 7 del mondo, aveva appena festeggiato il diciannovesimo compleanno; Guy Forget, di un paio di mesi più giovane, sarebbe arrivato al quarto posto del ranking; tra gli italiani, c’erano Paolo Canè, che batté proprio Forget, e Francesco Cancellotti. Vinse lo svedese Thomas Högstedt, oggi affermato coach (Li Na, Caroline Wozniacki, Eugenie Bouchard, Maria Sharapova…), in finale contro il californiano Butch Walts – un nome da personaggio di film western e capace di estrarre servizi a velocità tutt’altro che modeste. Quella domenica pomeriggio, in coppia con il sudafricano Bernard Mitton, Walts alzò il trofeo del doppio, coronando quella che era la stagione del suo pieno rientro dopo malattia, due interventi chirurgici, chemioterapia e quindici chili persi.

Oggi, scoprire che in quella provincia emiliana snobbata dalla Via Emilia ha fatto tappa il circuito maggiore lascia stupiti anche diversi appassionati della stessa città – e non solo quelli meno attempati. Era il 1983 e, l’anno prima, la locale squadra di basket dal nome poco fantasioso (Pallacanestro Ferrara) si era guadagnata la promozione in serie A2 e con essa il nuovissimo palasport. Con la passione di un manipolo di ardimentosi sognatori, la possibilità di accaparrarsi un evento del circuito professionistico divenne realtà, dodici mesi dopo che quello stesso palazzetto che ancora odorava di vernice fresca vide esibirsi quattro personaggi non proprio nel fiore degli anni, ma ancora in grado di esprimere un grande tennis: Rod Laver, Ken Rosewall, Roy Emerson e Cliff Drysdale. “Trovarsi a cenare con quei quattro grandissimi del tennis è stata un’esperienza indimenticabile” racconta il professor Pierangelo Turatti, coinvolto nell’organizzazione di entrambe le manifestazioni. “Nonostante l’affluenza di pubblico per quella esibizione sia stata sotto le aspettative, l’anno successivo abbiamo colto l’opportunità di organizzare un evento del Grand Prix”.

 

A onor del vero, l’idea originale di Massimo Annesi, allora presidente del comitato provinciale FIT, era di portare in città un torneo di rilevanza nazionale. Lo spunto piacque a Paolo Francia, vice presidente federale oltre che giornalista per il Resto del Carlino e La Nazione, che suggerì un evento ben più importante: gli Internazionali d’Italia Indoor, torneo che si era disputato nella sua Bologna per quattro anni prima dell’edizione dell’anno precedente ad Ancona. “L’intervento di Paolo fu determinante per avere il torneo” ci spiega l’avvocato Annesi. “Io ero il responsabile del comitato organizzativo e lo sforzo necessario per quel tipo di manifestazione era notevole, ma riuscimmo a gestirlo nel migliore dei modi, anche con il supporto dell’amministrazione locale che si adoperò per farci avere il Palasport per la settimana del torneo. Una struttura che abbiamo adattato in tempi rapidissimi alle diverse esigenze del tennis rispetto alla pallacanestro”. Un ricordo che è rimasto a 36 anni di distanza? La soddisfazione del palazzetto pieno in occasione della finale come premio per l’ottimo lavoro svolto. A causa dell’impegno richiesto, anche e soprattutto economico, l’anno successivo il torneo migrò a Treviso per poi scomparire.

Un giorno c’era lo sciopero dei cameraman della Rai o qualcosa del genere, non ho una gran memoria per i dettagli” ci racconta Enrico, adolescente degli anni ’80 e oggi assiduo frequentatore dei tornei di quarta categoria. “In ogni caso, io me ne stavo defilato in un angolo di quella gradinata, che poi era la curva dei tifosi del basket, con il mio gilet rosa appena comprato e un paio di decine di persone”. Non cogliamo l’importanza del particolare relativo al gilet ma, nella speranza che sotto indossasse la camicia o almeno una maglietta, continuiamo ad ascoltare la sua storia. “Durante un cambio campo, arrivò uno dell’organizzazione invitando tutti a prendere posto nella parte centrale della tribuna in modo che le telecamere fisse non mostrassero il pubblico inevitabilmente sparuto del primo pomeriggio di lunedì o quello che era. Mentre gli altri ne approfittarono all’istante, questo tipo continuava a sperticarsi in inutili lodi sul posto offerto, incredulo davanti al mio rifiuto. Nulla di sorprendente: alla posizione laterale, in molti preferiscono la visione dall’angolo oppure quella da dietro, per abitudine ‘televisiva’. “Abitudine poca” chiarisce Enrico, “perché prima di quel torneo evitavo il tennis come la peste. Se proprio devo essere sincero sulle mie motivazioni, a parte che non volevo rischiare essere inquadrato mentre giravo la testa a destra e sinistra come uno scemo, da lì avevo una vista privilegiata su una raccattapalle. Una che frequentava la mia stessa scuola e mi piaceva.

