Tennis e match fixing: la TIU e l’ingiusto processo. Perché radiare se il tribunale assolve?

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Tennis e match fixing: la TIU e l’ingiusto processo. Perché radiare se il tribunale assolve?

Le differenze tra i due sistemi di giudizio e cosa c’è dietro al mondo delle scommesse e dei match truccati nei tornei minori. Ne abbiamo parlato con l’avv. Giulio Palermo, esperto nei procedimenti disciplinari nel tennis ed al TAS di Losanna.

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Nel 2008 il mondo del tennis prese definitivamente coscienza del dilagare del fenomeno del match fixing soprattutto a livello di tornei Futures e Challenger. ATP, WTA, ITF e i quattro tornei dello Slam diedero vita alla Tennis Integrity Unit (TIU), nata con l’obiettivo di “garantire l’integrità del tennis grazie a un programma di livello internazionale che fornisca informazioni, istruzioni e tutela ai giocatori e alla grande famiglia del tennis nella sua interezza di fronte a reati relativi a corruzione e scommesse nel tennis professionistico”.

Il Programma anti-corruzione, destinato a tutti gli operatori del settore tennistico, si pose come obiettivo quello di “garantire la protezione contro eventuali tentativi di influenzare negativamente l’esito di una partita, stabilendo una regola uniforme e uno schema coerente di applicazione e sanzioni applicabili a tutti gli eventi di tennis professionistico”.

Un’enunciazione di principi sicuramente lodevole, alla quale però non sempre sono seguite procedure corrette e limpide sotto il profilo della tutela dei diritti degli indagati.

 

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: chi bara, soprattutto nello sport, va punito. Vendere una partita, alterare il risultato di un match significa tradire i valori fondanti dello sport e chi è chiamato a governarne uno dalla rilevanza planetaria come il tennis, deve fare tutto il possibile per evitare che ciò accada. Tuttavia, non tutte le situazioni sono uguali e ad ogni persona accusata di un illecito deve essere data la possibilità di difendersi.

È notizia di pochi giorni fa la sospensione per otto mesi del tennista spagnolo Enrique Lopez Perez, punito dalla TIU per il coinvolgimento in tre match truccati nel 2017 ma a settembre assolto da ogni accusa dalla giustizia ordinaria spagnola. Un caso analogo a quello dei nostri Potito Starace e Daniele Bracciali, assolti dal Tribunale di Cremona, assolti dalla giustizia sportiva italiana (in realtà Bracciali fu condannato a dodici mesi di inibizione ma “solo” per violazione dei principi di lealtà sportiva) e successivamente stangati dalla TIU (dieci anni al campano, radiazione per l’aretino).

Come sono possibili esiti così diversi tra giustizia penale e decisioni della TIU sugli stessi fatti contestati? Lo abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti legali nella materia, l’avv. Giulio Palermo, che attualmente difende un giocatore radiato dalla TIU nel processo d’appello dinanzi al TAS di Losanna.  

“Bisogna partire dal presupposto che giustizia penale e giustizia sportiva sono due giurisdizioni differenti e gli esiti della prima non hanno valore di precedente nella seconda. Il principale elemento distintivo è nel differente standard probatorio richiesto per giungere all’accertamento della colpevolezza. Nella giustizia penale vige il principio della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Nella giustizia sportiva invece ci sono standard probatori decisamente inferiori. Se un regolamento disciplinare non prevede uno specifico standard probatorio, la giurisprudenza del TAS di Losanna considera applicabile lo standard di comfortable satisfation (per semplificare, un approssimativo 60% di grado di colpevolezza).

Il regolamento della TIU prevede invece la “preponderanza delle prove” che rappresenta lo standard più basso che esiste in diritto sportivo. In altre parole, il tennis (ATP, WTA, ITF e tornei dello Slam) ha deciso che per squalificare un giocatore accusato di match fixing è sufficiente avere un grado di certezza sulla sua colpevolezza di un approssimativo 51%. Ad esempio, ciò significa che mentre i giudici penali per arrivare ad una sentenza di condanna devono provare un accordo fraudolento tra il giocatore e terzi, alla TIU basta provare che sia più verosimile che tale accordo sia stato raggiunto (rispetto all’ipotesi contraria, ndr). È capitato in passato che un giocatore fosse squalificato perché non aveva fornito un dispositivo mobile di sua proprietà, sul presupposto che tale rifiuto implicasse che in esso vi fossero delle prove schiaccianti a suo carico”.