Torniamo velocemente a rifugiarci nei ricordi di ben altro genere del professor Turatti, all’epoca dei fatti maestro di tennis e insegnante di educazione fisica che, per adempiere i propri compiti, dovette attendere l’autorizzazione del provveditorato che ne decretava il ‘distacco’. “Mi occupavo di tutto il necessario in campo, dai giudici di linea ai raccattapalle, dall’acqua agli asciugamani. E del campo stesso, nel senso che ho dato il mio contributo quando si è trattato di stendere il tappeto sul parquet” dice mentre estrae da una cartellina tutta la documentazione: il libriccino della manifestazione dal quale apprendiamo l’ammontare del prize money (75.000 dollari), lo schema disegnato a mano con la posizione dei giudici di linea, le ‘important instructions for all ball persons‘ (una copia anche in italiano), l’elenco dei raccattapalle con i loro numeri di telefono a cinque cifre e senza prefisso (sì, anche quello della compagna di scuola di Enrico).

Grazie a uno sforzo investigativo in verità piuttosto contenuto, abbiamo scovato un ex ball boy, Marco. Lo raggiungiamo sul telefono di casa: incredibile, ha lo stesso numero di un secolo fa. È la sera della vigilia di Natale e, dal tono, ci sembra incomprensibilmente perplesso – forse per l’argomento dell’intervista. Ci svela subito che allora era un agonista quindicenne allenato dal maestro Turatti. Un raccomandato? “Venivamo tutti da una scuola di tennis o da un’altra, ma ero molto contento di esserci perché il torneo sostituiva quello di Bologna in cui avevano giocato John McEnroe, Bjorn Borg e Yannick Noah, quindi mi aspettavo di trovarmi in campo con loro e altri di quel livello. Invece, mi è rimasto l’autografo di Högstedt….

Thomas Högstedt con Maria Sharapova, molti e molti anni dopo

Però, è stata una buona scusa per saltare un po’ di scuola. “Si cominciava alle dieci del mattino e l’impegno era per l’intera giornata, quindi ci dividevamo i giorni. Mi è toccato anche quello con i sette chilometri del ritorno in bicicletta sotto la neve e l’inevitabile sgridata dei miei”. Con il senno di poi, si può scorgere almeno un aspetto positivo: “Non c’era ancora la moda di chiedere l’asciugamano per poi rilanciarlo sudato al povero ragazzino. E quello che batteva non pretendeva tre o quattro palline in più per scegliere la coppia perfetta”. Infine, il peso della celebrità: “Tutti quelli che conoscevo sempre a dirmi di avermi visto in TV. Dopo un mese, ne hai abbastanza”. Vent’anni prima degli albori di YouTube – per tacere dei social media –, vedere qualcuno che incontri tutti i giorni comparire dal tubo catodico faceva ancora un certo effetto.

Carlo, ormai decisamente oltre la cinquantina, ha comprato la sua prima racchetta dopo essere andato ad assistere al torneo e propone una versione improbabile di quell’evento. “Capita qualche volta di parlarne negli spogliatoi del circolo. C’è chi si vanta di aver scoperto Guy Forget, subito seguito da quello che tira fuori la solita battuta «don’t forget Forget». Chi ne approfitta per ricordarmi che Hlasek ha iniziato a giocare tardi, a 15 anni, quindi non posso accampare scuse, e chi riporta, a suo dire, le prime coloritissime imprecazioni di Paolo Canè nel Tour. Tuttavia, la verità è che ha brillato una grandiosa attrazione, una star che, a conti fatti, è stata alla base della stessa esistenza del torneo: Vincent van Patten.” Storditi dall’iperbole, non colleghiamo immediatamente quel cognome al tennis anche se riattiva un ricordo sepolto: Dick van Patten. Già, l’attore che interpretava il ruolo di Tom, genitore di otto figli, nell’allora popolarissima serie La Famiglia Bradford era nella vita reale il padre di Vincent, ex n. 26 del mondo. “Poter dire di aver visto giocare Vince, il figlio di Tom Bradford, non ha prezzo” sospira Carlo. “È stato così che da vago curioso del tennis sono diventato un fanatico”.

Queste sono solo alcune delle tante piccole storie nate grazie a quell’evento la cui fugacità non gli ha però impedito di lasciare un segno ancora vivido nella memoria di chi c’era, di rinsaldare e amplificare vecchi entusiasmi e, in qualche caso, di accenderne di nuovi. Perché il vantaggio – per ora perduto – di avere dei tornei magari non prestigiosi ma a portata di mano, oltre all’occasione per gli appassionati di gustarsi dal vivo degli incontri di alto livello e di scoprire futuri campioni, è che ci puoi anche capitare per caso, per incontrare una ragazza o per vedere il figlio di un attore. A quel punto, però, è molto probabile che il tennis ti resti addosso.

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2019, il tennis a novembre: Nadal torna numero 1 e vince la Davis

Il maiorchino chiude alla grande la stagione, dopo le Finals di Tsitsipas. In campo femminile la Fed Cup torna in Francia

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Nadal dopo aver vinto la Coppa Davis 2019 a Madrid (Photo by Silvestre Szpylma / Kosmos Tennis)

Il mese di novembre nel circuito tennistico è l’ultimo dal punto di vista agonistico; quello che chiude la stagione, quello dei bilanci, quello delle classifiche finali e per tradizione quello nel quale si svolgono il Masters maschile e le due finali delle competizioni a squadre, la Fed Cup e la Coppa Davis.

Per ciò che attiene il circuito femminile a novembre si sono svolti gli ultimi due tornei dell’anno, quelli minori di Taipei e di Houston. Campo di partecipanti come logico che sia abbastanza scarno, in terra asiatica trionfa Vitalia Diatchenko, in quello americano si rivede invece la veterana belga Kirsten Flipkens che in finale batte la “risorta” Coco Vandeweghe, nel 2019 lontana per buona parte della stagione dai campi di gioco per un infortunio che sembra finalmente essere superato.

Ma è chiaro che in campo femminile l’evento clou è stata la finale di Fed Cup tra Australia e Francia giocatasi a Perth davanti al pubblico delle grandi occasioni (spalti esauriti in entrambe le giornate). Ultima finale giocatasi con il vecchio format, perché come sappiamo anche la competizione a squadre femminile dall’anno prossimo mutuerà il format di quella maschile, cioè tutte le sfide finali si svolgeranno in un’unica settimana in quel di Budapest, scelta come sede per i prossimi 3 anni, con fase finale a 12 squadre (sperando di non rivedere i disastri organizzativi visti quest’anno a Madrid nella Davis, ma di questo ne parleremo più avanti).

 

La finale di Fed è stata l’epilogo migliore che la competizione potesse riservare, con la Barty (n.1 a fine anno nel circuito femminile e grandissima protagonista della stagione) che ha provato a trascinare le padrone di casa contro la Francia dell’esordiente capitano Julien Benneteau e della coppia Mladenovic/Garcia in campo. Ma alla fine l’hanno spuntata le francesi, al doppio decisivo, superando Barty/Stosur. Eroina della due giorni è stata Kiki Mladenovic, autrice di prestazioni eccellenti sia in singolare che in doppio e soprattutto vincitrice proprio di Ashleigh Barty nel primo singolare della giornata conclusiva, sfida che ha deciso nella sostanza la finale.

Kiki Mladenovic – Finale Fed Cup 2019 (foto via Twitter, @FedCup)

LONDON CALLING

In campo maschile novembre ha visto disputarsi come detto le Finals maschili e la nuova Coppa Davis in quel di Madrid. Queste due competizioni e la classifica finale dell’ATP hanno celebrato ancora una volta la classe, l’agonismo, la forza mentale e fisica di Rafael Nadal, tornato n.1 del ranking a fine anno, giusto premio alla stagione più che eccellente dello spagnolo. Eppure lo si dava per finito, usurato fisicamente e la sconfitta contro Fabio Fognini a Montecarlo sembrava dare conferma a tutto ciò. E invece no, Rafa è risorto (per l’ennesima volta), tornando il dominatore della terra rossa, vincendo New York, riprendendosi il trono del circuito maschile.