Se queste sono le differenze tra le due giurisdizioni, che possono trovare giustificazione nella differente funzione degli istituti e del bene giuridico tutelato, ciò che apre scenari davvero inquietanti sono le evidenti compromissioni al diritto di difesa dei giocatori indagati che emergono tra le pieghe dei regolamenti della TIU.

I procedimenti disciplinari sono attualmente gestiti da un consigliere-auditore anticorruzione (“AHO”), selezionato da un pool (per molti anni di soli 4 membri) composto da avvocati inglesi nominati unilateralmente dalle istituzione tennistiche e dunque, sostanzialmente, da una delle parti in causa. Il giudizio è gestito applicando il diritto dello Stato Americano della Florida. Considerando che la stragrande maggioranza dei tennisti che sono stati oggetto di procedimenti disciplinari nell’ultimo decennio è composta da giocatori di livello Futures o Challenger, che fanno moltissima fatica a rientrare con le spese della propria attività, è facile comprendere come le concrete possibilità di articolare un’efficace difesa rasentino lo zero, come ci conferma l’avv. Palermo.

USTA National Campus di Lake Nona, Florida

“La circostanza che il procedimento si svolga con applicazione del Diritto della Florida complica non poco le cose. La maggior parte dei giocatori indagati non ha i mezzi finanziari per permettersi un avvocato americano che ha dei costi tra i più alti del mondo. Ciò implica che essi o si fanno rappresentare dal loro avvocato di fiducia, che di solito non proviene dalla Florida e quindi non ha familiarità con le leggi applicabili, oppure rinunciano a difendersi o lo fanno senza un avvocato. Il che ha delle conseguenze nefaste, perché secondo il programma la mancata difesa equivale a ammissione del reato di corruzione e accettazione delle sanzioni. C’è poi da chiedersi che senso abbia che i giocatori siano soggetti a norme che non hanno alcun legame con il caso da decidere: perché un presunto reato di corruzione commesso in Francia da un giocatore giapponese deve essere giudicato secondo le leggi della Florida?”.

Un altro profilo altamente discutibile è quello della mancata pubblicità delle pronunce della TIU e della utilizzabilità delle stesse come precedenti vincolanti. “Nei sistemi anglosassoni (come il diritto dello Stato Americano della Florida) i precedenti giurisprudenziali sono vincolanti. Il problema è che la TIU pubblica quasi sempre solo l’esito del procedimento con un brevissimo riassunto, ma non consente di conoscere l’iter giuridico e decisionale. La conseguenza è che quasi sempre vengono utilizzati come precedenti decisioni ottenute magari in contumacia e soprattutto delle quali non si può conoscere praticamente nulla”.

Le decisioni dell’AHO possono essere impugnate davanti al TAS di Losanna, che decide i caso ex novo, sostanzialmente con un duplicato del processo di primo grado. I costi del giudizio al TAS sono molto elevati, ma da alcuni anni è stato istituito un elenco di avvocati d’ufficio a costo zero per i giocatori che sono in grado di dimostrare che non hanno mezzi economici per permettersi gli onorari di un avvocato specializzato in arbitrati dinanzi al TAS di Losanna. Purtroppo la maggior parte dei giocatori non è a conoscenza di questa possibilità. In tal senso, l’Avv. Palermo considera che “sarebbe opportuno far presente ai tennisti/imputati che esiste questa possibilità al termine dei procedimenti disciplinari gestiti dall’AHO, dato che molti tennisti non impugnano le decisioni dell’AHO al TAS di Losanna in quanto ritengono (erroneamente) di non avere i mezzi finanziari per farlo”.