Non solo, Rafa non ha mollato di un centimetro nemmeno nella bolgia della nuova Davis di Madrid, vincendo tutti i suoi match (sia in doppio che in singolare) e conducendo la Spagna alla conquista della sua sesta Coppa Davis, siglando il punto finale contro il giovanissimo canadese Denis Shapovalov, altro protagonista in positivo del 2019 tennistico maschile.

Ma andiamo con ordine. Si arriva alle Finals con il trono del circuito ATP ancora in gioco tra Novak Djokovic e Rafa Nadal. Il serbo deve arrivare almeno in semifinale per riconquistare la vetta, Rafa invece deve cercare quantomeno di superare il gruppo eliminatorio per arginare al meglio il tentativo di rimonta del suo rivale. Finisce che Nole viene eliminato a sorpresa nel gruppo eliminatorio ed è costretto quindi a cedere definitivamente la leadership allo spagnolo che però segue la stessa sorte pagando a caro prezzo la sconfitta nella prima giornata contro il tedesco Zverev.

Le semifinali del Masters vedono in campo tre giovani dal sicuro avvenire e il veterano Roger Federer. Il greco Tsitsipas batte in due set lo svizzero che avevo profuso uno sforzo non da poco eliminando nell’ultima giornata del girone eliminatorio Djokovic, giocando una partita quasi perfetta (a 38 anni!), mentre nell’altra semifinale Dominic Thiem elimina in due set Sascha Zverev.

La finale è stupenda, emozionante e giocata al cardiopalmo. La spunta Tsitsipas al tie-break del terzo set e l’impressione è che finalmente qualcosa di concreto si stia intravedendo alle spalle di Roger, Rafa e Novak.

Stefanos Tsitsipas con il trofeo – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

LA DAVIS CONTROVERSA

Nadal, felice per la riconquista della posizione numero 1 (“Per tutto quello che ho passato essere di nuovo n.1 è un miracolo”) si getta a capofitto nella nuova Coppa Davis, ribattezzata da qualcuno Coppa Piqué (dal nome del difensore del Barcellona che con la Kosmos ha rivoluzionato il format della manifestazione), per condurre la Spagna che gioca in casa alla conquista del titolo.

Se al momento dell’ufficializzazione del cambio di format i tradizionalisti avevano storto il naso, i fatti hanno poi dimostrato che il tentativo di cambiare va (per alcuni motivi) apprezzato ma questa Davis non ha nulla a che vedere con la vecchia manifestazione, e soprattutto a livello organizzativo necessita di diverse migliorie. Si dirà che siamo all’inizio e che bisogna dare tempo al tempo. Probabile, ma alcune cose viste a Madrid sono state ai limiti del grottesco, come ad esempio le sfide serali concluse ben dopo mezzanotte (senza parlare dell’ormai famoso doppio Italia-Usa terminato alle 4.05) e con poche decine di persone sugli spalti.

Appare abbastanza evidente che servano più giorni e almeno un altro campo per consentire al nuovo format di svolgersi in maniera regolare, altrimenti a fine stagione rischiano di essere pochi i tennisti a fare il sacrificio di partecipare alla manifestazione. Sia ben chiaro, lo spirito di chi gioca rimane lo stesso della vecchia Davis, quando si gioca per la propria nazione si dà l’anima e vengono fuori partite godibili ed emozionanti, ma se poi sugli spalti ci sono solo un migliaio di persone a tifare della vecchia Davis può rimanere solo il ricordo.

Servono allora investimenti da parte delle varie federazioni (visto che poi la Kosmos elargisce non pochi soldi alle stesse) per consentire ai tifosi di accorrere anche lontano da casa in massa a sostenere la propria nazione, come qualcuno – si veda il Canada quest’anno – ha già provato a fare quest’anno. Serve un’organizzazione migliore che consenta di godere dello spettacolo in maniera normale, serve forse cambiare la sede spesso perché è indubbio che chi gioca in casa ha un vantaggio non da poco (si parla come alternativa a Madrid di Indian Wells).

IL CAPOLAVORO DI RAFA

Comunque sia, la nuova Davis porta ai quarti di finale le sei nazionali che vincono i gironi eliminatori composti da tre squadre (Spagna, Canada, Serbia, Germania, Gran Bretagna e Australia) e le due migliori seconde (la Russia e l’Argentina). Non mancano le polemiche per un paio di rinunce a giocare il doppio (il Canada contro gli USA e l’Australia contro il Belgio, in entrambi i casi a risultato ormai già acquisito a favore delle nazioni che danno forfait) che vengono penalizzati con un doppio 6-0 che ai fini delle classifiche avulse avrebbero potuto pesare e non poco (fortunatamente alla fine non è stato così, ma questo è un altro aspetto che andrà regolamentato).

Nei quarti di finale non mancano le sorprese. La Serbia di Djokovic viene eliminata al doppio dalla Russia di Khachanov e Rublev dopo aver mancato tre match point e la conferenza stampa a fine match dei serbi è davvero emozionante con capitan Zimonjic che è costretto più volte a fermarsi per non scoppiare in lacrime, ulteriore episodio che testimonia quanto la manifestazione sia sentita dai tennisti. Ci vuole un super Nadal per battere l’Argentina, sostenuta come al solito da un gran numero di tifosi, che cede solo al doppio decisivo. Da rimarcare che tra gli spagnoli Roberto Bautista-Agut deve lasciare (temporaneamente) la squadra per la morte del padre. Ritornerà per la finale e sarà decisivo come nelle favole più belle a lieto fine.

La commozione di Roberto Bautista Agut – Finale Davis Cup 2019 (Photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

La Gran Bretagna nonostante Andy Murray non al meglio, grazie a Edmund e Evans, fa fuori con un netto 2-0 la Germania e si qualifica per le semifinali. Ma la vera sorpresa è il Canada che con un rinato Pospisil e l’emergente Shapovalov batte a sorpresa 2-1 l’Australia e arriva tra le prime quattro. Nonostante l’assenza nelle prime sfide di un malconcio Felix Auger-Aliassime, i nordamericani si sono pressi il lusso di superare il girone eliminatorio battendo sia Italia che Stati Uniti.

La nostra nazionale era arrivata carica di speranze a Madrid, ma l’inopinata sconfitta di Fognini contro Pospisil nel primo singolare della prima sfida e quella di un esausto Berrettini contro Taylor Fritz nel secondo singolare contro gli USA ci hanno portato ad un’eliminazione immediata e anche cocente. Peccato davvero, perché erano anni che non avevamo sulla carta una squadra così forte (Berrettini n.8, Fognini n.12 del ranking), ma la nuova formula non ammette distrazione alcuna, basta un niente e sei fuori.

Il cammino del Canada continua in maniera brillante perché anche la Russia viene battuta in semifinale con un altro 2-1. Si tratta della prima finale della loro storia per i canadesi.

Dall’altra parte arrivano in finale i padroni di casa che guidati da un indomito Nadal superano al doppio decisivo la Gran Bretagna. Gran spettacolo in quest’ultima gara con Nadal e Feliciano Lopez da una parte e Jamie Murray e Neil Skupski dall’altra.

La Spagna affronta la finale con gli ovvi favori del pronostico e come detto con il rientrante Bautista-Agut inizia nel modo migliore la sfida grazie alla vittoria del suo numero 2 contro un avversario anche lui al rientro, Auger-Aliassime. Come è giusto che sia tocca quindi a Rafa Nadal chiudere la contesa, circostanza che si verifica puntualmente contro un ottimo Shapovalov che dà tutto quello che ha prima di cedere in due set. La Spagna torna a vincere la Davis, Rafa Nadal festeggia così nel modo migliore il ritrovato trono ATP e segna l’ennesimo record della sua carriera: nella manifestazione, su 30 singolari giocati, ha perso solo il primo nel lontano 2004 contro Jiri Novak prima di infilare una striscia positiva ancor oggi aperta.

Insomma, il 2019 si chiude, in campo maschile, con l’ennesima resurrezione di Rafael Nadal, sempre più leggenda di questo sport al fianco di Roger Federer e Novak Djokovic. Li rivedremo al top anche nel 2020?

Il bacio di Rafael Nadal a Feliciano Lopez – Davis Cup Finals 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

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