Vi è poi un’altra grave incongruenza che caratterizza le decisioni della TIU. “C’è un altro aspetto che differenzia i procedimenti della TIU da ciò che accade, ad esempio nei procedimenti gestiti dalla FIFA o dalla UEFA. Nei loro regolamenti sono previsti degli illeciti con conseguenti sanzioni, nel programma della TIU c’è un’elencazione delle violazioni ma le sanzioni sono rimesse alla totale discrezione dell’organo giudicante. Dato che le precedenti decisioni degli AHO non sono pubbliche, non c’è modo di poter limitare/controllare la discrezione dell’organo giudicante”.

LE COSE POSSONO CAMBIARE?

A questo punto bisognerebbe chiedersi cosa si può fare per migliorare la situazione. In realtà, la circostanza che i procedimenti disciplinari nel tennis presentino delle criticità risulta evidente anche a chi governa il tennis mondiale. All’inizio del 2016 ATP, WTA, ITF e tornei del Grande Slam nominarono un comitato indipendente di tre avvocati esperti in materia – l’Indipendent Review Panel (“IRP”) – con l’obiettivo di affrontare tutte le questioni relative alle scommesse. A dicembre 2018, l’IRP ha concluso la sua indagine pubblicando un approfondito rapporto (115 pagine) che si può leggere sul sito della TIU.

Il tema della corretta ed equa distribuzione delle risorse e della sostenibilità economica della professione nel tennis professionistico è certamente il cardine del futuro dello sport, ma è indubbio che la peculiarità del gioco unita alla possibilità di scommettere live su quasi ogni singolo colpo di una partita, costituisca un cocktail esplosivo che espone il tennista non di prima fascia alle peggiori tentazioni.

L’avv. Palermo osserva che “nel rapporto del IRP sono emerse le problematiche più evidenti. In primo luogo si è ritenuto opportuno suggerire la creazione di un’unica fase giudiziaria dinanzi a un tribunale indipendente e imparziale, nominati da un’istituzione arbitrale terza e non dall’ ATP, WTA, ITF e dai tornei del Grande Slam. Invece di prevedere l’applicazione di una singola legge nazionale, l’IRP ha ventilato l’ipotesi di applicare dei principi generali di giustizia ed equità, come peraltro avviene per i giochi olimpici o nel basket. Infine, sarebbe opportuno stabilire una qualche forma di assistenza legale affinché gli atleti possano difendere adeguatamente i propri diritti come avviene nei procedimenti disciplinari della FIFA e della UEFA. Il Panel ha presentato i suoi risultati due anni fa, ma ad oggi nulla è cambiato nonostante il Tennis Anti-Corruption Program venga aggiornato/modificato ogni anno”.

Insomma, sembra evidente che la “tolleranza zero” sbandierata ai quattro venti dalle istituzioni tennistiche contro quello che certamente resta un cancro dello sport con la racchetta (e non solo), stia producendo risultati in termini di squalifiche e radiazioni anche a discapito dei diritti dei giocatori indagati. Non v’è dubbio che la mano pesante della TIU abbia lo scopo di fungere da deterrente per tutti i giocatori, ma in tale atteggiamento sembra scorgersi anche la manifestazione dell’incapacità di trovare una strategia efficace per risolvere il problema alla radice.

Il rapporto dell’IRP ha puntualmente identificato queste problematiche” – segnala l’avv. Palermo  -“Accanto a giocatori che finiscono nelle reti delle associazioni criminali, c’è un altro fenomeno che definirei quasi grottesco. Molti giocatori residenti in continenti in cui il numero di tornei organizzati si è ridotto drasticamente finanziano tramite il match-fixing (su punti quali doppi falli e/o perdite di games) i loro viaggi in Europa per poter avere le stesse opportunità dei giocatori europei di scalare il ranking”.

Ci sarebbe da chiedersi il perché non si limitino le giocate possibili. Non c’è dubbio che il settore betting faccia girare tantissimi soldi e non è nemmeno corretto demonizzare l’idea stessa di scommettere sullo sport; peraltro, le agenzie di scommesse italiane contribuiranno al fondo ‘Salva Sport’ istituito in questi mesi versando lo 0,5% della raccolta sulle scommesse relative a qualsiasi evento sportivo . Certo, pensare di mettere i bastoni tra le ruote a quelli che ancora oggi sono tra i principali sponsor dei tornei è davvero troppo complicato, ma questa è un’altra storia. O forse no.

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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